25/10/2012
De rerum natura
De rerum natura
Durante i primi anni di liceo in cui volente o nolente dovetti scontrarmi con lo studio e l'osticità della lingua latina ricordo che l'insegnante di lettere italiane di allora aveva una particolare predilizione per un poeta romano, Lucrezio, e per la sua opera letteraria più nota ovvero il “De Rerum Natura” (in italiano significa “Sulla natura delle cose”), un poema a sfondo filosofico che richiama alla responsabilità personale e incita il genere umano affinché prenda coscienza della realtà, nella quale gli uomini sin dalla nascita sono vittime di passioni che non riescono a comprendere. Mai come adesso questo componimento letterario scritto oltre duemila anni fa è attuale ed in sintonia con quello che sta accadendo a popolazioni di intere nazioni agonizzanti per precedenti ed infelici scelte di politica macroeconomica. L'austerity imposta senza tante riflessioni, osannata dalla stampa finanziaria di settore sembra infatti l'unica medicina da ingerire per una lenta e faticosa guarigione. Talk show ripetono sino alla nausea austerity e solo austerity come scelta passionale, tuttavia necessaria.
Lucrezio oggi se fosse vivo inciterebbe a guardare al “de rerum natura” ovvero alla natura delle cose per comprendere quello che sta accadendo ed eventualmente poterlo contrastare. Partiamo quindi con un assunto fondamentale tratto dalla teoria dell'instabilità finanziaria di Hyman Minsky, economista statunitense neokeynesiano vissuto anche in Italia sino alla sua morte nel 1966. Egli sosteneva che ogni espansione economica era supportata dal credito ed alimentata dall'euforia sin tanto che ad un certo momento (il cosidetto Momento di Minsky) ci si rende conto che l'espansione economica e il rialzo dei prezzi sono ormai terminati, ed inizia pertanto la corsa alla vendita, che può portare al panico sui mercati, e ad effetti negativi anche sull'economia reale. Questo induce inevitabilmente chi presta denaro a coprirsi dei rischi e a rientrare quanto prima dal prestito e chi ha contratto debiti a ridurli o restituirli quanto prima. Questi fenomeni congiunti portano a diminuire la domanda aggregata, che a sua volta mette in crisi i fatturati delle aziende, gli investimenti, l'occupazione ed il gettito fiscale.
La storia ci ha insegnato, Minsky & Company ugualmente, che in passato depressioni e recessioni economiche si sono superate ricorrendo all'intervento pubblico. Sostanzialmente in un momento di mercato in cui il governo sottrae moneta dalla circolazione a seguito di un inasprimento del carico fiscale (causa politiche di austerity) e i consumi sono staganti o peggio in declino, è impensabile che si possano creare le premesse per una fase espansiva necessaria ad aumentare i livelli di occupazione. Per questo deve intervenire lo stato attraverso un aumento della spesa pubblica con grandi opere ed infrastrutture. Il debito di un paese anche se molto ingente non deve far paura infatti se il tasso di interesse che grava su questo debito è inferiore alla somma tra il tasso di crescita ed il tasso di inflazione, il bubbone del debito pubblico sarà destinato a sgonfiarsi da solo in pochi anni senza creare lo stato di agonia finanziaria ed economica che conosciamo oggi, purtroppo destinato a perdurare per anni.
Ma se sappiamo che in passato si è fatto con successo così per quale motivo non viene implementata una strategia analoga ? Semplice, perchè le due medicine proposte, aumento della spesa pubblica o politica di austerity, fanno gli interessi di due soggetti tra di loro in contrapposizione. La prima, aumentando la base monetaria, produce di riflesso una modesta ma salutare inflazione che consente al debitore (lo stato) di snellire in pochi anni il peso del debito pregresso e di contro danneggia il creditore (chi detiene il debito). La seconda produce l'effetto esattamente opposto, tutela il detentore del credito e danneggia il debitore. Adesso proprio come menzionava Lucrezio nel De Rerum Natura dovete iniziare a prendere coscienza della realtà circostante e comprendere come l'intera nomenclatura politica europea sia ormai asservita a una potente establishment finanziaria che getterà l'economia europea in una grande depressione pur di non subire perdite in termini reali sulla mole di prestiti precedentemente concessi: “Ergo vivida vis animi pervicit, et extra processit longe flammantia moenia mundi atque omne immensum peragravit mente animoque, unde refert nobis victor quid possit oriri, quid nequeat, finita potestas denique cuique quanam sit ratione atque alte terminus haerens”.
di Eugenio Benetazzo
http://www.eugeniobenetazzo.com/momento-di-minsky.htm
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20/10/2012
COMPRAR UN PISO AL BANCO
COMPRAR UN PISO AL BANCO
Continuo a ricevere richieste di supporto e di approfondimento su come si compra un immobile in asta giudiziaria in Italia e soprattutto, se in considerazione di quanto precedentemente rappresentato con un altro redazionale, sia effettivamente conveniente. Voglio rispondervi rappresentando attraverso una istantanea il desolante quadro che caratterizza il mercato immobiliare spagnolo. Sappiamo fino alla nausea ormai come la Spagna stia rappresentando la prossima Grecia e di come questa nazione abbia ricreato le condizioni ideali attraverso le pregresse politiche del credito per innescare una bolla immobiliare senza precedenti. Inutile più di tanto dilungarsi sul processo di riassetto bancario che ha caratterizzato il settore delle cajas spagnole attorno alla Caja de Madrid che ha portato alla nascita del gruppo Bankia: lo scopo principe è stato mettere in condizioni tale nuova entità di poter attingere al FROB (Fondo de reestructuración ordenada bancaria) ovvero una sorta di fondo salva banche istituito dal Governo Spagnolo nato per dare supporto alle fusioni di piccole banche locali al fine di contenere la loro instabilità e debolezza finanziaria.
Per chi non lo sapesse oggi in Spagna abbiamo banche che hanno una disponibilità di immobili da vendere o smobilizzare superiori persino a quelle delle agenzie immobiliari tradizionali. Alcune di queste banche hanno avviato vere e proprie attività di marketing virale volte a far conoscere le opportunità del mese in occasione: ad esempio, il Banco de Bilbao Vizcaya Argentaria (BBVA) ha il programma “Comprar tu casa en 2012” pubblicizzato attraverso il sito www.bbvavivienda.com in cui possono essere individuate molte opportunità targetizzando la ricerca per le zone del paese cui si è interessati (letteralmente precios muy atractivos y repartidos por todo el territorio espanol). Vista la criticità di riuscire ad essere finanziati e poter accendere un mutuo, al momento attuale in Spagna l'unico modo quasi sicuro per acquistare un appartamento confidando nell'erogazione del finanziamento necessario al suo acquisto (anche al 100%) rimane purtroppo proprio quello di acquistare un immobile proposto da una banca spagnola (da cui il titolo di questo redazionale, in spagnolo: comprar un piso al banco).
Una delle possibili exit strategy che ha la Spagna per risanare la propria economia, almeno per quello che concerne la bolla immobiliare ed il panorama bancario, è copiare dagli Stati Uniti la proposta di istituire una Bad Bank (Banco Malo) che assorba i famigerati asset immobiliari tossici dai bilanci delle cajas. Questa operazione, sempre più probabile, si stima possa danneggiare ancora il mercato immobiliare, che in forza di questa soluzione, potrebbe subire ulteriori cadute di prezzo nell'ordine del 20-30%. Per questa motivazione e rischio di mercato vendere immobili di proprietà si è trasformata in una priorità cruciale. Per incentivare e spingere il più possibile le vendite di queste “viviendas” si offrono condizioni mai viste prima: finanziamenti al 100% (in alcuni casi anche senza garanzie), assenza di oneri di trasferimento della proprietà, piani di ammortamento anche a 50 anni, elevata possibilità di scelta anche all'interno di uno stesso contesto residenziale ed infine flessibilità sia nel tasso di interesse che nella definizione della quota capitale di ogni rata.
Nelle grandi città e nella Spagna Meridionale sembra tutto adesso molto conveniente (todo mas barato): i prezzi sono scesi anche del 40% dai massimi dell'agosto 2007. Le zone costiere del Mediterraneo sono considerate una grande opportunità, persino le isole Baleari e le Canarie hanno subito contrazioni nell'ordine del 30%. Le compravendite sono in discesa continua da oltre 18 mesi, ma hanno iniziato ad accentuare la discesa: colpisce in mezzo a tutti questi dati il fatto che una compravendita su due è riferita ad appartamenti nuovi mai abitati. Il mercato infine con le relative opportunità potrebbe diventare ancora più frizzante ed interessante qualora la proposta politica di Izquierda Plural (una sorta di sinistra democratica) venisse accolta nei prossimi mesi: sostanzialmente si desidera obbligare le cajas che hanno ricevuto aiuti finanziari dal FROB a non poter escutere le ipoteche nei confronti di chi è impossibilitato di rimborsare un mutuo, concedendo allo stesso una moratoria di un anno onde poterlo vendere con calma sul mercato o per consentirgli di allungare la durata del piano di ammortamento, diminuendo quindi l'impegno finanziario mensile.
Di Eugenio Benetazzo http://www.eugeniobenetazzo.com/comprar-un-piso-al-banco.htm
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27/09/2012
Soffocare la bestia
Soffocare la bestia
Il termine bestia deriva dal latino, il suo significato etimologico voleva rappresentare una belva violenta, solitamente cieca, originariamente infatti questa parola veniva usata per identificare animali molto feroci e violenti destinati al combattimento nei circhi: la bestia è stata la prima agghiacciante paura dell'uomo. Nel linguaggio figurativo esprime anche un animale spaventoso che non si può controllare o domare il quale ostenta violenza e furia inaudita in grado di prendere il sopravvento su tutto e tutti. La bestia per gli italiani è rappresentata dal suo apparato statale contraddistinto dai suoi organi istituzionali e dai suoi vari dipartimenti parastatali. Questa bestia ormai è senza più controllo, nessuno riesce più a domarla, combatte quotidianamente con i suoi artigli (Agenzia delle Entrate ed Equitalia) per strappare e lacerare la carne e le viscere dalle sue prede (contribuenti italiani). La bestia è insaziabile, più mangia e più vuole mangiare, non si stanca, non dà cenni di tregua nemmeno vedendo le sue prede accasciarsi al suolo esanime o in procinto di morire.
