16/06/2013
Abusi sugli esseri umani sono 12,3 milioni le vittime
Abusi sugli esseri umani sono 12,3 milioni le vittime
Lavoro forzato, schiavitù e asservimento a scopo sessuale. Le vittime sono soprattutto minori che alimentano un mercato della pedopornografia capace di generare profitti per 32 miliardi di dollari. Mani Tese produce la versione italiana del documentario sul trafficking sessuale contro i minori Red Leaves Falling, e definisce il suo operato per combattere l'inaccettabile violazione dei diritti umani
ROMA - La compravendita di esseri umani nel mondo genera guadagni superiori ai 31 miliardi di dollari, ma la comunità internazionale spende circa lo 0,5% di tale somma per la lotta al trafficking, la tratta di persone (bambini compresi) destinati poi ai mercati più turpi, dallo sfruttamento sessuale, al traffico di organi, al lavoro forzato. L'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) stima che siano almeno 12,3 milioni i bambini e gli adulti costretti a lavoro forzato, schiavitù e asservimento a scopo di sfruttamento sessuale. Di questi, l'ILO valuta inoltre che 1,3 milioni di persone sono soggette a trafficking (nazionale e internazionale) a scopo sessuale. Il 56% delle vittime di trafficking sono donne e bambine. Secondo l'Unicef ogni anno sono 1,2 milioni i bambini (con una media di 14 anni) vittime dello sfruttamento sessuale, e il mercato della pedopornografia, in cui molte di queste vittime confluiscono, generi profitti pari a 32 miliardi di dollari.
Violazione dei diritti umani dal 2003. La definizione di trafficking come traffico di esseri umani è entrata in vigore al livello internazionale il 25 dicembre 2003 e l'Italia è stata tra i primi firmatari del così detto "Protocollo di Palermo", o più precisamente "Protocollo addizionale delle Convenzione delle Nazioni Unite sulla Criminalità organizzata transnazionale relativo alla tratta di esseri umani, in particolar modo donne e bambini". Innanzi tutto, con questo termine s'intende la tratta di persone per il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l'alloggio o l'accoglienza, attraverso la minaccia o il ricorso alla forza o ad altre forme di coercizione, attraverso il rapimento, la frode, l'inganno, l'abuso di autorità o di una situazione di vulnerabilità, o attraverso l'offerta o l'accettazione di pagamenti o di vantaggi per ottenere il consenso di una persona che esercita un'autorità su di un'altra ai fini di sfruttamento.
Il protocollo di Palermo. Lo sfruttamento comprende, almeno, la prostituzione o altre forme di sfruttamento sessuale, il lavoro o i servizi forzati, la schiavitù o le pratiche analoghe alla schiavitù, la servitù o il prelievo di organi; e ancora: il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l'alloggio o l'accoglienza di un minore a fini di sfruttamento, sono considerati tratta di persone; in ultimo, il Protocollo di Palermo tiene a precisare che per minore età s'intende quella al di sotto dei 18 anni, al livello mondiale.
Il sommerso mondo del trafficking. Ovviamente, il trafficking è un'attività criminosa e illegale, ma è soprattutto e largamente sommersa, non è possibile avere dati precisi sulla precisa quantità di danni che procura nel mondo. Trova, quindi, terreno fertile ove le condizioni di vita sono più povere, o dove la discriminazione di genere o etnica sia più forte, andando a colpire le fasce di popolazione maggiormente vulnerabili e maggiormente propense a cedere all'inganno di false promesse di una vita migliore attraverso un buon impiego, la possibilità di studiare, o farcendo un matrimonio agiato.
Un film d'animazione bello e agghiacciante. Mani Tese si occupa da anni dello scandalo traffickingminorile e coglie l'occasione per denunciarne il crimine producendo la versione italiana del documentarioRed Leaves Falling, film d'animazione, prodotto dalla Stairways Foundation, una Ong filippina che da oltre 10 anni opera a favore dei bambini vittime di abusi sessuali. Il provocatorio cartone animato risulta piuttosto sconvolgente per la visione di quei bambini che nulla sanno dei loro coetanei violati nel mondo. La protagonista è Rubi, di appena 12 anni e, insieme alla sorella di 8, vengono comprate per pochi soldi, strappate dal loro villaggio e vendute come merce del traffico sessuale internazionale. Una storia che si ripete senza soluzione di continuità, senza rispetto per migliaia di bambini e bambine cui vien negato il diritto all'infanzia, di crescere e vivere una vita normale, alla scuola, alla serenità di una vita dignitosa.
Il lavoro di Mani Tese in Asia. "Da oltre cinque anni Mani Tese è impegnata, attraverso partnership con ONG locali, in azioni di protezione e sensibilizzazione sul fenomeno - afferma Chiara Cattaneo, responsabile Asia di Mani Tese - queste azioni si concentrano attualmente in due zone diverse della Cambogia: a Poipet, nel nordovest del paese, al confine con la Tailandia, e nel sud, a Sihanoukville, una delle principali mete turistiche del paese. Siamo impegnati in progetti di protezione, di sostegno all'istruzione primaria dei bambini che vivono e lavorano in strada, di accoglienza dei bambini vittime ditrafficking rimpatriati nel paese d'origine, di sostegno della madri dei bambini di strada. Il traffickingprevede una componente di spostamento ed una di sfruttamento, ed occorre lavorare su entrambi i fronti. Oltre quindi a un'azione transnazionale, occorre anche un'azione multisettoriale, con interventi che spaziano dal sostegno all'istruzione primaria, al sostegno economico alle famiglie maggiormente vulnerabili sotto forma di CCT (conditional cash transfer, trasferimento condizionato di capitale) alle campagne di informazione e sensibilizzazione".
http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2013/05/21/news/rizzo-59321556/
di MARTA RIZZO
11:00 Scritto in Notizie censurate | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
Facebook
25/04/2013
Coldiretti: 3,7 milioni di persone assistite con pacchi alimentari
Coldiretti: 3,7 milioni di persone assistite con pacchi alimentari
Istat e Coldiretti lanciano l'allarme: un milione di famiglie senza reddito da lavoro, 3,7 milioni non hanno di che sfamarsi
Per le famiglie italiane la crisi economica è sempre più un incubo. I numeri di una difficoltà che non accenna a farsi meno intensa arrivano da Istat e Coldiretti, che fotograno una situazione difficilissima.
