10/06/2013

Il Grande Gatsby e la generazione tradita

Il Grande Gatsby e la generazione tradita

 

"Così continuiamo a remare, barche controcorrente, risospinti senza posa nel passato". A volte guardare indietro è l'unica via per non perdere la ragione. Soldi, velocità, gli anni d'oro prima del crollo. La rivoluzione digitale, il web 2.0, l'iPhone, Amazon. Il benessere e la sicurezza di un lavoro. Poi il buio. "Il grande Gatsby" racconta la storia di una generazione tradita e di un sogno perduto che richiamano alla mente i desideri e le paure di un altro tempo, quello del ventennio italiano a cavallo del ventunesimo secolo. Gli anni venti in America sono sfarzo, ottimismo, ricchezza, la fine della prima guerra mondiale, l'economia che va su, tutto che prende la giusta piega, la voglia di andare oltre, di superare il limite del proibizionismo.

 

La nascita della società dei consumi e della classe media, ma anche uno spaccato che si sarebbe infranto sul muro della grande depressione. Gli anni duri sono dietro l'angolo. Il collasso della borsa e la spirale recessiva scoppiata nel '29 dettano la vera sconfitta del sogno americano e del self-made-man che sembrava rendere tutto possibile e che il protagonista del film di Baz Luhrmann insegue tutta la vita. Sarebbe servita una nuova guerra per rilanciare il paese. Ma cosa sarebbe accaduto se alla fine della storia Jay Gatsby fosse sopravvissuto? Se avesse invertito la rotta, se avesse voltato le spalle al passato. Questo è il pensiero che ti segue quando esci dal cinema. La risposta arriva quasi immediata.

 

Nemmeno il tempo di entrare in auto e ti rendi conto che niente sarebbe cambiato. Sarebbe sopravvissuto alla vendetta,

nessun colpo alla schiena, ma la tragedia si sarebbe consumata sulla sua vita qualche anno più tardi e magari il neomilionario ormai sull'orlo dei quaranta si sarebbe ritrovato giù da qualche grattacielo di Manhattan, sul lastrico.

Scopri così che l'opera di F. S. Fitzgerald in realtà non è solo un romanzo che parla d'amore, ma una storia che descrive la capacità dell'uomo di sognare scalate impensabili solo pescando nella sua fantasia. C'è il sogno irresistibile della giovinezza e quello della vecchia America. È su questo piano che si insinua il paragone con un'altra generazione. La Y generation. Quella fetta di popolazione nata negli anni ottanta e cresciuta con alle spalle quarant'anni di guerra fredda. Adolescenti a cavallo di due secoli, salvi dalla stagnazione della divisione in blocchi. Il loro mondo è veloce, elettronico. Sono cinici, cresciuti tra i vizi. Nessuna generazione prima dei Millennials ha avuto così tanto, così in fretta. Hanno vissuto tutta la loro esistenza da consumatori, nuotando nel benessere. Amano i party hollywoodiani, l'alcol a fiumi, la moda, i gioielli, la plastica dei riflettori eppure qualcosa negli ultimi tempi sta cambiando tutto. Accompagnati e coccolati dai genitori fino agli anni dell'università, si trovano improvvisamente in un buco nero privo di riferimenti e scorciatoie comode. La crisi degli ultimi anni, come una nemesi, gli ha messo sul piatto un paese in caduta libera, senza opportunità né prospettive. I risultati sono impietosi.

 

La disoccupazione raggiunge livelli atroci. Il 43% dei giovani tra 25 e 34 anni e l'89% dei giovanissimi tra 18 e 24 anni si mantengono grazie ai genitori. Spesso, mamma e papà continuano ad aiutare economicamente i figli anche quando lavorano, ma percepiscono stipendi troppo bassi per una dignitosa sopravvivenza (27% di coloro che hanno un impiego). Del 51% dei giovani che vivono ancora con i genitori, solo un quarto lo fa per scelta, mentre gli altri perché non potrebbe sopravvivere autonomamente con il proprio stipendio. In particolare vive ancora nella casa di origine addirittura il 26% dei giovani tra 35 e 40 anni, il 48% di quelli tra i 25 e i 34 anni e l'89 % dei giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni. E, ovviamente, con queste premesse anche la qualità del lavoro ne risente. Pur di lavorare, infatti, il 49% dei giovani disoccupati farebbe l'operatore ecologico, il 49% farebbe il pony express e il 39% ambirebbe ad un posto in un call center. Un ragazzo su quattro lavorerebbe anche per 500 euro al mese. E allora il quadro cambia.

 

Il destino di una generazione non si gioca a dadi e i Millennials cercano di recuperare il tempo perduto. Da viziatelli dalle tasche bucate - che dividono il tempo tra viaggi, feste e velleità - si trasformano in trottole alla ricerca di una nuova essenza. Viene fuori un forte spirito di sacrificio che li porta a rinunciare a tutto, anche ai diritti fondamentali del lavoro. Si svendono e uno su quattro è disposto a lavorare di più a fronte della stessa retribuzione. Non hanno fiducia nel futuro e ben il 51% sarebbe pronto ad andare all'estero, mentre il 64% sarebbe disposto a cambiare città. Non credono nell'Italia e pensano che non abbia nulla da offrire. Serve coraggio, certo, ma anche occasioni. La Y generation si guarda indietro. Tenta di stare in piedi senza illusioni. Il desiderio di replicare un passato che non può tornare resta sepolto da qualche parte. Il Gatsby romantico, sognatore, capace di qualsiasi cosa scompare dalla storia. Spazzato via senza sparare un colpo.

http://www.opinione.it/cultura/2013/06/01/di-lollo_cultura-01-06.aspx

 

di Michele Di Lollo

TANZANIA A BAGAMOYO UN PORTO PER LA CINA

TANZANIA A BAGAMOYO UN PORTO PER LA CINA

 

 “Il governo non persegue l’interesse nazionale e a Pechino hanno i soldi pronti” dice alla MISNA Eke Mwaipopo, esperto di pianificazione economica con alle spalle una lunga carriera da dirigente pubblico in Tanzania. In gioco c’è il destino di un villaggio di pescatori a 50 chilometri da Dar es Salaam e a due passi da Bagamoyo, l’ex capitale dell’Africa orientale tedesca, che potrebbe diventare uno snodo chiave per i commerci tra i paesi sub-sahariani e la Cina.

 

Il progetto vale miliardi di dollari e ha avuto il via libera nel marzo scorso, durante una visita in Tanzania del neo-presidente cinese Xi Jinping. In quell’occasione Pechino ha formalizzato un impegno da sette miliardi e 600 milioni di dollari e ribadito l’impegno delle sue società per la realizzazione del porto. Lo scalo sorgerà a Mbegani, 50 chilometri a nord di Dar es Salaam, un paradiso di sabbia bianca e palme esili dal verde intenso. Entro il 2017 il porto dovrebbe essere in grado di muovere 20 milioni di container l’anno e di far attraccare navi per 10.000 unità di tonnellate equivalenti, una capacità quattro volte superiore rispetto allo scalo della capitale economica, a oggi il principale in Tanzania.

 

I lavori saranno effettuati da società cinesi sulla base della modalità “Build, Operate and Transfer”, un tipo di partnership pubblico-privata promossa dalla Banca mondiale e dalle stesse Nazioni Unite come modello per il finanziamento di opere pubbliche. “Si tratta – spiega alla MISNA Stefano Bettain, un cooperante italiano che vive e lavora a Bagamoyo – di una privatizzazione a termine che permette alla società, in questo caso cinese e dunque fortemente controllata dal governo di Pechino, di progettare, costruire, gestire e soprattutto sfruttare gli introiti derivanti dal porto fino a quando l’investimento effettuato non sarà completamente ripagato”.

Questo tipo di contratto dà una notevole autonomia alle società private che gestiscono il traffico portuale. Un’autonomia tale che in Tanzania diversi esperti hanno sollevato obiezioni. Secondo Mwaipopo, ora dirigente della società di consulenze Amka Consult, i ridotti poteri di controllo da parte dello Stato rischiano di favorire il contrabbando di legno, gas, uranio, tanzanite e altri minerali che si estraggono nel sottosuolo del paese. Un pericolo tanto più forte se si considerano i precedenti della Tazara, la ferrovia che collega l’ex Africa orientale tedesca con i giacimenti di rame dello Zambia. Sono controversi anche alcuni profili giuridici, in particolare l’affidamento in “outsourcing” di infrastrutture di rilievo strategico. “Le norme della Costituzione – sottolinea l’esperto – sono state aggirate con una clausola che prevede la restituzione del porto allo Stato al massimo entro 50 anni”.

 

Secondo Bettain, a preoccupare è anche l’eventualità che “la Cina utilizzi il nuovo scalo come punto d’appoggio logistico, in particolare per i rifornimenti e i periodi di riposo”. Un precedente c’è già e riguarda Gwadar, uno scalo strategico costruito nel 2007 e tuttora gestito da società cinesi in Pakistan.

