10/05/2013
GORDON PARKS La mia arma è la fotografia
GORDON PARKS La mia arma è la fotografia
A Milano, presso Spazio Forma, la mostra dedicata al grande narratore african american per immagini che raccontò le ambiguità del '900 su «Life», per poi affidarle a parole e note
I figli di Sarah Ross Parks erano già quattordici, in fila di età e di altezza quando il 30 novembre 1912 nasceva l'ultimo, Gordon Roger Alexander Buchanan. Come gli altri, anche Gordon sarebbe cresciuto con il refrain della frase preferita della madre: «quello che può fare un bianco, lo può fare anche un nero».
I Parks erano neri, metodisti e poveri, dignitosamente poveri. Abitavano a Fort Scott nel bel mezzo del Kansas agricolo, caldo in estate e freddo in inverno, percorso da improvvise e violente precipitazioni che lasciavano le piantagioni schiacciate a terra. A Fort Scott, il razzismo si respirava a pieni polmoni e la segregazione tagliava a fette la cittadina. A scuola erano tutti insieme perché c'era un unico caseggiato, ma i campi gioco erano per i bianchi. Ogni tanto, per una sciocchezza qualsiasi, a qualcuno girava la testa e il sangue imbrattava il suolo. Così cresceva Gordon, in una contraddizione lacerante, perché sapeva di essere uguale ai bianchi ma quello che vedeva ogni giorno era il contrario.
Una rivista come «bibbia»
A quindici anni tutto cambia: Gordon passa la notte accanto alla bara della madre, «pieno di terrore ma con una strana sensazione di sicurezza», in un singolare connubio di timore e di forza che lo accompagnerà per il resto dei suoi novant'anni e passa.
Subito dopo è fuori di casa; per vivere suona il pianoforte in un bordello, poi in una band, fa il portiere, il facchino, l'inserviente sui treni. Qui legge i rotocalchi dimenticati sui sedili - Life in particolare - dove i servizi illustrati gli aprono mondi insospettati. Lo stupore di fronte alla meraviglia dei racconti ibridi, fotografie impressionanti di qualità e di nitidezza, testi che sembrano o sono stralci di letteratura americana, impaginati dai ritmi sincopati, storie che vibrano di forza e novità, questo stupore che lo tiene sveglio di notte gli rimarrà impresso per sempre.
Life è la sua bibbia da comodino: «Tenevo la rivista sotto il cuscino nella cuccetta. Riflettevo e osservavo. Osservavo e riflettevo». Legge, assimila, osserva, vaga di città in città alla ricerca di un mentore sino a che si identifica con un cameraman che una sera in un cinema di Chicago mostra le riprese di un incidente. Colpito dal personaggio e dal suo successo, Parks acquista pochi giorni dopo la sua prima macchina fotografica. Non ha importanza che l'aneddoto sia vero o meno, che il ricordo ricami un vuoto dell'esperienza, ciò che resta è l'aver trovato il modello, l'aver scelto quel modo e quella modalità come fondativi del destino. L'eredità materna, che si concentra tutta in quella frase «quello che può fare un bianco, lo può fare anche un nero», può finalmente essere raccolta e dispiegata nella biografia. Gordon Parks diventerà fotografo per la Farm Security Administration (l'organismo che aveva promosso la campagna fotografica della New Deal Agency), poi per Life, la rivista dei suoi sogni. E poi fotografo di moda per Vogue e regista, e compositore, e poeta e scrittore. E ogni volta con la stessa esuberanza di carattere e la stessa compostezza formale.
Grammatica visiva
Se un nero e un bianco sono uguali, occorre che questa verità diventi visibile a tutti, occorre che le storie dei neri siano raccontate per davvero , prendendo il tempo per conoscerli e per fotografarli in modo pacato. Che non si cada allora nella trappola della retorica di tipo rivendicativo, ma che ogni narrazione sia nutrita dalla vita dei luoghi e delle persone che li abitano, quasi fosse un album di famiglia. L'immagine, la parola, la musica siano il vessillo del riscatto della verità biologica, siano dunque «un'arma da usare contro tutto quello che non mi piace dell'America».
È questa consapevolezza così radicata e così rara in quegli anni che probabilmente gli permette di stare in una posizione di non violenza quando i più organizzati tra i movimenti dei neri americani cercavano invece lo scontro violento. Se l'arma è la macchina fotografica (o la penna, o la cinepresa) lo stile è il proiettile per colpire nel segno. Il piano dell'immagine è organizzato per fornire informazioni di luogo e di tempo, le riprese sulle persone sono manifestamente empatiche, il tutto è sorretto da una grammatica semplice, intelligentemente controllata.
Il resto, i grandi bordi neri e le luci radenti sui volti, le chiusure prospettiche, la centralità dei soggetti isolati nel vuoto sono le spie della sua ricerca interiore, sono il segno della sua presenza fatta di sensibilità, di energia e di ascolto mai prepotente.
Si direbbe che Parks non cerchi uno stile, ma è certo che lo stile lo accompagni: il racconto è necessario alla sua esistenza perché questa è la sua forma di lotta contro la povertà, il riscatto da un'infanzia divisa è forse il suo fine personale, l'uguaglianza è di certo il senso profondo che informa la sua estetica. «Tentare di fermare le stragi di ragazzi a Harlem non sarebbe stata un'avventura giornalistica in più da inserire nel curriculum. Sentivo ancora vivo in me il tormento che la morte dei miei amici aveva lasciata sulla mia infanzia. Adesso avevo finalmente l'opportunità di fare davvero qualcosa», così scriveva Parks ricordando quando Life gli aveva affidato l'incarico di fotografare quel barile di polvere pronto a scoppiare che era il quartiere nel 1948. Ecco che le fotografie prendono la forma del poema in prosa: ogni immagine è compiuta, ma è in dialogo con le altre in una sequenza narrativa che sembra evolvere negli anni, modulando sempre di più i rapporti tra le riprese fotografiche a prospettiva lunga e le immagini a primo piano, le situazioni contestualizzate a media distanza e alcuni oggetti o forme isolati ripresi come elementi simbolici. Ecco le grandi cerchiature di nero che predominano nei lavori dei primi anni, dal Quaranta sino alla fine degli anni cinquanta e che sembrano rivelare le cose attraverso squarci violenti della superficie fotografica, come se fosse in gioco la lotta interiore di Parks stesso. Ecco le partiture progressive su scenari più ampi che si sciolgono via via in immagini più composte e narrativamente più complesse. Ecco, allora, che ogni racconto presenta una cifra stilistica.
Ella Watson (1942) è una texture di grigi, Harlem, gang leader (1948) è il contrasto tra il buio e la luce, tra il privato e lo scontro freddo della strada, Segregazione nel Sud (1956) è un colore pastellato che stride con le barriere razziali, reali e simboliche che attraversano tutto il racconto, Ford Scott revisited (1949) è un via vai tra interni e strade, tra sineddochi e ritratti, tra strade desolate e stanze claustrofobiche, Crime (1957) ha una straordinaria qualità pittorica vicina a quella di Saul Leiter che addolcisce gli squarci stretti su prospettive lunghissime, Mohamed Ali (1966-1970) come The black Panthers (1970) presentano una perfezione narrativa esemplare, tipica di coloro che arrivati alla maturità espressiva sanno cogliere il nucleo espressivo delle persone che fotografano. Che per Gordon Parks la macchina fotografica sia stata l'arma con la quale ha combattuto la sua battaglia è evidente soprattutto nel lavoro che fece nel '63 sui Black Muslims quando Malcolm X, pochi anni prima del suo assassinio, sembrava prendere il sopravvento sull'indiscusso potere di Elijah Muhammad.
Insieme a Ingrid Bergman
Le contraddizioni e la tensione che serpeggiavano nel movimento sono ancora oggi tangibili nel lavoro di Parks, così come è palese la sua disapprovazione verso le riunioni paramilitari del movimento che si manifesta con riprese ironiche e distanti. Gordon Parks aveva imparato la lezione che gli aveva impartito Roy Stryker (il responsabile della Farm Security Administration) quando per primo lo aveva coinvolto come fotografo nella campagna documentaria. «Devi trasformare i tuoi sentimenti in parole e poi trovare il modo di metterli nelle fotografie», gli diceva. Che ci fosse riuscito ne è prova la vicenda del servizio su Ingrid Bergman nel 1949. Fu lei a convocarlo a Stromboli dove stava vivendo la sua grande storia d'amore con Rossellini. Condannata dall'opinione pubblica, Bergman individuò nel lavoro di Parks l'occhio che avrebbe saputo cogliere e mostrare la pace e la serenità di una relazione lontana dalle tempestose vicende che invece la stampa andava ricamando. L'attrice gli mostrò il numero di Life sul quale Parks aveva pubblicato il servizio sul giovane leader della gang di Harlem. Gli fece molti complimenti e concluse: «Immagino che quel ragazzo si sia fidato di te». Parks ribatté: «Diciamo che ci siamo fidati l'uno dell'altro». Uno scambio che mette a nudo l'importanza della relazione nel suo lavoro. Il che implica evitare ogni iperbole formale, anche e soprattutto quando la situazione ne offre ampie opportunità.
Queste storie e queste frasi sono tutte nella bella mostra allo Spazio Forma. Il percorso è ritmato da citazioni tratte dai libri di Gordon Parks e presenti nel catalogo, le stampe, vintage e moderne offrono una panoramica complete del lavoro fotografico: dai servizi impegnativi sulle zone calde della segregazione razziale ai ritratti di artisti e politici, dalla moda fatta per Vogue per finire con il servizio a colori The learning Tree del 1963, una fiction autobiografica sulla propria infanzia.
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APERTURA - SILVANA TURZIO
UNA BIOGRAFIA VERSATILE
Gli Usa tra gli scatti e le trame dei film
BREVE
A Spazio Forma di Milano sarà visitabile fino al 23 giugno la mostra «Gordon Parks, una storia americana» (catalogo edizioni Contrasto / The Gordon Parks Foundation, 2013, 32 euro). L'autore di quegli scatti che raccontarono l'America della segregazione è stato anche scrittore, compositore di musica e nel 1969, uno dei primi registi african-american a dirigere un lungometraggio per la Warne Bros, a Hollywood («The Learning Tree», Ragazzo la tua pelle scotta, tratto dal romanzo autobiografico). Nel 1971, la sua seconda pellicola, «Shaft il detective», ebbe grande successo, di cui diresse l'anno dopo un sequel. I decenni Settanta e Ottanta lo vedono al lavoro soprattutto nella televisione. Nel 1974 girò il poliziesco «The Super Cops», quindi nel 1976 «Ledbelly», film biografico sul musicista blues Huddie Ledbetter. È del 1984 la sua ultima regia, il film tv Solomon «Northup's Odyssey». Come attore, nel 2000, Parks apparve in un cameo nel film «Shaft», remake diretto da John Singleton. Suo è poi il romanzo «Shannon», su un gruppo di immigrati irlandesi a New York e suo il balletto «Martin» in omaggio a Luther King (1989). È anche il padre del regista Gordon Parks jr, autore di un altro cult movie della blaxploitation, «Superfly»
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09/05/2013
L'arte di salire più in alto dove la vetta rende liberi
L'arte di salire più in alto dove la vetta rende liberi
L'epopea degli italiani in fuga sul Monte Kenya
Un libro contro lo sconforto. Senza prediche o consolazioni a buon mercato, e anzi problematico, indugiante, perplesso, mai sfiorato dalla tetra litania del think positive. È l'impressione che si ricava dalla lettura di Point Lenana, scritto a quattro mani da Wu Ming 1 e Roberto Santachiara sulla scia della fascinazione per una storia semplice, ma nella sua semplicità inesauribile.
