23/05/2013
Crollo della produzione industriale, l'Italia fanalino di coda in Europa
Crollo della produzione industriale, l'Italia fanalino di coda in Europa
Il dato del Belpaese stona sia a livello annuo (-5,2% contro una media dell'Eurozona dell'1,7%), sia a livello mensile: a marzo l'Europa ha consolidato un recupero (+1%) rispetto a febbraio, ma le aziende italiane arrancano a -0,8%
MILANO - L'industria italiana ha subito la crisi economica peggio di come abbiano fatto i vicini Paesi europei, con i quali le aziende del Belpaese si devono confrontare in un mercato sempre più globalizzato. La produzione industriale in Italia è crollata del 5,2% a marzo rispetto allo stesso mese del 2012. Per Eurostat si tratta del peggior dato tra le grandi economie continentali. Giù anche Germania (-1,5%) e Francia (-1,6%). Nell'insieme dell' Eurozona il calo è stato dell' 1,7% (-1,1% nella Ue a 27), comunque un dato migliore rispetto all'Italia. Forti crescite si sono viste in Olanda (+11,1%) e nei Paesi baltici.
Detto di questo tracollo, una visione meno amara viene dai dati congiunturali, cioè dalle variazioni mensili. In questo senso si conferma in recupero la produzione industriale europea: nel mese di marzo è infatti salita dell'1% nell'Eurozona e dello 0,9% nell'Ue a 27 Paesi, rispetto al febbraio scorso, dopo i rialzi meno marcati del mese precedente. Anche in questo caso, però, stona l'Italia che cede lo 0,8% mensile. Aumenti oltre la media - invece - per Germania (+1,7%), Spagna (+2,1%), Finlandia (+3,8%), Olanda (+4,5%) e Portogallo (+5,3%). La Francia (-0,9%) fa compagnia all'Italia con il segno negativo.
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22/05/2013
Il mercato della casa ai minimi dal 1985. Nel 2012 persi scambi per 27 miliardi
Il mercato della casa ai minimi dal 1985. Nel 2012 persi scambi per 27 miliardi
L'anno scorso sono state scambiate 448 mila abitazioni, 150mila in meno rispetto al 2011. La dimensione media supera i 100 metri quadri, tengono i capoluoghi meglio delle città più piccole, ma perdono comunque quasi un quarto delle compravendite
MILANO - Anno nero il 2012 per il mercato immobiliare italiano. L'anno scorso le compravendite hanno subito un vero e proprio crollo diminuendo del 25,7% sul 2011 a quota 448.364: si tratta del peggior risultato dal 1985 quando le abitazioni compravendute erano state circa 430mila. È quanto emerge dal Rapporto immobiliare 2013 realizzato dall'Agenzia delle Entrate e dall'Abi. Nel 2012, in sostanza, si sono perse circa 150mila compravendite rispetto a due anni fa. Una forte diminuzione si registra anche per il valore di scambio complessivo, stimato in 75,4 miliardi di euro, quasi 27 miliardi in meno del 2011.
Lo scorso anno le compravendite sono crollate del 22,4% rispetto al 2011 a Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna e Firenze. In pratica per le grandi città il valore di scambio stimato delle abitazioni è pari a circa 19,5 miliardi di euro, con un perdita di 5,7 miliardi di euro rispetto al 2012 (-22,5%).
Nel rapporto si legge che "il volume di compravendite di abitazioni in Italia, nel 2012, con la sola esclusione dei Comuni delle province di Trento e Bolzano è stato pari a 448.364 ntn (numero transazioni normalizzate), il -25,7% rispetto al 2011 (603.176 ntn)". Il calo è stato inferiore per i capoluoghi (-24,8%) e maggiore nei comuni non capoluoghi (-26,1%). "Nel corso del 2012, inoltre, il tasso tendenziale trimestrale delle compravendite (rapporto tra i valori del ntn nei semestri omologhi) ha mostrato segni sempre negativi e crescenti a partir dal -19,5% del primo trimestre fino a raggiungere il -30,5% nell'ultimo trimestre dell'anno". Riguardo ai volumi, la vendita di abitazioni ha segnato un valore totale di 46,4 milioni di metri quadri, -25,4% rispetto al 2011, con una superficie per unità abitativa compravenduta pari a 104 metri quadri.
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21/05/2013
Ocse, cresce il divario tra ricchi e poveri: Il reddito dei paperoni è dieci volte superiore
Ocse, cresce il divario tra ricchi e poveri: Il reddito dei paperoni è dieci volte superiore
La crisi acuisce le disuguaglianze sociali. Il 10% della popolazione più ricca ha un reddito 9,5 volte più alto di quello del 10% della popolazione più povera, contro le 9 volte del 2007. In Italia il gap è 10,2 volte nel 2010 contro le 8,7 del 2007
MILANO - Le inegueglianze di reddito sono cresciute nei primi tre anni della crisi, dal 2007 al 2010, più che nei 12 anni precedenti. Nei paesi Ocse il 10% della popolazione più ricca ha un reddito 9,5 volte più alto di quello del 10% della popolazione è più povera, contro le 9 volte del 2007. In Italia il gap è 10,2 volte nel 2010 contro le 8,7 del 2007. Lo rivela l'Ocse in un'indagine nella qualle avverte che i tagli alla spesa nei paesi più avanzati rischia far aumentare ancora l'ineguaglianza e la povertà nel prossimi anni. Inoltre l'indagine mostra che sono soprattutto i più poveri i più colpiti dalla crisi. Il gap, nota l'Ocse, è più accentuato, in paesi come il Messico, il Cile, gli Usa, Israele e la Turchia, e minore in paesi come l'Islanda, la Slovenia, la Norvegia e la Danimarca.