Nessun gladiatore (leggasi forza o farsa politica) riesce a sedarla o a calmarla, non si ferma con il suo ringhio insidioso, non teme di spaventare a morte e far scappare tutte le sue prede, rimanendo pertanto priva di sostentamento. La bestia non la puoi uccidere, non la puoi nemmeno tramortire o indebolire con qualche azione offensiva, perchè non hai la forza e nemmeno i mezzi adeguati per contrastarla, quello che puoi provare a fare è pensare di sfiancarla, soffocarla, meglio ancora portarla ad asfissiarsi da sola per mancanza di ossigeno. Questo riflettendoci bene si sta già verificando, senza che nessuno si sia mai industriato ad implementare questa strategia. I suoi artigli ed i modi in cui essa incute paura e timore (metodi di oppressione e indagine fiscale basati sulla presunzione oggettiva e sulla determinazione indiretta del reddito complessivo del contribuente) stanno creando le condizioni ideali per una lenta e dolorosa morte per asfissia. Il nostro paese infatti sta vivendo una silenziosa fuga di piccoli e medi imprenditori (nonché piccoli risparmiatori) che abbandonano la nazione con le loro famiglie ed i loro capitali.
Non si tratta di delocalizzazioni, ma di vere e proprie migrazioni con fuoriuscita di risorse preziose, sia finanziarie che umane, che negli anni precedenti avevano prodotto indotto occupazionale e generato un consistente gettito fiscale. L'utilizzo sempre più disinvolto di strumenti di accertamento sintetico del reddito (leggasi redditometro & company), che ormai denotano più uno stato di polizia fiscale che un legittimo processo di verifica fiscale, produrrà un database di oltre cinquanta milioni di contribuenti, tutti potenziali evasori da dare in pasto alla bestia. Pur tuttavia appoggio in pieno queste misure e questo modus operandi, in quanto produrrà gli effetti completamente opposti a quelli aspettati ovvero il crollo del gettito fiscale negli anni a venire causa costante contrazione degli operatori economici. Così facendo la bestia morirà da sola, si sta scavando la fossa con le sue zampe. Mentre altre nazioni adesso si sfregano le mani dalla contentezza di riuscire ad avere non solo nuovi capitali privati, ma soprattutto nuovi imprenditori, quelli italiani, apprezzati ed ammirati in tutto il mondo (tranne nel loro paese) per l'ingegno, il carisma, la capacità e la determinazione nel creare e realizzare imprese di successo, nonché occupazione.
E non lasciatevi intortare da chi vi propone come ricetta la super patrimoniale o la vendita degli asset del patrimonio statale in modo da generare altre nuove risorse con cui alimentare la bestia per renderla ancora più aggressiva o per darle ancora più anni di vita di quelli che non dovrebbe più avere. Abbiate diffidenza nei confronti di questi soggetti che pontificano dalle loro cattedre universitarie o dalle loro testate giornalistiche profondendo la verità assoluta ed erigendosi a pionieri del cambiamento. La bestia deve essere soffocata, non vi è ideologia, dottrina filosofica o modello economico che possa servire in questo caso. Dobbiamo lasciare che lavori indisturbata, anzi se possibile aiutarla ad essere più invasiva e presente nella vita di tutti noi, così facendo perirà da sola in poco tempo, trascinandosi dietro tutti gli attori economici e non di cui sino ad oggi si è sempre servita (classe politica, sindacati, enti parastatali, organi di vigilanza e controllo e loro varianti), creando finalmente le condizioni per il vero rinnovamento, quello successivo ad ogni salutare operazione tabula rasa. Della bestia a quel punto rimarranno ricordi e racconti, intrisi di mistero e orrore, degni della migliore narrazione orale di ogni grande popolazione del passato.
di Eugenio Benetazzo -
http://www.eugeniobenetazzo.com/non-fermiamo-il-declino.htm
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18/09/2012
Lavoro, sarà un autunno nero
Lavoro, sarà un autunno nero
Centinaia di aziende in crisi. Multinazionali in fuga. Esuberi nelle banche e nel pubblico impiego. I dati e gli esperti concordano: per l'Italia stanno arrivando i mesi più difficili. E per recuperare terreno ci vorranno anni
Se vede nero persino un ottimista come l'economista Marco Fortis, presidente della Fondazione Edison e gran conoscitore ed estimatore dei distretti industriali, fiore all'occhiello del sistema manifatturiero tricolore, vuol dire che la situazione sul fronte dell'occupazione è davvero drammatica. Ormai si è perso il conto dei "tavoli" di consultazione e intervento sulle singole crisi aziendali che sono stati allestiti al ministero dell'Economia. Di certo, superano abbondantemente il centinaio. Il cocktail d'autunno sarà esplosivo. I primi segnali forti di quello che potrebbe succedere arrivano dalla Sardegna con le proteste dei minatori del Carbosulcis e dei lavoratori dell'Alcoa (video).
La crisi dell'occupazione nell'industria arriva insieme ai tagli nel pubblico impiego risultanti dalla spending review - la revisione della spesa pubblica fortemente voluta dall'esecutivo Monti - alla inesorabile chiusura dei piccoli negozi, al varo dei piani industriali delle banche, ricchi soprattutto di esuberi. La contabilità dei posti a rischio, delle casse integrazioni speciali che s'avvicinano alla scadenza per trasformarsi in mobilità e infine in licenziamenti, delle chiusure totali o parziali degli impianti produttivi e delle aziende commerciali è diventata un macabro ma inevitabile esercizio quotidiano della stampa scritta, parlata e del Web.
Per Pietro Garibaldi, docente di Economia politica all'università di Torino e direttore del Collegio Carlo Alberto, «la rapidità di distruzione del lavoro è impressionante e altamente drammatica se si guarda ai giovani: prima della crisi la disoccupazione giovanile era al 18 per cento, oggi è al 36 per cento. Perché si dimezzi temo che ci possano volere dieci anni». Il mercato del lavoro, secondo Garibaldi, di solito è una portaerei che si muove lentamente, secondo cicli di lunga durata. Prima arriva la ripresa, il Prodotto interno lordo deve crescere, poi si cominciano a sentire gli effetti sull'occupazione.
Ma quest'anno il Pil cala del 2 per cento, i senza impiego sono 2,8 milioni e in un anno si sono persi 761 mila posti di lavoro. Nel gelido autunno dell'occupazione, che rischia di diventare caldissimo sul versante sociale, l'emorragia proseguirà. Solo in Veneto, secondo la Cisl regionale, tra ottobre e dicembre - scadendo gli ammortizzatori sociali in funzione da anni - possono andare in fumo ben 20 mila posti, che si aggiungerebbero agli 85 mila lasciati per strada dal 2008. «In Italia l'industria impiega il 25 per cento del totale degli occupati, un tasso ben più alto rispetto a Francia e Inghilterra», dice ancora Garibaldi, che aggiunge: «La maggior parte dei nuovi posti di lavoro sarà nei servizi, nella cultura, nel commercio.
Nell'industria il futuro non è roseo ma esistono isitituti come la cassa integrazione che aiutano a superare fasi di crisi come l'attuale». Fortis invita a non dimenticare il "mech in Italy", «quella meccanica/elettronica di altissimo livello che contribuisce con almeno 60 miliardi al surplus con l'estero del made in Italy che in totale è di 100 miliardi ed è un punto di forza e resistenza da cui ripartire». Per superare la crisi, lo storico dell'economia Giulio Sapelli, critico anche aspro del governo Monti, invita alla concertazione: «Perché i grandi sindacati devono essere aiutati a tener botta, per evitare la proliferazione di proteste isolate e violente. E il dilagare degli hooligan della protesta».
MARCHI NOBILI IN AFFANNO
Dai panettoni della Galup ai farmaci della Sigma-Tau, dalle lavastoviglie della Indesit ai motoscafi della Cranchi, dai divani imbottiti della Natuzzi alle ceramiche della Richard Ginori. E' infinita la lista di storici marchi in difficoltà, con centinaia di esuberi in canna. Crisi innescate dalla recessione recente e situazioni traballanti da tempo si mescolano. Alle spalle hanno spesso storie diverse. Talvolta persino gli aiuti pubblici risultano inutili per imprese decotte. Ma per tutti c'è una conseguenza drammatica: mettere a repentaglio migliaia di posti di lavoro.
Sugli elettrodomestici, che con 120 mila addetti è uno dei più importanti settori produttivi, per esempio, si sta abbattendo un ciclone. Realtà inguaiate da tempo, come la Ocean, nel bresciano, con 440 addetti si sovrappongono a situazioni di difficoltà innescate soprattutto dalla recessione più recente. Come quella della Indesit che chiude i battenti a Brembate Sopra, nella bergamasca (388 lavoratori) e a None (400 dipendenti) nel torinese. Prima la concorrenza dei prodotti low cost, dalla Cina e dalla Turchia, poi la gelata dei consumi ha colpito duro.
«E anche quando le imprese investono quattrini per elevare qualitativamente i prodotti e non dover competere nelle fasce basse del mercato, le conseguenze sono tragiche sul piano umano, perché chi investe di più in tecnologia poi ha meno bisogno di forza lavoro», commenta Giulio Sapelli. Non è semplice neppure la tanto auspicata conversione da lavoratore a imprenditore. Ci sta provando la Zanussi-Electrolux, che ha un piano di 800 esuberi e tra le proposte per agevolare l'uscita ha anche quella di sostenere l'avvio di un business in proprio. Dei 150 che se ne sono andati finora, soltanto una quindicina ha accettato la sfida. D'altronde, chi apre negozietti mentre il commercio al dettaglio precipita e quest'anno potrebbero chiudere oltre 65 mile rivendite, dopo le 62 mila dell'anno scorso?
SUD E SARDEGNA IN GINOCCHIO
Li chiamavano "metalmezzadri". Metà contadini e metà operai, molti di loro emigranti al contrario, tornati a casa per produrre, per trent'anni, autobus per mezza Europa. Adesso, davanti allo stabilimento Irisbus di Valle Ufita, in Irpinia, che la Fiat non vuol più utilizzare, rimane solo la tenda della protezione civile, per quattro mesi simbolo del lungo picchettaggio. Da oltre un anno i cancelli sono chiusi e il governo è a caccia di una soluzione che non arriva.
«Non staremo certo così ad aspettare la fine della cassa integrazione a dicembre. E se salta tutto io e mia moglie saremo costretti a emigrare, come fecero i nostri genitori», dice Giovanni Caruso, quasi 15 anni passati sui quadri elettrici dei bus e un presente a zappare il pezzetto di terra di famiglia. E' una polveriera pronta a esplodere, l'intera filiera dell'automotive campana, che fino a due anni fa dava lavoro a 20 mila persone.