Quasi un milione di famiglie - spiega l'Istituto statistico - è senza reddito da lavoro. Il dato è aggiornato al 2012 e spiega che 955mila nuclei famigliari in Italia vanno iscritti nel novero di chi cerca un lavoro. Un dato che rispeto al 2011 fa segnare un +32,3%, con un aumento di 233mila famiglie in difficoltà in soli dodici mesi. Più della metà di chi fa fatica si trova al Sud.
495mila le famiglie del Meridione che affrontano grossi problemi di disoccupazione, 303mila al Nord e 157mila al Centro.
Nel 2012 poi, spiega un'analisi della Coldiretti, è aumentato del 9% il numero delle famiglie che hanno chiesto aiuto per mangiare. 3,7 milioni di persone sono state assistite con pacchi alimentari e pasti gratuiti nelle mense. Nel 2010 "erano 2,7 milioni".
Luca Romano - :55
09:00 Scritto in Notizie censurate | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
Facebook
21/04/2013
Nel cosmo c'è più antimateria del previsto
Nel cosmo c'è più antimateria del previsto
LA SCOPERTA DI AMS-02 SULLA STAZIONE SPAZIALE INTERNAZIONALE
Forse dovuta alle pulsar o alle supernove. Nel primo caso si spiegherebbe la materia oscura. E una nuova fisica
Nel cosmo ci sono più particelle di antimateria di quanto si pensasse. Lo ha scoperto il rilevatore Ams-02 agganciato sulla Stazione spaziale internazionale (Iss) dopo un anno e mezzo di osservazioni. Era stato portato lassù con lo shuttle Endeavour nel maggio 2011 accompagnato dall’astronauta italiano Roberto Vittori. Ams-02 è il primo rilevatore di grande capacità costruito allo scopo, dopo che su un altro precedente volo shuttle era stata collaudata la tecnologia (Ams-01) necessaria. Il tutto nato da una collaborazione internazionale che include persino la Cina accanto agli Stati Uniti oltre all’Europa che al Cern di Ginevra ospita il centro di controllo.
RILEVATORE - L’Italia è in primo piano (attraverso l'Agenzia spaziale italiana) sia per la realizzazione del rilevatore con innovazioni frutto dell’Istituto nazionale di fisica nucleare sia per la guida dell’esperimento che ha come portavoce il Nobel Samuel Ting, ma come coordinatore il fisico Roberto Battiston. Ams ha registrato 25 miliardi di eventi, inclusi 400 mila positroni con energia tra 0,5 e 350 GeV (miliardi di elettronvolt). È la più ampia collezione di antimateria mai raccolta che include, in particolare, positroni, cioè elettroni con una carica elettrica positiva invece che negativa come accade nella materia normale.
ANTIMATERIA - La caratteristica dell’antimateria è proprio questa: avere una carica elettrica opposta e se materia e antimateria vengono a contatto si distruggono. Che esistessero particelle di antimateria lo si sapeva, come avevano dimostrato altri osservatori (ad esempio Pamela e il prof. Piergiorgio Picozza); ma che fosse così abbondante nessuno ci credeva. Le particelle «anti» sono prodotte da stelle calde come il Sole e si trovano nei raggi cosmici che piovono sulla Terra. Ma questi sono schermati e alterati nell’impatto con l’atmosfera per cui, per studiarli, bisogna andare nello spazio.
MISTERO - Tanti positroni hanno generato un mistero. «Forse sono il segnale della materia oscura o forse escono da qualche altro fenomeno», precisa Ting. «Potrebbero derivare ad esempio dalle pulsar, frutto del collasso di un grande astro, o da una supernova, che diffonde plasma ad alta energia», aggiunge Battiston. «Nel primo caso, legato a una particella di cui potrebbe essere costituita la materia oscura che riempie il 23 per cento dell’universo, significherebbe l’indizio di una nuova fisica». Solo la continuazione delle indagini potrà sciogliere l’enigma e portare al secondo passo tanto atteso: la scoperta di anti-nuclei di carbonio, elio oppure ossigeno i quali sarebbero la prova dell’esistenza di altri universi fatti di antimateria. La sfida ora è aperta.
15:00 Scritto in Notizie censurate | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
Facebook
16/04/2013
«Una Pompei del Nord nel cuore di Londra»
«Una Pompei del Nord nel cuore di Londra»
IL MUSEO ARCHEOLOGICO LONDINESE DIRIGE GLI SCAVI
Nella City i lavori per la nuova sede di Bloomberg portano alla luce reperti e strade dell'antica Londinium
LONDRA – Forse esagerano un po’ gli archeologi inglesi quando parlano di una nuova Pompei, la «Pompei del Nord». Ma è una dato di fatto che nel cuore della City, scavando per le fondamenta del quartiere generale europeo di Bloomberg a due passi dalla Banca d’Inghilterra, un’area di 12 mila metri quadrati, è saltato fuori un tesoro. Per ora sono diecimila i reperti romani, risalenti prevalentemente a un periodo compreso fra il primo secolo e il terzo secolo, scoperti dodici metri sotto il livello stradale dopo avere rimosso 3.500 tonnellate di terra in sei mesi e ora in fase di catalogazione: oggetti in cuoio, vasellame, piatti, vestiti, incisioni su tavole, mosaici.
Tutto in perfetto stato. E non è finita qui. Perché, come suggerisce Sadie Watson, che per conto del Museo Archelogico londinese dirige le operazioni di scavo, c’è ancora molto da cercare. «Abbiamo davanti a noi intere strade dell’antica Londinium».
IL TESORO - Le attenzioni sono concentrate su alcuni anelli con timbri che risalirebbero a un periodo anteriore al 47 AD che è l’anno fino ad oggi riconosciuto della conquista e dell’insediamento delle legioni romane. In tal caso una pagina importante di storia potrebbe essere riscritta. Che ne sarà del tesoro e della «Pompei del Nord»? L’intenzione è quella di aprire un museo all’interno del palazzo di Bloomberg, che sarà terminato nel 2016, e di mettere a disposizione del pubblico sia i reperti sia parti significative delle strade romane riportate alle luce.
21:56 Scritto in Internazionale, Notizie censurate | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
Facebook
24/03/2013
Dilaga l’Atelofobia: la paura di non essere perfetta che affligge le donne
Dilaga l’Atelofobia: la paura di non essere perfetta che affligge le donne
Molte donne non si piacciono. Secondo un sondaggio online promosso dal dottor Mezzana, l’82% delle intervistate non si sente bella e quasi il 35% cambierebbe più di una cosa del proprio aspetto. Ecco l’atelofobia, un’angoscia che attanaglia gran parte del genere femminile
Molte donne sono angosciate da una paura che le perseguita, tanto da rendere difficile il normale vivere quotidiano: si chiama “Atelofobia”, ed è la paura causata dalla convinzione di non essere perfetta.
