21/01/2013
<< La vita vince, oltre l'orrore >>
Nel 1943 Leopoli, in Polonia – come gran parte dell’Europa – è invasa dai miasmi dell’odio. Sotto il giogo nazista l’odore della morte si sparge ovunque. Quella di Leopold Socha, operaio del sistema fognario e ladruncolo, è una storia vera: per denaro nasconde e sfama un gruppetto di ebrei nelle cloache del sottosuolo. Vi rimarranno, in condizioni estreme, per quattordici mesi. Alcuni si salveranno, mentre in superficie scorre il sangue. Con la moglie Wanda, Leopold – scomparso per salvare la figlia da un veicolo militare russo fuori controllo il 12 marzo 1945 – fa parte di quegli oltre seimila polacchi riconosciuti da Israele come "giusti tra le nazioni" e a tutti loro Agnieszka Holland, stimata e rinomata regista polacca, dedica il suo ultimo film In Darkness, sugli schermi dal 24 gennaio, anticipando così la "Giornata della Memoria" che si celebra domenica 27. Fatti ai quali era pervenuta molti anni fa. «Non avevo mai sentito parlare della famiglia Socha, anche se conoscevo centinaia di storie che si riferivano agli orrori di quei tempi» ricorda Agnieszka dagli Stati Uniti, prima di partire per la Repubblica Ceca dove si terrà la première di Burning Bush, una miniserie da lei girata sul sacrificio del giovane Jan Palach che nel 1969 si diede fuoco per protestare contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, dove la Holland studiava cinema e provò anche i rigori del carcere.
«Lo scrittore canadese David Shamoon – continua – lesse di loro su un quotidiano, rimase così impressionato da mettersi alla ricerca del libro di Robert Marshall Nelle fogne di Lvov, pubblicato in Inghilterra negli anni ’80. Ne comprò i diritti, scrisse una sceneggiatura e me la fece avere. Mi piacque molto e la trovai più vera e complessa di molti altri progetti cinematografici sull’Olocausto. Ma la accantonai, non volevo all’epoca rimanere bloccata altri tre anni della mia vita per la lavorazione e non m’interessava girare in inglese e "americanizzare" il film, perché doveva restare il più vicino possibile alla realtà, per far capire quanto fosse intollerabile. Alla fine si sono realizzate le condizioni che desideravo».
Ci sono atti di eroismo e di sopraffazione, bambini indifesi che assistono all’orrore. Uno, quello di Chaja, nasce addirittura nelle fogne e, come dice un’altra donna, è il "nostro" bambino.
È Klara a dire quelle parole, vuole esprimere una solidarietà ideale. Ma la verità è assai più dura: sente la responsabilità collettiva. Mi ha fatto ricordare una situazione simile che ho personalmente vissuto, quando la famiglia di mio padre era nascosta nel sottotetto e una zia soffocò il bambino appena nato perché, piangendo, avrebbe potuto attirare i nazisti. Sì, alla fine tutti i bambini sacrificati sono "nostri", perché tutta l’umanità è responsabile di quelle tragiche morti.
Lei nasce da padre ebreo e madre cattolica.
Sicuramente questa doppia identità, in un paese come la Polonia del dopoguerra, ha forgiato la mia sensibilità. Guardo sempre la vita da questa duplice e diversa prospettiva. È forse questo che rende tutti i miei film delle storie complesse, anche perché detesto gli stereotipi e me ne tengo alla larga.
C’è un’immagine particolarmente forte nel film: si sentono le preghiere cristiane provenire da una chiesa in superficie mentre vediamo il gruppetto di ebrei intonare i loro salmi nell’oscurità.
Mi affascinava l’idea di come le persone possano essere così diverse e allo stesso tempo così simili. Sono situazioni realmente accadute e che per me conservano ancora oggi una forza simbolica potente.
È stato difficile girare «In Darkness»?
Credo sia stato il film più faticoso della mia carriera: abbiamo lavorato nelle vere fogne, nel corso di un inverno estremamente freddo e in condizioni produttive molto dure. Sentivo anche una forte responsabilità, perché sapevo bene che non sarebbe stato facile proporre al pubblico un’altra storia sull’Olocausto. Però, ho capito che era importante raccontarla oggi e soprattutto alle giovani generazioni, risvegliando un moto di empatia.
«Europa Europa», uno dei suoi maggiori successi, è del 1990, «In Darkness» nel 2011: è cambiata la sua percezione del Continente?
Sono personalmente convinta che la situazione oggi in Europa – con i nazionalismi, l’antisemitismo, i movimenti neonazisti e il diffondersi del virus di un odio irrazionale – sia assai più pericolosa che vent’anni fa, amplificata anche dalla crisi economica, dalla crisi della Democrazia. Inoltre, le persone che possono ancora ricordare la lezione della Seconda Guerra Mondiale stanno scomparendo. Per questo l’Europa può facilmente crollare e aprire le porte al peggio.
Zanussi e Wajda sono stati i suoi due maestri: che cosa le hanno insegnato?
Wajda l’amore e la gioia per il cinema. E che ogni film della tua vita è come se fosse il primo. Zanussi, che il cinema è soltanto un piccolo frammento della vita; che la scienza, la filosofia, la politica, la religione sono più importanti, ma che noi, poveri pazzi, non possiamo essere felici senza questa sciocca occupazione.
Luca Pellegrini
http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/cinema-in-darkness-storia-ebrei-leopoli.aspx
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15/01/2013
IN UN FILM I SEGRETI DEGLI EBREI DI NIGERIA
IN UN FILM I SEGRETI DEGLI EBREI DI NIGERIA
Sono tremila, sono di etnia Igbo ma si sentono ebrei figli di Gad, una delle dieci tribù perdute di Israele. Sono commercianti, architetti o impiegati e il sabato li trovi in sinagoga. Sono i protagonisti di “Re-emerging the Jews of Nigeria”, un film presentato ai festival di New York e Washington.
A raccontare alla MISNA del film e di questa minoranza pressoché sconosciuta nel mondo è il regista, Jeff Lieberman. Gli ebrei nigeriani li ha conosciuti bene, girando per mesi nella capitale Abuja, nel porto di Lagos o a Warri e Port Harcourt, le città petrolifere del Delta del Niger. “Sono convinti – spiega Lieberman – che gli Igbo discendano dalla tribù perduta di Gad, costretta a lasciare Israele dopo la conquista del regno da parte degli Assiri”. La guerra risalirebbe all’ottavo secolo avanti Cristo. Pochi anni dopo sarebbe vissuto il rabbino Eri, figlio di Gad dal quale discenderebbero le comunità nigeriane. Ma c’è anche un’altra teoria. “La religione ebraica – racconta il regista – sarebbe arrivata in Nigeria percorrendo le rotte dei carovanieri, dalla Spagna attraverso il deserto del Sahara”.
Ironia della storia o volontà di Dio, i figli di Gad sono Igbo, etichettati spesso come “gli ebrei di Nigeria”. Così almeno tendono a vederli gli Yoruba e gli Hausa, rappresentanti delle altre grandi etnie di un gigante d’Africa dove vivono ben 160 milioni di persone. “Spesso – sottolinea Lieberman – gli Igbo hanno spirito imprenditoriale, sono commercianti e appartengono alla classe media, caratteristiche che corrispondono agli stereotipi sugli ebrei”.
Se gli Igbo sono un mare, però, i figli di Gad una goccia d’acqua. Nelle due comunità di Abuja o in quella di Lagos, la più numerosa, preservano tradizioni, musica e sinagoghe. Ma cercano anche di mantenere buoni rapporti con i vicini, in un paese che spesso i mezzi di informazione europei e americani descrivono come ostaggio di un conflitto tra cristiani e musulmani. Lieberman prova a capovolgere anche questo stereotipo, pur riconoscendo che gli attentati di Boko Haram e il timore di nuovi fondamentalismi preoccupano anche gli ebrei nigeriani. Lo ha ripetuto mercoledì alla prima a Washington, dopo il successo ottenuto a dicembre al Festival cinematografico internazionale della diaspora africana: “Il messaggio del film è che la diversità è bella e arricchisce la vita”.
[VG]
http://www.misna.org/primo-piano/in-un-film-i-segreti-degli-ebrei-di-nigeria-11-01-2013-813.html
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10/11/2012
Coal rush, il segreto dell'America
Coal rush, il segreto dell'America
Cosa succede quando gli abitanti di una sperduta contea dei monti Appalachi, nella Virginia occidentale (Stati uniti d'America) porta in tribunale una delle maggiori compagnie minerarie della nazione? La compagnia mineraria è Massey Energy, proprietaria tra l'altro delle miniere di carbone nella Mingo County, West Virginia. I circa 700 abitanti della contea l'accusano di aver contaminato l'acqua che esce dai loro rubinetti con miliardi di tonnellate di reflui tossici. E questa battaglia per la giustizia è raccontata in un documentario, Coal Rush, presentato giorni fa al Festival del film documentale di Hot Springs, in Arkansas: risultato di un lavoro durato cinque anni, il film è stato co-diretto e co-prodotto dai documentaristi italiani Lorena Luciano e Filippo Piscopo (www.coalrushmovie.com).
Dunque un film che documenta la battaglia di una intera comunità locale per la giustizia. E così facendo svela uno dei segreti meglio tenuti d'America: il massiccio inquinamento provocato dall'estrazione del carbone, una sorta di tragedia continuata e anche risaputa dai tecnici - ma taciuta al pubblico. Nel film infatti apprendiamo che per oltre un decennio la compagnia mineraria ha smaltito i fanghi tossici di carbone (il residuo del «lavaggio» con acqua e sostanze chimiche a cui è sottoposto il carbone estratto prima di poterlo mettere sul mercato) semplicemente iniettandoli nelle gallerie sotterranee via via dismesse.
Si tratta di 1,4 miliardi di galloni, pari a 5,3 miliardi di litri di coal slurry, questo fango tossico: nel corso del tempo le sostanze chimiche sono percolate nelle falde acquifere, nei torrenti che scendono da quelle bellissime montagne boscose, sono entrate nei pozzi e neglio acquedotti da cui traggono acqua da bere gli abitanti della contea di Mingo - tra cui molti di coloro che lavorano per la stessa compagnia mineraria. Avvelenati silenziosamente: finché poco a poco gli abitanti si rendono conto che non sono fatalità le malattie che hanno cominciato a devastare la comunità - polmoni, fegato. «Ero una morta che cammina», dice nel film Donetta Blankenship, una delle persone che infine ha mosso causa alla Massey Energy - lei convive con una malattia debilitante al fegato. Il solo numero di malatie e decessi attorno alla zona contaminata doveva allertare le autorità pubbliche, commentano abitanti e minatori (o ex minatori): ma non è successo. Una infermiera locale dice di aver visto acqua parimenti contaminata solo in certe zone del «terzo mondo». Ma il solo, vero sostegno gli abitanti di quella contea mineraria l'hanno ricevuto da organizzazioni per la salute ambientale come Coal River Mountain Watch e Sludge Safety Project, che tra l'altro hanno aiutato quegli abitanti a procurarsi acqua potabile.
