18/05/2013

Uno scaffale chiamato mente

Uno scaffale chiamato mente

 

L'ultimo libro di Michel Serres «Non è un mondo per vecchi» (Bollati Boringhieri) affronta il rapporto tra diverse generazioni alla luce delle tecnologie digitali. Ma apre spazi inediti alla riflessione sulla trasmissione del sapere e sull'apprendimento

 

Nel ventiseiesimo capitolo del primo libro dei suo Saggi, Michel de Montaigne scriveva: «Non c'è ragazzo delle classi medie che non possa dirsi più sapiente di me, che non so nemmeno quanto basta a interrogarlo sulla sua prima lezione». Ma cosa accadrebbe, si chiedeva Montaigne, se a quella lezione si fosse in qualche modo costretti? Non ci si troverebbe - «assai scioccamente», puntualizzava - vincolati a una costrizione ancora più grande? Non saremmo costretti a servirci di «qualche argomento di discorso più generale, in base al quale esaminare l'ingegno naturale dei ragazzi: lezione sconosciuta tanto a loro quanto a me»? 


Il saggio che Montaigne pone al centro della sua idea di educazione è ricordato soprattutto per un'altra affermazione, che ha assunto il ruolo di massima e come ogni massima ha subito il non sempre fausto destino di essere più citata, che compresa. Montaigne affermava, infatti, che è meglio una testa ben fatta, che una testa ben piena. Parlando di «tête bien faite» e contrapponendola alla «tête bien pleine» intendeva riferirsi prima di tutti al precettore, all'insegnante e, per estensione, anche al ragazzo che dovrebbe essere assecondato nel desiderio. Altrimenti, scrive concludendo la propria dissertazione, «non si fanno che asini carichi di libri». 


Ma che cos'è un «asino carico di libri»? Che cos'è, oggi? E che cosa significa, sempre oggi, nell'educazione, nell'istruzione e nella ricerca, in sostanza nella scuola e nella società, puntare a una «tête bien faite»? Abbozzare l'ennesima riforma? Rattoppare ciò che il moderno ha lacerato? Lacerare ciò che di poco moderno vediamo? Oppure «investire in innovazione» - espressione sempre in voga e sempre al limite del patetico - quel tanto che basta per contenere le proprie paure? Quali paure? La paura di non incontrare quel «terzo» - i cui desideri sono poco o nulla decodificabili, finché ci si serve di un discorso binario, basato sulla logica «io-altro» - che sono, oramai, i ragazzi? Paura di non incontrare o di incontrare un terzo che supponiamo possa presentarci il conto? Se il mondo che abitiamo è sempre più ostile, allora tutti i nostri sforzi anche educativi non sono configurabili come tappe propedeutiche all'invisibilità presente e futura? È di questo che abbiamo paura?


Le domande le pone Michel Serres, nel suo ultimo libro, Non è un mondo per vecchi. Perché i ragazzi rivoluzionano il sapere (trad. di Gaspare Polizzi, Bollati-Boringhieri, pp. 80, euro 8). Serres ricorda che quello tra «tête bien faite» e «tête bien pleine», almeno ai tempi di Montaigne, è ancora un rapporto, una dialettica seppure incrinata, non una vera opposizione. Se il filosofo nato a Bordeaux nel 1533 - agli albori dell'era Gutenberg - si fosse trovato a spiegare in che modo una testa può divenire «ben fatta», osserva Serres, sarebbe stato costretto a disegnare «uno scomparto da riempiere», magari con meno «cose», magari con più idee, magari con altre modalità e relazioni, ma è chiaro che prima o dopo «si sarebbe riaffacciata la testa piena». In questo, il nostro assertore della testa ben fatta, si sarebbe ritrovato come quel Boucicaut che riempiendo gli scaffali del suo supermercato, dopo l'iniziale successo aveva visto cadere la curva dei propri affari. Sappiamo però - e lo sappiamo da Emile Zola, che nel 1883 lo pose al centro del suo undicesimo romanzo, Au Bonheur des dames - che il mercante Aristide Boucicaut semplicemente cambiando la disposizione delle proprie mercanzie, dando vita a corridoi disposti come un labirinto intercettò un desiderio che andava al di là del semplice spettacolo della merce e risollevò i propri commerci. Commercio a parte, la lezione da trarre è che l'ordine può ingabbiare: favorisce il movimento, ma poi lo raggela. Il caos e il disparato possiedono virtù che la ragione non conosce. Ci troviamo esattamente a questo punto, sospesi tra un ordine che impedisce il movimento e un movimento senza conformazione d'ordine.


Senza ordine, è chiaro, cambia la memoria. Senza lettura, certi neuroni non si attivano, ma altri entrano per la prima volta in movimento. Cambia la memoria perché cambia un mondo, così come cambiò ai tempi di Montaigne, quando nessuno storico si sarebbe più sognato di conoscere Tucidide o Tacito par cœur: bastava un'economia dello spazio, che permettesse di individuare luoghi e scaffalature del volume. 
Il bricolage del sapere
Serres non è un profeta di smaterializzazioni prossime venture. Si attesta su una faglia e ne coglie gli slittamenti con una scrittura evocativa, ma mai inaccessibile. Risale a ventidue anni fa la pubblicazione del suo lavoro più specificamente dedicato all'educazione, Le tiers instruit, tradotto in Italia per i tipi di Marsilio col titolo Il mantello di Arlecchino. Il terzo istruito: l'educazione dell'età futura. Il libro sul «terzo» era diviso in tre parti, rispettivamente dedicate all'allevare (nella risonanza del termine, il francese élever rende meno grezza l'idea), istruire e educare. Oggi, in qualche modo, l'idea di apprendimento come metissage e ibridazione, di educazione come costituzione di un «terzo» diverso sia dall'«uno» che dall'«altro», sembrano confermarsi nelle cose. Serres riprende così la propria idea della necessità di osservare questo «terzo» che «si» istruisce con un bricolage che ricorda il mantello di Arlecchino, aprendosi al mondo, consegnandosi a un'avventura continua e a una continua mutazione. 


Per osservare bene, non bisogna avere paura e ricadere nel vizio epistemologico di riempire un vuoto. A detta dell'autore francese è proprio qui la questione da dirimere e le domande di prima ne presuppongono un'altra: perché abbiamo paura del vuoto? Perché siamo colti da quest'ansia di sostituzione? Serres racconta allora una storia, tratta dalla Leggenda aurea di Jacopo da Varagine. Accanto alla testa ben fatta e alla testa ben piena à la Montaigne, Serres ricorda la testa mozzata di Dionigi, primo vescovo di Lutetia - Parigi - nel Terzo secolo. Catturato, torturato, infine condannato a salire sulla sommità di una collina che oggi conosciamo col nome di Montmartre, Dionigi fu decapitato a metà della salita. Svogliati e stanchi, i soldati rinunciarono a compiere per intero il percorso e comminarono la pena a mezza via. Ma Dionigi si rialzò, prese in mano la propria testa, e camminò fino alla cima. A questa dimensione acefala, non sostitutiva ma costitutiva del sapere guarda con attenzione Michel Serres. 


Intelligenza decollata
Quando la ragazzina a cui idealmente ci si rivolge, e che dà il titolo originale al libro - Pollicina o Petite-Poucette, anche qui in un gioco sull'abilità di scrivere su supporti mobili servendosi del pollice -, accende il proprio computer, ha sia una testa ben piena, per l'enorme e sconcertante riserva di informazioni a cui può attingere, sia una testa ben fatta, per il surplus di intelligenza e velocità che le connessioni permettono. Ma ha anche una dimensione «altra», perché la sua testa, o le sue due teste, Pollicina le tiene fuori di sé. Siamo tutti come la ragazzina di Serres che, per vivere in un mondo inevitabilmente «decollato», è costretta a diventare intelligente. Ragazzi, giovani, adolescenti: termini mobili, si dirà, soprattutto in un paese che alternativamente considera «giovane» un presidente del consiglio di 47 anni e «vecchio» un laureato di 27. Ma anche qui è Serres a puntualizzare, in un altro libro, Genesi (Il Melangolo, 1988) che cosa intenda con questa categoria. «Non crediate che la giovinezza abbia la pelle vergine e il viso liscio per delle semplici ragioni biochimiche. Queste stesse ragioni hanno le loro ragioni. Più il corpo è giovane e più è capace del multiplo». È nello spazio sempre più dilatato di questo multiplo, oltre i confini di un banale tempo cronologico, che Serres colloca il proprio progetto. Si può dissentire, ma non è un'idea da poco.