In Tanzania, finora, critiche e proteste non hanno convinto chi punta su Bagamoyo. Il professor Lenny Kasonga, docente dell’Università di Dar es Salaam, sostiene che lo scalo potrà diventare polo di riferimento per dieci paesi privi di sbocco al mare, superando per volume di traffico anche i porti di Durban in Sudafrica e di Beira in Mozambico. Secondo lo studioso, insieme con lo scalo dovrà essere realizzata una linea ferroviaria che colleghi Bagamoyo con le regioni interne del paese, la Tazara e altri assi di comunicazione transnazionali. A guardare da questa prospettiva, le stesse zone economiche speciali che sorgeranno a Bagamoyo e altrove non servirebbero solo gli interessi dalla Cina ma anche quelli dell’Africa e delle sue regioni meno sviluppate.

 

I critici, però, non guardano solo al lato economico. Bagamoyo e Mbegani poggiano su una laguna che ospita coralli, tartarughe, crostacei, delfini e pesci tropicali già minacciati dallo sfruttamento ittico e turistico di questo tratto di Oceano Indiano. La Tanzania Coastal Management Partnership, l’ente nazionale che ha il compito di preservare l’ambiente costiero, ha creato quattro piccole aree protette dove la flora marina può riprodursi al riparo da pescatori e altri ospiti indesiderati. Per questo il direttore dell’organismo, Jeremiah Daffa, si è detto contrario alla costruzione del porto e ha suggerito di puntare invece su un ampliamento dello scalo di Dar es Salaam.

Un ultimo problema è di carattere politico. Alcuni parlamentari dell’arcipelago autonomo di Zanzibar, situato proprio di fronte a Bagamoyo, sostengono che il governo centrale e la Cina dovrebbero dare la priorità allo sviluppo economico e sociale delle loro isole. “Abbiamo porti piccoli e inadeguati – ha detto il parlamentare Omar Ali Shehe – e questa è un’altra ingiustizia”.

[VG]

http://www.misna.org/economia-e-politica/a-bagamoyo-un-porto-per-la-cina-31-05-2013-813.html

CENTRAFRICA “NIENTE DIAMANTI DI GUERRA”, BANGUI ANNUNCIA MORATORIA

CENTRAFRICA “NIENTE DIAMANTI DI GUERRA”, BANGUI ANNUNCIA MORATORIA

 

Una moratoria sullo sfruttamento e la vendita “per non sentire più parlare di diamanti di guerra in Centrafrica”: lo ha annunciato Michel Djotodia, l’ex capo ribelle al potere dal 24 marzo con un colpo di stato della coalizione Seleka. Tra i provvedimenti che il presidente di transizione intende attuare c’è la creazione di una borsa dei diamanti centralizzata, il divieto di svolgere transazioni in contanti e controlli rafforzati sul settore per “moralizzare lo sfruttamento dei diamanti”. La decisione di Djotodia giunge a due settimane dalla sospensione del Centrafrica dal Processo di Kimberley, un sistema di certificazione internazionale della pietra preziosa di cui l’ex colonia francese è tra i primi cinque produttori mondiali. E’ stata annunciata mentre una riunione del Processo di Kimberley è in corso in Sudafrica fino al 7 giugno e durante la quale la situazione centrafricana verrà nuovamente esaminata.

 

Il mese scorso, durante il Consiglio mondiale dei diamanti svoltosi a Tel Aviv, gli operatori del settore hanno sospeso il Centrafrica “con effetto immediato”, poiché “dalla destituzione del presidente François Bozizé le operazioni di controllo e monitoraggio dell’estrazione diamantifera non sono più possibili”, in parte a causa dall’insicurezza diffusa sul territorio nazionale. Una decisione definita come “ingiusta e penalizzante” dal ministro delle Miniere e del petrolio Hervé Gotron Djono Habba. Secondo il ministro , il blocco delle esportazioni di diamanti – una delle principali fonti di introiti per il Centrafrica – è “una sanzione che non farà altro che complicare la gestione dello Stato e della transizione da parte delle nuove autorità”.

 

Le autorità di Bangui non hanno più fondi come conseguenza della crisi politico-militare ma anche per gli sperperi di dieci anni di presidenza Bozizé. Alle istituzioni di transizione mancano liquidità per pagare stipendi arretrati dei pubblici dipendenti, far fronte all’emergenza umanitaria e ristrutturare le forze di sicurezza.

Sulla situazione del settore diamantifero, fonti dell’Alleanza per lo sviluppo degli operai minerari in Centrafrica (Adomc) hanno riferito al quotidiano locale ‘Journal de Bangui’ che “ora come ora il nostro paese non può garantire la trasparenza (…) i diamanti estratti nel nord-est sono esportati nei paesi vicini, in particolare il Ciad. Sappiamo – hanno detto – che una parte è stata destinata all’Italia e un’altra ai paesi del Nord Europa”. In passato la produzione centrafricana è già stata oggetto di sospetti sia per la corruzione dei vari regimi che per la presenza costante di gruppi ribelli nelle zone di estrazione della pietra preziosa.

 

Alcuni osservatori hanno, inoltre, suggerito che alcuni operatori delle settore diamantifero abbiano finanziato la ribellione Seleka (alleanza in lingua sango) per destituire Bozizé. Della coalizione ribelle, passata all’offensiva lo scorso dicembre, fanno parte miliziani centrafricani di fazioni dissidenti di gruppi storici ma soprattutto combattenti stranieri, del Ciad e del Sudan. La stessa rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Centrafrica, Margaret Vogt, ha evidenziato che “l’incapacità o la mancanza di volontà dei nuovi dirigenti nell’esercitare il controllo su comandanti locali e truppe (…) fanno del Centrafrica un riparo ideale per tutte quelle forze ribelli, anche straniere, interessate a sfruttare le sterminate risorse naturali”. Oltre che di diamanti l’ex colonia francese è anche ricca di oro e legname.

 [VV]

http://www.misna.org/economia-e-politica/niente-diamanti-di-guerra-bangui-annuncia-moratoria-05-06-2013-813.html

CINA ALLARME INQUINAMENTO, SALUTE SEMPRE PIÙ A RISCHIO

 CINA ALLARME INQUINAMENTO, SALUTE SEMPRE PIÙ A RISCHIO

 

L’inquinamento sta diventando uno dei problemi maggiori collegati alla crescita dell’economia cinese. Non a caso, la nuova leadership di Pechino, in carica da marzo, ha diffuso i dati sull’inquinamento riferiti allo scorso anno e riconosciuto che la pessima qualità dell’aria e dell’acqua è tra le maggiori cause di insoddisfazione popolare e di disordini. Nel paese lo scorso anno l’inquinamento nel suo complesso è peggiorato, come risultato dell’estendersi di industrie ed attività minerarie in aree rurali e per l’espansione dell’allevamento industriale.

A sostenerlo è il ministero della Protezione ambientale nel suo Rapporto 2012 appena diffuso. “A causa dell’industrializzazione, dell’urbanizzazione e della modernizzazione dell’agricoltura, la situazione dell’ambiente rurale è peggiorata”, si legge nel testo.

 

È previsto che entro giugno il governo presenti misure efficaci per ridurre drasticamente le emissioni industriali, ma la sfida – ammettono le autorità – si è spostata dalle città alle campagne, dove le attività agricole sono oggi una fonte d’inquinamento sempre maggiore.

 

Il rapporto, pur segnalando un maggiore impegno complessivo a combattere il degrado ambientale e che la situazione del 2012 non è peggiorata rispetto all’anno precedente, ammette che “le tendenze restano preoccupanti”. Nei centri urbani, l’emissione di diossido di zolfo – frutto della combustione del carbone – è scesa del 4,52% a 21,18 milioni di tonnellate, ma i compilatori del rapporto non forniscono dati sul PM2,5, ovvero le polveri sottili, che sono una minaccia maggiore per la salute e derivano dalla combustione di carbone e dalle emissioni delle automobili.

 

Lo scorso gennaio valori fuori norma hanno costretto le autorità e misure di emergenza e provocato reazioni esasperate della popolazione. Addebitato a “eccezionali condizioni meteorologiche”, l’alto livello di inquinanti non modificherebbe, secondo le fonti ufficiali, “la realtà” che la qualità dell’aria a Pechino è in miglioramento da un decennio. Anche l’acqua mostrerebbe una salute migliore, con il 68,9% dei campioni prelevati catalogati come non pericolosi per la salute umana, contro il 61% del 2011. Il 10,2% dell’acqua testata, tuttavia, non sarebbe utilizzabile neppure per l’irrigazione.