Nel 1943, in piena guerra mondiale, tre prigionieri italiani in Africa evadono da un campo di concentramento inglese e scalano Punta Lenana, terza vetta del Monte Kenya, 4.985 metri sul livello del mare. Restano fuori 17 giorni, ridiscendono mezzi morti di fame e si riconsegnano agli inglesi. Uno di loro, Felice Benuzzi, funzionario coloniale e dopo la guerra diplomatico di buona carriera, narrerà l'impresa in Fuga sul Kenya, che nella sua versione inglese, «No picnic on Mount Kenya», stesa da lui stesso e non del tutto coincidente con quella italiana, conoscerà un grande successo internazionale. L'episodio ossessiona da tempo Santachiara, agente letterario e appassionato di alpinismo, che invia il volume di Benuzzi a Wu Ming 1. Sceglie lui non benché ma proprio perché, uomo di pianura, non sa nulla di montagna: una storia ha carisma se la sua singolarità non interpella solo gli affini, ma riesce a toccare corde universali. L'esperimento riesce, e di qui la doppia proposta: salire insieme sulla Punta Lenana, scrivere questo libro.
La prima cosa richiede allenamento, un po' d'ansia e qualche giorno di escursione. La seconda è più difficile e comporta quattro anni di lavoro. Perché intorno alla storia-lievito di Felice Benuzzi, Giovanni Balletto ed Enzo Barsotti ne concrescono molte, moltissime altre, in potenza l'intera storia dell'Italia del Novecento, riletta a contropelo fino far raggiungere al libro la ragguardevole proporzione di cinquecentocinquanta pagine, più quaranta di bibliografia ragionata. L'indagine spazia dalla Vienna di Franz Joseph in cui Benuzzi è nato alla Trieste in cui è cresciuto maturando il suo amore per la montagna. Si sposta a Roma, prosegue per l'Africa, raggiunge l'Australia e l'Antartide, ricostruendo insieme alla vita dei protagonisti le traversie di un'Italia che si affaccia nel peggiore dei modi — il colonialismo, liberale prima e fascista poi — sulla scena della politica mondiale, dall'irredentismo giuliano alle squallide e criminali campagne di Libia e d'Etiopia. Sulla scena si alternano, con la tecnica dell'entrelacement dei poemi epici, i tre ordinary people resi celebri dai loro 17 giorni di libertà, altri alpinisti chi famoso e chi oscuro, tra cui molti scrittori di vaglia, e poi d'Annunzio, Mussolini, Badoglio, Graziani, il Duca d'Aosta, Omar Al-Mukhtar, il Negus, la guerriglia abissina, i ribelli Mau mau contro gli inglesi… Scalate e conquiste, memorie e massacri, accostati più che non stretti in un rigido nesso causale.
Tra storia e storie non c'è un flusso omogeneo di senso. Più spesso vuoti, intervalli, interrogativi. Era fascista, per esempio, Benuzzi? In che misura il suo gesto, e più in generale l'ethos dell'alpinismo tutto, è apparentato alla prosopopea del primato, della conquista, della maschia romana volontà di sottomettere? Accumulando incontri, interviste, letture e riflessioni, gli autori s'immergono in un arcobaleno di sfumature, lo sguardo sempre fisso all'evento-matrice: una fuga insensata, un atto libero e sovrano di sottrazione temporanea al comando — Benuzzi e gli altri non avevano alcuna possibilità di evadere davvero, nel 1943 l'Africa italiana non esisteva più da un pezzo — che risponde solo a un impulso di gioia solitario (a lonely impulse of delight / drove to this tumult in the clouds, cantava Yeats). Un piccolo esodo, una scommessa senza fini, un'avventura che a differenza di quella coloniale non esige il sangue degli altri, e che al ritorno trova le parole per dirsi ma non per esaurirsi in una spiegazione.
Con una scelta felice, Wu Ming 1 e Santachiara non saccheggiano il libro di Benuzzi: l'impresa vera e propria non è raccontata (né parallelamente rivelano, nella cornice, cosa hanno trovato loro sulla Punta Lenana). Coperto da un'ellissi, il cuore della vicenda viene lasciato al suo silenzio, in disponibilità per l'immaginazione, mentre la storia pubblica urla e stride sullo sfondo. Non da una battaglia ma da un'opprimente bonaccia sono fuggiti i tre prigionieri, ed è forse questo l'ombelico che connette quel frammento di passato, prima ancora che al suo tempo, al nostro presente. Nel 2009, scrive Wu Ming 1, mi sentivo sotto l'effetto di una perversa cappa aspirante che «risucchiava le energie buone e le disperdeva nello spazio, lasciando a terra i vapori nocivi, gli umori più cupi, le inettitudini più resilienti, i rancori più facili da coltivare»; una cappa che è ancora in funzione, e incolla in basso i corpi e le menti con quella mistura di accidia e sconforto che tutti conosciamo benissimo. Facile, ovvio, perfino comodo crogiolarcisi. Difficile invece è reagire. È di questa reazione — una reazione non risentita né subalterna — che si è fatta allegoria l'ascensione di Benuzzi e compagni.
Un'allegoria ben gestita, che elude ogni sovraccarico di significato. Non sono e non si sentono eroi gli eroi di questo libro, una patente che lasciano agli alfieri delle stragi. Non raggiungono la vetta più alta, non mirano alla gloria, non reclameranno per sé grandi spazi vitali a guerra finita. Non detengono il segreto della soluzione finale, espressione mostruosa se mai ve ne furono: «E tu volevi realizzarti in un'azione concentrata? Illusione! Esiste il campo di concentramento, ma non l'azione concentrata! L'azione che risolve veramente tutto, che realmente guarisce, non esiste», scrive Benuzzi, e miglior congedo non si può immaginare dal fascismo. Scesi dalla cima, tornano alla fatica dei giorni. Se qualcosa hanno imparato, se di qualcosa sono testimoni, è che un'alternativa, una ripartenza, una risalita è possibile ovunque. Non garantita, che è diverso, e non sempre: Benuzzi ha un lunga vita serena, Balletto muore suicida. Ora si tratta di convincercene noi.
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Il libro di Wu Ming 1 e Roberto Santachiara, «Point Lenana», Einaudi Stile Libero Big, pp. 596, 20 euro
FONTE: DANIELE GIGLIOLI, CORRIERE DELLA SERA |
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08/05/2013
La pace, dono degli uomini
La pace, dono degli uomini
«La sapienza del cuore» (pagine 760, euro 28) è il titolo del volume con cui Einaudi festeggia i settantant’anni di Enzo Bianchi (nella foto), priore della Comunità monastica di Bose. Nel libro – che verrà presentato il 2 maggio alle 18 al Teatro Regio di Torino con Massimo Cacciari e padre Federico Lombardi – sono riuniti oltre 130 interventi di personalità che vanno dal cardinale Gianfranco Ravasi al danzatore Roberto Bolle, dagli scrittori Claudio Magris, Guido Ceronetti e Predrag Matvejevic ai filosofi Salvatore Natoli, Virgilio Melchiorre e Christos Yannaras. Da segnalare la presenza del banchiere Giovanni Bazoli, degli imprenditori Guido Martinetti e Federico Grom, di giornalisti come Ferruccio de Bortoli, Ezio Mauro, Michele Serra, Barbara Spinelli e Roberto Righetto, di teologi come Christoph Theobald, Maria Ignazia Angelini, François Boespflug, Bruno Forte e Mariano Crociata. Per l’occasione Arvo Pärt ha invece composto l’opera «Laudate», che sarà eseguita domani nell’ambito della presentazione torinese.
Oltre a essere un grande pensatore e osservatore del nostro tempo, Enzo Bianchi è per me una persona speciale perché lui e mio padre erano amici, legati da un forte affetto e da una stima profonda. È per questo che ogni volta che leggo una sua riflessione mi avvicino al suo pensiero con una grande attenzione. E in questo modo ritengo di aver imparato molto, anche su quegli argomenti che sono il cuore del mio impegno professionale, prendendo sul serio l’invito a rileggere e ripensare, e a non accontentarsi del primo pensiero che ci passa per la testa. Mi riferisco in particolar modo alle questioni sulla pace e sulla guerra, che non potevano non far parte dei temi trattati con profondità da Enzo Bianchi per la loro importanza intrinseca e la grande rilevanza dal punto di vista etico e morale.
Come quelle di Erasmo nel suo Lamento della pace le sue osservazioni colpiscono perché la pace appare un obiettivo lontano. La pace è infatti un argomento particolarmente difficile da praticare o da studiare. Dal punto di vista storico, nonostante siano ben pochi gli individui o le civiltà che hanno affermato apertamente di desiderare la guerra, quest’ultima è un fenomeno ricorrente in ogni epoca storica e in ogni regione del mondo. Anche le democrazie, nonostante la loro propensione a non combattersi tra loro e la loro condanna di atteggiamenti bellicosi, non hanno combattuto meno degli altri tipi di regime e quando combattono, sono capaci di farlo «con rabbia». Del resto, mentre per mantenere la pace è necessario l’accordo di tutti, perché scoppi un conflitto è sufficiente che uno solo decida di dichiarare guerra, trascinando gli altri in una spirale di violenza e di vendetta. Dal punto di vista scientifico, è vero quanto afferma Geoffrey Blainey sul fatto che: «Per ogni mille pagine pubblicate sulle cause delle guerre, c’è meno di una pagina che tratti esplicitamente le cause della pace».
Enzo Bianchi rifiuta le impostazioni semplicistiche che attribuiscono la responsabilità di eventi terribili e complessi a un singolo uomo o una singola nazione. Non si può quindi identificare il nemico con il male, e, di conseguenza, «noi» con il bene, in quanto in una guerra è estremamente difficile che vi siano combattenti innocenti. In un’era di distinzioni tra bianco e nero, ci ricorda come molte questioni siano in realtà poste su una scala di grigi e che nessuna civiltà è immune dall’errore. Perciò quando ci si interroga sulle motivazioni che spingono alcuni uomini a un particolare episodio di violenza, sarebbe necessario investigare sulla tendenza di ogni uomo a utilizzarla in certe circostanze. Come ha scritto all’indomani degli attacchi terroristici sulle torri gemelle: «Il cuore dell’uomo è un abisso profondo, da cui sgorga il bene ma anche, e più sovente, il male» («Avvenire», 14 settembre 2001). Ed è da questa constatazione che deve partire ogni ragionamento sulla violenza umana. «È giunta l’ora di svegliarsi dal sonno, dall’illusione che il male sia chiaramente identificabile solo in qualcuno o qualcosa che sta fuori di noi» («La Stampa», 15 settembre 2001).
Tanto meno quindi si può ricorrere a spiegazioni di livello soprannaturale, di carattere divino ma nemmeno demoniaco. La guerra è combattuta tra uomini, e ciò che la violenza offusca è l’uomo e la sua umanità, senza bisogno di ricorrere a spiegazioni sovrumane. «I cristiani [...] dovrebbero aver imparato, dopo i genocidi del secolo scorso – da quello del popolo armeno, alla shoah, al genocidio dei tutsi – a non chiedere dov’è a Dio, ma a chiederlo all’uomo! Uomo, umanità, dove sei?» («Avvenire», 14 settembre 2001).
