19/05/2013

MAURITANIA PRIMA CENTRALE EOLICA, NOUAKCHOTT PUNTA SULLE RINNOVABILI

 MAURITANIA PRIMA CENTRALE EOLICA, NOUAKCHOTT PUNTA SULLE RINNOVABILI

 

Il presidente Mohamed Ould Abdel Aziz ha inaugurato la costruzione della prima centrale eolica del paese, un progetto di 43 milioni di euro finanziata dal governo mauritano e dal Fondo arabo per lo sviluppo economico e sociale. La centrale, riferiscono i mezzi di informazione, dovrà entrare in servizio tra 12 mesi e produrrà circa 31,5 megawatt di energia.

“Le energie rinnovabili costituiscono un forte impulso nella strategia nazionale di produzione energetica” ha dichiarato nel corso della cerimonia di posa della prima pietra il ministro del petrolio, dell’energia e delle miniere Talb Ould Abdi Val. Il ministro ha previsto che queste arriveranno a coprire il 20% del fabbisogno nazionale entro il 2020.

Ad aprile, il governo di Nouakchott ha inaugurato la sua prima centrale solare, realizzata grazie a un finanziamento degli Emirati arabi uniti di 32 milioni di dollari. Collegata alla rete elettrica della capitale, produci 15 megawatt di energia, pari al 10% del fabbisogno della città.

[AdL]

http://www.misna.org/altro/prima-centrale-eolica-nouakchott-punta-sulle-rinnovabili-10-05-2013-813.html

18/05/2013

Giappone senza bimbi. Il «sole che muore».

Giappone senza bimbi. Il «sole che muore».

 

Il 5 maggio 3012, il Giappone non avrà più la sua Giornata dei Bambini, semplicemente perché allora non ci saranno più bambini giapponesi. Non è fantascienza, neppure quella di "serie B", ma una realtà, sebbene virtuale, decodificata con sofisticati sistemi informatici "open source", secondo modelli elaborati nell’università giapponese del Tohoku dai ricercatori guidati da Hiroshi Yoshida. Il 5 maggio 2012 Yoshida ha reso disponibile l’orologio della popolazione infantile» (http://mega.econ.tohoku.ac.jp/Children/) che in tempo reale segnala il calo demografico del Paese e, in modo implicito, il temuto declino etnico-culturale. Risultati che finiscono inevitabilmente con amplificare un dibattito presente da tempo, ma sovente volutamente in sordina, sul futuro del Paese. In gioco equilibri di età e di possibilità, politica ed economia, ma anche qualcosa di più e di profondo. 


L’identità giapponese, infatti, è non solo radicata, in un territorio considerato dall’elaborata mitologia che fa da sfondo alla religione autoctona dello Shinto (la Via degli Dei) unico per origine e affidato proprio per la sua conservazione all’Homo japonicus, ma è anche totalizzante. In qualche modo slegata dalla pressione demografica di una popolazione passata in due secoli da 20 a quasi 130 milioni, ma tradizionalmente tutt’altro che folta o benestante su un territorio ostile, ma profondamente "proprio". 


Anche oggi, tra megalopoli e foreste buie, tra avanguardia tecnologica e profondo rispetto per la natura e per sue manifestazioni. In causa gli 1,3 figli di media per donna in età fertile, specchio di famiglie sempre più mononucleari e individuali, a loro volta immagine di un’evoluzione culturale che porta a pochi matrimoni in età sempre più avanzata, emancipazione dai ruoli tradizionali e "mitologici" (siano anche quelli della subordinazione femminile e della dedizione aziendale), adesione a tendenze esterne, ma anche alle a volte bizzarre elaborazioni locali. A fine 2012 i bambini in Giappone erano poco più di 16 milioni e mezzo, con una perdita di circa 300 mila rispetto all’anno precedente; un saldo negativo di 1,5 milioni negli ultimi sette anni: «Un numero che equivale a una città di medie dimensioni come Fukuoka», sottolinea il professore Yoshida (vedi intervista a fianco). «L’orologio della popolazione infantile mostra che ogni 100 secondi il Giappone perde un bambino. Un segnale eloquente di come il tasso di crescita demografica del Giappone stia scendendo e che occorre prendere al più presto le soluzioni più efficaci».

 

A una popolazione infantile in calo corrisponde una popolazione anziana in crescita marcata. Il Paese del Sol Levante ha oggi la più alta percentuale di ultra-sessantenni al mondo rispetto alla popolazione, il 23 per cento. Ovviamente per essi i problemi non riguardano soprattutto il futuro, ma in modo sempre crescente "l’oggi": a partire dall’ambito familiare dove un tempo dominavano e da cui oggi sono via via allontanati verso strutture assistenziali specializzate o verso una vita di solitudine alleggerita, ove presenti, da iniziative comunitarie pubbliche. I limiti non sono solo nell’accettazione sociale di questa situazione e nelle attitudini e scelte individuali. Esiste anche la volontà politica... o la sua mancanza. Un recente rapporto della Banca asiatica per lo sviluppo ha indicato come positivo l’innalzamento dell’età pensionabile in Giappone, per tutti, a 61 anni dal marzo scorso e a 65 entro il 2025 con la possibilità per le aziende di utilizzare dipendenti oltre quell’età a metà salario. Per contenere ulteriormente la spesa per gli anziani, saranno attivate una serie di iniziative per incentivare gli over 65 a una vita più attiva e produttiva. Anche meno a carico del bilancio pubblico. Provvedimenti necessari per un sistema politico che ritiene controproducente discutere di problemi legati alla natalità e all’invecchiamento salvo poi agire sotto la pressione di un elettorato sempre più incanutito, con una forte miopia verso il futuro.

 

Come evidenziato in Giappone dall’Istituto nazionale per lo sviluppo della ricerca (Nira), se le tendenze non si modificheranno, l’età media degli elettori salirà nel 2030 a 60 anni e questo influirà in modo determinante sulle scelte politiche. Secondo Manabu Shimasawa, ricercatore del Nira, «già ora gli anziani hanno un impatto notevole sui risultati elettorali e i candidati propongono programmi a loro graditi. Al presente, le scelte governative rispecchiano questa situazione». Con il risultato che, conferma Shimasawa, «nessun personaggio o gruppo politico rappresenta gli interessi delle generazioni future, ma al contrario accresce il divario tra le generazioni».

 

Stefano Vecchia

http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/Giappone-bimbi-sole-muore.aspx

17/05/2013

È l’Indonesia la nuova tigre asiatica

È l’Indonesia la nuova tigre asiatica

 

Per cercare una nuova alba l’export italiano guarda all’Estremo Oriente, a quell’Indonesia pronta ad aggiungere una nuova «i» ai Paesi Bric, le realtà economiche emergenti del pianeta. Una nazione dalla crescita impetuosa: con 240 milioni di abitanti, è la più popolosa del mondo islamico e, assieme alle Filippine, è una delle nuovi «tigri asiatiche». 