Questi dati, secondo il segretario generale dell'Ocse, Angel Gurria, mostrano la necessità "di proteggere la parte più vulnerabile della popolazione, specie se i governi perseguono la necessità di tenere sotto controllo la spesa pubblica". "Occorre definire - prosegue Gurria - politiche per aumentare la crescita e l'occupazione, al fine di assicurare più equità, efficienza e inclusione. All'interno di queste politiche è essenziale una riforma dei sistemi fiscali per assicurare che tutti paghino una quota equa e ricevino e beneficino degli aiuti di cui hanno bisogno". Tra il 2007 e il 2010, nota l'Ocse, i risparmiatori più poveri tendono a guadagnare meno o a perdere di più di quelli ricchi. Il 10% dei ricchi ha guadagnato più del 10% dei più poveri in 21 dei 33 paesi Ocse. In base ai livelli di reddito percepiti prima della crisi i poveri sono aumentati. Le tasse e gli aiuti hanno mitigato questi andamenti, ma l'impatto "è vario".
Tra il 2007 e il 2010 la media dei redditi al di sotto dei livelli di povertà è salito dal 13% al 14% tra i bambini, dal 12% al 14% tra i giovani ed è sceso dal 15% al 12% tra le persone più adulte. Fino al 2010 i pensionati erano abbastanza protetti in molti paesi, mentre i lavoratori hanno subito i contraccolpi più forti. L'indice di povertà relativa nei paesi poveri è passato nei paesi Ocse dal 10,2% del 2007 all'1,1% del 2010. In Italia è passato dall'11,8% del 2004 al 13% del 2010.
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Più telefonini che esseri umani Nel 2014, supereranno i 7,1 miliardi
Più telefonini che esseri umani Nel 2014, supereranno i 7,1 miliardi
Secondo un rapporto dell'International Telecoms Union, un'agenzia delle Nazioni Unite, il numero dei contratti di telefonia mobile supererà la popolazione del nostro pianeta
LONDRA - Alla fine del prossimo anno ci saranno nel mondo più telefonini che terrestri. Un rapporto dell'International Telecoms Union, un'agenzia delle Nazioni Unite, rivela che nel 2014 il numero dei contratti di telefonia mobile supererà la soglia di 7 miliardi e 100 milioni, che è la popolazione del nostro pianeta.
Attualmente i contratti dei cellulari sono 6 miliardi e 800 milioni ma continuano a crescere a ritmo rapidissimo. La regione con la maggior penetrazione di telefonini è l'ex-Unione Sovietica, con 1,7 cellulari per ogni abitante. L'Africa è quella che ne ha di meno, con 63 abbonamenti telefonici per ogni 100 abitanti ma anche lì la crescita è costante.
Il rapporto rivela anche che 2 miliardi e 700 milioni di persone, quasi il 40 per cento della popolazione terrestre ha la connessione a internet. "Questo però significa che due terzi della popolazione mondiale sono ancora fuori dal web, dunque fuori dalla rivoluzione digitale che sta trasformando il globo", afferma Hamadoun Toure, presidente dell'International Telecoms Union. In assoluto l'Europa è il continente con la maggior penetrazione di internet, il 75 per cento della popolazione è online, seguita dalle Americhe con il 61, dall'Asia con il 32 e dall'Africa con il 16.
dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI
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20/05/2013
Confcommercio: trasporti, in 12 anni persi 24 mld di Pil
Confcommercio: trasporti, in 12 anni persi 24 mld di Pil
Un rapporto di Confcommercio denuncia l’inefficienza del settore. "Enormi squilibri tra nord e sud"
L’inefficienza della logistica e dei trasporti è costata al nostro Paese 24 miliardi di Pil negli ultimi 12 anni.
E’ quanto emerge dalla ricerca realizzata dall'Ufficio studi di Confcommercio “Trasporti al passo, economia ferma Accessibilità, trasporti e mobilità al tempo della crisi” presentata questa mattina a Roma. Secondo l’associazione, infatti, "se l'accessibilità fosse rimasta ai livelli del 2000, nel 2012 si sarebbe registrato un Pil più elevato di circa 4 miliardi di euro (+0,2% rispetto al dato effettivo)”. La perdita di accessibilità in dodici anni è, dunque, costata al nostro Paese complessivamente 24 miliardi di euro di Pil, sommando le perdite annuali nell'intero periodo. Se L’Italia avesse messo in campo, nel periodo 2001-2012, politiche di miglioramento dell'accessibilità tali da allinearlo ai livelli tedeschi, infatti, l'incremento del Pil italiano sarebbe stato complessivamente pari a 120 miliardi di euro. A incidere su questi numeri sono anche gli "enormi squilibri esistenti tra nord e sud”: se le regioni del sud disponessero dei livelli di accessibilità della Lombardia, il Pil italiano sarebbe più elevato di circa 48 miliardi di euro.
