07/04/2013

La dura legge della conquista

La dura legge della conquista

 

Un sentiero di lettura sui rapporti di sudditanza tra Occidente e popoli colonizzati a partire da una analisi critica del complesso sistema di norme che ha legittimato la distinzione razzista tra il «noi» e il «voi» 


«L'Africa è lo sgabuzzino delle porcherie, ci si va a sgranchirsi la coscienza». Sono le parole di Ennio Flaiano, nel celebre romanzo Tempo di uccidere, pubblicato nel 1947. Una citazione questa che restituisce con rara efficacia il quadro complessivo del colonialismo italiano, la sua persistente rimozione, così come l'oblio della questione coloniale dall'orizzonte degli studi storici e giuridici di una lunga stagione (pari alla sottovalutazione del ruolo svolto dal diritto nell'esperienza coloniale degli Stati europei).
In un paese afflitto da interessate perdite di memoria, non stupisce che per lungo tempo non sia stato aperto quello sgabuzzino. Le vicende inerenti alla perdita delle colonie italiane (in guerra), la totale auto-assoluzione nei confronti dell'esperienza coloniale e un processo di decolonizzazione - della stessa memoria - subito dall'alto e poco elaborato, sono alcuni dei fattori che spiegano il ritardo degli studi.
L'intreccio tra perdita della memoria e continuità di strutture, istituzioni e personale al servizio dell'Oltremare ha alimentato a lungo una pubblicistica quasi esclusivamente agiografica ed al contempo ha contribuito alla costruzione di vari stereotipi, legittimanti prima e autoassolutori poi, attorno a un colonialismo italiano improvvisato, straccione, ma in fondo mite (di «italiani brava gente»).


Cartografie del presente
Solo dalla metà degli anni Ottanta gli storici hanno iniziato ad affrontare quel rimosso, producendo contributi sempre più preziosi sulla storia dell'espansione coloniale, sull'Africa colonizzata dall'Italia, su singoli aspetti e tornanti dell'imperialismo italiano. Anche negli studi giuridici si è registrata negli ultimi anni una non trascurabile «svolta».
A partire dall'importante contributo che qualche anno fa la rivista «Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno» ha dedicato al diritto coloniale tra Otto e Novecento, sino a giungere ai due recenti saggi di Gianluca Bascherini (La colonizzazione e il diritto costituzionale. Il contributo dell'esperienza coloniale alla costruzione del diritto pubblico italiano, Jovene) e di Luigi Nuzzo (Origini di una Scienza Diritto internazionale e colonialismo nel XIX secolo, Klostermann) dedicati a questo tema, la riflessione sul nesso fra diritto e colonizzazione si è arricchita, soffermandosi su quella «stretta complementarità fra il "dentro" e il "fuori", fra la metropoli e la colonia, fra l'Europa e il "mondo"» evocata da Pietro Costa nella bellissima introduzione al numero della rivista fiorentina. 
Se varie sono le ragioni che possono aiutare a comprendere la persistente rimozione di questo difficile capitolo, altrettanto numerosi sono i motivi che sollecitano gli studiosi a indagarlo, soprattutto nelle sue implicazioni rispetto alla storia nazionale, legati in parte al compiersi di un ricambio generazionale nelle università e in parte al fiorire in area anglosassone dei postcolonial e subaltern studies. 


Il razzismo istituzionale
A livello internazionale, negli ultimi venti anni, grazie alle suggestioni e alle spinte provenienti dagli studi postcoloniali, il rinnovato interesse verso le tematiche coloniali ha suscitato un vivace dibattito che, superati i confini della filosofia e della critica letteraria in cui era nato, ha contaminato la riflessione storica, geografica, fino a ridefinire lo spazio teorico entro cui può darsi ogni nuova interpretazione del mondo odierno. In Italia, per merito dei lavori di Sandro Mezzadra e di Miguel Mellino, la teoria postcoloniale ha avuto un peso rilevante non solo nel mutamento di sensibilità culturale nei riguardi del colonialismo, ma anche nel rinnovamento profondo del nostro pensiero critico (come dell'agire politico).
Forti di questo retroterra i due lavori di Bascherini e Nuzzo affrontano con grande rigore analitico i complessi rapporti tra diritto metropolitano e diritto coloniale. Bascherini mostra come costituzionalismo e colonialismo «lungi dall'essere esperienze contrastanti» o solo coesistenti, si rivelino in realtà «lungamente e intimamente connesse». L'intreccio tra l'impresa coloniale e «tornanti di assoluto rilievo della storia costituzionale» (dall'incompiuto processo di unificazione nazionale, alla crisi dello Stato liberale, al ventennio fascista) lo inducono a domandarsi se proprio l'esperienza del colonialismo non abbia costituito «una sorta di dark side della cultura giuridica che ha accompagnato quei processi». In questo senso, una visione non scissa tra il diritto metropolitano e quello coloniale permette di inquadrare il contributo dato dai giuristi alle imprese coloniali, alla loro legittimazione e al relativo dominio nell'Oltremare, e soprattutto di comprendere la connessione profonda tra colonia e «madrepatria», tra suddito dell'una e cittadino dell'altra. 


Da una parte, la «madrepatria» fornì alla colonizzazione gli strumenti giuridici necessari, ma dall'altra le stesse elaborazioni della cosiddetta giuscolonialistica retroagirono sul diritto metropolitano. In colonia insomma «si elaborarono saperi e pratiche che in seguito» troveranno applicazione nella madrepatria. Come di recente sottolineato in un altro importante studio, La legge della razza. Strategie e luoghi del discorso giuridico fascista, di Silvia Falconieri (Il Mulino), forte fu, ad esempio, l'effetto di ritorno delle pratiche coloniali sull'ordinamento e le istituzioni della metropoli per ciò che concerne l'istituzionalizzazione del razzismo.
Nuzzo, approfondisce, con un'indagine storica di grande interesse, quelli che furono gli inizi paradossali del diritto internazionale e il suo ambiguo rapporto con la vicenda coloniale europea, allorquando le mire imperialiste e gli interessi in gioco imposero «ai giuristi europei di tematizzare le relazioni diplomatiche che i governi occidentali già da tempo intessevano con i paesi islamici del bacino del Mediterraneo o che si avviavano a stabilire con gli Stati orientali» e con l'Africa. 


Il terrore della legge
Il diritto internazionale fu la nuova scienza giuridica che, nel XIX secolo, presentandosi come storica, cristiana, positiva, volle porsi come l'unità di misura del mondo civile, «ma che allo stesso tempo rivendicò, in virtù delle sue radici cristiane, una vocazione universale in grado di superare i confini dell'Occidente» e di ricomporre quelle distinzioni tra «noi» e gli «altri» che pure non cessò mai di produrre. All'interno di una rappresentazione dell'ordinamento giuridico internazionale unitaria, si sospese l'applicazione del diritto internazionale nei confronti delle popolazioni extraeuropee, affidandole al diritto consolare e al diritto coloniale. Fu un'operazione complessa che, spiega Nuzzo, «presenta sorprendenti affinità con altre ipotesi particolarmente sfuggenti» come lo stato d'assedio, lo stato d'eccezione, o l'occupazione militare bellica, «casi limite, cioè, in cui la tenuta dell'ordinamento sembrava essere assicurata solo attraverso la sua sospensione e la disapplicazione delle garanzie dello Stato di diritto».
Il diritto coloniale, in quanto eccezionale, andava legittimato e fatto convivere, nelle sue deroghe e principi «differenziali», con l'universalismo dello stato di diritto metropolitano, combinando terrore, diritto e legge, secondo peraltro un paradigma giunto sino a noi: quello dell'«inclusione differenziale». È proprio questa categoria analitica, la cui storia si fonda «nella modernità coloniale», a sembrare oggi assai utile per indicare «alcuni dei tratti salienti della globalizzazione capitalistica contemporanea» (Mezzadra, La condizione postcoloniale. Storia e politica nel presente globale, ombre corte).


Si tratta dunque di studi che non solo consentono di indagare problematiche spesso tralasciate in quanto scomode, ma che soprattutto ci permettono di fare i conti con il peso della vicenda coloniale rispetto al quadro odierno, nel quale i movimenti migratori continuano a squarciare il velo delle menzogne della civilizzazione.
D'altronde nonostante crescano sempre più le ricerche sul colonialismo, esso stenta ancora a sedimentarsi nella coscienza nazionale. Si pensi solo al preoccupante silenzio di questa pagina della storia italiana nelle passate celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia, coincidente, oltretutto, con l'inquietante ricorrenza del centenario dell'impresa libica, proprio mentre l'Italia si apprestava a partecipare ad una nuova guerra scatenata contro la sua ex colonia.

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PERCORSI DI LETTURA
 Il grande saccheggio. E uno sguardo alla prassi penale per sudditi d'Africa 

In Italia nell'introduzione e pubblicazione degli studi postcoloniali un ruolo rilevante è stato svolto dalla casa editrice Meltemi: si ricordano, tra gli altri, Miguel Mellino, «La critica postcoloniale. Decolonizzazione, capitalismo e cosmopolitismo nei postcolonial studies»; R.J.C. Young, «Introduzione al postcolonialismo»; A. Mbembe, «Postcolonialismo». Di Mezzadra oltre al testo citato si rinvia a «Diritto di fuga. Migrazioni, cittadinanza, globalizzazione» (ombre corte). Tra i testi più importanti relativi al diritto e alla giustizia coloniale vanno menzionati il libro curato da A. Mazzacane, «Oltremare Diritto e istituzioni. Dal colonialismo all'età postcoloniale» (Cuen), quello di L. Martone, «Giustizia coloniale. Modelli e prassi penale per i sudditi d'Africa dall'età giolittiana al fascismo», (Jovene) e sull'oggi U. Mattei, L. Nader, «Il saccheggio. Regime di legalità e trasformazioni globali», Bruno Mondadori. Infine di recentissima pubblicazione sulla storia del colonialismo italiano si rinvia ai due fondamentali volumi di G.P. Calchi Novati, «L'Africa d'Italia. Una storia coloniale e postcoloniale» (Carocci) e di N. Labanca, «La guerra italiana per la Libia», 1911-1931 (il Mulino).

 

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FONTE: CHIARA GIORGI, IL MANIFESTO |  

 

Aiuto, i nostri romanzi hanno perso le emozioni .

Aiuto, i nostri romanzi hanno perso le emozioni .

