19/02/2013

Più detenuti nel Regno Unito, in Italia il maggior indice di sovraffollamento

Più detenuti nel Regno Unito, in Italia il maggior indice di sovraffollamento

 

I dati del monitoraggio dell’Osservatorio europeo sulle condizioni di detenzione. In Italia 139,7 detenuti ogni 100 posti. La percentuale di donne detenute è compresa tra il 3 per cento della Polonia e l’8 per cento della Spagna. Stranieri, Grecia al top

 

ROMA – La presentazione dell’Osservatorio europeo sulle condizioni di detenzione da parte di Antigone è stata supportata dai dati resi noti dallo stesso Osservatorio sulle principali differenze tra gli 8 sistemi penitenziari nazionali monitorati (Francia, Grecia,  Italia,  Lettonia, Polonia,  Portogallo, Spagna, Regno Unito). “I dati riportati, e le tendenze degli ultimi anni – affermano i promotori -, possono essere usati come indicatori di politiche nazionali più o meno virtuose che verranno studiate e confrontate tra loro nei prossimi mesi”.

Popolazione detenuta 2012. Degli otto Paesi dove opera l’Osservatorio, è il Regno Unito ad avere il maggior numero di detenuti: 95.161 (in costante crescita: erano 82.572 nel 2008 e 84.725 nel 2010). Seguono Polonia (85.419, quasi 5 mila in più del 2010), Spagna (69.037, quasi 5 mila in meno del 2010) e Italia (65.701, erano 68.345 nel 2010 e 55.831 nel 2008). I sistemi penitenziari monitorati ospitano complessivamente una popolazione detenuta di quasi 400 mila detenuti, circa due terzi del totale dei detenuti in Europa. “Anche se in molti paesi il numero dei detenuti è in questi anni cresciuto, questa tendenza non è univoca o necessitata. In Italia o in Spagna ad esempio la popolazione detenuta è calata negli ultimi due anni”, si afferma.

Tassi di detenzione. I tassi di detenzione indicano il numero di persone detenute per ogni 100 mila cittadini e rappresentano la misura del ricorso al carcere in ciascun paese. I tassi di detenzione più alti si registrano in Lettonia (297) e in Polonia, due nuove membri dell'Unione che in passato hanno fatto parte del blocco sovietico. In Europa meridionale, invece, i tassi di detenzione più alti si registrano in Spagna (148,7). In Italia il tasso è al 107,7.

Sovraffollamento. Il sovraffollamento è rappresentato dal numero di detenuti effettivamente stipati in 100 posti e, come mostrato dall’Osservatorio, è un problema molto serio per l'Europa mediterranea. “D'altro canto – si afferma - la capienza dei sistemi penitenziari è misurata in modo molto diverso nei vari paesi, e ad esempio per la legislazione italiana ogni detenuto dovrebbe avere a disposizione 9 mq, in Lettonia solo 2,5 mq. Si tratta inoltre di un valore medio. In ogni paese ci sono istituti che sono molto più affollati della media, ed altri che lo sono molto”. Ciò premesso, i dati dicono che è l’Italia il Paese con il maggiore indice di sovraffollamento (139,7 detenuti ogni 100 posti, erano 153, 2 nel 2010 e 129,9 nel 2008). Alta anche la Grecia (136,5) e la Francia (113,2).

Donne detenute. La percentuale di donne detenute in Europa è compresa tra il 3 per cento della Polonia ed quasi l’8 per cento della Spagna. In molti paesi questa percentuale è andata calando negli ultimi anni (come in Grecia, in Spagna e nel Regno Unito), mentre è andata crescendo in Lettonia ed in Polonia. Come detto, della Spagna la percentuale più alta (7,6 per cento), mentre l’Italia rimane sostanzialmente stabile con il 4,3 per cento (era il 4,4 per cento nel 2010 e nel 2008).

Detenuti stranieri. “La percentuale di detenuti stranieri è uno dei temi sui quali i paesi monitorati differiscono maggiormente”. Estremamente alta, e decisamente in crescita, in Grecia (63,2 per cento della popolazione carceraria, contro il 55,5 per cento del 2010 e il 48,3 del 2008), è generalmente molto alta nell'Europa mediterranea, in particolar modo in Italia (35,8 per cento, comunque in calo rispetto al 36,6 per cento del 2010 e al 37,4 per cento del 2008) e in Spagna (33,3 per cento, ugualmente in calo). Il fenomeno è sostanzialmente inesistente in Lettonia (1,3 per cento) e in Polonia (0,7 per cento).

Condanne definitive. In Italia la percentuale di detenuti che scontano una condanna definitiva è del 58,8 per cento (era il 54,2 nel 2010 e il 43,6 nel 2008). La percentuale più alta si registra nel Regno Unito (94,1 per cento), seguita da Polonia (89 per cento) e Francia (88,8 per cento). Alte anche le percentuali di Spagna (81,9) e Portogallo (80,5).
In generale la percentuale di detenuti in custodia cautelare è ampiamente sotto il 30 per cento, con l'evidente eccezione dell'Italia, dove questa percentuale è stata a lungo sopra il 50 per cento ed è attualmente sopra il 40 per cento.

Morti in carcere. La frequenza delle morti in carcere è determinata dividendo il numero di detenuti presenti in un anno per il numero dei detenuti morti in carcere quell'anno, ed è certamente un possibile indicatore del livello di criticità delle condizioni di detenzione in un certo paese. I dati cambiano molto: da una morte ogni 600 detenuti in Polonia ad una morte ogni 200 detenuti in Portogallo. In Italia l’indice è di 357, in diminuzione rispetto al 2010 (433) e al 2008 (461).

Misure alternative. “Le misure alternative, la ‘probation’ ed altre misure non custodiali sono un aspetto chiave delle politiche penali di ogni paese e, secondo il consiglio d'Europa, la migliore soluzione contro il sovraffollamento, da preferirsi alla costruzione di nuove carceri”, si afferma.
Come mostrato dai dati dell’Osservatorio, il numero di persone che sconta una pena non detentiva per ogni 100 mila abitanti varia enormemente. Dai numero molto alti di Francia (265) e Regno Unito (252) e, più di recente, della Spagna 306,7), alla Polonia (1,1 nel 2010) o al Portogallo (2,2), dove queste misure sono pressoché inesistenti. L’Italia presenta un tasso di 32,8, comunque in crescita rispetto al 2010 (26,2) e al 2008 (8,4).

 

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12/12/2012

Suicidi, la strage in carcere

Suicidi, la strage in carcere

 

In Italia i detenuti si tolgono la vita 9 volte di più rispetto al resto della popolazione. Un indicatore del tasso di 'invivibilità' del nostro sistema penitenziario. Ma la situazione può essere cambiata: formando gli agenti, lavorando in rete con le Asl, migliorando le condizioni di vita tra le sbarre

 

Abbiamo raggiunto quota 56. E' questo, secondo i dati del dossier 'Morire di carcere' di Ristretti Orizzonti aggiornato a dicembre, il numero dei detenuti che dall'inizio dell'anno si sono uccisi nelle prigioni italiane. Sempre secondo i dati forniti dalla stessa associazione, dal 2000 ad oggi i suicidi sono stati 747, pari a oltre un terzo del totale delle morti tra le persone private della libertà: 2.080.
Oltre ai dati di Ristretti Orizzonti, aggiungiamo quelli del Ministero di Giustizia, secondo cui, dal 1990 al 2011, si sono suicidate 1.128 persone rinchiuse nelle patrie galere. E se nel 1990 sono stati 23 i detenuti che si sono dati la morte, tutti italiani tranne uno, l'anno scorso sono stati 63, di cui 25 stranieri. Cifre che descrivono quella realtà che, secondo il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, "non fa onore al nostro Paese".

Ma come va nelle carceri di altri Stati? Risale al 2010 l'ultimo confronto statistico tra l'Italia, i paesi europei e gli Usa. Fatta dal Centro Studi di Ristretti Orizzonti su dati del Ministero di Giustizia, del Consiglio d'Europa e dell'U.S. Department of Justice – Bureau of Justice Statistics, l'elaborazione prende in considerazione il periodo 2005-2007. In questo triennio, in Italia, il tasso di suicidi nelle carceri è stato pari a 10 casi ogni 10 mila detenuti (salito a 11,2 nel 2009 e 2010), mentre in Europa è stato di 9,4 casi e di 2,9 negli Usa.

A un primo sguardo, però, la situazione italiana potrebbe sembrare non peggiore di altre: in paesi come Francia, Gran Bretagna o Germania avvengono più suicidi, pur avendo un numero di detenuti simile a quello italiano. Secondo il documento, però, il punto non sta nei numeri, quanto nel confronto tra la situazione dei suicidi dentro le carceri e quella fuori dalle mura di cinta. E da questa fotografia emerge che mentre in Inghilterra dentro le carceri ci si uccide cinque volte di più che fuori; in Francia 3 volte di più; in Germania e in Belgio 2 volte di più, mentre in Finlandia il tasso è lo stesso, in Italia la popolazione detenuta ricorre al suicidio 9 volte di più rispetto a quella libera, passando da 1,2 a 9,9 casi ogni 10 mila persone.