[CO]

http://www.misna.org/natura-e-ambiente/allarme-inquinamento-salute-sempre-piu-a-rischio-05-06-2013-813.html

Istat, disoccupazione mai così alta dal 1977. Visco: "Italia indietro di 25 anni"

Istat, disoccupazione mai così alta dal 1977. Visco: "Italia indietro di 25 anni"

 

Il 12% è senza lavoro: oltre 3 milioni di italiani. Il governatore di Bankitalia: "Servono riforme". Squinzi: "Numeri tragici"

 

La crisi italiana non è ciclica ma ha radici strutturali: da 25 anniil Paese è in ritardo e non è in grado di rispondere ai cambiamenti. La sferzata è del governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, secondo cui "l'aggiustamento richiesto e così a lungo rinviato ha una portata storica". E se la situazione è grave, la colpa è anche dei "rappresentanti politici" che "stentano a mediare tra interesse generale e interessi particolari: i cittadini - sottolinea il numero uno di Palazzo Koch nelle sue Considerazioni finali -, ne ricevono segnali contrastanti e incerti". Visco invita anche a "non aver timore del futuro, del cambiamento" e ammonisce che "non si costruisce niente sulla difesa delle rendite e del proprio particolare, si arretra tutti". Occorrono invece "consapevolezza, solidarietà, lungimiranza", avendo ben chiaro in mente che "le riforme non possono essere chieste sempre a chi è altro da noi". Tutti, insiste il governatore, dobbiamo impegnarci: imprese, lavoratori, banche, istituzioni. L’importante è non avere "cali di tensione" e "insistere nell'opera di riforma". 


"A rischio la coesione sociale" - "L'azione di riforma ha perso vigore nel corso dell’anno passato, anche per il progressivo deterioramento del clima politico", è l'accusa del governatore. Un vizio antico dell'Italia questo, "un tratto ricorrente dell'esperienza storica del nostro paese: le principali difficoltà non risiedono tanto nel contenuto delle norme, quanto nella loro concreta applicazione". Non c'è tempo da perdere. Larecessione, avverte Visco, "sta segnando profondamente il potenziale produttivo, rischia di ripercuotersi sulla coesione sociale". Ma di sicuro la ripresa non si aggancia con la spesa allegra. "E' illusorio per noi pensare di uscire dalla crisi con la leva del disavanzo di bilancio", sostiene il governatore. Bisogna invece preservare i progressi conseguiti perché "disperderli avrebbe conseguenze gravi". 

"Tagliare le tasse" - Quanto alle tasse, prioritario è tagliare quelle che gravano su lavoro e imprese. "Riduzioni di imposte, necessarie nel medio termine, pianificabili fin d’ora, non possono che essere selettive", rileva Visco, secondo cui "il cuneo fiscale che grava sul lavoro frena l'occupazione e l'attività d’impresa". Anche "l'evasione fiscale - aggiunge - distorce l'allocazione dei fattori produttivi, causa concorrenza sleale, è di ostacolo alla crescita della dimensione delle imprese". Il governatore non si lascia però travolgere dal pessimismo. "Noi italiani, fin dall'inizio tra gli artefici della costruzione europea - afferma - dobbiamo mostrare di sapere uscire dalla grave condizione in cui siamo caduti". Ma bisogna mettersi d’impegno. "Interventi e stimoli ben disegnati, anche se puntano a trasformare il paese in un arco di tempo non breve - conclude Visco - produrranno la fiducia che serve per decidere che già oggi vale la pena di impegnarsi, lavorare, investire". 

http://www.liberoquotidiano.it/news/economia/1253260/Istat--disoccupazione-mai-cosi-alta-dal-1977--Visco---Italia-indietro-di-25-anni-.html

Crisi, ad aprile consumi in calo . Perdono anche le telecomunicazioni.

Crisi, ad aprile consumi in calo . Perdono anche le telecomunicazioni.

 

Il settore delle tlc, normalmente in controtendenza, si adegua al dato generale. Ribasso del 2,5% mensile

 

La contrazione dell'indicatore di Confcommercio ha raggiunto il 3,9%, facendo segnare la 17esima variazione in negativo negli ultimi venti mesi.

Anche ad aprile i consumi si sono mantenuti in calo, ma a preoccupare ulteriormente è il dato relativo ai beni e servizi per le telecomunicazioni. Spesso in controtendenza rispetto all'andamento generale, le tlc si sono adeguate alla flessione, facendo segnare un ribasso del 2,5% mensile e dello 0,1% annuo.

Oltre al dato relativo alle telecomunicazioni, negativo anche quello sulla mobilità, che mostra su base annua un calo del 7,5%. Segue il settore dell'abbigliamento e delle calzature (-6,7%), tallonato da alimentari, bevande e tabacchi, che perdono il 6,2%.

http://www.ilgiornale.it/news/economia/crisi-ad-aprile-consumi-ancora-calo-crollo-anche-924533.html

Lucio Di Marzo 

09/06/2013

AFRICA MENINGITE, CROLLA IL NUMERO DEI CONTAGI

AFRICA MENINGITE, CROLLA IL NUMERO DEI CONTAGI

 

È diminuito di cinque volte in soli tre anni, il numero dei casi di meningite in Africa: lo sostiene l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), secondo la quale alla tendenza ha contribuito l’introduzione di un vaccino frutto di una cooperazione internazionale che ha coinvolto diversi governi sub-sahariani.

Secondo le rilevazioni dell’Oms, tra il 1° gennaio e il 12 maggio scorso i casi registrati in 18 dei 19 paesi della cosiddetta “cintura della meningite” sono stati 9250 e i decessi causati dalla malattia 857. Nel 2009, nella fase più acuta di un’epidemia, le persone contagiate erano state 88.000 e le vittime oltre 5000.

 

In una nota l’Organizzazione mondiale della sanità sostiene che il miglioramento è dovuto anzitutto all’introduzione a partire dal 2010 di MenAfriVac, un vaccino frutto della collaborazione tra i governi di 25 paesi sub-sahariani, i produttori del Serum Institute of India e la fondazione statunitense Bill & Melinda Gates Foundation.

La meningite è una malattia della membrana cerebrale che colpisce soprattutto bambini e adolescenti. L’area del mondo dove il rischio è maggiore si estende dal Senegal all’Etiopia. In questa fascia, la cosiddetta “cintura della meningite”, il periodo più critico va da dicembre a giugno.

[VG]

http://www.misna.org/medicina-e-salute/meningite-crolla-il-numero-dei-contagi-07-06-2013-813.html

La realpolitik di Costantino

La realpolitik di Costantino OLTRE IL TARDOANTICO

 

Al Colosseo, luogo archetipico della martirologia, con la mostra sull'imperatore vengono celebrati i 1700 anni dell'Editto di Milano che concesse la libertà di culto ai cristiani

 

Il 2013, sulla scia di due ricorrenze propizie, invita a riflettere intorno alle radici classiche dell'Europa, attanagliata dalla crisi identitaria seguita al collasso del secolo breve. Il bimillenario della morte di Augusto, il divo laico che ha teorizzato il sistema politico grazie al quale trovò coesione l'Impero al suo apogeo, verrà commemorato il prossimo ottobre da un evento senza precedenti alle Scuderie del Quirinale. Costantino, che con una svolta assolutistica inaugurò lo spartiacque del Tardo-antico, trainando la romanità in un Medioevo meno mediterraneo e più europeo, è sugli scudi da ottobre, quando fu inaugurata, presso il Palazzo Reale meneghino, la mostra Costantino 313 d. C. (www.mostracostantino.it). 
L'esposizione, progettata dal museo Diocesano di Milano e curata da Gemma Sena Chiesa e Paolo Biscottini, è approdata al secondo anello del Colosseo. La impreziosisce una sezione originale dedicata all'Urbe, su idea di Mariarosaria Barbera, soprintendente per i beni archeologici di Roma e autrice dei recenti scavi che, nell'area di S. Croce in Gerusalemme, hanno aperto una finestra inedita sull'età costantiniana.

Affetto da «gigantismo»
Nell'Anfiteatro Flavio, luogo archetipico della martirologia, saranno celebrati fino al 15 settembre i 1700 anni dell'Editto di Milano: il documento che concesse la libertà di culto ai cristiani, ancora sconvolti dalle repressioni di Diocleziano. Era stato Galerio, il 30 aprile 311, nell'attuale Sofia, a promulgare l'attesa disposizione che, l'anno successivo, i due Augusti, Licinio in Oriente e Costantino in Occidente, si limitarono a ratificare da Mediolanum con una missiva indirizzata al governatore della Bitinia.
Il cruciale testo dell'Editto di Tolleranza giganteggia all'inizio del percorso espositivo, introducendo i volti dei protagonisti di tale rivoluzione religiosa. Spicca una statua seduta di Elena, i cui lineamenti sono stati rilavorati su un marmo greco di età antonina, accompagnata da figure femminili caratterizzate da elaborate acconciature a bande ondulate sulla fronte. Conclude la galleria di ritratti Costantino, l'autocrate che volle soprastare ogni suo predecessore. Da qui, la predilezione per il gigantismo, come palesano i calchi in gesso dei frammenti del colosso bronzeo dell'imperatore conservati nei musei Capitolini: la mano sinistra che sorregge un globo e la testa, alta quasi 2 metri. Colpisce lo sguardo ammaliante, profondo e immobile: Flavio Valerio Costantino - bono generi humani creatus - si vedeva procreato per il bene del genere umano.
Conversione sincera, suggellata dal battesimo in punto di morte del peccatore che aveva ucciso un figlio, o ipocrita realpolitik, alla ricerca di un instrumentum regni al passo con i tempi, certo è che le vicende legate alla battaglia di Ponte Milvio segnarono una netta cesura nella storia antica. Il 28 ottobre del 312, Costantino sconfisse l'usurpatore Massenzio nei prati tra il Tevere e la via Flaminia. Il giorno precedente, lo racconta Eusebio di Cesarea, i suoi occhi profondi e immobili avevano avuto una visione: una croce di luce si era frapposta tra loro e il sole, accompagnata da lettere greche tradotte in latino con la massima in hoc signo vinces.