Oggi sono quasi tutti in cassa integrazione e con un futuro incerto. A Pomigliano d'Arco, dove si produce la nuova Panda, si lavora a singhiozzo perché il mercato dell'auto è asfittico e per i 3 mila che non sono ancora rientrati in fabbrica dopo la ristrutturazione dell'impianto, se le vendite non accelerano, tra dieci mesi non resterà che la messa in mobilità. A Melfi la nuova Grande Punto, pare, non arriverà fino al 2015 e potrebbero essere annunciati 1.200 esuberi.
In Calabria, dopo i fuochi agostani, divampa la preoccupazione tra gli 8.300 forestali, molti dei quali non prendono lo stipendio da giugno. La maggior parte di loro, oltre 5 mila, è in forza all'Afor, che fa capo alla Regione, è commissariata e prossima alla messa in liquidazione. Il resto è in carico ai Consorzi di bonifica. «La Giunta ha tagliato i fondi, ma la fetta più grossa di risorse la mette il governo centrale, ben 160 milioni: la spending review rischia di far saltare il tappo. A sud di Otranto, in Puglia, non camminano da anni le scarpe dello storico gruppo Adelchi.
Da oltre 2 mila, gli addetti sono scesi a 860 ma non lavorano da anni, e le proroghe della cassa integrazione scadono a fine anno. Anche nell'ex impianto della Fiat a Termini Imerese, in Sicilia, la cassa scade a dicembre: sfiorita l'ipotesi Di Risio, i 1.600 dipendenti sperano nei cinesi della Chery ma sale la rabbia. Che è già ai livelli di guardia tra i 1.800 della Gesip, società in liquidazione del Comune di Palermo (manutenzione, custodia, pulizia di scuole e giardini).
Le manifestazioni, con contorno di provocatori che bruciano i cassonetti, sono già cominciate. In Sardegna, le crisi aziendali si collegano e l'impatto rischia di essere terribile nella contabilità dei posti di lavoro. «La chiusura dell'Alcoa di Portovesme, in provincia di Carboni, che il primo settembre ha spento gli impianti, e presto metterà in cassa i quasi 900 addetti, probabilmente provocherà la chiusura della centrale Enel che produce energia quasi esclusivamente per lo stabilimento della multinazionale americana, e poi toccherà alla Carbosulcis, che ogni anno destina alla centrale un milione di tonnellate di carbone», dice Stefano Lai, da vent'anni all'Alcoa, che mestamente aggiunge: «Sai cosa significa la cassa integrazione, oggi, a 46 anni, nella provincia più povera d'Italia?».
MULTINAZIONALI CON LA VALIGIA
E poi ci sono i grandi gruppi internazionali. A frotte avevano imposto una tosta cura dimagrante alle filiali sul suolo italiano. Ma la crisi continua a mordere, i consumi non ripartono e molte multinazionali non si limitano a tagliare addetti in campo commerciale. Un corposo dossier redatto dalla Cgil lombarda sottolinea che la libica Tamoil non raffina più il greggio a Cremona; che un tandem di superstar hi-tech come Nokia e Siemens intende fare a meno di 580 dei 1.100 dipendenti italiani della joint venture Nsn; che la francese Alcatel vuole liberarsi di 490 addetti nell'impianto di Vimercate, in Brianza, presidio tecnologico delle comunicazioni. E' fallita la Videocon di Anagni (Frosinone), che nel 2005 passò dalla transalpina Thomson alla famiglia indiana Dooth: avrebbe dovuto produrre televisori al plasma e condizionatori, 1.290 dipendenti sono invece in cassa integrazione. Che cesserà il 15 dicembre.
Nella farmaceutica, chiude il piccolo centro ricerche della Sanofi-Aventis, perché il colosso francese ha deciso di tenere solo quattro grandi centri al mondo. E ha 70 addetti in eccesso la Pfizer ad Ascoli Piceno. Anche in comparti qualitativamente meno avanzati ci sono società controllate da gruppi esteri pronte a sbaraccare. Come Teleperformance, attiva nei call center: nella sede di Taranto i 1.800 lavoratori fanno la cassa integrazione a rotazione. «Stiamo perdendo continuamente commesse, a favore di concorrenti che praticano prezzi più bassi dei nostri, perché utilizzano call-center basati in Albania, Romania e Tunisia », dice Paolo Sarzana, direttore delle relazioni esterne. Per il sindacato 1.800 rischiano il posto.
PICCOLI NELLA TAGLIOLA
Si stavano leccando le ferite della crisi del 2008-2009, la ricaduta nella recessione ha inferto un'ulteriore mazzata. Una ricerca dell'Università di Padova e di Adacta Studio Associato rileva che delle 1.555 imprese che gli esperti chiamano "quasi medie" e che nel 2007 fatturavano tra i 10 e i 13 milioni di euro, solo 248 hanno superato i 13 milioni, tre anni dopo. Mentre quasi 900 sono arretrate o sono sparite. «Le piccole possono resistere e crescere se aumentano il contenuto tecnologico o di qualità percepita dei loro prodotti. O se si agganciano a una filiera in cui c'è un'azienda che fa da traino», spiega Paolo Gubitta, direttore del Cuoa, la business school delle università venete. Un meccanismo virtuoso che è riuscito a pochi, soprattutto a quelli, come dice Sapelli, «che anzichè riempire il garage di Maserati girano sulla Punto e mettono i quattrini in azienda».
Chi non è patrimonialmente solido, frena o alza bandiera bianca; in entrambi casi, si dissolve occupazione. Racconta Roberto Soncin, dell'ufficio studi della Cisl del Veneto: «Molte imprese hanno riportato all'interno parecchie lavorazioni che avevano affidato a fornitori. Così ogni giorno, chiudono microaziende con tre, cinque, al massimo dieci addetti. Uno stillicidio che passa inosservato ma quando si tirano le somme si scopre che sono spariti centinaia di posti di lavoro».
ESODATI ALLO SPORTELLO
La scure va di moda anche in banca. Mai i colletti bianchi del credito si erano trovati di fronte a una così massiccia campagna di tagli. Sul tappeto ci sono 11 piani industriali che, nel giro di un paio d'anni, dovrebbero far sparire circa 18 mila posti di lavoro. Non ci saranno blocchi stradali, né ammutinamenti sulle gru, perché come sempre la categoria riuscirà ad assorbire gli esuberi con il ricorso agli ammortizzatori sociali che sono il vanto dei sindacati dei bancari. Però la contemporaneità dei progetti fa impressione. Le limature più sensibili arrivano dai gruppi più grossi: Intesa Sanpaolo (che ha già cominciato nel 2011), il Montepaschi di Siena e Unicredit. Si tratta, quasi sempre, di uscite "volontarie". Anche se Unicredit, che vuol ridurre il personale di 3.500 unità, per 800 di questi prevede il pensionamento obbligatorio. «La crisi di redditività delle banche non è solo colpa delle crisi: spesso hanno concesso prestiti sballati ai "soliti amici", così ora sono ingolfate di crediti in sofferenza e vorrebbero far pagare gli errori di una classe dirigenti inadeguata ai lavoratori», dice Lando Maria Sileoni, segretario dell'autonoma Fabi.
MINISTERO DEI TAGLI
Nell'autunno nero dell'occupazione finisce anche il pubblico impiego, colpito dalla spending review del governo. A pagare il conto più salato tra i ministeri, secondo le stime sindacali - la norma prevede il taglio del 10 per cento del personale non dirigente e del 20 per cento dei dirigenti - sarebbero la Difesa, con oltre 2 mila esuberi, e il Lavoro, sopra quota 700 (vedere la tabella a pagina 41). Mentre tra gli altri enti centrali il colpo più duro dovrebbe subirlo il nascente SuperInps, in cui confluiranno anche Inpdap ed Enpals, che potrebbe dover tagliare oltre 4 mila addetti.
«Per quanto riguarda i ministeri, crediamo che la maggior parte degli esuberi potrà andare in pensione con i requisiti pre Fornero, grazie agli incentivi previsti dalla spending review», spiega Giovanni Faverin, segretario generale della Funzione pubblica Cisl, «mentre gli esuberi di Inps e Inail, oltre 5 mila persone, saranno molto più difficili da gestire, perché questi enti la cura dimagrante l'hanno già fatta».
Secondo la Cgil, invece, a rientrare nei requisiti per il prepensionamento saranno, nella migliore delle ipotesi, 6 mila persone. Gli altri 5 mila restano fuori. Chiudono l'elenco di quanti hanno un buon motivo per preoccuparsi del proprio futuro lavorativo, quelli che all'incertezza ci hanno ormai fatto il callo. Nella pubblica amministrazione lavorano tra gli 80 e i 100 mila precari, cui vanno aggiunti i 20-30 mila atipici delle società in house. Per loro, stretti tra vincoli di bilancio, organici da ridurre e requisiti della legge Fornero da rispettare, la conferma del tempo determinato, del contratto di collaborazione o della consulenza appare sempre più difficile. E qui di cassa integrazione o sussidio di disoccupazione non se ne parla nemmeno.
GUAI IN PROVINCIA
Negli enti locali il cocktail che rischia di avvelenare il futuro di migliaia di ragionieri e segretari amministrativi ha tre ingredienti: il riordino delle Province, l'obbligo di associazione per determinate funzioni per i Comuni sotto i 5 mila abitanti e il parametro di virtuosità per le dotazioni organiche che verrà fissato, entro il 31 dicembre, da un decreto del Governo, d'intesa con la Conferenza Stato-Città. «Far coincidere l'entrata in vigore di tre provvedimenti del genere è pura follia», sostiene Federico Bozzanca, segretario nazionale Fp Cgil con delega agli enti locali, «rischiano di saltare servizi essenziali per i cittadini». Le 61 Province che saranno soppresse in base ai criteri fissati dalla spending review hanno oltre 22 mila dipendenti. I quali dovrebbero essere riassorbiti dalle nuove Province che nasceranno dalla "fusione" di quelle che non rispettano i requisiti fissati dal Governo. «E' evidente», spiega Bozzanca, «che un processo del genere porterà alla duplicazione di molti ruoli, e quindi genererà inevitabilmente degli esuberi».
A dormire sonni agitati, infine, gli oltre 200 mila dipendenti delle 5.700 società in house partecipate dagli enti locali italiani. La spending review prevede la loro chiusura, o in alternativa la cessione delle quote pubbliche. I dipendenti delle società che fanno capo alle sole Province sono all'incirca 60 mila, un esercito con lo stesso numero di addetti delle Province stesse.