E, al di là delle risorse minerarie, ha basato la sua ricetta su un mix che dovrebbe insegnare qualcosa anche alla vecchia Europa: una forte domanda interna (contribuisce per il 65% al Prodotto interno lordo), conti in ordine (il debito pubblico è al 24% del Pil) e lavoro per quasi tutti (la disoccupazione è al 6,7%). Non sorprende quindi che, pur nella latitanza della politica italiana, la cabina di regia Ice-Confindustria-Abi-Unioncamere abbia organizzato qui la missione di sistema 2013, portando nell’umidità tropicale di Giacarta 57 imprese tricolori e 8 gruppi bancari (oltre a 10 associazioni imprenditoriali). 

A capire un Paese che in 10 anni ha superato con scioltezza due "botte" come la crisi finanziaria del 1998 e la tragedia dello tsunami, per arrivare a entrare nel G20 (16ema economia mondiale) con una crescita media annua, fra il 2007 e il 2012, del 13,4% come Pil pro capite. Numeri da "sballo" per l’arrancante economia nostrana, come sottolinea Paolo Zegna, presidente del comitato di Confindustria per l’internazionalizzazione, che guarda soprattutto all’«impetuoso aumento della classe media, passata dal 25% della popolazione nel ’99 al 43% del 2009». Una crescita che, visti i tassi demografici, si tradurrà in altri 90 milioni di consumatori benestanti entro il 2030. Il governo locale ha stimato che le vendite di auto si raddoppieranno (da 1,1 milioni di oggi a 2 milioni) in 5 anni. 

Questo non vuol dire che le incognite manchino: «L’Indonesia è un po’ un’eterna promessa – osserva l’ambasciatore Federico Failla –, sarebbe meglio se fosse un Paese più "semplice", ma non si può aspettare: il momento per entrarci è adesso». È un’opinione condivisa da Chris Kanter, di Kadin (le Camere di commercio indonesiane): «Usa e Giappone, ma anche Germania e Olanda, sono meglio posizionate, voi dovete muovervi ora». L’Italia qualcosa ha fatto nell’ultimo anno, rimarca Riccardo Monti, presidente dell’Agenzia Ice, con esportazioni salite del 56% sul 2011, a quota 1,23 miliardi di euro. 

Ma dai grandi business noi italiani siamo ancora lontani: Hollande si è mosso in prima persona per l’ordine di 234 Airbus commissionati dalla compagnia low-cost Lion Air, mentre il gruppo finanziario londinese Cvc ha guadagnato oltre il 700% collocando in Borsa Matahari, uno dei big della grande distribuzione locale, acquistato appena 3 anni fa. Per l’Italia, peraltro, si tratta di recuperare posizioni perdute: qui eravamo presenti, negli anni ’60, con Piaggio e Fiat, poi queste imprese se ne andarono per i problemi politici (e dire che, parlando di motocicli, oggi l’Indonesia richiede 9 milioni di pezzi l’anno). 

Ora le imprese italiane presenti sono circa 60, fra le quali spicca la Perfetti (quelli della "gomma del ponte"), che hanno due fabbriche, "ereditate" però dagli olandesi di Van Melle. Nei saloni del Kempinski Hotel a colpire è tuttavia la voglia di esserci degli imprenditori italiani, eterna chiave di successo del nostro export. Come quella di Mirko Tofani, della Salini costruzioni: «Noi siamo attivi in Malesia – racconta – dove stiamo costruendo una diga. Però siamo venuti a sentire, questo è un mercato interessante». Nel segno della bilateralità, si guarda poi anche ai possibili investimenti indonesiani in Italia. 

A questo sarà dedicato oggi un seminario promosso dall’Ice, una novità per questo tipo di missioni. Al di là delle voci legate alla squadra dell’Inter, l’approccio più concreto è sull’immobiliare da parte di Saratoga, primo gruppo di private equity dell’arcipelago. Anche per un motivo banale: nel centro della popolosa (oltre 9 milioni) Giacarta i prezzi sono schizzati a 3-4mila euro a metro quadro, diventa allora più interessante guardare al "mattone" del Belpaese (e un acquisto è stato già chiuso in una cittadina termale). 

Per tutte queste operazioni, in ogni caso, si candida a un ruolo di supporto l’Abi: «È la prima volta che veniamo con le imprese italiane», evidenzia Guido Rosa , affermando che è disponibile «il 71% del plafond da 500 milioni stanziato per finanziare nuovi business». Magari quello della nuova metropolitana, attesissima in una città dal traffico infernale, in cui domenica è stato «registrato» persino un drappello di un centinaio di tifosi juventini, rigorosamente indonesiani, che festeggiava in strada. Potenza della globalizzazione.

 

Eugenio Fatigante

http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/indonesia-tigri-asiatiche.aspx

Gioventù bruciata, in Grecia il 64,2% è senza lavoro

Gioventù bruciata, in Grecia il 64,2% è senza lavoro

 

Hai voglia a dire, come ha fatto ieri il ministro delle Finanze Yannis Stournaras, che «la Grecia è sulla buona strada» e che il 2014 (chissà perché è sempre l'anno che verrà, mai quello in corso) sarà l'anno della ripresa. Quando la disoccupazione giovanile raggiunge punte del 64,2% come in Grecia, vuol dire che una intera generazione è senza lavoro e, va da sé, senza futuro. E nel frattempo, in appena un anno, la disoccupazione complessiva è cresciuta del 6%. Cifre che lasciano poca speranza e toccano record che difficilmente saranno eguagliati. Secondo l'istituto nazionale di statistica Elstat, i senza lavoro in Grecia nel mese di febbraio del 2013 erano il 27%, rispetto al 21,9% dello stesso mese del 2012. I disoccupati sono aumentati del 22,8% rispetto a un anno fa e di 11.663 rispetto al mese di gennaio. Ma il dato più preoccupante riguarda i giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni, dove il tasso di disoccupazione - un anno fa al 54,1% - è crescituto di quasi dieci punti, arrivando al 64,2%. In cinque anni il tasso di disoccupazione giovanile è quasi triplicato.