L'azienda ha cercato di negare l'evidenza: polmoni anneriti dal carbone, acqua contaminata, malattie. Il solito «non ci sono dati scientifici credibili per provare un collegamento tra i fanghi iniettati sottoterra e qualsiasi impatto sanitario per gli umani». Ma quando un abitante dice a uno dei funzionari statale di bere un bicchier d'acqua del suo rubinetto, quello rifiuta - pur continuando a ripetere che non c'è alcun pericolo. La contaminazione alla fine è innegabile. Nel film si vede l'avvocato Kevin Thompson - che ha condotto quella causa legale - mentre si rivolge a due abitanti, un minatore (quarta generazione di minatori di carbone) e sua moglie: «Non lasciate che vi convincano che non sapevano cosa c'era in quei fanghi di scarto: lo sapevano benissimo».
Nell'estate del 2011, dopo 7 anni di battaglia legale e solo alla vigilia del processo vero e proprio in cui avrebbe avuto la peggio, Massey Energy ha offerto un risarcimento che ha messo fine alla causa: 35 milioni di dollari. Servirà come allarme? In West Virginia iniettare i fanghi del carbone sottoterra è stato temporaneamente vietato. Ma resta permesso in 17 dei dei 25 stati Usa dove si estrae carbone: la scia di contaminazione continua.
http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20121031/manip2pg/14/manip2pz/330984/
TERRA TERRA - Marina Forti
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14/10/2012
Sempre più personalizzati i media vanno in Rete
Sempre più personalizzati i media vanno in Rete
COMUNICAZIONE Presentato il rapporto del Censis/Ucsi
Crollano i giornali: ormai li legge solo il 45% degli italiani. Domina la tv, sempre più vista su Internet Il decimo rapporto sulla comunicazione svolto dal Censis/Ucsi, presentato ieri a Roma, conferma tendenze già segnalate negli scorsi anni sull'uso della Rete, sulla tv come medium privilegiato, sulla ripresa della radio come strumento della comunicazione, sulla crisi strutturale dei quotidiani - letti sempre meno -, sulla contrazione del «consumo culturale» nella forma del libro. Interessante è invece la griglia di lettura che emerge dal rapporto: il consolidamento alla personalizzazione delle fonti dell'informazione e dell'intrattenimento attraverso il web, che porta a produrre un personale palinsesto televisivo e un giornale on-line assemblato in base ai propri interessi e le «fonti informative» preferite..
I dati quantitativi sono molto chiari. Per quanto riguarda la televisione, è scelta come medium dal 98 per cento della popolazione italiana, una percentuale «bulgara» che non ha paragoni nel resto dell'Europa. Poco viene detto sui programmi che vengono visti, Ma se si ha la curiosità di capire quali sono le trasmissioni più seguite, basta leggere il precedente rapporto, laddove veniva sottolineato che il consumo televisivo era fortemente differenziato secondo linee generazionali e di acculturazione. La popolazione con più di cinquant'anni preferiva informarsi attraverso i telegiornali, mentre tra i giovani il medium scelto era la Rete. Per quanto riguarda il livello di acculturazione, il Censis segnala un dato ambivalente. I diplomati e i laureati usano tantissimo Internet per informarsi, ma tra loro i libri non godono di molta fortuna. Le trasmissioni seguite attraverso il web passano attraverso YouTube (il 25 per cento della popolazione), anche se il palinsesto della web-tv individuale si arricchisce sempre più di video prodotti da altri internauti.
I giornali vanno malissimo. Sono state vendute il 2,3 per cento di copie in meno rispetto lo scorso anno, mentre la percentuale di italiani che legge il giornale è scesa al 45,5%, contro il 67di 5 anni fa. In caduta le free press (-11%), che costituiscono il 25 per cento del giornale letto. L'editoria libraria registra una contrazione del 6,5%.
La radio è ascoltata dall'83 per cento della popolazione italiana. Sulle web-radio il rapporto è avaro di dati. Viene solo detto che c'è stato un aumento del 1,3 per cento per quanto riguarda l'ascolto attraverso un computer; modesta invece la crescita di chi ascolta la radio attraverso il cellulare: un 1,4 per cento in più.
L'Italia si conferma come una nazione dove il telefono cellulare è diventato un elettrodomestico molto diffuso. Otto italiani su dieci possiedono un cellulare. È salito il numero di smartphone: il 27 per cento della popolazione lo possiede, mentre il successo tra i giovani tra i 14 e i 29 anni è più netto: il 54,8. Come nel resto dell'Europa, la Rete continua a diffondersi. Il 62 per cento degli italiani è connesso (la percentuale tra i giovani arriva al 90 per cento). Secondo il rapporto del Censis, comincia ad esserci una sovrapposizione tra Internet e social network. Ha un account su Facebook il 41 per cento della popolazione italiana, il 61 per cento invece frequenta stabilmente YouTube. Nulla viene invece detto sulla diffusione di Twitter. Il tablet è ancora un medium di «nicchia» (è usato dall'8% della popolazione), ma tra i giovani tra i 14 e i 29 anni si è diffuso più rapidamente (il 14 per cento).
La ormai compiuta trasformazione della Rete in un medium della comunicazione, porta la discussione su quali sono i contenuti consumati su Internet. Il rapporto si concentra, come elemento significativo, sulle applicazioni scaricate per smartphone e tablet. La parte del leone la fanno i giochi (63 per cento), seguiti a parecchia distanza dalle informazioni meteo (33,3%), mappe (32,5%), social network (27,4%), news (25,8%). L'inchiesta presentata ieri a Roma segnala infine che in Italia è forte il culture divide tra chi ha la possibilità di accedere alla Rete e chi, invece, per livelli di scolarizzazione e per l'età, rischi di essere tagliato fuori dall'accesso alle nuove forme di comunicazione.
La bussola che il rapporto Censis/Ucsi usa per orientarsi nella selva di dati è riassunta nelle espressioni «I media siamo noi» e «L'individuo si specchia nei media (ne è il contenuto) creati dall'individuo stesso (che ne è anche il produttore)». Da una parte viene acquisito che l'Italia, almeno per quanto riguarda stri strumenti della comunicazione, è in una fase di transizione, dove la televisione è il medium per eccellenza, ma che la Rete è il suo successore designato. L'insistenza, nel rapporto, sulle possibilità di personalizzazione del palinsesto televisivo e delle fonti giornalistiche, testimoniano che anche nel nostro paese sta prendendo piede una figura cara allo studioso catalano Manuel Castells, l'individuo-massa, che si caratterizza come singolarità nelle scelte, ma che il suo comportamento è diffuso, grazie anche al fatto che oltre che consumatore di contenuti il singolo può, grazie alle tecnologie digitali, diventare anche produttore di informazioni. Così il richiamo alle cloud computing (le nuvole di dati) prefigurano una relativa libertà di produzione «autonoma» di contenuti, che avviene però all'interno di piattaforme software di proprietà di vecchi e nuove imprese informatiche e della comunicazione - Apple e Google, sicuramente, ma anche Telecom per quanto riguarda l'Italia. Tutto ciò determina un cambiamento nel modo di produzione dell'opinione pubblica. La televisione mantiene il suo potere di condizionamento, ma allo stesso tempo si fanno largo altre canali comunicativi usati dall'opinione pubblica. In ogni caso, gli uomini e le donne sono uomini e donne mediatizzate, cioè sottoposte a forme di controllo meno invasive della televisione, ma non per questo meno insidiose.
Fonte: Benedetto Vecchi - il manifesto | 04 Ottobre 2012
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07/03/2012
Hollywood premia il passato È un (bellissimo) progresso
Hollywood premia il passato È un (bellissimo) progresso
I riconoscimenti più importanti vanno al film muto "The Artist" e al nostalgico "Hugo Cabret". Verdetto reazionario?
Un film muto e in bianco e nero e un film sull’invenzione del cinema hanno fatto a Hollywood il pienone degli Oscar. Cinque ne ha presi The Artist (miglior film, miglior attore, migliore regia, migliori costumi e colonna sonora), cinque Hugo Cabret (fotografia, scenografia, effetti speciali, sonoro e montaggio sonoro).
Viene in mente quella frase di Giuseppe Verdi: «Tornate all’antico. Sarà un progresso».
Naturalmente, perché ciò accada bisogna avere memoria di ciò che è stato e conoscere bene ciò che si è. Non è facile e infatti è una strada che scelgono in pochi: è faticosa, è una ricerca che è anche una scommessa.
Di solito si preferisce andare sul sicuro, quello che in un inglese scimmiottato si chiama trend: il poliziesco e il romanzo generazionale in letteratura, il pulp, l’horror e il pecoreccio studentesco nel cinema, le fiction e i quiz nella tv pubblica, il calcio parlato in quella privata, i cuochi, le cuoche, le tate, i pacchi, i bambini, i naufraghi, i cretini su tutt’e due. Si chiama modernità e come un gregge gli andiamo tutti dietro, ne vogliamo fare parte, si sia pubblico o addetti ai lavori. Si chiama intrattenimento, anche, che è poi la variante aggiornata di ciò che nei secoli bui dell’assolutismo politico era il binomio festa e farina e certo, essendoci evoluti, non c’è la forca a completare il quadro. Basta lo spread.
Intanto, un regista ironico come Michel Hazanavicius, che aveva al suo attivo un paio di pellicole divertenti in cui rifaceva il verso alle spy-stories degli anni Sessanta, invece di limitarsi a sfruttare il filone, decide di rischiare: avrebbe senso oggi, fare un film con quella che è l’essenza stessa del cinema, l’immagine? E come bisognerebbe girarlo, come renderlo appetibile per un’epoca smaliziata e dove la tecnica è capace di virtuosismi straordinari? Intanto, un mostro sacro come Martin Scorsese, uno che è già nella storia del cinema, decide di fare un omaggio a ciò che per lui è l’essenza stessa del cinema: la capacità di stupire, di far sognare, lo sguardo infantile e quindi vergine con cui si scopre il mondo.