Hanno collaborato Michele Caropreso, Fabio Lepore e Claudio Pappaianni
| 10 Settembre 2012
08:00 Scritto in Economia, di Eugenio Benetazzo | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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19/04/2012
IL GRANDE PROTETTORE
IL GRANDE PROTETTORE
Potete lamentarvi, scioperare o peggio ancora suicidarvi ma il risultato non cambierà: stiamo vivendo una nuova selezione darwiniana sia sul piano imprenditoriale, professionale e familiare. Si salverà in qualità di imprenditore, lavoratore o padre di famiglia chi ha avuto più buon senso e lungimiranza degli altri negli anni passati, preservando il proprio patrimonio, continuando a risparmiare, limitando o proprio evitando il ricorso al debito, investendo nel nuovo che adesso sta emergendo, pensando come si suol dire fuori dal coro. Mi fanno ridere i servizi di inchiesta televisiva predisposti ad hoc dai talkshow italiani per cercare di suscitare la compassione dei telespettatori nei confronti di giovani coppie che si trovano adesso in difficoltà per il mutuo o gli eccessi di debito che hanno contratto con la loro banca. Sull'ultimo che ho visto veniva intervistata una giovane coppia in cui lei (in dolce attesa) lavorava a cottimo su chiamata in una cooperativa mentre lui faceva l'addetto in un call center. Si lamentavano del mutuo e inveivano con la banca perchè aveva inviato loro una comunicazione per il mancato pagamento delle ultime tre rate.
Parliamoci chiaro: a persone come queste, nessuno ha puntato una pistola alla tempia e li ha obbligati a contrarre un mutuo a trentanni a tasso fisso, nessuno li ha obbligati a comprare a rate un mega appartamento con la station wagon fiammante nuova sotto il culo, nessuno li ha obbligati a richiedere ed utilizzare una carta di credito con plafond revolving per comprare la televisione al plasma o peggio ancora per andare in vacanza a rate. Troppo facile adesso prendersela con le banche. Prenditela con te stesso. Tu sei la causa dei tuoi mali se ti sei lasciato convincere a contrarre troppo debito facile, se hai intrapreso scelte di vita (come sposarsi e fare figli) senza avere messo da parte un minimo di risparmio per le spese di contingenza e i momenti di difficoltà. Sul fronte imprenditoriale forse è ancora peggio: adesso si vede chi è veramente imprenditore e ha capitalizzato la propria azienda, magari anche vendendola per abbandonare il mercato di riferimento iniziale per intraprendere un altro mestiere o una nuova attività imprenditoriale in altro settore.
La propaganda mediatica ogni giorno ci racconta di sempre più persone che decidono di togliersi la vita perchè hanno perso il lavoro o perchè la loro azienda è ormai in fin di vita: episodi di cronaca nera che purtroppo continueranno ad aumentare in numero crescente nei prossimi anni. Non si tratta di qualche mese e dopo ritornerà il sereno, siamo appena agli inizi. Una trasformazione epocale del mondo del lavoro, del modo di fare impresa e del modo di pianificare la nostra vita (famiglia, pensione, welfare). La maggior parte degli italiani (studenti, lavoratori e imprenditori) è psicologicamente ancora impreparata a metabolizzare quanto sta caratterizzando questi ultimi due anni: la causa è da ricercare proprio in un Paese come il nostro, il grande protettore, che ci ha sempre stati abituati ad essere protetti e supportati per qualsiasi richiesta o stato di malessere. Adesso che lo Stato deve limitare il suo intervento a sostegno del tessuto sociale, adesso che deve fare marcia indietro con il modello di stato sociale sfacciatamente protezionistico di cui si è vantato negli anni prima, adesso percepiamo cosa significava in passato essere coccolati.
Iniziate pertanto ad entrare il prima possibile in sintonia con questo cambiamento, come imprenditori e lavoratori metabolizzate il fatto che solo voi con le vostre risorse, il vostro estro, talento e i vostri risparmi potrete supportare momenti di tensione e di ulteriore futura contrazione economica. Non ci sarà mai più quella serenità che ha contraddistinto la vita dei nostri genitori: quanto è stato garantito loro infatti adesso lo dovranno pagare proprio i più giovani paradossalmente con ingenti sacrifici e rinunce, vivendo in uno stato di insicurezza e disagio continui. Non confidate nella politica (presente o futura) per uscire dal tunnel: ci siamo entrati e non ne usciremo mai più. Cominciate a familiarizzare il più possibile sull'immagine che proiettarà il nostro paese tra una decina di anni: la maggior parte della popolazione ridotta in uno stato di povertà endemica, con livelli reddituali pavimentali, grande conflittualità sociale amplificata dalla presenza di maestranze extracomunitarie ed infine una piccola nicchia del paese molto ricca e benestante. Sostanzialmente il modello sudamericano degli anni settanta: tanti poveri e pochi ricchi.
http://www.eugeniobenetazzo.com/scenario-sudamericano.htm
fonte eugenio benetazzo
16:03 Scritto in Economia, di Eugenio Benetazzo | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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13/02/2012
Italia dreaming
Italia dreaming
Alcune sere fa ho avuto modo di riguardare in vhs una vecchia commedia italiana girata negli Stati Uniti agli inizi degli anni novanta ed intitolata California Dreaming, in cui i vari personaggi, interpretati da noti attori italiani, organizzavano un viaggio coast to coast per visitare, scoprire e conoscere la cultura e la movida americana. Inutile aggiungere che la meta finale doveva essere la tanto desiderata California, lo stato che per eccellenza allora incarnava tutti i sogni ed aspettative di libertà, divertimento, appagamento e spensieratezza di vita. Sono passati ormai quasi 20 anni da quella pellicola, direi che oggi dovrebbero proporre un remake intitolandolo California Nightmare. Di certo lo stato amministrato da Sforzrnegger oggi ha ben poco di paradisiaco o difficilmente ti permette di vivere in un'atmosfera da sogno, senza pensieri, proiettati alla continua ricerca del divertimento che nel film in questione si percepisce.
Tristemente anche noi italiani abbiamo intrapreso la strada del cambiamento e della mutazione, in poco meno di un decennio di Bel Paese rimarrà ancora veramente poco di caratteristico: e questo rappresenta ciò di cui oggi bisogna essere pienamente consapevoli al fine di pianificare la propria vita ed il proprio futuro professionale o imprenditoriale. Non si tratta solo delle riforme strutturali messe in atto dal Governo Monti (per le quali si sta generando notevole tensione e conflittualità sociale), ma anche per la metamorfosi indotta che caratterizzerà il paese e contraddistinguerà le quattro diverse risorse sociali: rispettivamente, imprenditori, lavoratori, risparmiatori e studenti. Cerchiamo pertanto di analizzarle in sequenza: il mondo della piccola e media impresa (l'industria sta delocalizzando o si sta internazionalizzando quindi il tutto non la riguarda) andrà incontro prima ad un processo di rarefazione e successivamente di bipolarizzazione.
Questo significa che entro dieci anni in Italia scompariranno circa un quinto, se non oltre un quarto delle attuali partite iva, per l'alterarsi degli equilibri economici canonici del pianeta (concorrenza di prodotti e imprese di nuove aree continentali). A quel punto chi sarà rimasto sul mercato sarà schiacciato o verso nicchie di eccellenza (il top di gamma) o verso produzioni massificate prive di valore aggiunto con prodotti poveri e anonimi: in buona sostanza scomparirà tutto quello che prima vi era in mezzo. Tanto per fare un esempio il mercato della calzatura sportiva sarà costituito o da ridondanti brand costosi oppure da marchi commerciali insignificanti di bassa qualità e dal costo contenuto. Inutile soffermarsi sulla moria di piccole aziende che scompariranno, si salverà chi punterà sula ricapitalizzazione attraverso partner esterni apportatori di nuovo capitale di rischio, abbandonando il plurimo indebitamento a breve con gli istituti di credito.
I lavoratori andranno invece incontro ad un lento e progressivo processo di americanizzazione, per cui se vali sei tutelato e ben pagato, mentre se sei un numero come tanti, non sei una risorsa strategica. Su questo punto gli italiani non sono ancora preparati psicologicamente: inutile fare commenti sull'escalation di conflittualità sociale attesa per i prossimi anni. Il vecchio modello basato su lavoro sicuro, casa di proprietà e famiglia protetta potete sognarvelo: da cui il titolo di questo redazionale. Gli studenti invece dovranno puntare sulla jobsizzazione, termine che mi sono permesso di coniare visto il messaggio che ha veicolato il fondatore della Apple, Steve Jobs appunto, durante i suoi ultimi anni di vita. Per farla breve una parte della old economy sta morendo e con essa tanti posti di lavoro ormai obsoleti, i quali però vengono sostituiti con tantissime nuove professioni e opportunità occupazionali della new economy. Ad oggi non è detto che un percorso di formazione scolastica ed accademica canonico e tradizionale sia la buona ricetta per un inserimento nel mondo del lavoro. Per molti il futuro sarà rappresentato dalla Street University e non dalla Bocconi o dalla Stanford University..
Infine i risparmiatori italiani abituati per decenni a vivere sognando la serenità grazie ad investimenti un tempo “safe heaven” come il mattone o i titoli di stato. Anche per loro arriverà l'età degli incubi non potendo più puntare sulla certezza ma dovendo investire in volatilità, rischio e solvibilità (come avviene negli altri paesi). Il migliore investimento a riguardo che dovranno fare sarà quello in cultura finanziaria se non vorranno testare le gioie della sodomizzazione finanziaria. Non avrà più senso pertanto con un mercato del lavoro volatile e dinamico investire tutte le proprie risorse solo sulla prima casa in quanto oggi lavorerete a Roma e nei prossimi anni a Milano o peggio all'estero. Chi non si focalizzerà su questo, riprendendo a risparmiare per costruirsi un proprio capitale messo a rendita, vivrà da vecchio pensionato in uno stato di notevole insicurezza economica. Nel prossimo redazionale vedrò comunque di concentrarmi sull'ultima fascia sociale che pagherà maggiormente quanto sta accadendo, quella dei pensionati: ed è proprio per loro che sarà Italia Dreaming. di Eugenio Benetazzo - 12/02/2012
Fonte: eugenio benetazzo
08:16 Scritto in Economia, di Eugenio Benetazzo | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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31/12/2011
DOS ANOS DE VACAS FLACAS
DOS ANOS DE VACAS FLACAS
Recentemente, prima di Natale, sono stato a visitare e studiare il mercato immobiliare della Spagna, in particolar modo quello della Costa Blanca ed a parte lo scenario desolante e di profonda contrazione economica che ho potuto percepire de visu (ci si perde a contare i cartelli “se vende” o “se alquila”), sono rimasto colpito dalla superficialità delle cronache di commento dei giornali spagnoli anche in coincidenza dell'insediamento del nuovo governo di Mariano Rajoy. Tra le tante esternazioni e frasi fatte che ho avuto modo di leggere e sentire anche alla televisione spagnola, ve ne è stata una che mi ha particolarmente colpito “vienen dos anos de vacas flacas” ovvero ci aspettano due anni di vacche magre.