 

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/57-scienze-a-tecnologie/44854-uno-scaffale-chiamato-mente.html

FONTE: MARCO DOTTI, IL MANIFESTO

Giappone senza bimbi. Il «sole che muore».

Giappone senza bimbi. Il «sole che muore».

 

Il 5 maggio 3012, il Giappone non avrà più la sua Giornata dei Bambini, semplicemente perché allora non ci saranno più bambini giapponesi. Non è fantascienza, neppure quella di "serie B", ma una realtà, sebbene virtuale, decodificata con sofisticati sistemi informatici "open source", secondo modelli elaborati nell’università giapponese del Tohoku dai ricercatori guidati da Hiroshi Yoshida. Il 5 maggio 2012 Yoshida ha reso disponibile l’orologio della popolazione infantile» (http://mega.econ.tohoku.ac.jp/Children/) che in tempo reale segnala il calo demografico del Paese e, in modo implicito, il temuto declino etnico-culturale. Risultati che finiscono inevitabilmente con amplificare un dibattito presente da tempo, ma sovente volutamente in sordina, sul futuro del Paese. In gioco equilibri di età e di possibilità, politica ed economia, ma anche qualcosa di più e di profondo. 


L’identità giapponese, infatti, è non solo radicata, in un territorio considerato dall’elaborata mitologia che fa da sfondo alla religione autoctona dello Shinto (la Via degli Dei) unico per origine e affidato proprio per la sua conservazione all’Homo japonicus, ma è anche totalizzante. In qualche modo slegata dalla pressione demografica di una popolazione passata in due secoli da 20 a quasi 130 milioni, ma tradizionalmente tutt’altro che folta o benestante su un territorio ostile, ma profondamente "proprio". 


Anche oggi, tra megalopoli e foreste buie, tra avanguardia tecnologica e profondo rispetto per la natura e per sue manifestazioni. In causa gli 1,3 figli di media per donna in età fertile, specchio di famiglie sempre più mononucleari e individuali, a loro volta immagine di un’evoluzione culturale che porta a pochi matrimoni in età sempre più avanzata, emancipazione dai ruoli tradizionali e "mitologici" (siano anche quelli della subordinazione femminile e della dedizione aziendale), adesione a tendenze esterne, ma anche alle a volte bizzarre elaborazioni locali. A fine 2012 i bambini in Giappone erano poco più di 16 milioni e mezzo, con una perdita di circa 300 mila rispetto all’anno precedente; un saldo negativo di 1,5 milioni negli ultimi sette anni: «Un numero che equivale a una città di medie dimensioni come Fukuoka», sottolinea il professore Yoshida (vedi intervista a fianco). «L’orologio della popolazione infantile mostra che ogni 100 secondi il Giappone perde un bambino. Un segnale eloquente di come il tasso di crescita demografica del Giappone stia scendendo e che occorre prendere al più presto le soluzioni più efficaci».

 

A una popolazione infantile in calo corrisponde una popolazione anziana in crescita marcata. Il Paese del Sol Levante ha oggi la più alta percentuale di ultra-sessantenni al mondo rispetto alla popolazione, il 23 per cento. Ovviamente per essi i problemi non riguardano soprattutto il futuro, ma in modo sempre crescente "l’oggi": a partire dall’ambito familiare dove un tempo dominavano e da cui oggi sono via via allontanati verso strutture assistenziali specializzate o verso una vita di solitudine alleggerita, ove presenti, da iniziative comunitarie pubbliche. I limiti non sono solo nell’accettazione sociale di questa situazione e nelle attitudini e scelte individuali. Esiste anche la volontà politica... o la sua mancanza. Un recente rapporto della Banca asiatica per lo sviluppo ha indicato come positivo l’innalzamento dell’età pensionabile in Giappone, per tutti, a 61 anni dal marzo scorso e a 65 entro il 2025 con la possibilità per le aziende di utilizzare dipendenti oltre quell’età a metà salario. Per contenere ulteriormente la spesa per gli anziani, saranno attivate una serie di iniziative per incentivare gli over 65 a una vita più attiva e produttiva. Anche meno a carico del bilancio pubblico. Provvedimenti necessari per un sistema politico che ritiene controproducente discutere di problemi legati alla natalità e all’invecchiamento salvo poi agire sotto la pressione di un elettorato sempre più incanutito, con una forte miopia verso il futuro.

 

Come evidenziato in Giappone dall’Istituto nazionale per lo sviluppo della ricerca (Nira), se le tendenze non si modificheranno, l’età media degli elettori salirà nel 2030 a 60 anni e questo influirà in modo determinante sulle scelte politiche. Secondo Manabu Shimasawa, ricercatore del Nira, «già ora gli anziani hanno un impatto notevole sui risultati elettorali e i candidati propongono programmi a loro graditi. Al presente, le scelte governative rispecchiano questa situazione». Con il risultato che, conferma Shimasawa, «nessun personaggio o gruppo politico rappresenta gli interessi delle generazioni future, ma al contrario accresce il divario tra le generazioni».

 

Stefano Vecchia

http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/Giappone-bimbi-sole-muore.aspx

Colazione, 10 anni di cambiamenti: raddoppiati gli italiani che la saltano

Colazione, 10 anni di cambiamenti: raddoppiati gli italiani che la saltano

 

L'indagine "Io comincio bene" realizzata per l'Aidepi rivela come sono cambiate le abitudini della popolazione rispetto al primo pasto del mattino: hanno inciso la maggiore attenzione ai prodotti 'bilanciati', ma anche la crisi. Un manifesto per il breakfast ideale

 

ROMA - Donne e uomini sono diversi - e un po' divisi - anche a tavola. A cominciare dalla prima colazione: le donne amano farla a casa, tutti i giorni, diversificandola a seconda delle stagioni e prediligono biscotti, yogurt, cereali e muesli. Gli uomini, invece, tendono più spesso a saltarla, a bere soltanto un caffè al volo o a mangiare qualcosa al bar e, se invece mangiano a casa, preferiscono merendine, brioche e cornetti confezionati, pane o fette biscottate con marmellata o creme spalmabili, caffè, tisane e succhi.

Ci sono infine preferenze legate a gruppi specifici, single uomini o donne, famiglie, quelli che vanno di corsa e quelli, invece, che si concedono qualche minuto in più a tavola, con una tisana magari, per programmare lentamente la giornata.

Un ritratto dettagliato quello disegnato dall'indagine "Io comincio bene", realizzata da Doxa per Aidepi, l'associazione delle industrie del dolce e della pasta, presentata oggi a Milano, che tratteggia non solo le abitudini alimentari degli italiani al mattino, ma anche i cambiamenti avvenuti in quasi dieci anni, dal 2004 a oggi. La cattiva notizia è che diminuisce il numero di persone che fa colazione al mattino, passando dal 92 per cento del 2004 all'86 di quest'anno e quasi raddoppia il numero di chi la salta completamente, i cosiddetti breakfast skipper, che salgono dall'8 al 14 per cento.

Il lato positivo è che sono però sempre di più i virtuosi della prima colazione, che scelgono prodotti bilanciati e li consumano a casa (più 20 per cento, ma potrebbe anche entrarci il momento di crisi economica, e si finisce con evitare il bar). Aumento percentuale anche per la tanto negletta frutta, che sale dal 3,5 del 2004 all'8 di oggi.

In cima alle preferenze trionfano i biscotti, scelti da sei italiani su dieci, seguiti da pane e fette biscottate, con o senza marmellata, miele e creme alla nocciola o al cacao (19%). A seguire, con percentuali tra il 7 e il 9 per cento, cereali e muesli, brioche, cornetti e merendine e yogurt. Tra le bevande calde aumentano gli amanti del tè (14%), ma restano saldi nelle preferenze latte (35), caffè (33) e caffellatte o cappuccino (28%).

"Il dato incoraggiante della ricerca - premette Andrea Ghiselli, dirigente di ricerca Inran - è che si fa più spesso colazione a casa. Questo di per sé può non essere positivo, ovviamente: meglio al bar con un bel cappuccino e magari un cornetto diviso a metà con qualcuno che una tazzina di caffè a casa. Però si spera che colazione a casa significhi apparecchiare, prendersi del tempo, mangiare alimenti salutari e frutta, praticamente impossibile da consumare al bar ad eccezione del classico succo o spremuta. Anche se non ne conosciamo le quantità, sappiamo che il campione consuma gli alimenti 'giusti' per la prima colazione: latte, frutta, biscotti o altri prodotti da forno, alternandoli, e questo è un dato positivo. Un dato che colpisce è che molti associano alla colazione l'aggettivo 'equilibrata' e mi domando cosa significhi, rispetto a cosa e chi ne giudichi l'equilibrio. Ma questa è solo una curiosità. Scoraggiante invece che sempre più persone saltino la prima colazione e, in una popolazione sempre più grassa, rappresenta un errore imperdonabile".