Questa distanza tra la situazione esterna e quella interna mostra, secondo il rapporto, il criterio di 'vivibilità' dei vari sistemi penitenziari. Negli Usa, trent'anni fa, il tasso di suicidi tra i detenuti era simile a quello europeo di oggi. Poi, nel 1988, il Governo istituì un Ufficio adibito alla prevenzione del fenomeno, con uno staff di 500 persone incaricate alla formazione del personale penitenziario. Il risultato è stato che in poco meno di 25 anni il tasso dei suicidi all'interno delle carceri statunitensi è crollato del 70%, assestandosi a circa un terzo di quello italiano o europeo.

Del suicidio in carcere si è occupata anche l'Organizzazione Mondiale della Sanità proponendo nel 2007 un documento sulla prevenzione. "Gli istituti penitenziari hanno l'obbligo di preservare la salute e la sicurezza dei detenuti ed un eventuale fallimento di questo mandato può essere perseguito a fini di legge", si legge nel documento.

Ma l'O.M.S. sostiene che è "possibile ridurre il numero di suicidi in ambiente carcerario" e struttura il piano di intervento su alcune direttrici: l'addestramento del personale carcerario; lo screening della persona che entra in carcere; l'osservazione attenta dopo il suo ingresso e la gestione dello screening; la comunicazione tra personale carcerario sulla persona a rischio; l'intervento sociale; la cura e l'attenzione per l'ambiente e l'architettura, così che le celle siano 'anti-suicidio'; il trattamento psichiatrico.

Così che "se avviene un tentativo di suicidio ?€“ dice il Rapporto - il personale deve essere addestrato a proteggere l'area e a prestare pronto soccorso al detenuto nell'attesa dell'arrivo del personale medico interno e/o esterno". E ancora, "tutto il personale deve essere addestrato all'uso delle attrezzature di rianimazione, che devono essere rapidamente accessibili. Ogni membro del personale deve essere a conoscenza del da farsi in caso di un tentativo di suicidio". In caso di suicidio riuscito, invece, "devono essere attuate procedure specifiche per documentare ufficialmente l'evento e per fornire un riscontro positivo finalizzato al miglioramento delle attività future di prevenzione del suicidio".
In generale, l'O.M.S. rileva che i detenuti hanno tassi di suicidio fino a 7,5 volte più elevati rispetto alla comunità e che "le persone che infrangono le regole portano con sé diversi fattori di rischio e tra di loro il tasso di suicidio continua ad essere più elevato (rispetto a chi non infrange le regole, ndr) anche dopo la scarcerazione". Per questo, "è proprio quando questi individui vulnerabili sono all'interno dell'istituzione carceraria, e quindi raggiungibili, che andrebbero trattati". E infatti, dice l'O.M.S., dove i programmi di prevenzione dei suicidi sono stati avviati i casi sono diminuiti.

Il primo passo in questo senso è l'individuazione di un profilo che definisca situazioni e gruppi di persone a rischio. Ad esempio, i detenuti in attesa di giudizio che commettono il suicidio in carcere sono generalmente maschi, giovani (20-25 anni), non sposati, alla prima incarcerazione, arrestati per crimini minori, spesso connessi all'abuso di sostanze. Solitamente al momento dell'arresto sono sotto l'effetto delle sostanze e commettono il suicidio nelle prime fasi o addirittura ore della loro incarcerazione (a causa dell'improvviso isolamento, dello shock dell'incarcerazione, della mancanza di informazioni e delle preoccupazioni per il futuro).

I detenuti condannati che si uccidono, invece, sono più grandi (30-35 anni) e, colpevoli di reati violenti, hanno passato un certo numero di anni in carcere. Spesso, questi suicidi sono preceduti da conflitti con altri detenuti o con l'amministrazione, con la famiglia, da separazioni o questioni legali. In generale, il tasso di suicidio dei detenuti è più elevato tra quelli che hanno pene lunghe da scontare, in conseguenza al fatto che l'incarcerazione non solo rappresenta la perdita della libertà e dei legami familiari e sociali, ma è anche paura per il futuro, frustrazione ed esaurimento fisico e nervoso.

Molti detenuti si uccidono durante la notte o nel fine settimana, quando il personale è più scarso, ma anche il tipo di alloggio incide e chi è posto in celle singole o in isolamento o in particolari regimi di detenzione rischia di più. Secondo il rapporto dell'Organizzazione, le persone rinchiuse che si sono uccise avevano elementi comuni tra loro: l'assenza di supporto sociale e familiare, precedenti comportamenti suicidi, malattie psichiatriche e problematiche di natura emotiva. Spesso sono state vittime di bullismo, di conflitti con altri detenuti o di sanzioni disciplinari.

A dicembre 2011 il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria italiano e l'Istituto Superiore degli Studi Penitenziari hanno dedicato una pubblicazione al fenomeno del suicidio in carcere, dal titolo "La prevenzione dei suicidi in carcere. Contributi per la conoscenza del fenomeno".

Nel lungo documento, parlando delle direttive dell'Amministrazione penitenziaria in materia di prevenzione dei suicidi, si legge che "ancora oggi non si può parlare di un sistema di prevenzione perfettamente strutturato". Diversi sono i motivi, come "l'annosa questione delle risorse umane e della loro scarsa consistenza o il progressivo ed imponente aumento della consistenza della popolazione detenuta ma, soprattutto, del suo forte turn-over e delle sempre maggiori fragilità strutturali. E', quindi, decisamente interessante che un corso di formazione diretto a funzionari di polizia futuri responsabili di reparti che operano negli istituti penali, approfondisca ed inviti a riflettere sul suicidio in carcere".

Allo stesso tempo, però, "rispetto a qualche anno fa, la situazione è migliorata nel senso che oggi si può contare su una serie di contributi scientifici di varia natura e provenienza sicuramente maggiore ed articolata. Il mondo accademico, alcune Organizzazioni non governative e la stessa Amministrazione hanno prodotto conoscenze utili per affrontare il fenomeno dell'autolesionismo in carcere in generale ed attivare, in particolare, la prevenzione del suicidio".

Oltre alla formazione, però, serve la comunicazione. Secondo la pubblicazione del Dap, infatti, la prima strategia per adottare gli strumenti dell'O.M.S. "è quella di una buona integrazione dei servizi. Amministrazione Penitenziaria, Asl, operatori degli enti locali e del volontariato devono poter svolgere la propria attività in un contesto caratterizzato dagli strumenti tipici del lavoro di rete, con momenti sia formali che informali di controllo e scambio di informazioni e conoscenze. La presenza di servizi in rete consente, di fatto, di moltiplicare le occasioni di ascolto e di intercettazione del disagio, oltre a rendere omogenei e tra loro congruenti gli interventi possibili, potenziandone l'idoneità e l'efficacia".

 

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/16-carcere-a-giustizia/39449-suicidi-la-strage-in-carcere.html

Fonte: Giulia Torbidoni, L'Espresso web |

23/10/2012

Contro la vita sconfitta

Contro la vita sconfitta

 

Dalle carceri italiane escono grida che nessuno sta a sentire. L'ultimo grido è di qualche giorno fa a Belluno ed è l'ennesimo suicido di un detenuto. Aveva solo 27 anni e la sua vita è finita lì, chiusa in un sacco di cerata nero con la cerniera, chiusa e dimenticata come quella di tanti altri detenuti morti suicidi in carcere: 44 dall'inizio del 2012... 100 dal gennaio 2011... 736 morti suicidi dal 2000. Vita-morte condensata e dimenticata con un breve lancio di agenzia, con due righe su qualche giornale locale: "... per togliersi la vita ha usato la cintura dell'accappatoio fissata ad una grata del bagno della sua cella. Si chiamava Mounir Bachtragga, era tunisino".

 

Non so chi era Mounir, ma posso immaginare che era uguale a tutte le altre 66 mila persone che popolano i 206 istituti italiani, giovane come lo sono l'80 per cento dei detenuti, forse in cella per reati connessi alla droga come la metà dei carcerati, sicuramente senza lavoro come la quasi totalità dei 60 mila e passa detenuti, infine straniero come lo sono un terzo di tutta la popolazione carceraria. Uno che non ce l'ha fatta e che come i tanti altri morti suicidi in carcere ci continua a mostrare l'orrore della vita sconfitta, ci fa sentire l'Urlo di Edward Munch, l'urlo di chi è solo nel mondo, di chi non vede più l'altro, l'amico, il fratello, l'uomo.

 

E neppure vede più se stesso. L'urlo che cade nel silenzio, perché nessuno sta a sentire o al massimo fa subito tacere quella massima richiesta di aiuto dando la colpa alla depressione, convincendosi che a monte di quel gesto estremo ci sono problemi psichici, che era debole, che si sarebbe ucciso anche fuori dal carcere di fronte alla prima difficoltà, che ci sono concause. Magari fosse così, ma così non è. Perché davvero quello che ci mostrano Mounir e gli altri 736 detenuti suicidi non è la follia individuale (e comunque non si capisce perché debbano essere rinchiusi in carcere), ma la follia esteriore, la follia del mondo ordinato, la follia del nostro tempo. Ci mostrano la vita sconfitta.