Questa sindrome dell’imperfezione si manifesta con sintomi più o meno evidenti che vanno dalla scontentezza di sé e del proprio corpo; il non sentirsi belle, adeguate o all’altezza.
Questo crea, tra gli altri, una situazione in cui la donna acquisisce una percezione distorta dell’immagine che vede riflessa nello specchio. Da qui, al terrore di non essere perfetti, il passo è breve – non a caso, questa paura sembra essere diventata uno dei mali più diffusi nella nostra società.
Le più colpite da questa forma di insicurezza, come accennato, sono le donne, che concentrano il loro malessere sul proprio aspetto fisico, accentuandone i difetti e ignorandone i pregi.
«Molte donne si rivolgono a chirurghi plastici per correggere difetti che non esistono», sottolinea il dottor Paolo Mezzana, specialista in chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica Responsabile Servizio di Dermatologia Oncologica USI Casa di Cura Marco Polo Roma, il quale per indagare su questo fenomeno che si sta diffondendo in misura sempre maggiore, ha deciso di lanciare un sondaggio online sulla sua fanpage Facebook, seguita da più di 1.600 utenti, per conoscere la percezione che le sue “amiche virtuali” hanno di se stesse.
Alla domanda: “Come ti consideri?”, solo il 18% ha risposto di vedersi bella, mentre il restante 82% si definisce “normale” o “niente di che”.
Molte, poi, sono le cose che ognuna di loro cambierebbe del proprio aspetto fisico: tra le più segnalate la pancia (15%) e il naso (10%). Quasi il 35% dichiara che vorrebbe cambiare più di una cosa. Sono gli occhi, invece, la parte più apprezzata dalle intervistate (il 41% non cambierebbe nulla in relazione a questi), seguiti dalle labbra (20%).
«Quando una donna si rivolge a uno specialista in chirurgia plastica per sottoporsi a un intervento assolutamente non necessario, e talvolta anche sconsigliabile – spiega Mezzana – deve essere lo specialista a indirizzarla verso soluzioni non invasive che le consentano di vedersi più bella e sentirsi più sicura, senza, però, ricorrere alla chirurgia».
«L’atelofobia – prosegue Mezzana – è una patologia seria che per alcune donne può diventare un ostacolo per la vita lavorativa e personale. Il processo ha origine a livello cerebrale ed è molto complicato porvi rimedio a livello fisiologico, ma è possibile offrire alla paziente un sostegno psicologico e suggerirle alcune soluzioni che le consentano di valorizzare i suoi pregi».
Certo, se si dovesse davvero rincorrere la perfezione potremmo fare il giro del pianeta senza mai fermarci e soprattutto senza mai raggiungerla, in un cerchio senza fine. Ma, quello che è forse più importante comprendere è che nessuno è perfetto e nessuno ci chiede di esserlo. Spesso, poi, una cosiddetta imperfezione – che non sia patologica – è quella cosa che ci rende unici e, magari, più affascinanti.
lm&sdp
15:00 Scritto in Notizie censurate | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
Facebook
17/03/2013
Sorpresa, sulla costa della Calabria fanno il nido le tartarughe marine
Sorpresa, sulla costa della Calabria fanno il nido le tartarughe marine
E' una delle specie più a rischio di scomparsa: le femmine di Caretta vengono a riprodursi sul litorale ionico in provincia di Reggio Calabria, oggi la principale area di nidificazione per questo animale minacciato in tutto il Mediterraneo. Un progetto universitario le monitora e aiuta i piccoli ad arrivare sicuri al mare
C'E' UN ANGOLO di Calabria che nasconde un tesoro. Un tratto di costa in provincia di Reggio Calabria, dove a far notizia non sono 'ndrangheta, abusivismo o traffici illegali ma un piccolo miracolo naturalistico. Lì, lungo spiagge ancora selvagge, si trova la più importante area di nidificazione della tartaruga marina in Italia. Una trentina di chilometri di litorale che questa specie a forte rischio d'estinzione ha scelto come casa, sfidando incuria o semplice disinteresse. Lì nascono e lì scelgono di fare ritorno per riprodursi a distanza di 15-20 anni, affrontando caparbie viaggi di centinaia e centinaia di chilometri.
LE FOTO http://www.repubblica.it/ambiente/2013/02/22/foto/calabria_area_nidificazione_tartaruga-53167288/1/#1
Una scoperta quasi casuale, che ha permesso di riscrivere la storia faunistica di questo lembo di Mediterraneo, grazie ad un progetto dell'Università della Calabria che dal 2000 monitora e tutela questa specie unica e si preoccupa sul campo di proteggerne i nidi, vigilare sulle schiuse delle uova e permettere ai piccoli appena nati di raggiungere il mare in sicurezza, schivando i pericoli che la presenza sempre maggiore dell'uomo dissemina sul loro cammino. Con la speranza che la presenza insperata di questa 'mascotte' simbolo della biodiversità minacciata diventi un volano per un territorio con ampie sacche di degrado e si trasformi in una risorsa per attrarre un turismo consapevole, stimolando politiche locali adeguate.
"Non ce l'aspettavamo neppure noi quando abbiamo iniziato a studiare questo tratto di costa, ma è proprio qui che si trova il 70 per cento dei nidi registrati in Italia della tartaruga marina comune - Caretta il suo nome scientifico - una delle specie più rare e minacciate a livello nazionale e l'unico chelone marino che nidifica nel nostro Paese", racconta il professor Antonio Mingozzi del dipartimento di Ecologia dell'Università della Calabria, promotore e responsabile del progetto "TartaCare" dell'ateneo calabrese, che ha avviato collaborazioni anche con altre università italiane.
In passato la nidificazione era probabilmente piuttosto comune nelle coste meridionali italiane, ma prima di queste ricerche si pensava che fosse ormai diventata solo sporadica, ad eccezione delle isole Pelagie, Linosa e Lampedusa, dove la riproduzione della tartaruga era, anche se numericamente molto limitata, nota da tempo. Invece, a sorpresa, si è osservato che l'ultimo rifugio della tartaruga marina in Italia è la costa ionica reggina. Per scoprirlo c'è voluto un duro lavoro sul campo e decine di chilometri battuti a piedi ogni giorno da fine maggio ad agosto, il periodo della deposizione delle uova, cercando ed interpretando le tracce lasciate sull'arenile dalle femmine in emersione.