Soprattutto se in casa ci sono anche bambini. Secondo l'indagine Doxa, infatti, nelle famiglie in cui non si fa colazione raddoppia la percentuale di bambini che non la fanno, passando dall'11 al 26 per cento. "Fare una corretta colazione è a maggior ragione più importante nei bambini - spiega Claudio Maffeis, docente di Pediatria all'università di Verona - perché permette di ristabilire le scorte di energia e di nutrienti persi durante il prolungato riposo notturno, consentendo così a corpo e cervello di ripartire al meglio. Non fa bene saltarla, o consumare alimenti inadeguati dal punto di vista qualitativo, per esempio ad elevato contenuto di grassi o zuccheri semplici, o quantitativo, come un solo snack. Non dovrebbe mai mancare una fonte di latticini, latte intero o parzialmente scremato, se il bambino è in sovrappeso, o di yogurt al naturale o alla frutta, con una fonte di cereali (da alternare tra fette biscottate, pane, cereali semplici senza glassature o ripieni, biscotti secchi, ciambellone o torta di mele o carote). A questo si può aggiungere frutta fresca, spremute o centrifugati".

Le quantità variano ovviamente a seconda dell'età. Per il bambino della materna si consiglia una tazza di latte con 2-3 fette biscottate o 30 g di pane, eventualmente con 10 g di marmellata o miele; oppure 1 yogurt con 2-3 cucchiai di cereali o 2-3 biscotti. "Per la fascia d'età 6-11 anni - continua Maffeis - accanto a latte e yogurt potranno esserci fino a 4-5 fette biscottate o 40-50 g. di pane, o un frutto e due fette biscottate o 50 g di torta. Per l'adolescente si può arrivare anche a 6-7 fette biscottate o 70 g di pane, oppure un frutto e 4 fette biscottate o 50 g di torta. Indipendentemente dall'età, è importante variare la prima colazione e abituare bambini e ragazzi a consumarla seduti a tavola, in un rito mattutino cui dedicare il tempo necessario".

Tempo che - secondo la ricerca - oscilla, per la stragrande maggioranza degli italiani, tra i sei e i dieci minuti. Tempo però dedicato anche, nel 67 per cento dei casi, anche ad altre attività, in primis la televisione (30%), ma anche, soprattutto nei più giovani, per consultare mail e social network. Non a caso il progetto di valorizzazione della prima colazione di Aidepi passa attraverso un blog, "Io comincio bene", da oggi on line, e una pagina Facebook attraverso la quale condividere le storie e le esperienze di prima colazione. E un manifesto di dieci punti, per godersi il primo pasto della giornata...

 

http://www.repubblica.it/salute/alimentazione/2013/05/07/news/italiani_in_7_milioni_non_fanno_colazione-58233815/

di ELVIRA NASELLI

 

17/05/2013

In Pinturicchio spuntano gli indiani Usa

In Pinturicchio spuntano gli indiani Usa

 

«Ecco la prima immagine dei nativi americani raccontati da Colombo», titola l'Osservatore romano a proposito di un particolare emerso in un dipinto del Pinturicchio, durante il restauro dell'Appartamento Borgia in Vaticano.

Il particolare è considerato dagli esperti, tra cui Antonio Paolucci, direttore dei Musei vaticani, ispirato agli indigeni incontrati da Cristoforo Colombo nel «nuovo mondo». 


Paolucci riferisce al giornale vaticano di un «dettaglio dell'affresco raffigurante la Resurrezione; un dettaglio che il recente restauro condotto da Maria Pustka ci permette di vedere e (forse) di capire. Sullo sfondo della Resurrezione, proprio dietro il soldato folgorato dal prodigioso evento, si vedono figurine di uomini nudi, ornati di penne, in atto (sembra) di danzare». Da qui parte la ricostruzione storica di Paolucci: «Il cardinale Rodrigo Borgia diventa Papa col nome di Alessandro VI nell'agosto del 1492. Pochi mesi dopo, il 12 ottobre, Cristoforo Colombo mette piede nel Nuovo Mondo. Tutto il ciclo pinturicchiesco dell'appartamento papale era sicuramente concluso alla fine del 1494». Papa Borgia era interessato al Nuovo Mondo, così come lo erano le grandi cancellerie d'Europa. Il 7 giugno 1494 a Tordesillas, in Castiglia, veniva firmato il trattato di questo nome che divideva le Indie Occidentali, le terre al di fuori dell'Europa, in un duopolio esclusivo fra l'impero spagnolo e l'impero portoghese. Il diario del primo viaggio di Colombo si data al 1492-1493.

 

«Tornato in patria, - scrive lo storico dell'arte - l'ammiraglio consegnò il diario di bordo ai suoi sovrani i quali avevano tutto l'interesse a tenerlo segreto per ovvie ragioni di opportunità politica. Non è da credere però che la corte papale, oltre tutto regnando un Pontefice valenciano, fosse all'oscuro di quello che aveva visto Colombo quando arrivò ai confini del mondo». Conclusione: per questo le figure danzanti dietro la Resurrezione potrebbero essere «la prima rappresentazione figurativa dei nativi d'America».

http://www.ilgiornale.it/news/cultura/pinturicchio-spuntano-indiani-usa-912050.html

RedCult 

È l’Indonesia la nuova tigre asiatica

È l’Indonesia la nuova tigre asiatica

 

Per cercare una nuova alba l’export italiano guarda all’Estremo Oriente, a quell’Indonesia pronta ad aggiungere una nuova «i» ai Paesi Bric, le realtà economiche emergenti del pianeta. Una nazione dalla crescita impetuosa: con 240 milioni di abitanti, è la più popolosa del mondo islamico e, assieme alle Filippine, è una delle nuovi «tigri asiatiche». 

E, al di là delle risorse minerarie, ha basato la sua ricetta su un mix che dovrebbe insegnare qualcosa anche alla vecchia Europa: una forte domanda interna (contribuisce per il 65% al Prodotto interno lordo), conti in ordine (il debito pubblico è al 24% del Pil) e lavoro per quasi tutti (la disoccupazione è al 6,7%). Non sorprende quindi che, pur nella latitanza della politica italiana, la cabina di regia Ice-Confindustria-Abi-Unioncamere abbia organizzato qui la missione di sistema 2013, portando nell’umidità tropicale di Giacarta 57 imprese tricolori e 8 gruppi bancari (oltre a 10 associazioni imprenditoriali). 

A capire un Paese che in 10 anni ha superato con scioltezza due "botte" come la crisi finanziaria del 1998 e la tragedia dello tsunami, per arrivare a entrare nel G20 (16ema economia mondiale) con una crescita media annua, fra il 2007 e il 2012, del 13,4% come Pil pro capite. Numeri da "sballo" per l’arrancante economia nostrana, come sottolinea Paolo Zegna, presidente del comitato di Confindustria per l’internazionalizzazione, che guarda soprattutto all’«impetuoso aumento della classe media, passata dal 25% della popolazione nel ’99 al 43% del 2009». Una crescita che, visti i tassi demografici, si tradurrà in altri 90 milioni di consumatori benestanti entro il 2030. Il governo locale ha stimato che le vendite di auto si raddoppieranno (da 1,1 milioni di oggi a 2 milioni) in 5 anni. 

Questo non vuol dire che le incognite manchino: «L’Indonesia è un po’ un’eterna promessa – osserva l’ambasciatore Federico Failla –, sarebbe meglio se fosse un Paese più "semplice", ma non si può aspettare: il momento per entrarci è adesso». È un’opinione condivisa da Chris Kanter, di Kadin (le Camere di commercio indonesiane): «Usa e Giappone, ma anche Germania e Olanda, sono meglio posizionate, voi dovete muovervi ora». L’Italia qualcosa ha fatto nell’ultimo anno, rimarca Riccardo Monti, presidente dell’Agenzia Ice, con esportazioni salite del 56% sul 2011, a quota 1,23 miliardi di euro. 