Come me l'ha mostrata un mese fa D.S., detenuto che conosco bene perché scrive per Voci di dentro: dopo due anni di carcere per una serie di truffe, con un fine pena molto lontano negli anni, ha inghiottito 150 pillole tra Tavor e altri farmaci. Una scorpacciata di tranquillanti per farla finita una volta per tutte, per non tirare a campare - mi ha scritto - per smettere di campare in una cella, in un posto di m... , senza futuro. D.S. per fortuna si è salvato, e dopo due giorni di incoscienza, ha riaperto gli occhi. E ha aperto anche i miei se già non lo erano. Lì dentro, chiusi 24 ore su 24, stretti in celle, condannati a star male per riparare a un male che hanno fatto, alla gran parte dei detenuti vengono tolte le speranze di un cambiamento, vengono vietati sogni e desideri di riscatto.

 

Ed è davvero un mare in burrasca quello delle carceri, un mare in tempesta dove la pena, così come ora è, non ha alcun senso rieducativo, è inutilmente coercitiva e mortificante, mette insieme malati e sani, distrugge dignità, e toglie vite umane. E i tanti suicidi o per fortuna tentati suicidi non fanno altro che mostrare la realtà carceraria per quello che è: in troppi casi un posto sbagliato, una costruzione antiquata e barbara.

 

A D.S. giorni fa, ho scritto una lettera, che chiudeva così:

"[...] ma, caro amico, arrendersi non serve, tirare la spugna ancora meno. Siamo in ballo e bisogna ballare perché noi sappiamo bene quello che va fatto affinché la vita, anche quella dentro una cella, non sia un tirare a campare e affinché siano altri e non noi gli uomini della resa, affinché siano quelli che pensano 'fatti la galera' coloro che devono rimangiarsi le loro convinzioni...[...] dammi una mano a vincere, per me, per te, per tutte quelle persone che spesso finiscono in carcere, come ha sostenuto il cardinale Martini, per ignoranza, mancanza di realismo, irresponsabilità, asocialità, istinti negativi, condizioni di abbandono, cattiva educazione. Insomma non sempre per loro colpa".

L'altro giorno quando sono venuto a trovarti ti ho lasciato una frase, "un abbraccio" ho scritto sulla copertina di Voci di dentro. L'ho lasciata a un agente che era di guardia alla tua stanza d'ospedale. Una brava persona. Anche per lui, per gente come lui, non si deve mollare".

Contro la vita sconfitta.

 

* Giornalista, direttore di “Voci di dentro”

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/16-carcere-a-giustizia/37804-contro-la-vita-sconfitta.html

 

Fonte: Francesco Lo Piccolo *, huffingtonpost.it |

12/08/2012

Carceri, il trucco della capienza Intanto si continua a morire in cella

Carceri, il trucco della capienza Intanto si continua a morire in cella

 

L'Associazione Antigone  lancia un allarme: con un tasso di affollamento del 145,8%  i penitenziari italiani esplodono e la verità sugli spazi "regolamentari" a disposizione dei detenuti è stravolta. Sono 89 i mrti dietro le sbarre dall'inizio dell'anno, 31 dei quali si sono tolti la vita. Il primato di Marassi. L'inferno di Regina Coeli

 

ROMA - Nelle 206 carceri italiane non c'è spazio. Sono 21 mila i detenuti in più, rispetto ai posti letti disponibili nei penitenziari del nostro Paese: ovvero, 145 persone per 100 letti. Questi i numeri dell'Associazione Antigone, che dal 1991 si interessa della tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale e penitenziario in Italia e dal 1998, con il pieno consenso del Ministero di Grazie e Giustizia, entra fisicamente nelle carceri italiane, per sondare le situazioni dei singoli penitenziari, per divulgare dati e segnali di pericolo, per lanciare campagne di denuncia e sottoscrizioni e richieste di partecipazione civile e solidale.

Le morti, i suicidi. Attualmente si sta occupando, tra le altre cose, di diffondere i dati della condizione carceraria del nostro Paese nel 2012. E la situazione è allarmante, per i fatti taciuti e omessi e per quelli più noti: il sovraffollamento, le pessime condizioni igienico-sanitarie, le morti  spesso ingiustificate (89 dall'inizio dell'anno, fino al 22 luglio scorso); i suicidi (31) che tra le sbarre si rincorrono sempre più spesso. Nel terzo millennio e nelle così dette società civili, i luoghi di pena sono per loro stessa natura obsoleti e inadatti a salvaguardare la dignità umana. "Per chi commette fatti non gravi - sostiene il Presidente di Antigone, Patrizio Gonnella - l'impiego in lavori socialmente utili è ben più utile che non scontare qualche mese in carcere, efficace solo invece nel creare carriere devianti e suicidi". 

Cifre che nascondono la realtà. Se questo è vero in generale, gli istituti di pena  italiani spiccano per le condizioni di sopravvivenza nelle quali vivono i detenuti. Solo in apparenza, infatti, la capienza dei nostri penitenziari in questi anni è cresciuta. C'è una mistificazione della realtà in queste notizie. Dal 2007 al 2012, riferisce il Ministero della Giustizia, l'Italia ha aumentato la capienza delle sue carceri di 2.557. In effetti si tratta semplicemente del fatto che, negli stessi istituti, i detenuti vengono stipati ovunque, trasformando in celle tutti gli altri ambienti, a scapito dei luoghi comuni, indispensabili per la quotidianità dei reclusi. Nelle carceri c'è sempre meno spazio, dunque, ma sulla carta la loro capienza aumenta. E alcuni casi sono particolarmente emblematici.

Reparti carcerari inagibili da nord a sud. Partiamo da una delle regioni più progredite, la Toscana. La capienza della regione, secondo le fonti ministeriali cresce di oltre 300 posti, ma non ci sono nuovi istituti o nuovi padiglioni, e in realtà la vivibilità odierna è certamente peggiorata rispetto al 2007. Oggi l'istituto di Arezzo è del tutto chiuso, e quello di Livorno lo è in buona parte, mentre a Porto Azzurro sono chiuse ben due sezioni. In realtà c'è dunque meno spazio, ma la capienza regolamentare della regione cresce. Un'incongruenza evidente, che però fa gioco alle casse dello Stato, dal momento che rende qualunque piano carceri del tutto superfluo. L'incongruenza, intanto, si estende ad altri luoghi di pena: a L'Aquila, dove a causa del terremoto il carcere è stato in buona parte sgomberato, ad eccezione del reparto per il 41bis (il regime di carcere duro per i reati di criminalità organizzata, terrorismo, evasione e simili). Anche in questo caso la capienza ufficiale dell'istituto è rimasta immutata. 

Altrettanto succede a Gorizia. Qui le perdite degli scarichi dei bagni interni alle celle rendono inagibile un piano, sopra il quale i detenuti continuano a vivere e a camminare in una struttura impregnata d'acqua. 

Monza. Dove parte del carcere è stata sgomberata perché quando piove si allaga. A Piacenza, mentre è iniziata la costruzione del nuovo padiglione previsto dal piano carceri, il padiglione per i detenuti sottoposti ad art. 21 (coloro che possono lavorare fuori delle mura carcerarie) è inagibile perché piove all'interno del reparto. 

Sassari. Un intero piano della vecchia struttura carceraria ottocentesca è inagibile. 

Roma. Nel carcere di Regina Coeli, due sezioni sono completamente chiuse. La VI sezione, chiusa a febbraio 2012, ospitava 157 detenuti. Anche a Rebibbia un reparto è completamente fuori uso, per poter essere adeguato al regolamento del 2000; si tratta della prima ristrutturazione dell'edificio dalla data della sua consegna: era l'anno 1946. 

Potenza e Matera. Anche nelle Case di Reclusione dei due capoluoghi lucani sezioni risultano chiuse.

Il trucco. Gli esempi sono moltissimi, e si può dire che ormai ci sono celle inagibili praticamente in ogni istituto. La realtà è che nei penitenziari le condizioni materiali si deteriorano, mentre non ci sono più risorse economiche per la manutenzione. Ma la capienza "regolamentare" misteriosamente aumenta. 

Le carceri pugliesi le più disagiate. La Regione con il più alto tasso di sovraffollamento è la Puglia, seguita da Lombardia e Liguria. I penitenziari più vivibili, invece, sono in Trentino Alto Adige. In Campania ci sono più imputati che persone condannate. Mentre la regione con meno imputati è il Molise. Complessivamente 2 persone su 5 sono dentro ancorché presunte innocenti. "Ridurre i detenuti serve anche a ridurre la spesa pubblica. È questo un risultato capace di assicurare anche una maggiore sicurezza collettiva, infatti la permanenza in carceri indegne produce tassi alti di recidiva - dichiara ancora il Presidente di Antigone, Patrizio Gonnella - Per decongestionare il sistema bisogna agire sul fronte delle entrate e delle uscite. La legge Fini-Giovanardi va sostituita con una legge più coraggiosa, meno punitiva e più aperta".