 

Test sui cinque milioni di libri di letteratura pubblicati dal 1900 al 2000 Sempre più rare le parole come felicità, rabbia, disgusto. Resiste la paura.


ROMA. Lo “spirito del tempo” è ineffabile per definizione. Ma un motore di ricerca - anche in questo - può essere d’aiuto. Prendiamo Google e i cinque milioni di libri pubblicati tra il 1900 e il 2000 che sono stati digitalizzati e riposano nella sua pancia. In questi 500 miliardi di parole, nel corso del secolo, le espressioni legate alle emozioni sono diventate sempre più rare. I libri che trasudano sentimento non mancano certo, eppure pochi di noi esiterebbero a definire il nostro “spirito del tempo” come orientato verso un progressivo inaridimento.
Le galassie di parole legate a rabbia, disgusto, paura, gioia, tristezza e sorpresa sono diventate sempre più rare nei nostri libri. Lo ha calcolato un gruppo di antropologi e informatici coordinato dall’università di Bristol. A resistere è solo la paura. La presenza della più ancestrale fra le nostre emozioni è scesa nel corso del secolo, ma si è ripresa dagli anni ’80. E la curva della gioia - si legge nello studio uscito oggi sulla rivista Plos One - segue un andamento sorprendentemente vicino agli avvenimenti storici del ’900. Le espressioni di felicità in letteratura aumentano nei primi due decenni del secolo per poi inabissarsi con la Grande Depressione e l’arrivo delle dittature fino al conflitto. Il dopoguerra segna una ripresa, annullata negli anni ’70. Al ritorno di un certo ottimismo si assiste dagli anni ’80 al 2000.


«Abbiamo fotografato un andamento. Non ci azzardiamo a dare interpretazioni» spiega Alberto Acerbi, antropologo all’università di Bristol e coordinatore dello studio. «Le parole che esprimono emozioni hanno subito un calo eclatante. I dati sono nitidi, specialmente in corrispondenza degli eventi storici. Ma per legare le nostre osservazioni all’emergere di correnti letterarie avremmo bisogno dell’aiuto degli esperti».
Lo studio è limitato ai libri pubblicati in inglese. Per quanto riguarda l’Italia, il linguista Tullio De Mauro ha un’impressione diversa. «Studiare la frequenza dell’uso delle parole può aiutarci a capire come varia una cultura. Ma se dovessi dare un giudizio sulla lingua italiana, direi che è sempre più ricca di espressioni legate a sentimenti e di termini astratti. Crescono in maniera sorprendente le parole emotive e volgari insieme. L’“Antilingua” descritta da Italo Calvino (l’italiano astratto e vuoto parlato dal brigadiere) ha preso il sopravvento sulla lingua concreta del portiere. È come se chi scrive in italiano fosse preda di una sorta di “terrore semantico”».


Scavando in quella zuppa di parole che Google ha riversato nel suo database (i libri, pari al 4per cento di tutti i volumi stampati nella storia, sono stati digitalizzati, ma non sono leggibili e l’elenco dei titoli è segreto per non violare i diritti d’autore), è emerso anche che la letteratura americana resta più emotiva rispetto a quella british. «Mentre in Gran Bretagna andavano le storie di spionaggio di Le Carré e Fleming, gli Usa avevano Vonnegut e Vidal » spiega Acerbi.
In passato con metodi simili si era visto che l’“umore” degli utenti di Twitter può essere usato per prevedere la borsa o i risultati elettorali. Che diventare famosi oggi è molto più facile rispetto a un secolo fa, ma la popolarità ha durata brevissima. Che Dio non è morto, ma appare un terzo delle volte nei nostri libri rispetto al 1850 e che le canzoni rock americane dagli anni ’80 usano spesso la parola “io”, poco il “noi” e sono sempre più ricche di “odio”, “uccidere” e “vaffanculo”. Lo spirito del tempo, chiaramente.

 

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Fonte: ELENA DUSI, la Repubblica |

04/04/2013

LA CRITICA FILOSOFICA E IL TRAMONTO EUROPEO

LA CRITICA FILOSOFICA E IL TRAMONTO EUROPEO

 

 Sossio Giametta si presenta con un nuovo libro di saggi filosofici dal titolo L'oro prezioso dell'essere (Mursia, pagine 392, 18) e già da questo titolo, come dal precedente Il bue squartato e altri macelli si capisce che l'immaginazione dell'autore, come quella del suo maestro Nietzsche, non è soltanto filosofica ma poetica. 


Anche in questo nuovo libro di Giametta si parla delle cose ultime, di quelle su cui fin dalla più remota antichità si è fantasticato, ma se ne parla con una pacata tranquillità, senza la nevrosi stilistica e verbale di tanti filosofi, da Nietzsche ad Heidegger. Così questo libro che cerca di rispondere a domande temerarie è però un libro facile e leggibile, che porta serenità e non inquietudine. I problemi ardui che affronta insomma non ci ossessionano ma sono guardati direi con una dolce e persuasiva fermezza che a volte può apparire anche un po' presuntuosa. Si sente che c'è dietro l'esperienza di chi «ha letto tutti i libri» e si sente che questi libri sono stati metabolizzati da una coscienza che coraggiosamente si espone con la propria individualità. Per analogia ho pensato a quegli esploratori che si addentravano nel cuore di un'Africa sconosciuta alla ricerca delle sorgenti del Nilo. 


Qui le sorgenti sono quelle del pensiero e della conoscenza, ma lo spirito di avventura e la curiosità di sapere sono molto simili. Così ho letto questo libro come si legge un libro di avventura dove si incontrano sul proprio cammino non belve feroci, ma idee che richiedono, per essere affrontate, controllo della mente e cuore intrepido. 
Mi esprimo in questo modo e faccio questi paragoni perché io non sono un filosofo e non ho una mente filosofica, ma i problemi ultimi mi appassionano come appassionano ogni uomo che vuol «seguir virtute e canoscenza». E lo dico anche per sottolineare che questo libro può leggerlo anche chi non è un addetto ai lavori. Nel retro di copertina ci sono gli interrogativi cui Giametta cerca di rispondere: ne consiglio la lettura perché è una buona introduzione.
Giametta si muove nel vasto mare della filosofia, percorso dalle correnti dei grandi pensatori, come un provetto nuotatore, con un suo stile e capacità di resistenza. La cosa più riuscita del suo libro è la scelta delle citazioni, che sono come tanti punti di appoggio al suo ragionare, quasi che ognuno dei grandi filosofi da lui consultati, da Nietzsche a Schopenhauer, da Spinoza a Kant, gli desse una mano per venire in suo aiuto, e non solo per sostenere una sua tesi ma anche per portare a buon fine un lavoro comune. E qui la voce dell'autore si unisce alle altre e «porta la sua pietruzza». Che però a volte è una pietruzza che si insinua temerariamente nell'ingranaggio del pensiero altrui — anche se appartiene a uno dei grandi maestri — e lo fa inceppare scoprendone le contraddizioni e rivelandole senza timore. Sente di poterlo fare perché spesso i sacri vasi di erudizione quando si tratta di capire le cose della vita e quindi della «filosofia sostanziosa» cadono nel «filosofese». 


Quella voce dice anche di considerare Spinoza il creatore del sistema filosofico dell'Occidente, e lo difende dall'incomprensione e dalle ingiurie dei suoi pur amati Nietzsche e Schopenhauer. Dice che sei sono i suoi maestri, ma non si sottrae alla tentazione di criticarli e di proporre soluzioni diverse ai problemi da essi affrontati. Nel saggio «Come fu che intuii quello che avevo capito» racconta come scoprì che Nietzsche non era solo un filosofo, un moralista, un poeta, un profeta, uno psicologo, un diagnostico e un trasfiguratore della crisi europea (il «tramonto dell'Occidente»), ma anche un genio religioso accomunabile a Lutero.


Ma Nietzsche, secondo Sossio Giametta, sviò la sua creatività religiosa sulla strada sbagliata dell'eterno ritorno di tutte le cose, cadendo in un fatalismo deprimente. Sono queste «alzate di testa», insieme a tante altre, quelle che ho definito «pietruzze nell'ingranaggio», pietruzze che fanno però risaltare i tratti originali e a volte fin troppo personali di un «critico dei filosofi» come appare in questo suo ultimo libro Sossio Giametta.

 

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FONTE: RAFFAELE LA CAPRIA, CORRIERE DELLA SERA | 29 MARZO 2013

 

03/04/2013

In viaggio sui binari di Karen Blixen.

In viaggio sui binari di Karen Blixen.

 

Percorrere il Kenya sul Lunatic Express è un'occasione per riscoprire l'autrice de La mia Africa.

 

Mi racconta Stanley che la fattoria della Blixen, il luogo magico de La mia Africa, è stata da tempo trasformata in museo. Il governo danese ne fece omaggio già negli anni Sessanta a Jomo Kenyatta, primo presidente della neonata repubblica keniota.

 

La proprietaria se n'era andata trent'anni prima, cacciata dalla cattiva gestione degli affari, dai debiti, dalla morte dell'uomo che allora le sembrava la sua unica ragione di vita, da una salute precaria. Narrazione romanzata di una passione per quella terra e chi la abitava, scritto da una donna combattiva, frigida eppure passionale, quel libro, critico verso il colonialismo inglese e il paternalismo ammantato di durezza dell'uomo bianco, ben si prestava all'esaltazione di una repubblica appena sorta. Dopo un inizio stentato, trasformatosi poi in una lunga e mera sopravvivenza, la fattoria è stata ora riportata alla vita per celebrare il nuovo millennio in corso d'opera. «Poiché delle suppellettili originali nella casa era rimasto ben poco, parte del materiale usato per il film di Pollack è stato disinvoltamente inserito nella cornice casalinga» commenta Stanley ridendo. «Distinte hostess in camice bianco te lo segnalano con diligenza mentre ti illustrano ogni particolare dell'abitazione. Curiosamente, la cosa più vecchia, e cioè la casa, che poi, credimi, è una meraviglia, immersa in un prato, le finestre della camera da letto che guardano le montagne, era nel film la più falsa... Troppo piccola per le esigenze sceniche, dissero... E sì che lì c'era stato posto per una festa in onore del principe di Galles e i suoi duecento invitati, l'apogeo della popolarità africana della padrona di casa. E invece, il gigantismo hollywoodiano ci si era sentito stretto...».