 

Nel 2008, infatti, era al 23%, mentre quella tra le persone tra i 25 e i 34 anni era all'11,2%. Stournaras ha detto che non ci saranno nuove misure di austerità, a patto, però, che «rispettiamo gli accordi internazionali».
Drammatica anche la situazione del Portogallo. Nel primo trimestre del 2013, infatti, la disoccupazione di Lisbona ha toccato quota 17,7%, con un aumento percentuale trimestrale di 0,8 punti ed un aumento su base annua del 2,8%. La disoccupazione del Portogallo è aumentata di quasi 10 punti percentuali dal 2008. Anche in questo caso, la disoccupazione giovanile è il vero punto dolente. Quest'ultima, infatti, raggiunge anch'essa un nuovo record: 42% (con un aumento di 5,9 punti percentuali rispetto allo stesso trimestre del 2012).

http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20130510/manip2pg/07/manip2pz/340061/

16/05/2013

SOMALIA TREMILA CASCHI VERDI UCCISI NEL CONFLITTO

SOMALIA TREMILA CASCHI VERDI UCCISI NEL CONFLITTO

 

Sono circa 3000 i soldati dell’Unione Africana dispiegata nel paese (Amisom) uccisi negli ultimi anni di conflitto, nel tentativo di arrestare l’avanzata degli insorti estremisti al Shabaab. “Voglio onorare la memoria di questi peacekeepers e dei loro paesi d’origine che hanno pagato un altissimo prezzo in termini di vite umane nell’obiettivo di pacificare la Somalia” ha detto il vice segretario generale dell’Onu, Jan Eliasson.

La missione dei caschi verdi, forte di 17.700 uomini, è stata dispiegata nel paese del Corno d’Africa nel 2007. Comprende truppe provenienti da Burundi, Uganda, Kenya, Sierra Leone e Gibuti.

Il bilancio delle vittime è da ritenersi altissimo, considerato che secondo il dipartimento delle operazioni di peacekeeping dell’Onu sono 3096 i caschi blu uccisi nel mondo dal 1948 ad oggi.

La Somalia sta cercando faticosamente di riprendersi dopo oltre due decenni di guerra civile. In base alla road map stilata alla Conferenza di Londra pochi giorni fa, con l’aiuto della Comunità internazionale e l’addestramento di forze dell’ordine e reparti dell’esercito, le autorità di Mogadiscio dovrebbero riuscire a riassumere il controllo del comparto della sicurezza nazionale entro i prossimi due anni.

[AdL]

http://www.misna.org/altro/tremila-caschi-verdi-uccisi-nel-conflitto-10-05-2013-813.html

Etiopia, crescere grazie all’acqua

Etiopia, crescere grazie all’acqua

 

Un progetto di successo della Cooperazione italiana

 

Garantire a tutta la popolazione etiope l’accesso ad acqua potabile e ai servizi sanitari. Facilitando inoltre il rilancio economico in alcune aree strategiche del Paese, in cui è più alta la concentrazione di aziende e attività commerciali. E’ questa la sfida ambiziosa lanciata dalla Cooperazione Italiana nel paese africano. Di fronte, una situazione a livello nazionale in cui in media solo il 60% della popolazione in area urbana ha accesso a fonti di acqua pulita, con un tasso di malfunzionamento delle reti idriche esistenti piuttosto alto.  

 

Una «scommessa» che la Cooperazione italiana sta giocando attraverso un primo intervento teso a rafforzare l’accesso all’acqua e ai servizi igienici nelle piccole e medie città dell’Etiopia che stanno subendo una sempre più massiccia urbanizzazione e lo spopolamento delle campagne. L’iniziativa partita nel 2011 è finanziata con oltre 6 milioni di euro, e si sta articolando nelle città di Hurutu, Limu, Genet, Durame, Bati e Humera: cinque aree “chiave” per lo sviluppo economico del paese africano nel prossimo futuro. Ma l’intervento della Cooperazione italiana – uno dei principali nel settore acqua, analizzato da CesPI e Oxfam Italia come buona pratica italiana sui temi dello sviluppo sostenibile - non si fermerà qui. 

 

«Non si tratta solo di un singolo intervento ma di un processo che intendiamo portare avanti in maniera sempre più massiccia in tutto il paese con un ingente investimento da qui in avanti. – spiega Fabio Melloni, Direttore della Cooperazione italiana in Etiopia per il Ministero degli Esteri – Stiamo perciò lavorando assieme al Ministero dell’Acqua e dell’Energia etiope, con l’obiettivo di rendere possibile, per le piccole e medie città del paese, creare un proprio piano di sviluppo della rete idrica al servizio delle strutture pubbliche e delle famiglie. Alle singole città vengono perciò erogati fondi e investimenti a credito per lo sviluppo degli acquedotti, che vengono quindi ripagati con le tariffe in bolletta. C’è inoltre una stretta vigilanza sulla trasparenza delle varie gare d’appalto». 

 

In altre parole, l’intervento della Cooperazione Italiana è finanziato grazie ad un sistema di credito, che permette, una volta che i prestiti sono restituiti, di mantenere il capitale per successivi interventi. Tuttavia l’attenzione è anche al rafforzamento delle capacità di gestione delle Aziende Idriche Municipali e del Ministero dell’Acqua e dell’Energia etiope da cui esse dipendono per la riabilitazione e l’estensione delle reti idriche e dei servizi igienico-sanitari urbani. Insomma l’obiettivo, non è solo adeguare ed estendere le reti in alcune città, ma innescare un meccanismo virtuoso che sia replicabile in tutta l’Etiopia. Un migliorato accesso all’acqua, attraverso la riabilitazione delle reti idriche esistenti e la costruzione di nuove, significa infatti, non solo garantire un diritto fondamentale per sempre più cittadini etiopi, ma contribuire a creare un volano per un progressiva crescita economica. 

 

http://www.lastampa.it/2013/05/08/scienza/ambiente/focus/etiopia-crescere-grazie-all-acqua-kwmbyJTx9rbizsfrVzDRfJ/pagina.html

DAVIDE MATTESINI

15/05/2013

Guerra e fame: «tsunami» dal Mali fino alla Somalia

Guerra e fame: «tsunami» dal Mali  fino alla Somalia

 

Non ci sono facili vie d’uscita. Dal Sahel Occidentale fino all’estremità orientale, la lotta al terrorismo islamico e i combattimenti contro varie ribellioni radicate in Africa centrale, continueranno a seminare vittime. Dal Mali alla Somalia, passando per il Ciad e i due Sudan, a delle fasi iniziali esplosive seguono logoranti conflitti di bassa intensità, ma ugualmente micidiali.

senza un miglioramento delle condizioni di sicurezza, le crisi umanitarie non avranno alcuna speranza di miglioramento: incancrenite da anni di combattimenti continueranno a chiedere il tributo di morte. Nella fascia saheliana, sono oltre 36 milioni i civili che rischiano di morire di fame. Popolazioni disperate che, se non trovano i mezzi per riuscire a fuggire dalle guerre in corso, sono destinate a subirle quotidianamente. 
Con circa 4 milioni di sfollati e rifugiati affetti dalla crisi alimentare, il conflitto maliano è passato a una nuova fase. «Dopo i primi quattromila militari spediti in Mali lo scorso gennaio – ha recentemente reso noto un comunicato del ministero della Difesa francese –, lasceremo mille soldati sul territorio che, insieme ai caschi blu dell’Onu»: si «occuperanno di dare la caccia ai ribelli qaedisti nell’intero Paese». Un’impresa, però, tutt’altro che facile.