L'emblema scelto da Costantino per celebrare il trionfo, logo semplice quanto efficace, fu il chrismòn, monogramma costituito dalla sovrapposizione delle prime due lettere greche del nome di Cristo, X (chi) e P (rho): segni grafici che riprendevano una simbologia solare invalsa presso gli adepti del Sol Invictus, che onoravano il proprio dio il 25 dicembre. Grazie all'esercito vincitore, il chrismòn si diffuse velocemente in tutto l'Impero. È questo uno dei leitmotiv della mostra, la cui parte migliore, tuttavia, coincide con la bonus track riservata a Roma.
Straordinaria la forza evocativa delle punte di quattro lance da parata e di quattro portastendardi e dei tre scettri, con raffinati globi di vetro verde e calcedonio, rinvenuti nel 2005 da Clementina Panella alle pendici nord-orientali del Palatino. Le analisi rendono plausibile la più affascinante delle ipotesi: si tratterebbe delle insegne di Massenzio, avvolte nella seta e nascoste in custodie di legno, all'interno di una fossa, affinché non cadessero nelle mani di Costantino, che aveva fatto decapitare il rivale prima di gettare il suo cadavere nel Tevere. 
Notevoli anche i reperti rinvenuti alle spalle di S. Croce in Gerusalemme, dove nel III secolo era stato costruito il cosiddetto Palazzo del Sessorio. La villa fu scelta come residenza da Elena, luogotenente nella metropoli del figlio che, in 31 anni di regno, vi risiedette appena pochi mesi. Le decorazioni architettoniche e le ceramiche in catalogo testimoniano, nella loro quotidianità, la diffusione del cristianesimo: un mattone bipedale reca impresso un pesce stilizzato - ideogramma dall'acronimo greco di Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore -; bolli laterizi sono segnati con un chrismòn.


Dal retrogusto pagano, al contrario, il tesoretto rinvenuto nel 2007 in un edificio presso la via Laurentina. Delle 49 monete, 8 sono state coniate dalla zecca di Roma, nel 313 d. C.: l'effige di Costantino è abbinata alla legenda Soli Invicto.
La scoperta più recente, risalente al passato luglio, spetta all'Università di Tor Vergata. Tra i corredi femminili individuati in una tomba della basilica di papa Marco sulla via Ardeatina, databili tra fine IV e metà V secolo, si segnala una collana con fermaglio a disco in lamina d'oro lavorato a giorno, con un chrismòn tra le lettere alfa e omega.
Gli oltre duecento pezzi esibiti al Colosseo provengono da musei italiani e europei: Vienna; Parigi; York; Treviri, Colonia e Mainz; Budapest; Zajecar e Novi Sad (Serbia); Celje (Slovenia). Non tanto le sculture e i rilievi, quanto i pannelli didascalici, poco propensi a raccontare il Costantino profano, e l'attenzione privilegiata sulla diffusione nel continente di oggetti religiosi, dalla croce trionfale alle fibule a croce, fino al chrismòn - una carta tematica ne evidenzia il successo, dalla Britannia ai Balcani -, vogliono documentare un'Europa che costruisce la sua fisionomia geostorica grazie al collante del cristianesimo. Di siffatto processo, un conciliante Costantino sarebbe il principale artefice, secondo un'interpretazione che ha suscitato le polemiche, tra gli altri, del rabbino capo Riccardo di Segni. 

Biopic da riordinare
L'attitudine liberale dei romani, de facto, iniziò a declinare proprio a partire dall'atto legislativo che i curatori milanesi identificano con l'inizio di un'aurea Età della Tolleranza. Estrema conseguenza del nuovo ordine fu l'Editto di Teodosio che a Tessalonica, nel 380, proibì i riti non cristiani in tutte le province di un Impero che mai, in precedenza, si era riconosciuto in una religione di Stato. 
Bastano pochi dati per capire la complessità innovativa della geografia costantiniana. L'Augusto nacque nel 274 a Naissus, la moderna Nis, in Serbia. A Eburacum, la York inglese, fu acclamato imperatore dalle truppe del padre; ad Arles sposò Fausta; morì nel 337 a Nicomedia, vicino a Costantinopoli, la seconda Roma che aveva fondato sul Bosforo, secondo i riti pagani della tradizione, l'11 maggio del 330 d.C.
Con la sconfitta di Massenzio, anche il baricentro dell'Italia si spostò a nord, dove assurse al rango di capitale Milano (interessante la app sulla città scaricabile gratuitamente dal sito) e sbocciò Aquileia, con cui la mostra si conclude, insieme a una panoramica sui monumenti costantiniani di Roma, con una ricostruzione in computer grafica dell'arco onorario ai piedi del Colosseo.
Il catalogo (18 euro) è stato realizzato dalla casa editrice Electa, a cura di Mariarosaria Barbera. Si consiglia una lettura degli interventi della stessa soprintendente (Costantino e Roma) e dell'epigrafista Gian Luca Gregori (Costantino nell'epigrafia di Roma). Ai due studiosi tocca l'onere di rimettere ordine scientifico tra le pillole indorate di un biopic su Costantino inchiodato al 313 d. C.
Anche nel 2012, la mostra storica più visitata a Roma, organizzata quella volta nei musei Capitolini, concedeva alla chiesa l'occasione di narrare, dal proprio punto di vista, il passato del Vecchio Continente. Lux in Arcana, tra i 100 documenti dell'Archivio segreto Vaticano esibiti in anteprima sul Campidoglio, non mancava di presentare al pubblico la donazione di Costantino: il falso attestato di origine del potere temporale dei papi, esecrato già nel XIX canto dell'Inferno da Dante, che lo credeva genuino.
Il filologo Lorenzo Valla, che nel 1440 ne svelò la contraffazione, sottopose al vaglio sottile dell'intelletto umano anche uno scritto attribuito a Costantino il Grande, santo e simile agli apostoli - isapostolos - per la Chiesa d'Oriente, figlio di Sant'Elena, la scopritrice della vera croce. Nasce così l'umanesimo: la laicità e una storiografia lucida, dal principio, ne sono i capisaldi. 

 

MEMORIA E STORIA
A Trieste nasce un Laboratorio permanente sulla memoria e sull'uso della storia. Si inizia oggi (poi il 9 e 10), con mostre e un convegno internazionale «Storia e memoria. Raccontarsi e raccontare il passato». Tra i partecipanti, Ilan Greilsammer, Annette Wieviorka, Marcello Flores. Segue la proiezione di film

http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20130508/manip2pg/10/manip2pz/339955/

APERTURA - FEDERICO GURGONE 

 

MALAWI L'asilo di Agostino e il sistema scolastico

MALAWI L'asilo di Agostino e il sistema scolastico

 

Il nome ufficiale è «Chikondi Sukulu ya mkaka», che vuol dire «Scuola materna amore», ma tutti nel piccolo villaggio di Toleza lo conoscono come “l’asilo di Agostino”. Lui è Agostino Trussardi, pensionato originario di Clusone, in provincia di Bergamo, e da ormai sette anni vive qui, dove grazie a tanta forza di volontà e all’aiuto di tanti ha potuto portare a termine il suo sogno: offrire ai bambini del posto un luogo bello e pulito in cui potessero giocare e imparare. Cose scontate in Italia, un po’ meno in Malawi. 


Il progetto di Agostino è nato dopo una tragedia personale: nel 2003 la morte del figlio Mauro, poi, nel 2006, quella della moglie Emilia. A quel punto Agostino non ha avuto dubbi e si è trasferito qui. Quando arriviamo all’asilo, ci sono circa 150 bambini tra i 3 e i 6 anni ad accoglierci con canti e filastrocche. A occuparsi di loro sono otto educatrici e sei cuoche. 