La tentazione di ritenere che Dio sia dalla nostra parte il Gott mit uns dell’Ordine Teutonico e poi dell’esercito tedesco nelle guerre mondiali – e che noi quindi combattiamo per la sua e non per la nostra volontà – il Deus vult della Prima crociata – implica una visione distorta sia dell’umanità che della divinità, con quest’ultima ridotta a idolo «contro alcuni uomini e non per tutti gli uomini» (inedito, 25 gennaio 2002). Nascondere la responsabilità delle nostre scelte politiche dietro una presunta conformità con la volontà divina è grave, ma diventa gravissimo se diventa una giustificazione per l’uso della forza. Anche perché la demonizzazione dell’avversario, e la conseguente nostra angelizzazione, non può che portare alla sua deumanizzazione, e di conseguenza anche alla nostra, spingendo la guerra fino alle amare conseguenze dello sterminio. Come si può infatti negoziare un compromesso con chi incarna il diavolo? Una volta che una guerra è iniziata per la presunta volontà di Dio, come può manifestarsi il desiderio che le ostilità abbiano fine?
Il tentativo di trascinare Dio nelle vicende degli uomini è una perversione del messaggio cristiano, che è invece basato sul libero arbitrio. Ciascuno di noi ha di fronte la propria coscienza, e non può sostituirla con precetti che vengono da fuori abdicando all’arduo compito di compiere difficili scelte morali. «Dio non castiga mai, né può castigare gli uomini mentre sono in vita: significherebbe violentarli nella loro libertà e gli uomini castigati sarebbero costretti ad agire secondo il volere di Dio» («La Stampa», 28 settembre 2001). Questo significa che in assenza di una chiara linea di demarcazione tra bene e male, e in assenza di una guida esterna che possa consentire di abdicare ai nostri doveri di scelta, è necessario confrontarsi con la continua fatica di distinguere tra meglio e peggio. Questo è ancora più difficile nell’arena politica, nella quale le conseguenze delle nostre scelte non hanno ripercussioni solo su noi stessi, ma anche sugli altri. E non ci si deve illudere sul fatto che sia possibile una politica che riesce sempre ad accontentare tutti.
La politica è il regno delle scelte, e se la politica rinuncia a scegliere allora diventa inconcludente. Ciascuna opzione ha i suoi costi se non le sue vittime e in tante circostanze non è facile rassegnarsi al male minore. A livello internazionale, le conseguenze possono comportare la vita di intere popolazioni – messe a repentaglio se si interviene contro un dittatore, o lasciate alla sua mercé in caso di astensione dall’intervento – portando a una dimensione epica il profilo morale di queste scelte.
Enzo Bianchi è un teologo, e non un teorico politico, e perciò consegna una risposta a questi dilemmi di stampo religioso. Bisogna recuperare lo spirito originario – antico e rivoluzionario allo stesso tempo – del Vangelo. Il carattere innovativo del cristianesimo rispetto alle religioni che lo avevano preceduto consiste nel fatto che il suo messaggio è rivolto non solo ai carnefici, ma anche alle vittime. E a queste prescrive un comandamento difficilissimo da realizzare: amare il proprio nemico («La Stampa», 1° novembre 2002).
Nel Sermone della Montagna e nella Passione, Gesù insegna a porgere l’altra guancia a chi ci schiaffeggia, a baciare il nostro traditore, a perdonare i nostri torturatori. Enzo Bianchi attribuisce all’intuito teologico di Giovanni Paolo II l’aver adattato il comandamento alla politica internazionale, ricordando come sia vero che non ci può essere pace senza giustizia, ma come anche non ci possa essere giustizia senza perdono (inedito, 25 gennaio 2002). Se non ci può essere una risposta sull’uso della forza valida in ogni circostanza e se è quindi necessario confrontarsi ogni volta con i pro e i contro delle decisioni sulla guerra e sulla pace, almeno sembra che una motivazione debba essere eliminata tra le giustificazioni della violenza: quella della vendetta.
Filippo Andreatta
http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/la-pace-dono-degli-uomini.aspx
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07/05/2013
I dannati della Terra salvati dai romanzi
I dannati della Terra salvati dai romanzi
Luis Sepúlveda: “Scrivo dalla parte degli ultimi per salvarli dal silenzio”. Esce “Ingredienti per una vita di formidabili passioni” il nuovo libro dell’autore cileno
SUPPONGO che il primo documento che dà voce a chi non ha voce sia il poema epico intitolato L’Auracana, scritto da un soldato poeta, Alonso de Ercilla, che nel 1542 accompagnò García Hurtado de Mendoza nella conquista del Cile. In quel poema, Ercilla testimonia il valore dell’Altro, dell’indio, di chi era diverso ma al tempo stesso degno e coraggioso.
Invece la testimonianza letteraria più nota di questo dar voce a chi non ha, o non può far sentire, la propria voce è forse il J’accuse di Émile Zola, anche se in realtà il capitano Dreyfus, malgrado l’enorme coraggio dell’articolo di Zola, non ebbe modo di far conoscere il suo punto di vista e la verità non riuscì a imporsi in tutto il suo splendore.
Nella letteratura latinoamericana, a partire dal Settecento, sono molti gli esempi di scrittori che hanno dato voce a chi non aveva alcuna possibilità di dire: «Esisto. Vivo e non sono invisibile». Quando il cileno Baldomero Lillo pubblicò gli splendidi e durissimi racconti di Subterra e Subsole, diede voce alla gente più miserabile in modo non meno efficace di Zola con Germinale, soffermandosi però a identificare con assoluta chiarezza i responsabili delle condizioni di vita poverissime, inumane, in cui consumavano le loro esistenze i minatori del carbone nel Sud del Cile e i minatori del salnitro nel deserto di Atacama. Baldomero Lillo diede la sua voce a questi uomini e a queste donne e contribuì a far entrare parole come giustizia e diritto nel loro vocabolario di operai. Lo stesso si può dire del brasiliano Guimarães Rosa perché, quando scrive Grande Sertão, sceglie come narratore un uomo che vaga in una terra disastrata e attraverso quel racconto in linguaggio popolare avanza una durissima denuncia sociale.
Nella nostra epoca, credo che lo scrittore più coerentemente impegnato a dar voce a chi non ha voce sia stato il polacco Ryszard Kapuscinski. Un libro di racconti come Ebano ritrae l’identità del continente africano nel suo sforzo di mettere fine al colonialismo e a una povertà che per le potenze straniere era non meno naturale del colore della pelle degli africani.
Fortunatamente sono molti gli scrittori e le scrittrici che hanno compreso la dialettica implicita nel dualismo persona- scrittore. Come persone abbiamo il dovere di stabilire un rapporto con la vita e con la società improntato a un’etica rigorosa, che più è rigorosa più ci umanizza. Alla letteratura siamo invece legati da un forte vincolo estetico. L’etica e l’estetica sono però destinate a incrociarsi e quindi la cosa più interessante negli scrittori e nelle scrittrici che apprezzo è che conferiscono alla loro letteratura la stessa carica etica con cui affrontano i fatti sociali, mentre le loro vite si arricchiscono della stessa carica estetica che conferiscono alla letteratura.
Non è un caso né un semplice stratagemma letterario che lo svedese Henning Mankell si serva della trama di un noir scandinavo per dare voce alle vittime dell’apartheid in Sudafrica. Come non è un caso che Doris Lessing abbia fatto della sua opera una continua tribuna da cui chi non ha voce esprime la propria disillusione e al tempo stesso la propria speranza. Per me è particolarmente difficile immaginare una letteratura priva del conflitto fra l’uomo e ciò che gli impedisce di essere felice. Non potrei mai affrontare la letteratura, la scrittura, senza la consapevolezza di essere la memoria del mio paese, del mio continente, di tutta l’umanità. Mi sono trovato a vivere nella seconda parte del Ventesimo secolo, un secolo segnato dal confronto tra due potenze che hanno fatto della guerra e della pace un ricatto per spaventarsi a vicenda, e hanno deciso che nelle rispettive zone d’influenza la libertà, la giustizia sociale e la dignità fossero riservate all’élite. So che a volte vengo considerato un individuo strano che sacrifica il suo talento e la sua capacità di affermarsi (peccato che non abbia mai capito in cosa ci si possa affermare senza schiacciare gli altri) e che spreca il suo tempo a raccontare storie di gente non molto interessante.
E in effetti, per esempio, invece di raccontare l’audace vita di un uomo di affari che riesce a diventare il maggior azionista di una fabbrica di rubinetti per l’acqua potabile, preferisco narrare la storia di un umile idraulico preoccupato perché certi rubinetti gocciolano, perdono acqua, e così, per evitarlo, al tramonto della sua vita condivide le proprie conoscenze con la gente umile del quartiere, e gli do voce perché spieghi il portento dell’acqua, la duttilità di certi metalli, il nesso che lega un attrezzo alla mano nell’esaudire un desiderio.
Qualche anno fa ho visitato il campo di concentramento di Bergen-Belsen. Di quel posto sapevo che, fra centinaia di migliaia di vittime dei nazisti, era stata assassinata anche una bambina, Anne Frank, e che i suoi resti giacevano in una delle tante fosse comuni, delle tombe collettive, dei monumenti all’orrore. Bergen-Belsen e tutti i campi di concentramento di qualsiasi luogo al mondo sono posti che si visitano in silenzio, perché la voce si rifiuta di descrivere quello che l’occhio vede, quello che vede la memoria, pur sapendo che dovremo compiere lo sforzo di nominare tutto ciò che abbiamo visto con la forza inaugurale che hanno le parole.
In un angolo di Bergen-Belsen, vicino ai forni crematori, qualcuno — non so né chi né quando — ha scritto delle parole che sono le fondamenta del mio essere scrittore, l’origine di tutto ciò che scrivo. Quelle parole dicevano, dicono e continueranno a dire finché esiste gente decisa a sacrificare la memoria: «Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia ». Mi sono inginocchiato davanti a quelle parole e ho giurato che, chiunque le avesse scritte, io avrei raccontato la sua storia, gli avrei dato la mia voce perché il suo silenzio smettesse di essere una lapide carica del più infame degli oblii. Per questo scrivo.
Traduzione di Ilide Carmignani ©Luis Sepúlveda 2012 By arrangement with Literarische Agentur Mertin Inh. Nicole Witt e. K. ©Ugo Guanda Editore
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Ingredienti per una vita di formidabili passioni di Luis Sepúlveda (Guanda, pagg. 210, euro 14,90) Lo scrittore cileno presenterà il suo nuovo libro alle 16,30 di giovedì 16 maggio al Salone del libro di Torino
FONTE: LUIS SEPULVEDA, LA REPUBBLICA
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06/05/2013
Gargantua e Pantagruele
Gargantua e Pantagruele
La comprensione e la conoscenza della civiltà europea, che un classico della letteratura ed un grande libro del canone occidentale sono in grado di dare ed offrire al lettore, non ha confronti e paragoni con altri linguaggi della cultura. Il lettore del nostro tempo può leggere in una pregevole edizione curata da Leonello Sozzi, uno dei maggiori francesisti italiani, il celebre libro di Francois Rabelais "Gargantua e Pantagruel". Il libro, uno dei maggiori classici della letteratura europea, è pubblicato dalla Bompiani e si tratta di una edizione corredata da un vasto apparato di note, che ne rende emozionante ed utilissima la lettura. L’opera di Rabelais è famosa per il riso e la satira che sono presenti nei cinque libri che danno una forma compiuta alla narrazione, grazie alle quali il lettore viene messo nella condizione di capire le origini della civiltà umanistica, la formazione e la nascita del rinascimento e le implicazioni che la riforma protestante ha avuto in seno alla civiltà europea.