Già 89 i morti in carcere nel 2012. Dall'inizio del'anno al mese di luglio, sono morte in carcere 89 persone, ai quali vanno aggiunti 2 decessi all'interno delle camere di sicurezza della questura di Firenze. Di queste persone, 31 si sono tolte la vita. L'ultimo è avvenuto il 15 luglio nel carcere di Carinola (Ce), Angelo aveva 41 anni. Altre 7 persone sono decedute per malattia. Ventitre detenuti sono morti poi per cause ancora da accertare. I restanti, sono stati uccisi in carcere, fulminati da un'overdose, o nella speranza di ottenere voce con uno sciopero della fame. 

Il primato di Marassi. Il triste primato spetta al Marassi di Genova, con i suoi 5 decessi: uno per suicidio, uno per infarto e gli altri da accertare. Segue Roma, dove a Regina Coeli, dall'inizio dell'anno, sono tre i detenuti deceduti: uno era malato ed è morto nel centro clinico del carcere; un altro è stato colto da infarto durante la notte e, secondo le testimonianze dei compagni di cella, non adeguatamente soccorso dal medico di turno;  per ultimo un trentenne trovato morto in cella, con tutta probabilità a causa di una overdose. A Rebibbia, sempre nella capitale,  un detenuto, minorato psichico, italiano, di 36 anni, è stato trovato morto nella sua cella. Era un giorno d'aprile e si tratta del sesto decesso avvenuto nelle carceri del Lazio dall'inizio dell'anno.

 

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/16-carcere-a-giustizia/35222-carceri-il-trucco-della-capienza-intanto-si-continua-a-morire-in-cella.html

 

Fonte: Marta Rizzo - Repubblica.it |

04/05/2012

Detenuti: un suicidio ogni 5 giorni, un decesso ogni due

Detenuti: un suicidio ogni 5 giorni, un decesso ogni due

 

Da inizio anno 20 detenuti si sono tolti la vita. 57 le morti in cella nel complesso. I dati dell’Osservatorio permanente delle morti in carcere. Dal 2000 a oggi sono 712 i detenuti che si sono tolti la vita. La media è di 58 ogni anno

 

PADOVA – In meno di quattro mesi sono 20 i detenuti che si sono tolti la vita. Da inizio anno il totale delle morti in cella arriva a quota 57. Questo significa che in carcere avviene mediamente un suicidio ogni 5 giorni e un decesso ogni 2. Lo evidenzia l’Osservatorio permanente delle morti in carcere, che tira un primo bilancio di questo inizio 2012.

L’età media dei detenuti suicidi è di 35 anni. Tra questi, 6 erano stranieri e 14 italiani. L’ultimo caso è quello di Davor Brletic, 33enne serbo che la scorsa settimana aveva tentato il suicidio, impiccandosi con  un lenzuolo, nel carcere bresciano di Canton Mombello. Dopo alcuni giorni trascorsi nel reparto di rianimazione dell’ospedale Civile di Brescia, è deceduto ieri. Il detenuto più giovane a togliersi la vita è stato Alessandro Gallelli: aveva 21 anni e si è impiccato, usando una felpa come cappio, nel carcere di San Vittore a Milano. Tra le tante storie di disperazione c’è anche quella di Youssef Ahmed Sauri, definito dall’Osservatorio “vittima della legge svuota-carceri”: aveva 27 anni e si è ucciso strangolandosi con una striscia di coperta in una delle “camere di sicurezza” della Questura di Firenze. Era stato arrestato poche ore prima nel Pronto soccorso di Santa Maria Nuova per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Alina Diachuk, 31 anni, è invece una “vittima della legge Bossi-Fini sull'immigrazione”. Ucraina, ha preferito la morte all’espulsione: il 16 aprile in una stanza nel Commissariato di Villa Opicina, frazione di Trieste, si è strangolata con il cordino della felpa, mentre era in attesa degli adempimenti amministrativi.

Dal 2000 a oggi sono 712 i detenuti che si sono tolti la vita. La media è di 58 ogni anno. In totale il conto dei decessi in questo arco di tempo arriva a quota 1.990 (160 di media l'anno). “Nello stesso periodo nelle carceri della Turchia, dove sono richiusi circa 100mila detenuti, i decessi sono stati poco meno di 1.000” spiega l’Osservatorio citando dati del Consiglio d'Europa. “Un raffronto – aggiunge - che la dice lunga sulle attuali condizioni detentive nelle carceri italiane”. (gig)

 

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24/02/2012

Viaggio nelle carceri-killer d'Italia dove mancano anche i termosifoni

Viaggio nelle carceri-killer d'Italia dove mancano anche i termosifoni

 

Sono già 18 i morti dall'inizio dell'anno nelle prigioni  del nostro paese. 186 nel 2011, 184 nel 2010

 

ROMA - Sono diciotto, adesso, le croci piantate nei penitenziari italiani nei primi quaranta giorni del 2012. Dopo i 186 morti del 2011, e i 184 del 2010. Significa che abbiamo un sistema carcerario che chiude una tomba ogni due giorni: quindici morti al mese. E troppo spesso mantiene al di sotto della soglia di dignità umana le condizioni di vita degli altri. La spiegazione è logora: non ci sono soldi. Ma è vero anche che i pochi che ci sono, chissà dove finiscono.

L’ultimo paradosso è di due giorni fa: il direttore di Regina Coeli, Mauro Mariani, ha dovuto distribuire centocinquanta coperte e centocinquanta cappelli ai detenuti del sesto braccio, che con il termometro a meno dieci e senza riscaldamento rischiavano di restare congelati. Contemporaneamente nei garage del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria sono custodite fiammanti Maserati da oltre centomila euro. Che però nessuno vede in giro. Perché quando ha saputo che c’erano quelle fuoriserie, con i termosifoni rotti a Regina Coeli, l’ex Guardasigilli Nitto Palma ne ha sconsigliato l’utilizzo ai vertici del Dap, per evitare l’ennesima polemica sugli sprechi di Stato.

E’ la stravagante situazione alla quale si appresta a mettere mano il nuovo ministro della Giustizia, Paola Severino. Che se l’è imposto come primo obiettivo: restituire ad ogni detenuto la dignità che la Costituzione gli garantisce. Perché quello delle coperte e della Maserati non è un caso isolato: a Reggio Calabria, due detenuti nell’ospedale psichiatrico giudiziario li hanno salvati per un pelo dalla morte per congelamento. E’ successo tre giorni fa; uno di loro sta meglio, l’altro è in rianimazione. E a proposito di dignità minima, è dovuta intervenire persino la Cassazione per affermare che un detenuto cieco con pochi mesi ancora da scontare può ottenere il differimento della pena, per non vivere «al di sotto di una soglia di dignità che deve essere rispettata pure in carcere».

L’approccio del neo Guardasigilli, già una settimana dopo il suo insediamento, era stato pragmatico e incisivo: cinquantasette milioni di euro per rendere vivibili le carceri ed estensione da dodici a diciotto mesi di pena finale da poter scontare ai domiciliari per le condanne non gravi. In questo modo avrebbe garantito un abbattimento secco della popolazione carceraria di tremilatrecento detenuti. Che tradotto in euro avrebbe significato un risparmio di 375mila euro per ogni giorno di detenzione evitata. Ma soprattutto il piano prevedeva una piccola rivoluzione sui criteri per l’arresto, che avrebbe cancellato il singolare primato delle carceri italiane che ospitano 743 detenuti stranieri ogni centomila italiani: più o meno il 36 per cento della popolazione carceraria, che occupa un posto per reati come lo spaccio o l’immigrazione clandestina. Con una serie di norme si limitava l’accesso in carcere, si velocizzava il processi e di rendeva immediata l’espulsione dello straniero. Un piano tecnico, dunque. Che lasciava al potere legislativo, al Parlamento, la scelta sulla scorciatoia più semplice, l’amnistia. Eppure i partiti e le contrapposizioni ideologiche lo hanno bloccato: con cinquecento emendamenti presentati durante il dibattito alla Camera, i parlamentari della Lega hanno annunciato la loro opposizione durissima. Sostenendo che il denaro, piuttosto, andrebbe speso a beneficio della sicurezza, cioè per arrestare altri spacciatori, clandestini e scippatori. Da spedire nelle stesse carceri in cui si muore ogni due giorni.

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=181011&sez=HOME_INITALIA di Massimo Martinelli

 

10/01/2012

CARCERI Nel 2011 morti 186 detenuti 66 i suicidi dietro le sbarre

CARCERI Nel 2011 morti 186 detenuti 66 i suicidi dietro le sbarre

 

Le associazioni Ristretti orizzonti, Antigone, e A buon diritto  chiedono di "fermare la strage", perché "c'è una correlazione tra le morti e il sovraffolammento nei penitenziari". A togliersi la vita sono stati 45 italiani e 21 stranieri. La loro età media non arrivava neanche a 40 anni

 

ROMA - Nell'anno appena concluso nelle carceri italiane sono morti 186 detenuti. La loro età media non arrivava neanche a 40 anni. Sessantasei si sono tolti la vita (età media 37,8 anni), 23 sono morti per cause sulle quali sono ancora in corso indagini, 96 per cause naturali, uno è stato ucciso.