Sebbene l’esercito maliano rimanga a parole fiducioso rispetto alle proprie capacità d’azione, la missione dell’Unione Europea incaricata degli addestramenti dei soldati in Mali (Eutm) sta avendo enormi difficoltà. «C’è moltissima confusione all’interno dello stesso esercito maliano e l’equipaggiamento è scarso e obsoleto – ha riferito alla stampa uno degli addestratori della Eutm –. Ci risulta molto difficile insegnare i metodi di contrasto alla guerriglia tali condizioni». Le forze di pace delle Nazioni Unite arriveranno a luglio per aiutare il Paese a combattere quella che si prospetta come un’altra lunga e dolorosissima guerra africana. I vari gruppi ribelli nel nord del Mali stanno colpendo con attacchi mirati, veloci e, sempre più spesso, fatali. La Somalia centro-meridionale si trova nella stessa situazione già dal 2006, quando i qaedisti di al-Shabaab iniziarono la loro mattanza. Non solo attraverso attentati suicidi e violenti attacchi contro le autorità e le truppe dell’Unione Africana, ma impedendo l’arrivo degli aiuti umanitari alla popolazione. «Dobbiamo rimanere molto vigili poiché i miliziani ora si mimetizzano facilmente tra i civili», hanno recentemente avvertito le autorità del governo somalo.

Preoccupato di questa nuova realtà del conflitto, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha appena approvato il dispiegamento in Somalia dei propri militari per un anno a partire da giugno. «La nuova missione rappresenta una chance di spezzare il circolo vizioso di massicce violazioni di diritti umani e impunità», ha detto ieri Philippe Bolopion, responsabile dell’Ong Human rights watch all’Onu. La tensione rimane quindi altissima nel Paese, dove 2,7 milioni di persone hanno bisogno di un’immediata assistenza.

Ma le violenze rendono instabili anche gli Stati più centrali. In Ciad, dove 1,8 milioni di cittadini soffrono della mancanza di cibo, l’altro ieri è terminata un’operazione di sicurezza contro un apparente tentativo di golpe e sono state uccise almeno quattro persone. «Prima degli arresti – commentavano le radio locali – vi è stata una sparatoria davanti a delle caserme militari alla periferia della capitale N’Djamena seguita da un altro incidente in una chiesa». Di fondo resta però un conflitto che non trova ancora sbocchi nella normalizzazione.

E nonostante i leader del Sudan e del Sud Sudan, rispettivamente Omar el-Bashir e Salva Kiir, si siano da poco incontrati per accordarsi sul riavvio del processo di pace e delle esportazioni di petrolio dal sud attraverso il nord, rimangono forti incomprensioni. E sacche di guerriglia ancora fuori controllo. «I ribelli del Splm-Nord hanno lanciato diversi attacchi settimana scorsa – affermavano i media locali solo giovedì scorso – il recente primo turno dei colloqui di pace non ha fornito alcun progresso». Secondo le agenzie umanitarie, la vita di 7,5 milioni di persone, tra Sudan e Sud Sudan, rimane drammaticamente ancora appesa a un filo.

 

Matteo Fraschini Koffi

http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/Sahel-guerra-e-fame-dal-Mali-alla-Somalia-emergenza-africa.aspx

Viaggio nelle inaccessibili «ghost stations» di Londra

Viaggio nelle inaccessibili  «ghost stations» di Londra

 

LE STAZIONI FANTASMA DELLA METROPOLITANA PIÙ ANTICA DEL MONDO

 

L'idea di un imprenditore e di un geografo per riaprirle al pubblico

 

LONDRA – Fu nei sotterranei blindati di Down Street che Winston Churchill riunì il suo «War Cabinet», durante le ore cruciali della seconda guerra mondiale. In una piattaforma in disuso di Charing Cross hanno girato alcune scene di «Skyfall», l’ultimo del ciclo di James Bond, e Aldwych è ugualmente molto popolare come set per film e spot pubblicitari. A Brompton Road, invece, Rudolf Hess, il vice di Hitler, fu interrogato dopo la cattura. Down Street, Aldwych, Brompton Road. Luoghi impregnati di storia. E poi Mark Lane, British Museum, Lord’s...

Sono le «ghost stations» di Londra, le stazioni fantasma della metropolitana più antica del mondo (quest’anno «the Tube» compie 150 anni): stazioni in disuso che punteggiano il sottosuolo della capitale e, ai pochi che hanno avuto la fortuna di andarci, stimolano riflessioni tanto sull’estetica della decadenza quanto su business potenzialmente milionari.

 

Quella dell’Underground è la storia di un’espansione tumultuosa. In un secolo e mezzo le linee sono arrivate a undici, i km di rotaie hanno superato i 400. Le stazioni, a oggi, sono 270: la loro mappa è stata, soprattutto agli albori, ridisegnata di frequente. Una stazione serve sempre meno passeggeri? È troppo vicina a un’altra diventata più importante? Si chiude. Down Street fu dismessa, come tante altre, negli anni Trenta; Aldwych nel 1994. Alcune delle stazioni in disuso sono state demolite, e la loro memoria si riduce a una piattaforma murata tra una fermata di metro e l’altra, di cui i passeggeri nemmeno si accorgono quando il loro treno ci passa a tutta velocità. Altre diciotto, invece, come Brompton Road sulla Piccadilly Line, sono rimaste pressoché intatte come una Pompei del XX secolo: le biglietterie, le scale piastrellate, i cartelloni pubblicitari. Silenzio denso fra un treno e l’altro, e odore pungente di chiuso nelle stazioni fantasma. Intatte e inaccessibili a tutti. O quasi.

Ajit Chambers e Brad Garrett ci sono stati laggiù.Chambers, un 40enne ex bancario oggi imprenditore, ha da anni intavolato una trattativa con TfL, la società pubblica che gestisce l’Underground e possiede gran parte dei luoghi. Sta cercando di persuaderli che uno sfruttamento commerciale delle stazioni in disuso è possibile. Per 2 milioni di sterline (circa 2,3 milioni di euro), sostiene Chambers, Brompton Road si può rimettere in sicurezza e se ne può fare un’attrazione per turisti: con visite guidate, ristorante e perfino parete attrezzata per arrampicate. La sua idea – che si ispira al modello di Miniatur Wonderland di Amburgo – è sostenuta dal sindaco di Londra Boris Johnson, che l’ha pubblicamente incoraggiata, pur restando in attesa di valutare un piano dettagliato di fattibilità. Brad Garrett, 32 anni, geografo ricercatore a Oxford, nelle «ghost stations» londinesi è andato invece senza permesso. In tutte, per amore di ricerca: durante i quattro anni di un dottorato sull’esplorazione urbana, Garrett si è aggregato agli «urban explorers» di London Consolidation Crew nelle loro incursioni sotterranee. Di notte, rischiando la vita su binari in tensione, infilandosi in cunicoli. E sfidando telecamere a circuito chiuso: «Ce ne sono 200mila a Londra», dice Garrett. «Questa è una città ossessionata con la sicurezza. Tengono chiuse le «ghost stations» per perpetuare un’immagine dell’Underground come un luogo sigillato e sterilizzato. Che ci aprano invece un ristorante, con i tavoli sulle piattaforme e un bel plexiglass a proteggere dai treni in transito. Certo, finirebbe un po’ di polvere sui piatti, ma vuoi mettere il brivido?»