A metà mattinata arriva il momento della merenda, che, in assenza della corrente elettrica, viene preparata in due grandi calderoni sul fuoco a legna. “Si tratta di una miscela chiamata Likuni Phala – spiega Agostino – contiene tre tipi di cereali e dello zucchero: è molto nutriente. Basta poco per offrire un pasto in questo asilo: ai miei sostenitori chiedo solo 30 euro l’anno”. 
Nel cortile sono stati installati alcuni giochi tra cui un grande scivolo; in un angolo sotto un albero, invece, un altarino con le foto di Mauro ed Emilia, davanti al quale spesso i bambini vengono a pregare.  
“Qui riescono a imparare tante cose – continua Agostino – le educatrici insegnano loro anche i numeri e le lettere dell’alfabeto, tanto che a 6 anni sanno già leggere e scrivere. Il problema, semmai, è che poi quando iniziano a frequentare la scuola pubblica dimenticano tutto”. Una battuta forse, ma il problema della qualità dell’insegnamento in Malawi è reale. 
La scuola primaria, che dura otto anni, è gratuita ma non obbligatoria, tanto che il numero di chi lascia prima della fine del ciclo scolastico è altissimo: “Nelle zone rurali – sottolinea Agostino - si arriva anche al 60-70 per cento di ritiri. E’ basso anche il livello degli insegnanti: in molti a inizio carriera hanno un semplice diploma e non hanno mai effettuato nemmeno un tirocinio”. 


Spesso le lezioni si svolgono all’aperto per mancanza di spazio nelle aule: non è difficile facendo un giro nei villaggi a metà mattinata vedere 50-60 bambini fare lezione seduti all’ombra di un grande albero. La maggior parte di loro ha un solo quaderno per l’intero anno scolastico per tutte le materie. E spesso mancano anche le sedie. Mercoledì in tutto il Paese si sono tenuti gli esami finali della primaria: ebbene, ventiquattro ore prima le strade erano “invase” da alunni che portavano la loro sedia da casa a scuola per allestire l’aula in vista degli esami del giorno dopo.

 

In questo contesto è facile capire l’importanza e la peculiarità di una struttura come quella realizzata da Agostino, con aule funzionali e tutto il necessario per i primi basilari apprendimenti. Agostino, peraltro, ha già ultimato il suo nuovo progetto: a pochi passi dall’asilo ha costruito un ambulatorio medico e due casette per le infermiere che verranno a lavorarci. “Sto aspettando il via libera definitivo del governo, spero che da settembre si potrà iniziare l’attività medica – spiega - qui su istruzione e sanità c’è ancora tanta strada da fare”.

 

Paolo M. Alfieri

http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/asilo-agostino-sistema-scolastico.aspx

Nell’Italia della crisi fioriscono agricoltori e orti fai da te

Nell’Italia della crisi fioriscono agricoltori e orti fai da te

 

Nelle sue uscite pubbliche lo scrittore e alpinista Mauro Corona non smette mai di ricordarlo: “una zappa ci salverà”. E forse mai come adesso la crisi, la voglia di cibo sano e il ritorno alla natura e alle relazioni non mediate dalla Rete gli danno ragione e fanno registrare il record di 1,1 milioni di metri quadri di terreno di proprietà comunale destinati stabilmente o occasionalmente da circa 21 milioni di italiani alla coltivazione di orti pubblici o adibiti al giardinaggio ricreativo.

È quanto emerge da un’analisi della Coldiretti sulla base del rapporto Istat sul Verde Urbano nel 2011 presentato in occasione di “Cibi d’Italia” il meeting organizzato dallaFondazione Campagna Amica al Castello Sforzesco di Milano all’inizio di maggio.

 

Il vero e proprio boom degli orti urbani, che anche la trasmissione di Radio2Caterpillar sta tentando di mappare con l’iniziativa “OrtoXmille”, non ha scopo di lucro e come ha ricordato la Coldiretti “gli orti sono assegnati in comodato ai cittadini richiedenti e forniscono prodotti destinati al consumo familiare e, oltre a rappresentare un aiuto per le famiglie in difficoltà, concorrono a preservare spesso aree verdi interstiziali tra le aree edificate per lo più incolte e destinate all’abbandono e al degrado”. Secondo il censimento effettuato dall’Istat quasi la metà, “circa il 44 per cento delle amministrazioni comunali dei capoluoghi di provincia ha previsto orti urbani tra le modalità di gestione delle aree del verde - ha spiegato la Coldiretti - con forti polarizzazioni regionali: il 72 per cento delle città del Nord-ovest, poco meno del 60 per cento e del 41 per cento rispettivamente nel Nord-est e nel Centro, con concentrazioni geografiche in Emilia-Romagna e Toscana, ma ben rappresentate anche in Veneto, Friuli-Venezia Giulia e nel Lazio. Nel Mezzogiorno, infine, risultano presenti solo a Napoli, Andria, Barletta e Palermo”.

 

In generale per l’analisi dell’Istat possiamo dire che ogni abitante dispone in media di 30,3 mq di verde urbano, con valori più contenuti al Centro (23 mq per abitante) e al Nord-ovest (24,3 mq), mentre nelle città del Nord-est il valore medio è quasi doppio rispetto a quelle del Centro e del Nord-ovest (45,4 mq per abitante) e anche nel Mezzogiorno è comparativamente elevato (37,1 mq tra le città del Sud e 26,7 mq nelle Isole). Nel 15% circa dei capoluoghi poi “la disponibilità di verde urbano è pari o superiore ai 50 mq per abitante, mentre nel 17,7% non si raggiunge la soglia dei 9 mq pro capite, soprattutto nelle Isole e al Sud”. Nel complesso circa un quinto delle città italiane presenta valori superiori alla media sia per densità che per disponibilità del verde urbano, tra queste Sondrio, Trento, Potenza e Matera, mentre valori notevolmente più bassi per entrambi gli indicatori caratterizzano la metà dei capoluoghi del Belpaese, quasi il 70% tra quelli del Sud.

 

Anche se non omogeneo, si tratta di un vero e proprio “patrimonio verde” che fotografa una tendenza in costante crescita. Così nell’Italia della crisi fioriscono agricoltori e orti fai da te come in una riedizione in chiave moderna degli orti di guerra nati al centro delle grandi città americane ed europee (famosi sono i victory gardens degli Stati Uniti e del Regno Unito che nel 1945 sopperivano al 10 per cento della richiesta di cibo) e italiane per garantire approvvigionamenti alimentari, qui nell’osservanza dell’imperativo del Duce, “non un lembo di terreno incolto”. Sono negli annali della storia le immagini del foro Romano e di piazza Venezia trasformati in campi di grano e la mietitura svolta in piazza Castello nel cuore di Torino, come forse lo diventeranno il verde pubblico e privato urbano contemporaneo, con giardini e balconi delle abitazioni trasformati in orti per la produzione “fai da te” di lattughe, pomodori, piante aromatiche, peperoncini, zucchine, melanzane, ma anche di piselli, fagioli fave e ceci da raccogliere all’occorrenza.

 

“Con la crisi fare l’orto è diventato una tendenza assai diffusa - ha sostenuto la Coldiretti - che ha raccolto molti appassionati che possono oggi scegliere tra le tante possibilità agricole a seconda dello spazio disponibile. A volte basta solo un balcone e poche decine di euro. Per la Coldiretti nel caso di orto su un balcone di medie dimensioni si può ipotizzare un costo che oscilla fra i 40 e i 50 euro per 2 contenitori da 80 centimetri di lunghezza, con la giusta quantità di terra e 6 piantine orticole più diverse essenze aromatiche, dove la maggior parte del costo è rappresentato proprio dai vasi che certamente non si buttano via a fine stagione, ma possono essere riutilizzati per più anni. Le singole piantine orticole possono costare fra i 25 e i 30 centesimi per confezioni multiple. “Il segreto del piccolo orto sul balcone sta nell’ottimizzare gli spazi all’interno degli stessi vasi - ha aggiunto la Coldiretti - alternando piante più alte come pomodorini, peperoni e melanzane, con alla base composizioni di prezzemolo, basilico ed erbette. L’ideale è attrezzare un lato del balcone con le orticole e l’altro con le aromatiche come timo, salvia e menta”.

 

Se invece si ha a disposizione un piccolo appezzamento di terreno, in appena 10 metri quadrati si possono coltivare: 4 piante di pomodori, 4 piante di melanzane, 2 piante di zucchine, 8 piante di insalata e 4 piante di peperoni per una produzione media di oltre 25 chili di verdura. “Oltre a quello sul balcone o al tradizionale a terra, a causa degli spazi sempre più ristretti nelle città - ha concluso la Coldiretti - stanno nascendo sempre nuove tipologie di orti: da quelli a parete che si appendono all’esterno e nei quali trovano spazio fragoline, peperoncini, insalatine ed erbe aromatiche o quelli pocket costituiti da mini vasi in materiale riciclabile che possono essere sistemati senza problemi anche a bordo finestra sui davanzali più stretti”.

 

Ma chi sono gli “hobby farmers”? Nel dettaglio l’identikit dell’agricoltore cittadino lo ha stilato la Confederazione italiana agricoltori ed è un ritratto molto preciso: ”Ha in media 45 anni, una buona istruzione, sensibilità ambientale e una buona dose di tempo libero. È diplomato nel 55 per cento dei casi e molto spesso ha una laurea (30 per cento). In genere si avvicina all’agricoltura mosso prevalentemente da input culturali. Solitamente è un insegnante (20 per cento) o un impiegato (13 per cento), meno frequentemente un operaio (10 per cento) e un imprenditore (3 per cento)”. Se è vero che è un hobby che piace anche ai giovani, gli studenti rappresentano il 5 per cento, sono soprattutto i pensionati, circa il 40 per cento, che si avvicinano al lavoro della terra innanzitutto per risparmiare in tempi di crisi economica, oltre che per una maggiore familiarità con le tradizioni contadine.