La lente delle associazioni Ristretti orizzonti, Antigone, e A buon diritto ha messo in evidenza anche altri aspetti: dei 66 detenuti che si sono tolti la vita, 45 erano italiani e 21 stranieri; 64 erano uomini e due donne. Si sono impiccati 44 reclusi; 12 hanno invece inalato gas da bombolette di butano; sei si sono avvelenati con farmaci, droghe o detersivi; quattro hanno scelto di mettere fine alla loro vita soffocandosi con un sacco infilato in testa. Ventotto erano stati condannati con sentenza definitiva, 27 erano in attesa di primo giudizio, tre i condannati in primo grado, otto in misura di sicurezza detentiva.

Le associazioni chiedono di "fermare la strage nelle carceri italiane", perché "c'è una correlazione tra le morti e il sovraffolammento nei penitenziari": in tutti gli istituti nei quali si è registrato più di un suicidio il sovraffollamento era superiore alla media nazionale, hanno spiegato Ornella Favero (Ristretti Orizzonti), Patrizio Gonnella (Antigone) e Luigi Manconi (A buon diritto). Caso limite, quello di Castrovillari (Cosenza) con due suicidi sui 285 detenuti presenti e una media di sovraffollamento del 217%. A livello nazionale il tasso medio è del 150% (68 mila detenuti per 45 mila posti).

Gli ultimi due decessi sono avvenuti nella notte di San Silvestro: alle Vallette di Torino un romeno si è impiccato con un lenzuolo poche ore prima delle mezzanotte, un altro detenuto
è morto nel penitenziario di Trani 1.


LEGGI La madre: "Lo legavano al letto" 2

E il 2012 ha già segnato nuovi casi: in un ospedale psichiatrico giudiziario, a Barcellona Pozzo di Gotto, un internato è morto a 56 anni (il suo è stato il terzo decesso negli ultimi mesi 3 nella struttura carceraria) e un recluso in attesa di giudizio si è ucciso nell'ospedale Villa Scassi di Genova dove era ricoverato.

Questi gli istituti penitenziari dove sono avvenuti suicidi nel 2011, il numero dei detenuti e il tasso di sovraffollamento.
Torino: quattro suicidi, (1.650 presenti, 146% affollamento).
Padova C.R.: tre suicidi, (840 presenti, 184% affollamento).
Genova Marassi: tre suicidi, (760 presenti, 170% affollamento).
Bologna: due suicidi, (1.150 presenti, 220% affollamento).
Cagliari: due suicidi, (540 presenti, 157% affollamento).
Castrovillari: due suicidi, (285 presenti, 217% affollamento).
Livorno: due suicidi, (500 presenti, 175% affollamento).
Opg Aversa (Ce): due suicidi, (350 presenti, 135% affollamento).
Opg Barcellona P.G.: due suicidi, (350 presenti, 80% affollamento).
Perugia: due suicidi, (370 presenti 165% affollamento).
Poggioreale (Na): due suicidi, (2.600 presenti, 160% affollamento).
In altri 40 istituti: un suicidio ciascuno.

 

Fonte repubblica

20/11/2011

GIUSTIZIA Carceri, direttori in rivolta

GIUSTIZIA Carceri, direttori in rivolta

 

Appello dei dirigenti penitenziari del Si.Di.Pe. Il sindacato: «Pronti alla mobilitazione» 


«Siamo servitori dello Stato, non complici dell'illegalità istituzionalizzata che si concretizza ogni giorno nelle carceri italiane». Stavolta a sollevare l'allarme su un sistema di giustizia penale adatto piuttosto a un Paese in via di sviluppo, e sulle «carceri che assomigliano sempre di più a favelas ingabbiate», sono addirittura gli stessi direttori e dirigenti dei nostri istituti penitenziari. Per la prima volta nella storia del sistema carcerario italiano l'appello a mobilitarsi «prima che sia troppo tardi» per una emergenza assoluta parte proprio da un loro sindacato, quello autonomo del Si.Di.Pe che raccoglie la maggior parte dei dirigenti penitenziari, circa 130 su 400.


E devono davvero aver perso la pazienza e la speranza proprio tutti, nelle carceri italiane, se a capitanare la «ribellione» dei direttori c'è una personalità come Enrico Sbriglia, il segretario nazionale del Si.Di.Pe., che oggi amministra il carcere di Trieste ma che per due mandati ha ricoperto il ruolo di assessore comunale alla sicurezza di An. Pentito? «No». Consapevole del dramma, semmai. Tanto consapevole che se si chiede a Sbriglia, attualmente coordinatore di Futuro e Libertà della provincia di Trieste, quali siano le leggi da cambiare immediatamente in quanto produttrici di insensate fattispecie di reato, lui risponde senza indugio - ed è la notizia nella notizia -: «Le norme sulla clandestinità (della legge Bossi-Fini, ndr), le tabelle sulle droghe (della Fini-Giovanardi, ndr) e la ex Cirielli sulle recidive, innanzitutto». «Siamo in un Paese dove ormai a ogni problema si dà solo una risposta penale e l'attuale governo attribuisce al carcere solo un ruolo securitario - commenta Sbriglia -.

 

È una grande bugia: so, come direttore, che stiamo allevano nelle nostre prigioni i mostri di domani, persone che non usciranno rieducate ma più desiderose di vendetta e più preparate "professionalmente" al crimine». «Non si può punire una persona - aggiunge parlando del reato di clandestinità - per il semplice fatto di aver avuto la fortuna di sopravvivere a viaggi spaventosi in cerca di una chance». E sulle droghe ammette: «Si è sempre affrontato il problema con piglio ideologico, da una parte e dall'altra». A criticare Fini non ci pensa nemmeno. Anzi, di politica, il coordinatore triestino di Fli, non vuole parlare ma è disposto a giurare che anche l'autore di quelle insane leggi, responsabili del sovraffollamento carcerario, oggi potrebbe tranquillamente ammettere la necessità di «rivederle, sulla scorta dell' esperienza».


Il Si.Di.Pe. però, ci tiene a spiegare Sbriglia, è un sindacato «trasversale alle appartenenze politiche», oltre ad essere «composto per la maggior parte da donne perché sono donne la maggioranza dei dirigenti penitenziari italiani». «È un lavoro, il nostro, - spiega ancora - che richiede doti di attenzione, ascolto, sensibilità, analisi e freddezza». Sono state soprattutto le donne, racconta il direttore sindacalista, «chiamate a dirigere anche tre o quattro istituti penitenziari contemporaneamente», a non sopportare più la frustrazione di un lavoro inefficace. «Come si può immaginare un'azione di recupero che induca i detenuti a credere che le leggi sono fatte in favore e non contro le persone, se poi non si riconosce loro nemmeno il diritto a una branda o alla salute?». Lo spazio, però, non è tutto. Sbriglia, infatti, non crede affatto che il piano di edilizia carceraria sia la soluzione: «Se riuscissi a impegnare i detenuti in mille attività, l'ultimo loro pensiero sarebbe quello dello spazio in cui dormire».


Ed è forse proprio per la composizione di genere, che l'appello diffuso ai media dal sindacato dei dirigenti penitenziari non usa mezzi termini: esprime «indignazione e rabbia» anche per come le parole di Giorgio Napolitano, quando aveva esortato la politica a dare risposte a una «questione di prepotente urgenza sul piano costituzionale e civile», siano poi risultate «ininfluenti». Al capo dello Stato va un grazie particolare, come a Marco Pannella, ai Radicali e alle associazioni che «continuano incessantemente a ricordare la gravità della situaione». Si lamentano però, i dirigenti, di non essere in «condizione di svolgere il nostro lavoro con dignità, nell'effettivo rispetto delle leggi solennemente enunciate e quotidianamente violentate». «Noi direttori penitenziari d'istituto e degli uffici dell'esecuzione penale esterna - si legge ancora nell'appello -, privati di regole contrattuali in materia di rapporto di lavoro da sei anni, di un rapporto di lavoro speciale, solo nei doveri definito di "diritto pubblico" (alla stregua di quello dei magistrati, del personale diplomatico, dei prefetti, dei dirigenti delle forze di polizia, dei docenti universitari...), siamo stati, in verità, ricacciati negli angoli più bui di uno Stato che non sembra in grado di mantenere fede agli impegni ed alle promesse solenni celebrate nelle sue leggi».

 

Si dicono «davvero preoccupati» che «il tempo delle barbarie verso il quale corriamo seppellisca le spinte legalitarie e riformiste che speravamo dovessero divenire gli strumenti principali per avviare, in modo progressivo e veloce, un concreto miglioramento del sistema carcerario, nonché favorire la formazione di una coscienza più forte e comune in materia di diritti umani e sistema penale». Per questo avvertono: «Siamo ancora una volta pronti alla mobilitazione per denunciare tutto ciò». Fonte: Eleonora Martini - il manifesto |

28/07/2011

DIETRO LE SBARRE Si toglie la vita nel manicomio criminale..Dall'inizio dell'anno 110 morti, 37 suicidi.