 

In Kenya, ma questo lo so da me, la Blixen arrivò che aveva ventotto anni e ne ripartì che ne aveva quarantasei. In questo arco di tempo contrasse la sifilide per le intemperanze sessuali del legittimo consorte, si ritrovò divorziata, ebbe alcuni flirt e il grande amore con Finch Hatton, non portò a termine due gravidanze, tentò un paio di volte il suicidio, soffrì di depressione e di anoressia. Tanto La mia Africa è un'elegia dove la violenza, delle passioni, delle situazioni, rimane sullo sfondo, tanto la sua vita fu un concentrato di esaltazioni e di depressioni, un susseguirsi di paure incontrollabili, l'ossessione che per lei, alla fine, non ci fosse posto per una nobile sconfitta ma solo per una prosaica e borghese rovina economica... Il ritratto fattole da Irene Bouché poco prima di morire rimanda a un volto stregonesco, scavato e scheletrico, come di chi ha divorato se stessa dall'interno.

 

Nel libro che le diede la fama solo due volte, di passaggio, viene citata la presenza di un marito che invece contò moltissimo, da cui non avrebbe mai voluto divorziare, del quale fu gelosa, con cui cercò di essere in competizione. Il barone Bror von Blixen-Finecke faceva parte, come Denys Finch Hatton, di cui infatti rimase amico fraterno sia finché Karen fu sua moglie, sia quando Karen divenne di quello l'amante, degli ultimi fuochi dell'aristocrazia ancora accesi, e ridotti in cenere dalla borghesia. Non sapeva far nulla, ma con eleganza. Brillante, spiritoso e per niente meschino, trasformò il fallimento dell'azienda di caffè, messa su con i soldi dei suoceri, nella ritrovata libertà di chi in Africa poteva ancora vivere di ciò che in Europa non aveva più mercato: il coraggio individuale, l'uso del mondo, la passione per la caccia e per i grandi spazi, l'avventura senza fini di lucro, l'attitudine al comando spogliata della sua armatura sociale.

 

Fu il primo ad attraversare il deserto del Sahara in auto, con altri due cacciatori bianchi mise su la Tanganyka Guides Ltd; quando organizzò un safari per il principe di Galles, questi disse che «la sua attitudine verso i leoni era come quella del profeta Daniele»... In Congo girava con uno scimpanzé e aveva insegnato a un pappagallo a dire «vai al diavolo» in più lingue, compreso lo swahili... Dopo la Blixen sposò Jacqueline “Cockie” Birckbek. «Un marito meraviglioso e infedele e il miglior amante che abbia mai avuto» disse lei quando la storia finì. Eva Dickson, pilota automobilistica, fu la sua terza moglie, Beryl Markham, la prima ad attraversare l'Atlantico in aereo da est a ovest, un'altra delle sue conquiste. Un cliente chiese per iscritto che il safari non contemplasse la caccia nel letto di sua moglie. «Se dovessi desiderare che qualcosa del mio passato tornasse, sarebbe ancora un safari con Bror» confessò la Blixen.

Negli anni fra le due guerre, uno dei tormentoni della roaring London era: «Sei sposato o vivi in Kenya?». 

 

Il Kenya si chiamava allora British East Africa Protectorate e ci finivano i cadetti dell'aristocrazia ai quali il non essere primogenito negava le ricchezze di famiglia, i reprobi di qualche scandalo sessuale oppure finanziario, gli espulsi dai college o dalle università più prestigiose, gli spiriti avventurosi per i quali l'Inghilterra aveva l'aspetto di una prigione. C'erano i Delamere, i Soames, gli Erskine, i figli del conte di Enniskillen, il già citato Finch Hatton, figlio del conte di Winchilsea... Intorno a loro, argenterie antiche e servitori kikuyu e masai, ombrelli di Brigg e scarpe di Lobb, Rolls e Bugatti, party e cocktail, aperitivi e cocaina...

 

La comunità delle Tre A venne soprannominata da chi ne faceva parte e per indicare chi ne faceva parte: «Altitudine, Adulteri, Alcol». Karen Blixen delineò quell'ambiente in un racconto, Carnevale, dove a proposito della gelosia la protagonista nota: «La cosa più chic è reprimerla». Ci provò, ma non sempre ci riuscì. Uscita da un'educazione familiare per la quale le donne erano «le schiave civilizzate di barbari ben educati», l'elemento sessuale rimase per lei più uno stato mentale che una realtà carnale, più una costruzione intellettuale che un piacere fisico. Dei suoi settantasette anni di vita, solo diciassette appartengono all'esperienza africana, e furono intervallati da lunghissimi rientri in Europa. Ne uscì di certo cambiata rispetto alla ragazza impacciata, incapace e ribelle che era sbarcata a Mombasa nell'estate del 1914, ma non marchiata. Col tempo l'Africa si trasformò in una memoria dove l'immaginazione riscriveva la realtà: «La verità è roba per sarti e ciabattini. Non c'è mai stato grande artista che non fosse un po' ciarlatano».

Stenio Solinas

© 2013 Neri Pozza Editore

http://www.ilgiornale.it/news/cultura/viaggio-sui-binari-karen-blixen-899921.html

Stenio Solinas - 

02/04/2013

Oz, il mago per finta che cambiò la fantasia americana

Oz, il mago per finta che cambiò la fantasia americana

 

La serie scritta da Baum in pieno maccartismo bandita  dalle biblioteche, conquistò  cinema e lettori

 

Pubblichiamo parte della postfazione al volume di Buam.  

 

Tanti anni fa, ripensando al ciclo di Oz, quel raffinato intellettuale che era Nico Orengo scrisse: «Lo Spaventapasseri, il Taglialegna, e il Leone sono dei perfetti campioni della non-morale: alla fine del libro, non avranno imparato assolutamente niente. Infatti non solo Dorothy accetta sbrigativamente la loro falsa realtà, ma anche il Mago, dopo un debole tentativo di persuaderli che non hanno bisogno di lui (fatto più che altro per pigrizia e cattiva coscienza), opererà su di loro i suoi falsi incantesimi. È più facile dare quel che ti viene chiesto che convincere chi te lo chiede a non averne bisogno; se Baum insegna qualcosa, è questo. Come uno psichiatra di oggi, il Mago lascerà i suoi clienti sostanzialmente immutati, ma convinti di avere una migliore personalità». 

 

Ecco: Baum aveva raggiunto il cuore del Fantastico, aveva passato in rassegna maghi, streghe, filtri, trasformazioni, veleni, incantesimi e si era annoiato, così aveva deciso di procedere a un radicale mutamento, servendosi ancora di ingredienti ben noti, però rimescolando tutto in un nuovo pentolone dove si poteva conquistare una diversa dimensione immaginativa.  

 

Così, negli anni feroci e tremendi del «maccarthismo», quando si bruciavano i fumetti nelle piazze, si chiudevano certi cinema, si sequestravano i giornali, anche Baum venne tolto dalle biblioteche perché era definito «anarchico». Però nel 1975, un musical, The Wiz, molto fedele al testo di Baum, ebbe tre milioni di spettatori. Aveva una particolarità: era interpretato solo da attori neri. Questa speciale connotazione era resa possibile dal fatto che i testi di Oz, nelle varie narrazioni e nei prolungamenti, sono comunque liberi, aperti, freschi, disponibili a varie letture. E, del resto, anche Baum ha proposto certi occhiali che rendono tutto verde. (...) 

 

Tante deliziose scenette sembrano quelle di Tom, tanti stravaganti personaggi sembrano scaturire dall’Antologia di Spoon River. Per ricordare le trascorse avventure del Boscaiolo di Stagno, imperatore dei Martufi, c’è ora un grosso oliatore finemente cesellato. Però, con il Boscaiolo di Stagno sono spariti per sempre i boscaioli tedeschi in carne e d’ossa dei Fratelli Grimm, si compie una rivoluzione poderosa: sta cambiando il Fantastico, l’immaginario non sarà più quello di prima. (...) 

 

Nel mondo di Oz si va con affettuosa curiosità, con animo disponibile, con il desiderio di lasciarsi coinvolgere da situazioni del tutto prive di contatto con ciò che c’era prima: presi dalle eccitanti novità, si ha un solo timore, quello di ritornare nel mondo di prima, che appare noioso e deprimente.  

 

Privato del proprio contenuto di paglia dalle gazze che, con i becchi, hanno rubato tutto ciò che stava dentro il suo vestito, lo Spaventapasseri è ora solo un povero mucchio di stracci che non riesce a stare in piedi in alcun modo. Ma le gazze, si sa, sono ladre, così il loro nido è pieno di un inverosimile numero di banconote, di piccolo o di grosso taglio: serviranno a riempire nuovamente lo Spaventapasseri, a dargli nuova vita, a farlo stare in piedi.  

 

Ci si può domandare se questo episodio sia dominato dal disprezzo per il denaro – tanto amato dagli americani – come sostenevano i censori che proibirono ai bibliotecari di conservare Baum nei loro scaffali. È invece pervaso da quella affascinante leggerezza che domina tutto il regno di Oz, dove non si predica il disprezzo per il denaro ma si teme che esso venga divinizzato.  

 

Del resto, nel 1957, un dodicenne di New York fondò proprio “L’International Wizard of Oz”, pubblicando il The Baum Bugle e diffondendo il culto per il grande narratore. Il ragazzo, Justin Schiller, ebbe due tesserati perfino in India e si adoperò perché nascesse un Who’s who in Oz per la ricerca dei personaggi che, dopo i quattordici libri che compongono la saga, erano diventati cinquantamila.  

 

Osservando le magiche e nuovissime atmosfere delineate da Baum, tre grandi scrittori del Novecento si dissero suoi debitori, non solo suoi lettori. Infatti, se si leggono i libri di Gore Vidal, di Ray Bradbury, di Dylan Thomas, si ritrova la speciale leggerezza di cui è permeato il regno di Oz.  

 

Capirono, i tre illustri creatori di finzioni, che con Baum il Fantastico era assolutamente cambiato, non era più quello del nostro Basile, di Andersen, dei Grimm. Per capirlo, basta considerare attentamente il personaggio, memorabile, del Boscaiolo di Stagno. È certo un boscaiolo, ovvero uno dei personaggi che più spesso appaiono nel patrimonio del fiabesco mondiale. Però è fatto di stagno e si preoccupa continuamente di essere lucido, di apparire bene negli splendidi disegni creati da William W. Denslow, ai quali andò sempre l’affetto di tanti lettori attenti anche a guardare le figure.  