Infine, pesano sull’attuale inefficienza dei trasporti anche tutte quelle riforme rimaste "incompiute": misure di programmazione e regolazione, che "teoricamente dovrebbero richiedere un lasso di tempo assai minore per essere completate, ma che ancora mancano all'appello, a tutto svantaggio della competitività del sistema nazionale dei trasporti e della logistica. Con tempi di attesa anche ventennali”. Tra queste troviamo le mancate riforme delle norme sugli assetti portuali (tempi di attesa 19 anni), sugli interporti (23 anni), sul Trasporto pubblico locale (16 anni), sui servizi di noleggio auto con conducente (21 anni), sui piani urbani della mobilità, e della legge quadro sosta e parcheggi (13 anni e 24 anni).
http://www.ilgiornale.it/news/economia/confcommercio-trasporti-12-anni-persi-24-mld-pil-917461.html
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16/05/2013
Rivoluzione energetica nel Mediterraneo. Così l'Italia prova a superare Desertec
Rivoluzione energetica nel Mediterraneo. Così l'Italia prova a superare Desertec
A Milano si riuniscono i principali attori delle energie rinnovabili per ridare vita a un progetto che prevedeva grandi centrali solari per il Vecchio continente nel nord Africa. Ma la primavera araba ha cambiato gli scenari aprendo nuove opportunità di sviluppo energetico. Anche in loco. Ecco come
UNO SCAMBIO win win, con due vincitori: la primavera araba nel Sud del Mediterraneo guadagna sviluppo e stabilità grazie alla sponda tecnologica delle energie rinnovabili; e le industrie italiane ed europee si vedono aprire le porte di un mercato che cresce a una velocità tre volte superiore a quella europea. E' la proposta che l'Italia metterà sul tavolo alla conferenza internazionale organizzata domani a Milano, a Solar Expo, da Res4Med (Renewable Energy Solutions for the Mediterranean), l'associazione fondata da Cesi, Edison, Enel Green Power, Gse, PwC e Politecnico di Milano.
Il progetto di uno sviluppo del solare sulla sponda Nord dell'Africa in realtà c'è già, ha una forte impronta tedesca e si chiama Desertec. Vale 400 miliardi di euro, è sostenuto da una ventina di aziende e banche di primo piano come Munich Re, Siemens, Deutsche Bank, E. On, Rwe e ipotizza la creazione entro il 2050 di 60 mila megawatt, il 15 per cento di tutta l'elettricità che serve all'Europa dei 27. Ma ha un piccolo difetto: è fermo da anni.
Il crollo dei regimi in molti dei paesi interessati al progetto ha cambiato lo scenario geopolitico. L'idea originaria era basata sulla creazioni di grandi centrali per la produzione di energia da destinare in buona parte all'Europa: una prospettiva che, nel quadro attuale, rischierebbe di essere considerata neocolonialista se i benefici fossero poco visibili localmente.
"Le grandi centrali potranno essere costruite, ma in un secondo momento", propone Roberto Vigotti, segretario di Res4Med. "Iniziamo con rinnovabili di media taglia e con la generazione distribuita, cioè con una pioggia di mini e micro impianti che diano vantaggi reali a tutti. A parità di capacità elettrica il fotovoltaico utilizza 7 volte più forza lavoro degli impianti a carbone: è una risposta concreta alla frustrazione per la mancanza di occupazione che è stata una delle molle della primavera araba. Puntare sulla generazione distribuita vuol dire proporre una democrazia energetica che rafforza la democrazia politica".
Se l'Italia, forte anche della sua posizione di ponte tra le due sponde del Mediterraneo, riuscirà a dare operatività al progetto di rivoluzione energetica nei paesi arabi, si aprirà un mercato molto interessante. Saranno infatti soprattutto i paesi del sud e dell'est del Mediterraneo a trainare l'aumento dei consumi energetici: nel 2015 la loro domanda sarà il 42% della domanda totale del bacino mediterraneo (nel 2006 era solo il 29%).
Secondo uno studio della Banca Mondiale del 2011, quasi 50 mila posti di lavoro potrebbero essere creati localmente con lo sviluppo di impianti di produzione di componenti per centrali solare termodinamiche in Algeria, Egitto, Giordania, Marocco e Tunisia. Installando 20 gigawatt di solare termodinamico entro il 2020 nel sud del Mediterraneo si produrrebbero 236 mila posti di lavoro all'anno. E con misure di efficienza energetica nel settore delle costruzioni, in base ai dati del Plan Bleu, nei paesi a sud e ad est del Mediterraneo si aggiungerebbero tra i 2 e i 2,5 milioni di posti di lavoro entro il 2030.