Sembra più un'affermazione prosaica che una valutazione di fatto macroeconomica.
Mi rendo conto infatti che sempre più persone e interlocutori legati al mondo del lavoro e dell'impresa hanno proiezioni di quello che li aspetta completamente fuorvianti o aberranti. In Italia non ne parliamo: imprenditori ed industriali ancora credono che quello che sta accadendo sia il frutto di un periodo di difficoltà transitoria di alcuni anni, dopo di che si ritornerà ad una normale situazione di crescita e prosperità economica. Niente di più lontano dalla verità. La crisi del debito sovrano è solo la prima fase del periodo di metamorfosi economica che contraddistingue le economie occidentali. Forse il “worst case scenario” lo abbiamo definitivamente schivato a fronte della exit strategy implementata dalla Banca Centrale Europea in questi ultimi mesi ovvero la giapponesizzazione dell' economia europea, con tassi di interesse a livelli pavimentale, debito continuamente consistente ma controllato e crescita modesta, se non irrisoria. Per chi continua ad interrogarsi se il 2012 rappresenta la fine del mondo così come ci è stato trasmesso dalle riletture del famoso calendario Maya, la risposta è più che affermativa.
Solo che non si tratta della fine del mondo, ma la fine di un mondo, quello economico occidentale. Fenomeni e potenzialità di consumo ormai al limite della saturazione, crescita esponenziale del ricorso al debito per mantenere un determinato tenore di vita, polverizzazione della capacità produttiva delle economie occidentali, invecchiamento costante e progressivo delle loro popolazioni associato a flussi demografici di incremento inesistenti, determinano la fine di un mondo e del suo ruolo di locomotiva planetaria. Ad esempio noi italiani o i cugini spagnoli non torneremo mai più ai fasti ed alle glorie di crescita e traino economico che abbiamo vissuto durante l'inizio degli anni novanta. A fronte di un mondo che finisce, ne abbiamo un altro che ormai sta prendendo il suo posto, mi riferisco ai nuovi players planetari destinati a sostituirsi in tutto a noi occidentali, pensate che l'indebitamento medio di un paese cosiddetto emergente (un tempo) si attesta a meno del 40% sul PIL, contro un 80% di media dell'economia occidentale.
Purtroppo non possiamo fare niente, solo assistere passivamente a questa trasformazione, al massimo tentare di prenderne parte come comparse sullo sfondo. La Cina ad esempio si sta riprendendo il ruolo di economia predominante nel mondo, ruolo che ha avuto e mantenuto sino al 1900, quando è stata scalzata dall'Inghilterra. Oltre ai superati BRIC, ora dobbiamo aggiungere anche i CIVETS (Colombia, Indonesia, Vietnam, Egitto, Turchia e Sudafrica), ai quali io mi sento di affiancare anche i nuovi paesi di frontiera di mia individuazione come i CESTUZ (Congo, Etiopia, Sudan, Tanzania, Uganda e Zimbawe), tutte nazioni che stanno implementando politiche di crescita, emersione ed affrancamento sociale delle loro popolazioni al fine di incrementare i livelli di benessere personale. Per un mondo che finisce e si spegne invecchiando lentamente, ne abbiamo un altro che sta emergendo progressivamente con energia e forze vitali destinate a far esplodere tutto il loro potenziale di consumo nei prossimi decenni. Questo è il 2012, la fine del primato economico in Occidente e la nascita di un nuovo equilibrio geoeconomico nel mondo rappresentato dall'emersione di giovani economie di frontiera ed il rafforzarsi nei prossimi anni di quelle un tempo chiamate emergenti.
Eugenio Benetazzo
Fonte: www.eugeniobenetazzo.com
14:23 Scritto in Economia, di Eugenio Benetazzo | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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23/10/2011
Il futuro che attende l'Italia
Il futuro che attende l'Italia
Intervista a Eugenio Benetazzo, economista:
La maggior parte delle mail che mi sono arrivate in queste settimane menzionano il rischio di imposta patrimoniale in Italia. Premesso che con un patrimonio di 8 trilioni di Euro suddiviso tra asset finanziari e beni immobili, l'Italia ha una base imponibile che nessun altro Paese al mondo può vantare e darebbe adito alla presunzione che da qui a qualche mese qualche governo, soprattutto imposto dall'alto, quindi un governo tecnico, metta in essere una di queste strategie per il risanamento dei conti pubblici. La dimensione di questo intervento non può essere nota, ma solo ipotizzata. C'è chi stima un 3, 4, 5% cumulato tra patrimonio immobiliare e finanziario e che, oggettivamente, darebbe l'ammontare di risorse finanziarie necessarie per l'abbattimento consistente dello stock di debito pubblico italiano.
In via di sottosviluppo
In questi giorni esce il mio nuovo saggio economico sulla crisi del sistema Italia e del potenziale default del debito pubblico italiano. “Il futuro che attende l'Italia, era il mio Paese”. In molti mi scrivono chiedendomi quelle che possono essere le più probabili ipotesi di evoluzione dello scenario economico e macroeconomico in Italia, i recenti episodi di cronaca finanziaria che hanno portato alla ribalta il potenziale default o crash finanziario della Banca belga, la Dexia con ripercussioni su tutto il sistema bancario europeofanno capire che in questo momento l'attenzione soprattutto delle attività monetarie sovranazionali è incentrato nel preservare la stabilità del sistema bancario e dall'evitare fenomeni di ulteriore contagio.
Di certo quello che abbiamo percepito con la complicità delle agenzie di rating che hanno emesso l'ennesimo downgrade sul nostro Paese che quanto prima urge una manovra consistente volta al risanamento dei conti pubblici non per 30/40 miliardi di Euro come abbiamo avuto modo di sentire dall'esecutivo in questi ultimi periodi, ma notevolmente più consistente, 400/500 miliardi di Euro. Questa è la risposta che si attendono le Comunità finanziarie internazionali, le grandi banche d'affari.
Che tipo di futuro ci attende a breve? In prima battuta un autunno e un inverno caldissimi, non solo sul piano del gossip politico italiano, ma soprattutto per le tensioni finanziarie che sono ogni giorno più intense e più dirette.
Con l'ultimo libro ho voluto dare un quadro su quello che è oggi il sistema Italia, quello che è diventato negli ultimi dieci anni a seguito dell'ingresso nel WTO della Cina e poi la trasformazione sia dal punto di vista imprenditoriale del tessuto della piccola e media impresa, come è mutato il panorama bancario, faccio sempre l'esempio di un ambiente, quello italiano che ha visto la scomparsa di tre grandi banche di stato di interesse nazionale con la sostituzione di tre grandi gruppi bancari, adesso privati che si contendono oltre 60/65% del mercato dei prodotti bancari e parabancari, in aggiunta con le problematiche deficitarie del sistema accademico, quindi la capacità di preparare dell'università italiana. Non per ultimo le problematiche strutturali che abbiamo sul settore primario, quindi settore agroindustriale con la sua filiera che viene messa profondamente in crisi a fronte dei prodotti che iniziano a arrivare dal di fuori della Comunità europea che inquinano la qualità e la consistenza del prodotto tipico italiano.
Purtroppo il nuovo Paese è ormai in declino industriale e subisce le conseguenze dei fenomeni globalizzanti. Un Paese in via di sottosviluppo che dovrà creare occupazione, parliamo di centinaia di migliaia in alcuni casi, milioni di posti di lavoro che sono venuti meno, sono stati polverizzati al di là della crisi ma proprio per la trasformazione che ha caratterizzato il nostro Paese.
La speranza che dovremmo avere noi tutti, se vogliamo continuare a rimanere in Italia è che si assista a un fenomenale cambio di governance politica appoggiato da un movimento di rivolta giovanile al pari di quello degli Indignados in Spagna e di quello che stiamo percependo adesso sui mercati anglosassoni con gli Stati Uniti e l'Inghilterra che porti all'emersione di una nuova Terza Repubblica, una nuova forza di rappresentanza popolare che riesca a dare spazio alla volontà di cambiamento e di rinnovamento, solamente mettendo il Paese a disposizione delle potenzialità giovanili, riusciremo ancora a avere un'Italia in grado di competere e di mantenere un ruolo non dico dominante, ma se non altro di rilievo sul panorama internazionale, al di fuori di questa possibilità, purtroppo ci aspetta un lento e triste progressivo fenomeno di impoverimento sia economico che sociale che poi avrà delle ripercussioni sul vivere di tutti quanti noi.
Non per ultimo i nostri risparmi saranno toccati in maniera consistente a fronte dell'indebolimento e della necessità del sistema bancario di rafforzarsi nel momento in cui cominceranno a peggiorare la qualità del credito che è stato erogato in questi ultimi anni e a fronte dei quali sarà veramente molto difficile poter riuscire a tamponare, a risolvere il quadro dal punto di vista macro.
Un Paese ai giovani
La maggior parte delle richieste via mail che mi sono arrivate in queste ultime settimane menzionano il rischio di questa presumibile imposta patrimoniale in Italia. Premesso che il patrimonio di 8 trilioni di Euro suddiviso tra asset finanziari e beni immobili, l'Italia ha una base imponibile che nessun altro Paese al mondo può vantare e quindi darebbe molto adito alla presunzione che da qui a qualche mese qualche governo,soprattutto imposto dall'alto, quindi un governo tecnico, metta in essere una di queste strategie per il risanamento dei conti pubblici in Italia. La dimensione di questo intervento purtroppo non può essere nota, ma può essere ipotizzata. C'è chi stima un 3, 4, 5% cumulato tra patrimonio immobiliare e finanziario e che oggettivamente darebbe quell'ammontare di risorse finanziarie necessarie per l'abbattimento consistente dello stock di debito pubblico italiano.