The Artist e Hugo Cabret sono nati così, recuperando ciò che era andato perduto, guardando con occhi nuovi ciò che era già stato.
Qualcuno dirà che si tratta di un’operazione reazionaria, che così si regredisce e non si progredisce, che così non si affrontano i problemi del nostro tempo. E certo, il nostro è un tempo curioso, dove tutto è problematico e si passa il tempo a cercare ricette pratiche, come se la vita fosse una tecnica e la conoscenza tecnica il massimo della vita. E ci sfugge che abbiamo perso la capacità di entusiasmarci e di stupirci, che non crediamo più a niente perché abbiamo razionalizzato ogni cosa, che ogni sogno sempre più si trasforma in incubo.
Nella loro lineare semplicità The Artist e Hugo Cabret raccontano anche questo, l’idea di un destino e la forza di un sentimento, l’orgoglio e il non darsi per vinti, il dare un senso a ciò che si è. Rendendo omaggio a un’epoca mitica della «settima arte», riportando in vita Georges Meliès, e facendolo con l’uso sapiente della più moderna tecnologia, Hazanavicius e Scorsese ci dicono in fondo che ciò che siamo stati resta la parte più essenziale di ciò che siamo. In un bel libro di Alain de Benoist, Ultimo anno (Settecolori editore), si fa una precisa distinzione fra i nostalgici e gli amanti del passato. «I primi rimpiangono di non aver conosciuto un’epoca che credono essere stata migliore o superiore della propria. Vivono nell’orizzonte del rimpianto. Nulla di simile tra i secondi. Costoro amano il passato per quel che è: qualcosa che è passato», una dimensione cioè che fa parte del nostro presente, lo illumina e in qualche modo lo feconda. Perché poi, in fondo, «il passato non esiste. È soltanto un presente divenuto invisibile. Il futuro, poi, è soltanto un argomento per chiacchierare».
di Stenio Solinas – il giornale
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16/12/2011
Hollywood? E' in Nigeria
Hollywood? E' in Nigeria
Gli studi di Lagos ormai battono quelli di Los Angeles per numero di pellicole prodotte: film d'autore e polpettoni, ma anche serie tv e dvd per ragazzi. Con budget bassissimi ma un potenziale di pubblico enorme (inclusi gli africani emigrati)
La nuova frontiera del cinema si chiama Africa e il suo cuore pulsante sta in Nigeria. Dopo Hollywood e Bollywood, ecco Nollywood (la "N" è l'iniziale del Paese che ospita gli studios), terza per fatturato, ma seconda solo agli indiani per numero di pellicole prodotte. Oltre 200 film per il cinema e la televisione girati ogni mese, 300 produttori, 300 mila impiegati nel settore (il secondo datore di lavoro del Paese dopo lo Stato) per un volume d'affari di 250 milioni di euro l'anno. Investimento molto basso: poco più di 10 mila euro per ogni lungometraggio e resa sicura se sono parecchi quelli che raggiungono le 50 mila copie di dvd venduti quando i grandi successi possono toccare il mezzo milione (costo di 1-2 euro).
Gli studi a Lagos lavorano a ritmo continuo, gli attori si debbono rifare da soli il trucco e spesso un solo tuttofare cambia le scene. Guadagni per le star assolute: 5 mila euro. Però una popolarità che rischia di essere debordante se il pubblico potenziale è di 600 milioni di persone nel solo Continente Nero a cui vanno aggiunte le decine di milioni di africani in diaspora nelle Americhe o in Europa: basta andare nei loro quartieri delle nostre città per trovare dei videonoleggi con pellicole come "La regina d'Africa" o "BlackBerry Babes", veri film di culto che arrivano da Nollywood. I temi trattati: quelli classici degli intrecci drammaturgici: tradimenti, sesso, amore. Ma anche corruzione, emancipazione femminile, Aids. E godono di un fiorente mercato quelli che promuovono la religione o si basano sulla convivenza tra fedi diverse.
Nollywood è la legge del mercato che avanza e crea un linguaggio e un immaginario comuni tra chi è rimasto e chi se ne è andato in Europa in cerca di fortuna (le pellicole sono spesso girate anche in dialetto, ma tutte sottotitolate in inglese). E' la produzione commerciale di livello basso che però ha il suo pubblico, ha i suoi Festival (su tutti l'African movie academy awards, un pomposo tentativo di scimmiottare Los Angeles), è in espansione e sta trovando una faticosa convivenza con l'altra faccia del cinema africano, quello che noi definiremmo "impegnato", aspira a Cannes o a Venezia, e ha il suo momento di massima visibilità durante il Panafrican film and television festival di Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso, uno dei Paesi più poveri del mondo che grazie al prestigioso appuntamento riesce a far parlare di sé per temi che non sono l'indigenza o la fame. Un parentesi di glamour, bellezza, cultura che contagia l'intera città. Dove, accanto alle proiezioni e al concorso, si discute del destini futuri del cinema africano e, naturalmente, del rapporto con Nollywood. Deposte le armi di una contrapposizione molto polemica tra cinema "alto" e cinema "basso" che in passato ha avuto anche toni aspri adesso, sul bordo della piscina dell'Hotel Indépendence di Ouagadougou, cuore della manifestazione, i discorsi degli intellettuali del cinema di qualità sono improntati a un sano realismo che allude anche a una forma di ammirazione verso chi punta solo al botteghino: succede quando la cultura è obbligata a riconoscere le virtù del mercato, prima fra tutte quella di farsi vedere dal grande pubblico che dovrebbe poi essere l'aspirazione di ogni regista o attore.
Arriva a bordo di un motorino, senza che nessuno la riconosca, Bintou Sombié che pure avrebbe diritto all'appellativo di star se è tra le più ricercate protagoniste di film d'essai. E Mahamat Saleh Haroun, originario del Ciad, vincitore di un gran premio della giuria a Cannes e in giuria alla stessa rassegna al fianco di Robert De Niro, conta, sul suo profilo Facebook, 119 fan quando, tanto per fare un paragone, Rita Dominic, 100 pellicole a Nollywood, arriva a 36 mila. Per non parlare del fenomeno Yvonne Nelson cui la cinematografia a basso costo e alto rendimento ha fruttato una popolarità in Rete di oltre 200 mila amici.
Cifre impietose con cui fare i conti. Ma se la guerra qualità-largo consumo è finita e gli ortodossi della cinematografia impegnata hanno deposto le armi, riconoscendo che anche Nollywood, comunque, serve a propagandare cinema, l'amarezza rimane. Dice Mahamat-Saleh Haroun: "Non intendo più parlare del cinema africano. Da una decina di anni è il caos. E non cambierà". Il caos sarebbe la conseguenza, nelle analisi più diffuse, di scelte sbagliate che hanno fatto deragliare su un binario morto una cinematografia di qualità che pure in passato ha goduto di una certa fama. Il cinema, esattamente come il Continente che dovrebbe raccontare, ha alle spalle una storia travagliata.
Girare pellicole era pressoché proibito sino alla fine della colonizzazione, con qualche lodevole eccezione. Ottenuta l'indipendenza è stata la Francia a incentivare la produzione, a finanziare sale e produrre pellicole. Lo ha fatto per arginare l'ondata montante di imperialismo culturale di lingua inglese. Molti artisti hanno studiato a Parigi nella scuola europea di arti cinematografiche. E i loro film sono stati favorevolmente accolti negli ambienti intellettuali del Vecchio Continente. Senza riuscire però poi a sfondare nei Paesi d'origine (il contrario di Nollywood).
Mahir Saul, professore di studi africani all'Università dell'Illinois e autore di un recente volume sul cinema africano, parla apertamente di "lavoro culturale missionario", che ha permesso sì all'Africa di avere una cinematografia, "però ne è diventata dipendente e oggi il suo cinema è un fiore artificiale". Che si cerca tuttavia di tenere in vita. Dice Moussa Diallo, giornalista di spettacoli: "Approfittiamo del Festival del cinema di qualità per avere il massimo rendimento e riempire le sale dei nostri prodotti. Perché altrimenti arriva solo roba americana e indiana. Al massimo qualche pellicola d'azione prodotta a Hong Kong". Non cita Nollywood e del resto quello è un percorso assolutamente parallelo di dvd che si acquistano e si guardano in casa.
La tentazione di addossare la colpa della mancata crescita di una cinematografia d'autore a chi ha sovvenzionato i progetti perpetuando una colonizzazione culturale è forte. Francia e Belgio sono, ancora oggi, i Paesi più prodighi. E a loro si è affiancata l'Unione europea (30 milioni di euro destinati a registi delle ex colonie). Lamenta Joel Haikali, 31 anni, regista della Namibia: "Spesso il finanziamento si accompagna a clausole precise e così stringenti che finiamo per fare film adatti a un pubblico europeo e non al nostro".
Sta di fatto che l'insistenza sugli stessi temi ha prodotto un'assuefazione anche da noi europei. Ancora Mahir Saul: "In Europa il cinema africano era più conosciuto negli anni Novanta. Poi a forza di parlare di realismo locale il pubblico si è stancato dell'esotico". E persa l'Europa non si è conquistata l'Africa, almeno non con il cinema d'autore. Mahamat Saleh Haroun vede il disinteresse dei governi a sostenere l'industria: "E non per mancanza di soldi, ma per una precisa volontà politica". Qualcuno, più catastrofista, come Moussa Sene Absa, regista della Costa d'Avorio, si spinge a dire: "Il nostro cinema è in agonia. Se non è già morto".
Il periodo è difficile. I dvd prodotti e venduti illegalmente costano un quarto del prezzo del biglietto. Diverse sale chiudono i battenti. Eppure il fatturato globale del settore cresce. E si torna a Nollywood. Ai bordi della piscina dell'Hotel Indépendence prima di arrivare a celebrare il funerale del cinema, qualcuno prova a spezzare una lancia d'ottimismo. L'industria prima era drogata dalle troppe sovvenzioni straniere. Se ora invece cresce, dal basso degli studios nigeriani, un mercato florido, può darsi che col ricavato a qualche produttore venga in mente di fare il salto. E investa una parte del capitale guadagnato in prodotti d'eccellenza.