"Res4Med propone un approccio nuovo al rilancio delle rinnovabili nel Mediterraneo, uno sforzo basato su una piattaforma comune di progetti e sull'utilizzo delle migliori esperienze", spiega Francesco Starace, amministratore delegato di Enel Green Power. "Siamo agli inizi, ma i numeri ci incoraggiano e sono fiducioso".
http://www.repubblica.it/ambiente/2013/05/08/news/sud_mediterraneo-58315833/
di ANTONIO CIANCIULLO
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15/05/2013
Con la crisi disoccupazione raddoppiata. Solo nel 2020 l'Italia tornerà al 9%
Con la crisi disoccupazione raddoppiata. Solo nel 2020 l'Italia tornerà al 9%
Rispetto al 2007 c'è stata un boom del tasso di senza lavoro, oltre il 12% l'anno prossimo. Secondo un report di Prometeia ci voranno 14 anni per recuperare i livelli di crescita del Pil perduti con la crisi economica e l'industria non tornerà ad assumere
MILANO - In sei anni, cioè dall'immediata vigilia della crisi ad oggi, il tasso di disoccupazione in Italia è praticamente raddoppiato. Nel 2007, quando si raggiunse il picco sui mercati finanziari prima dello scoppio del pandemonio con i mutui subprime e dell'avvio della recessione, il tasso di senza lavoro nel Belpaese si aggirava sul 6%, mentre nel 2013 siamo vicini al 12% e secondo le recenti stime della Commissione europea l'anno prossimo supereremoquesta soglia.
Secondo la proiezione stilata dall'istituto di ricerca e analisi macroeconomica Prometeia, all'Italia servirà arrivare almeno fino al 2020 prima di tornare a un livello di disoccupazione del 9%, che poi è quello che si registrava alla fine del 2011. Tanto per capirsi, gli Stati Uniti hanno appena festeggiato la discesa al 7,5% di senza lavoro. Nel suo rapporto 'Uno sguardo al 2020', Prometeia stima poi che il livello del Pil alla fine di quell'anno sarà ancora inferiore ai valori pre-crisi (fine anni '90) di circa il 2%. Per l'istituto, tra il 2015 e il 2020 il tasso di crescita medio si collocherà stabilmente in territorio positivo (+1,1%) ma in linea con il 2000-2005. Non basteranno cioé 14 anni per recuperare i livelli di crescita perduti: il doppio di quanto, negli anni Novanta, impiegò la Finlandia, più del triplo di quanto impiegò la Svezia.
Strettamente legati all'impossibilità di crescere a ritmi elevati e alla tensione del mondo del lavoro ci saranno dei cambiamenti strutturali del tessuto produttivo: l'industria, a causa della recessione "ridurrà in modo permanente l'occupazione a favore di un incremento di produttività". E, di conseguenza, "l'input di lavoro complessivo non recupererà i livelli pre-crisi", proprio soprattutto a causa del settore industriale. "Un sacrificio occupazionale che consentirà però alla produttività media, se non proprio di cancellare 15 anni di stagnazione, quantomeno di invertire la rotta".http://www.repubblica.it/economia/2013/05/04/news/con_la_...
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14/05/2013
Tessuti, abbigliamento e gioielli. Con la crisi è boom di bancarelle
Tessuti, abbigliamento e gioielli. Con la crisi è boom di bancarelle
Secondo un rapporto di Unioncamere i commercianti ambulanti sono aumentati di oltre il 10% tra il 2009 e il 2012. Gli italiani a caccia di risparmio scelgono i mercatini anche per profumi e calzature, solo nell'alimentare non si registra un boom
MILANO - Tovaglie, tessuti per la casa e abbigliamento. Ma anche gioielli e cosmetici. La crisi rende sempre più attraenti bancarelle e mercatini agli occhi degli italiani. Tra il 2009 ed il 2012 le imprese del commercio al dettaglio ambulante iscritte ai registri delle Camere di commercio sono aumentate di 17.458 unità, oltre il 10% in più rispetto all'anno di inizio crisi. Ed oggi in Italia ci sono quasi 180mila bancarelle. I dati, elaborati da Unioncamere, mostrano che a far la parte del leone sono le imprese 'on the road' di tessuti, tessili per la casa e abbigliamento, salite del 28,26% nei tre anni.
L'analisi mostra inoltre come siano quasi triplicate tra il 2009 e il 2012 (+187,10%) le imprese del commercio ambulante di prodotti di bigiotteria, che, alla fine dello scorso anno, hanno superato le 13mila unità. Saldi un pò meno consistenti ma crescita comunque a due cifre anche per profumi e cosmetici (+22,66% pari a 399 imprese in più nel triennio) e per calzature e pelletterie (+16,89% pari a 858 attività in più). Alto anche il tasso di crescita degli ambulanti specializzati nell'arredamento, casalinghi, elettrodomestici e materiale elettrico (+26,28% tra fine 2009 e fine 2012, con oltre mille imprese in più), e di quelli di fiori e piante, in aumento del 15,53% con un saldo attivo di 538 unità. Decisamente più contenuti, invece, i tassi di incremento del commercio ambulante legato al settore alimentare, che, con variazioni percentuali intorno al 3%, si allinea all'aumento registrato dai negozi tradizionali.