Un grande studioso come Bachtin, a proposito del libro di Rabelais pubblicato per la prima volta in Francia nel 1535, ha sostenuto che in questa opera viene elevata a dignità letteraria e consacrata nell’empireo della grande letteratura la cultura materiale e popolare, quella bassa che si riferisce alla parte istintiva del genere umano, e ha insistito sul carattere carnevalesco della narrazione racchiusa nei cinque libri del "Gargantua e Pantagruel". Tuttavia altri critici, senza contestare la interpretazione proposta da Bachtin, hanno diversamente colto nell’opera di Rabelais la mirabile coesistenza di diversi registri espressivi, sicché la cultura bassa e popolare convive poeticamente con quella alta e erudita, propria dei ceti egemoni e del mondo accademico. Il riso, che sgorga e trae origine dalla constatazione che il modo è dominato dalla follia, deriva da una comicità, che si coglie nei diversi racconti che danno vita a questo meraviglioso classico, al di sotto della quale è nascosta e dissimulata una verità profonda, sicchè la narrazione è tutta intrisa di simbolismi ed è il prodotto di una straordinaria allegoria. Nel primo libro viene raccontata la nascita, la formazione e l’educazione di Gargantua. Gargantua, uomo saggio, educato a vivere seguendo la saggia prudenza e ad avere come modelli Mosè e Socrate, è costretto a combattere una guerra contro il re Picrochole, il quale ha invaso i suoi possedimenti senza motivo.
In realtà, questo racconto simbolicamente rinvia e allude alla guerra tra Carlo V e Francesco I re Di Francia, che, in seguito alla famosa battaglia di Mantova, venne fatto prigioniero. In questo primo libro viene in modo allegorico condannata la guerra e considerata come una conseguenza della follia umana. Una volta conclusa la guerra, Gargantua decide di fondare una Abbazia, al cui ingresso si trova una iscrizione, che invita ed esorta, coloro che vi abitano e vivono, a fare ciò che vogliono. Il monastero di Theleme, come ha osservato lo studioso di letteratura Emanuele Trevi, si configura, a differenza della città del sole di Tommaso Campanella e della Utopia di Tommaso Moro, come il luogo ideale in cui si vive pacificamente e ogni desiderio umano può essere esaudito. Nel secondo libro, appare Pantagruele, figlio di Garagantua. Anche Pantagruele viene costretto dalle situazioni politiche del suo tempo a combattere una guerra. Tuttavia nella narrazione l’aspetto che ha indotto gli studiosi a interpretazioni assai significative, poiché consentono di cogliere il mutamento culturale che è avvenuto con la nascita del rinascimento, si riferisce alla famosa lettera con la quale Gargantua esorta suo figlio Pantagruele a perseguire nei suoi studi, che sta compiendo a Parigi, la perfezione morale e la conoscenza assoluta.
Pertanto non solo gli suggerisce di apprendere le arte del trivio e del quadrivio, ma a diventare esperto di medicina, diritto e teologia, sapendo, come ricordava nei suoi scritti il filosofo Cusano, che il sapere è un campo vasto che si dischiude sull’infinito. In questa parte della narrazione, nei primi due libri, in modo satirico e sottile vengono irrisi e derisi sia il mondo ecclesiastico, sia quello giuridico, sia quello bellico. Infatti nel libro si nota come la filosofia scolastica di Durls Scoto, figura di primo piano della Sorbona, sia inutilmente oscura e incomprensibile. Si citano situazioni divertenti e comiche con la volontà di condannare e deplorare la vendita delle indulgenze, pratica seguita nel mondo ecclesiastico ai tempi di Rabelais. Per queste ragioni, i primi libri pubblicati da Rabelais vennero inseriti nell’elenco delle opere proibite alla Sorbona. Tuttavia Rabelais potette, durante la sua vita, godere della protezione che gli assicurò il potente cardinale Jean Du Bellay. Negli altri tre libri, in racconti che sussusseguono in modo straordinario ed emozionante, con il riso e la satira viene criticata la vita oziosa e indolente dei monaci e degli eremiti. Infatti, in base ai grandi testi di Marsilio Ficino, Pico delle Mirandola e Cusano, la dignità umana dipende da una vita consacrata alle diverse attività che si possono svolgere in seno alla società. Inoltre è importante che l’uomo, oltre ad essere attivo ed impegnato nella vita civile e sociale, sia capace di tenere una condotta virtuosa e civile.
Proprio per questi episodi narrati nei vari libri, qualche studioso ha giustamente notato che nel libro vi è una sintesi felice tra la cultura stoica di Seneca e la religione tradizionale. Infatti in più passi della narrazione, sempre attraverso il registro espressivo della satira e del riso liberatorio, l’uomo viene invitato a vivere in modo distaccato ogni evento e a liberarsi da ogni inquietudine e passione, seguendo l’atarassia, considerata come l’antidoto fondamentale dai filosofi stoici contro ogni forma di sofferenza. Panurgo, il compagno di studi di Pantagruele, a proposito dei debiti, osserva che la relazione fra creditore e debitore è fondamentale, poiché evoca l’armonia che è presente nel corpo umano e che dovrebbe esserci in seno alla comunità degli uomini. Infatti se viene meno la solidarietà tra le persone, non solo l’uomo è condannato alla solitudine, ma la società stessa non poterebbe esistere. Poiché Panurgo matura la decisione di sposarsi, prima di farlo vuole avere un consiglio dai saggi, poiché teme di venire tradito dalla sua futura moglie. Per questo si rivolge a diverse figure, presentate nel libro sotto una luce dissacrante e satirica. Né il prete, né il teologo, né il giurista con il loro prezioso consiglio riescono a rassicurare Paunrgo. Per questo motivo Pantagruele e Panurgo, iniseme ad altri esponenti della corte, intraprendono un viaggio in mare, per raggiungere un tempio, collocato su di una isola, e consultare la Divina Bottiglia.
In questa parte del libro vi è un riferimento evidente alle grandi opere del mondo classico, come L’odissea e L’Eneide e le Argonautiche, poiché il viaggio viene presentato e descritto nell’opera di Rabelais come l’esperienza conoscitiva maggiore che l’uomo possa fare nella sua vita. Infatti durante il viaggio Pantagruele e Panurgo e i loro compagni visiteranno isole diverse, in ognuna delle quali abitano esponenti del genere umano i quali, per il loro modo folle di vivere, suscitano il riso. Durante il viaggio nel mare aperto Pantagruele e Panurgo ascoltano il suono di parole, che poi si manifestano, assumendo un forma singolare e congelandosi. In questa parte della narrazione è evidente il riferimento al mondo delle idee di Platone ed agli archetipi che si trovano collocati nel Iperuranio. Straordinaria è la descrizione dell’isola in cui vivono i magistrati, abituati ad emettere sentenze favorevoli in cambio di denaro da parte di chi ha la sfortuna di cadere sotto le loro grinfie, quasi a volere simbolicamente dimostrare che la giustizia non può esistere nella società umana. Una volta raggiunta l’sola della Bottiglia Divina, Panurgo ed i suoi compagni scendono nelle viscere della terra, dove si trova il tempio. Nel tempio, la cui descrizione evoca i templi dell’epoca classica, al centro vi è una lampada che diffonde e spande una luce dai colori diversi. La sacerdotessa conduce Panurgo nel luogo sacro del tempio, dove risuona una sola frase: "Bevi dalla bottiglia".
Infatti la bottiglia evoca il piacere e la verità che vi è nascosta al suo interno e che l’uomo, nel corso della vita, è tenuto a ricercare instancabilmente ed incessantemente. A proposito della conclusione del libro, occorre ricordare la famosa affermazione di Democrito, citata da Rabelais, secondo la quale la verità è nascosta in fondo al pozzo. Inoltre questo racconto e la descrizione del tempio che è situato nella viscere della terra, dove Panurgo non ottiene una risposta definitiva al suo quesito, mostrano che Rabelais ha attinto ispirazione per scrivere questa storia dai testi della tradizione ermetica e da quelli di Ermete Tremegsito. A questo proposito, per gli studiosi, nell’opera sia ha un sintesi tra l’Ermetismo ed il Platonismo. Infatti per i pensatori ermetici è nella parte più profonda dell’animo umano che sono dissimulate le grandi verità che abbiamo il dovere di ricercare con lo studio e la riflessione filosofica. Un classico, questo grandioso libro di Rabelais, la cui lettura, per la erudizione presente nel libro e la raffinatezza della scrittura, è fondamentale per capire l’identità e lo sviluppo della civiltà europea.
http://www.opinione.it/cultura/2013/04/23/talarico_cultura-23-04.aspx
di Giuseppe Talarico
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04/05/2013
Maritain, la ricetta antitotalitarismi
Maritain, la ricetta antitotalitarismi
In Carnet des Notes del 1967, così si definisce Jacques Maritain in un curioso autoritratto: «Chi sono io dunque? Un professore? Non lo credo: ho insegnato per necessità. Uno scrittore? Forse. Un filosofo? Lo spero. Ma anche una specie di romantico della giustizia troppo pronto ad immaginarsi, ad ogni combattimento, che fra gli uomini sorgerà senz’altro il giorno della giustizia come della verità. Forse anche una specie di rabdomante con l’orecchio appoggiato alla terra, per cogliere il mormorio delle sorgenti nascoste, l’impercettibile fruscio delle germinazioni nuove». Questa sua presentazione riassume bene la molteplicità degli aspetti teorici e pratici della ricerca filosofica in cui Maritain (uno dei maggiori pensatori del XX secolo, nato a Parigi il 18 novembre 1882 e morto a Tolosa 40 anni fa, il 28 aprile 1973) si è impegnato nella sua vita.
La sua opera non è soltanto una dottrina che spazia dalla metafisica alla teologia, dalla logica all’epistemologia, dalla morale all’estetica, dal diritto alla politica, ma anche un impegno di partecipazione sociale che attraversa i maggiori problemi del ’900: la crisi degli anni ’30, la guerra civile spagnola, il secondo conflitto mondiale e la resistenza, la lotta al nazismo e al comunismo.
Proveniente da una famiglia protestante liberale, si converte al cattolicesimo assieme alla moglie, un’ebrea russa, Raïssa, già sull’influenza dello scrittore Léon Bloy. Seguace di Henri Bergson per alcuni anni, incontra poi Tommaso d’Aquino ("discepolo" di Aristotele) il cui pensiero non abbandonerà più e che valorizzerà in tutti gli aspetti (si considererà sempre un filosofo tomista), compresi quelli attinenti alla filosofia "pratica" (estetica, poetica, pedagogia, politica, filosofia del diritto…).
Sarà appunto con la sua filosofia estetica (in particolare con il volume Art et Scolastique del 1920) che Maritain inizierà un dialogo con la modernità, a cui riconosce, assieme a molti limiti (la chiusura al trascendente) anche valide intuizioni sull’uomo (il valore della soggettività). Il suo pensiero politico si situa nella medesima linea.
Dopo la rottura con l’“Açtion Francaise” (movimento nazionalista cui aderivano anche diversi cattolici) nel 1927, anno in cui pubblica Primautè du spirituel che si contrappone al primato della politica di Charles Maurras, inizia la sua riflessione politica che culmina, nel 1936, prima della guerra mondiale con Humanisme integral (notare bene non "catholicisme integral" come allora si era soliti affermare), che apre ai cristiani la prospettiva di una "cristianità" non più sacrale come nel Medioevo, ma come una società laica e pluralista. Libro che ebbe un grande impatto su molti intellettuali cattolici che fecero la scelta democratica contrapponendosi sia al comunismo che al fascismo.
In seguito, negli "anni bui" della guerra, Maritain esule a New York come altre migliaia di intellettuali di tutti i Paesi europei fuggiti dal nazismo, novello Tocqueville, scopre la possibilità di una nuova democrazia, diversa da quella formale e borghese della terza Repubblica francese, una democrazia che nasce dal basso e nel rispetto dei diritti umani. Questa esperienza americana lo aiuterà a pensare ad una filosofia della democrazia capace di reagire ai totalitarismi. Essa si esprimerà nel suo capolavoro di filosofia politica Man and the State del 1951 in cui intuisce l’avvento della globalizzazione e la necessità di una democrazia cosmopolita.