In fondo è la storia della cinematografia anche altrove a insegnare che quello è il percorso. Certo, poi ci vogliono buoni registi in grado di narrare buone storie. Ci saranno. L'importante è che ci sia qualcuno disposto ad ascoltare quelle storie. Sembra di sì, almeno a giudicare dal numero di ragazzi che prendono posto in sala durante il Festival di Ouagadougou. Molti di loro, arrivati dai villaggi, assistono a una proiezione per la prima volta. Quando si fa buio in sala, è la stessa magia di sempre. Si tratti di Nollywood o del lavoro di un maestro.
di Philip Ebels fonte l’espresso http://espresso.repubblica.it/dettaglio/hollywood-e-in-nigeria/2167944/9/1
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09/06/2011
Impariamo tutto dai nativi d'America
Impariamo tutto dai nativi d'America
Intervista al regista ospite di CinemaAmbiente: «La razza Michael CiminoIntervista al regista ospite di CinemaAmbiente: «La razza umana ha solo 150 mila anni, ma ha l'idea bizzarra che dominerà il pianeta per l'eternità»
Lo spazio e l'uomo, ovvero la natura che contiene il dramma dell'esistenza umana, una natura che può essere indifferente e leopardiana, un «personaggio» palpitante di vita, specchio romantico di sentimenti e emozioni, manifesto dolente dell'estinzione, scenario immane di una grande epica, visione struggente di un paradiso utopico.
Nel cinema immenso di Michael Cimino - 7 film diretti in tutto, più il corto nell'opera collettiva Chacun son cinéma ou Ce petit coup au coeur quand la lumière s'éteint et que le film commence (2007) - la natura non si protende mai verso il pubblico come succede adesso che il 3D è divenuta una prassi comune, ma abbraccia lo sguardo di chi lo contempla e lo pone dentro la pellicola con gentilezza, con rabbia, con orrore e con amore.
C'è un'affinità elettiva tra Cimino e la natura.
In questi giorni il grande regista è a Torino per dirigere la giuria del concorso della XIV edizione del festival di CinemAmbiente (dal 31 maggio al 5 giugno al Cinema Massimo), lente d'ingrandimento sul cinema che riflette sulle tematiche ecologiche e che ci mostra lo stato del pianeta e degli animali, homo sapiens sapiens compreso, che lo abitano.
Il cinema di Cimino - è dal 1996 che non dirige un lungometraggio - possiede il carisma dolente di una specie in via d'estinzione così come la sfrenata vitalità di un animale che sopravvive malgrado tutto gli sia avverso e ogni volta che si rivede un suo film è come se lo si vedesse la prima volta, perché il tempo lo muta e trasforma, adattandolo al presente e istaurando con la pellicola una dialettica nuova che proprio per la sublime inattualità nietzscheana dei suoi lavori risulta sempre attuale. Innamorato della letteratura russa ruba a Nobokov la più bella descrizione di un'opera d'arte: «è una forma di magia, complessa, fatta di incanti e inganni. Parlava di alta letteratura e alto cinema». Al festival Cimino introduce il suo ultimo film Verso il Sole, apoteosi catartica che ci conduce lungo le strade del Colorado, dell'Arizona e dello Utah alla ricerca di un luogo sacro che possa salvare la vita ad un carcerato evaso, malato di cancro, che ha preso in ostaggio il suo medico.
Il desiderio di continuare ad esistere e la consapevolezza e l'accettazione della propria fine, come in tutte le opere di Cimino, da Una Calibro 20 per lo Specialista (titolo italiano di Thunderbolt and Lightfoot), del 1974, in poi, diviene una questione universale e intimista insieme. Lo vediamo nello sguardo ridente, già sull'altrove, di Jeff Bridges ferito a morte nel film sopracitato, nel grandioso rancore di Mickey Rourke in Ore Disperate (1990), negli occhi già morti di Robert De Niro con una pistola alla tempia ne Il cacciatore (1978) e riflettersi nelle iridi dei coloni assassinati dai mercenari ne I Cancelli del Cielo (1980), nell'Anno del dragone (1985) e in Il Siciliano (1987). Abbiamo incontrato Michael Cimino durante il festival di CinemAmbiente.
Il cinema western, con la sua epica del panaroma, dei grandi spazi e delle terre selvagge può essere considerato il genere con la maggiore sensibilità ecologica ?
Dipende solo dal regista, dalla sua arte, dal suo spirito e dalla sua filosofia. Quello che dici è vero solo per i grandissimi autori, per un regista ordinario un panorama è solo una foto che si muove. John Ford è il migliore esempio di un cinema western con un'anima ambientale. Egli non veniva dal Far West ma dal Maine, il posto più a est degli Stati Uniti. Ma quando giunse nel West ne scoprì la grandezza e la bellezza. E se ne innamorò. Proprio come Theodore Roosvelt, il presidente americano, anch'egli era dell'est e quando arrivò ad ovest ne fu ammaliato. Prima di essere eletto si costruì un ranch, voleva diventare un cowboy più di ogni altra cosa. Amava i cavalli, la gente del west, le tradizioni del west. E quando divenne presidente fu il primo ad invitare a Washington i capi delle molteplici nazioni indiane, proprio alla sua cerimonia di insediamento. Così mostrò il suo rispetto agli indiani. Onorò il primo popolo d'America. Ma questo purtroppo non vale per tutti i presidenti, e nemmeno per la gente in generale. Alla maggior parte di persone non importa nulla degli indiani. Ed è una tragedia perché avrebbero tante cose da insegnarci e noi tanto da apprendere. Le loro idee sulla terra, la loro filosofia della natura... Solo adesso stiamo arrivando a comprendere quello che loro invece avevano applicato. L'unità di tutte le cose e che tutto sulla terra possiede uno spirito: la pioggia, la neve, le rocce, gli alberi. Tutto possiede la vita ed è quindi da rispettare. Non lasciavano mai un rifiuto dietro di essi, rispettavano la vita in ogni forma e il resto di ciò che consumavano diventava un vestito, una decorazione, un gioiello. Pregavano prima di uccidere un animale, ringraziandolo per la vita che cedeva affinchè i loro figli potessero sopravvivere. È una lezione unica che hanno provato a insegnarci ma che noi abbiamo ignorato. Adesso ci sono grandi professori che parlano di «Verde! Verde! Verde!» ma sta diventando una questione economica. Gli indiani sapevano tutto prima e non hanno mai lasciato una cicatrice sulla terra. Quelle sono arrivate con i bianchi.
Sembra che il cinema, sebbene sia un argomento che la realtà del presente ha riportato in auge con tutto il suo orrore, si sia dimenticato dello spettro del nucleare. Cosa ne pensa dell'utilizzo dell'energia atomica?
L'uomo è una creatura molto arrogante. La razza umana ha l'idea bizzarra che dominerà il pianeta per l'eternità. In realtà siamo qui da poco più di centomila anni mentre i dinosauri l'hanno dominata per milioni di anni. A quell'epoca esplodevano vulcani, si formavano delle isole, i continenti si spostavano. La terra agiva da sola, noi non c'eravamo. Poi siamo arrivati noi a costruire in posti dove pensavamo di restare per sempre. Non è stato l'uomo a creare lo tsunami che ha colpito il Giappone e nemmeno i tornado che flagellano l'America. Ma è la terra che procede indipendentemente dall'uomo, non possiamo controllarla. Abbiamo la presunzione di farlo. Questa arroganza ha portato alla costruzione degli argini di cemento sulle rive del Mississippi, che scorre da migliaia di anni, ma se il Mississippi deve straripare straripa lo stesso. Quindi se la natura vuole distruggere il Giappone lo farà, non possiamo fermarla. È impossibile. Gli ambientalisti dell'ultima ora sono convinti del contrario, tuttavia non abbiamo nessun controllo sulla Terra. È la terra che controlla noi. Usiamo l'energia atomica, mandiamo i razzi nello spazio, non molto lontano in verità, e così pensiamo di avere un potere divino. Pensiamo che noi e tutto quello che c'è sul pianeta sia permanente, ma ai dinosauri è bastato un meteorite per essere spazzati via dalla terra. Adesso stiamo impazzendo con l'energia atomica e siamo convinti che possa fare prosperare la nostra specie, ma basterebbe un altro meteorite. Non potremmo fermarlo sparandogli con i cannoni. E allora addio energia atomica, addio tutti. Non sapremo mai quanto resteremo su questo pianeta. Mai.
Sono circolate delle voci a proposito del fatto che un suo nuovo film sia in pre-produzione: «Men's Fate», un lungometraggio ispirato a «La Condizione Umana» di Andrè Malraux. Possiamo sperare di vederlo un giorno?
Lo spero anch'io. Si è vero, ci stiamo lavorando. Bisogna avere speranza, sempre.
Cosa ne pensa della Nuova America di Obama?
È un momento molto confuso e anche Obama mi pare confuso, una confusione che parte dall'alto e arriva dal basso. I cinesi dicono che il pesce puzza dalla testa.
Fonte: Federico Ercole - il manifesto
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24/05/2011
Il riscatto di Gibson inizia da un pupazzo (e da Jodie Foster)
Il riscatto di Gibson inizia da un pupazzo (e da Jodie Foster)
È tornato Mad Max, oppure Mad Mel, la luce suicida del suo sguardo in Arma letale, il martire plurimartirizzato di Braveheart, il cantore cruento di La passione di Cristo, il cantore selvaggio di Apocalypto, l’attore «più amato», secondo Jodie Foster, più odiato, secondo i mass media americani, degli ultimi anni. Sessista, razzista, violento, alcolizzato, scrivono quest’ultimi; «leale, riflessivo, profondo» ribatte lei. «Ciascuno risponde dei propri atti e io non sono qui per scusare i suoi. Ma per il mio film ci voleva qualcuno che fosse al tempo stesso brillante e drammatico, uno che sapesse che cosa vuol dire l’impulso distruttivo e il cercare di non restarne stritolato. Mel Gibson, insomma».
The Beaver ci ha messo un anno prima che la produzione si decidesse a distribuirlo. Mad Mel ci era ricascato, pestaggio della moglie, richiesta di divorzio con tanto di registrazioni di minacce e di offese accluse agli atti, un altro film, insomma, che però aveva a che fare con la vita e non con la finzione scenica. Quando finalmente è uscito negli Usa, la critica ha storto il naso (ma ha comunque salvato lui), il pubblico ha girato le spalle. «Non è un film per americani» dice senza tante perifrasi Jodie Foster, che l’ha diretto e interpretato. «Negli Stati Uniti hanno successo i generi ben precisi, la commedia, il dramma, il poliziesco, eccetera... Qui c’è una storia complessa, che può disorientare, che va seguita. Sono sicura che in Europa andrà meglio e d’altra parte si fanno film perché si amano, non perché si pensa che avranno successo. Film, sia chiaro, non proclami o messaggi: io non predico, faccio la regista, mi pongo delle domande, cerco di raccontare ciò che mi interessa».