"Questi dati confermano - commenta il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello - che la crisi ha inciso in maniera strutturale sulle abitudini degli italiani ma ha anche fatto emergere nuove opportunità per quanti hanno deciso di aprire una impresa. Chi opera nel commercio sulle aree pubbliche contribuisce ad animare le città, rendere vivi i centri storici e creare le condizioni per la valorizzazione del territorio".
http://www.repubblica.it/economia/2013/05/04/news/boom_di_mercatini_con_la_crisi-58026637/
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11/05/2013
Tobin tax e tasse su barche e auto di lusso perché non fanno guadagnare
Tobin tax e tasse su barche e auto di lusso perché non fanno guadagnare
Dalle imbarcazioni l'Erario si aspettava risorse per 155 milioni di euro ne ha incassati solo 25
La Tobin tax (la tassa sulle transazioni finanziarie), la tassa sulle imbarcazioni e navi di lunghezza superiore ai dieci metri e quella sulle auto di lusso: nelle intenzione dello Stato avrebbero dovuto rimpinguare le casse, in realtà hanno fortemente deluso le aspettative perché nel frattempo i "soggetti" colpiti hanno cambiato rapidamente le loro abitudini. La Tobin Tax era nata per sensibilizzare il mondo della finanza alla base dell'ultima crisi, la tassa sulle transazioni finanziarie era stata introdotta a marzo e, come spiega il Corriere della Sera ci si aspettata unn gettitto di 1,16 miliardi di euro ma il risultato è stato tutt'altro: dopo l'introduzione della gabella le transazioni sono calate del trenta per cento.
Barche e auto - Cambiano le crifre ma non la sostanza se si pensa alla tassa sulle imbarcazioni che superano i dieci metri: si stimava un gettito di 155 milioni di euro. Ne sono stati incassati 25. I diportisti sono scappati in massa oltre confine ancorando le loro barche in Croazia o in Francia per non pagare il balzello. L'Assomarinas ha calcolato che su 150mila posti barca c'è stato un calo del 15-20%. Nulla di illegale, ma certamente una scelta che ha sparigliato i calcoli delle previsioni. Per quanto riguarda la tassa sulle auto di lusso, l'imposta è entrata in vigore dal primo gennaio 2012: 20 euro per ogni kilowatt di potenza che superi il limite di 185 kilowatt. Per il 2012 si stimava un gettito pafri a 164,8 milioni di euro. Ma anche in questo caso è stata trovata la via di fuga: la prima è stata quella della cancellazione da pubblico registro automobilistico italiano e la reimmatricolazione in Germania con un risparmio che si aggira sul 42%. Ci sono poi da considerare anche gli effetti della crisi.
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10/05/2013
Creati in aprile 165mila nuovi posti, ma l'industria continua a licenziare
Creati in aprile 165mila nuovi posti, ma l'industria continua a licenziare
L'importante, come cantava Enzo Jannacci, è esagerare. E in fatto di eccessi, le Borse non prendono lezioni da nessuno.
Capita, così, di veder schizzare ieri a Wall Street il Dow Jones sopra quota 15mila, vetta mai violata, e di assistere all'abbattimento da parte dello Standard&Poor's del muro dei 1.600 punti con conseguente trascinamento verso l'alto di tutti i listini europei, Milano compresa (+1,04%). Tutto merito del calo inatteso in aprile della disoccupazione Usa, il cui tasso è sceso al 7,5% (il livello più basso dal dicembre 2008) e della creazione di 165mila nuovi posti di lavoro rispetto ai 148mila previsti. Inoltre, sono stati riviste verso l'alto le cifre dei due mesi precedenti per un totale di 114mila di nuovi impieghi.
Insomma, la Corporate America sembra aver rimesso in moto la macchina delle assunzioni. I numeri, però, possono anche raccontare mezze verità. E in questo caso, basta sollevare un po' il tappeto per vedere la polvere e rendersi conto che la strada sarà ancora lunga prima di riuscire a schiacciare la percentuale dei senza lavoro al 6,5%, la soglia-target oltre la quale la Federal Reserve continuerà a mantenere a zero i tassi e ad acquistare 85 miliardi di dollari di bond al mese. Per poter incidere efficacemente sulla disoccupazione, gli Stati Uniti dovrebbero generare ogni mese almeno 200mila posti nuovi di zecca.
È un passo difficile da mantenere: più probabile che la media d'anno si attesti sui 150mila. A conferma di una situazione di precarietà non ancora superata, in settori-chiave come le costruzioni, l'informatica e l'industria il saldo occupazionale è risultato negativo anche il mese scorso. Ciò spiega un altro fenomeno: il boom di assunzioni «rosa» (sono 384mila le donne che hanno trovato un impiego, soprattutto nella ristorazione e nei servizi) e i 90mila licenziamenti che hanno al contrario colpito gli uomini.
Non solo: chi ha trovato un posto si colloca nella fascia di età al di sotto dei 25 anni o al di sopra dei 55 anni. Non è un buon segno, ma semmai un indice rivelatore che l'offerta di lavoro è rivolta principalmente a chi accetta lavori sottopagati: giovani alla ricerca di una qualsiasi esperienza lavorativa, oppure persone mature cui è difficile trovare una ricollocazione sul mercato con le stesse mansioni e condizioni retributive avute in passato. Se poi nel computo si aggiungono i quasi 8 milioni di americani part-time e quelli che ormai si sono rassegnati a restare a spasso, il tasso di disoccupazione schizza al 13,9%.