Ogni stagione in questo tratto di costa si trovano 15-20 nidi. Una cifra piccola rispetto al resto del Mediterraneo - dove Grecia, Turchia, Cipro e Libia da soli contano il 97 per cento dei 7.200 nidi deposti ogni anno - ma ugualmente preziosa: geneticamente le tartarughe calabresi sono uniche rispetto alle altre del Mediterraneo, importanti, quindi, per la biodiversità. "Il progetto ha garantito ad oggi l'arrivo in mare di 8.500 piccoli di tartaruga", spiega Mingozzi. "Quanti di loro torneranno non possiamo saperlo, ma senza questo intervento neppure la metà ce l'avrebbe fatta".
Il percorso migratorio che le femmine di tartaruga seguono per tornare a deporre le uova sui lidi di nascita a distanza di anni è molto complesso, sottolinea il dottor Salvo Urso, lreferente di campo del progetto, "anche se il ritorno alla casa natale è un'arma a doppio taglio. Vogliono tornare dove sono nate per garantire alla loro prole la stessa loro sorte, ma a distanza di 20 anni l'ambiente può essere cambiato totalmente, nuocendo alla covata".
Le abitudini di questa specie "bandiera", simbolo di un ecosistema che deve essere preservato e popolarissima fra la gente, come il panda o la cicogna, si scontrano con la forte presenza dell'uomo nei mesi estivi, che coincidono con il periodo della riproduzione dell'animale. E i fattori di rischio per i piccoli sono moltissimi: lo spianamento e la pulizia meccanica degli arenili, le luci artificiali del lungomare che li disorientano appena usciti dal nido, attirandoli lontano dal mare, verso morte sicura, l'erosione delle spiagge. E, una volta raggiunto il mare la pesca, l'inquinamento marino, il traffico nautico. "Per questo il nostro intervento è così importante: individuiamo i nidi e li proteggiamo, se sono in posti a rischio, li spostiamo. Poi, assistere alla schiusa delle uova è la soddisfazione maggiore", racconta Urso.
Il progetto, autorizzato dal ministero dell'Ambiente, ha ricevuto negli anni parziali finanziamenti da enti pubblici ed assessorati all'ambiente della provincia di Reggio e della Regione, ma è una corsa continua per trovare fondi che permettano di continuare.
"La sfida è quella di far capire ad amministratori locali e residenti che la tartaruga può diventare una risorsa per il territorio", conclude Mingozzi. La "costa delle tartarughe": per il professore ed i suoi collaboratori sarebbe bello che questa zona diventasse nota per questa sua unicità, invece che far parlare di sé per degrado e speculazione edilizia. E che ci fosse l'impegno di tutti per proteggere questo habitat straordinario, facendone un 'brand' per promuovere uno sviluppo turistico attento alla salvaguardia delle risorse naturali.
di ALESSIA MANFREDI
11:00 Scritto in Altra italia, Notizie censurate | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
Facebook
11/03/2013
Gli antichi Romani conoscevano l'America, arrivano nuove prove
Gli antichi Romani conoscevano l'America, arrivano nuove prove
L'esame del Dna dimostra che ci sono anche semi di girasole nelle pastiglie ritrovate nel relitto di una nave affondata nel Tirreno nel II secolo avanti Cristo. Ma il fiore venerato dagli inca non era stato portato in Europa dai Conquistadores?
Insomma, molto prima dei vichinghi, i romani frequentarono l'America. Emergono nuovi, convincenti indizi archeologici sulle antiche frequentazioni commerciali delle Americhe da parte di navi romane: li ha illustrati, in una conferenza a margine della rassegna bolognese di cinema archeologico «Storie dal Passato», il divulgatore scientifico Elio Cadelo, con un'ampia anteprima della nuova edizione del suo libro «Quando i Romani andavano in America», ricco di sorprendenti rivelazioni sulle antiche rotte di navigazione.
Un indizio dalla robusta forza probatoria si deve alle nuove analisi del Dna dei farmaci fitoterapici rinvenuti in un relitto romano recuperato alle coste toscane: il naufragio avvenne a causa di una tempesta fra il 140 e il 120 avanti Cristo, quando Roma, distrutta Cartagine, era ormai la sola superpotenza del Mediterraneo. Su quella sfortunata nave viaggiava anche un medico, il cui corredo professionale ci è stato restituito dal relitto: fiale, bende, ferri chirurgici e scatolette che, ancora chiuse, contenevano pastiglie molto ben conservate, preziosissime per la conoscenza della farmacopea nell'antichità classica.
Le nuove analisi dei frammenti di Dna dei vegetali contenuti in quelle pastiglie «hanno confermato l'uso, già noto, di molte piante officinali, tranne due che - ha spiegato Cadelo nella sua relazione alla Rassegna, organizzata da Ancient World Society - hanno destato forte perplessità fra gli studiosi: l'ibisco, che poteva solo provenire da India o Etiopia, e, soprattutto, i semi di girasole».
Ma il girasole, secondo le cognizioni fino a ora accettate, arrivò in Europa solo dopo la conquista spagnola delle Americhe: il primo a descriverlo fu il conquistador del Perù Francisco Pizarro, raccontando che gli Inca lo veneravano come l'immagine della loro divinità solare. Di quel fiore imponente e affascinante, poi, si seppe che era coltivato nelle Americhe fin dall'inizio del primo millennio avanti Cristo. Ma ancora non se n'era trovata alcuna traccia nel Vecchio Mondo, prima della sua introduzione a opera dei mercanti per primi frequentarono le terre appena «violate» dai conquistadores iberici.
È questo un altro tassello che si aggiunge ai moltissimi altri, spiegati nel libro di Cadelo, che documentano traffici commerciali insospettati: come il sorprendente rinvenimento - altra novità - di raffinati gioielli in vetro con foglie d'oro, provenienti da botteghe romane di età imperiale: erano in una tomba principesca giapponese, non lontano da Kyoto. Si tratta di perline che i mercanti navali romani portavano spesso con sé, come oggetto di scambio. Ma non è necessario pensare che fossero proprio romani, i mercanti che le portarono fino in Giappone: quei gioielli potrebbero essere stati scambiati anche su altri approdi, prima di arrivare in Estremo Oriente. Peraltro, monete romane sono state restituite da scavi effettuati anche in Corea e perfino in Nuova Zelanda. Altre prove delle antiche frequentazioni navali americane di Fenici e Romani sono già descritte nella prima edizione del libro di Cadelo, dove - fra l'altro - si sfatano alcune sconcertanti nostre ignoranze sulle cognizioni astronomiche dei nostri antenati: per esempio, c'è una poco frequentata pagina della «Naturalis Historia» di Plinio il Vecchio dove si spiega che il moto di rotazione della Terra attorno al proprio asse è dimostrato dal sorgere e tramontare del Sole ogni 24 ore (un millennio e mezzo prima di Copernico). E Aristotele si diceva certo che fosse possibile raggiungere l'India navigando verso ovest: se Cristoforo Colombo avesse potuto esibire quella pagina aristotelica, si sarebbe risparmiato tanta fatica durata a convincere i regnanti di Spagna a concedergli le tre caravelle.