Ma dai grandi business noi italiani siamo ancora lontani: Hollande si è mosso in prima persona per l’ordine di 234 Airbus commissionati dalla compagnia low-cost Lion Air, mentre il gruppo finanziario londinese Cvc ha guadagnato oltre il 700% collocando in Borsa Matahari, uno dei big della grande distribuzione locale, acquistato appena 3 anni fa. Per l’Italia, peraltro, si tratta di recuperare posizioni perdute: qui eravamo presenti, negli anni ’60, con Piaggio e Fiat, poi queste imprese se ne andarono per i problemi politici (e dire che, parlando di motocicli, oggi l’Indonesia richiede 9 milioni di pezzi l’anno). 

Ora le imprese italiane presenti sono circa 60, fra le quali spicca la Perfetti (quelli della "gomma del ponte"), che hanno due fabbriche, "ereditate" però dagli olandesi di Van Melle. Nei saloni del Kempinski Hotel a colpire è tuttavia la voglia di esserci degli imprenditori italiani, eterna chiave di successo del nostro export. Come quella di Mirko Tofani, della Salini costruzioni: «Noi siamo attivi in Malesia – racconta – dove stiamo costruendo una diga. Però siamo venuti a sentire, questo è un mercato interessante». Nel segno della bilateralità, si guarda poi anche ai possibili investimenti indonesiani in Italia. 

A questo sarà dedicato oggi un seminario promosso dall’Ice, una novità per questo tipo di missioni. Al di là delle voci legate alla squadra dell’Inter, l’approccio più concreto è sull’immobiliare da parte di Saratoga, primo gruppo di private equity dell’arcipelago. Anche per un motivo banale: nel centro della popolosa (oltre 9 milioni) Giacarta i prezzi sono schizzati a 3-4mila euro a metro quadro, diventa allora più interessante guardare al "mattone" del Belpaese (e un acquisto è stato già chiuso in una cittadina termale). 

Per tutte queste operazioni, in ogni caso, si candida a un ruolo di supporto l’Abi: «È la prima volta che veniamo con le imprese italiane», evidenzia Guido Rosa , affermando che è disponibile «il 71% del plafond da 500 milioni stanziato per finanziare nuovi business». Magari quello della nuova metropolitana, attesissima in una città dal traffico infernale, in cui domenica è stato «registrato» persino un drappello di un centinaio di tifosi juventini, rigorosamente indonesiani, che festeggiava in strada. Potenza della globalizzazione.

 

Eugenio Fatigante

http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/indonesia-tigri-asiatiche.aspx

Gioventù bruciata, in Grecia il 64,2% è senza lavoro

Gioventù bruciata, in Grecia il 64,2% è senza lavoro

 

Hai voglia a dire, come ha fatto ieri il ministro delle Finanze Yannis Stournaras, che «la Grecia è sulla buona strada» e che il 2014 (chissà perché è sempre l'anno che verrà, mai quello in corso) sarà l'anno della ripresa. Quando la disoccupazione giovanile raggiunge punte del 64,2% come in Grecia, vuol dire che una intera generazione è senza lavoro e, va da sé, senza futuro. E nel frattempo, in appena un anno, la disoccupazione complessiva è cresciuta del 6%. Cifre che lasciano poca speranza e toccano record che difficilmente saranno eguagliati. Secondo l'istituto nazionale di statistica Elstat, i senza lavoro in Grecia nel mese di febbraio del 2013 erano il 27%, rispetto al 21,9% dello stesso mese del 2012. I disoccupati sono aumentati del 22,8% rispetto a un anno fa e di 11.663 rispetto al mese di gennaio. Ma il dato più preoccupante riguarda i giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni, dove il tasso di disoccupazione - un anno fa al 54,1% - è crescituto di quasi dieci punti, arrivando al 64,2%. In cinque anni il tasso di disoccupazione giovanile è quasi triplicato.

 

Nel 2008, infatti, era al 23%, mentre quella tra le persone tra i 25 e i 34 anni era all'11,2%. Stournaras ha detto che non ci saranno nuove misure di austerità, a patto, però, che «rispettiamo gli accordi internazionali».
Drammatica anche la situazione del Portogallo. Nel primo trimestre del 2013, infatti, la disoccupazione di Lisbona ha toccato quota 17,7%, con un aumento percentuale trimestrale di 0,8 punti ed un aumento su base annua del 2,8%. La disoccupazione del Portogallo è aumentata di quasi 10 punti percentuali dal 2008. Anche in questo caso, la disoccupazione giovanile è il vero punto dolente. Quest'ultima, infatti, raggiunge anch'essa un nuovo record: 42% (con un aumento di 5,9 punti percentuali rispetto allo stesso trimestre del 2012).

http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20130510/manip2pg/07/manip2pz/340061/

Ricerca: studio Italia-Usa 'mappa' i circuiti della paura nel cervello

Ricerca: studio Italia-Usa 'mappa' i circuiti della paura nel cervello

 

Milano, 9 mag. (Adnkronos Salute) - I meccanismi che accendono le emozioni hanno meno segreti, grazie a uno studio italo-americano pubblicato online su 'Nature Communication'. La ricerca, nata dall'alleanza tra la Harvard Medical School di Belmont (Boston) e il Laboratorio di post-genomica funzionale e ingegneria proteica dell'università dell'Insubria sede di Varese, in particolare aiuta a 'mappare' i circuiti cerebrali all'origine della paura.

 

Lo studio - spiega l'ateneo lombardo in una nota - ha chiarito l'importanza e il ruolo di due molecole, la D-serina e la glicina, implicate nell'attivazione dei recettori Nmda e quindi in una serie di funzioni fondamentali del cervello, tra cui l'apprendimento, la memoria e il controllo dell'attività motoria. In particolare, gli scienziati si sono concentrati sull'amigdala, una zona del cervello importante per gestire le emozioni e specialmente la paura. Hanno scoperto che in condizioni 'normali' il ruolo principale di modulatore del recettore Nmda lo svolge la D-serina, mentre all'aumentare dello stato di eccitazione delle sinapsi, la stessa funzione è svolta dalla glicina.

 

"Definire i meccanismi che concorrono alla regolazione dell'attività di questi recettori è fondamentale per comprendere il funzionamento del cervello e per studiare malattie neurologiche e psichiatriche", spiega Loredano Pollegioni, direttore del Centro di ricerca interuniversitario 'The Protein Factory'. "La capacità di memorizzare, i sentimenti che proviamo, il perché un certo evento susciti in ciascuno di noi una determinata emozione - aggiunge - sono processi regolati da precisi fenomeni biochimici: chiarire il ruolo dei neuromodulatori, ossia le molecole che agiscono su diverse regioni del cervello rendendoci quello che siamo, ci aiuterà a capire questo organo e a trovare nuove terapie per pazienti affetti da importanti patologie come la schizofrenia, il disturbo bipolare o il dolore neuropatico".

 

Questo lavoro segue altre due recenti pubblicazioni dello stesso gruppo, ricorda l'università dell'Insubria: la rivista 'Brain' ha pubblicato il mese scorso un lavoro in collaborazione con l'università Cattolica di Roma, che ha evidenziato come alla base dei danni cerebrali dovuti all'abuso di cocaina vi sia un abbassamento dei livelli di D-serina; la rivista Cell nel 2012 ha riportato i risultati di esperimenti di elettrofisiologia condotti nella regione CA1 dell'ippocampo, che hanno dimostrato come l'attività dei recettori Nmda localizzati nello spazio sinaptico ed extrasinaptico sia modulata rispettivamente dalla D-serina e dalla glicina.

 

Queste ricerche sono state possibili grazie alla messa a punto di specifici sistemi analitici: Silvia Sacchi e Loredano Pollegioni del Centro di ricerca interuniversitario 'The Protein Factory' hanno sviluppato, attraverso tecniche di ingegneria proteica, enzimi in grado di riconoscere efficientemente e selettivamente i diversi neuromodulatori.

http://it.notizie.yahoo.com/ricerca-studio-italia-usa-mappa-circuiti-della-paura-154000576.html

 

16/05/2013

Sulle ali dell'amore impossibile

Sulle ali dell'amore impossibile

 

Tirante, l'eroe che riuscì ad avere tutto eccetto la sua principessa  
La letteratura cavalleresca si aggancia alla storia (per esempio, nella leggenda di Roncisvalle, alla spedizione di Carlo Magno in Spagna), ma se ne stacca velocemente, portandosi nelle aree del fantastico; il romanzo cavalleresco, che ne è l'ultimo prodotto, atterra in piena storia (o controstoria). 