«Molto resta da fare», ha infatti ammesso Alan Krueger, consigliere economico del presidente Barack Obama, che ha rinnovato l'appello al Congresso a varare le misure per la crescita e a rimpiazzare ai tagli automatici della spesa un piano di riduzione del deficit che sia equilibrato. Certo: vista dall'Europa, dove i senza-lavoro sono al 12,2%, la situazione americana appare perfino rassicurante. Anche se manca ancora la prova che il bazooka usato a più riprese da Ben Bernanke sia servito all'economia reale o non abbia unicamente contribuito ad alimentare, come sostengono alcuni economisti, l'ultima bolla di Wall Street.
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09/05/2013
Imprese sfiduciate nella ripresa L'indice è il più basso dal 2003
Imprese sfiduciate nella ripresa L'indice è il più basso dal 2003
Secondo le stime dell'Istat il calo è soprattutto nelle industrie manifatturiere, i servizi e le costruzioni. Calano i risparmi nell'Eurozona
Mai così male, da dieci anni a questa parte, il clima di fiducia delle imprese italiane. Ad aprile, l’indice composito scende a 74,6: a marzo era stato di 78,5. Lo rileva l’Istataggiungendo che si tratta del livello più basso da gennaio del 2003, inizio della serie storica. Il calo dell’indice complessivo è dovuto al peggioramento della fiducia delle imprese manifatturiere (che passa da 88,6 di marzo a 87,6), ma anche dei servizi di mercato e dellecostruzioni. Migliora invece lievemente il clima di fiducia nelcommercio al dettaglio. Le attese di produzione e i giudizi sugli ordini peggiorano (i saldi scendono da -3 a -5 e da -43 a -46, rispettivamente); il saldo relativo ai giudizi sulle scorte di magazzino passa da 0 a -1.
Occupazione - Nel dettaglio l'analisi del clima di fiducia per raggruppamenti principali di industrie (Rpi) indica un peggioramento delle attese di produzione nei beni di consumo (da -2 a -5) e nei beni intermedi (da -5 a -9) e una stabilità nei beni strumentali (-1). L'indice del clima di fiducia delle imprese di costruzione diminuisce da 79,8 di marzo a 78,2. I giudizi sugli ordini e/o piani di costruzione migliorano leggermente (il saldo varia da -53 a -52), mentre le attese sull'occupazione peggiorano (da -13 a -17). L'indice del clima di fiducia delle imprese dei servizi di mercato scende in misura significativa, passando da 73,6 di marzo a 68,2: peggiorano i giudizi (da -23 a -32) e, meno sensibilmente, le attese sugli ordini (da -11 a -16); calano anche le attese sull'andamento dell’economia in generale (da -53 a -56 il saldo). Nel commercio al dettaglio, l’indice del clima di fiducia aumenta da 75,4 di marzo a 77,4. L’indice aumenta sia nella grande distribuzione (da 65,1 a 68,6) sia, in misura più lieve, nella distribuzione tradizionale (da 88,1 a 88,3).
Risparmi in calo - Altra brutta notizia arriva dall'Eurozona. Secondo il dato diffuso oggi da Eurostat e riferito all’ultimo trimestre dell’anno scorso, infatti, la quota destinata al risparmio dalle famiglie dell’Eurozona è scesa al 12,2% contro il 12,8% del trimestre precedente. Nell’Ue a 27 paesi, il tasso di risparmio è sceso al 10,7% contro l’11% precedente. Nello stesso periodo è rimasto debole, ma stabile rispetto al terzo trimestre, il livello degli investimenti familiari, pari all’8,9% nell’Eurozona e all’8,1% nell’Ue27. Nell’Eurozona, i redditi in termini nominali sono diminuiti dello 0,5% e i consumi sono aumentati dello 0,1%. Quanto al reddito reale, è sceso dell’1,1%, dopo un calo dello 0,4% nel trimestre precedente.
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08/05/2013
Francia, disoccupazione record
Francia, disoccupazione record
PARIGI - NELL'ULTIMO MESE MILLE PERSONE AL GIORNO HANNO PERSO IL LORO POSTO DI LAVORO
Sinistra in rivolta, con il Ps che attacca la Germania e chiede una nuova politica per l'Europa
La Francia è traumatizzata dalle cifre sulla disoccupazione, un record storico di 3,2 milioni di senza lavoro, che salgono a più di 5 milioni con coloro che hanno un'attività ridotta e a 5,7 milioni di iscritti al «Pôle Emploi», l'agenzia di collocamento. Mille disoccupati in più ogni giorno nell'ultimo mese, sacrificati sull'altare dell'austerità ad oltranza per far quadrare i conti pubblici del «consolidamento di bilancio» imposto nella zona euro.