20:35 Scritto in Notizie censurate | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
Facebook
04/03/2013
Africa Australe : QUEL CONTINENTE SCOMPARSO AL LARGO DEL MADAGASCAR
Africa Australe : QUEL CONTINENTE SCOMPARSO AL LARGO DEL MADAGASCAR
Circa 65 milioni di anni fa, lì dove adesso affiorano le isole dell’Oceano Indiano – dalle Mauritius a Riunione e fino alle Laccadive, a sud-ovest dell’India – si estendeva un continente andato scomparso. A sostenerlo è uno studio pubblicato dalla rivista scientifica britannica Nature Geoscience che ha anche deciso di chiamare questo continente Mauritia.
Laccadive, isole Chagos e Mascarene, sulla base di questa teoria sarebbero affioramenti vulcanici di un unico sistema sottomarino derivato dalla frammentazione di Gondwana, un supercontinente esistito per oltre 300 milioni di anni che cominciò a fratturarsi nel periodo giurassico portando alla formazione delle attuali Madagascar, India, Australia e Antartico. In questa deriva di pezzi di un unico continente, secondo lo studio occorre inserire Mauritia di cui restano soltanto “resti” in arcipelaghi geograficamente lontani ma geologicamente simili.
[GB]
http://www.misna.org/cultura/quel-continente-scomparso-al-largo-del-madagscar-26-02-2013-813.html
11:38 Scritto in Notizie censurate | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
Facebook
17/02/2013
SUDAN SEDEINGA, SCOPERTE LE PICCOLE PIRAMIDI
SUDAN SEDEINGA, SCOPERTE LE PICCOLE PIRAMIDI
Trentacinque piccole piramidi risalenti a circa 2000 fa, testimonianza esemplare dei legami culturali tra il regno di Kush e l’antico Egitto, sono state scoperte nel nord del Sudan.
Le piramidi, si legge su un articolo pubblicato sull’ultimo numero della rivista Sudan and Nubia, sono state rinvenute nel sito di Sedeinga tra il 2009 e il 2012 da una squadra di archeologi francesi.
Tredici delle piramidi furono costruite l’una accanto all’altro in uno spazio esteso come un campo di calcio. In quasi tutti i casi le costruzioni sono state riportate alla luce prive della sommità; un fatto, questo, attribuito dagli studiosi al degrado del tempo e al fatto che Sedeinga sorgesse lungo una trafficata via carovaniera. Le piramidi costituivano il cuore di una necropoli e, secondo la tradizione egiziana, ospitavano le salme dei defunti. Secondo gli archeologi, sulla sommità di alcune strutture erano dipinti fiori di loto o orbite solari.
Il regno di Kush fiorì tra i 3000 e i 2000 anni fa. Si sviluppò in prossimità delle confluenze tra il Nilo Blu, il Nilo Bianco e l’Atbara, in una regione al confine prima con l’Egitto e poi con l’Impero romano.
[VG]
http://www.misna.org/primo-piano/sedeinga-scoperte-le-piccole-piramidi-08-02-2013-813.html
19:00 Scritto in Internazionale, Notizie censurate | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
Facebook
Land grabbing: più del neocolonialismo, devastante per l'ambiente
Land grabbing: più del neocolonialismo, devastante per l'ambiente
Chi ci guadagna, oltre ai compratori, sono i governi locali: un ettaro di terreno può costare 1-2 dollari/anno
Con il termine land grabbing, ufficializzato nel 2011 dalla International Land Coalition, viene indicata la versione moderna di un fenomeno antico: il colonialismo, ovvero l’acquisizione per pochi spiccioli, da parte di Paesi ricchi, di terreni fertili (e delle relative risorse) situati in nazioni povere. Uno studio recentemente pubblicato su Pnasanalizza il problema, per la prima volta, dal punto di vista agro-idrologico: misura cioè il rapporto tra i terreni acquisiti e la quantità d’acqua necessaria alla loro coltivazione estensiva.
POCO INCORAGGIANTE - Il quadro che ne risulta è poco incoraggiante. Per comprendere il processo può essere utile ricordarne i presupposti. Da una decina d’anni a questa parte, la domanda globale di generi alimentari e biocarburanti registra una crescita costante. Paesi ricchi che però non hanno terre coltivabili e acqua (come l’Arabia Saudita), o che contano su un’alta densità di popolazione (come il Giappone), o che vedono crescere la domanda intera di beni di vario tipo (come la Cina) hanno cominciato da tempo a investire nell’acquisto o nell’affitto a lungo termine di terreni all’estero. Molti terreni: in Madagascar, a titolo di esempio, la metà dei terreni agricoli del Paese (1.300.000 ettari) è stata comperata dalla Corea del Sud, e verrà destinata alla coltura di mais e palme da olio. Per comprare un terreno, non si interpella chi ci vive: molto spesso, soprattutto nei contesti più poveri, gli abitanti non posseggono atti di proprietà o documenti di alcun tipo. La cessione del suolo e delle risorse a esso legate viene decisa nella maggior parte dei casi a livello governativo. Qualsiasi estensione di terra non ufficialmente posseduta può essere ceduta all’acquirente, che trova nel land grabbing un sistema economico e remunerativo per accedere a nuove risorse naturali, e di garantirsi così altro cibo e altra energia.