 

E allora indipendentemente dai dati e dai profili statistici viva l’autoproduzione cittadina che fa bene alla salute e allo spirito, massimo esempio dell’agricoltura di prossimità e della filiera corta. Ma non si tratta soltanto di un fatto di risparmio e salute, l'orto è oggi anche e soprattutto l’occasione per ricavarsi un’isola appassionatamente analogica nella frenesia digitale dei nostri tempi, fatta di centinaia di amici virtuali e di poche decine di amici reali. Di questi ultimi si sente sempre un gran bisogno anche dietro ad una zappa, con buona probabilità quella che ci “salverà”, in questi tempi di crisi economiche e relazionali.

Alessandro Graziadei

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/27-stili-di-vita-e-di-consumo/45224-nellitalia-della-crisi-fioriscono-agricoltori-e-orti-fai-da-te-.html

FONTE: ALESSANDRO GRAZIADEI, UNIMONDO.ORG |

Vuoi bruciare di più? Mangia così..!

Vuoi bruciare di più? Mangia così..!

 

Il sogno di tutti sarebbe quello dei poter mangiare bene e dimagrire. E quanta invidia proviamo nel vedere qualche amico o parente che pur nutrendosi con dovizia di cibo rimane sempre magro e in splendida forma. La sua fortuna è quella di avere un ottimo metabolismo, che brucia tutto il cibo ingerito e lo trasforma in energia positiva. Senza che la bilancia ne risenta in alcun modo. Invece noi se esageriamo un pochino... C'è differenza tra individuo e individuo a livello metabolico, e a questa diversità possono concorrere diversi elementi, a cominciare dall'età. Scientificamente è stato provato che superata la soglia, fatidica, dei 40 anni, il metabolismo rallenta del 5% ogni dieci anni, senza che per questo si possa fare qualcosa.

 

La dieta metabolica

Altro fattore importante, il sesso, che dà una mano soprattutto alle donne, mentre i maschietti bruciano di più a riposo. Infine, la massa corporea: più muscoli equivalgono a un miglior metabolismo. Veniamo al cibo. Domanda d'obbligo: ci sono alimenti che aiutano? Alcune ricerche hanno dimostrato che il peperoncino e cibi speziati possono far aumentare il metabolismo del 20% per circa 30 minuti, ma non si sa oltre questo lasso temporale cosa succeda veramente. Un analogo discorso lo si può fare per il  verde, grazie all'EGCG, un antiossidante che secondo alcuni ha gli stessi benefici del peperoncino. Secondo uno studio americano, pubblicato sulla rivista scientifica “American Journal of Clinical Nutrition”, 90 milligrammi di EGCG e 50 milligrammi di caffeina assunti durante i pasti bruciano il 4% di energia in più nell’arco delle 24 ore. Cosa che non accade se l'assunzione è limitata alla caffeina.

 

Accelerare il metabolismo, come fare

In ogni caso, vale come regola generale, qualsiasi di cibo è in grado, nella prima ora dopo il consumo, di accelerare il metabolismo, mentre le proteine necessitano del 25% in più di energia per essere digerite. Allora, come fare per dare maggior sprint al nostro metabolismo? Far crescere i nostri muscoli, non esagerare con le proteine, fare sport e mangiare spesso durante il giorno (c'è chi suggerisce ogni tre ore). Spezzettando l’alimentazione giornaliera in tanti “mini pasti”, a tre ore di distanza l’uno dall’altro, potremmo dimagrire un chilo e mezzo in meno a settimana. Una sorta di allenamento continuato per il metabolismo, che trarrà solo benefici da questa iper attività. Naturalmente mai esagerare...poco e spesso è il miglior consiglio possibile su cui concordano anche i nutrizionisti.

 

http://it.lifestyle.yahoo.com/blog/i-feel-good/vuoi-bruciare-di-piu-mangia-cosi-135347673.html

08/06/2013

Italia, più verde e meno spread

Italia, più verde  e meno spread

 

Pubblichiamo in esclusiva la nota introduttiva al volume «GREEN 3.0. Italia, più verde meno spread», a cura di Maurizio Guandalini e Victor Uckmar (Mondadori Università, pagg. 350, 24 euro).

 

Hanno ragione Carlo Petrini, «papà» di Slow Food, e Dario Fo, Nobel della letteratura: dobbiamo riscoprire la scienza dei nostri contadini. Il dialogo tra Petrini e Fo, secondo noi, mira a disegnare un’idea di economia a misura d’uomo, rispettosa dell’ambiente: essere innovatori che conoscono tutto del passato. La crisi economica acuta, che stiamo vivendo, ha scritto un postulato che rimarrà per sempre: ci siamo allargati troppo, molto, cumulando oltre misura. Ci vuole un cambio di marcia, ridurre il superfluo e fermarsi lì, senza sconfinare. Può esistere una crescita infinita in un mondo finito? La decrescita è il rimedio?  

 

Spreco zero: la spending review ecologica

 Pensare globale, agire locale. I gesti quotidiani servono a determinare il futuro. Ci ha colpiti la campagna Coltiva. Il cibo. La vita. Il Pianeta promossa da Oxfam (network internazionale impegnato nella lotta contro povertà e ingiustizia sociale), che mira a rimettere in sesto un sistema alimentare al collasso. Ogni anno sei grandi Paesi (Brasile, India, Filippine, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti) buttano via 5,3 miliardi di mele. Messe in fila farebbero il giro della Terra nove volte. 5,3 miliardi di mele inquinano quanto 10 milioni di barili di petrolio bruciati: la quantità di gas serra che si produce buttandole in discarica è la stessa. Tra il consumismo sfrenato e la decrescita felice c’è la giusta produzione. Il maggior produttore di yogurt in Italia spende 20 milioni di euro l’anno per smaltire il prodotto scaduto: meglio razionalizzare la produzione piuttosto che produrre e poi buttare via. Su questi contenuti si ritrova l’agroeconomista Andrea Segre, ideatore del progetto Last minute market. La grande distribuzione spreca un miliardo di euro ogni anno in cibo che si butta (mentre nelle nostre case si getta il 42% del cibo complessivamente sprecato). Una cifra che potrebbe servire a sfamare 600.000 persone.  

 

La crisi porta progressi?  

Il ritornello della ripresa dei consumi lancia slogan fuori tempo. Immaginare cifre del passato è una forzatura statistica, ed economica, che non avrà più i presupposti per realizzarsi. Convincerci che i consumi devono crescere sempre più non va. Ai settori tradizionali dell’economia, che producono la solita «roba», della quale siamo sazi, non si può chiedere l’impossibile. Sono saturi. Usurati. Dubitiamo siano loro i motori della crescita. Le leve sulle quali contare. Loro non ce la fanno più. I casi dell’Ilva, dell’Alcoa, delle miniere del Carbonsulcis – casi diversi tra loro, non sempre riconducibili al ragionamento che abbiamo fatto sopra, perché di acciaio e di carbone (la produzione nel mondo nel 2011 è cresciuta del 6,6%) c’è bisogno – ci dicono che le soluzioni non possono essere le stesse di anni addietro. Indipendentemente dal tipo di prodotto di cui c’è più o meno bisogno è invece urgente convertire parte del nostro apparato produttivo, trovare soluzioni che si conciliano con la sostenibilità, la tutela della salute, dell’ambiente. Il «ritardo» è un nemico pericoloso, a piede libero, che produce danni irreparabili se non c’è una classe dirigente che sa cogliere e porre dei rapporti nella società che cambia. A proposito di ritardi e di danni: in Italia, con un piano in quindici anni e un impegno economico di 40 miliardi di euro si metterebbe in sicurezza il territorio italiano senza stare a inseguire le periodiche emergenze, dalle frane ai terremoti. Abbiamo le energie per dimostrare quello che affermava Albert Einstein? «La crisi – diceva l’illustre scienziato – è la benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi».  