DIETRO LE SBARRE Si toglie la vita nel manicomio criminale..Dall'inizio dell'anno 110 morti, 37 suicidi.

 

Il detenuto aveva 73 anni. La lunga lista di decessi nelle carceri italiane e negli Opg (ospedali psichiatrici giudiziari). A morire non sono solo i reclusi, ma anche gli agenti di polizia penitenziaria: da gennaio si sono tolti la vita 4

 

BARCELLONA POZZO DI GOTTO - Un internato di 73 anni si è impiccato nell'Ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto (in provincia di Messina). Nei primi 20 giorni di luglio sono già morti 11 detenuti e 1 agente della polizia penitenziaria. 

I dati dei suicidi. L'osservatorio di Ristretti Orizzonti, nei primi 20 giorni di luglio i suicidi sono stati 5: Giuseppe P., di 35 anni, Assistente Capo di Polizia Penitenziaria nel carcere di Parma; Cosimo Intrepido, 31enne detenuto a Teramo; Antonio Padula, di 46 anni, detenuto a Lecce; Luigi del Bello, 81 anni, in detenzione domiciliare a Lanciano (Ch) e G. T., 73enne di origini calabresi, internato nell'Opg di Barcellona Pozzo di Gotto.

Deceduti per morte naturale. Sono invece deceduti a causa di gravi patologie: Ennio Manco, 52 anni, paraplegico e cardiopatico, nel carcere "Pagliarelli" di Palermo; Giorgio Manni, 51 anni, in detenzione domiciliare a Roma; Vincenzo Troia, 73enne ristretto in regime di "41-bis" nel carcere di Opera (Mi).

Dall'inizio dell'anno, 110 morti, 37 suicidi. Le morti per "cause da accertare" sono state 4: V. G., 36 anni, internato nell'Opg di Aversa (Ce); Giuseppe La Piana, 36 anni, detenuto nel carcere "Pagliarelli" di Palermo; una detenuta italiana di 32 anni, deceduta nel carcere di Trani (Ba) e Mario Fiore, 29enne ristretto nella Sezione Internati del carcere di Sulmona (Aq). Da inizio anno salgono a 110 i detenuti morti per cause  diverse, dei quali 37 sicuramente suicidi. I poliziotti penitenziari suicidi nel 2001 sono stati 4. Dal 2000 ad oggi si sono tolti la vita 663 detenuti e 88 agenti di polizia penitenziaria, mentre in totale i "morti di carcere" sono stati 1.856. In oltre 150 casi devono ancora essere accertate le cause del decesso.

 

Fonte repubblica

16/07/2011

Sessantanovemila dannati nelle celle Il Dap: «Situazione non più sostenibile»

Sessantanovemila dannati nelle celle Il Dap: «Situazione non più sostenibile»

 

Sovraffollamento da record, in aumento i suicidi tra i reclusi e gli stessi agenti penitenziari
La protesta dei funzionari senza contratto: «Con voi anche lo Stato è diventato precario»
«Le carceri italiane hanno superato i limiti della sostenibilità». Lo ammette lo stesso capo del Dap, Franco Ionta, mentre oggi scendono in piazza i funzionari degli istituti di pena, ancora senza contratto


Troppo impegnato a ricostruire quel che resta del Pdl, al cooptato Alfano, ormai Guardasigilli a part time, è completamente sfuggita di mano la situazione nelle carceri italiane. «Ormai abbiamo raggiunto il limite della capienza tollerabile», lancia l’allarme Franco Ionta, capo dell’amministrazione penitenziaria: che vuol dire 69 mila detenuti distribuiti in 206 strutture. Carnai, più che istituti di rieducazione e pena: sei, anche sette, reclusi per cella delimitano uno scenario da Terzo Mondo, in cui vengono calpestati i più elementari diritti della persona. Il sistema carcerario italiano è irrimediabilmente finito in un vicolo cieco: «Con l’amnistia o con l’indulto molta gente potrebbe abbandonare le celle, però se non ci sono strumenti di accompagnamento e recupero effettivo queste persone in carcere ci tornano di nuovo», è l’analisi di Ionta.


Non tutti ce la fanno a reggere una situazione abbondantemente oltre i limiti della sostenibilità: 30 i suicidi di detenuti nei primi sei mesi del 2011, secondo i dati dei sindacati del personale del Dap, cui si aggiungono quelli di numerosi agenti (l’ultimo, un 35enne di Cirò Marina, si è tolto la vita il 2 luglio scorso), travolti dallo stress psico fisico. «Il carcere è diventata una realtà molto complessa e faticosa», ammette Ionta in un’intervista alla Radio Vaticana, annunciando che verranno costruiti «venti nuovi padiglioni e undici istituti. Inoltre aggiunge abbiamo avviato politiche di assunzione per circa 3.400 unità di polizia penitenziaria».

 

I soldi ci sarebbero, secondo Ionta, il quale però confessa che quello della copertura finanziaria «continua ad essere un tasto dolente, anche se finora per la costruzione dei nuovi istituti penitenziari sono stati stanziati 500 milioni di euro, ai quali vanno aggiunti altri 100 milioni provenienti dalla Cassa delle Ammende e altri fondi recuperabili dai capitoli di bilancio ordinario». Tuttavia la realtà sarebbe parecchio diversa: l’Associazione Antigone, per esempio, denuncia tagli feroci alla legge Smuraglia, che stanzia i contributi statali alle cooperative e alle imprese che hanno assunto reclusi dentro e fuori dal carcere. «Col risultato viene sottolineato che migliaia di detenuti in misura alternativa torneranno dietro le sbarre».


Al responsabile dell’Amministrazione penitenziaria Giulio Tremonti avrebbe garantito anche la necessaria copertura finanziaria per l’assunzione dei nuovi agenti. Il responsabile dell’Economia, però, si è guardato bene finora dal mettere a disposizione i soldi che servono per il rinnovo del contratto nazionale dei funzionari carcerari, che proprio stamattina sfileranno in corteo per le strade della Capitale. Sotto le finestre del ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta srotoleranno uno striscione ironico e amaro al tempo stesso: «Con voi lo Stato è precario». Nel corso della manifestazione saranno distribuite copie della legge penitenziaria listate a lutto. «Siamo senza contratto e senza regole», afferma il segretario nazionale del Sidipe, Enrico Sbriglia. «La disattenzione verso i diritti degli operatori carcerari e dei detenuti è la prova di uno Stato che progressivamente sta diventando illiberale».

Fonte: Massimiliano Amato - l'Unità |

10/07/2011

Il suicidio diventa una scelta è l'inferno delle carceri italiane

Il suicidio diventa una scelta è l'inferno delle carceri italiane

 

La relazione dell'Associazione Antigone disegna una situazione di sovraffollamento intollerabile (e crescente) negli istituti penitenziari italiani. Oltre 67 mila persone campano assiepate in luoghi dove, in totale, se ne potrebbero ospitare al massimo poco più di 45 mila. Una condizioni insostenibile che coinvolge anche la polizia penitenziaria. La lettera di Napolitano a Pannella, in scioipero della fame e della sete

 

ROMA - A San Vittore vivono in sei in una cella da 7 metri quadrati. A Napoli sono in dieci e per più di 20 ore consecutive siedono sullo stesso letto a castello. A Padova, invece, nelle celle singole ci sono 3 persone, in quelle da 4 vivono in 6 mentre in quelle da 6 si vive in 9. Tra il 2007 e il 2011, proprio nel triennio successivo al famigerato indulto che - a quanto pare  non ha aiutato - i detenuti d'Italia si sono triplicati: 67.174 persone a fronte di una capienza di 45.551. Quanto alla polizia penitenziaria, invece è diminuita. Gli agenti attualmente in servizio nelle carceri di casa nostra sono 34.165. Ma la legge prevede che siano come minimo 42.268 unità.

Il primato a Busto Arsizio. Quest'anno, il rapporto
Antigone 1 sulla situazione carceraria in Italia arriva con il caldo. Quasi a voler spiegare a chi non lo sa o pensa di saperlo, come passeranno le vacanze i detenuti della Penisola. In testa alla lista degli istituti penitenziari straripanti, c'è il carcere di Busto Arsizio, in provincia di Varese, con 265 detenuti per ogni 100 posti. Seguono nell'ordine: Vicenza con 256 detenuti, Brescia (252), Ancona e Catania (236), e 'San Vittorè a Milano con 233 detenuti. Non che nelle altre prigioni vada meglio. A Savona, Piacenza, Venezia, Reggio Calabria, Castrovillari ( Cosenza), Pozzuoli (Napoli), Treviso, Bari, Bologna, Reggio Emilia, Lecce, Palmi (Reggio Calabria), Monza, Pesaro e Pavia si registrano più del doppio dei carcerati regolarmente detenibili.

In Italia va così. Va peggio che in qualsiasi altro Paese d'Europa. La media dei 27 è infatti di 97 detenuti ogni 100 posti letto, con qualche spazio libero. Nel Belpaese invece ce ne sono 148. Praticamente 3 metri quadrati per uno. Numeri, questi, che sembrano finti. Ma non lo sono. Dal report si scopre per esempio che di quei 67.174 carcerati, 14.251 sono in attesa di primo giudizio, 28.178 imputati e solo poco più della metà (37.257) condannati con sentenza definitiva. Il dato parla chiaro: la legge 'svuotacercerì non è servita a niente. I detenuti usciti grazie a quel provvedimento sono solo 2.402.