«GRABBATI» E «GRABBATORI» - «Per la nostra analisi», spiega Cristina Rulli, docente al Politecnico di Milano e coautrice dell’articolo, «siamo partiti dalla creazione di un database che registra i terreni acquistati. Il fenomeno del land grabbing interessa tutti i continenti, ad esclusione dell’Antartide. Il 47% degli Stati “grabbati” si trova in Africa e il 33% in Asia. Quarantuno sono i “grabbatori” e 62 i “grabbati”; tra questi ultimi, 24 costituiscono il 90% del totale dei territori ceduti. Abbiamo poi considerato 470 terreni, ognuno dei quali ospita più di una coltura, e abbiamo stimato, attraverso un modello matematico, la quantità d’acqua necessaria per il loro mantenimento. Il risultato? La certezza che il terreno è sì importante, ma ancor di più lo è la risorsa idrica lì presente. Tutto quello che viene prodotto deriva dall’acqua: nel momento in cui questa risorsa viene sfruttata, soprattutto in aree dove già si registra una diffusa malnutrizione, la situazione si aggrava».
ACQUA E TERRA - Il problema è di quelli complicati. Come succede con altre materie prime, chi ci guadagna, oltre ai compratori, sono i governi locali, che cedono intere regioni a prezzi irrisori (un ettaro di terreno, in alcune aree, può costare 1-2 dollari all’anno), talmente a buon mercato da rendere convenienti gli investimenti stranieri anche in zone prive di qualsiasi infrastruttura, o politicamente instabili. Una volta venduto, il venditore si disinteressa dell’uso che del terreno viene fatto: non esiste tutela sociale o ambientale di sorta, e il terreno può essere inquinato, inaridito o genericamente esaurito di qualsiasi risorsa.
COME LA CONQUISTA DEL WEST - Le comunità locali vengono di sovente scacciate; nei casi più fortunati i nativi del luogo possono essere assunti come braccianti nei nuovi impianti. José Graziano da Silva, direttore della Fao, ha paragonato recentemente il land grabbing in Africa alla conquista del selvaggio West, eppure sembra difficile anche solo l’ipotesi di arginare il fenomeno. «La popolazione sta aumentando», dichiara Rulli. «Popolazioni molto numerose stanno migliorando la loro alimentazione, e richiedono carne, un prodotto più esigente dal punto di vista idrico; il clima ci porta di fronte alla siccità. Quello della food security e della water security è un problema su scala globale, che va risolto globalmente. Certo non possiamo pensare di togliere agli uni per dare agli altri. La sfida, ora, è trovare una politica win-win».
Elisabetta Curzel
http://www.corriere.it/ambiente/13_gennaio_29/land-grabbing-devastazione-ambiente_273138da-6960-11e2-a947-c004c7484908.shtml
15:00 Scritto in Internazionale, Notizie censurate | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
Facebook
C'è vita nel lago sotto l'Antartide coperto da 800 metri di ghiaccio
C'è vita nel lago sotto l'Antartide coperto da 800 metri di ghiaccio
Nelle acque del Whillans sono stati trovati organismi unicellulari, vivi e capaci di metabolizzare energia. Considerando che questi specchi d'acqua subglaciali si ritengono del tutto isolati dal mondo esterno, è come se queste forme di vita provenissero da un altro pianeta.
SOTTO al ghiaccio dell'Antartide esistono dei laghi. E in almeno uno di questi laghi - il Whillans - è stata trovata la vita. Degli organismi unicellulari, vivi e capaci di metabolizzare energia, sono stati osservati nei campioni di acqua prelevati dal lago, che si trova a sud-ovest dell'Antartide sotto a 800 metri di ghiaccio, è profondo un paio di metri e attraverso complicate ramificazioni raggiunge la superficie di 60 chilometri quadri. John Priscu dell'università del Montana ha raccontato di queste osservazioni al New York Times: "La scoperta trasforma il nostro modo di vedere il continente antartico".
Convinzione degli scienziati infatti è che i laghi subglaciali siano ambienti isolati dal mondo esterno. Le forme di vita che li abitano, dunque, si sarebbero sviluppate in modo completamente autonomo: come se da centinaia di migliaia di anni vivessero su un altro pianeta. Anche se questa ipotesi non è certa, e nessuno può escludere che lo strato di ghiaccio sovrastante abbia contaminato l'acqua del lago con tracce biologiche provenienti dall'esterno, le ricerche al lago Whillans restano piene di fascino. E sono seguite anche dalla Nasa.
Capire come facciano dei microrganismi a sopravvivere in condizioni così estreme, senza tracce di luce del Sole, potrebbe orientarci nella ricerca di vita nello spazio. Su altri pianeti e satelliti sono infatti stati trovati oceani liquidi sotto a spesse calotte di ghiaccio. Uno scienziato italiano, Carlo Barbante del dipartimento di Scienze ambientali dell'università di Venezia e del Cnr, ha raccontato le operazioni di perforazione del ghiaccio (penetrato usando acqua calda) e di campionamento del lago attraverso il suo blog. Il 27 gennaio, quando la sonda di perforazione ha raggiunto l'acqua, Barbante ha raccontato: "Dopo aver rettificato il foro abbiamo calato la sonda che ha fornito immagini ad alta definizione del lago. Eravamo tutti in sala di controllo, trenta persone in un container, per vivere questo momento tanto atteso".
http://www.repubblica.it/scienze/2013/02/08/news/c_vita_nel_lago_sotto_l_antardine-52221138/
di ELENA DUSI
08:11 Scritto in Notizie censurate | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
Facebook
16/02/2013
Etruschi: confermata l'origine autoctona - Non provenivano dall'Anatolia
Etruschi: confermata l'origine autoctona - Non provenivano dall'Anatolia
Smentita l’origine orientale, ripresa alcuni anni fa da studi genetici
Analizzato il Dna degli abitanti delle zone di Volterra e del Casentino
Gli etruschi erano una popolazione stanziata da tempo in Italia e non provenivano dall'Anatolia, l'attuale Turchia. Aveva quindi ragione Dionigi di Alicarnasso, che sosteneva la prima tesi già nel I secolo avanti Cristo, e torto il suo predecessore Erodoto, che riportava l'origine orientale nel V secolo a. C. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Plos One, coordinato da Guido Barbujani, docente di genetica dell’Università di Ferrara, e David Caramelli, docente di antropologia dell’Università di Firenze, e realizzato in collaborazione con l’Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche (Itb-Cnr) di Milano.
DNA - Lo studio è stato effettuato analizzando il Dna degli abitanti delle zone di Volterra e del Casentino, dove si rinvengono ancora Dna identici a quelli degli etruschi di 2.500 anni fa, sebbene gli odierni abitanti della Toscana discendano per lo più da antenati immigrati in tempi più recenti. «Leggere nel Dna di persone così antiche è difficile», spiega Barbujani in una nota del Cnr. «I pochi Dna finora disponibili non permettevano di dimostrare legami genealogici fra gli etruschi e i nostri contemporanei. Lo scorso anno il gruppo di Caramelli è riuscito a studiare un numero maggiore di reperti ossei; così ci siamo resi conto che comunità separate da pochi chilometri possono essere geneticamente molto diverse fra loro e abbiamo visto come l’eredità biologica degli etruschi sia ancora viva, anche se in una minoranza dei toscani».