The Beaver è la storia del crollo di Walter Black, sprofondato nel buco nero della depressione. L’industria di giocattoli di cui è manager va male, il suo matrimonio va peggio, il figlio più grande ha paura di diventare come lui e annota in maniera maniacale tutti gli elementi fisici e psicologici in comune, per poterli poi eliminare, il più piccolo scivola nel mutismo e nell’auto-isolamento, la moglie, alla fine, lo mette fuori casa. Tenta il suicidio Walter, ma fallisce anche in questo, come se nemmeno morire fosse alla sua portata. Condannato a vivere, cerca un’alternativa all’ansia che lo paralizza e lo divora: inventarsi un’altra identità, un nuovo io che prenda il posto del vecchio, che faccia tabula rasa del passato, che viva solo nel presente. La trova in un pupazzo di stoffa, con il volto e il corpo di un castoro: gli dà voce, è il suo alter ego, gli dice come deve comportarsi, cosa fare, cosa pensare. All’inizio l’esperimento funziona e un equilibrio viene ritrovato: ma è un equilibrio squilibrato, non può durare, prepara la catastrofe.
«È chiaro che siamo di fronte a un problema di schizofrenia mentale», dice Jodie Foster, che nel film è Meredith, la moglie di Jack. «C’è un bipolarismo fortissimo, passività ed esaltazione portati al loro massimo. A me interessava esplorare la psicologia di uno che comunque cerca a suo modo di resistere, di combattere, di cambiare. Conosco anch’io il peso della solitudine, e insieme il suo fascino pericoloso. The Beaver racconta anche questo, la necessità degli altri».
Jodie Foster è nel mondo dello spettacolo da quando era bambina. A tre anni troneggiava nella pubblicità della Coppertone (Ricordate? La bambina a cui un cagnolino tirava giù il costume...) a otto esordiva nel cinema, a nemmeno quattordici era la prostituta bambina di Taxi driver, con Sotto accusa ha vinto il suo primo Oscar come migliore attrice, con Il silenzio degli innocenti il secondo... Ha una laurea con indirizzo letterario, una casa di produzione, ha pensato a lungo di fare un film su Leni Riefenstahl, ha dei figli, ma non ha un marito, è considerata una donna molto intelligente e molto controcorrente. La scelta di Mel Gibson si spiega anche così, due esseri non politicamente corretti che si riconoscono e si capiscono senza bisogno di troppe spiegazioni.
«The Beaver è anche un film sulla famiglia» dice ancora: «È una sorta di tappezzeria della nostra vita, un fardello e però un’ancora di salvezza». Nel film, per autodifesa, Walter cerca di farne a meno facendone egualmente parte: è il castoro che parla e agisce per lui, che riannoda i fili del rapporto. Sa che è una finzione, ma è l’unico modo che ha per sopportare la realtà. Farne a meno significa ritornare a ciò che è stato, abbandonarsi di nuovo a quel nulla passivo che lo distrugge. Arriva però il momento in cui il confine si confonde, la finzione si fa realtà e impone una scelta, uno scontro fra ego che porta alla resa dei conti.
Ben recitato, senza sbavature, The Beaver allinea nel cast Jennifer Lawrence (Un gelido inverno) nella parte di Nora, la ragazza amata da Jaredh (Zachery Booth), il figlio diciassettenne di Walter, così spaventato dalla schizofrenia paterna da cercare di annullare la propria personalità per non doverne poi sopportare il peso.
Alla domanda se per Gibson sia stato in fondo terapeutico interpretare questo ruolo, Jodie Foster oppone un no comment. «Non ho idea, non voglio rispondere, è un’ipotesi. Quel che è certo è che Mel è un attore straordinario, il meno ingombrante e il meno problematico con cui abbia lavorato».
di Stenio Solinas - Fonte: il giornale [scheda fonte]
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05/05/2011
L'età dei gangster di Martin Scorsese
L'età dei gangster di Martin Scorsese
«Boardwalk Empire» presentato fuori concorso alla kermesse capitolina, primo episodio diretto dal regista italo-americano di una serie televisiva prodotta dalla Hbo. Anni Venti ad Atlantic City, inizia il proibizionismo e il sodalizio mafia/politica
Luce radiante di Atlantic City, anni Venti, gli anni del jazz, di Francis Scott Fitzgerald e delle sue «maschiette», antidoto alle dame della santa temperanza che aprono Boardwalk Empire, primo episodio diretto da Martin Scorsese della serie targata Hbo, la tv via cavo americana, leader nella produzione di altissima qualità. Il «pilot» delle dodici puntate (in onda su Sky dal gennaio 2011) è stato presentato ieri fuori concorso al Festival di Roma, dopo il red carpet del regista dell'Età dell'innocenza, arrivato nella capitale per presentare la copia restaurata di La dolce vita.
Italoamericano amante dei Goodfellas, Scorsese torna agli scenari della malavita sul lungomare della città del gioco d'azzardo, ricostruita (l'episodio è costato 18 milioni di dollari, 60 l'intera serie) nei colori sgargianti di un'epoca euforica che finirà il decennio con la Grande Crisi e la perdita del «sogno». L'incubo si annuncia già nella bellissima passeggiata al sole, sul bordo dell'Atlantico dove si specchia malinconico Enoch «Nucky» Thompson, politico fradicio di corruzione interpretato da uno Steve Buscemi mai così perfetto, in bilico tra delicatezza e criminalità, sensibile ai ricordi di un passato tragico (la moglie è morta giovane). Lo sguardo perso dietro la vetrina di una nursery, fisso sul fagottino dove scalpita un neonato... Porterà un mazzo di fiori a una povera signora finita in ospedale per le botte del marito che le hanno procurato un aborto mentre, in montaggio alternato, l'uomo viene pestato a sangue e gettato in mare dai poliziotti agli ordini del «benefattore». Un delinquente delicato, promotore della collusione mafia/politica che squaderna la sua mitologia, e ci presenta un Al Capone in erba, autista e guardiaspalle del boss ebreo di Chicago Arnold Rothstein (Nichael Stuhlbarg), seguito da «Big Jim» Colosimo (Frank Crudele), Lucky Luciano (Vincent Piazza) e il fratello sceriffo di «Nucky», congress-man sotto l'amministrazione Wilson.
Countdown nella notte (tra il 15 e il 16 gennaio 1920) che inaugurò il «regime secco» e il più florido mercato nero degli alcolici. Il proibizionismo rese allegri i gangster (come sempre), riuniti ad Atlantic City per un festoso brindisi che finirà solo nel 1933 con Franklin D. Roosevelt. L'epopea gangster scorre come un whisky al malto nello sguardo di Scorsese che abbandona i toni scuri delle allucinazioni maccartiste di Shutter Island e disegna un'America pop dalle tinte cangianti come i completi azzimati di «Nucky», promotore della nuova era, disinvolto nel trattare con la generazione dei gangster «moderni», cinici, sanguinari, dotati di uno slang incomprensibile per il vecchio padrino di Little Italy. Broccati, salotto dalle rifiniture dorate, un giradischi a tromba che spande musica operistica... arredamento cliché del mafioso di un tempo, socio della banda degli spacciatori di alcool illegale, distillato nelle cantine e nei retrobottega dei casinò. Sarà sparato alla testa in una pioggia di sangue perché non capisce cosa vuol dire «lattuga», verdone, dollaro e non ama il jazz.
Tra le mani dei neo-mafiosi circola la bibbia di Henry Ford, The International Jew The World's Foremost Problem (L'ebreo internazionale) fresco di stampa (esce nel 1920), guida antisemita e anticomunista prediletta da Hitler che nel 1938 insignì l'industriale di Detroit della Gran croce del supremo ordine dell'aquila tedesca. Filosofia di vita alla catena di montaggio, auto e alcool per tutti sotto la legge dei «capitani d'industria» in ghette e abiti gessati che in quegli anni si allenavano a governare l'impero.
Ideata da Terence Winter (I Soprano), prodotta da Scorsese (che firma solo il pilot) e da Mark Whalberg (attore in Departed), Boardwalk Empire, la serie, comincia in crescendo, accompagnata dal successo di critica e pubblico americani, e pronta a una seconda stagione. Difficile però mantenere la polifonia di Scorsese, le sfumature, i rimandi sociali in questo affresco crudele, un'altra «nascita di una nazione» alla maniera di Gangsters of New York. L'America dei mitra condita con l'innocenza perduta sul fronte della grande guerra del giovane allievo di Enoch «Nucky» Thompson, il biondino Jimmy Darmody (Michael Pitt, Dreamers di Bertolucci), moglie dolce e figlioletto, che aspira al vertice dell'associazione e che finirà per farsi killer autodidatta e doppiogiochista al servizio dell'agente dell'Fbi Nelson Van Alden (Michael Shannon). Occhi cerulei e ridenti compromessi da una smorfia depravata, «hanno fatto di me un assassino» - la guerra produce mostri - confesserà al suo paterno capo, «Nucky», che Buscemi rende sempre più ineffabile, sospeso, distratto. Personaggio enigmatico, rivolto a un altro cinema, alla New Hollywood e alla New Wave, alla scuola newyorkese, all'iperrealtà.
Martin immagina la sua giovinezza di fuorilegge della cinepresa, alle lezioni degli amici Corman, Cassavetes, De Palma, Coppola, e all'humour amaro del cinema delle origini, muto come Roscoe «Fatty» Arbuckle, una tonnellata di comicità, che appare in un filmino anni Venti proprio a commentare il proibizionismo. E se pistole e cadaveri inondano la scena, lui in bianco e nero annusa una bottiglia vuota - «odore dell'amata» - la sotterra e la cosparge di fiori. Non è solo un gangster-movie Boardwalk Empire, ma un film di pura marca Scorsese
di Mariuccia Ciotta fonte il manifesto
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03/05/2011
La signora DI SING SING
La signora DI SING SING
Lucana originaria della provincia di Matera, emigrata oltreoceano agli inizi dell'Ottocento, fu la prima donna condannata alla sedia elettrica negli Usa, per avere ucciso l'uomo che la maltrattava. Una storia sottratta alle secche della memoria da Idanna Pucci ne «La signora di Sing Sing», che ora Liliana Cavani racconterà in un film, interamente girato negli Usa
C'è un paese del Sud all'origine e ci sono tre donne di diversissima estrazione sociale che intrecciano le loro vite in questa storia: una donna povera ed emigrata in America, con l'uccisione di un uomo sulle spalle; un'altra ricca e generosa, impegnata per la sua difesa; una terza alla ricerca anni dopo delle storie di entrambe. C'è l'emigrazione con i suoi mali e i suoi pregiudizi (quelli di sempre) e c'è la fierezza e determinazione femminile a fronte di una cultura maschile povera e senza respiro. C'è poi il mistero di tante cose che riporta alla ribalta storie durissime e dimenticate. C'è infine la speranza, che non è l'ultima a morire come dice un proverbio consolatorio, ma la prima a vivere in questa storia riportata alla luce anni fa da un libro di una scrittrice (Idanna Pucci: «La signora di Sing Sing»), ripreso poi da uno spettacolo teatrale della compagnia lucana «SenzaTeatro» e infine, è notizia di oggi, dal cinema. Liliana Cavani dirigerà a breve la storia di Maria Barbella, emigrata lucana oltreoceano nel primo grande esodo di fine Ottocento, la prima donna condannata alla sedia elettrica negli Stati Uniti d'America.