Dopo una vita trascorsa a contatto di filosofi (Gilson, Berdjaev, Mounier, Marcel), di artisti (Rouault, Severini, Chagall) musicisti (Auric, Satie, Stravinsky, Lourié), poeti e romanzieri (J. Green, Cocteau, Bernanos), teologi (Garrigou Lagrange, Journet, Congar), dopo l’esperienza di ambasciatore della Repubblica francese presso la Santa Sede tra il 1945 e il 1948, ed essere stato uno degli ispiratori della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, può coltivare la sua vera vocazione, quella della ricerca nella preghiera dell’Assoluto.
Nel 1960, morta la sua amata Raïssa, si ritira nell’eremo di Tolosa tra i Piccoli fratelli di Gesù, discepoli di Charles de Foucauld, novelli francescani che alternano la vita ritirata nel deserto a quella nei sobborghi più poveri delle grandi metropoli con lo scopo di realizzare la "contemplazione nelle strade" del mondo, in uno spirito di fraternità universale.
Roberto Papini
http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/maritain-la-ricetta-antitotalitarismi.aspx
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03/05/2013
Se il panico attacca e divora la vita
Se il panico attacca e divora la vita
Frascella racconta con garbo l'alienazione e la solitudine del disagio psichico. Spesso incompreso
Quando qualcuno dichiara di essere depresso l'interlocutore di norma gli domanda «perché?», mentre nessuno lo chiede se ti senti felice, anche perché hai paura di sentirti dire cose che ti deprimono.
È anche per questo che l'infelicità genera romanzi interessanti, la felicità solo stronzate: è facile immaginare un genio depresso, difficile immaginarne uno felice. Nella depressione oltretutto spesso il mondo appare senza veli, lo spiegava bene già Leopardi: la lucidità è impossibile da sostenere, abbiamo un costante bisogno di illusioni. Condizione confermata dalle odierne neuroscienze e dalla biologia evolutiva: il nostro cervello produce continuamente finzioni, per proteggerci da una visione troppo oggettiva delle cose.
Confesso che ero molto sospettoso del nuovo romanzo di Christian Frascella, dedicato agli attacchi di panico dell'omonimo protagonista, che lavora in fabbrica, a Torino, alla catena di montaggio della Fiat. Poiché ci sono due tipi di luoghi comuni sulle patologie mentali: sono la malattia dei ricchi, oppure sono la malattia dei poveri, nei Paesi ricchi. Tra l'altro è un libro targato Einaudi, bellissima e storica casa editrice ma con inguaribili tendenze sociologiche per quanto riguarda la narrativa italiana, e temevo che Frascella la buttasse sul panico da crisi economica. E invece un cavolo: Frascella è il nuovo Giuseppe Berto, e Il panico quotidiano è il degno upgrading de Il male oscuro. Tra l'altro, probabilmente per coincidenza, come nel romanzo di Berto anche nel romanzo di Frascella il padre del narratore è malato di cancro all'intestino. Ma il parallelismo a Berto è solo un richiamo obbligato: piuttosto c'è un senso esistenzialmente kafkiano nell'insorgere improvviso della malattia.
Come Gregor Samsa si risveglia scarafaggio, Frascella si ritrova da un momento all'altro nell'essere in preda a una paura senza nome, incomprensibile, un mostro che lo divora dall'interno e che raccoglie scarsa solidarietà: nessuno ti capisce. È sentirsi la morte addosso, dentro, ovunque, un buio che ti inghiotte, ti toglie il respiro. Inoltre il panico genera panico: «La parte peggiore non erano tanto le crisi di panico, quanto l'attesa dell'eventualità che si verificassero. Il che generava una continua confusione, perché l'attesa del panico era già una forma di panico. Come il cane che si morde la coda, se non ti curavi continuavi a girare su te stesso: paura, paura della paura, paura della paura della paura». Così Christian in breve tempo si trasforma in un'altra persona. Isolato sul posto di lavoro, dipendente da psicotici e benzodiazepine, rinchiuso in casa, sarà lasciato solo anche dalla fidanzata: chi soffre di attacchi di panico fa un po' rabbia, quasi fosse colpa sua. È come con la depressione: perché sei depresso? Idem per l'attacco di panico: di cosa hai paura?
È in fondo un'altra delle grandi illusioni della nostra coscienza: avere il pieno controllo delle proprio stato mentale, rifiutare la realtà organica, materiale, meccanica, del nostro cervello. Che per la maggior parte lavora a nostra insaputa, sotto i pochi millimetri della neocorteccia prefrontale. Talvolta, come racconta Frascella, scatta addirittura la paura del contagio, e il malato viene trattato da appestato: «Appena accennavo al mio problema, ecco che l'atteggiamento nei miei confronti cambiava radicalmente. Subentrava la diffidenza, avevano paura che il mio problema li intaccasse, sporcasse, rovinasse - che, frequentandomi, si esponessero al rischio. Loro e chi gli stava vicino». Un terrore della contaminazione sintomatico proprio di una mancanza di consapevolezza popolare sugli equilibri chimico-fisici alla base dei nostri stati d'animo, quasi che la malattia mentale potesse insorgere per suggestione.
Invece basterebbe pensare a cosa sarebbero perfino l'amore e il sesso senza l'attivazione dei neurotrasmettitori giusti; la depressione e gli attacchi di panico sono l'altra faccia di una medaglia neurologica molto complicata. Io non soffro di attacchi di panico ma, dopo aver letto questo bel romanzo di Frascella così magistralmente in bilico tra la commedia e la tragedia, sono corso ai ripari e ho detto al mio medico: se non puoi darmi Selvaggia Lucarelli, dammi almeno un po' di dopamina.
http://www.ilgiornale.it/news/cultura/se-panico-attacca-e-divora-vita-912398.html
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30/04/2013
Ken Saro-Wiwa, in attesa del mio assassino
Ken Saro-Wiwa, in attesa del mio assassino
Donne Ogoni in Nigeriadurante una marcia in memoria di Ken Saro-Wiwa
Intransigenza e ironia dentro la tragedia: il diario dal carcere di Saro-Wiwa il grande scrittore nigeriano fatto impiccare 15 anni fa dal dittatore Abacha
Novembre 1995: ero a Città del Capo, quando giunse la notizia della condanna all’impiccagione, dopo un processo vergognosamente truccato, del grande scrittore nigeriano Ken Saro-Wiwa. Vi fu una mobilitazione di politici e intellettuali in tutto il mondo per salvarlo. Il presidente Mandela telefonò invano al suo collega nigeriano, il feroce dittatore generale Abacha. Invano, Ken Saro-Wiwa venne impiccato il 10 novembre, in circostanze terrificanti: la corda gli scivolava attorno al collo, e venne fatto più di un tentativo. Il corpo fu gettato in una fossa comune. Aveva 55 anni.
Fui sconvolto. Ken era un mio amico, tanto fermo nel suo impegno politico a favore degli Ogoni, popolazione del Delta del Niger vessata dalle compagnie petrolifere che vi operavano con la complicità dei vertici politici, quanto amabile e squisito. Ma soprattutto veniva umanamente riconosciuto come uno dei più grandi scrittori africani. Il suo stringente, intenso romanzo Sozaboy (in pidgin Soldier Boy), che reca il beffardo sottotitolo A Novel in Rotten English, «Un romanzo in pessimo inglese», storia del ragazzo nigeriano Mene travolto come militare nella crudele guerra civile tra Nigeria e Biafra, insieme tragico e picaresco nel suo liberatorio lieto fine, è davvero un libro memorabile. Lo ha appena ripubblicato Baldini Castoldi Dalai con prefazione di Roberto Saviano.
Considero un autentico avvenimento, ora, la pubblicazione, sempre per Dalai, di Un mese e un giorno. Diario di una prigionia, con prefazione di Wole Soyinka (pp. 277, e17,50). Si tratta appunto del diario di un iniziale periodo di prigionia, dal 21 giugno al 22 luglio 1993, sinistro avvertimento da parte del potere. Profeticamente, il libro reca come sottotitolo Storia del mio assassinio.
Avevo incontrato Ken l’ultima volta nel 1991 a Minna, in Nigeria, unico partecipante non africano al congresso dell’associazione degli scrittori nigeriani. Era appena uscito Similia. Saggi sull’anomica Nigeria, raccolta di contributi giornalistici di Saro-Wiwa, il cui titolo, a conferma della sua raffinatezza culturale, si rifaceva al detto latino Similia similibus curantur. Le risolute prese di posizione di quei contributi, vere e proprie denunce della complicità tra le grandi compagnie petrolifere e i governanti nigeriani, contribuirono ad aggravare la posizione di Saro-Wiwa. In Un mese e un giorno il detenuto Ken rivendica la sua intransigente militanza. «Io sono un uomo di pace, di idee», scrive, e precisa che, «inorridito dall’umiliante povertà del mio popolo», si batterà contro «la sua emarginazione politica e lo strangolamento economico di cui è vittima», nella convinzione, tragicamente profetica, che «né la prigionia né la morte potranno impedire la nostra vittoria». La vittoria morale, pagata con la vita, fu sanzionata dal cordoglio espresso per la sua morte da personaggi quali Mandela, Achebe, Pinter, Rushdie, Gordimer, per citare soltanto alcuni nomi esemplari. Il diario rivela, nella sua scansione narrativa, al tempo stesso la lucidità della presa di posizione politica e un vivace fermento narrativo.
L’ultima parte del volume raccoglie lettere di Saro-Wiwa dal carcere ad amici e parenti, e testimonianze sul suo sacrificio. Anche in queste manifestazioni del privato emerge la sua grazia narrativa. Basta già la prima, diretta al figlio Jeje, a verificarlo, con il gusto autobiografico che evita ogni trappola sentimentale. Né manca l’ironia, il senso del comico: ecco l’avvocaticchio che si presenta nel tentativo di farsi assoldare dal prigioniero. Non solo: Ken cerca di distrarsi, e si diverte persino a scrivere brevi poesie d’occasione. Eccone una impagabile: «Non è il soffitto che stilla / Né le zanzare ronzanti: / Nella umile e miserevole cella / Non è il clangore di chiavi / Della guardia che riserra all’interno / Non è il magro pasto / Inadatto a uomo o a bestia / E neppure la vacuità del giorno / che si tuffa nel vuoto della notte / Non è / Non è / Non è / Sono le bugie che ti son state inculcate / che hai ascoltato per tutta la vita / È il secondino che diviene violento / Ed esegue ordini ignobili / ... È la paura che ci bagna i calzoni... / Questo, caro amico, che trasforma il nostro mondo libero / In una tetra prigione».
Soltanto pochi anni or sono i resti - forse - di Saro-Wiwa sono stati disseppelliti. Io amo ricordarlo vivo, brillante, generoso, e raccomando a tutti le sue ultime parole prima dell’impiccagione, che Un mese e un giorno riporta in copertina: «Dio prenda la mia anima, ma la lotta continui».