CONFRONTO - Secondo Barbujani, «il confronto con Dna provenienti dall’Asia dimostra che fra Anatolia e Italia ci
sono state migrazioni, ma risalenti a migliaia di anni fa e non hanno rapporto con la comparsa della civiltà etrusca nell’VIII secolo avanti Cristo. Viene così smentita l’idea di un’origine orientale degli etruschi, ripresa alcuni anni fa, da studi genetici che però si basavano solo su Dna moderni».
SEQUENZIAMENTO - «L’applicazione di tecnologie di sequenziamento di nuova generazione (Ngs) nell'ambito della paleogenetica», spiega Ermanno Rizzi, ricercatore dell’Itb-Cnr, «ha permesso di recuperare informazioni genetiche da molecole di Dna di campioni più antichi di 2 mila anni. Ciò ha consentito di discriminare le molecole endogene del Dna mitocondriale dei campioni etruschi, che come altri reperti antichi, oltre a essere molto degradati, hanno un quantitativo molto scarso di materiale genetico informativo, che si aggira attorno al 1-5% del Dna totale».
DOMANDE E RISPOSTE - Le nuove analisi rispondono a domande vecchie di millenni sull’origine biologica degli Etruschi, ma lasciano aperte alla ricerca archeologica tutte le questioni riguardanti la cultura di questo popolo, la sua affermazione e il suo declino.
Redazione Online
http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/13_febbraio_07/etruschi-autoctoni-dna-anatolia_8624f4ea-712f-11e2-9be5-7db8936d7164.shtml
19:00 Scritto in Notizie censurate | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
Facebook
14/02/2013
Quell'«ambasciata» nelle Fiji e l'esosa diplomazia europea
Quell'«ambasciata» nelle Fiji e l'esosa diplomazia europea
BRUXELLES — «La delegazione dell'Unione Europea accreditata presso la repubblica di Palau si congratula con l'onorevole Thomas Remengesau Jr. per la sua elezione a presidente». Questo è stato, a fine novembre, il penultimo documento o atto ufficiale compiuto dall'«ambasciata» Ue per il Pacifico. L'ultima comunicazione, datata 6 gennaio, riprende invece la notizia diramata quasi un mese prima, il 10 dicembre 2012 a Bruxelles e in tutto il mondo, sulla destinazione del premio Nobel per la pace concesso alla Ue.
Chissà se si parlerà anche di questo, al vertice che da oggi a Bruxelles dovrebbe decidere come spendere meglio i soldi dei cittadini europei. Gli auguri al presidente di Palau sono solo un piccolo esempio. La Ue ha 500 milioni di abitanti. Palau 20.900, dispersi su 258 isolette del Pacifico occidentale, con nomi come Ngerulmud o Babeldaob: una «repubblica inimitabile», secondo la guida Lonely Planet, «uno dei luoghi più spettacolari al mondo per tuffarsi nel mare…». L'«ambasciata» Ue che copre quella fetta di Oceano ha la sua sede centrale nelle isole Fiji, e una vasta competenza geografico-diplomatica: per esempio sul regno di Tonga, le Samoa o Pitcairn (50 abitanti discendenti dagli ammutinati del «Bounty», la comunità umana più piccola e isolata del mondo). Ha 34 dipendenti (c'è anche un italiano), fra cui 2 autisti, e costa ogni anno 3,2 milioni di euro, di cui 2 milioni in stipendi. Ci sono 140 «ambasciate» Ue come questa nel mondo, con migliaia di dipendenti, da Barbados a Mauritius o Papua Nuova Guinea. E in Paesi che quasi sempre hanno già le loro ambasciate in quelli europei. Tutto ciò si chiama Eeas, «Servizio di azione esterna europea». Nel 2012, ha ricevuto dalla Ue come contributo per le spese 455.226.425 euro. Solo per l'«addestramento», 1.217.000 euro, giustificati in parte come «rinfreschi e cibo». Mentre 438 mila euro sono stati destinati ai «contatti sociali fra i membri dello staff». E 7.723.305 alle missioni di lady Catherine Ashton, il ministro degli esteri, e dei suoi inviati. Per gli euroscettici, in prima fila i britannici che chiedono i tagli più severi al bilancio Ue, è uno spreco che grida vendetta: per giunta da imputare in gran parte alla lady loro concittadina. Per altri, l'Eeas è solo un necessario investimento diplomatico e politico-economico.
Già lo stipendio annuo della signora Ashton è sempre stato oggetto di polemiche: da 250 mila a 328 mila euro, a seconda delle fonti ballerine, e secondo i soliti euroscettici è già più di quanto guadagni Barack Obama. Per non parlare dei costi della nuova sede in affitto che ospita a Bruxelles il quartier generale: gratuita finora, da quest'anno costerà circa un milione al mese.
Fonte: Luigi Offeddu - Corriere della Sera | 07 Febbraio 2013
http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/33-internazionale/41968-quelllambasciatar-nelle-fiji-e-lesosa-diplomazia-europea.html
17:00 Scritto in Notizie censurate | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
Facebook
08/02/2013
Vassallo, il re del gol cancellato dall’Etiopia
Vassallo, il re del gol cancellato dall’Etiopia
Girma alza le braccia sotto il cielo di Nelspruit (Sudafrica). Esulta felice, quasi incredulo per il gol segnato ai campioni d’Africa dello Zambia. Grazie a quella rete, l’Etiopia è riuscita a pareggiare la sua prima (e sola) partita di Coppa d’Africa dopo 31 anni di assenza dalla competizione continentale.
Spento il televisore il nostro primo pensiero è stato: chissà se Girma ha mai sentito parlare di Luciano Vassallo? Un eroe dimenticato del calcio africano, un capitano, come Girma, la “bandiera” di quella nazionale che riportò ad Addis Abeba l’unica Coppa d’Africa conquistata dall’Etiopia. Il perché di questa «storia insabbiata», ce lo racconta la viva voce del 77enne Luciano Vassallo dalla sua casa di Marcellina (Roma).