 

Alludo in particolare al famoso Tirant lo Blanc, capolavoro della letteratura catalana, scritto fra il 1460 e il 1465, ma pubblicato solo nel 1490. L'opera è stata finalmente tradotta da Paolo Cherchi, eccellente filologo e storico della letteratura, che le ha premesso un'approfondita introduzione (Joanot Martorell, Tirante il Bianco, a cura di Paolo Cherchi, Einaudi). L'autore, il valenziano Joanot Martorell, di cui sappiamo pochissimo, salvo che nacque nel 1411 e che era arrogante e prepotente, fa centro sulla guerra fra greci (cristiani) e musulmani per il possesso di Costantinopoli (ora Istanbul). E il suo eroe, Tirant, che naturalmente è brettone (la patria della narrativa fantastica), dopo un soggiorno d'istruzione in Inghilterra, diventa famoso, e passa il resto della propria vita fra Sicilia e Rodi, e soprattutto a Costantinopoli, non senza escursioni in Africa. Tirant giunge al culmine del potere e viene proclamato imperatore d'Oriente, quando d'improvviso muore prima dell'incoronazione. Come c'è da aspettarsi, l'elemento guerresco domina l'opera, nel senso che Tirant è un grande condottiero, maestro anche di strategia, di tattiche innovative e di artifici bellici. Il poema è una controstoria: dato che qualche anno prima della stesura, nel 1453, Costantinopoli era caduta nelle mani di Maometto II, ed è tuttora turca.


Il lettore moderno può certo godere, data la loro varietà, di tante imprese per terra e per mare, e di tanta, più ostentata che partecipata, ispirazione religiosa; la quale del resto costituisce una riverniciatura molto meno forte di quanto non sia l'elemento basilare, quello cavalleresco. Bisogna poi dire che Tirant è molto più realista degli eroi di narrazioni affini, come l'Amadigi di Gaula: ogni azione di guerra ha le sue caratteristiche, e non esclude variazioni comiche o romanzesche. L'eroe stesso incorre volentieri in piccoli e grandi incidenti, che lo umanizzano. Vi sono anche inserti novellistici, come la macchinazione della «Vedova riposata», che ama segretamente Tirant, per far apparire l'eroe infedele alla sua Carmesina. Una storia tragica, perché la vedova, fallito l'inganno, si suiciderà, e l'esecutore materiale dell'inganno viene immediatamente ucciso da Tirant. 


Va notato che ci troviamo molto spesso in palazzi che nei loro ambienti chiusi ospitano gli accadimenti come in un teatro. Qui l'uso della parola è fondamentale, e avvengono strane convergenze: un discorso scritto, messaggio, proclama, viene poi pronunciato diventando verbale, e vien fatto oggetto a sua volta di commenti e confutazioni; e se la scrittura è occasione per raffinatezze espressive, bisogna dire che altri linguaggi vengono sollecitati, come i colori degli stendardi e delle vesti, o i significati numerici, realizzando una serie raffinata di simbolismi. Un universo di segni circonda i personaggi.
E interi capitoli sono occupati dalla narrazione di imprese legate al romanzo ma chiuse, per così dire, in una finestra; con un distanziamento che troviamo anche nelle reazioni immediate. Quando la figlia dell'imperatore d'Oriente, Carmesina, che tutti sanno innamorata di Tirant, domanda all'eroe se davvero ama lei e non un'altra, la risposta non è un'affermazione, ma l'invito alla donna a guardare nello specchio che le ha regalato: Carmesina, vedendo la propria immagine, ne dedurrà un «sì». E un intrigante gioco di società può essere l'invio, senza mittente né destinatario, di messaggi di argomento intimo. Quelli che ne sono toccati capiranno, gli altri no, o cercheranno maliziosamente di capire.


L'amore è un tema dominante in questo ambiente di regalità domestica. E l'autore ha seguito un doppio percorso: quello dell'amore trovadorico, che gode della propria irraggiungibilità, e quello dell'amore romanzesco, gioiosamente carnale. Carmesina rappresenta l'amore trobadorico, e continua a negarsi a Tirant, salvo precise e un po' viziose deroghe: a negarsi sino al matrimonio, poco prima della morte di questi eroi della castità. Ma bisogna anche dire che Tirant non appare molto focoso, e l'amore insoddisfatto diventa un filo di tutta la narrazione, pur fitta per il resto di amori e amorazzi. In cambio, tutta la corte ascolterà le grida di voluttà del loro primo, parziale amplesso, con conseguenze da pochade. 


Quanto al percorso romanzesco, si nota che esso è favorito dalla promiscuità del costume quattrocentesco. Quattro o più persone dormono nella stessa camera, in letti chiusi solo da drappi, e così può accadere che Piacerdimiavita additi le bellezze di Carmesina nuda a Tirant, o che due coppie, una «naturalistica» (Diafebo e Stefania), l'altra «trobadorica» (Tirant e Carmesina), si dilettino a poca distanza, e con diverso godimento, sotto gli occhi di chi è in qualche modo partecipe della situazione. Sono, e per conseguenza diventiamo tutti, un po' voyeur.


L'abbondanza di messaggi diretti e indiretti o riferiti rientra nel fatto che l'autore, nel suo raccontare, svolge anche opera pedagogica, citando o evocando opere classiche e medievali, in particolare Petrarca, ricordando personaggi famosi della precedente letteratura, e insomma facendo convergere sul suo libro tutta la cultura precedente. Con un procedimento già usato in romanzi precedenti, si arriva a descrivere le pitture del palazzo imperiale di Costantinopoli, quasi enciclopedia del narrabile. Le belle illustrazioni del nostro volume, tratte da pitture e miniature coeve, aiutano a entrare nello spirito del libro. Quanto alle vicende dell'opera, abbiamo notizie contraddittorie su tale Martín Joan de Galba, che, secondo il colophon, avrebbe terminato l'opera di Martorell; ma quale sia il suo contributo non è detto. Ci si racconta poi, sempre nel colophon, che il Tirant sarebbe stato scritto in inglese, poi tradotto in portoghese, e infine in catalano (valenziano). Trafile che il Medioevo spesso ci ammannisce per aumentare il valore di opere molto meno esotiche. Tutto dice che il Tirant è stato scritto in catalano, e anzi costituisce un capolavoro di quella lingua. Quanto a Joan de Galba, Cherchi ha lasciato che il suo nome si perda fra le nebbie.
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Il libro di Joanot Martorell, «Tirante il Bianco», a cura di Paolo Cherchi, Einaudi, I millenni, pp. 1096, € 90

 

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/35-libri/44546-sulle-ali-dellamore-impossibile.html

FONTE: CESARE SEGRE, CORRIERE DELLA SERA |

SOMALIA TREMILA CASCHI VERDI UCCISI NEL CONFLITTO

SOMALIA TREMILA CASCHI VERDI UCCISI NEL CONFLITTO

 

Sono circa 3000 i soldati dell’Unione Africana dispiegata nel paese (Amisom) uccisi negli ultimi anni di conflitto, nel tentativo di arrestare l’avanzata degli insorti estremisti al Shabaab. “Voglio onorare la memoria di questi peacekeepers e dei loro paesi d’origine che hanno pagato un altissimo prezzo in termini di vite umane nell’obiettivo di pacificare la Somalia” ha detto il vice segretario generale dell’Onu, Jan Eliasson.

La missione dei caschi verdi, forte di 17.700 uomini, è stata dispiegata nel paese del Corno d’Africa nel 2007. Comprende truppe provenienti da Burundi, Uganda, Kenya, Sierra Leone e Gibuti.

Il bilancio delle vittime è da ritenersi altissimo, considerato che secondo il dipartimento delle operazioni di peacekeeping dell’Onu sono 3096 i caschi blu uccisi nel mondo dal 1948 ad oggi.

La Somalia sta cercando faticosamente di riprendersi dopo oltre due decenni di guerra civile. In base alla road map stilata alla Conferenza di Londra pochi giorni fa, con l’aiuto della Comunità internazionale e l’addestramento di forze dell’ordine e reparti dell’esercito, le autorità di Mogadiscio dovrebbero riuscire a riassumere il controllo del comparto della sicurezza nazionale entro i prossimi due anni.

[AdL]

http://www.misna.org/altro/tremila-caschi-verdi-uccisi-nel-conflitto-10-05-2013-813.html

Etiopia, crescere grazie all’acqua

Etiopia, crescere grazie all’acqua

 

Un progetto di successo della Cooperazione italiana

 

Garantire a tutta la popolazione etiope l’accesso ad acqua potabile e ai servizi sanitari. Facilitando inoltre il rilancio economico in alcune aree strategiche del Paese, in cui è più alta la concentrazione di aziende e attività commerciali. E’ questa la sfida ambiziosa lanciata dalla Cooperazione Italiana nel paese africano. Di fronte, una situazione a livello nazionale in cui in media solo il 60% della popolazione in area urbana ha accesso a fonti di acqua pulita, con un tasso di malfunzionamento delle reti idriche esistenti piuttosto alto.  