La cella, dimora dello straniero. Dei condannati in via definitiva, invece, quasi il 9% è ancora dietro le sbarre per scontare una pena inferiore a un anno e il 32% per una condanna fino a tre anni. Il 30% poi ha un residuo di pena inferiore a un anno e il 64% fino a tre anni. Nello specifico, dal rapporto si scopre che in carcere ci sono 2.878 donne, di cui il 22% provenienti dalla Romania e il 16% dalla Nigeria mentre gli stranieri uomini sono, in proporzione, anche molti di più degli uomini italiani: 24.404 di cui il 21% marocchini, il 14% romeni e il 12% tunisini appunto.

Gli scioperi della fame e della sete. Tanto per dare un idea, Antigone confronta poi - ancora una volta - i dati di casa nostra con quelli europei. In Italia la custodia cautelare riguarda il 42% dei detenuti rispetto ad un 25% di quelli europei. Così come l'ergastolo a cui sono condannati il 4,6% dei carcerati nostrani e solo l'1,4 per cento dei prigionieri comunitari. Cifre da far venire il mal di testa. Cifre che spiegano gli scioperi della fame e della sete che a staffetta hanno coinvolto migliaia di detenuti, parenti di detenuti, avvocati delle Camere penali e deputati. Come Marco Pannella, a digiuno "per l'amnistia" .

E' tortura per la Corte Europea. Ma il "sovraffollamento e l'illegalità" presentati dal Rapporto Antigone non sono solo il frutto di calcoli e statistiche. Il giudizio nasce invece dall'osservazione che nulla ha a che vedere con la politica ma che tutto deve invece alla documentazione e alle "visite" descritte nel Report e condotte, uno ad uno, nei vari istituti penitenziari.  "Si tratta  -  si legge nell'Indagine  -  di condizioni che la Corte Europea dei Diritti Umani ha già definito 'tortura', poiché gli standard europei prevedono per ogni detenuto almeno 7 metri quadri in cella singola e 4 in cella multipla".  

Le promesse di Ionta. A quanto pare infatti non è servito a nulla nemmeno nemmeno il piano carceri approvato l'anno scorso di questo periodo. Il Commissario straordinario Franco Ionta aveva promesso la realizzazione di 9.150 posti e una spesa di 661 milioni di euro entro fine 2012. "Ma - spiega Antigone - la legge finanziaria 2010 prevede stanziamenti per il piano carceri di 500 milioni, mentre la parte restante verrà "scippata" alla Cassa delle Ammende, cioè il fondo destinato al reinserimento dei detenuti". Da qui la domanda: "Come si farà a tenere aperte le carceri se già oggi manca tutto, e ci sono istituti in tutto o in parte chiusi per mancanza di personale?". A fine 2012, potrebbe succedere il patatrac. Se dovesse rimanere tutto fermo allo stato attuale, mancheranno altri 14mila posti. E guai poi, a sorprendersi di fronte a queste cifre: 8,2 suicidi ogni diecimila detenuti.

Il personale che manca. Troppi criminali, troppi carcerati, poche misure alternative e pochi quattrini per manutenzione, sicurezza e personale. Al 31 dicembre 2010 lavoravano negli istituti di pena 14.174 persone, il 20,8% della popolazione detenuta. Di questi, 12.110 erano alle dipendenze della amministrazione penitenziaria e 2.064 datori di lavoro esterni. Al di là delle sbarre si contano invece 178 magistrati di sorveglianza. Ma - da legge - dovrebbero essere minimo 204. Poi ci sono gli educatori. La pianta organica ministeriale ne prevede 1.331 e 1.507 assistenti sociali. Nel 2010 ne risultavano in servizio rispettivamente 1.031 e 1.105. Ancora troppo pochi.  

La lettera di Napolitano a Pannella. "Caro Marco - ha scritto il Presidente della Repubblica, giorgio napolitano a Marco Pannella in sciopero della fame e della sete da circa due mesi -  desidero rispondere alle molte questioni e sollecitazioni che hai sottoposto alla mia attenzione nel nostro recente incontro al Quirinale e nelle lettere e documentazioni che mi hai inviato nei giorni scorsi. Credo che l'italia ti debba il giusto riconoscimento - ha detto il Capo dello Stato -  per la determinazione con la quale hai intrapreso tante battaglie per sollecitare una piena affermazione e tutela delle libertà civili e dei diritti dei cittadini". Il Presidente della Repubblica, nel salutare "con affetto" Pannella, lo prega, "in nome non solo dell'antica amicizia ma dell'interesse generale, di desistere da forme estreme di protesta di cui colgo il senso di urgenza, ma che possono oggi mettere gravemente a repentaglio la tua salute e integrità fisica".

 

la repubblica di GIULIA CERINO

 

29/06/2011

Di carcere si continua a morire

 Di carcere si continua a morire

Nuovamente in salita la temperatura del Pianeta Carcere 

 

L'Osservatorio Permanente sulle morti in carcere nel 2010 ha censito 66 casi di suicidio tra i detenuti e 7 tra i poliziotti penitenziari. I detenuti morti per motivi diversi (malattia, overdose, cause “non accertate”) sono stati 117. I tentati suicidi tra i detenuti sono stati 1.134. Dall'inizio di quest'anno si sono tolti la vita 27 detenuti e 3 poliziotti, mentre altri 54 detenuti sono morti per “cause naturali”.

 

Lo stato di emergenza carceri è stato sancito per decreto del presidente del Consiglio il 29 marzo 2010. Ma da un anno circa non se ne sa più niente.

Dal punto di vista normativo si è utilizzata la Legge 225/92, che consente di dichiarare lo stato di emergenza nazionale in presenza di situazioni che non siano riferite esclusivamente a episodi di calamità naturale, ma anche a condizioni di allarme nazionale. Il limite temporale dell’emergenza è stato fissato al 31 dicembre 2010, contestualmente confermando la nomina a commissario straordinario di Franco Ionta, il responsabile del DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria). Ionta aveva già consegnato al guardasigilli Alfano un piano per ampliare le carceri esistenti a inizio 2009, perfezionandolo nel mese di maggio dello stesso anno con la surreale proposta delle prigioni galleggianti e la cooptazione di soggetti privati.

 

Nel 2010 ha disposto la realizzazione di nove carceri di dimensioni ridotte nelle città maggiori (destinate ad arresti in flagranza e detenzioni brevi) per circa 220 milioni e 450 detenuti, altre otto case di reclusione in centri medi come Pordenone e Latina per 400 milioni e circa 7 mila detenuti, 600 milioni e 4 mila posti in strutture di sicurezza dislocate in grandi città e infine ampliamenti nelle carceri esistenti per altri 9-10 mila detenuti (leggi: riduzione degli spazi già esigui di socialità). Sono stati formalizzati accordi di intesa con le regioni Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Marche, Sicilia. Quindi circa 20 mila nuovi posti al costo approssimato di 1, 5 miliardi di euro, Tremonti permettendo. Il piano comprende ancora l’arruolamento di 2 mila nuovi agenti di polizia penitenziaria, ma a fronte di circa 1.400 soggetti che ogni anno vanno in quiescenza.

 

I poteri di Ionta sono stati calibrati su quelli di Bertolaso in coerenza con le linee guida di Berlusconi, che per le carceri aveva suggerito un “modello Abruzzo”. Ionta ha avuto la facoltà di nominare due “soggetti attuatori” e sottoscrivere venti contratti a termine per le attività di realizzazione del piano. Lo stesso comporta l'approvazione di un Comitato di indirizzo e controllo formato dai ministri di Giustizia, Infrastrutture e lo stesso Bertolaso. Il quale, nel frattempo, è stato però pensionato per raggiunti limiti di decenza. Ottenuta l’indubitabile approvazione si suppone che Ionta avrà avuto carta bianca: affido della progettazione, approvazione dei progetti, conferenze di servizi, pareri delle soprintendenze subordinati al sì del ministro competente entro sette giorni dalla richiesta. In sostanza mano libera nelle trattative con la pubblica amministrazione e i privati su una base di appoggio di 700 milioni, ma in un orizzonte di gestione di diversi miliardi di euro. Il tutto coperto dalla segretezza che l’emergenza e il tema prescrivono. E infatti non è dato conoscere lo stato di avanzamento del piano.