La sceneggiatura è degli scrittori Andrea Purgatori e Jim Carrington, la produzione è quella di Renzo Rossellini per Rai Cinema. È in definizione il cast degli attori, ma il film sarà girato per intero, con qualche ripresa in Italia, negli Stati Uniti entro il 2011. La storia di Maria Barbella si appresta quindi a vivere una seconda, stavolta più clamorosa, notorietà. E dio solo sa quanto ci sia bisogno di storie da riportare alla luce in un'epoca che ha fatto della distruzione della memoria del passato il suo sport preferito. Racconta Idanna Pucci: «Quando mi imbarcai in questa avventura, alla ricerca di uno degli impegni sociali più importanti di una mia bisnonna di cui ignoravo tutto, le scoperte furono tante. Su Maria Barbella, soprattutto a Ferrandina, suo paese d'origine, ma non solo, fu tutto molto difficile. Nel paese non si sapeva nulla di questa concittadina di cui si erano perse persino le tracce e la data di nascita, recuperata a fatica negli archivi polverosi della chiesa cattolica. Fu comunque per me una scoperta affascinante per l'intreccio della storia, per i risvolti penosi dell'emigrazione su persone semplici spesso stritolate in meccanismi infinitamente più grandi di loro, per la genesi di un impegno di massa, il primo in assoluto, contro la pena di morte che mi intrigava e appassionava ». La bisnonna di cui parla Idanna Pucci è Cora Slocomb, ricca ereditiera americana, sposata a un friulano, che mise in moto il meccanismo di difesa di Maria Barbella.
Da Ferrandina agli Usa
Ferrandina, in provincia di Matera, è un bel paese della Val Basento di novemila abitanti, oggi in grave crisi per la ripresa dell'emigrazione, frutto della caduta del lavoro agricolo (olio innanzitutto, le cui olive vengono lasciate ormai spessissimo sulle piante perché non è conveniente raccoglierle) e del lavoro industriale nell'area a valle del paese. Ci sarebbe da mettere in piedi, approfittando della crisi che non è solo problema ma anche opportunità per cambiare, una politica nuova che faccia tesoro di tutti gli errori del passato per correggerli, ma non c'è nulla di tutto questo all'orizzonte. Né ci si può consolare con le tipiche case a schiera del centro storico o i bei monumenti o lo squisito sospiro, il dolcetto tipico del luogo che resiste saldamente agli attacchi della storia. Da questo paese, a fine 800 (la prima, grande ondata migratoria in Italia), precisamente nel 1892, emigrò con la famiglia la giovane poco più che ventenne Maria Barbella. Figlia di un sarto, giunse in America nel novembre del 1892 insieme ai genitori e 4 fratelli e si sistemò nella Little Italy newyorchese dopo il filtro umiliante di Ellis Island.
Lì la giovane trovò lavoro in una sartoria (otto dollari la settimana) e conobbe un giovane lustrascarpe, Domenico Cataldo, anch'egli emigrato lucano di Chiaromonte. Il giovane iniziò un corteggiamento insistente, con rapporti sessuali strappati con la violenza oltre che con la promessa di un matrimonio che invece si allontanava sempre di più. Domenico non solo non aveva nessuna intenzione di sposarla (tra l'altro aveva nascosto a Maria di avere già moglie e figli al paese d'origine) ma le disse che stava per rimpatriare. Maria non accettò tutto questo, e il 26 aprile 1895 raggiunse Domenico in un bar dove stava giocando a carte con un italiano. Alle richieste della donna di mantenere fede alla parola data Domenico rispose con brutalità: «Solo un porco ti sposerebbe». Fu un attimo, Maria tirò fuori da sotto lo scialle un rasoio e gli tagliò la gola. Il giovane morì quasi subito e Maria ripeté ai poliziotti che stavano per accompagnarla a «Le Tombs», le famigerate carceri di New York dove restò prima di finire a Sing Sing, l'unica cosa che le uscì dalla bocca in quel frangente disperato: «Ho preso il suo sangue così non prende il mio».
Maria Barbella dopo un primo processo sbrigativo e pieno di sottoculture razzistiche verso gli immigrati (siamo in epoca lombrosiana, tra l'altro), durato tre giorni, fu condannata amorte da eseguirsi sulla sedia elettrica da poco inventata. Il clima che si respirò in questo primo processo farsa fu del tutto violento e razzistico, come testimoniano anche i giornali del tempo in gran parte schierati contro la giovane. Scrisse ad esempio il New York Herald: «Se il professore Cesare Lombroso fosse in questa città, indicherebbe Maria come conferma di molte delle sue conclusioni riguardanti le donne criminali. Il suo aspetto mostra la predominanza della natura animale. La mascella è pesante, la fronte bassa e le orecchie sono sporgenti. Il lato destro del volto è più grande di quello sinistro. A dire il vero l'asimmetria è talmente marcata che il volto sembra essere stato violentemente contorto verso destra».
Arriva Cora
È in questo momento che la vita di Maria si intreccia con quella di un'altra donna del tutto diversa e opposta per estrazione sociale, Cora Slocomb. Cora è una ricchissima ereditiera americana di New Orleans che vive in Italia sposata a un nobile friulano, Detalmo di Brazzà, fratello dell'esploratore generoso del Congo francese (un antagonista del cinico Stanley). Ha deciso da sempre, fin da giovane, di dedicare la propria vita alla causa dei diseredati e soprattutto del mondo femminile. In Italia è un nome, ancora purtroppo poco indagato e valorizzato, nella storia della cooperazione femminile e dell'organizzazione industriale femminile tra fine Ottocento e Novecento.
Cora vive in Italia, in Friuli, e riceve i giornali americani. Un giorno legge in un breve trafiletto di prima pagina del New York Times la notizia che Maria Barbella aveva ucciso un connazionale ed era atteso il processo, quello che la portò alla condanna a morte sulla sedia elettrica, la prima donna condannata a morte con questo nuovo strumento. Immediatamente, com'è del resto il temperamento della donna, Cora convince il marito, con cui c'è un legame fortissimo, a seguirla negli Stati Uniti per la causa di questa giovane emigrata lucana. Va a trovare Maria dapprima a Le Tombs, poi, con la revisione del processo, la seguirà a Sing Sing, unica donna in un carcere di soli uomini (fu approntata ad hoc la cella per lei). Resta ancor più colpita dalla semplicità e ingenuità della ragazza e capisce che senza una mobilitazione forte resterà stritolata dentro un meccanismo infinitamente più grande di lei.
Del resto la sedia elettrica, nuovo barbaro strumento di morte, è lì che attende. Cora mobilita gratuitamente i tre avvocati più in vista di New York, stimola i giornali amici e tutto ciò che è utile nell'ambito del potere; oltre alla preparazione dell'opinione pubblica per questa causa a cui si dà anima e corpo. Ma, all'opposto, si prepara anche la controffensiva degli avversari. Si distingue, tra gli altri, soprattutto Charles Chapin, potente e cinico possessore di un giornale che le scatena contro una campagna durissima senza esclusione di colpi. Detalmo è preoccupato per la moglie e incontra il capo della polizia di New York per chiedere una protezione per Cora. Cosa che verrà accordata e sarà un altro emigrato italiano, poi divenuto famoso, Joe Petrosino, ad avere l'incarico di proteggere la donna. «Va detto che all'origine di questo impegno specifico per la ragazza lucana - riprende Idanna Pucci - c'era la vergogna profonda che Cora, americana, provava per come gli americani trattavano gli immigrati italiani.
L'energia e l'intelligenza di Cora e di altre persone da lei coinvolte in quella che ben presto diventò la prima campagna contro la pena capitale, riuscirono a mobilitare la stampa e l'opinione pubblica, a partire dagli immigrati del Lower East Side fino agli influenti abitanti dei quartieri alti di New York, dilagando in tutti gli Stati Uniti per arrivare all'Europa». Si riapre il processo che dura 24 giorni e alla fine, il 10 dicembre 1896, Maria viene assolta per «incapacità di intendere e di volere» nel momento dell'uccisione di Domenico. Fu la libertà per la giovane donna e il trionfo per Cora. Di Maria Barbella si perderanno sostanzialmente le tracce fin quando Idanna Pucci, pronipote della Slocomb, decide di mettersi a indagare una ventina di anni fa sulla vita della bisnonna e scopre il suo impegno per la giovane lucana. La passione per i diseredati e per la giustizia di Cora continuerà fino al tunnel del buio della malattia che prenderà la seconda parte della sua vita.Ma questa è un'altra storia, ancora tutta da raccontare.
di Michele Fumagallo
altra italia - MARIA BARBELLA il manifesto
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01/05/2011
Al cinema Iraq, contractor sulla strada più pericolosa del mondo
Al cinema Iraq, contractor sulla strada più pericolosa del mondo
«L'altra verità», un Ken Loach troppo onirico dentro la guerra
L'ALTRA VERITÀ DI KEN LOACH, CON MARK WOMACK, JOHN BISHOP, GB, 2010
La guerra non perde le prime pagine, e anche se L'altra verità (Route Irish, in concorso a Cannes 2010) si muove nello scenario iracheno ci parla sempre dei bombardieri «al servizio della pace» come orrore dei nostri tempi. Con le migliori intenzioni, però, Ken il rosso rischia il «fuoco amico» quando sceglie il punto di vista di un ex contractor alla ricerca della verità in questo film rarefatto, immerso in un azzurrino onirico. Tanto per sfuggire al cinema di propaganda, il regista inglese ci accompagna sulla Route Irish, che va da Baghdad all'aeroporto, «la strada più pericolosa del mondo», al seguito di Fergus (esordiente Mark Womack), devastato dai dubbi, e deciso a fare luce sull'uccisione in campo di un collega amico, Frankie (John Bishop) accusato di una strage di civili.