Rino Pucci 

http://www.corriere.it/esteri/13_maggio_08/stazioni-fantasma-londra-rino-pucci_5d514212-b7c0-11e2-b9c5-70879a266c65.shtml

di Rino Pucci

 

14/05/2013

MESSICO ‘DESAPARECIDOS’, LA PROTESTA DELLE MADRI

MESSICO ‘DESAPARECIDOS’, LA PROTESTA DELLE MADRI

 

 “Vivi o morti, li vogliamo con noi”. A parlare è la mamma di Yahaira Guadalupe Bahena López, Margarita López, scomparsa a 19 anni, nell’aprile del 2011, nello stato meridionale di Oaxaca. La ragazza è stata sequestrata da un commando armato e non si sa che fine abbia fatto: Margarita dice che è stata torturata e uccisa e il suo corpo gettato in una fossa comune che la polizia non ha voluto controllare.

Il dolore della mamma di Yahaira è lo stesso di un gruppo di madri e padri che da ieri a Città del Messico si sono dichiarati in sciopero della fame, dando vita a una veglia di fronte alla sede della Procura generale dello Stato e invocando la restituzione dei loro figli simbolicamente oggi, Festa della mamma. Hanno esposto striscioni con le loro fotografie, denunciando la mancata attenzione delle autorità.

 

“Abbiamo fatto uno sciopero della fame già a novembre, sospeso dopo sette giorni perché il ministro dell’Interno si era impegnato a risolvere i nostri casi, ma non è andata così” aggiunge Margarita, parlando a nome degli altri genitori di figli ‘desaparecidos’. A dicembre il governo è cambiato, è tornato al potere il ‘dinosauro’ Partido Revolucionario Institucional (Pri) e ha promesso aiuto, ma senza presentare, finora, alcuna iniziativa.

“Ci hanno detto che non ci sono risorse. Ora chiediamo una riunione con il presidente, il ministro dell’Interno, il procuratore generale e il commissario alla sicurezza: che ci dicano loro chi si incaricherà di cercare i nostri figli” dice ancora Margarita, che ha partecipato, fra l’altro, ai Dialoghi per la pace fra il presidente Felipe Calderón (2006-2012) e le organizzazioni dei familiari delle vittime della violenza legata al narcotraffico e alla strategia militare di repressione della criminalità organizzata. Una vera e propria guerra che durante il mandato di Calderón ha causato almeno 70.000 morti e 26.000 ‘desaparecidos’, secondo dati ufficiali.

 

Con Margarita c’è Irma Vargas: cerca sua figlia Marisol, scomparsa il 26 maggio 2011, quando era andata a trovare il fratello detenuto a Ciudad Juárez, la città messicana tristemente famosa per il devastante fenomeno del ‘femminicidio’, aggravato da una sostanziale impunità. I genitori continuano a cercare anche Luz Angélica Mena Flores, scomparsa il 4 agosto 2008 a Chihuahua. “Abbiamo detto tutto quello che sapevamo alla polizia, ma non hanno fatto nulla”.

[FB]

http://www.misna.org/economia-e-politica/desaparecidos-la-protesta-delle-madri-10-05-2013-813.html

13/05/2013

In Malesia ha vinto il Fronte Nazionale

In Malesia ha vinto il Fronte Nazionale

 

Cioè la coalizione che governa ininterrottamente da 56 anni: ma ha ottenuto pochi seggi rispetto al passato e l'opposizione lamenta brogli

 

 

Il primo ministro uscente della Malesia, Najib Razak, ha vinto le elezioni nel paese insieme con la sua coalizione del Fronte Nazionale, che governa senza interruzioni da oltre 56 anni. Il Fronte ha ottenuto 133 dei 222 seggi parlamentari. Anche se si è trattato del suo risultato elettorale peggiore di sempre, la coalizione ha ottenuto una maggioranza sufficiente per reggere un nuovo governo. Gli osservatori sostengono però che in seguito al risultato elettorale deludente, entro fine anno Najib potrebbe decidere di dimettersi.

 

La coalizione di opposizione, Alleanza del Popolo, si è fermata a 89 seggi, guadagnandone 7 rispetto alle elezioni precedenti. Secondo il leader dell’opposizione, Anwar Ibrahim, il voto in Malesia non si sarebbe svolto regolarmente e il Fronte Nazionale sarebbe colpevole di aver organizzato brogli ai seggi. «È un’elezione che consideriamo truccata e la Commissione elettorale ha fallito nel proprio compito. Le irregolarità ci sono costate molti seggi, soprattutto nei collegi in cui c’era una sostanziale parità», ha spiegato Anwar nel corso di una conferenza stampa.

 

Najib ha invitato tutti coloro che hanno partecipato alle elezioni e la popolazione a riconoscere il risultato elettorale, ricordando che ora il Fronte Nazionale avrà molto lavoro da fare per il paese: «Nel nostro programma c’è l’obiettivo della riconciliazione nazionale. Penso che sia chiaro a tutti che ci sono molte cose da fare anche come partito».

Najib ha anche fatto una prima analisi del voto, spiegando che buona parte dell’elettorato di origine cinese ha preferito a queste elezioni l’opposizione. I malesi sono il 67 per cento dei 29 milioni di abitanti del paese, i cinesi sono circa il 25 per cento e il resto è costituito da indiani. Negli ultimi anni Najib ha abolito diverse leggi restrittive della libertà che risalivano all’epoca coloniale, e che in molti casi penalizzavano direttamente le minoranze etniche. La politica di riduzione dei privilegi che riguardano i malesi non si è però rivelata sufficiente, e buona parte dell’elettorato di origine cinese sembra abbia preferito l’opposizione, che in campagna elettorale si era impegnata per attuare riforme radicali del sistema di privilegi.

 

Durante la giornata elettorale sono circolate voci, difficili da confermare, su brogli legati al voto anticipato e su viaggi pagati dal governo per consentire ai loro sostenitori di votare. Giornali ed emittenti indipendenti avrebbero subito intimidazioni e in alcuni casi attacchi nel paese, mentre cercavano di raccontare lo svolgimento delle elezioni ai seggi. Il governo ha un sostanziale controllo dei media e per le voci indipendenti è difficile farsi sentire.