 

Il boscaiolo di nuovo tipo nasce da un nuovo Immaginario, che i Gozzi, la Perodi, Perrault, la contessa di Ségur non potevano conoscere. L’ha creata il signor Ford, quello delle automobili, quello del «fordismo», quello che ha mutato il volto del Fantastico. Che cosa sarebbe Nonna Papera, senza la sua vecchia Ford?  

 

http://www.lastampa.it/2013/03/19/cultura/tuttolibri/oz-il-mago-per-finta-che-cambio-la-fantasia-americana-xVvKtEPtAX1AnggFe3qtEI/pagina.html

antonio faeti

01/04/2013

SE I NOSTRI RAGAZZI SI SENTONO BRUTTI

SE I NOSTRI RAGAZZI SI SENTONO BRUTTI

 

L’anticipazione / Il saggio di Charmet sull’incubo degli adolescenti

 

I ragazzi afflitti dalla bruttezza non hanno scampo, devono trovare una soluzione e ci pensano tutto il giorno, ma anche quando la scorgono essa non è mai a portata di mano, anzi è quasi sempre fonte di ulteriori delusioni, non solo perché inefficace ma perché spesso peggiora lo stato già al limite della sopportazione. Ci pensano moltissimo, e sono dominati dall’emozione della bruttezza, che si installa nella loro mente prendendo il sopravvento su qualsiasi altra ideazione, acquisendo nel corso del tempo le caratteristiche della ruminazione ossessiva, lugubre, ostile, senza vie di uscita, disperata, il più delle volte solitaria e tenuta segreta a tutti. [...] La bruttezza sta prendendo il sopravvento sulla ricerca gioiosa della bellezza, a volte tronfia e supponente, che caratterizzava l’adolescenza fino a qualche anno fa. Ora la crisi della bellezza è evidente e tutti ne sono a conoscenza: è diventata cara, difficile a trovarsi, quasi impossibile da conservare a lungo, minacciata da insidie che provengono da più parti, dal cibo, dall’ambiente, dalla metropoli, dallo stress, dal tempo che passa, dalla depressione che si diffonde, dalle passioni tristi, che sono le ultime rimaste, e dalla fluidità delle relazioni che un tempo erano solide e ora si stanno dissolvendo. Nel corso degli ultimi anni mi è sembrata quasi un’epidemia la diffusione della convinzione di essere brutti fra i ragazzi.


Non è facilissimo accorgersene perché, mentre la bellezza si sfoggia, la bruttezza si cela, e il suo portatore si nasconde e cerca tutti i modi per evitare di essere intercettato dallo sguardo sociale che può smascherarlo e farlo morire per la vergogna e per la rabbia impotente che derivano dal sopruso perpetrato dall’incurante e beata superficialità irridente del gruppo dei coetanei e dalla inconsapevole mancanza di riguardo e competenza da parte degli adulti di riferimento. Questi ultimi diventano inevitabilmente un ostacolo per l’odiosa inconsapevolezza della gravità della situazione che si è venuta a creare non per colpa loro ma sicuramente sotto lo sguardo pigro e incurante di chi avrebbe dovuto vigilare ed evitare la metamorfosi.
Non è facile accorgersi che i ragazzi soffrono per la loro incurabile bruttezza, perché se ne vergognano. L’emozione della bruttezza è senza parole, quasi come l’emozione estetica, che però è socialmente condivisibile. La bruttezza rimane muta, segregata nel dolore senza parole, nella solitudine della relazione con lo specchio, implacabile come la bilancia e il riflesso improvviso della vetrina che rimanda l’immagine del gemello brutto che non vuole scomparire del tutto.
Senza parole, ma ricca di azioni e comportamenti: la bruttezza si cela e parla di sé attraverso le pratiche cui i ragazzi ricorrono per mitigare il dolore che essa provoca e per scavarsi una nicchia sociale dalla quale scrutare, senza essere notati, ciò che succede nel resto del mondo, dove si
rincorrono leggiadri i ragazzi belli o quelli che non si sono mai posti il problema e non sanno nulla della propria bruttezza, perché pensano che ce l’abbiano solo gli altri, che comunque sono fatti così e questo non ha una grande importanza.


Me ne sono accorto lentamente, ma ora penso di aver capito, anche se non so come si possa riuscire per lo meno a renderla pensabile. I ragazzi convinti di essere brutti erano nascosti dentro comportamenti che pensavo fossero innescati e alimentati da altre motivazioni. Pensavo che i tentativi di suicidio fossero ispirati da sentimenti di colpa, rabbie repentine e incontenibili, desideri di vendetta, bisogni dolenti di comunicare il segreto e la sofferenza — e infatti queste sono concause frequenti, operative nel determinarsi del tentativo di uccidersi in adolescenza — , ma poi ho cominciato a notare che ciò che accomuna i diversi destini dei ragazzi che flirtano con la morte è la loro convinzione di essere brutti, di esserlo diventati a seguito di un trauma o di esserlo sempre stati, pur avendo vissuto sotto le mentite spoglie del bambino prodigioso e splendente. Il loro sentimento di imbarazzata mancanza di valore è alimentato dalla rappresentazione della propria bruttezza amorosa e sociale, dal farsi pena per quanto si è inadeguati a vivere, una convinzione dolente e abissale, quasi biologica, di essere radicalmente privi di fascino, ingrediente indispensabile se si sente il bisogno di essere amati o almeno tollerati dalla persona che si desidera. [...] Anche i ragazzi eremiti, ritirati nella cameretta, devoti a Internet e ai suoi riti notturni, lasciano intendere, senza poterlo confessare nemmeno a se stessi, che all’inizio della loro marcia verso la solitudine concreta e la socializzazione virtuale c’è l’intuizione lancinante dell’impossibilità di lasciarsi guardare dai compagni di classe per troppe ore al giorno [...]. Gli adolescenti eremiti metropolitani all’inizio dell’abbandono scolastico e dell’isolamento sociale addebitano al corpo difettoso l’impossibilità di socializzare la propria mente, ma sanno di usare il pretesto della malattia per alludere alla vera ragione della necessità di ritirare il corpo dall’invasività degli sguardi, del desiderio e della riprovazione dell’altro.

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Anticipiamo un brano del libro di Gustavo Pietropolli Charmet La paura di essere brutti in uscita da Cortina (pagg. 148 euro 12)

 

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/13-bambini-a-giovani/43465-se-i-nostri-ragazzi-si-sentono-brutti-.html

Fonte: GUSTAVO PIETROPOLLI CHARMET, la Repubblica |

31/03/2013

SE L’INGIUSTIZIA SI MANGIA LA LIBERTÀ

SE L’INGIUSTIZIA SI MANGIA LA LIBERTÀ

 

Un libro intervista di Nadia Urbinati sulla diseguaglianza


«L’a democrazia non ci promette di realizzare un ordine superiore di vita o una società perfetta. Non ci promette neppure di dare vita a una società di eguali. La sua funzione consiste nel tenere insieme libertà e pace sociale, di far sì che, diventando cittadini, persone che sono diverse nelle opinioni e nelle situazioni sociali, nelle credenze e nelle aspirazioni, vivano insieme rispettandosi, all’interno di un sistema di diritti e di doveri ugualmente distribuiti». Se la prima metà del Ventesimo secolo ci ha insegnato quanto possa essere devastante un’idea di uguaglianza senza libertà individuale, oggi, nelle nostre democrazie consolidate, a essere a repentaglio sono l’uguaglianza e l’universalismo.

La cultura, prima ancora che le politiche, neo-liberista che dagli anni Ottanta del Novecento ha incrinato il consenso insieme keynesiano e socialdemocratico che aveva guidato le democrazie capitaliste occidentali, ha infatti presentato la regolazione dei mercati e i sistemi di welfare sviluppati nel dopoguerra come inciampi indebiti alla libertà economica e all’accumulo di ricchezza. Nonostante i molti segnali di fallimento sul loro stesso terreno delle politiche neo-liberiste degli ultimi decenni (allontanamento del sogno della piena occupazione e del benessere per tutti), la delegittimazione delle politiche universalistiche e degli interventi di contrasto alle disuguaglianti escludenti e squalificanti è continuato, trovando nuova linfa nei processi di globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia. Questi hanno eroso le basi sociali dell’economia e il senso di responsabilità per il bene comune di chi ha di più. A differenza, o molto più, dell’industria e delle cosiddetta economia reale, la finanza non ha né patria né territorio; e chi la manovra non ha particolari interessi nello stato di uno o l’altro paese e di chi ci vive, salvo che quando lo sente come un ostacolo da rimuovere, come successe in Cile con Pinochet contro Allende.


Di più, la straordinaria escalation della globalizzazione economica e finanziaria rende gli stati meno democratici, perché riduce la loro sovranità di decisione proprio nelle scelte politiche più ampiamente e socialmente democratiche, ovvero in quelle che riguardano appunto la regolazione dei mercati e la redistribuzione via welfare state. Alla globalizzazione e de-territorializzazione dell’economia fa da contraltatare quasi speculare un rafforzamento della richiesta di politiche identitarie, che circoscrivano “gli uguali” — quelli che “hanno diritto ad avere diritti” — rispetto ai “diversi”, le cui domande di appartenenza comune vanno respinte — che si tratti dello slogan “prima il nord”, o del rifiuto a riconoscere pari dignità alle persone omosessuali. Se il primo fenomeno provoca una sorta di secessione dell’economia non solo dagli Stati, ma anche dagli organismi internazionali, il secondo provoca una sorta di secessione interna, con il prevalere delle identità nazionali, etniche, religiose, (etero) sessuali, e così via sulla comune appartenenza statuale. Sotto questa doppia spinta secessionistica, la democrazia sta conoscendo una mutazione tanto silenziosa quanto insidiosa dei meccanismi che la fanno vivere e riprodurre.


È questo il filo conduttore della densa e articolata riflessione che Nadia Urbinati svolge nel suo ultimo libro in uscita da Laterza ( Mutazione antiegualitaria), scritto in forma di intervista con il giornalista Arturo Zampaglione. Una riflessione che spazia da una sorta di ricostruzione della sua autobiografia intellettuale ad analisi puntuali di fenomeni sociali e politici quali la Lega o Occupy Wall Street e che incrocia la tradizione intellettuale e pratica della democrazia statunitense con quella europea continentale, con il ruolo diverso che in esse gioca l’atteggiamento verso lo stato. Ma il tema centrale, cui Urbinati continua a tornare, è che la crescita delle disuguaglianze e la de-solidarizzazione dei ricchi in una economia globalizzata rischiano di far cadere il fragile equilibrio tra libertà, solidarietà e uguaglianza dei diversi su cui si è retta, almeno idealmente se non sempre nei fatti, la democrazia occidentale. Una mutazione che, per non diventare fatale, richiederebbe la capacità di sviluppare nuove narrazioni, che rimettano in moto la disponibilità a operare per un bene comune consensualmente definito.