La mia personale presunzione è che si andranno a colpire soprattutto gli asset finanziari, quindi la gran parte delle giacenze liquide sotto forme di liquidità dei conti di deposito, libretti vincolati perché la maggior parte degli italiani, vista l'attenzione e la turbolenza finanziaria dei mercati in questo momento è posizionata attraverso questi contenitori. Purtroppo ricordiamoci sempre che la patrimoniale è un'imposta che non è democratica, ma andrà a colpire chi fino a oggi o ha pagato sempre le imposte o chi ha accantonato risorse in maniera equa, corretta e soprattutto nel pieno rispetto della fiscalità diffusa italiana.
Il mio personale augurio o pensiero è che qualora venga implementata, venga varata questa imposta che vada a generare un ingente quantitativo di risorse per il Paese, queste risorse verranno utilizzate da un nuovo esecutivo, non da quello attuale, altrimenti sarebbe una battaglia persa all'inizio! Un esecutivo rappresentativo delle istanze e delle motivazioni di rinnovamento che arrivano in questo momento, soprattutto da parte delle giovani generazioni di ragazzi italiani, 30/35 anni che per la stragrande maggioranza vivono con un futuro profondamente incerto non solo dal punto di vista finanziario, ma soprattutto occupazionale.
di Eugenio Benetazzo - 21/10/2011
Fonte: Il Blog di Beppe Grillo [scheda fonte]
13:41 Scritto in Economia, di Eugenio Benetazzo, Indice puntato | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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03/10/2011
FIGHE, FERRARI E CHAMPAGNE
FIGHE, FERRARI E CHAMPAGNE
In questo momento di mercato, con notizie che sopraggiungono ogni giorno sempre più drammatiche da ogni fronte con richiami e smentite sul fronte istituzionale, bisogna mettersi in testa che non esiste più il safe heaven (ovvero il paradiso sicuro), quello che con ostinazione in molti continuano a richiedermi nella speranza di individuare una qualche sorta di “rifugio” per i loro risparmi. Come ho più volte ribadito esistono solo presunzioni di sicurezza per alcune forme di investimento, ma non certezze. Per questo motivo a chi è single e dispone ancora di rilevanti risorse finanziarie, consiglio di investire in un insieme di asset class, che trovate riportate sul titolo di questo redazionale, che dilagavano alla fine degli anni ottanta quando lo yuppismo era diventato l'unica religione professata dai giovani laureati in discipline economiche che inseguivano il sogno di arricchirsi velocemente grazie alle opportunità occupazionali del capitalismo rampante.
Il maxipiano di salvataggio di tremila miliardi proposto dal G20 con l'intento di ricapitalizzare le principali banche e consentire loro di sopportare il sempre più possibile default della Grecia ci porta a formulare due considerazioni: la prima è che non conviene a nessuno far fallire una o più banche di grandi dimensioni, i costi di qualsiasi salvataggio pertanto saranno sempre inferiori alle perdite economiche sostenute dai rispettivi paesi in caso di un crash finanziario. La seconda è che nessuno (autorità monetarie comprese) ancora ha ben presente quanto denaro si deve mettere definitivamente sul piatto per arginare il “worst case scenario”. Quindi per quanto vogliate industriarvi non vi è via d'uscita, siamo tutti destinati a perdere denaro in un modo o in un altro, per l'inflazione, per una patrimoniale di salvataggio, per un prelievo coatto, per una contrazione di valore degli assets o per un default pilotato.
Non ci saranno franco svizzero, immobili, metalli preziosi, conti all'estero, obbligazioni o titoli di stato virtuosi che vi potranno salvare, ognuno di questi asset è destinato a subire le conseguenze nefaste che ci aspettano. Quello a cui dovete puntare per limitare i danni è cercare di costruire un portafoglio di asset class il più decorrelato possibile, nella speranza che dopo la tempesta finale alcune di queste possano trasformarsi in motori di performance per l'intero portafoglio. Personalmente credo molto in alcuni fondi flessibili e obbligazionari dinamici, confidando che i rispettivi gestori riescano a coprire parte delle perdite “hedgiandosi” con strumenti derivati o coperture finanziarie over the counter. L'importante comunque è essere preparati psicologicamente e non farne un dramma esistenziale. Per molti analisti il timore principale rimane un'inflazione galoppante che storicamente nelle epoche passate ha sempre salvato gli stati e scongiurato il peggio.
Al momento non ne abbiamo tuttavia visto ancora la comparsa complice tre fenomeni inusuali: in primis, il monte di denaro creato sino ad oggi tra USA ed Europa non è andato materialmente in circolo (quindi non ha aumentato la base monetaria) ma si è limitato a coprire le perdite di istituzioni bancarie, in secondo luogo, la cosiddetta “cineseria” (merci e beni di consumo durevoli) provenienti da Oriente ha calmierato verso il basso il prezzo del vivere quotidiano, infine come terzo elemento di lettura, il timore di una double dip unita alla percezione di un malessere socioeconomico sempre più diffuso ha portato il contribuente occidentale a risparmiare il più possibile e a limitare le sue smanie consumistiche, confidando di poter utilizzare i risparmi accantonati come un polmone finanziario in tempi di profonda turbolenza economica.
In definitiva il grado di tensione e rischio di sistema è ancora notevolmente accentuato con incognite da risolvere troppo complesse su molti fronti, nessuno riesce a formulare una exit strategy credibile per mettere fine all'incertezza e paura che regna sovrana senza produrre costi sociali e perdite riassorbibili velocemente: di certo non sarà un chilo d'oro, un conto in Svizzera, un fondo flessibile o un immobile di prestigio che ci salverà da questa epoca senza precedenti storici. Per sdrammatizzare il tono di quanto scritto e levandomi l'abito di economista mi viene da pensare che forse è questa la fine del mondo del tanto pubblicizzato calendario Maya ovvero la fine di un modo di concepire l'economia “only money and debt sensitive” che forse condurrà alla nascita di un nuovo pensiero economico, proprio come se quella attuale fosse solo uno stadio pupale transitorio di metamorfosi verso una nuova alba per gli operatori ed attori del mondo finanziario.
Eugenio benetazzo http://www.eugeniobenetazzo.com/crisi-debito-sovrano-exit-strategy.htm
08:30 Scritto in Economia, di Eugenio Benetazzo | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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23/09/2011
Grecia. Verso un “genocidio finanziario
Grecia. Verso un “genocidio finanziario
La crisi della Grecia viene spesso imputata ai suoi cittadini, definiti spendaccioni e irresponsabili. Ma a guardare da vicino la loro vita è ormai un sacrificio senza fine.
Non si può rimanere zitti di fronte alle dichiarazioni dei più alti responsabili europei, talvolta al limite dell'assurdo, su questi "fannulloni" greci che si rifiutano di "risparmiare".
Da 16 mesi ho una seconda casa ad Atene, e ho vissuto questa drammatica situazione sul posto. Ci si lamenta che i piani di risparmio non funzionano perché i redditi fiscali diminuiscono. Si rimette in discussione la volontà dei greci di fare economie. Ma diamo qualche cifra concreta:
- Riduzione degli stipendi e delle pensione fino al 30 per cento.
- Taglio dello stipendio minimo a 600 euro.
- Drastico aumento dei prezzi (gasolio e benzina, 100 per cento; elettricità, riscaldamento, gas, trasporti pubblici, 50 per cento).
- Un terzo delle 165mila imprese commerciali è fallito, un terzo non è più in grado di pagare gli stipendi. Ovunque ad Atene si possono vedere cartelli gialli con la scritta "Enoikiazetai" in rosso – "Affittasi".
- In questa miseria i consumi (l'economia greca è stata sempre molto incentrata sui consumi) si sono ridotti in modo catastrofico. Le coppie con un doppio stipendio (il cui reddito familiare arrivava fino a 4mila euro) si trovano improvvisamente ad avere solo due sussidi di disoccupazione di 400 euro, che per di più cominciano a essere versati con due mesi di ritardo.
- I dipendenti statali o delle imprese parastatali, come l'Olympic Airlines o gli ospedali, non sono più pagati da mesi e il versamento del loro stipendio è stato rimandato a ottobre o all'"anno prossimo". Il record è del ministero della Cultura: molti dipendenti che lavoravano all'Acropoli non sono pagati da 22 mesi. E quando hanno occupato l'Acropoli per manifestare (pacificamente), sono stati subito caricati e gassati dalla polizia.
- Tutti concordano nel dire che i miliardi dei versamenti dell'Ue ripartono per il 97 per cento direttamente verso l'Unione e le banche, per rimborsare il debito e i nuovi tassi di interesse. Così il problema è con discrezione rigettato sulle spalle dei contribuenti europei. Intanto le banche continueranno a incassare alti interessi fino all'eventuale bancarotta, mentre i crediti sono tutti a carico del contribuente. Di conseguenza non c'è ancora denaro per le riforme strutturali.
- Migliaia e migliaia di piccoli imprenditori, autisti di taxi o di camion, hanno dovuto sborsare migliaia di euro per le loro licenze, e per ottenerle hanno fatto dei debiti, ma oggi si vedono confrontati con una liberalizzazione che permette ai nuovi arrivati di non pagare quasi nulla.
- Si continuano a inventare nuove tasse. Adesso per sporgere denuncia alla polizia bisogna pagare 150 euro sull'unghia. La vittima deve tirare fuori il portafoglio se vuole che la sua denuncia sia presa in considerazione. Nel frattempo i poliziotti sono obbligati a pagare di tasca propria per fare il pieno delle macchine di servizio.
- È stata creata una nuova imposta fondiaria associata alla fattura dell'elettricità. In caso di mancato pagamento viene interrotta l'elettricità.
- Ormai da diversi mesi le scuole pubbliche non ricevono più i libri di testo. Lo stato ha accumulato un debito enorme con le case editrici e di conseguenza le consegne sono state bloccate. Gli studenti ricevono ormai dei cd e i loro genitori devono comprare dei computer per permettere loro di seguire le lezioni. Nessuno sa come le scuole, soprattutto quelle del nord del paese, potranno pagare le spese di riscaldamento.
- Tutte le università sono di fatto paralizzate fino alla fine dell'anno. Molti studenti non possono né presentare la loro tesi né sostenere gli esami.