Autore: Ken Saro-Wiwa
Titolo: Un mese e un giorno. Storia del mio assassino
Edizioni: Dalai
Pagine: 277
Prezzo: 17, 50 euro
CLAUDIO GORLIER
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29/04/2013
La sfida (fallita) di un manager per cambiare il sistema Italia
La sfida (fallita) di un manager per cambiare il sistema Italia
Sulle tracce del capitalismo italiano che non c'è. Una biografia esemplare, utilizzata per dar conto del difficile percorso, mai ultimato, del nostro Paese verso la moderna cultura d'impresa. Questa, in sintesi, potrebbe essere la summa di Una sfida al capitalismo italiano: Giuseppe Luraghi, il saggio di Daniele Pozzi appena pubblicato da Marsilio (pagg. 318, euro 30, con una prefazione di Franco Amatori). Le avventure d'impresa di Luraghi (1905- 1991) che Pozzi narra nel dettaglio, sono quelle che caratterizano il destino di una personalità eccezionale ma paradigmatica. Luraghi, infatti, è stato uno dei primi veri manager moderni del nostro Paese. Tra i primi ha provato a innovare il sistema produttivo, a partire dal Dopoguerra. Il concetto di managerialità in Italia sino ad allora era penetrato poco. C'era l'impresa familiare, a volte cresciuta a dismisura, e c'era L'Iri che, per sua natura, era stata legata a filo doppio al fascismo. Dal mondo anglosassone però arrivava uno stimolo diverso: le public company, in cui l'azionariato diffuso lasciava spazio ad un gruppo dirigente non proprietario.
Importarlo nella Penisola era la sfida, l'unica che avrebbe potuto portare un duraturo benessere. Luraghi, laureato alla Bocconi negli anni '20 credeva nella necessità di far crescere una nuova capacità tecnico-dirigenziale. Tentò dapprima di svilupparla in Pirelli. La componente familiare dell'azienda risultò troppo forte. Provò a portare avanti lo stesso tipo di battaglia all'interno dell'Iri. Inizialmente sembrò avere maggior successo, soprattutto quando si trovò a svolgere un ruolo di rilievo all'Alfa Romeo. Grazie a lui presero l'avvio progetti di ampio respiro, pensati per trasformare una fabbrica di auto da corsa in una grande azienda moderna. Farina del suo sacco la rivoluzione interna che portò alla progettazione della Giuletta (prodotta dal 1955). Fu la prima Alfa costruita in più di 100mila pezzi. E poi a seguire la grande sfida dell'Alfa Sud (in catena di montaggio dal 1972), una sportiva di media cilindrata. Ma la modernizazione finì quando cambiò la stagione politica. Se per buona parte degli anni '50 l'input che arrivava da Roma era quello di innalzare la produttività e poco altro, inseguito le aziende divennero sempre più strumento sociale... Dovevano dispensare posti di lavoro al di là di ogni logica di produzione. L'epoca dei Luraghi alla fine degli anni '60 stava giá per terminare, senza che i manager fossero riusciti ad affermarsi. La burocrazia aveva vinto. Ancora adesso ne paghiamo il prezzo, ed è un prezzo alto. Per le imprese e per il Paese.
http://www.ilgiornale.it/news/cultura/sfida-fallita-manager-cambiare-sistema-italia-910712.html
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28/04/2013
L'antropologo della grande mutazione
L'antropologo della grande mutazione
MONOGRAFIE · «LESSICO VIRILIO. L'ACCELERAZIONE DELLA CONOSCENZA» DI SILVANO CACCIARI E UBALDO FADINI
Dall'urbanistica al predominio delle macchine nella scienza, i temi dello studioso francese
Lessico Virilio. L'accelerazione della conoscenza (Felici, pp. 120, euro 15) di Silvano Cacciari e Ubaldo Fadini ha una struttura molto singolare: è un dizionario composto praticamente da un'unica parola, velocità . In questo vocabolo solo apparentemente anodino sembra che possa essere racchiuso tutto il complesso discorso teorico che contrassegna il percorso filosofico e politico di Paul Virilio. Inoltre, in questa parola-chiave è compendiato anche il rapporto (per i due autori del saggio considerato come decisivo) tra politica ed estetica che lo contraddistingue. Il saggio si apre con una domanda: come mai su Virilio non esiste in Italia una riflessione adeguata alla sua importanza e al suo peso nella cultura francofona e anglosassone? Infatti, anche se la bibliografia delle traduzioni italiane degli scritti dello studioso francese è ormai copiosa (e Fadini ne rende conto nel suo saggio) non sarà inopportuno ricordare come questo urbanista e architetto (non accademico) sia passato alla riflessione filosofica e sia poi divenuto celebre in Francia per una serie di affermazioni di notevole importanza per la ricostruzione degli eventi fondativi della postmodernità. Il libro di Cacciari e Fadini si propone, di conseguenza, non solo di costituire una sorta di introduzione generale alla sua opera ma di approfondirne alcuni aspetti peculiari considerati come essenziali anche in rapporto all'utilizzazione politica della prospettiva di Virilio.
Le forme della guerra
In questo progetto di analisi, la dinamica della guerra e della sua ricezione fenomenologica, legata com'è alla velocità come prospettiva evolutiva dello sviluppo capitalistico contemporaneo, assume un significato di grande rilevanza non solo teorica ( Guerra e cinema. Logistica della percezione , titolo della traduzione di Buzzolan per Lindau nel 1996, è una delle sue opere più note anche in ambito estetologico). Come Fadini spiega nel primo saggio del libro, il punto di partenza di Virilio è l'analisi archeologico-estetica del bunker , in particolare quelli che costituivano il Vallo Atlantico durante la Seconda Guerra Mondiale e sul quale l'attenzione dello studioso era stata attratta negli primi anni Settanta. Questa sua ricerca culminerà in una mostra sull'archeologia del bunker che si terrà nel 1975 presso il Musée des Arts Décoratifs di Parigi. Ma è proprio a partire dalla forma che la guerra ha assunto nelle sue espressioni più rilevanti che emerge in Virilio la consapevolezza che in essa si può ritrovare la chiave dello sviluppo tecnologico che investe l'intera società capitalistica. Nel saggio di dromologia dedicato a Velocità e politica che sestruzione del pensiero di Virilio è legato alla volontà di collocarlo in un campo filosofico più vasto ma ben preciso e che va dalla comune matrice fenomenologica di Merleau-Ponty alla filosofia desiderante di Deleuze-Guattari e alla microfisica del potere in Foucault (senza trascurare importanti incursioni in ambito tedesco, in particolare in relazione a Canetti e ai testi più «letterari» di Walter Benjamin come Immagini di città apprezzati dallo stesso pensatore francese). Cacciari, invece, si cimenta nella ricostruzione della fortuna di Virilio nel mondo anglosassone, in particolare in quello americano, e si addentra nella ricostruzione del rapporto tra spettacolarizzazione della guerra e industria dello spettacolo cara al filosofo francese deducendone spesso delle originali conclusioni. Particolarmente interessante risulta, guirà nel 1977 e nei testi di estetica della «sparizione» ad esso conseguenti usciti a partire dagli anni Ottanta (in essi si passerà alla dizione più esatta di dromoscopia), l'intento di analizzare le modificazioni del visibile come effetto della trasformazione dell'antropologia contemporanea si unisce all'individuazione di un preciso rapporto di causa ed effetto rispetto ai loro intenti ed effetti politici. In Fadini, tuttavia, la ricoinfatti, il richiamo a Architecture of the Visible di Graham McPhee proprio in relazione alla teoria della nuova soggettività presente in Virilio. Di grande interesse è, inoltre, l'intervista a cura di Guy Lacroix per il numero del 1997 della rivista Terminal (nella traduzione dello stesso Cacciari) in cui il filosofo mette in evidenza la compiuta contemporaneità delle proprie tesi in rapporto a eventi epocali quali il possibile sviluppo del telelavoro, il dominio dell'informatica nel campo della ricerca scientifica e dello sviluppo tecnologico e la messa in mora della figura umana in rapporto al predominio delle macchine «intelligenti» («dal momento in cui si arriva a far acquisire delle percezioni molto sofisticate ad una macchina, così come la capacità di ragionamento con i sistemi esperti, perché ingombrarsi ancora dell'uomo? C'è una delega della scienza alla macchina. Si spinge all'estremo la scienza per farla divenire autosufficiente come l'arte: un'arte per l'arte ma senza l'artista. Si avrebbe una scienza della scienza senza personale scientifico»).
Le Chernobyl informatiche
In Virilio, ovviamente, non si tratta di ritornare a un' impossibile retorica dell'umanesimo pre-tecnologico quanto di valutare, in maniera adeguatamente disincantata, i pericoli legati all'utilizzazione della scienza dell'informazione in chiave di dominio totale ed evitare quelle che egli stesso definisce delle possibili «Chernobyl informatiche». In conclusione: il saggio a quattro mani di Cacciari e Fadini fa il punto su un pensiero tutt'altro che semplice da sintetizzare quale è quello di Virilio e cerca di usarlo al meglio come una possibile «scatola di utensili» per lavorare non solo all'interno di un presente condiviso con il pensatore francese ma anche nella dimensione di un futuro che si preannuncia oscuro e spesso incomprensibile per chi vorrebbe analizzarlo sulla base di prospettive teoriche assunte come dogmi.
http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20130420/manip2pg/11/manip2pz/339204/
APERTURA - GIUSEPPE PANELLA
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26/04/2013
Così Colombo, armato di batteri, inventò la globalizzazione.
Così Colombo, armato di batteri, inventò la globalizzazione.
Un saggio riscrive la storia delle scoperte geografiche e spiega perché è da secoli che viviamo in un mondo dove le società umane sono sempre più interdipendenti. E nessuno può tornare indietro.
Ci sono momenti di svolta. A volte nella storia degli uomini, a volte nella storia del Pianeta. A volte in entrambe. La vulgata vorrebbe, a esempio, che gli ultimi decenni siano stati un momento di vorticoso cambiamento ambientale.
Un cambiamento tale da stravolgere le sorti magnifiche e progressive dell'homo sapiens e del nostro azzurro pianetino. Giusto per dire: l'effetto serra, la globalizzazione, l'omologazione culturale...
A leggere però «1493», il saggio di Charles C. Mann che arriverà tra poco in libreria (il 9 aprile) per la collana Le scie (Mondadori, pagg. 676), sembra che gli allarmisti, o anche gli ottimisti che esaltano la globalizzazione, siano arrivati tutti con un po' di ritardo. Mann è uno dei più bravi divulgatori scientifici statunitensi e la tesi sostenuta in questo suo lavoro è ben chiarita nel sottotitolo «Pomodori, tabacco e batteri. Come Colombo ha creato il mondo in cui viviamo».
Certo tutti conosciamo alcuni dei cambiamenti provocati dai viaggi dell'Ammiraglio del Mare Oceano, a partire dalla diffusione della patata o del mais in Europa, ma l'analisi di Mann è davvero stupefacente, da un punto di vista sia antropologico sia naturalistico. Quello prodotto dallo «Scambio Colombiano» è stato un mutamento rapidissimo, in meno di 200 anni ha fatto in modo che il mondo non fosse più lo stesso. Alcuni pensano che proprio con Colombo sia iniziato l'Homogenocene una vera e propria era geologica, una sorta di riunificazione virtuale della primitiva Pangea, realizzata dall'uomo.
Giusto per fare qualche esempio dei cambiamenti enormi che spesso ci dimentichiamo. Nel Nord America non esistevano certi tipi di lombrico. Il loro arrivo, accidentale, assieme agli europei cambiò completamente il suolo del nuovo continente rendendolo adatto ad un sacco di nuove coltivazioni. Lo stesso dicasi per le api europee che gli indiani chiamavano «le mosche degli inglesi». Cambiarono le modalità di impollinazione e quindi tutte le dinamiche vegetali del Continente.