 

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/35-libri/42610-se-lingiustizia-si-mangia-la-liberta-.html

Fonte: CHIARA SARACENO - la Repubblica

29/03/2013

Il rischio di Telemaco alla ricerca del padre

Il rischio di Telemaco alla ricerca del padre

 

Il padre-padrone non c’è più e, in tutta franchezza, non se ne sente la mancanza. Ma questo non significa che alla scomparsa – anzi, all’«evaporazione» – del padre ci si debba rassegnare. Lo psicoanalista Massimo Recalcati lo spiega a partire dalla sua esperienza clinica: «Sempre più spesso – racconta – incontro ragazzi che nutrono una nostalgia struggente per il padre. In questo assomigliano a Telemaco, che attende il ritorno di Ulisse dal mare. Come Telemaco, però, devono trovare il coraggio mettersi in viaggio, affrontando il rischio e la bellezza della ricerca». A due anni di distanza dal fortunato Cosa resta del padre? e a pochi mesi dalla pubblicazione del primo volume del monumentale Jacques Lacan: desiderio, godimento e soggettivazione  (entrambi i libri sono pubblicati da Cortina), Recalcati torna a occuparsi del tema centrale della sua ricerca, vale a dire il rapporto fra le generazioni. Che appariva terribilmente lacerato in Cosa resta del padre? e si mostra invece disponibile a una riconciliazione in questo Il complesso di Telemaco(Feltrinelli, pagine 160, euro 14). Il merito va tutto al figlio di Ulisse, insofferente dei Proci che profanano la reggia con le loro feste insensate. Un godimento mortifero, che Telemaco rifiuta non per un meccanico rispetto verso il genitore assente, ma perché vuole che nella sua vita «vi sia “padre”», come scrive efficacemente Recalcati. «Questa – spiega lo psicoanalista – è la figura dell’erede giusto».

E le alternative quali sarebbero?
«Quelle che conosciamo da Freud in poi. Edipo, anzitutto, per il quale il conflitto con il padre implica l’incapacità di riconoscersi come figlio. La differenza tra le generazioni è riconosciuta, ma non assunta come elemento dinamico, vitale. Tanto è vero che nel passaggio successivo, l’Anti-Edipo teorizzato da Deleuze e Guattari, il rifiuto del padre assume una connotazione ideologica, che sfocia nel mito dell’autogenerazione: basta, facciamola finita con il padre, ciascuno diventi il padre di se stesso. È l’illusione di poter cancellare il debito, la provenienza, in una parola quella “mancanza” che, per Lacan, rappresenta il nucleo stesso dell’esperienza umana».

Edipo e Anti-Edipo sono gli avversari di Telemaco?
«Il nostro, in realtà, è anche il tempo di Narciso, secondo una deriva che lo stesso Deleuze aveva intuito in una fase successiva della sua riflessione. L’evaporazione del padre, infatti, avviene sullo sfondo della contestazione giovanile degli anni Sessanta e porta al superamento di una figura paterna tutta sbilanciata sul versante normativo. Il padre con il bastone, potremmo dire. Il problema è che nel frattempo è intervenuto quello che Lacan definiva, in modo allusivo, “il discorso del capitalista”. In questo modo la pretesa di autogenerazione, già caratteristica dell’Anti-Edipo, si è tradotta nel mito di Narciso, che rovescia il rapporto simbolico tra le generazioni. Non si accontenta di disobbedire alle leggi della famiglia, ma pretende di imporre il proprio capriccio come legge alla famiglia».

Qual è la principale virtù di Telemaco?
«Il fatto di offrire un modello costruttivo, non nichilista. Il suo atteggiamento ci mostra come l’atto di ereditare non si esaurisca mai in un travaso di beni, o di geni, ma implichi la necessità di mettersi in moto, di affrontare il rischio».

Potrebbe sembrare una figura solitaria...
«Il giusto erede è, in primo luogo, un orfano, se non altro perché mette in conto l’eventualità di perdersi. Oggi nessuno è destinato a ereditare un regno e i giovani, in particolare, si trovano a misurarsi con un mondo in costante pericolo. Ma questa è, appunto, la condizione di ogni erede. Quello che ci viene trasmesso è sempre un vuoto, nulla e nessuno garantisce mai che la felicità alla quale la nostra esistenza aspira sia veramente soddisfatta».

Mi scusi, ma allora qual è l’eredità che i padri possono mettere a disposizione?
«Mai come in questo momento la paternità è questione di testimonianza. Da articolare in tre momenti cruciali: l’atto, ossia la capacità di incarnare nelle proprie azioni un desiderio che si trasmette per contagio; la fede, intesa come fiducia nel desiderio che il figlio nutre per sé; la promessa, che è il gesto di chi indica l’esistenza di un orizzonte di autentica libertà. Il padre deve saper promettere che, se ci si mette in movimento come ha fatto Telemaco, si può incontrare una forma di godimento assai più ricca e gratificante rispetto a quella che la società attuale cerca di imporci».

Esiste un padre così?
«Pensi a quello che è accaduto al Pontificato nelle scorse settimane. Sia Benedetto XVI, con la sua rinuncia, sia Papa Francesco, con quella sorta di genuflessione al contrario compiuta davanti al popolo che lo acclamava, hanno dimostrato che è possibile andare al di là dell’evaporazione del padre. Se davvero il grande timore della contemporaneità è quello, denunciato da Nanni Moretti in Habemus Papam, che perfino il Papa resti senza parole, l’unico modo di rifondare il simbolo sta nella concretezza della testimonianza. Questa è la vera funzione educativa che anche i genitori possono svolgere: testimoniare. O, meglio, fare in modo che i figli incontrino finalmente un testimone».

 

Alessandro Zaccuri

http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/il-rischio-telemaco-alla-ricerca-del-padre.aspx

28/03/2013

BAMBINI DROGATI AI TEMPI DI DICKENS

BAMBINI DROGATI AI TEMPI DI DICKENS

 

Il lato oscuro della rivoluzione industriale nei rapporti dei medici inglesi


Leggiamo le seguenti parole non con lo spirito e l’assuefazione di oggi, ma con i sentimenti di un attento viaggiatore straniero nell’Inghilterra del 1845: «Una volta feci il viaggio per Manchester in compagnia di un borghese e gli parlai delle pessime e malsane costruzioni, delle condizioni orribili dei quartieri operai, dichiarando di non aver mai visto una città costruita peggio. Quell’uomo ascoltò tutto ciò tranquillamente, poi mi salutò dicendo: «And yet, there is a great deal of money made here» cioè «eppure qui si guadagna una gran quantità di soldi, buon giorno, signore» . Sembra una pagina di Dickens (in quell’anno in vacanza in Italia). L’autore era in realtà un ventiquattrenne industriale tedesco, Friedrich Engels, che nel 1845 pubblicò a Lipsia una inchiesta condotta nelle città, nelle grandi fabbriche, nelle campagne, nelle piccole imprese artigiane, nelle miniere inglesi. Quell’inchiesta diventerà un classico della storia del pensiero politico (Le condizioni della classe operaia in Inghilterra. In base a osservazioni dirette e fonti autentiche) e il titolo richiama le “osservazioni dirette” necessarie a conoscere la verità.


A quel tempo, “vedere” le cose non era semplice perché a molti mancavano precisi riferimenti ideologici e politici, era diffuso però un disagio morale di fronte a quell’evidente situazione sociale, e in particolare gli scrittori e i romanzieri non potevano far finta di nulla. Quattro anni dopo, infatti, nel 1849, Charlotte Brontë con il romanzo Shirley toccherà il punto dolente della diffusa disoccupazione dei tessitori («la miseria genera odio», diceva la intelligente borghese Brontë), e nel 1854 Dickens, dopo la colorita descrizione letteraria dei bassifondi di Londra dell’Oliver Twist, affronterà in Tempi difficili il problema studiato da Engels. Ma ventidue anni passeranno prima che Marx dilati il quadro di quelle condizioni di vita dei lavoratori e del loro ambiente sociale nello scenario scientifico più ampio del Capitale.


Tuttavia, Engels, Marx, Brontë, Dickens non erano soli. C’erano anche i medici, e altri scrittori, da Thomas Carlyle (con Past and Present del 1843) a Thomas de Quincey (con The Logic of Political Economy del 1844) che “osservavano” da tempo il degrado incredibile e in particolare certi aspetti di quello sviluppo economico che ormai restano soltanto tra le pagine della storia Uno di questi era il lavoro delle donne e dei bambini, la cui immissione nella produzione sostituiva gradualmente il lavoro maschile, molto più costoso. «Tre fanciulle di tredici anni — scriveva de Quincey — con salari dai sei agli otto scellini la settimana, hanno preso il posto di un solo uomo maturo con un salario dai diciotto ai quarantacinque scellini». La conseguenza di questa sostituzione di soggetti fu la progressiva disarticolazione della struttura familiare degli operai inglesi, la diffusione eccezionale dell’alcolismo (nel 1844 a Glasgow la domenica si contavano trentamila operai ubriachi e a Manchester fiorivano un migliaia di jerry shops e di taverne), l’introduzione delle droghe tra gli adulti e, con la complicità delle madri lavoratrici, tra i bambini.
La droga: fu questa l’agghiacciante scoperta dei medici.

 

L’oppio e il laudano si spacciavano in dosi massicce ma non clandestinamente. Gli stupefacenti facevano parte dei prodotti del mercato dal quale gli operai si rifornivano normalmente. Meglio dell’alcol, l’oppio dava un sostegno all’organismo simulando uno stato di efficienza fisica. Ma lo sfruttamento eccessivo del lavoro delle donne spingeva molte operaie non solo a occuparsi sempre meno dei loro neonati (che venivano lasciati, nel corso della giornata, a se stessi o a vicini di casa), ma a stordirli con droghe speciali per renderli inerti e controllabili. Queste droghe speciali per lattanti si trovavano in confezioni normali presso i negozianti. Il maggior successo lo ebbe uno sciroppo dal nome Godfrey’s cordial, a base di oppio. Fu l’inizio di un infanticidio di massa e la mortalità infantile tra i figli degli operai crebbe a livelli altissimi. I medici, insospettiti, scoprirono una relazione tra l’alta mortalità e l’uso dello sciroppo. Nel 1861 a Londra un’inchiesta sanitaria ufficiale attribuì la mortalità allo stato di denutrizione e di abbandono affettivo dei bambini, e a un «intenzionale avvelenamento da oppiacei» da parte delle madri. «L’inchiesta ha mostrato che, mentre nelle circostanze descritte i bambini muoiono per la negligenza e la sregolatezza dovuta alle occupazioni delle loro madri, le madri divengono snaturate verso i loro figli non preoccupandosi molto per la loro morte e perfino prendendo misure dirette per provocarla».