.- Il paese si prepara a un'ondata di emigrazione di massa e spuntano sempre più agenzie specializzate in questo settore. I giovani si rendono conto di non avere alcun futuro nel paese. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 40 per cento fra i giovani laureati e il 30 per cento fra i giovani in generale. Chi lavora lo fa per uno stipendio da fame e a nero (senza alcuna forma di previdenza sociale): 35 euro per dieci ore di lavoro al giorno nel settore della ristorazione. Le ore di straordinario si accumulano senza essere pagate. In questa situazione non rimane più nulla per settori come l'istruzione. Il reddito che il governo greco riceve dalle imposte è quasi nullo.
- Le riduzioni di massa di impiegati della funzione pubblica sono state fatte in modo del tutto antisociale. Si è pensato soprattutto a sbarazzarsi delle persone qualche mese prima del loro pensionamento, così da dover versare solo il 60 per cento di una pensione normale.
La domanda è sulla bocca di tutti: dove è finito il denaro degli ultimi decenni? A quanto pare non nelle tasche dei cittadini. I greci non hanno nulla contro il risparmio, ma ormai non ce la fanno più. E chi ha un impiego si ammazza di lavoro (cumulando due, tre o addirittura quattro lavori diversi).
Tutti i miglioramenti sociali degli ultimi decenni sulla protezione dei lavoratori sono stati cancellati. Lo sfruttamento è ormai senza regole; nelle piccole imprese è soprattutto una questione di sopravvivenza. E quando si sa che i dirigenti greci hanno cenato con i rappresentanti della troika [la Commissione europea, la Bce e l'Fmi] per 300 euro a persona, ci si può chiedere quando la situazione finirà per esplodere.
La situazione in Grecia dovrebbe rappresentare un importante campanello di allarme per la vecchia Europa. Nessun partito favorevole all'ortodossia di bilancio sarebbe in grado di applicare il suo programma, non sarebbe neanche eletto. Bisogna combattere il debito finché è ancora relativamente sotto controllo, prima che diventi una sorta di genocidio finanziario. (traduzione di Andrea De Ritis)
Fonte: Günter Tews - Die Presse (da Presseurop) |
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25/03/2011
EURO 2: LA VENDETTA
EURO 2: LA VENDETTA
Ritorno ancora su un argomento che mi sta particolarmente a cuore visto che sono stato uno dei primi a parlarne in anticipo in tempi non sospetti, era infatti il 2008 quando parlavo spiegavo il Club Med e a che cosa ci avrebbe portato. La scorsa estate ho scritto il saggio economico intitolato “L’Europa sé rotta” ma pare che ancora adesso la maggior parte dei piccoli risparmiatori ed investitori italiani non si renda conto di che rischi gravino sui loro portafogli e sullo scenario macroeconomico europeo. Nello specifico il cosiddetto rischio di spaccatura monetaria all’interno dell’area valutaria dell’Unione Europea. Sostanzialmente tutto questo è rappresentato dalla Teoria di Euro 2 ovvero l’emersione o la creazione di una seconda divisa in Europa che venga adottata dai paesi periferici.
La crisi dei PIGS (ho scoperto che ci sono persone che ancora non sanno che cosa sono) è in realtà la crisi dell’euro ovvero di una moneta imposta dall’alto a 17 economie che tra di loro hanno ben poco in comune. La moneta per ogni paese è una potente arma di difesa in momenti di turbolenza o difficoltà finanziaria, rappresenta una sorta di valvola a pressione per raffreddare l’economia o per rilanciarla in momenti di profonda contrazione. Nello specifico aver obbligato paesi come il nostro ad usare una divisa troppo forte per un economia troppo debole è stato una follia. Se ne stanno rendendo conto troppo tardi adesso le autorità istituzionali, nonostante i recenti moniti di prestigiose personalità dello stesso mondo accademico, vedi Roubini, Stiglitz, Fitoussi, Attali e Zingales.
Per chi non lo sapesse vi sono centinaia di operatori istituzionali che stanno covando in silenzio operazioni di speculazione finanziaria sul default dell’euro o sulla sua dipartita: persino Warren Buffet ha sentenziato la fine prossima della moneta unica a fronte delle continue e ripetute difficoltà di Spagna e Portogallo. La crisi dei PIGS ha fatto emergere una insostenibile architettura finanziaria tra i paesi virtuosi dell’Europa del Nord e quelli in quarantena finanziaria dell’Europa Periferica: in poche parole il debito dei paesi deboli è in mano per la maggior parte ai paesi sani e forti (si fa per dire, infatti anche la Germania molto presto si troverà a dover aiutare altri partner europei per evitare di perdere la leadership politica in Europa).
Il Giappone, con quello che ha recentemente subito, non preoccupa nessuno (almeno dal punto di vista economico) in quanto il 95% del suo debito pubblico è in mano agli stessi giapponesi, mentre Francia, Germania ed Inghilterra detengono percentuali rilevanti del debito pubblico spagnolo, greco, irlandese, italiano e cosi via. Pertanto le sorti del debitore sono nelle mani del creditore: il peggior scenario ! Ponete pertanto la massima attenzione: quello che un tempo poteva essere un investimentio risk free come un titolo di stato europeo oggi potrebbe essere uno dei primi investimenti a prendere un bagno di sangue. Lo stesso Cameron, incalzato successivamente dalla Merkel, ha più volte ribadito che non è possibile continuare a far pagare ai soli contribuenti questa bomba con la miccia accesa, in più occasioni qualcuno ha paventato l’idea del default parziale.
Con questo termine si intende il rimborso non integrale dei titoli di stato alla loro naturale scadenza. Recentemente la Banca J.P. Morgan ha ipotizzato per il breve periodo la possibilità di default parziale dal 5% al 25%, a seconda dello scenario, per i paesi PIGS (mettendoci dentro anche l’Irlanda e l’Inghilterra). Evitate pertanto di massificare il vostro portafoglio con solo titoli di stato aerea euro, specie se a tasso fisso e con scadenze molto lunghe, preferite piuttosto le emissioni con tasso ancorato all’inflazione. Se poi volessi puntare sul titolo di stato più sicuro al mondo in questo momento allora dovrei caricarmi di obbligazioni norvegesi: strana fatalità infatti è un paese che di entrare in Europa proprio non ne vuol sentire.
Eugenio Benetazzo
Fonte: www.eugeniobenetazzo.com
Link: http://www.eugeniobenetazzo.com/crisi-pigs-euro-default.htm
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14/02/2011
Il signore dei pannelli
Il signore dei pannelli
Da alcuni mesi ricevo settimanalmente centinaia di email di lettori e simpatizzanti che mi chiedono se l’investimento in infrastrutture fotovoltaiche sia realmente conveniente oppure rappresenti una moda passeggera o peggio ancora una bolla finanziaria simile alle dot com durante i primi anni duemila. Queste perplessità hanno iniziato ad emergere dopo che si è sparsa in rete la notizia che anch’io a livello imprenditoriale avevo investito nella realizzazione di un parco solare dalle dimensioni considerevoli in Puglia. Nello specifico la preoccupazione dominante che ho potuto constatare è legata alla sostenibilità delle tariffe incentivanti riconosciute per la produzione di energia da FER (fonti di energia rinnovabile) qualora il nostro Paese dovesse affrontare una crisi finanziaria e di credibilità istituzionale simile a quella greca o irlandese.
Già qui si evince molta confusione infatti la copertura finanziaria necessaria al sostegno degli incentivi per le fonti di energia rinnovabile attraverso l'erogazione dei famosi contributi Conto Energia è garantita da un prelievo tariffario obbligatorio (denominato A3) presente sulla bolletta di ogni utenza elettrica (pesa per il 4% in quelle domestiche e per il 6% in quelle industriali). Pertanto non è lo Stato con la fiscalità diffusa che sostiene i contributi al fotovoltaico quanto piuttosto tutti coloro che sono intestatari di un’utenza elettrica e ne pagano il relativo servizio di erogazione. Sino ad oggi gli italiani (generalmente parlando) sono stati molto scettici nell’investire in questo settore, pur considerando che il nostro Paese vanta il miglior irraggiamento solare nelle regioni meridionali di qualsiasi altro paese europeo.
La reticenza degli italiani è stata ampiamente battuta dall’intraprendenza e lungimiranza di una moltitudine di investitori esteri (soprattutto fondi di investimento) che hanno investito sul territorio italiano milioni e milioni di euro, cavalcando proprio la diffidenza italiana. Il fotovoltaico in Italia è forse uno dei pochi settori in cui ha ancora senso investire, non è un caso che il nostro Paese garantisca la migliore reddittività del mondo (tra il 15 ed il 18% su base annua). Persino nella mia regione in provincia di Rovigo è stato recentemente completato uno tra i più grandi impianti fotovoltaici a terra di tutta Europa: sorprende sapere che l’investimento di oltre 270 milioni di Euro è stato effettuato dalla First Reserve, notissima società di investimento statunitense.
Nella mia modesta dimensione imprenditoriale, se rapportata ai numeri di questi giganti del mondo finanziario, attraverso la holding di investimento che amministro sono riuscito a replicare la medesima architettura finanziaria della First Reserve ovvero investire in un sottostante non cartaceo che possa produrre flussi di cassa a prescindere dalle oscillazioni dei mercati finanziari. L’operazione che ad oggi rappresenta un vanto del microcapitalismo italiano, dimostra che anche il piccolo, se si organizza e si aggrega, può spuntare rendimenti finanziari non replicabili dai tradizionali prodotti del risparmio gestito. Rimango invece molto scettico sulla scelta di preferire il diritto di superfice all’acquisto del terreno su cui si è deciso di installare l’intera infrastruttura fotovoltaica.
Nello specifico la stragrande maggioranza di chi investe sul fotovoltaico usufruisce del diritto di superfice a 20 anni concesso dal proprietario del terreno: questa scelta potrebbe generare un dannoso effetto boomerang sulla redditività complessiva dell’operazione alla fine del periodo di concessione, infatti nessuno al momento può sapere se sarà oggettivamente conveniente smaltire i moduli fotovolatici oppure se converrà lasciarli continuare a produrre (variante economicamente possibile e conveniente solo per chi ha scelto di acquisire anche il terreno su cui è sito l’intero parco solare, cosa tra l'altro che io stesso ho preferito).