 

Virtuosismi e mode  

La notizia, passata sotto silenzio, è questa: nel 2011 in Italia sono state vendute più biciclette che automobili. Un sorpasso storico che non avveniva dal dopoguerra. Le auto immatricolate sono state 1.748.143, le bici vendute 1.750.000. Cala l’acquisto di carburante. È evidente la correlazione tra comportamenti delle persone determinati, in questo caso, dalla crisi economica e il risultato conseguente di un risparmio finanziario reale e, per la collettività tutta, benefici in termini di qualità della vita, dell’ambiente, dell’aria. Dati alla mano la spesa media annua per il mantenimento dell’auto sono 3500 euro; la spesa media annua per usufruire di tutti i mezzi di trasporto pubblici (abbonamento bus/ tram/metro, servizio car sharing, taxi, biciclette a nolo) è di 1500 euro. Le nuove abitudini cambieranno le nostre città? È un ciclo virtuoso che riesce a rispondere con successo alla «visione» di Einstein? Il green, insieme alla crisi, è la più dirompente novità degli ultimi cinquant’anni, con «potenzialità» straordinarie (è un settore che ha trovato la sua massima espansione nel momento di maggiore shock finanziario) in grado di stravolgere sistemi economici e modelli di vita. Parliamo di potenzialità perché abbiamo toccato con mano gli ostacoli e il travagliato cammino. Il green è stato anche molto esercizio propagandistico perché green era tendenza, faceva moda e quindi «ovunque » green. Ricordava, a tratti, la sbornia da internet nel 2000, quando bastava dire «internet» che i titoli di borsa salivano all’inverosimile. Il crack speculativo di quella bolla provocò anche effetti positivi: diede la possibilità a tante aziende di ristrutturarsi, cambiare modelli, passo e quindi trarre benefici dalla crisi. Che cosa è rimasto? L’Italia ha mietuto successi nelle rinnovabili, i comuni l’hanno capito, la gente ha una vocazione verde, sono nate imprese (molte d’eccellenza con elevato esprit tecnologico), come ne sono sparite. Abbiamo toccato con mano anche la criminalità, il sopruso, il raggiro: dove c’è business nascente e corposo arrivano come gli avvoltoi coloro che ne approfittano illecitamente.  

 

Meno verde di facciata  

La sensazione, oggi, è capire la direzione. La svolta c’è stata. È sostenuta oppure no? Le famiglie hanno una vocazione eco o stiamo vivendo in un altro format? Le città, i trasporti stanno cambiando? Meno strada, più rotaia? Quando smetteremo di viaggiare su treni regionali fatiscenti? I costi delle bollette di energia e rifiuti sono diminuiti? Gli effetti pratici del green, nella vita quotidiana, sono quasi impercettibili. Quando vedremo le smart cities, le città intelligenti? Quando migliorerà la qualità di vita dei cittadini? Sarebbe una disgrazia se applicassimo il nostro disordinato modello italico – fatto di promesse, pie illusioni e progetti faraonici mai realizzati – anche per il green: un maquillage di facciata e poi tutto passa, senza incisivi mutamenti. L’opportunità green è estesa e trasversale e non merita una facile liquidazione. Nel libro Green 3.0 abbiamo stilato un Manifesto per il Vivere Verde unendo i punti di un disegno che traccia uno scenario futuro solido. A una condizione: fare sistema. Il Ministro all’Ambiente Corrado Clini, nella prefazione, esplicita una sensazione che tutti noi percepiamo: c’è poca attenzione al fare «verde» italiano e, cosa più grave, è poco conosciuto. A volte si ha la sensazione di stare in un laboratorio sperimentale permanente, utile a raggiungere stupefacenti risultati per fare ottimi articoli sui giornali ma poi tutto si ferma lì perché è al di là da venire, da realizzarsi. Dagli autobus alle barche, da case fatte con i materiali più avanzati a pannelli fotovoltaici italiani di elevata tecnologia: proviamo a unire tutto quanto e innescare nuovi modelli di vita. Con Green 3.0 siamo andati a scoprire quello che si fa e che è nell’ombra, in settori meno battuti come quello delle agroenergie che noi, forse azzardando un po’, abbiamo inserito sotto le insegne della blue economy, termine coniato, nella sua idea originaria, dall’imprenditore ed economista belga Gunter Pauli. Ma ci siamo spinti lì, nei pressi della blue economy, perché ci interessa l’essenza: tutto ciò che segue la natura, produce e non distrugge.  

 

Il futuro? Riuso e recupero  

L’agroenergia vuol dire biomasse (i combustibili ottenuti dalla legna della manutenzione forestale, dagli scarti agricoli delle falegnamerie, dagli oli vegetali esausti del biogas: gli incentivi sono scarsi e c’è il nodo degli approvvigionamenti), biogas (è sostenuta la crescita delle nuove installazioni a biogas agricolo e a pellet, quasi 200.000 caldaie) e carburanti di seconda generazione. Gli scarti biologici delle lavorazioni agricole possono valere oltre 10 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) annui di energia primaria: il 49% della produzione da fonti rinnovabili e il 5% dei consumi italiani. Si tratta di 116 milioni di MWh che, al prezzo medio nazionale dell’energia, corrispondono a circa 7,5 miliardi di euro annui, ovvero a ben 15,8 miliardi al prezzo sottoposto al consumatore finale. Il riuso e il recupero sono la golden share in un continente povero di materie prime (con i prezzi alle stelle). L’economia del recupero è cresciuta del 40% ma ne sfruttiamo poco le potenzialità. L’Italia è il terzo Paese europeo per dimensione del mercato dei rifiuti urbani, ma il riciclo si ferma al 33%, mentre il 53% finisce in discarica e solo il 14% dei rifiuti è sfruttato come combustibile per produrre energia. Il ritardo nel trattamento dei rifiuti ha un costo anche occupazionale: per ogni 10.000 tonnellate di rifiuti smaltiti in discarica, si registra un addetto; se lo stesso quantitativo di rifiuti fosse avviato al compostaggio e recupero, si creerebbero dieci nuovi posti di lavoro. Nei prossimi dieci anni, per lo studio di Pike Research, la popolazione urbana in rapida crescita getterà ogni anno circa 3 miliardi di tonnellate di spazzatura, che costituirà un potenziale di energia sfruttabile pari a 240 GW.  

 

La «democrazia» delle rinnovabili  

Al contrario, rallentamenti non ci sono stati nel vasto territorio delle rinnovabili. In Italia nel 2012 la produzione di fonti rinnovabili raggiungerà il record di 27 milioni di tonnellate equivalenti petrolio (Mtep), il doppio rispetto al 2000 (nel mondo gli investimenti in fonti rinnovabili, nel 2011, hanno toccato circa 260 miliardi di dollari). La crescita è stata ottenuta dalle rinnovabili elettriche nuove, in particolare eolico e fotovoltaico, con centinaia di piccoli impianti. Una diffusione capillare che ha marciato a gran ritmo perché sostenuta da incentivi e dalla possibilità concreta di alleggerire i costi della bolletta elettrica. «Verde» è una scelta democratica: è alla portata dei cittadini quando, in concreto, si tocca con mano il vantaggio economico. Per il Solar Energy Report del Politecnico di Milano il taglio degli incentivi dimezzerà nel 2012 il mercato italiano che nel 2011 era arrivato a 15 miliardi di euro, ponendosi in testa alla graduatoria mondiale, e che invece quest’anno scivola in terza posizione, dietro Germania e Cina. Il Quinto Conto Energia è già quasi esaurito: si prevede che le installazioni caleranno nettamente (con una ricaduta sull’occupazione). Il dato confortante è che l’Italia ha diversi impianti che hanno raggiunto la grid parity, cioè una redditività sufficiente a rendere l’investimento vantaggioso anche senza incentivi. Una discreta mano è arrivata dal crollo del costo dei moduli che è dimezzato nel corso degli ultimi tre anni (la concorrenza cinese riesce a imporre prezzi sotto costo grazie agli aiuti di Stato).  

 

Sistema vo’ cercando  

La crescita delle rinnovabili in Italia sarà avvenuta anche in modo disordinato e costoso (le autorizzazioni, i passaggi burocratici incidono al 69% sul costo di sviluppo di un progetto fotovoltaico) però è innegabile che un ciclo virtuoso green è partito, un primo step che in futuro andrà affinato, smussato, reso ancor più sostenibile. Il Sistema, nazionale e sovranazionale, c’è stato: un intersecarsi di obiettivi (europei e mondiali) dalla riduzione dell’effetto serra alla crescita delle energie alternative, fino all’offerta economica vantaggiosa alle comunità (bollette meno care e incentivi), e poi la nascita di una vera e propria industria green (il «verde» in Italia alimenta un mercato con 100.000 imprese e 369.000 addetti). Domani? Più verde, meno spread. Il riordino dei nostri consumi è vitale, poi c’è la crescita che non va intesa e confrontata con modelli del passato e, per finire, il traino rappresentato da industria tradizionale e industria green; quest’ultime non sono in antitesi. Ma anzi se Sistema ha da essere, che Sistema sia. La collaborazione è utile per cambiare e ottenere risultati. Un esempio? Ci sono le «ferite» dell’industrializzazione rapida degli anni Sessanta e Settanta: 15.000 siti, dalle ex discariche ai petrolchimici, da ripulire. Bonifiche per 5 miliardi di euro e nuova occupazione. Altro esempio. È stridente osservare i brillanti risultati nel rinnovabile «domestico» e i costi dell’energia che gravano sulla produzione delle nostre aziende, facendo loro perdere in termini di competitività. Una multinazionale svizzera non ha «salvato» l’Alcoa perché l’energia in Italia è troppo cara (in Arabia Saudita l’energia per realizzare la stessa produzione costa il 40% in meno, in Italia un megawatt costa 60,00 euro, in Germania 38,00 euro, in Spagna 36,00 euro). Sterzare «a green», quindi. Senza ritorno. Lo capiscano le leadership. Non c’è più tempo per cincischiare nei porti delle nebbie. Sotto agli occhi c’è l’occasione storica di consegnare ai cittadini un futuro decente. Non abbiate paura delle novità, degli abbagli: si tratta solo di voltarsi indietro per andare avanti.  