Metafora della guerra in Iraq, con i suoi trabocchetti, check-point, agguati e misteri, Route Irish è il luogo dove il 4 marzo 2005 l'auto che riportava a casa la nostra Giuliana Sgrena venne ferita dagli americani, e ucciso Nicola Calipari, agente dei servizi segreti che trattò per il suo rilascio. Teatro di un conflitto nel conflitto, la strada maledetta ci conduce, spettatori «embedded», dentro la psicologia dei famigerati body-guard che «gli iracheni chiamano mercenari», come dice l'autore del soggetto, Paul Laverty, autore anche dell'ultimo Loach, Il mio amico Eric (sul calciatore Cantona, 2009).
La filosofia «del fare i soldi» con i beni e i mali pubblici, morte compresa, dilania il protagonista, così Loach ci vuole ricordare che le società dei militari senza divisa, dalla Blackwater alla Halliburton di Dick Cheney, hanno incassato milioni di dollari in cambio di migliaia di vittime civili sparse nella polvere irachena. Body-guard di petrolieri e di operatori della «ricostruzione»: 9 miliardi di dollari volatilizzati tra frodi e corruzione. Ma il dettaglio esplosivo sta in un altro numero, l'ordinanza n.17 che assicura l'immunità agli agenti privati di fronte alla legge irachena. In vigore dal 2003 all'inizio del 2009 (Obama l'ha cancellata) ha permesso ai «cowboy» di Baghdad di compiere stragi e di restare impuniti.
È in questa cornice che combatte Route Irish, storia di due amici per la pelle e anche di più. Uno l'alter ego dell'altro, hanno tatuato sul petto il nome della stessa donna, Rachel (Andrea Lowe, biondina isterizzata compagna di Frankie), un corpo solo di erotismo virile. Frankie rimane ucciso sulla Route Irish, la sua auto esplode. A Liverpool i funerali. Fergus non si dà pace, anche perché è stato lui a convincere l'amico a seguirlo all'inferno per diecimila sterline al mese, e comincia l'indagine.
Chi ha ucciso Frankie e perché? Condividere lo sguardo di un mercenario è dura. Loach non ci risparmia le evoluzioni psico-fisiche di Fergus che si allena col mitra, si veste di grigio-azzurro e dorme in branda nel suo lussuoso loft come se fosse ancora al fronte. L'ex agente del Sas ha la sindrome di Rambo, del genere «quando entri nell'esercito ti mettono in modalità on, ma dopo nessuno preme il tasto off». Vai fuori di testa. Così il «nostro eroe» segue le tracce di un misterioso cellulare che Frankie gli ha fatto recapitare prima di morire. Appartiene a un autista iracheno ammazzato nella sparatoria che ha fracassato il suo taxi e ucciso un'intera famiglia, bimbi inclusi. Il telefonino contiene una video-testimonianza. È stato un certo Nelson, conosciuto come un pazzo sanguinario, mentre l'amico si era inutilmente opposto. La teoria della mela marcia? Qui il film vacilla ma si riprende attribuendo la responsabilità dell'omicidio di Frankie ai capi della società d'ingaggio. Loach illustra l'escalation dell'ex soldato a Liverpool, avvinghiato alle memorie belliche, alla tortura del waterboard con cui ammazza quel Nelson ritenuto colpevole, e protetto dall'ordinanza n.17.
Un po' documentario mancato, il film guarda da lontano i suoi personaggi, li manovra su partitura a tesi, li fiancheggia, partecipa ai loro rovelli interiori e cristianamente li condanna. Fergus si butterà nelle acque solcate dal battello che lo vide felice accanto all'amico. Sfuma la tensione verso una qualche rivelazione sui perché della guerra. È la debolezza umana che conduce al crimine, la tragedia dell'avidità e dell'irresponsabilità. Al di sotto della crudeltà annunciata, del cinismo di un mercenario sudafricano che dichiara (riferisce lo sceneggiatore Laverty) «ammazzare un iracheno era come far fuori un negro», Route Irish sembra una addolorata preghiera per i combattenti seppelliti «senza musica solenne e bandiera nazionale». In effetti, sono solo assassini prezzolati.
Il manifesto di Mariuccia Ciotta
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25/04/2011
FANTASY Thor, un bel tuono del New Mexico
FANTASY Thor, un bel tuono del New Mexico
In grado di gestire lampi, fragori e tempeste, Thor è il personaggio creato dal fumetto di Stan Lee e Jack Kirby, in arrivo nelle sale il 27 aprile. Intervista al regista Kenneth Branagh, responsabile di questa colossale trasposizione sul grande schermo, in 3D
Corporatura possente da statua greca (o da megabietolone australiano), linguaggio secco (e vagamente aulico), grande coraggio al limite dell'incoscienza, testardo al massimo e con un Mjöllnir, il martello degli dei, che «fa servizio e torna indietro». Così oggi Thor, il dio del tuono- il prossimo supereroe Marvel (dopo Hulk e prima di Captain America, previsto per l'autunno) a sbarcare sul grande schermo, nella coinvolgente fantasmagoria liquida del 3D, in uscita nelle sale dal 27 aprile - ha le sembianze di Chris Hemsworth (il capitano Kirk dello Star Trek diretto da J.J.Abrams), interprete principale della pellicola, diretta da Kenneth Branagh, l'attore inglese che non disdegna di passare anche dietro la macchina da presa. Protagonista di un fumetto popolare prima negli Usa e poi amatissimo in mezzo mondo, ideato nel 1962 da Stan Lee (testi) e Jack Kirby (disegni). «È stato Stan Lee a dirmi che nel fumetto originale, Thor doveva essere qualcosa a metà tra Shakespeare e la Bibbia - ha detto Branagh, in conferenza stampa a Roma, insieme con Hemsworth- Io volevo mantenere questo linguaggio alto e colto, ma mantenendo comunque una sensazione di naturalezza.
Ho cercato di fare quello che ho sempre fatto con Shakespeare nei miei film, rispettarne la lingua, ma renderla naturale e accessibile». Proprio il dualismo, tra le avventure nell'America attuale e la vita nella corte di Asgard, uno dei nove Regni della Cosmogonia Norrena, o nell'universo di Jotunheim, il pianeta dei Giganti di Ghiaccio, e il continuo passaggio, dal mondo fantascientifico con i paesaggi mozzafiato e le atmosfere glaciali a quello terreno con i cieli blu del New Mexico, è una delle invenzioni avvincenti e divertenti del kolossal, durata oltre due ore, grande impiego di mezzi, scenografie e ambientazioni molto curate e documentate (alcune pagine del fumetto compaiono quasi da citazione, in apertura), con riferimenti a Siddharta di Herman Hesse e Metropolis di Fritz Lang.
I realizzatori si sono lasciati ispirare dai miti nordici dei Vichinghi, così come il pantheon dell'Olimpo greco, ma anche alcune figure chiave della drammaturgia shakespeariana, come Enrico V, oltre all'opera di Wagner sui conflitti padre-figlio: «Alcune pagine di Thor me le immaginavo proprio col sottofondo della Cavalcata delle Valchirie - dice Branagh - Ma è stata la stessa Marvel a riprendere i miti scandinavi, così come quelli greci e romani. Non è solo la storia di Thor, il principe che cade e perde tutto: la famiglia, gli amici, il potere ma riesce a riscoprire se stesso. Ma c'è tutto il mondo di Thor che viene evocato, con altri personaggi fantastici, creature del sottobosco di grande fascinazione. Gli scenografi hanno studiato le architetture e le credenze religiose dei popoli scandinavi, le pitture rupestri e le scene dei combattimenti».
Thor, figlio di Odino e Dio del tuono, viene mandato sulla Terra e costretto a vivere tra gli umani perchè ha deluso il severo padre, sovrano regnante su Asgard, che lo ha così esiliato in un mondo in cui non ha più poteri. E ha fatto bene. Perchè sulla terra il cocciuto e impavido Thor imparerà ciò che serve davvero per essere un vero eroe e troverà anche l'amore, in una scienziata che studia i fenomeni sovrannaturali (Natalie Portman). Naturalmente sarà aiutato dai suoi amici, guerrieri d'esperienza, un po' eccessivamente punk. E risolverà un problema familiare difficile, il rapporto col fratello Loki. «Quello di Thor - spiega il regista - è un tema classico che la Marvel ha voluto che realizzassi in maniera allo stesso tempo ricca e leggera. Per me era la sola storia di Thor che volevo raccontare e su cui dovevo concentrarmi. La Marvel invece mi ha chiesto espressamente di fare questo film in 3D. Loro volevano investire molto in queste tecnologie che, devo riconoscere, riescono davvero ad amplificare le impressioni».
C'è anche un mega-progetto a venire, da parte della Marvel, ovvero Avengers (Vendicatori) che vedrà nel 2012 tutti gli eroi della Marvel (Thor, Capitan America, Hulk ...) uniti in un film che sarà firmato da Joss Whedon. Il mio rapporto con i supereroi? «È quello che hanno tutti i bambini quando si ritrovano a correre nel corridoio immaginando di essere supereroi- spiega il palestrato Hemsworth, sei mesi d'allenamento fisico per entrare nella parte- La cosa bella nel mio caso è che alla fine mi sono ritrovato da grande ad interpretare davvero uno come Thor, un dio bellissimo e invincibile». Per Branagh, invece, «tutti questi superoi evidenziano lo stato di crisi attuale e la necessità d'evasione. Forse è solo la voglia di un nuovo idealismo, di un eroismo personale, l'unico che conta davvero. Penso, ad esempio, a personaggi politici come Obama o Nelson Mandela, persone che sono come noi, ma anche capaci di risolvere i problemi, persone che ispirano forza e dovere a tutto il mondo».