«I ricordi mi fanno stare ancora male, ma questa storia vorrei tanto che arrivasse al cuore dei giovani etiopi e anche di quelli italiani...». Quella di Luciano è stata una giovinezza e un’esistenza tutta in salita. «Nostra madre Mebrak (“Luce” in italiano) ad Asmara mi mise al mondo nel 1935 - l’anno dell’invasione delle truppe italiane - e cinque anni dopo nacque il mio “fratellino” Italo», comincia il racconto in un italiano che conserva forte l’accento dell’«eritreo, cattolico apostolico e romano», dice orgoglioso.
«Nostro padre, Vittorio Vassallo, era un ufficiale dell’esercito coloniale di Mussolini, ma noi non lo abbiamo mai conosciuto. Di suo c’è rimasto solo il cognome. Così mamma, fra stenti e mille rinunce, ci ha cresciuti da sola povera donna». L’infanzia di due ragazzini meticci, orfani di un padre di cui si persero subito le tracce e che vennero emarginati fin dai banchi di scuola. «Gli etiopi ci consideravano dei “bastardi”. Con gli italiani era la stessa storia. Per via delle leggi razziali anche i coloniali ci trattavano con disprezzo. Eravamo additati come i “figli della colpa”. Sfottuti e umiliati tutti i giorni, così in terza elementare ho abbandonato gli studi».
Quello che poi ha appreso e gli è servito nella vita glie l’ha insegnato la strada, dove cominciò presto a tirare calci ad un pallone fatto di stracci. «Ma il calcio è sempre venuto dopo il lavoro. Grazie a un milanese, un certo Cattaneo, entrai, ragazzino, nell’officina delle Ferrovie e imparai il mestiere di meccanico. Finito il turno mi allenavo con una formazione di soli meticci, la Stella Asmarina. Il nostro “meticciato” si riconosceva già dalla maglia: era nera con una striscia sottile, bianca, che indicava il colore della pelle del genitore che ci aveva generati».
Dalla squadra dei meticci al Gaggiret e poi in una formazione di italiani, la Gs Asmara. «Un anno eravamo arrivati a un passo dalla vittoria del titolo nazionale, ma la federazione fece di tutto per impedirlo e ci riuscì». In quel campionato al quale partecipavano 12 squadre, Vassallo ci tiene a sottolineare che «c’erano tanti calciatori di notevole livello tecnico che non avrebbero sfigurato nel campionato italiano. Uno di questi, era mio fratello Italo, la punta di diamante dell’Hamasien».
Due fratelli unitissimi fuori, ma mai in campo, almeno con le squadre di club si ritrovarono sempre da avversari. Poi, finalmente, assieme nella nazionale del ’62. «Eravamo una squadra fortissima come non si è più rivista in Etiopia. Io e Italo disputammo una Coppa d’Africa eccezionale e nella finale di Addis Abeba, vinta contro l’Egitto, due dei 4 gol (la gara finì 4-2) li segnammo noi, i fratelli Vassallo». Una rete del bomber Italo e una di Luciano, il capitano, il primo a salire sul palco delle autorità per ricevere la Coppa direttamente dalle mani dell’Imperatore, sua maestà Hailé Selassié. «Un grande uomo Selassié, fatto fuori (scomparso misteriosamente il 27 agosto 1975) da quelle “iene” del regime militare, il terrorismo rosso scatenato da Menghistu Haile Mariam».
Menghistu era anche il nome del calciatore che segnò il 4° gol nella finale della Coppa d’Africa del ’62. «E infatti per l’omonimia con quell’aguzzino, nell’albo ufficiale tutti e 4 i gol adesso risultano realizzati da Menghistu. Hanno scandalosamente cancellato i nostri nomi dalle statistiche dei marcatori». Luciano Vassallo a tutt’oggi invece sarebbe il calciatore con più presenze nella nazionale d’Etiopia. «Ho indossato quella maglia 104 volte e sono anche il miglior marcatore di sempre con 90 gol – ci tiene a precisare –. Ero stato eletto anche miglior giocatore della Coppa d’Africa del ’68, ma anche quel riconoscimento non risulta più agli annali della federazione. Il regime del resto voleva cancellami anche fisicamente.
Cominciarono, complice l’allenatore Milosevic, con il togliermi il posto di lavoro al cotonificio di Dire Dawa, a 1.400 km da Asmara. Lavoravo duro e giocavo con la squadra locale per mandare i soldi a casa a nostra madre. Percepivo uno stipendio da 630 dollari al mese, quando un etiope a malapena arrivava a 40». Soldi guadagnati lavorando sodo e reinvestiti ad Addis Abeba per costruire una casa con annessa officina di quasi 3mila metri quadrati.
«Mi hanno confiscato tutto, ma prima mi fecero arrestare dalle “squadracce della morte”. Quelle arrivavano con una Volkswagen verdolina, ti caricavano su e poi sparivi per sempre. A migliaia sono finiti così... Grazie a Dio mi sono salvato. In carcere un militare che era mio tifoso, mi ha riconosciuto e ha fatto in modo che potessi fuggire in Italia». Nel ’70 Luciano lascia per sempre il suo Paese per venire in quello dell’uomo che non ha mai potuto chiamare papà. «Ero troppo vecchio per continuare a giocare, però sentivo di poter dare ancora qualcosa al calcio e così mi sono iscritto al corso per allenatori a Coverciano». Suoi compagni di corso erano Cesare Maldini, Luis Vinicio e Armando Picchi, i quali trovarono subito una panchina in Serie A, mentre l’eritreo Vassallo dovette accontentarsi di aprire una scuola calcio ad Ostia.
«Ai miei ragazzi ho sempre insegnato prima di tutto a saper stare al mondo, a rispettare gli avversari che sono il nostro prossimo e poi a calciare bene un pallone». Sono gli insegnamenti che aveva trasmesso anche a suo figlio Massimiliano, volato via per sempre, «un incidente stradale» a 24 anni. «Senza l’aiuto del buon Dio non ce l’avrei fatta a resistere dopo un simile dispiacere... Così come oggi se economicamente non mi desse una mano mia figlia Beatrice farei fatica a sopravvivere, pago 400 euro di affitto e ho una pensione di 560 euro. Eppure laggiù in Etiopia ci sono ancora i beni che avevo guadagnato in una vita di risparmi e di sacrifici e li rivorrei indietro, assieme ai meriti e a quella gloria che mi ero guadagnato su un campo di calcio».
Massimiliano Castellani
http://www.avvenire.it/Sport/Pagine/vassallo-il-re-del-gol-cancellato-dall-etiopia.aspx
21:00 Scritto in Internazionale, Notizie censurate | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
Facebook