Quanto ai rapporti tra coloni ed indigeni, quasi ovunque se le diedero di santa ragione. Ma in realtà a fare la differenza furono i batteri e i plasmodi, a partire da quello della malaria. Si diffuse rapidamente nel nuovo continente facendo strage di indigeni, come nessun conquistador, nemmeno il più crudele, ha mai fatto. E forse questo creò un sacco di grane anche al Vecchio continente. Spieghiamo. Noi abbiamo recentemente sviluppato una vera e propria fissazione per l'effetto serra. Bene, la maggior parte degli indiani del Nord America, che prima dell'arrivo dei cavalli europei erano coltivatori stanziali, invece aveva una fissazione per mettere assieme il pranzo con la cena. Quindi davano fuoco ad enormi porzioni di sottobosco per favorire la crescita di piante alimentari, o solo per rendere i boschi più facilmente percorribili per la raccolta e la caccia. I coloni europei, molto spesso, si rendevano conto di essere vicini alla costa per la puzza di fumo che si estendeva per miglia e miglia sul mare. Poi le malattie europee sterminarono una popolazione di milioni di abitanti e gli incendi finirono. E la diminuzione di Co2 nell'aria, stranamente coincise con quella che è conosciuta come la piccola glaciazione di metà Seicento, un vero inferno gelato per gli abitanti delle zone più a nord dell'Europa. Insomma il primo risultato della globalizzazione potrebbe essere stato il raffreddamento globale, solo nel tempo corretto dalle emissioni industriali.
Ma se ogni ragionamento sul clima è un azzardo, è invece una certezza, anche se poco raccontata dai libri, che quasi subito le enormi miniere spagnole d'argento del Sud America fecero entrare la Cina nel mercato globale. Sino a quel momento il Celeste Impero era stato la Nazione economicamente più evoluta. C'era poco che gli Occidentali o i suoi vicini potessero offrirgli. Gli enormi quantitativi di argento sudamericano e il tabacco fecero la differenza. Entro il 1572 gli spagnoli erano stabilmente insediati nelle Filippine. In pochi anni lo scambio porcellana-argento divenne stabile e costante. Importante quanto oggi lo sono i prodotti made in China. E intanto Città del Messico diventava la città più cosmopolita del pianeta. Insomma ci piaccia o non ci piaccia siamo globali da un bel po' e dovremo conviverci. A meno di non estrarre dal suolo degli Usa tutti i lombrichi e dai giardini le api, a uno a uno.
http://www.ilgiornale.it/news/cultura/cos-colombo-armato-batteri-invent-globalizazione-904365.html
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25/04/2013
Italiani nei Lager, così fu rotto il silenzio
Italiani nei Lager, così fu rotto il silenzio
Molti, appena tornati, sentirono il bisogno di testimoniare. Qualcuno lo fece subito, qualcun altro preferì aspettare anni. Decenni, a volte. Tutti, però, erano tormentati da un sogno ricorrente: trovarsi in mezzo a una folla, cominciare a raccontare che cosa era successo laggiù e accorgersi che, uno dopo l’altro, gli altri voltavano le spalle, si allontanavano, non volevano saperne di ascoltare. Laggiù era il Lager, il campo di sterminio o prigionia in cui il narratore era stato deportato durante la guerra. Un angolo, insomma, di quell’univers concentrationnaire che nel 1946 il francese David Rousset descrisse nel libro omonimo. Il suo memoriale è considerato uno dei documenti più precoci di quell’esercizio di memoria che, per molti lettori, culmina in Se questo è un uomo di Primo Levi. Ma anche prima di Levi, e anche prima di Rousset, i testi sul Lager non mancavano. Spesso poco visibili, perché pubblicati da editori minimi o minori, quando non addirittura da tipografie locali. Ma molti degli elementi poi divenuti familiari grazie a Elie Wiesel, Jorge Semprún e altri classici del Novecento sono già riscontrabili nelle opere che l’italianista Elena Rondena indaga nel prezioso La letteratura concentrazionaria (Interlinea, pagine 292, euro 20).
Frutto di un rigoroso lavoro di documentazione, il volume esibisce in bibliografia il regesto pressoché completo dei libri apparsi già a partire dal 1944, anno del celebre Otto ebrei di Giacomo Debenedetti ma anche dell’altrimenti sconosciuto L’internata numero 6 di Maria Eisenstein. La trattazione vera e propria, però, si concentra sulle diverse tipologie – o, se si preferisce, sui diversi generi – in cui la «letteratura concentrazionaria» nostrana può essere suddivisa. Sette in tutto, dal saggio alla poesia, passando per lettere e diari, racconti e romanzi, oltre che per l’autobiogra- fia. Di ciascun ambito Elena Rondena prende in esame tre opere, per un totale di venti autori, dato che di uno stesso scrittore, il romano Aldo Bizzarri, si analizza sia il saggio Mauthausen città ermetica (1946) sia il romanzoProibito vivere (1947). Alcune esclusioni possono forse colpire, come quella del Diario clandestino di Giovannino Guareschi, ma sono comunque compensate dalla ricchezza complessiva di informazioni e dall’originalità degli altri esempi selezionati.
Di particolare utilità è la cronologia suggerita dalla studiosa. Alla cosiddetta «emorragia di espressione» degli anni immediatamente successivi la fine del conflitto non corrisponde un adeguato interesse dell’industria editoriale. Lo stesso Levi, com’è noto, fatica a pubblicare Se questo è un uomo: rifiutato da Einaudi, il libro esce infatti in sordina nel 1947 presso la torinese De Silva. Appena in tempo, si potrebbe dire, perché dal 1948 alla metà degli anni Cinquanta sull’argomento pare calare il silenzio, rotto poi in modo definitivo proprio dall’edizione einaudiana del capolavoro di Levi (1958), alla quale si accompagnano le traduzioni italiane del Diario di Anna Frank, della Specie umana di Robert Antelme e di altri titoli capitali. Da allora l’interesse va rafforzandosi sempre più, consentendo fra l’altro la pubblicazione di alcuni dei testi scelti da Elena Rondena, come il vasto corpus epistolare del cattolico Odoardo Focherini, le poesie dell’architetto Lodovico Barbiano di Belgiojoso e Il silenzio dei vivi di Elisa Springer. Grande attenzione è riservata agli scritti delle donne, tra cui spicca Questo povero corpo di Giuliana Tedeschi, che nel 1946 sembra anticipare il titolo del libro di Levi. Ma anche Alba Valech, che nello stesso anno dà alle stampe il suo A 24029 , utilizza una strategia in parte simile a quella che ritroveremo in Se questo è un uomo, anteponendo al racconto una poesia dall’andamento salmodiante. Il riferimento all’Inferno dantesco, che tanta parte avrà nella riflessione di Levi, emerge occasionalmente in Filo spinato, il diario che l’ufficiale Giuseppe Zaggìa diffonde già nel 1945. Si tratta – sia chiaro – di coincidenze del tutto autonome e comprensibili, così come la presenza della famigerata «corriera azzurra» segnalata in modo indipendente dai superstiti di Mauthausen: un mezzo che, nella versione ufficiale del Lager, sarebbe stato usato per i trasferimenti, ma che in realtà trasportava i condannati a morte.
Un altro aspetto che si presenta a più riprese riguarda le radicate convinzioni religiose alle quali gli internati fanno appello per resistere agli orrori dell’universo concentrazionario. Lo sguardo della fede si ritrova, per esempio, inTriangolo rosso del sacerdote milanese Paolo Liggeri, ma anche, e con intensità straordinaria, nel Diario da Gusen e nelle Lettere a Maria del pittore Aldo Carpi: «È la luce del Verbo che vince – annota quest’ultimo in una pagina –, è il tutto che è nulla, è il minimo che è il massimo». Una testimonianza, anche questa, che chiede ancora di essere ascoltata.
Alessandro Zaccuri
http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/Italiani%20nei%20Lager%20cos%20fu%20rotto%20il%20silenzio.aspx
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24/04/2013
MEMORIA RITROVATA Un atroce esilio come eredità
MEMORIA RITROVATA Un atroce esilio come eredità
Un'intervista con Janine Altounian, intellettuale francese che ha dedicato l'intera vita a studiare i risvolti psichici di un trauma quale il genocidio armeno, a partire da sé Ho portato in me quell'«affetto congelato» per l'intera esistenza e solo leggendo il libro di una terza persona ho interiorizzato ciò che sapevo da sempre
Sin da piccola, Janine Altounian ha la percezione che la sua famiglia sia scampata a qualcosa di terribile. Spesso sente la nonna materna ripetere: «Abbiamo perso tutto! Abbiamo dovuto abbandonare tutto laggiù!». Laggiù è la Turchia, dalla quale i genitori di Janine sono dovuti fuggire in seguito alla decisione del ministro dell'interno Talaat di deportare forzatamente la popolazione armena in quella che si rivelerà una marcia della morte. Questo vissuto ha reso l'atmosfera di casa Altounian pesante, pervasa dal ricordo di un antico dolore che per molti anni resterà però indefinito.
La peculiarità del genocidio armeno, che porterà alla morte di un milione e mezzo di persone, sta proprio nel drammatico risvolto della negazione. Si tratta di una pagina di storia sanguinosa che è stata cancellata e che sino ad oggi non ha trovato riconoscimento da parte del governo turco. Solo crescendo e affrontando un lavoro analitico Janine Altounian riesce a trovare le parole per raccontare il vissuto personale, iscrivendolo nella dimensione storica alla quale appartiene. A questo lavoro di memoria l'intellettuale francese ha dedicato tutta la vita, occupandosi in particolar modo dei risvolti psichici connessi all'esperienza traumatica del genocidio.
Incontriamo Altounian a Trento, durante una giornata di studio incentrata sui traumi collettivi, familiari e individuali organizzata dal Cerp. Raffinata ed elegante, la studiosa si dimostra felice di farsi intervistare dal quotidiano co-fondato da Rossana Rossanda, traduttrice di un suo scritto nel libro Ricordare per dimenticare. Il genocidio armeno nel diario di un padre e nella memoria di una figlia (Donzelli, 2007).
Quando ha sentito parlare per la prima volta del genocidio armeno?
Sono cresciuta in una famiglia che rispondeva al dolore, al senso di soffocamento, con il lavoro. Sapevo che ero armena e che venivo da una storia particolare, ma è stato solo grazie alla scuola e a un lavoro analitico che sono stata in grado di trovare le parole per raccontare il mio vissuto. Mi sono resa conto veramente di fare parte di una storia collettiva solo nel 1975, quando in Francia è stato pubblicato il primo libro, Un génocide exemplaire di Jean Marie Carzou. Ho iniziato a informarmi, a leggere libri, a incontrare intellettuali armeni in diaspora.
Non aveva mai affrontato questa esperienza con i suoi genitori?
Sì, ma non così chiaramente. I miei genitori non erano persone istruite e non parlavano bene il francese. Possedevano le parole della quotidianità, ma non quelle, decisamente più complesse, per raccontare il genocidio. Quando andavo dalla mia nonna materna la sentivo spesso lamentarsi del senso di perdita. C'erano poi anche le espressioni del cuore - i sospiri - che mi facevano intuire che c'era in ballo qualcosa di spaventoso. Mancava però quel linguaggio storico, universale che io stessa ho trovato solo grazie ai libri e agli incontri che ho successivamente avuto con intellettuali armeni in diaspora. Quando ero piccola mia nonna materna mi aveva raccontato che lei e mia madre erano state deportate a Konya con dei treni bestiame. Recentemente, mi è stato chiesto di scrivere la postfazione del volume Sur la route del l'exil di Aram Andonian.
Nel libro, che racconta la deportazione e lo sterminio degli intellettuali armeni di Istanbul, vi è una descrizione del viaggio su quei treni di cui mi parlava mia nonna. Solo leggendo Andonian ho realizzato per la prima volta che tra quelle persone c'era anche mia madre e che all'epoca era una bambina di soli quattro anni. Per una vita intera avevo portato in me questa informazione, quello che io chiamo un «affetto congelato». Leggendo il libro di una terza persona sono riuscita ad interiorizzare ciò che sapevo da sempre.