 

Una «scommessa» che la Cooperazione italiana sta giocando attraverso un primo intervento teso a rafforzare l’accesso all’acqua e ai servizi igienici nelle piccole e medie città dell’Etiopia che stanno subendo una sempre più massiccia urbanizzazione e lo spopolamento delle campagne. L’iniziativa partita nel 2011 è finanziata con oltre 6 milioni di euro, e si sta articolando nelle città di Hurutu, Limu, Genet, Durame, Bati e Humera: cinque aree “chiave” per lo sviluppo economico del paese africano nel prossimo futuro. Ma l’intervento della Cooperazione italiana – uno dei principali nel settore acqua, analizzato da CesPI e Oxfam Italia come buona pratica italiana sui temi dello sviluppo sostenibile - non si fermerà qui. 

 

«Non si tratta solo di un singolo intervento ma di un processo che intendiamo portare avanti in maniera sempre più massiccia in tutto il paese con un ingente investimento da qui in avanti. – spiega Fabio Melloni, Direttore della Cooperazione italiana in Etiopia per il Ministero degli Esteri – Stiamo perciò lavorando assieme al Ministero dell’Acqua e dell’Energia etiope, con l’obiettivo di rendere possibile, per le piccole e medie città del paese, creare un proprio piano di sviluppo della rete idrica al servizio delle strutture pubbliche e delle famiglie. Alle singole città vengono perciò erogati fondi e investimenti a credito per lo sviluppo degli acquedotti, che vengono quindi ripagati con le tariffe in bolletta. C’è inoltre una stretta vigilanza sulla trasparenza delle varie gare d’appalto». 

 

In altre parole, l’intervento della Cooperazione Italiana è finanziato grazie ad un sistema di credito, che permette, una volta che i prestiti sono restituiti, di mantenere il capitale per successivi interventi. Tuttavia l’attenzione è anche al rafforzamento delle capacità di gestione delle Aziende Idriche Municipali e del Ministero dell’Acqua e dell’Energia etiope da cui esse dipendono per la riabilitazione e l’estensione delle reti idriche e dei servizi igienico-sanitari urbani. Insomma l’obiettivo, non è solo adeguare ed estendere le reti in alcune città, ma innescare un meccanismo virtuoso che sia replicabile in tutta l’Etiopia. Un migliorato accesso all’acqua, attraverso la riabilitazione delle reti idriche esistenti e la costruzione di nuove, significa infatti, non solo garantire un diritto fondamentale per sempre più cittadini etiopi, ma contribuire a creare un volano per un progressiva crescita economica. 

 

http://www.lastampa.it/2013/05/08/scienza/ambiente/focus/etiopia-crescere-grazie-all-acqua-kwmbyJTx9rbizsfrVzDRfJ/pagina.html

DAVIDE MATTESINI

Rivoluzione energetica nel Mediterraneo. Così l'Italia prova a superare Desertec

Rivoluzione energetica nel Mediterraneo.  Così l'Italia prova a superare Desertec

 

A Milano si riuniscono i principali attori delle energie rinnovabili per ridare vita a un progetto che prevedeva grandi centrali solari per il Vecchio continente nel nord Africa. Ma la primavera araba ha cambiato gli scenari aprendo nuove opportunità di sviluppo energetico. Anche in loco. Ecco come

 

UNO SCAMBIO win win, con due vincitori: la primavera araba nel Sud del Mediterraneo guadagna sviluppo e stabilità grazie alla sponda tecnologica delle energie rinnovabili; e le industrie italiane ed europee si vedono aprire le porte di un mercato che cresce a una velocità tre volte superiore a quella europea. E' la proposta che l'Italia metterà sul tavolo alla conferenza internazionale organizzata domani a Milano, a Solar Expo, da Res4Med (Renewable Energy Solutions for the Mediterranean), l'associazione fondata da Cesi, Edison, Enel Green Power, Gse, PwC e Politecnico di Milano.

Il progetto di uno sviluppo del solare sulla sponda Nord dell'Africa in realtà c'è già, ha una forte impronta tedesca e si chiama Desertec. Vale 400 miliardi di euro, è sostenuto da una ventina di aziende e banche di primo piano come Munich Re, Siemens, Deutsche Bank, E. On, Rwe e ipotizza la creazione entro il 2050 di 60 mila megawatt, il 15 per cento di tutta l'elettricità che serve all'Europa dei 27. Ma ha un piccolo difetto: è fermo da anni.
Il crollo dei regimi in molti dei paesi interessati al progetto ha cambiato lo scenario geopolitico. L'idea originaria era basata sulla creazioni di grandi centrali per la produzione di energia da destinare in buona parte all'Europa: una prospettiva che, nel quadro attuale, rischierebbe di essere considerata neocolonialista se i benefici fossero poco visibili localmente.

"Le grandi centrali potranno essere costruite, ma in un secondo momento", propone Roberto Vigotti, segretario di Res4Med. "Iniziamo con rinnovabili di media taglia e con la generazione distribuita, cioè con una pioggia di mini e micro impianti che diano vantaggi reali a tutti. A parità di capacità elettrica il fotovoltaico utilizza 7 volte più forza lavoro degli impianti a carbone: è una risposta concreta alla frustrazione per la mancanza di occupazione che è stata una delle molle della primavera araba. Puntare sulla generazione distribuita vuol dire proporre una democrazia energetica che rafforza la democrazia politica".  

Se l'Italia, forte anche della sua posizione di ponte tra le due sponde del Mediterraneo, riuscirà a dare operatività al progetto di rivoluzione energetica nei paesi arabi, si aprirà un mercato molto interessante. Saranno infatti soprattutto i paesi del sud e dell'est del Mediterraneo a trainare l'aumento dei consumi energetici: nel 2015 la loro domanda sarà il 42% della domanda totale del bacino mediterraneo (nel 2006 era solo il 29%).

Secondo uno studio della Banca Mondiale del 2011, quasi 50 mila posti di lavoro potrebbero essere creati localmente con lo sviluppo di impianti di produzione di componenti per centrali solare termodinamiche in Algeria, Egitto, Giordania, Marocco e Tunisia.  Installando 20 gigawatt di solare termodinamico entro il 2020 nel sud del Mediterraneo si produrrebbero 236 mila posti di lavoro all'anno. E con misure di efficienza energetica nel settore delle costruzioni, in base ai dati del Plan Bleu, nei paesi a sud e ad est del Mediterraneo si aggiungerebbero tra i 2 e i 2,5 milioni di posti di lavoro entro il 2030.

"Res4Med propone un approccio nuovo al rilancio delle rinnovabili nel Mediterraneo, uno sforzo basato su una piattaforma comune di progetti e sull'utilizzo delle migliori esperienze", spiega Francesco Starace, amministratore delegato di Enel Green Power. "Siamo agli inizi, ma i numeri ci incoraggiano e sono fiducioso".

 

http://www.repubblica.it/ambiente/2013/05/08/news/sud_mediterraneo-58315833/

di ANTONIO CIANCIULLO

15/05/2013

Le affinità elettive tra Tolstoj e il Gattopardo

Le affinità elettive tra Tolstoj e il Gattopardo

 

Le affinità elettive tra il racconto dello scrittore russo e il romanzo di Tomasi    

 

C’è un gran ballo a palazzo. La giovinetta più bella danza solo col suo innamorato, seguita dallo sguardo affettuoso di un uomo anziano e autorevole. Ecco che la reginetta della festa va a invitare l’uomo anziano a ballare con lei, e insiste dolcemente finché lui, riluttante, accetta: ora tutti gli sguardi sono per loro. Dove siamo? A palazzo Gangi, al ballo del Gattopardo, diranno subito i miei lettori. No: siamo in un racconto breve di Tolstoj, Dopo il ballo.
L’ho riassunto qui recensendo il bel romanzo di Clara Uson, La figlia (5 aprile).


Ora vorrei mettere a confronto i due balli, quello del conte Tolstoj e quello del principe di Lampedusa (e soprattutto del conte Luchino Visconti). Tomasi scrisse il capitolo sul ballo tardi: non era compreso nella copia inviata (invano) agli editori. È diventato il brano più famoso del romanzo, che uscì postumo nel 1958. Nel film che ne trasse Visconti, uscito nel 1963, la scena del ballo è di gran lunga la più importante, e copre un terzo dei 185 minuti dell’edizione restaurata. Col ballo il film finisce, mentre il romanzo continua per altri due capitoli e copre un periodo ulteriore di mezzo secolo, fino al 1910.