 

L’opposizione di Anwar confidava in un migliore risultato elettorale, anche sulla base dei sondaggi più recenti che davano l’Alleanza del Popolo in crescita. La coalizione ha ottenuto consensi soprattutto nelle aree urbane, ma non a sufficienza per superare i partiti governativi. Anwar è stato in passato viceprimo ministro della Malesia, ma nel 1998 fu costretto alle dimissioni e incarcerato con l’accusa di corruzione e sodomia, accusa che ha sempre respinto. Ha basato tutta la propria campagna elettorale sul tema del cambiamento, criticando gli alti livelli di corruzione nel paese, le politiche razziste nei confronti delle minoranze etniche e la gestione semi-autoritaria del potere da parte del governo.

 

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/33-internazionale/44836-in-malesia-ha-vinto-il-fronte-nazionale-.html FONTE: IL POST |

Germania, immigrati al top dal 1995. E' boom di flussi dall'Italia: +40%

Germania, immigrati al top dal 1995. E' boom di flussi dall'Italia: +40%

 

Nel 2012 gli arrivi in terra tedesca hanno segnato il record da 17 anni a questa parte, soprattutto dai Paesi meridionali dell'Eurozona schiacciati dalla crisi. Dal Belpaese sono partite il 40 per cento delle persone in più rispetto al 2011. I nuovi tedeschi sono 10 anni più giovani della media nazionale e hanno la laurea

 

BERLINO - Vola a record storici l'immigrazione nella ricca e forte Germania dal resto dell'Unione europea, e in percentuale l'aumento del numero dei migranti dall'Europa mediterranea schiacciata da crisi e austerità supera di molto il tasso di crescita delle partenze dai paesi dell'Europa centrale e orientale. Lo dicono i dati ufficiali resi noti stamane da Destatis, l'istituto federale di statistica, fornendo una drammatica conferma della crisi e della disperazione dei disoccupati sudeuropei, soprattutto giovani laureati. In particolare, l'aumento del flusso di italiani, in grande maggioranza giovani, verso la Germania, è cresciuto del 40 per cento.

Vediamo i dati nel loro complesso. Nel 2012 si sono trasferiti nella Repubblica federale 1milione e ottomila persone. Nello stesso arco di tempo circa 712mila cittadini tedeschi se ne sono invece andati all'estero a cercare lavori meglio retribuiti (ciò riguarda soprattutto alcune categorie come i medici, retribuiti molto meglio in Norvegia o Nordamerica che non in Germania). Al netto dell'emigrazione tedesca, quindi, almeno 369mila persone provenienti in massima parte dal resto dell'Unione europea sono immigrate qui.

In assoluto i polacchi sono il gruppo più numeroso, con 180mila persone, seguiti dai romeni (centosedicimila), dai bulgari con 58mila migranti e dagli ungheresi con 54mila, alto numero rispetto ai pochi abitanti del paese, appena dieci milioni. Ma in percentuale, l'aumento dell'immigrazione polacca è solo dell'otto per cento, di quella bulgara il 14 per cento e di quella romena il 23 per cento. Tassi d'incremento dell'emigrazione dunque ben inferiori a quelli dei paesi mediterranei dell'eurozona: l'aumento degli arrivi di italiani in Germania è del 40 per cento, quello di greci e portoghesi del 43 per cento, quello dei giovani spagnoli addirittura del 45 per cento.

Nel complesso, si tratta dell'aumento più cospicuo dell'immigrazione nella Repubblica federale (dove la disoccupazione appare stazionaria) da ben diciassette anni a questa parte. I nuovi arrivati sono in media di dieci anni più giovani rispetto all'età media dei cittadini tedeschi, e quasi sempre hanno un'alta qualifica culturale e professionale, del livello di una laurea universitaria. Tra i sedici Stati della Bundesrepublik, i cinque Stati che registrano il massimo aumento del flusso di migranti sono anche quelli più ricchi o più industrializzati: Baviera, Nordreno-Westfalia, Baden-Wuerttemberg, Assia e Bassa Sassonia.

 

http://www.repubblica.it/economia/2013/05/07/news/germania_immigrati_al_top_dal_1995_e_boom_di_flussi_dall_italia-58229941/

dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI

12/05/2013

Nicaragua: la riserva di Bosawas è in pericolo

Nicaragua: la riserva di Bosawas è in pericolo

 

IL PIÙ GRANDE POLMONE VERDE DELL’AMERICA CENTRALE

 

Tra meno di dieci anni rischia di sparire per sempre, minacciata dai coloni che la stanno disboscando

Un altro pezzo di mondo è in pericolo e rischia tra meno di dieci anni di sparire per sempre, minacciato dai coloni, che gradatamente stanno abbattendo intere zone boschive nel più grande polmone verde dell’America Centrale, la riserva di Bosawas. E con il Bosawas rischiano di sparire anche le popolazioni indigene, che a quella porzione incantata di foresta pluviale sono legate da un rapporto atavico.

 

L’ALLARME - «Bosawas puede desaparecer» (Bosawas può sparire): è il grido d’allarme, e di aiuto, della comunità indigena dei Mayangna (alla quale il governo del Nicaragua ha riconosciuto il pieno diritto legale delle proprie terre nel 2007), attraverso il loro presidente Arisio Genaro, che ha divulgato un apposito e inquietante documento sulla distruzione di questo paradiso. La necessità di arginare i coloni e la deforestazione selvaggia è dunque una priorità e uno studio dell’Unión Nacional de Agricultores y Ganaderos, della Cooperación Alemana en Nicaragua, dell’Unione Europea e dell’Oxfamfotografa molto bene l’urgenza ambientale. Fino al 2010 la riserva di Bosawas vantava 823.237 ettari di estensione, in soli tre anni ha perso 150 mila ettari di boschi e negli ultimi 25 anni ha perso il 29 per cento dell’intera copertura boschiva.

 

IL BOSAWAS - Descritta dall'Unesco come un patrimonio biologico globale, la riserva della biosfera di Bosawas è la più grande foresta tropicale dell'America centrale ed è situata al confine tra Nicaragua e Honduras. I due milioni di ettari di terra di questa riserva ospitano 150 mila specie di insetti, rare specie di giaguari, aquile, coccodrilli, scimmie ragno del Centro America e gli ultimi esemplari di tapiro di Baird (la più grande tra le specie di tapiri americani).

 

I MAYANGNA, IL PESCE E LE TARTARUGHE - Questo territorio è anche la casa dei Mayangna (o Sumu) e dei Miskito, popolazioni autoctone che vivono di caccia e pesca che lo abitano da secoli, sviluppando nel tempo un’approfondita conoscenza della flora e della fauna locali e custodendo scrupolosamente la biodiversità di quest’area territoriale. Il Links project, realizzato grazie al contributo dell’International Center for Tropical Ecology dell'Università del Missouri Saint Louis in collaborazione con l’ambasciata norvegese in Nicaragua, mira proprio a preservare il valore ecologico, sociale e culturale di questa comunità indigena fortemente legata al proprio ambiente e un libro ne raccoglie i saperi tradizionali.