 

http://www.lastampa.it/2013/05/25/scienza/ambiente/focus/italia-piu-verde-e-meno-spread-66wCE0as2xr3UgdvBiuW8H/pagina.html

MAURIZIO GUANDALINI E VICTOR UCKMAR

Profughi, l'odissea nel Sinai poi la galera e le torture

Profughi, l'odissea nel Sinai poi la galera e le torture

 

Ahlam, eritrea di appena 8 anni, detenuta nel deserto del Sinai assieme alla madre. Una telefonata, registrata e messa on line da SOS Sinai. Nelle mani di trafficanti che le avevano comprate da altri trafficanti, sequestrate assieme a connazionali mentre attraversavano il confine tra il loro paese e il Sudan. "Ci colpiscono coi bastoni". "E quante volte vi picchiano al giorno, Ahlam?". "Di continuo"

 

MILANO - "Cosa faranno gli uomini che vi hanno catturato, se la tua famiglia non paga il riscatto?", chiede al telefono una voce di donna, tentando di usare un  tono dolce, malgrado le circostanze. All'altro capo del filo c'è Ahlam, eritrea di appena 8 anni, detenuta nel deserto del Sinai assieme alla madre. Al momento della telefonata, registrata e messa on line a marzo dall'attivista di SOS Sinai Lula Teclehaimanot, si trovavano  entrambe nelle mani di trafficanti che le avevano comprate da altri trafficanti, sequestrate assieme ad alcuni connazionali mentre attraversavano il confine tra il loro paese e il Sudan. "Ci colpiscono coi bastoni e col fuoco". "Ti hanno picchiato?". "Sì". "E quante volte vi picchiano al giorno, Ahlam?". "Di continuo".

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Il nuovo, terribile, fenomeno dei sequestri.
 Quello di Ahlam non è stato un inferno isolato. Vivono lo stesso calvario, la prigionia, i pestaggi e la scarsità di cibo, centinaia di africani, soprattutto rifugiati eritrei in fuga dal loro paese e in transito attraverso il Sudan. Il New York Times ha stimato che negli ultimi quattro anni circa 7mila rifugiati abbiano subito abusi e torture e che 4mila siano morti. La conferma dei sequestri arriva anche dall'UNHCR, l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati: "Stiamo osservando un aumento di casi di rapimenti e sparizioni di rifugiati soprattutto eritrei, casi che presumiamo coinvolgano tribù di confine, nel Sudan orientale. Questo sta accadendo all'interno e attorno ai campi profughi della zona. Negli ultimi due anni abbiamo visto persone scomparire dai campi di Shagarab", aveva riferito a gennaio la portavoce Melissa Fleming. 

"Prima si pagava soltanto, oggi si passa alle violenze". "Cinque, sei anni fa le persone che arrivavano nella regione egiziana del Sinai lo facevano nel tentativo di raggiungere Israele, contrattavano coi contrabbandieri la cifra di trasporto per arrivare fino là", ci racconta la dottoressa Alganesh Fessaha dell'
ong Gandhi, che da molto tempo si occupa del destino dei connazionali eritrei in varie parti del continente africano. Con l'aiuto di uno sceicco locale, Mohammed Ali Hassan Awwad, nel Sinai la dottoressa cerca di dare supporto a chi riesce a fuggire. "A quel tempo si pagavano 1.000 o 1.500 dollari e le persone non venivano sequestrate né torturate come accade da due anni a questa parte". 

L'uomo che finge di essere il padre di Ahlam.
 Durante la telefona ad Ahlam interviene un uomo di nome Adem, anche lui sotto sequestro. Dice di essere il capofamiglia, ma solo di recente SOS Sinai ha scoperto che si è trattato di un espediente per proteggere madre e figlia che viaggiavano da sole, per evitare che venissero stuprate. Al telefono Adem parla delle difficili condizioni di vita e delle torture subite: "La bambina è in cattivo stato, il suo corpo è infettato dai pidocchi e coperto di cicatrici. Quando hanno torturato sua madre con le scariche elettriche, ha pianto per ventiquattro ore".

Venduti due, tre volte, tra le torture. Responsabili dei sequestri sarebbero gli uomini della tribù beduina sudanese dei Rashaida, un nome che emerge spesso dalle testimonianze di chi riesce a scappare. I Rashaida vendono i profughi a contrabbandieri di diverse tribù egiziane nel Sinai: "La prima li compra ad una cifra, poi li vende alla seconda per un'altra cifra, e così via. Si chiedono riscatti altissimi per la liberazione, dai 30 ai 40mila dollari" continua Alganesh Fessaha.  "Intanto le persone vivono innumerevoli torture: dai sacchetti di plastica bruciati fatti gocciolare sulle spalle e sulla schiena, ai tagli su cui viene versato sale o peperoncino, fino agli stupri". Durante la prigionia, i sequestratori contattano le famiglie dei sequestrati attraverso telefoni satellitari: "Quando chiamano per chiedere i soldi del riscatto, i prigionieri vengono picchiati, viene loro versata addosso dell'acqua, poi viene attaccata la corrente così che le scosse elettriche li facciano urlare di più" dice la dottoressa. "La famiglia dall'altra parte del telefono si dispera, vende tutto quello che ha e, se non basta, chiede soldi in prestito". 

Riscatto via money transfert. Il pagamento del riscatto avviene all'estero, attraverso circuiti di money transfert come Western Union. Chi paga viene rilasciato (ma non sempre) al confine con Israele, a qualche centinaio di metri dalla frontiera, dove a pattugliare il territorio c'è la polizia egiziana. "In quel percorso, si rischia di essere beccati dai poliziotti egiziani, che di solito dicono 'altolà' solo dopo aver sparato ad altezza d'uomo", continua la dottoressa. "Muoiono o rimangono feriti, anche perché non riescono a correre veloci, deperiti come sono, dopo i mesi di prigionia".

La dottoressa e lo sceicco. Lo sceicco egiziano Mohammed Ali Hassan Awwad abita a un chilometro dalla frontiera israeliana. "Lui recupera coloro che riescono a scappare. Provvede a fornire scarpe, cibo, assistenza medica. Poi arriviamo noi e li portiamo via. Al Cairo per loro troviamo una casa dove possano stare al sicuro e a quel punto interviene l'agenzia ONU per i rifugiati" continua Alganesh Fessaha. È stata lei a segnalare il caso di Ahlam e della madre e a sottoporlo all'attenzione di media e opinione pubblica.  Diverse persone si sono mobilitate  e hanno pagato per liberarle. L'uomo che ha finto di essere il padre di Ahlam si trova oggi in un ospedale del Cairo. "Pagare, però, è come incentivare i sequestratori" conclude  la dottoressa. "Il punto è che restano ancora in mano ai beduini, in quelle terribili condizioni, fra le cinquecento e le seicento persone".

 

http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2013/05/27/news/torture_profughi_eritrei-59755200/

di FRANCESCA GHIRARDELLI

 

In Italia a rischio 355 specie animali e vegetali: l'allarme rosso del ministero dell'Ambiente

In Italia a rischio 355 specie animali e vegetali: l'allarme rosso del ministero dell'Ambiente

 

Sono 161 i vertebrati e 194 le varietà vegetali che da domani in Italia potrebbero non esistere più. E' ciò che emerge in uno studio inserito nelle 'Liste Rosse', due volumi che saranno presentati in occasione della "Giornata mondiale della biodiversità e della settimana europea dei parchi"

 

vegetali che in Italia rischiano l'estinzione. Ad affermarlo le "Liste Rosse", due volumi realizzati dal ministero dell'Ambiente e da Federparchi nell'ambito della Iucn (Unione mondiale per la conservazione della natura) che saranno presentati in occasione della "Giornata mondiale della biodiversità e della settimana europea dei parchi".

Nelle "Liste rosse" è stato valutato il "rischio estinzione" per pesci d'acqua dolce, anfibi, rettili, uccelli nidificanti, mammiferi, pesci cartilaginei (squali e razze) e flora in base a categorie, criteri e linee guida aggiornate periodicamente sul sito www.redlist.org.

Secondo il presidente di Federparchi-Europarc Italia, Giampiero Sammuri, "è stato svolto un lavoro straordinario. Le caratteristiche geografiche, climatiche e storiche dell'Italia hanno consentito nel tempo l'insediamento e la permanenza di una variegata e ricca biodiversità, inclusa una gran varietà di specie endemiche e ambienti e paesaggi esclusivi. Questa ricchezza è riconosciuta a livello mondiale. Ecco perché abbiamo la responsabilità di monitorare e salvaguardare questo capitale naturale dalle tante minacce che si profilano".

 

http://www.repubblica.it/ambiente/2013/05/17/news/a_rischio_355_specie_l_allarme_del_ministero_dell_ambiente-59031311/