Nel racconto di Tolstoj, un uomo racconta un episodio di gioventù che ha mutato la sua vita. C’è un ballo, lui è innamorato della bellissima Varen’ka. «Lei ha diciotto anni e un aspetto regale, se non fosse per il sorriso carezzevole, sempre gioioso [...] L’ammiravano gli uomini e anche le donne, benché lei le mettesse tutte quante in ombra». Dopo la cena, Varen’ka persuade il colonnello suo padre a danzare con lei. Il padre è un signore vecchio stile, alto e ancora prestante. Il volto dal colorito acceso, baffi bianchi arricciati, favoriti che congiungono i baffi alle tempie, capelli pettinati in avanti. «Il colonnello cercava di schermirsi, dicendo di aver disimparato a ballare [...] Quando il motivo della mazurka cominciò, batté energicamente un piede a terra [...] Il salone intero seguiva ogni mossa della coppia». Alla fine, tutti applaudono fragorosamente. Presto il colonnello bacia teneramente la figlia e la riporta dal narratore, e si accomiata, scusandosi coi suoi doveri. D’ora in poi tutte le danze sono per la bella coppia, fin quasi all’alba.
Rientrato, il giovane è troppo emozionato per prender sonno: torna a camminare, e ode il sinistro rullo di un tamburino e il suono acuto di un piffero che precedono un corteo nero di soldati, che puniscono un tartaro che ha cercato di disertare. L’uomo è nudo fino alla cintola, si contorce in tutto il corpo, i piedi nella neve, e i colpi gli piovono addosso. Accanto gli cammina un ufficiale dalla fisionomia familiare. «Era il padre di lei, con il suo viso roseo e i baffi e le fedine...». Il disertore, con la schiena scorticata, implora pietà, ma colpiscono più forte. Tutt’a un tratto il colonnello si avvicina a uno dei soldati. «Adesso ti insegno io come si fa a picchiare », e grida: «Fate portare nuove sferze!». Quando incrocia lo sguardo del narratore, finge di non riconoscerlo.


Vediamo i richiami più immediati fra il racconto e il romanzo. C’è il ballo, la giovane radiosa che attira su sé tutti gli sguardi, il suo bel cavaliere, il colonnello padre di lei di là, il principe zio di lui di qua. In ambedue gli uomini anziani cedono all’invito insistente della più bella. Anche Angelica e il principe suscitano l’ammirazione di tutti, che smettono di ballare per guardarli. «A un certo punto Angelica e lui ballavano soli». Nel racconto, un applauso saluta la fine del ballo. Nel romanzo,
«un applauso non scoppiò soltanto perché Don Fabrizio aveva l’aspetto troppo leonino perché si arrischiassero simili sconvenienze». Nel racconto, il ballo è una mazurka. Nel romanzo, Angelica invita alla mazurka, ma il principe declina: «Figlia mia… la “mazurka” no, concedimi il primo valzer». E l’osservazione sul «ballo da militari, tutto battute di piedi e giravolte » sembra fare il verso al tostoiano «sbattere di suole e di tacchi».


«“Volevo chiederle di ballare con me la prossima mazurka. Dica di sì, non faccia il cattivo: si sa che lei era un gran ballerino”. Il Principe si sentiva tutto ringalluzzito [...] L’idea della mazurka però lo spaventava un poco: questo ballo militare, tutto battute di piedi e giravolte, non era più roba per le sue giunture [...]. “Grazie, figlia mia… ma la mazurka no; concedimi il primo valzer”». Anche nel romanzo c’è un colonnello, quel famoso Pallavicino, reduce tronfio dalla sparatoria di Aspromonte. Nel racconto «lei indossava un abito bianco con una cintura rosa». Nel romanzo Angelica ha un abito rosa («Il nero del frac di lui, il roseo della veste di lei»). Nel film invece Angelica torna in bianco, come in Tolstoj. Non è un dettaglio secondario: Visconti si annida nei dettagli. E la sua è altissima sartoria.


«Claudia Cardinale indossò l’abito bianco creato da Piero Tosi [...] L’abito nacque a partire da un’accurata ricerca sulla stoffa, la foggia, la fattura di metà Ottocento ». Soprattutto in questa parte, la più significativa, Visconti tradisce la fedeltà al testo e si prende delle libertà sorprendenti. Inverte l’episodio in cui il principe si imbatte per strada in un prete che va a portare il viatico a un agonizzante, che nel romanzo avviene durante l’andata in carrozza al palazzo del ballo. «La carrozza si fermò: si sentiva un gracile scampanellio e da uno svolto comparve un prete recante un calice col Santissimo [...] una di quelle case sbarrate racchiudeva un’agonia: era il Santo Viatico. Don Fabrizio scese, s’inginocchiò sul marciapiede, lo scampanellare dileguò nei vicoli».


Nel romanzo, dopo il ballo il principe lascia la carrozza e torna a piedi, rinnovando l’appuntamento con le stelle, e pronuncia la sua invocazione alla fedele Venere, preludio della morte cui è dedicato il capitolo successivo. Nel film, l’incontro fra il principe e il corteo funebre del viatico è spostato alla fine. Ma soprattutto Visconti introduce ex novo un tema assente nel libro, di decisiva influenza. Lo prepara con una conversazione durante la festa in cui Tancredi, l’ex garibaldino già passato ai vincitori dell’esercito regio, scandalizza l’innamorata Concetta con una cinica osservazione sui soldati che hanno disertato per Garibaldi, di cui annuncia l’esecuzione imminente. E alla fine, quando il principe cammina sotto le sue stelle e la carrozza coi due innamorati procede nella corsa, si ode una scarica: i disertori sono stati fucilati. Il colonnello Pallavicino e il suo corteggio di ufficiali avevano lasciato la festa per tempo adducendo i loro doveri in piazza d’armi: come il padre di Varen’ka.
Un intervento così invadente, e incisivo sull’impianto storico, fa corrispondere per intero lo schema del racconto di Tolstoj con quello del Gattopardo.


Là il colonnello affettuoso è l’altra faccia del bruto che sferza il disgraziato disertore. Qui la lussuosa futilità del ballo finisce nella scarica di fucileria contro i disertori. Lo sparo echeggia nella carrozza che trasporta Angelica, Tancredi e don Calogero Sedara, al quale è affidato il suggello: «È stato ripristinato l’ordine».
Le coincidenze (altre non ne ho citate) possono solo essere coincidenze. In tanto evocare Stendhal e Proust (e caso mai il Tostoj di Guerra e pace e della Morte di Ivan Ilic), mi piace immaginare che fosse entrato il Tolstoj vecchio: Dopo il ballo fu scritto nel 1903, e uscì postumo nel 1911. Ora un bel libro di Alberto Anile e Maria Giannice,
Operazione Gattopardo (prefazione di Goffredo Fofi, Le Mani), illustra la metamorfosi di un “romanzo di destra” in un “film di sinistra”, del Risorgimento di Tomasi in quello di Visconti (e Togliatti). Se, come ho insinuato, Tomasi si fosse rifatto a Tolstoj, e Visconti (che non aveva mai incontrato Tomasi) anche, anzi calcando la mano, sicché la fustigazione del tartaro disertore e la fucilazione dei soldati dell’esercito regio disertori fossero parenti, il finale sarebbe meno contingente.


Dopo il ballo finisce col narratore inorridito: «Se queste cose le fanno con tanta sicurezza e son ritenute da tutti indispensabili, vuol dire che loro sanno qualcosa che io non so, così pensavo, e mi sforzavo di scoprire cosa fosse quel qualcosa. Ma, per quanti sforzi facessi, non riuscii a saperlo nemmeno in seguito». In quel momento prende la decisione che cambierà la sua vita: non entrerà nell’esercito. «Quanto a Varen’ka… Si disinnamorò di lei».