 

Ionta viene nominato Commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria il 23 gennaio 2009: a questa data i detenuti presenti erano 58.000, vale a dire 17.000 in più della capienza regolamentare. Alla data del 30 marzo 2010 i detenuti erano 67.300, vale a dire 26.300 in più della capienza regolamentare, con un trend di crescita di circa 8.000 unità all’anno. Se oggi sono circa 68.000 è solo in ragione delle diverse migliaia di soggetti sottratti al carcere in ragione degli effetti del cosiddetto “decreto svuota carceri” reso esecutivo alla fine dello scorso anno e della decadenza del reato di clandestinità. Considerato che il piano dovrebbe avere concretezza di utilizzo entro la fine del 2012 con la realizzazione di 20 mila nuovi posti l’aritmetica ci dice che sfioreremo la cifra di 80.000 detenuti per una capienza regolamentare di 61.000, con un conseguente esubero di circa 19.000 unità. Sempre, naturalmente, nell’improbabile determinazione di un completo realizzo dei progetti nei tempi previsti e con la modica spesa di 1,5 miliardi di euro.

 

Ma la realtà è che oggi in carcere si continua a morire, sempre di più. E come sempre la temperatura estiva riaccende le proteste che si stanno espandendo a macchia d’olio in tutto il circuito penitenziario attraverso scioperi della fame, della spesa, battiture. La giornata del 26 giugno prossimo, da molte associazioni indicata come giornata contro la tortura, può essere un'occasione per rilanciare un ragionamento in opposizione alla inefficacia di scelte che vedono nella costruzione di nuovi istituti l'unico strumento deflattivo a fronte di un quadro drammaticamente insostenibile. Le somme messe a bilancio potrebbero essere viceversa destinate a politiche di inclusione e depenalizzazione, cominciando dalle sanzioni penali legate ai flussi migratori e alla circolazione delle sostanze stupefacenti che riguardano il 70 per cento della popolazione detenuta; ad alternative al reingresso in carcere, soprattutto in conseguenza delle norme che governano la recidiva; all’incentivazione del ricorso alle misure alternative; all’ampliamento della cosiddetta area penale esterna. Alla diffusione e al sostegno della figura territoriale del Garante dei detenuti; a condizioni di maggiore vivibilità degli spazi reclusi; alle tutele delle dignità e della salute. Ridurre i reati, ridurre la recidiva, ridurre la necessità del carcere, ridare alla privazione della libertà i connotati della soluzione estrema, ridimensionare la forza simbolica di espressione di comando che la sanzione penale contiene in sé: ancora una volta è questo il centro delle riflessioni.

 

 

Fonte: Marco Rigamo - global project | 21 Giugno 2011

25/04/2011

DIETRO LE SBARRE Cronaca di una settimana di morti nelle carceri

DIETRO LE SBARRE Cronaca di una settimana di morti nelle carceri

 

Tre sono morti, altrettanti tentano il suicidio

 

Le informazioni arrivano dall'Osservatorio permanente sulle morti in carcere, gestito da Radicali Italiani, Associazione "Il Detenuto Ignoto", Associazione "Antigone", Associazione A "Buon Diritto", Redazione "Radiocarcere", Redazione "Ristretti Orizzonti".

 

ROMA - Dalle carceri italiane, arriva l'ennesima cronaca di un'altra settimana di disperazione, tensioni e violenze, suicidi, decessi per droga e per malattia. Una cronaca che proviene dall'Osservatorio permanente sulle morti in carcere pubblicato sul sito di Ristretti Orizzonti 1, a cura di diverse organizzazioni politiche e di volontariato nelle carceri, come Radicali Italiani, IL Detenuto Ignoto, Antigone, A Buon Diritto, Radiocarcere. Tre detenuti sono morti, uno per suicidio, uno per (probabile) overdose, il terzo per malattia. Altri tre hanno tentato di togliersi la vita, il primo tagliandosi la gola, altri due impiccandosi.


Il tragico bilancio di un mese.
Sono morti 11 detenuti.
- 5 suicidi.
- 2 per malattia.
- 4 per "cause da accertare".

Da inizio anno.
Salgono a 50 i decessi nelle carceri italiane:
- 19 per suicidio.
- 21 per "cause naturali".
- 10 per "cause da accertare".
La loro età media era di 35 anni, 15 erano stranieri e 35 italiani; 2 le donne: Loredana Berlingeri, di 44 anni, morta per "cause naturali" il 18 marzo nel carcere di Reggio Calabria ed Adriana Ambrosini, 24 anni, che si è impiccata lo scorso 3 aprile nell'Opg di Castiglione delle Stiviere (Mn).

Gli ultimi episodi nel dettaglio. Un detenuto nigeriano di 34 anni, W. D. si è impiccato con una maglietta alle sbarre della sua cella nel carcere  di Sollicciano. Per riuscirci è rientrato dall'ora d'aria nel cortile dei passeggi in anticipo rispetto ai compagni. Pochi minuti gli sono stati sufficienti: quando lo trovano era già morto.
Era in custodia cautelare con l'accusa di detenzione di droga e di rissa. Era stato arrestato il 5 ottobre scorso assieme alla sua fidanzata e a 3 connazionali.

A Bologna. Un altro detenuto, Marzio Berti, 40 anni, detenuto nel carcere Dozza a Bologna, verso mezzogiorno di ieri si è sentito male, ha chiesto di vedere il medico, che lo ha visitato ma poi rimandato in cella, perché il malore sembrava passato. Dopo pochi minuti invece ha avuto una nuova crisi ed è crollato sul pavimento, stroncato da un arresto cardiocircolatorio. Inutile l'arrivo dell'ambulanza, l'uomo è morto sul colpo per una "sospetta overdose", come ha scritto il medico del 118 nel referto. Di eroina, probabilmente tagliata male, entrata non si sa come nel carcere della Dozza. Berti, tossicodipendente da almeno 20 anni, stava scontando una condanna definitiva per furto ed aveva alle spalle una lunga serie di reati, tra cui anche un omicidio. Era stato arrestato per la prima volta nel 1994 a Riccione, poco più che ventenne. Da allora, era entrato e uscito dal carcere diverse volte. Nel novembre 2006, anche suo fratello morì per un'overdose nello stesso istituto di pena.

A Palermo. Fabio Tranchina, 40 anni, fermato martedì scorso fa dalla Dia di Palermo perché accusato di concorso nella strage di via D'Amelio, ha tentato per due volte il suicidio in una cella del carcere "Pagliarelli" di Palermo, dove è detenuto in regime di isolamento.

A Voghera. Un detenuto italiano di 30 anni ha tentato di impiccarsi, approfittando dell'uscita del compagno di cella per "l'ora d'aria". E' stato soccorso dagli agenti della polizia penitenziaria, che gli salvano la vita. L'episodio è avvenuto in un periodo di particolare tensione nella Casa circondariale di via Prati Nuovi. Da circa una settimana, infatti, una quarantina di reclusi in una sezione di alta sicurezza del carcere vogherese stanno facendo lo sciopero della fame.

A Torino. Franco Livraga, 65 anni, muore a causa dell'aggravamento di una malattia di cui soffriva da tempo. L'uomo era stato condannato in appello a 13 anni di carcere, per reati legati allo sfruttamento della prostituzione, ed era in attesa della sentenza della Cassazione.

A Trieste. Houssein Tahiri, detenuto 31enne di origini afghane, rifugiato politico in Italia dal 2007, ha tentato il suicidio tagliandosi la gola con una lametta nella sua cella del carcere Coroneo. Si è salvato, soccorso dall'infermiera in servizio in carcere e poi medicato dai medici del 118 chiamati immediatamente dalla direzione della Casa circondariale. "Voglio tornare nel mio Paese", ha detto ai soccorritori.

 

fonte repubblica

24/03/2011

Oltre 59 milioni di euro e 800 posti in più per le carceri lombarde

Oltre 59 milioni di euro e 800 posti in più per le carceri lombarde

 

Formigoni e il ministro Alfano hanno firmato 2 protocolli d’intesa. La fetta più grossa dei fondi (44 milioni) servirà a costruire nuovi padiglioni negli case di reclusione di Opera, Busto Arsizio e Bergamo. 15 milioni per il “welfare penitenziario”

 

MILANO - Oltre 59 milioni di euro di investimenti e 800 posti in più per le carceri lombarde: Roberto Formigoni e Angelino Alfano hanno firmato oggi due protocolli d'intesa per dare ossigeno al sistema penitenziario regionale. La fetta più grossa dei fondi, 44 milioni di euro, servirà a costruire nuovi padiglioni negli case di reclusione di Opera (400 nuovi posti), Busto Arsizio (200) e Bergamo (200). Per quello che il governatore della Lombardia ha definito "welfare penitenziario" ci saranno nel 2011 circa 15 milioni di euro, che verranno destinati all'istruzione, alla formazione professionale, all'inserimento lavorativo e alla cura della salute dei reclusi. "Sono azioni che tutelano la dignità dei detenuti -sostiene Roberto Formigoni-. Chi ha commesso un reato deve pagare la sua pena, ma è interesse della società che non sia più spinto a delinquere una volta tornato in libertà". Per il ministro della Giustizia Angelino Alfano "le due intese siglate sono paradigmatiche di un'azione organica e complessiva, che affianca l'edilizia penitenziaria all'opera di recupero del reo prevista dalla Costituzione".


Sui tempi di costruzione dei nuovi padiglioni Franco Ionta, capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap), ha affermato che "i lavori saranno conclusi entro 450 giorni lavorativi dall'aggiudicazione delle gare d'appalto". (is/dp)

 

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