In una successiva inchiesta del dottor Henry Hunter (Sixth Report on Public Health) pubblicata a Londra nel 1864, era detto: «Il grande fine di alcuni intraprendenti mercanti all’ingrosso è di promuovere la vendita degli oppiacei. I droghieri li considerano infatti l’articolo di più facile smercio». L’esempio veniva dall’alto: l’oppio era divenuto una voce della produzione industriale inglese così redditizia che in quegli anni con un atto di violenza imperiale l’Inghilterra aveva imposto con le cannoniere all’India e soprattutto alla immensa Cina di acquistare tonnellate di oppio. L’opposizione della Cina aveva provocato, appunto, la “guerra dell’oppio”. Ma le vittime interne inglesi erano soprattutto tra i più innocenti. Al quadro estremo delle condizioni di “atrofia morale”, di squilibrio individuale e sociale provocato dal modo come veniva gestito il lavoro nelle fabbriche il rapporto del dottor Hunter diede il tocco finale. I lattanti ai quali si somministravano oppiacei «si accartocciavano come piccoli vecchietti, o raggrinzivano come scimmiette».

 

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/44-storia-a-memoria/43305-i-bambini-drogati-ai-tempi-di-dickens-.html

Fonte: LUCIO VILLARI, la Repubblica |

27/03/2013

QUANDO PLATONE PARLA PROPRIO DI NOI

QUANDO PLATONE PARLA PROPRIO DI NOI

 

Badiou ha riscritto la “Repubblica”. Con un occhio all’oggi

 

Come cambia la politica – i suoi soggetti, i suoi strumenti, i suoi contesti? È questa la domanda che in maniera martellante ci insegue dagli schermi televisivi, dalle pagine dei quotidiani, dalla produzione saggistica. Fine dei partiti, crisi della rappresentanza, populismo telematico sono alcune delle categorie attraverso le quali sociologia e politologia cercano di stare al passo col mutamento in una rincorsa ossessiva del nuovo. Ma non è la domanda della filosofia. Ad essa non interessa ciò che cambia, ma ciò che non ambia.


O, forse meglio, ciò che, in una temporalità sempre più schiacciata sulla dimensione del futuro, permane stabile e si ripete. Se si prendono i tre maggiori pensatori novecenteschi della politica, Carl Schmitt, Hannah Arendt e Michel Foucault, questo è l’interrogativo che muove la loro ricerca: quale è l’essenza della politica? – si chiede il primo nel suo celebre saggio degli anni Venti. Che cosa è la politica?, incalza la Arendt negli anni Cinquanta. Come funziona il potere? si domanda Foucault negli anni Settanta. Nessuno di loro, naturalmente, trascura le trasformazioni storico-concettuali che differenziano radicalmente la scena della polis greca da quella dello Stato moderno, e questo dall’attuale regime biopolitico. Ma con lo sguardo puntato al rapporto genealogico tra origine ed attualità.


È a partire da questa prospettiva che va colto il rilievo del lavoro filosofico di Alain Badiou – uno dei maggiori pensatori francesi e non solo, già allievo di Althusser e Lacan – e, in particolare, della sua ritrascrizione della Repubblica di Platone (tradotta adesso dal Ponte alle Grazie, per la cura di Ilaria Bussoni e con una limpida introduzione di Livio Boni). In essa – alla fine di un lungo itinerario che ha trovato ne L’Essere e l’evento
(Il Melangolo) l’apice teoretico e ne L’ipotesi comunista (Cronopio) la punta più acuminata – Badiou riconosce nel grande dialogo platonico qualcosa che oltrepassa il suo contesto storico, per parlarci in maniera, appunto, essenziale. Si tratta del rapporto metafisico tra politica, verità e pensiero. Dove, però, il termine “metafisica” non allude a un piano trascendente e superiore a quello dell’esperienza, ma a un nucleo universale che lo attraversa e lo mobilita dall’interno. Contro l’interpretazione teologica, ma anche contro quella razionalistica di Platone, Badiou difende una lettura dialettica, intenta a coniugare il carattere materialistico della conoscenza sensibile con quello, universale, della verità.

Naturalmente l’autore conosce perfettamente il carattere aristocratico e dunque esplicitamente antidemocratico della concezione platonica. Ma è proprio tale critica della democrazia, inevitabilmente legata al proprio tempo, a mettere il dialogo di Platone in risonanza con la contemporaneità. Nella sua polemica contro gli eccessi “populistici” del demos, non troviamo qualcosa che continua a interpellarci da vicino? E il rifiuto della proprietà privata, aspramente stigmatizzato da una diffusa tradizione antiplatonica, non contiene un riferimento, certo problematico, alla nostra idea di “bene comune”? Ovviamente per collegare, traversando le epoche, un testo originario come quello platonico alle dinamiche del nostro tempo, occorre operare una sorta di sottrazione del pensiero alla storia in cui si genera e anche a quella cui sembra dar luogo. Ciò spiega come il comunismo, di cui Badiou individua la radice genealogica proprio nel dialogo platonico, possa essere valutato più che in riferimento ai suoi effetti storici, in relazione a una verità metastorica. E cioè a quella intenzione emancipativa, fondata sull’idea universale di giustizia, poi rovesciata e mortificata in tutte le sue espressioni storiche.


Come l’idea di uguaglianza, anche la tendenza totalitaria – che autori come Popper e perfino Arendt hanno voluto leggere nella concezione platonica – è una modalità metafisica che tende a risorgere come uno spettro non solo all’esterno, ma anche all’interno della democrazia, tutte le volte che il rapporto tra politica e verità si cristallizza in una forma bloccata e univoca. Ciò, secondo Badiou, vale per il fascismo, per il comunismo, ma anche, certo in forma diversa, per l’attuale capitalismo finanziario, che esclude di per sé tutto ciò che non rientra all’interno dei propri presupposti.


Cercare un rapporto con la verità nell’orizzonte della politica non significa oggettivarla in un particolare contenuto, così da cancellare, come errore, tutti gli altri. Il filosofo deve confutare il sofista che è in lui, ma senza mai pensare di poterlo eliminare. In questo senso, secondo l’insegnamento di Lacan, Badiou può sostenere che non soltanto la verità è vuota, libera di accogliere gli eventi che scuotono la nostra esistenza, ma anche molteplice, come lo stesso essere delle cose, mai univoco e sempre plurale. È così che, pur assegnando all’universale tutti i diritti che il relativismo contemporaneo vorrebbe negargli, l’autore può salvare la logica del singolare, facendo ricorso anche alla teoria matematica degli insiemi di Cantor.


Nella sua godibilissima riscrittura della Repubblica Badiou non si limita a dar voce al suo lessico lacaniano – trasfor-mando ad esempio la caverna platonica in una sala cinematografica o chiamando Dio il Grande Altro –, ma vivacizza il dialogo con una serie di trovate sceniche che egli attinge dal proprio repertorio di drammaturgo. Riproporre oggi, riattualizzandolo, il gesto platonico vuol dire anche ripristinare la potenza creativa di un linguaggio filosofico sempre più appiattito sul lessico incolore della logica formale.

 

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/35-libri/43358-quando-platone-parla-proprio-di-noi-.html

Fonte: ROBERTO ESPOSITO, la Repubblica |

26/03/2013

La casa che non aveva più famiglia.

La casa che non aveva più famiglia.

 

Storia triste ma vera di un tetto comune sempre meno comune. Fino alla sua completa dissoluzione.

 

Questo non è un articolo culturale o un racconto di idee ma un resoconto di vita vissuta; la cronaca affettiva di un disarmo domestico. Ho visto una casa finire in brandelli, e non per un terremoto, un incendio, una fuga di gas.

Una famiglia, con delibera unanime, ha deciso di sciogliersi, dopo stagionate separazioni e sopraggiunti limiti d'età. E ha deciso di smantellare la casa disabitata. Una come tante, niente di straordinario; le famiglie sono insiemi fluttuanti, ormai, si compongono, si scompongono, si decompongono. Il tempo divora le famiglie, come Chronos divorava i suoi figli. Una volta la casa era il punto fermo della vita, l'asse che non vacilla di una famiglia. Ora la vita è un punto mobile, quasi sfuggente, e la casa è diventata un bene mobile più che immobile, a volte anche un male mobile, grumo sofferto di menzogne e rancori; si cambia e si trasloca tante volte nella vita, oggi assai più di ieri. E la famiglia è unione fragile e provvisoria, magari di lunga provvisorietà e di indistruttibile fragilità.

 

Questo è il racconto di un autosfratto, l'evacuazione concorde dalla tana famigliare. La famiglia si scioglie e ognuno prende la sua strada. I ragazzi son grandi e i grandi tornano single. Chiude la casa dove un tempo viveva una famiglia. Aveva perso i pezzi lungo la strada. Andò via il padre, poi la madre, poi il figlio, infine la figlia, dopo un anno di solitudine nel vuoto domestico. E dopo di loro, in una lenta cerimonia d'addio travestita da transito merci, vanno via tutti i mobili e gli oggetti di casa, uno dopo l'altro, in una processione di arredi, ricordi e smontaggi. Il letto matrimoniale si perse per primo, poi i libri divisi tra case, il tavolo e le sedie dal rigattiere, insieme al soggiorno, i comodini e il lume che calava il cappello di luce sopra il divano. Le cose del padre seguono il padre, la credenza va dalla madre, insieme ai servizi di piatti e bicchieri e il comò di sua nonna; i quadri spartiti, i vestiti alla Caritas, scartoffie agli appositi cassonetti, le stanze dei ragazzi naufragate nell'incuria degli abbandoni. Perduta l'unità della casa, schizzano le sue porzioni.