 

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/35-libri/44249-le-affinita-elettive-tra-tolstoj-e-il-gattopardo.html

FONTE: ADRIANO SOFRI, LA REPUBBLICA

Guerra e fame: «tsunami» dal Mali fino alla Somalia

Guerra e fame: «tsunami» dal Mali  fino alla Somalia

 

Non ci sono facili vie d’uscita. Dal Sahel Occidentale fino all’estremità orientale, la lotta al terrorismo islamico e i combattimenti contro varie ribellioni radicate in Africa centrale, continueranno a seminare vittime. Dal Mali alla Somalia, passando per il Ciad e i due Sudan, a delle fasi iniziali esplosive seguono logoranti conflitti di bassa intensità, ma ugualmente micidiali.

senza un miglioramento delle condizioni di sicurezza, le crisi umanitarie non avranno alcuna speranza di miglioramento: incancrenite da anni di combattimenti continueranno a chiedere il tributo di morte. Nella fascia saheliana, sono oltre 36 milioni i civili che rischiano di morire di fame. Popolazioni disperate che, se non trovano i mezzi per riuscire a fuggire dalle guerre in corso, sono destinate a subirle quotidianamente. 
Con circa 4 milioni di sfollati e rifugiati affetti dalla crisi alimentare, il conflitto maliano è passato a una nuova fase. «Dopo i primi quattromila militari spediti in Mali lo scorso gennaio – ha recentemente reso noto un comunicato del ministero della Difesa francese –, lasceremo mille soldati sul territorio che, insieme ai caschi blu dell’Onu»: si «occuperanno di dare la caccia ai ribelli qaedisti nell’intero Paese». Un’impresa, però, tutt’altro che facile.

Sebbene l’esercito maliano rimanga a parole fiducioso rispetto alle proprie capacità d’azione, la missione dell’Unione Europea incaricata degli addestramenti dei soldati in Mali (Eutm) sta avendo enormi difficoltà. «C’è moltissima confusione all’interno dello stesso esercito maliano e l’equipaggiamento è scarso e obsoleto – ha riferito alla stampa uno degli addestratori della Eutm –. Ci risulta molto difficile insegnare i metodi di contrasto alla guerriglia tali condizioni». Le forze di pace delle Nazioni Unite arriveranno a luglio per aiutare il Paese a combattere quella che si prospetta come un’altra lunga e dolorosissima guerra africana. I vari gruppi ribelli nel nord del Mali stanno colpendo con attacchi mirati, veloci e, sempre più spesso, fatali. La Somalia centro-meridionale si trova nella stessa situazione già dal 2006, quando i qaedisti di al-Shabaab iniziarono la loro mattanza. Non solo attraverso attentati suicidi e violenti attacchi contro le autorità e le truppe dell’Unione Africana, ma impedendo l’arrivo degli aiuti umanitari alla popolazione. «Dobbiamo rimanere molto vigili poiché i miliziani ora si mimetizzano facilmente tra i civili», hanno recentemente avvertito le autorità del governo somalo.

Preoccupato di questa nuova realtà del conflitto, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha appena approvato il dispiegamento in Somalia dei propri militari per un anno a partire da giugno. «La nuova missione rappresenta una chance di spezzare il circolo vizioso di massicce violazioni di diritti umani e impunità», ha detto ieri Philippe Bolopion, responsabile dell’Ong Human rights watch all’Onu. La tensione rimane quindi altissima nel Paese, dove 2,7 milioni di persone hanno bisogno di un’immediata assistenza.

Ma le violenze rendono instabili anche gli Stati più centrali. In Ciad, dove 1,8 milioni di cittadini soffrono della mancanza di cibo, l’altro ieri è terminata un’operazione di sicurezza contro un apparente tentativo di golpe e sono state uccise almeno quattro persone. «Prima degli arresti – commentavano le radio locali – vi è stata una sparatoria davanti a delle caserme militari alla periferia della capitale N’Djamena seguita da un altro incidente in una chiesa». Di fondo resta però un conflitto che non trova ancora sbocchi nella normalizzazione.

E nonostante i leader del Sudan e del Sud Sudan, rispettivamente Omar el-Bashir e Salva Kiir, si siano da poco incontrati per accordarsi sul riavvio del processo di pace e delle esportazioni di petrolio dal sud attraverso il nord, rimangono forti incomprensioni. E sacche di guerriglia ancora fuori controllo. «I ribelli del Splm-Nord hanno lanciato diversi attacchi settimana scorsa – affermavano i media locali solo giovedì scorso – il recente primo turno dei colloqui di pace non ha fornito alcun progresso». Secondo le agenzie umanitarie, la vita di 7,5 milioni di persone, tra Sudan e Sud Sudan, rimane drammaticamente ancora appesa a un filo.

 

Matteo Fraschini Koffi

http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/Sahel-guerra-e-fame-dal-Mali-alla-Somalia-emergenza-africa.aspx

Viaggio nelle inaccessibili «ghost stations» di Londra

Viaggio nelle inaccessibili  «ghost stations» di Londra

 

LE STAZIONI FANTASMA DELLA METROPOLITANA PIÙ ANTICA DEL MONDO

 

L'idea di un imprenditore e di un geografo per riaprirle al pubblico

 

LONDRA – Fu nei sotterranei blindati di Down Street che Winston Churchill riunì il suo «War Cabinet», durante le ore cruciali della seconda guerra mondiale. In una piattaforma in disuso di Charing Cross hanno girato alcune scene di «Skyfall», l’ultimo del ciclo di James Bond, e Aldwych è ugualmente molto popolare come set per film e spot pubblicitari. A Brompton Road, invece, Rudolf Hess, il vice di Hitler, fu interrogato dopo la cattura. Down Street, Aldwych, Brompton Road. Luoghi impregnati di storia. E poi Mark Lane, British Museum, Lord’s...

Sono le «ghost stations» di Londra, le stazioni fantasma della metropolitana più antica del mondo (quest’anno «the Tube» compie 150 anni): stazioni in disuso che punteggiano il sottosuolo della capitale e, ai pochi che hanno avuto la fortuna di andarci, stimolano riflessioni tanto sull’estetica della decadenza quanto su business potenzialmente milionari.

 

Quella dell’Underground è la storia di un’espansione tumultuosa. In un secolo e mezzo le linee sono arrivate a undici, i km di rotaie hanno superato i 400. Le stazioni, a oggi, sono 270: la loro mappa è stata, soprattutto agli albori, ridisegnata di frequente. Una stazione serve sempre meno passeggeri? È troppo vicina a un’altra diventata più importante? Si chiude. Down Street fu dismessa, come tante altre, negli anni Trenta; Aldwych nel 1994. Alcune delle stazioni in disuso sono state demolite, e la loro memoria si riduce a una piattaforma murata tra una fermata di metro e l’altra, di cui i passeggeri nemmeno si accorgono quando il loro treno ci passa a tutta velocità. Altre diciotto, invece, come Brompton Road sulla Piccadilly Line, sono rimaste pressoché intatte come una Pompei del XX secolo: le biglietterie, le scale piastrellate, i cartelloni pubblicitari. Silenzio denso fra un treno e l’altro, e odore pungente di chiuso nelle stazioni fantasma. Intatte e inaccessibili a tutti. O quasi.

Ajit Chambers e Brad Garrett ci sono stati laggiù.Chambers, un 40enne ex bancario oggi imprenditore, ha da anni intavolato una trattativa con TfL, la società pubblica che gestisce l’Underground e possiede gran parte dei luoghi. Sta cercando di persuaderli che uno sfruttamento commerciale delle stazioni in disuso è possibile. Per 2 milioni di sterline (circa 2,3 milioni di euro), sostiene Chambers, Brompton Road si può rimettere in sicurezza e se ne può fare un’attrazione per turisti: con visite guidate, ristorante e perfino parete attrezzata per arrampicate. La sua idea – che si ispira al modello di Miniatur Wonderland di Amburgo – è sostenuta dal sindaco di Londra Boris Johnson, che l’ha pubblicamente incoraggiata, pur restando in attesa di valutare un piano dettagliato di fattibilità. Brad Garrett, 32 anni, geografo ricercatore a Oxford, nelle «ghost stations» londinesi è andato invece senza permesso. In tutte, per amore di ricerca: durante i quattro anni di un dottorato sull’esplorazione urbana, Garrett si è aggregato agli «urban explorers» di London Consolidation Crew nelle loro incursioni sotterranee. Di notte, rischiando la vita su binari in tensione, infilandosi in cunicoli. E sfidando telecamere a circuito chiuso: «Ce ne sono 200mila a Londra», dice Garrett. «Questa è una città ossessionata con la sicurezza. Tengono chiuse le «ghost stations» per perpetuare un’immagine dell’Underground come un luogo sigillato e sterilizzato. Che ci aprano invece un ristorante, con i tavoli sulle piattaforme e un bel plexiglass a proteggere dai treni in transito. Certo, finirebbe un po’ di polvere sui piatti, ma vuoi mettere il brivido?»

Rino Pucci 

http://www.corriere.it/esteri/13_maggio_08/stazioni-fantasma-londra-rino-pucci_5d514212-b7c0-11e2-b9c5-70879a266c65.shtml

di Rino Pucci