Per quanto riguarda il cosidetto “impatto ambientale” preferisco di gran lunga trovarmi a vivere di fianco ad un impianto fotovolatico piuttosto che avere come vicino di casa un sito per lo smaltimento dei rifiuti (leggasi termovalorizzatore) o una centrale termonucleare. I moduli fotovoltaici di ultima generazione a distanza di 30 anni subiranno forse un degrado di efficienza di appena il 25 %, pertanto quando il costo dell’energia elettrica sarà abbondamente salito (nel 2040 saremo oltre 9 miliardi di persone), a distanza di anni dalla fine del piano di incentivazione, chi si troverà ad avere un parco solare su terreno di proprietà potrà vantarsi di possedere una piccola miniera a cielo aperto.
di Eugenio Benetazzo - Fonte: Eugenio Benetazzo [scheda fonte]
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26/01/2011
I have a drinn
I have a drinn
Da qualche mese ormai ho un drinn che continua a risuonarmi nella testa, un drinn che non mi ricorda un campanello per richiamare l’attenzione, quanto piuttosto un vero e proprio allarme di fuga. Fuga dall’Italia. Almeno imprenditorialmente parlando. Chi fa parte dell’Amministrazione Pubblica o chi si trova in pensione con una rendita più che dignitosa mantiene ancora la convenienza di starsene nel “Non più Bel Paese” a farsene il turista in casa propria. Chi invece è ancora giovane, o meglio ancora studente, è il caso che cominci a proiettarsi mentalmente di andare a lavorare e vivere al di fuori della penisola italiana.
Vorrei essere un po’ piu accondiscendente, ma gli ennessimi episodi di gossip italiano a sfondo sessuale fanno comprendere che non solo non c’è speranza per il Paese, ma non c’è speranza alcuna per la popolazione, inebetita ormai a tal punto da essere completamente amorfa agli eventi quotidiani che la circondano. Per chi è giovane non vi sono prospettive lavorative alcune, al di là di quelle di cui parlerò alla fine di questo intervento: entro cinque anni infatti perderemo circa il 40 per cento del nostro potenziale manifatturiero, quindi altri milioni di posti di lavoro che dovranno essere trasformati in mansioni e compiti a singhiozzo, mal retribuiti e poco tutelati. Con i quali non si potrà alimentare il circuito dei consumi interni e tanto meno si potrà pianificare il proprio percorso di vita.
Quello che risulta più triste per chi ha la mia età è rendersi conto di come la generazione dei baby boomers (chi è nato tra il 1946 ed il 1963) sia riuscita ad avere tutto e vivere meglio di qualsiasi altra generazione precedente o successiva, andando ad ipotecare il futuro dei loro stessi figli. Come ho già a vuto modo di raccontare durante lo show finanziario “Era il mio Paese” tutto questo fa parte di un processo inarrestabile che sta portando lentalmente il nostro Paese prima a un declino industriale e successivamente al default economico. Non abbiamo ancora fatto la fine della Grecia grazie a tre elementi strutturali che ci danno ancora credibilità nei confronti delle comunità finanziarie internazionali.
Per primo abbiamo la terza riserva aurea al mondo (dopo Usa e Germania), circa 2500 tonnellate di oro e con il metallo giallo che sembra essere proiettato alla fatidica soglia dei 2000 dollari l’oncia, sarebbe una credenziale molto convincente a dare sostegno a manovre di emergenza e salvataggio (pensate che Cina, India e Svizzera messe assieme detengono meno oro di noi italiani).
In secondo luogo il “Non più bel Paese” detiene il più grande monte risparmio del mondo, vale a dire la ricchezza finanziaria in mano ai residenti italiani suddivisa tra depositi a vista, a termine, obbligazioni, azioni e altri strumenti finanziari.
Come terzo punto di forza abbiamo il peso ed il volume consistente dell’economia sommersa, il polmone che tiene ancora in piedi le piccole imprese, senza il quale cesserebbero di esistere.
Se proprio dovessi dare un consiglio a livello imprenditoriale al fine di aiutare chi si sta per diplomare o chi deve scegliere la propria mission universitaria mi sento di sbilanciarmi su queste tre aree di investimento fornendo maggiori prospettive occupazionali: realizzazione e gestione di residence per anziani autosufficienti, produzione e gestione di fonti di energia rinnovabile (come imprenditore ci ho investito pure io) ed infine rilancio e promozione dei prodotti italiani tipici del mondo enograstronomico al di fuori dei confini europei. Inoltre qualora venissero effettivamente realizzate le centrali termonucleari in Italia (per le quali non nutro grande entusiasmo), si potrebbe considerare anche una quarta area di interesse che potrebbe generare tra diretto ed indotto oltre 500mila posti di lavoro.
Tutto il mondo occidentale sta vivendo una triste e inesorabile trasformazione causata dallo spostamento geoeconomico e geopolitico del baricentro del cuore del libero mercato: da New York/Londra, stiamo andando verso Ankara/Shanghai con inevitabili conseguenze per paesi come soprattutto il nostro in cui oltre 1/5 del PIL veniva prodotto dal settore manifatturiero. Il futuro occupazionale, la prosperità economica ed il centro del mondo saranno purtroppo in Asia, mentre l'Europa ed in misura maggiore l'Italia sono destinati a diventare prestigiosi cimiteri di elefanti.
di Eugenio Benetazzo - Fonte: Eugenio Benetazzo [scheda fonte]
20:00 Scritto in Economia, di Eugenio Benetazzo | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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25/11/2010
DESTINO MANIFESTO
DESTINO MANIFESTO
Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna ormai stanno diventando il leitmotiv delle riflessioni delle comunità finanziarie internazionali, come se l'unica preoccupazione su cui ci dovremmo soffermare fosse la tenuta nel breve dei conti pubblici di questi paesi. Il cosa scegliere ed il dove posizionarsi a livello di investimento è stato da me ampiamente trattato in svariate occasioni e contesti mediatici, tuttavia l'interrogativo principe cui ci dovremmo porre in questo momento non è se il tal titolo di stato è a rischio default, ma piuttosto quale non lo sarà. Cercherò di trasmettervi questo mio pensiero nel modo più comprensibile possibile.
La crisi del debito sovrano in Europa è una crisi di natura strutturale (e non congiunturale) dovuta a fenomeni macroeconomici che hanno espresso tutto il loro potenziale detonante attraverso un modello di sviluppo economico turboalimentato da bassi tassi di interesse e costi irrisori di manodopera che porta il nome di globalizzazione. Quest’ultima non nasce dalla naturale evoluzione del capitalismo classico, quanto piuttosto è una soluzione studiata a tavolino da potenti lobby di interesse sovranazionale per risolvere l'angosciante diminuzione dei profitti e degli utili aziendali in USA ed in Europa, causa un progressivo ed inarrestabile processo di invecchiamento della popolazione unito ad una decadente natalità dei nuclei familiari.
Le grandi multinazionali vedranno infatti costantemente contrarsi sia i fatturati che i livelli di profitto in quanto ormai quasi tutti i mercati occidentali sono maturi, saturi o addirittura in declino (pensate al mercato automobilistico, non sono casuali le recenti esternazioni di Sergio Marchionne). Tra quindici anni le persone anziane, gli over sessanta, rappresenteranno una quota sempre più consistente delle popolazioni occidentali (in Italia saranno stimati quasi al 40%). Una persona anziana purtroppo non rappresenta il clichè del consumatore ideale, infatti contribuisce marginalmente poco al livello dei consumi rispetto ad un trentenne (quest’ultimo infatti si trova appena all’inizio del suo progetto di vita: si deve sposare, deve comprare un’abitazione, fare figli, acquistare un’autovettura, divertisi nel tempo libero, andare in vacanza, vestirsi alla moda e così via).
Se da una parte infatti diminuirà il livello dei consumi, dall’altra aumenterà invece il peso angosciante del welfare sociale (ricoveri, degenze, assistenza medica e pensioni di anzianità) andando a pesare sempre di più in percentuale ogni anno sul totale della ricchezza prodotta. In buona sostanza stiamo parlando di paesi (USA, Germania, Regno Unito, Francia, Italia, Spagna & Company) il cui destino è piuttosto ben delineato: inesorabile invecchiamento della popolazione, costante aumento dell’indebitamento pubblico, lenta deindustrializzazione e brutale impoverimento. Non so quanto potranno effettivamente servire i cosidetti programmi di austerity sociale, a meno di drastici e drammatici tagli alla spesa sociale ed alla pubblica amministrazione. Chi ha concepito la globalizzazione ha pensato proprio a questo ovvero come salvaguardare i livelli di profitto aziendali (e magari anche come farli aumentare) a fronte di un mutamento epocale della geografia dei consumi mondiali.
In Asia, con in testa Cina ed India, il 75% della popolazione ha un’età inferiore ai trentanni ed un reddito procapite in costante ascesa: si trattava pertanto di creare le premesse e le modalità per far aumentare il numero di persone che in queste regioni potessero iniziare a consumare a livelli similari a quelli occidentali. Grazie ad il WTO si è riusciti ad implementare un fenomenale trasferimento di posti di lavoro attraverso le “opportunità” delle delocalizzazioni produttive, spostando letteralmente fabbriche e stabilimenti, che avrebbero consentito di far nascere con il tempo una nuova classe media borghese disposta a spendere per le mode e le tendenze di consumo del nuovo millennio. Non bisogna essere economisti per rendersi conto di quanto esposto sopra: nel 2000 l’Asia contribuiva ad appena il 10% dei consumi mondiali, nel 2030 salirà a quasi il 40%. Come potenziale di crescita, ai mercati orientali si stanno affiancando anche i mercati dell’America Latina con la locomotiva Brasile in testa.
Stiamo pertanto assistendo ad un mutamento epocale: il baricentro economico e geopolitico del mondo si sta spostando verso Oriente ed anche verso il Sud del Pianeta. La crisi del debito sovrano in Europa è tutto sommato di portata inconsistente rispetto ai problemi che emergeranno nei prossimi cinque anni a fronte di oggettive difficoltà di approvvigionamento alimentare, soprattutto in Oriente che detiene superfici arabili decisamente incapaci a far fronte alla crescente domanda sia di cereali che (purtroppo) di carni da allevamento. Tra ventanni l’attuale modello economico dovrà essere in grado di fornire abitazioni, automobili, carburanti, acqua e cibo ad almeno 600 milioni di nuove persone: pertanto cominciate a chiedervi chi potrà ancora permettersi di avere il frigorifero pieno o i banchi del supermercati colmi e riforniti per accontentare lo scellerato e sfrenato consumismo del nuovo millennio. Destino manifesto per dirla alla Stewie Griffin.
Eugenio benetazzo
http://www.eugeniobenetazzo.com/event/destino_manifesto.htm
20:39 Scritto in Economia, di Eugenio Benetazzo | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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