 

Ogni pezzo salvato andò a far compagnia alla solitudine di ciascuno; il resto lo portò via il fiume del tempo. E un fiume in piena sembrava davvero la roba che usciva di casa: come un'alluvione affioravano nel gorgo tranci di passato, lacerti di vita, poltrone, cuscini, lampadari e vassoi, tazze di latte, provviste scadute. Il catalogo di quasi un trentennio, l'inventario di una casa disfatta. Abiti, abitudini, abitare, tutto vortica nella centrifuga del tempo. Finisce la casa, subentra la foresteria, piccoli profitti occultano perdite gravi. L'hai vista andar via pezzo su pezzo, la casa, come a un'asta fallimentare del destino, quasi per divertirvi. Voi battevate i pezzi all'incanto e loro si spartivano il bottino, saccheggiando il vostro passato. Vanno via come felini con la preda penzolante dai denti o come formiche operose che si caricano tra il dorso e le zampe la mollica più grande di loro. Per terra, sui muri, perfino sui vetri restano le tracce del passato, aloni del tempo e chiazze di vita trascorsa. Fate piano con la poltrona, voi non vedete ma sono ancora seduti i ricordi, sono fragili come vetri, le schegge feriscono...

 

La fine ricorda l'inizio, la casa vuota da cui cominciò. Ora ti scorre davanti, come in un trailer a ritroso, il riassunto di una vita vissuta, tramite icone, feticci, reperti di vite scadute, strati geologici di età precedenti. Esonda il passato sprigionato dai pezzi divelti: pianti notturni, scene d'amore e di gelosia, compiti a casa, pagine scritte coi bambini in braccio, porte sfasciate, pranzi sereni, giochi puerili con la testa ficcata dentro il divano, le preghiere serali nell'altra stanza, fraseggi nostrani, maschere di carnevale, vestiti di comunione, album di pianeti temporali perduti. Si sbaraccano brani di vita, il futuro è impaziente e batte nervosamente le dita. Non resta che resettare.

 

Ricordi la gioia del trasloco da bambino. Mezzo secolo fa, la casa da vuotare, il piacere di una casa da riempire, l'attesa eccitante del nuovo. Allora lasciavate solo i muri alle spalle, non le persone. La sera si mangiò pesce fritto, era di buon augurio. Si va tutti insieme a star meglio, nella casa più grande, col termosifone, un balcone infinito, la loggetta. Niente più stufa, borsa calda a letto, sei persone in tre stanze e un bagno solo. L'euforia di un trasloco dall'arcaico al moderno. Nel presente trasloco non manca il piacere della catarsi, il gusto di liberarsi d'annosi fardelli e rendere leggero, essenziale il proprio bagaglio; il piacere di aggiudicarsi filetti del comune passato, sbucciati dall'atmosfera di casa. Via la zavorra. Non manca pure la dissennata euforia del vuoto, la gioia di resettare, sgombrare la vita d'intralci e rottami. Tabula rasa per farsi volatili.

 

Ma alle spalle del cupio dissolvi risale l'horror vacui. Si decostruisce una casa, il contrario di un atto di fondazione. Smembrare una casa, cioè dividere i membri. Smembrare una casa, il contrario di rimembrare. Era rimasta la casa a raccontare della famiglia e a provarne la trascorsa esistenza. Anche le case hanno una loro personalità, ciascuna ha un suo odore, un carattere proprio; recano le impronte digitali di una vita, s'impregnano di gioie e dolori vissuti tra le loro pareti. Hanno un dna inconfondibile.

 

Questa è la piccola storia domestica di una famiglia disciolta nell'acido corrosivo del tempo, che decise di cancellare i ricordi nefasti e riconvertire i resti salvabili in monodosi. La famiglia si scioglie, come l'orzo solubile, lascia detriti al passaggio e macerie dentro di sé, cicatrici remote che non sanguinano più. Ciascuno va incontro alla sua vita, al suo futuro, alla sua vecchiaia. I componenti si guardano come naufraghi, sopravvissuti al disfarsi del loro mondo comune, e prendono strade diverse. Non si tratta di addii e non ci sono dissidi; ci si vedrà come sempre, si sta insieme talvolta. Ma il luogo comune si spezza, non hanno più la loro tana. Un tempo la casa si smantellava con la morte dei cari; oggi, che fortuna, si muore da vivi.

 

http://www.ilgiornale.it/news/cultura/casa-che-non-aveva-pi-famiglia-897137.html

Marcello Veneziani -

25/03/2013

Letteratura, il tempo del dolore che insegna cos'è la vita

Letteratura, il tempo del dolore che insegna cos'è la vita

 

Da Tabucchi a Grossman, il senso degli addii I n un racconto di Antonio Tabucchi contenuto ne Il tempo invecchia in fretta, uno scrittore racconta del suo dolore alla schiena, un dolore fisico che, lo scopriamo leggendo, gli deriva dalle posture da lui assunte nello scrivere, di quanto queste incidano sì sulla sua colonna vertebrale, ma probabilmente sulla sua (e sulla nostra) esistenza. Un «malato di letteratura», lo definisce il suo medico, di una condizione che, come le posizioni che lui assume per scrivere, si confonde nell'intrico ingarbugliato dell'atto del suo scrivere e di quello del suo vivere. Verità del dolore e finzione della letteratura si mischiano dunque, come la realtà e le parole scritte per raccontare, e provocano e narrano quella sofferenza che, in fondo, è uno dei temi «classici» della letteratura.
La scrittura è, ci pare dire Tabucchi, uno dei pochi e inevitabili modi di mettere le mani nella fragilità della condizione umana, là dove, Leopardi ce l'ha ben insegnato, il dolore è una delle sue parti costitutive. Forse quella stessa spina dorsale che lo scrittore del racconto tabucchiano non riesce a governare.


L'uomo contemporaneo non ama molto che gli si ricordi questa fragilità. Lanciato sulla superficie della realtà e abbacinato dalla spettacolarizzazione di ogni proprio ambito, anche privatissimo, preferisce pensare che la morte e il dolore non lo riguardino, o comunque, quando questo accade, che il fastidioso inghippo debba essere risolto da medici, da stregoni, specialisti o da chi per loro.


Ma l'arte continua a mettere le mani dentro questa materia fastidiosa, a ricordarci, come succedeva non molto tempo fa, che nascita, sofferenza, morte ci appartengono direttamente, e che le vicende spesso dolorose dell'esistere tracciano, (sono la spina dorsale?) significano le nostre vite. Basta consultare un interessante libro scritto da Iona Heath, Modi di morire (Bollati Boringhieri, 2009) per scoprire i molti intrecci che l'arte, la poesia, la narrativa hanno creato attorno a questi temi e alla necessità di affrontarli con uno spirito che sempre di più, oggi, ci viene a mancare, impegnati come siamo a guardare la superficie, a lucidarla e a rifiutare ogni difficoltà.
Il linguaggio non può che imitare se stesso, come afferma giustamente Walter Siti ne Il realismo è impossibile e la letteratura pur selezionando e raccontando porzioni di realtà, sembra possedere la capacità non tanto di descriverla, quanto di entrarci dentro lasciando aperto sempre un altro piano nascosto, uno specchio che rimanda un'immagine spesso sconosciuta, scomoda, inquietante. Umana.


Negli ultimi anni alcuni scrittori hanno tentato di raccontare questa umanità tornando a uno sguardo allargato, meno minimalista, centrato sulle «piccole» vicende umane, attraverso le storie minute delle persone, di tutte quelle infinite particolarità nelle quali si intuisce la sofferenza come collante che attraversa le vite della gente e dunque la Storia.
Recentemente scrittrici come Romana Petri, da Alle case Venie fino allo splendido Tutta la vita, passando per la saga portoghese di Ovunque io sia, o Melania Mazzucco con Vita, Laura Pariani con Dio non ama i bambini, Raffaella Romagnolo con La Masnà hanno saputo raccontare storie corali di personaggi che incrociano le proprie vite, tessere di un mosaico umano che illustra gli amori, i tradimenti, le violenze e gli slanci, le guerre, le miseria e il riscatto, le speranze e quelle mille altre cose che compongono la vita delle persone, nella quale, assieme alla tensione verso la felicità, la voce del dolore è qualcosa di inevitabile che preme e spinge. Segna e racconta la vita della gente. È una narrazione che, proprio per queste caratteristiche, spesso sa costruire una sorta di «epica del quotidiano», minime tessere che mostrano, certo, ma allo stesso tempo svelano e nascondono, ci obbligano a domande.


Noi soffriamo, ci deterioriamo, moriamo, e le storie dei nostri percorsi, le nostre storie, possono utilizzare lo specchio della letteratura non tanto per descriversi, ma per esistere, aprirsi e liberarsi sotto forma di parole alla riflessione dei lettori. Penso alle belle pagine del racconto del rapporto con la malattia e la morte dei propri genitori che si possono trovare nell'Edoardo Albinati di Vita e morte di un ingegnere o nell'Elisabetta Rasy de L'estranea, dove la letteratura mostra la possibilità di ripercorrere una conoscenza dolorosa di un rapporto complesso tra persone e tra corpi che, appunto, si deteriorano, soffrono e muoiono, che a causa della malattia cambiano e diventano estranei agli altri e a se stessi. Racconti che, come dicevamo prima, sanno evitare ogni tentativo di spiegazione, di conforto retorico, ma posano l'occhio (la scrittura), sulla tessitura dei piccoli gesti, delle abitudini, degli oggetti familiari, della malattia che impone una differente conoscenza e il viaggio dentro paesi sconosciuti.
In questo senso ritengo emblematici gli scritti di Hervé Guibert attorno alla sua malattia in una scrittura che, proprio come l'AIDS, distrugge ogni canone estetico e porta nella dimensione totale del dolore le rappresentazioni raccontate ne All'amico che non mi ha salvato la vita, Le regole della pietà e Citomegalovirus.


Raccontare il dolore non per allontanarlo o renderlo inoffensivo, ma per affermarlo come elemento vitale, anche attraverso l'inutile, banale, attesa di un felino domestico ne Il gatto in un appartamento della Szymborska, o con quelle semplici, eppure tremende negazioni con cui David Grossman scrive la morte del figlio Uri: «Sono ormai tre giorni che quasi ogni pensiero comincia con "non". Non verrà, non parleremo, non rideremo. Non ci sarà».
Il dolore privato di Grossman, lo stesso che percorre il suo ultimo Caduto fuori dal tempo, diventa universale con la sua scrittura, apre la porta alla dimensione in cui noi possiamo accedere solo grazie alla letteratura, perché, come ha scritto Roberto Cotroneo: «Nessuna legge della letteratura, se mai ci sono state, può riuscire a dirci che la cosa più eversiva e sconvolgente che ha fatto Grossman in questo libro è quella di aver trovato le parole del dolore. Perché il dolore non vuole parole, con il dolore non ci sono parole. Proprio così: aver trovato le parole. Ma non per raccontare, non per oltrepassare la soglia, ma per lasciarla immutata come un paesaggio che non sappiamo attraversare, come una possibilità che in verità non abbiamo mai avuto».