Nella sinistra è rivolta. Tanto più che altre ondate di licenziamenti sono all'orizzonte, dallo spegnimento degli altiforni di Florange fino alla chiusura possibile dello stabilimento di Aulnay della Peugeot, passando per una miriade di altri casi. Non è solo più il Front de Gauche a protestare, che organizza per il 5 maggio una manifestazione contro l'austerità e per una VI Repubblica più democratica. Il malessere ha da un po' raggiunto i Verdi, che peraltro sono nel governo. Ma adesso la rivolta è all'interno del partito socialista. Dopo le affermazioni dissidenti del ministro del rilancio produttivo, Arnaud Montebourg e del responsabile dell'economia sociale nel governo Ayrault, è sceso in campo un pezzo grosso del Ps, Claude Bartolone, presidente dell'Assemblea nazionale e a questo titolo terza personalità dello stato. Bartolone, in un'intervista a Le Monde, chiede «un nuovo tempo per il quinquennato», cioè una svolta a sinistra. Bartolone va giù pesante: propone un «scontro» con la Germania per costringere Berlino ad accettare una politica di rilancio in Europa.
Ieri, la direzione del Ps ha prodotto anch'essa un testo molto critico nei confronti della politica di Hollande, in vista della convenzione sull'Europa del 16 giugno. I socialisti francesi invitano i partiti di sinistra europei a «indignarsi» contro «le ricette che hanno portato al peggio: il libero scambio commerciale come solo orizzonte delle relazioni estere, l'austerità come unità di misura all'interno delle frontiere». In altri termini, il Ps invita a ribellarsi contro il modello tedesco, fatto di aumento della competitività a scapito del diritto del lavoro e di crescita tirata solo dall'export. Il testo del Ps va allo scontro con la Germania e accusa Angela Merkel di «intransigenza egoista», perché «pensa solo al risparmio dei correntisti d'oltre Reno, alla bilancia commerciale di Berlino e al suo avvenire elettorale», a circa 150 giorni dalle legislative tedesche.
In Germania le orecchie fischiano. Il governo tedesco ha preso male i primi cenni di cedimento a Bruxelles. Il ministro degli esteri, Guido Westerwelle ha respinto l'apertura del presidente della Commissione, José Manuel Barroso, che qualche giorno fa ha affermato che il rigore aveva «raggiunto un limite» in Europa. Angela Merkel è intervenuta sulla Bce, affermando che la Germania avrebbe bisogno di un aumento dei tassi (garantire la rendita, poiché ha una popolazione anziana, evitare il rischio di una bolla immobiliare che si profila all'orizzonte). Ma, ha ammesso Merkel, gli altri paesi avrebbero invece bisogno di un calo dei tassi, che del resto è atteso anche dai mercati.
In Francia anche i sindacati sono sul piede di guerra contro Hollande. Il nuovo segretario della Cgt, Thierry Lepaon, ha scritto a Hollande per ricordargli che chi lo ha eletto un anno fa aspetta ancora «il cambiamento» promesso. «Siamo costretti a constatare lo scarto crescente tra i suoi impegni e gli atti», dice. Il sindacato, con Fo, non ha approvato l'accordo sull'occupazione (accettato dalla Cfdt), che facilita i licenziamenti in cambio di qualche concessione ai lavoratori. L'accordo è già passato all'Assemblea a marce forzate. Inoltre, la Cgt critica il governo e il Ps per aver respinto l'amnistia sindacale che era peraltro passata al Senato: un voltafaccia del Ps, che non voterà la legge che depenalizza i reati commessi dai militanti sindacali durante le manifestazioni, condannabili fino a 5 anni di carcere (in generale, danni alle cose). La Cgt parteciperà, con la Cfdt, alla settimana di proteste sindacali europee contro il rigore tra il 7 e il 14 giugno.
http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20130427/manip2pg/04/manip2pz/339508/
APERTURA - ANNA MARIA MERLO
PARIGI
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07/05/2013
Persi 248mila occupati in un anno. Disoccupazione giovanile al 38,4%
Persi 248mila occupati in un anno. Disoccupazione giovanile al 38,4%
A marzo hanno perso il lavoro 70mila donne: la permanenza al lavoro delle donne over-50 non basta più a garantire la stabilità e, tanto meno, la crescita dell'occupazione. Senza impiego quasi 3 milioni di persone: il tasso di occupazione cala al 56,3%
MILANO - La disoccupazione a marzo resta all'11,5%, lo stesso livello già registrato a febbraio. Lo rileva l'Istat (dati destagionalizzati e provvisori) sottolineando che su base annua il tasso è in crescita di 1,1 punti percentuali con una perdita, rispetto a marzo dello scorso anno, di 248mila posti di lavoro. A marzo gli occupati sono 22 milioni 674 mila (il 56,3% della popolazione), in diminuzione dello 0,2% rispetto a febbraio (-51 mila): un calo che riguarda solo la componente femminile. Mentre gli uomini occupati cresconto di 19mila unità, le donne al lavoro si riducono di 70mila unità: la permanenza al lavoro delle donne over-50, che aveva finora permesso di arginare il calo, non basta più a garantire la stabilità e, tanto meno, la crescita dell'occupazione.