Flaviano De Luca fonte il manifesto
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09/04/2011
Stress, donne e pubblicità Vita del signor "Mad Men"
Stress, donne e pubblicità Vita del signor "Mad Men"
Per chi è poco avvezzo al mondo della pubblicità o non si è lasciato incuriosire dal grandissimo successo della serie televisiva Mad Men, il nome di Jerry Della Femina risulterà nuovo. Della Femina è stato ed è tuttora considerato un vero e proprio guru fra i copywriter. Autore di alcune delle pubblicità più discusse degli ultimi quarant’anni, personaggio sopra le righe (ricordate la frase «Hitler ha sterminato sei milioni di ebrei, ma prima ha dovuto far fuori sei milioni di libri»?), repubblicano, celebre per i suoi messaggi aggressivi, provocatori, ironici delle proprie campagne, ha avuto il merito di svelarci, in un libro del 1970, il dietro le quinte di questo lavoro. Un libro che viene ora pubblicato da Rizzoli Bur con il titolo Da quei bravi ragazzi che si sono inventati Pearl Harbor (pagg. 326, euro 12,50).
Gli anni sono quelli del Sessantotto, della contestazione politica, della guerra in Vietnam, della liberazione sessuale, del rock. E se nel Greenwich Village Bob Dylan e Allen Ginsberg stanno cambiando il linguaggio, a Madison Avenue un altro linguaggio, quello della pubblicità, dei copywriter e degli art-director sta per essere rivoluzionato. Jerry e altri mad men come lui portano una ventata di aria fresca. Il consumatore non deve essere più trattato come un bambino, accudito e coccolato, spiega Della Femina. Il pubblico degli anni Sessanta ha raggiunto l’età adulta. E così anche la pubblicità deve cominciare a parlare un linguaggio realistico. La rivoluzione comincia quando alcuni creativi realizzano per la Volkswagen una campagna pubblicitaria inedita, dove si ammette che in alcune occasioni anche i loro prodotti possono essere fallati. Come dire: non tutte le ciambelle riescono col buco, ma noi ce la mettiamo tutta. Seguono il Marlboro Man e L’Allegro Gigante Verde inventati da Leo Burnett, e poi le pubblicità progresso, i primi attori reclutati per le réclame.
I pubblicitari sono presentati come gente folle: si direbbe un ingrediente essenziale per restare a galla. Spesso hanno avventure extraconiugali, si ubriacano con regolarità e a volte si ritrovano per strada senza un soldo. Perché il loro è un lavoro creativo e giovane dove, una volta raggiunto l’apice, si tende facilmente a precipitare. Altri giovani avanzano. C’è gente che accoltella telefoni perché squillano troppo, gente che viene sorpresa con le braghe calate, altri che lavorano solo di notte e chiedono turni di lavoro insostenibili. Figure che sembrano uscite direttamente dalla pazza America anni Sessanta di Vonnegut (che, coi suoi slogan, sarebbe stato un pubblicitario perfetto). Gente che è arrivata a far parte di quel mondo perché, come si dice, aveva un sogno. Ma non sempre è il sogno che ti aspetti. È il caso di Della Femina: mentre faceva il fattorino per il New York Times aveva visto i copywriter dei grandi magazzini seduti coi piedi sulla scrivania a far niente e aveva deciso di diventare uno di loro.
Ma la realtà è prosaica, una volta giunti in trincea. Il copywriter non è semplicemente quello che scrive la frase sotto la foto, circondato da ragazze che vogliono fare l’amore con lui in ufficio. Il mestiere è stressante, in molti hanno bisogno dello strizzacervelli. I clienti appaiono e scompaiono. Quando si precipita, si precipita tutti. Il licenziamento è sempre dietro l’angolo. C’è la censura, la terribile censura degli anni Sessanta, che arriva a scandalizzarsi se un’attrice dice «è sicuro» pubblicizzando un detergente intimo. E poi ci sono le regole del gioco, spesso imprevedibili. Che cosa fa preferire una benzina all’altra? Come si può promuovere una banana senza cadere nel ridicolo (ci riuscì la campagna della Chiquita)? Come evitare errori clamorosi (a esempio, la campagna pubblicitaria «Il lamento di Ballatine» che venne fatta ispirandosi al famoso romanzo di Philip Roth, solo che a nessun bevitore fregava nulla di Roth). A tutto questo si aggiunge la frustrazione di fare un mestiere creativo dove però l’artista rimane sempre nell’ombra. Molti copywriter credono di essere all’altezza di Faulkner o Hemingway ma si dimenticano una cosa essenziale: nessuno compra un giornale per leggere le pubblicità.
Il copywriter è costretto a osservare ciò che la gente è davvero. E così Da quei bravi ragazzi che si sono inventati Pearl Harbor (il titolo è una frase inventata da Della Femmina per una campagna pubblicitaria della Panasonic) descrive l’America alla fine degli anni Sessanta e ciò che sarebbe diventata: l’arrivismo, la voglia di evasione, gli impulsi sessuali, l’insoddisfazione. Quei copywriter erano i mad men che stavano giocando a dadi col mondo. Sulla East Coast, a New York, dentro un ufficio oppure in un bar davanti a un Martini. Erano coloro che avevano inventato Pearl Harbor.
di Gian Paolo Serino il giornale
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21/01/2011
Qualunquemente, molto più di un film
Qualunquemente, molto più di un film
Nel 1991 quel film di Daniele Luchetti, Il portaborse, interpretato da Nanni Moretti nei panni dell'onorevole Cesare Botero, anticipò lo scandalo di Tangentopoli che di lì a poco avrebbe trascinato nel fango l'oligarchia partitocratica della Prima Repubblica. Metteva a nudo il linguaggio vuoto della politica, un velo brumoso che allora copriva brogli elettorali e corruzione. Quest'anno il personaggio di Antonio Albanese, il Cetto del film Qualunquemente che venerdì uscirà nelle sale, pur privilegiando il registro comico, appare ancora una volta come lo specchio in cui il paese vede riflessi i suoi vizi peggiori.
Vizi che in politica si traducono nell'allergia alle regole e in un'irreferenabile propensione alla corruzione. Se poi aggiungiamo che il mezzo e il fine della politica stessa si riassume nel motto di Cetto La Qualunque candidato sindaco, «più pilu per tutti», è facile capire quanto il film di Giulio Manfredonia parli il linguaggio dell'attualità e della denuncia condotta con ironia. Albanese ha ragione quando dice che ci salveremo dai politici alla Cetto rendendoli ridicoli, ma quando i politici, senza bisogno della satira, si rendono ridicoli da soli, il cinema può fare di più, può ingenerare consapevolezza, soprattutto alla luce di una conclusione narrativa che certo non è assimilabile a un "lieto fine".
Il viaggio che lo spettatore compie con Cetto La Qualunque, tornato nella sua Marina di Sopra dopo quattro anni di latitanza, riabbracciando i compari dinanzi a un mare devastato dall'abusivismo (anche grazie a lui) per poi trionfare come un piccolo imperatore cafonal dinanzi a concittadini ammaliati da ballerine e buoni benzina regalati, non riguarda solo una regione del Sud ma coinvolge l'Italia indifferente alla legalità e alla perenne ricerca dell'aiutino. Un'Italia che è quella di chi getta i mozziconi di sigaretta tra le sterpaglie, di chi parcheggia il suv con arroganza, di chi non paga le tasse e non fa la ricevuta fiscale, ma anche l'Italia dei politici che confondono la libertà con l'inerzia delle indagini e che spacciano per nuovo il familismo più sfrenato (nella lista di Cetto ci sono, non a caso, solo candidati che si chiamano La Qualunque).
Lui stesso anticipa al figlio Melo le virtù dinastiche della politica: «Io sarò sindaco e tu, per legge, vicesindaco». Quella di Cetto è la politica dell'ipocrisia dettata dai consulenti d'immagine che sembrano improbabili personal trainer (come il Jerry Salerno del film interpretato da Sergio Rubino, un barese che si finge milanese e che esegue esercizi di tai chi per concentrarsi salvo piegarsi alla fine anche lui alla "legge del pilu"): farsi vedere in piazza solo con la moglie legittima, assistere alla messa, visitare ospedali e ospizi, tenersi buoni i conduttori di talk show. Mezzucci rispetto alla propaganda più animalescamente sincera di Cetto che al giornalista che gli chiede lumi sul programma elettorale risponde: «Quello è un dettaglio, magnate una pizzetta va'...».
Ma attenzione: la politica delle promesse iperboliche è solo una delle tante maschere del personaggio, non la sua vera essenza, riconducibile a una mentalità, a una sottocultura di luoghi comuni, a una certa idea delle donne divise in categorie dai confini determinati. L'amante sudamericana si chiama "Cosa", la moglie può pregiarsi di un nome vero, Carmen. Ma quando la consorte legittima protesta per l'arrivo in casa dell'intrusa Cetto la mette a tacere con un ordine: «Carmen, porta il caffè». La filosofia del "pilu", insomma, si declina in vari atteggiamenti, è forzata in aspetti caricaturali ma credibili per i rimandi al maschio all'antica che porta il figlio da una prostituta per la sua iniziazione sessuale dopo averlo rimproverato perché la fidanzatina che si è trovato non è abbastanza formosa: «È piatta, non ha le minne... Dimmi, dove ho sbagliato?». Se non siamo tutti, per fortuna, come Cetto, di certo abbiamo avuto a che fare con i tanti Cetto che popolano il nostro mondo quotidiano e, purtroppo, istituzionale. «Si partiva - spiega il regista - da una certezza consolidata.
Un personaggio nato per il teatro e il piccolo schermo è diventato in pochi anni una grande maschera italiana, degna della miglior tradizione del nostro paese, e penso non solo alla commedia dell'arte e alla tradizione lontana, ma anche a personaggi più recenti, su tutti a Fantozzi. Anche lui è nato in tv ed è felicemente traslocato poco dopo al cinema. Anche noi, come si fece con lui allora, avevamo l'arduo compito di dar vita al mondo di Cetto, costruire cioè attorno a lui quell'acquario fantastico nel quale potesse nuotare a suo agio, in armonia. Per far questo abbiamo tentato di usare le armi proprie del cinema».
Il mondo di Cetto è l'apoteosi del cattivo gusto, dove domina l'opulenza volgare dell'oro e delle tappezzerie in rosso. L'autocelebrazione del suo ego narcisistico, celebrata tra busti di imperatori romani e false statue egizie, tra decine di suoi ritratti, vasche idromassaggio e icone di santi, recita con la complicità di una corte compiacente il conseguente "meno male che Cetto c'è" (che nel film diventa «se c'è pilu non ci manca proprio niente»). Un mondo dove ogni elemento ha una sua coerenza con l'insieme e guardando il quale si ride, certo, ma si prendono anche salutari distanze. Si consolidano differenze. È soprattutto per questo, alla fine, che Albanese merita più di un applauso.
di Annalisa Terranova - Fonte: secolo d'italia
21:34 Scritto in cinema e tv | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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