 

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/35-libri/42855-letteratura-il-tempo-del-dolore-che-insegna-cose-la-vita-.html

Fonte: UGO RICCARELLI, Corriere della Sera |  

24/03/2013

Africa : È MORTO LO SCRITTORE NIGERIANO CHINUA ACHEBE

Africa : È MORTO LO SCRITTORE NIGERIANO CHINUA ACHEBE

 

Chinua Achebe, scrittore e poeta nigeriano considerato uno dei padri della letteratura africana moderna, è morto questa notte all’età di 82 anni in un ospedale della città statunitense di Boston.

 

La notizia, diffusa dai giornali della Nigeria, è stata confermata anche dal suo editore. “Achebe è il più grande scrittore africano e siamo costernati per la sua morte” ha detto Simon Winder, direttore della casa editrice Penguin.

Romanziere, poeta e saggista, vincitore di numerosi premi internazionali, Achebe è ricordato anzitutto per “Things Fall Apart” (“Il crollo”). Un romanzo pubblicato nel 1958, tradotto in 50 lingue e venduto in oltre dieci milioni di copie, che racconta dell’arrivo dei colonizzatori inglesi in un villaggio di etnia Igbo della Nigeria sud-orientale. Per la sua ampia eco internazionale va ricordato anche il saggio “An Image of Africa: Racism in Conrad’s ‘Heart of Darkness’” (“Una visione dell’Africa: il razzismo in ‘Cuore di tenebra’ di Conrad”). Un testo, questo, nel quale si accusa il romanziere polacco di aver trasformato il continente in “un campo di battaglia metafisico privo di ogni riconoscibile umanità, dove il viaggiatore europeo entra a proprio rischio e pericolo”.

 

Nel 1990, dopo essere stato costretto su una sedia a rotelle da un incidente automobilistico, Achebe si era trasferito negli Stati Uniti. Più di una volta aveva rifiutato onorificenze che gli erano state offerte dal governo nigeriano, accusando i dirigenti politici del suo paese di non fare abbastanza contro la corruzione.

 

[VG]

http://www.misna.org/primo-piano/e-morto-chinua-achebe-scrittore-dellafrica-22-03-2013-813.html

Una libertà che viaggia lungo il fiume

Una libertà che viaggia lungo il fiume

 

«La Lézarde» di Édouard Glissant

 

L'erranza, il razzismo, l'inconscio della terra e il paesaggio come metafora del risveglio. Il percorso di iniziazione nel primo romanzo dell'intellettuale caraibico


«Nascere al mondo è di uno splendore estenuante». Con queste parole nel 1956 il grande scrittore e intellettuale caraibico Édouard Glissant esprimeva tutta la necessità e la sofferta intensità che segnarono la stagione delle indipendenze e delle lotte anticoloniali: un momento carico di speranze, di rischi e di progettualità, che vede il tramonto dell'imperialismo europeo, per lo meno nella sua versione coloniale, e la repentina apertura al mondo di quei popoli che per secoli erano stati soggiogati, sterminati o ridotti al silenzio.


Sono parole tratte da Soleil de la conscience, un'opera di sorprendente originalità formale e intensità poetica e intellettuale, che riesce a fondere poema in prosa e poesia, diario di viaggio e riflessione filosofica sui temi dell'erranza, della conoscenza, del paesaggio, dell'alterità e del razzismo. Glissant stesso definisce il suo itinerario di autocoscienza come un'«etnografia di se stesso»: l'avvio di un lussureggiante percorso di scrittura,che per oltre cinquant'anni lo condurrà a una paziente decostruzione dello sguardo alienante dell'Altro, assorbito col passare del tempo dal colonizzato, e all'elaborazione faticosa di un linguaggio proprio, che consenta al singolo e alla comunità di articolare un rapporto autonomo e responsabile con la propria terra e col mondo intero. «Il grido del mondo», scrive ancora Glissant, «deve farsi parola»: non per diluire l'intensità folgorante della rivolta, ma per cercare dei modi di articolare l'incontenibile volontà di dirsi e di essere riconosciuti con una reale progettualità politica, disponibile all'incontro fecondo con la differenza.


Due anni dopo, nel 1958, Glissant pubblica il suo primo romanzo, La Lézarde, aggiudicandosi il prestigioso Prix Renaudot. Dieci anni prima aveva lasciato il suo paese natale, la Martinica - che nel 1947 aveva ottenuto, grazie all'azione politica di Aimé Césaire, lo status di «Dipartimento d'Oltremare» - e si era recato per la prima volta a Parigi per completare i suoi studi superiori in filosofia ed etnologia. Quest'esperienza si rivelò una formidabile e sconvolgente iniziazione a un ambiente culturale e politico a dir poco ribollente: erano gli anni dell'engagement sartriano, dell'apogeo dell'esistenzialismo e della fenomenologia, dell'affermarsi dello strutturalismo. Erano anche gli anni di un intenso sperimentalismo artistico e letterario, dove gli esiti più radicalidel linguaggio poetico simbolista e surrealista incontravano le neo-avanguardie del nouveau roman e il rifiuto della tradizione realista. Numerosi studenti, intellettuali e poeti di origine africana e afroamericana confluivano nella capitale, attorno a riviste come Présence Africaine, per affrontare i temi della negritudine e del rapporto tra le forme artistiche e le lotte anticoloniali. Solo pochi anni prima, il celebre Orfeo nero di Sartre, che introduceva l'antologia della poesia negra curata da Senghor, aveva aperto in via definitiva una nuova stagione letteraria e culturale, che culminerà con la pubblicazione dei Dannati della terra di Fanon nel 1961 e con l'impegno di tanti, tra cui lo stesso Glissant, per l'indipendenza dell'Algeria.


È questo il crogiuolo culturale e politico in cui apparve La Lézarde - ora tradotto in italiano per Jaca Book da Geraldina Colotti e Marie-José Hoyet e accompagnato da un'appassionata prefazione di Claudio Magris. Si tratta di un'opera eccezionale e al tempo stesso spaesante, per il coraggio e la forza espressiva che prendono forma in un linguaggio radicalmente nuovo, che al tempo stesso cerca e sceglie con grande consapevolezza di abbandonare gli schemi e le forme di un facile realismo impregnato di ideologia. La Lézarde è il nome di un fiume che attraversa la Martinica, piccola isola dell'arcipelago caraibico abitata in gran parte da discendenti degli schiavi africani che vi furono deportati per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero. Il fiume nasce ai piedi del vulcano Pelée, nel nord del paese, e percorre le morne, le montagne dell'interno rivestite di una fitta vegetazione tropicale, per raggiungere la piana di Lamentin, avvolgendo tra le sue anse le piccole città della costa e raggiungendo infine il mare dei Caraibi, sfociando in un fitto intrico di mangrovie. I protagonisti del romanzo sono un gruppo di giovani militanti, tra cui spiccano l'intellettuale Mathieu e l'agguerrita e sensibile Mycéa. Essi decidono di affidare a Thael, sceso dalle montagne dove vive isolato in compagnia dei suoi cani e del gregge, il difficile ma necessario compito di assassinare il «rinnegato» Garin. Quest'ultimo, un funzionario inviato dalla madrepatria, sta pianificando l'ennesimo progetto di dominio e di sfruttamento del territorio attraversato dal fiume, mettendo a rischio la loro lotta e il processo di liberazione e di emancipazione in atto nel paese.


L'elemento romanzesco e la trama politica non esauriscono però l'intento più profondo dell'opera, che è invece quello di nominare il paese e di coglierne gli elementi più nascosti, l'inconscio della terra: «Storia della terra che si sveglia e si allarga. Ecco la misteriosa fecondazione, il nudo dolore. Ma si può nominare la terra, prima che l'uomo che la abita si sia alzato?». L'effetto di realtà è continuamente sospinto verso un «effetto di poesia», in cui si alternano e s'intersecano i registri lirici, epici e tragici.


Il vero protagonista è così il paesaggio, non nei suoi tratti realistico-descrittivi, che potrebbero facilmente tingersi di un insidioso esotismo, quanto nelle sue profonde valenze simboliche e mitologiche. Il fiume, che Thael percorrerà assieme al suo antagonista nella parte centrale del romanzo, è il simbolo di un percorso d'iniziazione che congiunge lo spazio ancestrale della leggenda - le montagne e la foresta, un tempo abitate dagli schiavi fuggiaschi e che custodiscono un passato di atroce sofferenza, tragicamente consegnato all'oblio - col presente della lotta e dell'impegno, simboleggiate dalla città. Questo percorso, però, si rivela tutt'altro che lineare e spingerà i personaggi a sparpagliarsi in direzioni diverse, separandosi e ritrovandosi più volte. La loro erranza diventa così una continua scoperta del paese reale, nei suoi aspetti magnifici e dolenti e, al tempo stesso, la sua incessante creazione, attraverso la parola e l'ascolto.


Alla fine il sacrificio sarà compiuto, ma non porterà a nessun facile trionfo. Al contrario, esso spalancherà un ulteriore abisso, rappresentato dall'immensità abbagliante e violenta dell'oceano: una febbrile apertura, che espone una ferita ancor più profonda e che sarà destino percorrere fino al suo fondo. «La grandezza, quindi, è di aver gridato verso il mondo», afferma uno dei personaggi nelle ultime pagine. «Questo popolo, così stretto nelle sue isole, così abbandonato, ricacciato sotto il manto del disprezzo e dell'oblio, è venuto al mondo». La tragedia del finale e la partenza del giovane narratore, cui è affidato il compito di scrivere la storia «come un poema», ci trasmettono un senso di sospensione e un'opacità fondamentale, che Glissant non cesserà di scavare nelle sue opere a venire e che lo porterà a elaborare, a partire dagli anni '80, una sontuosa poetica barocca della Relazione e del Tutto-mondo.

 

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/35-libri/43006--una-liberta-che-viaggia-lungo-il-fiume.html

Fonte: Alessandro Corio, il manifesto |