Ancora una volta il conto più salato cade sulle spalle dei giovani tra i 15 e i 24 anni: il tasso di disoccupazione è al 38,4%, in aumento di 0,6 punti percentuali rispetto a febbraio e di 3,2 punti su base annua. I ragazzi in cerca di lavoro sono 635mila. Nel complesso, il mese scorso, i disoccupati erano 2 milioni 950mila disoccupati. Nel dettaglio, il numero delle persone in cerca di lavoro diminuisce dello 0,5% rispetto a febbraio (-14 mila), ma risulta ancora in crescita su base annua, con un aumento dell'11,2%, ovvero di 297 mila.
Il numero di individui inattivi tra i 15 e i 64 anni aumenta dello 0,5% rispetto al mese precedente (+69mila unità). Il tasso di inattività si attesta al 36,3%, in aumento di 0,2 punti percentuali in termini congiunturali e in diminuzione di 0,2 punti su base annua. Sempre a marzo l'occupazione maschile cresce dello 0,1% in termini congiunturali, mentre diminuisce dell'1,3% su base annua. L'occupazione femminile si riduce dello 0,7% sia rispetto al mese precedente sia nei dodici mesi. A livello di genere, il tasso di occupazione maschile, pari al 65,9%, sale di 0,1 punti percentuali rispetto a febbraio, mentre diminuisce di 0,9 punti su base annua. Quello femminile, pari al 46,7%, diminuisce di 0,3 punti sia in termini congiunturali sia rispetto a dodici mesi prima.
http://www.repubblica.it/economia/2013/04/30/news/disoccupazione_marzo-57751874/
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06/05/2013
NoosaLab imita le start up di successo per rilanciare la creatività made in Italy.
NoosaLab imita le start up di successo per rilanciare la creatività made in Italy.
Il modello di riferimento è quello di Rocket Internet, un'acceleratore di impresa, più che un incubatore. Fondato da Raffaele Giovine ha lanciato Prezzo Felice, SosTariffe, Ovojo e MyBeautyBox: "Il mercato in Italia sta partendo adesso. C'è ancora molto spazio".
MILANO - Niente Silicon Valley in salsa italiana. Raffaele Giovine preferisce la sabbiosa spiaggia di Noosa sulla costa occidentale australiana dove il surf si incontra con la natura: "Ogni trend tecnologico è come un'onda. Va cavalcata al momento giusto" dice il fondatore diNoosaLab. Più un'acceletatore d'impresa che un incubatore perché il modello da replicare in via Savona a Milano è quello di Rocket Internet, il colosso tedesco dei fratelli Samwer che ha fatto la sua fortuna "clonando" le start up di successo.
"In Italia - dice Giovine - ci sono incubatori tradizionali, ma nessuno ha provato a industrializzare i processi come i fratelli Samwer. La nostra idea è creare una piattaforma, perché la web economy sta uscendo solo ora. C'è molto da fare e davanti abbiamo anche qualche anno di potenziale grande sviluppo". A patto di scegliere i modelli vincenti. Per questo NoosaLab ha deciso di "eliminare i rischi" dell'incubatore e concentrarsi sull'esecuzione "dell'acceleratore di imprese".
Certo, in questo modo, non nasceranno mai le nuove Facebook o Google, ma si replicheranno modelli di successo che altrimenti in Italia potrebbero non arrivare mai. A cominciare da Ovojo l'aggregatore (marketplace) di prodotti del made in Italy fondato da Sergio Bottari e Andrea Milani rivolto a realtà artigianali o industriali che non hanno le risorse e le capacità per rivolgersi al grande pubblico. "Una vetrina come questa esiste in Giappone e noi siamo convinti per l'Italia sia perfetta per replicare il modello. Siamo la patria della piccole imprese di successo" spiega Giovine.
Della squadra NoosaLab fanno parte anche Prezzo Felice (società di coupon online, terza in Italia per quota di mercato alle spalle di Groupon e Groupalia), MyBeautyBox l'ecommerce di cosmetica e prodotti di bellezza e SosTariffe.it, il sito nato con il via alle liberalizzazioni che compare le offerte dal mondo della telefonia alle banche, dall'energia elettrica al gas. "Noi - continua il fondatore - siamo fondatori d'impresa che aiutano altri fondatori a presidiare tutte le aree necessarie per realizzare una start up di successo: dalla tecnologia al commerciale, dalla logistica alla comunicazione. Grazie a rapporti consolidati nel tempo con i principali leader di tecnologia e con i più importanti gruppi media mettiamo il nostro network nazionale e internazionale a disposizione di chi entra a far parte di Noosalab".
La porta è aperta a qualunque idea di successo, ma il giudizio insindacabile è quello del mercato. "Il nostro ruolo è anche quello di guardare con freddezza ai fatti. Se un'impresa non funziona dobbiamo aver il coraggio di staccare la spina. Per il fondatore è molto più difficile" dice Andrea Meregalli, socio e Cfo di NoosaLab con un passato tra Merrill Lynch e Goldman Sachs: "La ricerca di fondi è complicata e il nostro compito è anche quello di allocare le risorse nel migliore dei modi. Guardando ai numeri e alle prospettive reali".
http://www.repubblica.it/economia/finanza/2013/04/27/news/noosalab_rocket_start_up-57544097/
di GIULIANO BALESTRERI
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