 

I COLONI – Da quando il governo nicaraguense ha riconosciuto il pieno diritto dei Mayangna di abitare le terre di Bosawas, i coloni, o invasori, come vengono definiti dal popolo autoctono, sono diventati 11.550 e stanno progressivamente distruggendo un intero ecosistema. «Il problema», ha sottolineato ancora Genaro, «è che le zone che noi abbiamo definito come aree di conservazione sono state letteralmente invase. Persino la nostra popolazione non si azzarda a toccare quelle porzioni di foresta poiché è lì che gli animali che cacciamo si riproducono. Se la distruggeranno, distruggeranno anche il nostro popolo».

 

SCONTRI E SPECULAZIONE - I Mayangna sono circa 40 mila e, nel corso degli anni, hanno presentato svariate istanze al governo per ottenere la protezione del territorio, ma secondo i leader della comunità è stato fatto poco o nulla per tutelare i loro diritti. Il 24 aprile scorso durante alcuni scontri (motivati da conflitti sulla proprietà delle terre) tra la comunità autoctona e i coloni, un ventiquattrenne Mayangna ha perso la vita. Il sospetto è che il governo centrale, rendendosi conto che l’intervento necessario a liberare il territorio richiederebbe una certa durezza nei confronti dei cosiddetti invasori, abbia paura di perdere elettori. Inoltre, come ricorda Taymond Robins, a capo del movimento di difesa delle foreste, gli invasori non sono tutti poveri contadini senza terre, ma «speculatori che arrivano qui, bruciano un tratto di foresta, lo trasformano in pascolo, lo vendono e passano alla zona successiva».

 

TUTTO L’AIUTO POSSIBILE - Nel disperato tentativo di difendere la propria terra natia, i Mayangna si sono rivolti anche al presidente americano Barack Obama che di recente, incontrando i leader regionali in Costarica, ha offerto il proprio sostegno. Inoltre, nel corso della prossima settimana, molti rappresentanti delle popolazioni indigene di tutta la nazione centroamericana porteranno la loro richiesta di una maggiore e più attenta protezione delle foreste nella capitale Managua. La manifestazione ha lo scopo di ricordare al governo centrale la propria responsabilità nel fare rispettare le leggi e i diritti di proprietà. Ricordando che la salvaguardia del Bosawas e delle altre aree forestali è un interesse primario del mondo intero, e non solo del Nicaragua, il presidente Genaro si è lasciato andare alla più fosca delle previsioni: «Se non ci saranno gli interventi che abbiamo più volte richiesto, tra cinque o dieci anni la biosfera di Bosawas non esisterà più».

 

Emanuela Di Pasqua

http://www.corriere.it/ambiente/13_maggio_04/nicaragua-pericolo-riserva-bosawas-polmone-verde-america-centrale_a7167eb8-b4b8-11e2-bb5d-f80cf18001da.shtml

11/05/2013

Malawi: la via africana alla democrazia passa (anche) dai media

Malawi: la via africana alla democrazia passa (anche) dai media 

 

Se c’è una via africana alla democrazia – una via tortuosa, a volte ambigua, ma percorsa da sempre più persone – ai suoi crocevia ci sono i media. Giornali, radio, tv, e ora i siti Web - che provano a farsi largo in territori sterminati in cui la rete è ancora poco diffusa - sempre più stanno acquisendo un’importanza decisiva in un momento in cui aumenta anche l’accesso all’istruzione. È il tempo migliore per i media in Africa, un tempo in cui allo sviluppo tecnologico si accompagna una sempre maggiore attenzione ai contenuti. Il Malawi, da dove scriviamo, rappresenta uno dei migliori esempi in questo senso. Il dibattito sul rapporto tra media e potere, tra l’accesso all’informazione e la sua utilità per l’opinione pubblica, domina le prime pagine dei giornali e sempre più lo farà con la scadenza delle elezioni presidenziali, previste tra un anno. 

È dei giorni scorsi l’accusa del presidente Joyce Banda – seconda donna capo di Stato africana – ai giornali indipendenti di aver “ucciso” con le loro accuse l’ex presidente Bingu wa Mutharika. E’ stato chiesto, a Joyce Banda, di firmare una dichiarazione continentale di impegno nei confronti della libertà di stampa. Una richiesta rispedita al mittente perché “i media non hanno compassione, sono contro di me, non hanno nemmeno scritto che sono tra le 100 persone più influenti al mondo secondo Time”. 

È in questo contesto che si trova ad operare la Montfort media, organizzazione indipendente fondata dal missionario monfortiano Piergiorgio Gamba. Al suo attivo il bimestrale in inglese "The Lamp", il quindicinale in lingua chichewa Mkwaso  e la tv Luntha (sapienza), che copre ormai il 10 per cento del territorio. E’ una sfida quotidiana, quella della Montford media, tra energia elettrica spesso razionata, collegamenti Web precari, rapporti con le autorità non sempre facili per via della sua indipendenza e, non ultimo, la mancanza di esperienza e di una formazione più approfondita per alcuni dei suoi reporter. È soprattutto in riferimento a quest’ultimo aspetto che, sostenuto dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia, padre Gamba ha avuto l’idea di realizzare un corso di formazione della durata di due settimane per una quindicina di giornalisti, corso al quale prendiamo parte insieme al collega della radio-televisione svizzera Rsi Emiliano Bos e alla freelance Chiara Merico, che seguirà specificamente la parte più relativa al Web. 

La prima sessione, nella mattinata di giovedì, è stata l’occasione per cominciare a prendere contatto con questa realtà  mediatica che ha già combattuto storiche battaglie, da quella contro la pena di morte alla lotta per ridurre l’Aids, un vero flagello da queste parti (si stimano 1 milione di contagiati su 14 milioni di abitanti). “La competizione tra i media è molto alta, per questo è fondamentale investire nella qualità – ha esordito padre Gamba nella sua introduzione al corso –. Bisogna capire che direzione stiamo prendendo, condividendo idee, conoscenze, aspettative e chiedendosi quale può essere il nostro impatto sulla realtà locale”. 

Cruciali le prime tematiche scaturite dal “braimstorming” collettivo: come e cosa rende un evento “notiziabile”, fin dove possiamo spingerci nel raccontare una storia o scattare una fotografia, come avere maggior accesso alle fonti governative, come costruire rapporti solidi con le fonti locali, come finanziare una inchiesta lunga e costosa, in che modo è possibile sfruttare la potenza dei social network, e molto altro ancora. Alle sessioni più teoriche si aggiungeranno poi i lavori sul campo, nei quali verificare i progressi e sperimentare metodi e tecniche condivise in aula. Nella speranza di lasciare un segno tangibile nella vita non solo della realtà locale di Balaka, dove la Montford media ha sede, ma del Malawi intero.

 

Paolo M. Alfieri

http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/reportage-dal-mali-di-paolo-alfieri.aspx

10/05/2013

Plastica Un oceano di spazzatura

Plastica Un oceano di spazzatura

 

Venticinque anni fa, nel 1988, in un documento della National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa), veniva citata per la prima volta la Great Pacific Garbage Patch, l’enorme macchia di rifiuti di plastica suddivisa in due (e forse anche più) isole che si estende fra la California e il Giappone. Secondo alcuni questo mare di plastica avrebbe una estensione di 700 mila chilometri quadrati, ma altre stime sostengono invece che potrebbe estendersi per qualche milione di chilometri quadrati. Ma al di là di queste stime per difetto o per eccesso, resta il fatto che ci troviamo di fronte a qualcosa di veramente colossale. 

Definita «il più grave atto materiale d’inquinamento che la storia marina possa conoscere», la "grande macchia" di plastica ha iniziato a formarsi a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso ed è andata via via crescendo sotto l’azione incrociata di quattro correnti oceaniche che l’hanno circoscritta all’interno del Pacifico. Le statistiche indicano che un quinto della plastica viene gettato dalle navi, mentre il rimanente deriva dai rifiuti terrestri e – dal momento che la plastica è trasparente e galleggia sotto la superficie dell’acqua – non viene rilevata dalle fotografie satellitari e pertanto risulta molto difficile, se non impossibile, tenerla monitorata. Il primo a scoprire questa enorme discarica galleggiante è stato Charles Moore, un architetto americano titolare di una ditta di arredamento e con la passione del mare. 

La scoperta, come spesso succede, avvenne per caso nel 1977. Ritornando da una regata, infatti, Moore decise di prendere una rotta poco battuta del Pacifico per esplorare nuove zone dell’oceano e qui ebbe un primo incontro ravvicinato con questo enorme mare di rifiuti. Moore non credette ai suoi occhi e poco dopo organizzò una spedizione per misurare la quantità di immondizia. I risultati sono stati sorprendenti e indicano una media di 300 mila pezzi per ogni chilometro quadrato. Nel frattempo Moore vendeva la sua ditta di arredamenti e si dedicava anima e corpo allo studio di questo fenomeno, dando vita alla Algalita Marine Research Foundation, per lanciare l’allarme e soprattutto per mettere in campo tutte le strategie necessarie per evitare che questo «sesto continente» – composto da rifiuti della cosiddetta civiltà e praticamente impossibile da eliminare – potesse allargarsi. 

La plastica galleggiante costituisce un serio pericolo per l’habitat; si ritiene che abbia causato la morte di 100 mila mammiferi marini e di più di un milione di uccelli che hanno scambiato per cibo siringhe, accendini e altri oggetti di plastica, come risulta dal fatto che molto spesso questi reperti sono stati trovati nello stomaco degli animali morti. E in certe zone costiere delle Hawaii si è scoperto che il deposito di rifiuti ha creato nel tempo un nuovo tipo di arenile dove c’è più plastica che sabbia. Non bisogna dimenticare che metà del peso della plastica è costituito dagli additivi, sostanze che vengono aggiunte per conferirle flessibilità e resistenza e che – essendo chimicamente e biologicamente attive – costituiscono un serio pericolo per la salute dell’uomo. Moore punta il dito anche sull’imballaggio delle merci: oggi si tende a imballare tutto con la plastica perché è un materiale che garantisce alla merce ottima protezione dall’acqua e dall’aria. Purtroppo, però, non esistono infrastrutture per gestire gli imballaggi che, una volta esaurita la loro funzione, vengono lasciati a se stessi e gettati. Il problema dello smaltimento è molto importante perché si stima che un quarto della plastica presente nella grande discarica del Pacifico sia costituita proprio dagli imballaggi.  

È vero che esistono trattati internazionali che vietano la discarica della plastica nell’oceano, ma gli accordi non sono sufficienti perché la gente non li rispetta. Del resto – commenta amaramente Moore in una recente intervista pubblicata su Nuova Civiltà delle Macchine – non si può pretendere di installare sistemi di telecamere in ogni spiaggia per controllare se la gente getta in mare la plastica... 

Non resta, dunque, che affidarsi alla sensibilità delle persone e sperare in un’educazione ambientale che faccia capire alla gente come «il valore di una natura libera dall’immondizia è di gran lunga più grande della comodità immediata e consumare e gettare cose di plastica è un comportamento nocivo per tutti». Sembra per fortuna che qualcosa stia cambiando, perché sulla questione della biodegradabilità stanno emergendo proposte interessanti (vedi box qui sotto) che potrebbero davvero determinare una svolta decisiva e contribuire a risolvere una volta per sempre l’annoso problema dello smaltimento delle plastiche. 

Sono italiani i «polimeri del futuro». Da Bologna il materiale che si scioglie nell'acqua
La biodegrabilità, parola magica sbandierata da tutti gli ecologisti, sembra avere finalmente un roseo futuro grazie a un’invenzione tutta italiana. Peccato, però, che se ne parli poco. Il tutto nasce da un’idea di Marco Astori e Guy Cicognani: nessuno dei due è un chimico, provengono da studi di grafica e di marketing e insieme gestivano un’azienda di miocrochip; ma dal 2007 la loro vita è cambiata perché si sono dedicati completamente allo studio dei biomateriali. L’occasione si è presentata su un campo di sci, quando qualcuno ha fatto notare che le clip degli skipass a fine giornata venivano gettate in mezzo alla neve e d’estate questi pezzetti di plastica si trovavano sparsi per i prati, deturpando e inquinando l’ambiente. I due pensarono allora di creare un materiale biodegradabile e dalla fermentazione di batteri che si nutrono degli scarti di lavorazione della barbabietola da zucchero sono riusciti a creare ipolidrossialcanoati, definiti «i migliori polimeri del futuro». In pochissimi giorni infatti tale materiale si dissolve completamente nell’acqua senza lasciar tracce, quando invece occorrono 5 secoli per smaltire la classica sportina di plastica, un secolo per una bottiglia o addirittura mille anni per una scheda telefonica... I nuovo polimeri sono prodotti dalla BioOn, che ha il quartier generale a Minerbio (Bo) ed è stata l’unica azienda italiana nominata per il premio sulle nuove tecnologie. «Forse – commenta Astori – stiamo trattando qualcosa che è più grande di noi, ma è emozionante e ci crediamo». I batteri, dunque, ci daranno una mano per salvare l’ambiente; e anche l’architetto Enrico Iascone, quando ha disegnato l’impianto bolognese, ha reso loro omaggio dando al complesso la forma di un batterio.

 

Franco Gàbici

http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/plastica-oceano-spazzatura.aspx

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