Esiste veramente un linguaggio in grado di esprimere orrori indescrivibili, quali quelli di un genocidio?
Non avrei potuto scrivere questi libri se non passando per la lingua intellettuale del mio paese d'accoglienza, acquisendo i modi di pensare e di scrivere di questa Francia dove sono nata e cresciuta. Sono comunque una delle poche che tratta le ripercussioni psichiche del genocidio armeno. Ci sono molti libri che trattano questo episodio in chiave storico-politica ma quasi nessuno che parli della trasmissione dei traumi connessi a questo fatto storico.
Scrive per lei o per gli altri?
Non l'ho fatto per gli altri. Ho scritto perché in me c'era qualcosa che doveva uscire. Nel 1977 mi venne chiesto di intervenire a una conferenza sui bambini migranti, all'inizio pensai che non avevo niente da dire. Poi, qualcosa cambiò. Amo molto l'Andromaca di Racine ed è stato proprio ragionando su quel simposio che mi resi conto che Andromaca era un'immigrata, un'esiliata che si lasciava alla spalle un paese sterminato, Troia. Mi identificai con lei e lessi la sua storia alla luce della mia esperienza di armena. Nel mio libro Ouvrez moi seulement le chemins d'Arménie (edito da Les Belles Lettres nel 1990, ndr) cito alcuni passaggi di questa straordinaria tragedia di Racine: «Qual tema può recare un fanciul, che sopravvive alle perdite sue? / Inver degna cagion de lor timore un fanciullo infelice, che ancora non sa ch'Ettore fu suo padre e ch'or servo è di Pirro. / L'hai udito dolersi di quei mali a quai tu lo condanni e ch'ei non sente?».
Questi versi traducono esattamente lo stato di ignoranza sul quale mi interrogavo. Ero solo una bambina e non capivo bene di cosa si trattasse, ma sentivo che c'era un malessere che pesava su di me. Il fanciullo infelice di Racine è figlio di un uomo, Ettore, che è stato ucciso. I mali che non riesce a sentire sono invece gli «affetti congelati» di cui parlavo. Identificandomi con Andromaca, capii che avrei avuto molto da dire in occasione del convegno. Scrivo perché sono presa dalla necessità di liberarmi di qualcosa che sento il bisogno di raccontare.
In «De la cure à l'écriture» si sofferma sul fatto che il fine ultimo dello scrivere sia il ritrovare l'amore per l'eredità trasmessa dai genitori. Può approfondire questo concetto?
L'idea principale del libro è che per capire e raccogliere l'eredità trasmessaci dai nostri genitori è prima di tutto necessario trovare le parole per esprimere ciò che si prova, tradurre quindi il proprio vissuto nella lingua del paese d'accoglienza. Mettendo per iscritto ciò che si prova si arriva all'elaborazione psichica del trauma originario. Nel libro spiego come la scrittura non sia altro che una continuazione ed un approfondimento di questo lavoro di rielaborazione. Grazie a tale processo si arriva a ritrovare l'amore che i genitori, schiacciati dal peso di ciò che avevano vissuto e dal bisogno incessante di lavorare per costruire delle condizioni di vita sicure, non avevano potuto dare ai loro bambini.
Nei suoi libri si sofferma spesso sulla funzione terapeutica della scrittura, sulla trasmissione e la rielaborazione dei traumi.
Ha dedicato gran parte della sua vita a trattare questi temi, tuttavia continua a scrivere. Pensa quindi che, in fin dei conti, non vi sia una reale possibilità di guarigione?
Sì, lo penso. In realtà il processo di elaborazione non porta tanto a una vera e propria guarigione quanto a un cambiamento a livello psichico. Un cambiamento che ci permette di avvertirci non più come delle vittime, ma come depositari di una verità ignorata da molte persone, che ci fa sentire fieri di un'eredità particolare e ci spinge a creare qualcosa nella nostra vita personale, politica e professionale.
Nel corso del suo intervento, ha parlato della transgenerazionalità del dolore, del fatto che, come suo padre non riusciva a raccontarle ciò che aveva vissuto, così le sue figlie non sono in grado di farle delle domande. Crede che, riprendendo il titolo di uno dei suoi libri, l'intraducibilità di un tale dolore si perpetui nelle generazioni?
Credo proprio di sì. Ho un nipote di 23 anni che studia scienze politiche e con lui mi confronto spesso su temi quali il negazionismo o su aspetti storico-politici del genocidio armeno ma, né con lui né con le mie figlie vi è uno scambio a livello dell'esperienza traumatica. A casa non ne parlo mai, a meno che non mi venga chiesto di farlo. Tuttavia credo di poter affermare che ognuna delle mie figlie potrebbe presentare - e uso volontariamente il condizionale - alcuni «fantasmi» legati al nostro trauma familiare. Chiunque ha in sé degli aspetti determinati dalla storia dei propri genitori.
Nel corso della conferenza, ha affermato che un lavoro come il suo non sarebbe più pensabile nella Francia dei nostri giorni... No, effettivamente non sarebbe più pensabile. I libri che ho scritto sono un modello del periodo che io chiamo della «Francia democratica»: purtroppo sono tante le cose che sono cambiate, ma tre sono i punti sui quali mi preme insistere. Nei miei saggi, parlo spesso del mio amore per la scuola francese, laica, pubblica e democratica. Questo tipo di istituzione non esiste più: la scuola del pensiero ha perso il suo potere. I bambini migranti non possono più integrare le loro culture a quella del paese d'accoglienza. Questo è il primo ostacolo ad un lavoro come il mio. Il secondo è invece legato al mondo professionale: quando ero piccola gli immigrati avevano molte possibilità di impiego, il che permetteva loro, come è successo ai miei genitori, di poter mandare i propri figli a scuola. L'ultimo ostacolo è invece legato alla crescente importanza per l'Europa della Turchia negazionista. Nel 2010 il Senato francese aveva votato una legge che sanzionava il negazionismo. Tale legge è stata invalidata nel febbraio 2011 dal Consiglio costituzionale. Da allora, reputo il mio lavoro completamente inutile.
Cosa pensa del primo ministro turco Erdogan verso il quale la stampa europea ha pareri spesso contrastanti?
L'attuale governo turco è assolutamente negazionista. Vi è un numero spaventoso di oppositori politici che sono imprigionati e non hanno diritto di parola. Tuttavia voglio ricordare che, in seguito all'assassinio del giornalista Hrant Dink, cittadino turco di origine armena, è nato in Turchia un movimento liberale, minoritario certo, ma che lotta per l'affermazione della democrazia.
Ci sono poi persone come lo storico Taner Akçam, che ha scritto un libro sul genocidio armeno. Vi è, insomma, chi lotta perché la verità storica venga riconosciuta ma il negazionismo dello stato turco è radicale e non vedo grandi possibilità di cambiamento. Non credo in ogni caso che potrei mai perdonare ciò che è stato fatto alla mia famiglia; dialogare sì, perdonare no.
Qual è il suo rapporto con l'Armenia?
L'Armenia non rappresenta molto per me. Ci sono stata una sola volta e mi sono quasi commossa a vedere le sue magnifiche chiese e monasteri. Tuttavia non mi sono mai sentita così francese come quando sono stata in Armenia.
E quello con la Turchia?
I miei genitori sono nati in Turchia e parlavano turco, anche se mio padre è stato scolarizzato in una scuola armena. Mia nonna cantava bellissime canzoni turche. Tornando a me, evito di andarci. Ho paura di quello che potrei trovare. Amo molto il cinema turco e spesso ammiro gli stupendi paesaggi che vengono ripresi. Ed è questo che temo: arrivare in Turchia e ritrovarmi a dover constatare: «Dunque è questo ciò che veramente mi appartiene e che ho perduto».
FONTE: MARGHERITA BETTONI, IL MANIFESTO |
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23/04/2013
Leggere i classici non per dovere ma per libera scelta
Leggere i classici non per dovere ma per libera scelta
Ho letto recentemente L’arte di ascoltare di Plutarco, perché stavo risalendo la via di una celebre immagine di Montaigne: «Insegnare non significa riempire un vaso, ma accendere un fuoco». La fonte è appunto Plutarco: «La mente non è un vaso da riempire, ma, come la legna da ardere, ha solo bisogno di una scintilla che l’accenda e le dia l’impulso per la ricerca, e un amore ardente per la verità»; e poi, sono le battute finali del trattato: «Un buon ascolto è il punto di partenza per vivere bene». Oggi, disancorati come siamo da ogni rapporto imitativo e prescrittivo con i classici, abbiamo appunto bisogno di ritrovare l’elemento vivifico ed energetico dell’«ascolto». Dobbiamo riscoprire (...) il carattere «elettrico» di certe letture. Non è più il tempo di impostare un dibattito su “cosa sia un classico”, su cosa significhino “civiltà” o “maturità”, sui motivi per cui alcuni momenti della storia umana portino frutto e altri no. Ormai dobbiamo cercare una diversa forma di rapporto con il classico.
Detto altrimenti, non sono gli dèi ad averci abbandonato (secondo le parole del filosofo), ma i greci e i romani. Una perdita simile sembrerebbe nefasta, ma da un punto di vista storico, invece, tale situazione può essere trasformata in privilegio. Forse per la prima volta, dopo duemila anni, alcune generazioni possono dirsi finalmente “libere dai greci e dai romani”, come recitava quel famoso verso di un poeta minore, Jean-Marie Clément (Qui nous délivrera des Grecs et des Romains?). Verso felicissimo, peraltro, in cui pare di sentire il grido di dolore levato da studenti e letterati, incatenati ai classici come schiavi alla macina. Proprio questo venir meno di un atteggiamento normativo, ci offre la possibilità di stabilire, con i greci e con i romani, un rapporto davvero libero, fondato sulla scelta. Un rapporto che potrebbe ribaltare – per la prima volta nella storia dell’Occidente – la nostra relazione con questo passato perpendicolare, con questo immenso promontorio che si erge alle nostre spalle. I classici versano in un momento di abbandono, ma proprio tale abbandono può offrirci una straordinaria occasione: possiamo eleggere i classici a interlocutori, senza essere obbligati ad accettarli. Poter scegliere, senza dover subire, è un autentico dono. Ecco, noi abbiamo il dono di essere stati abbandonati (...)
Ma tornando alla nostra eccezionale “libertà” di fronte ai classici, libertà realmente “epocale”, bisogna dire che sarebbe straordinario se la scuola riattivasse tutta l’ampiezza dello spettro espressivo della letteratura greca e latina. Sono convinto che si otterrebbe, da parte dei ragazzi, una risposta entusiastica. Un esempio personale. Una quindicina di anni fa, Vincenzo Guarracino propose per la Bompiani quattro volumi di scrittori greci e latini tradotti da scrittori contemporanei. Per quanto mi riguarda, io lavorai a quattro mani con una antichista, perché non mi sarei mai sentito di affrontare quella prova senza una guida (del resto, venivo da una splendida esperienza con Francesca Corrao, insieme alla quale avevo tradotto una scelta di poeti arabi dell’anno Mille). In quella occasione ho potuto scoprire autori senz’altro minori, laterali, secondari, ma di estrema vivacità; autori che potrebbero svolgere un ruolo assai proficuo nelle scuole. Penso a Sinfosio e alla grande tradizione degli indovinelli antichi, per far capire ai ragazzi il rapporto fra poesia ed enigmistica. Insomma: le potenzialità sono immense, ma l’ampiezza della tradizione risulta troppo spesso sacrificata a scelte prevedibili.
Occorrerebbe riattivare canali di comunicazione oggi ostruiti, riaccendere fuochi nelle praterie – ovviamente senza far mancare gli Alessandrini, Catullo e in generale la poesia erotica, di fronte alla quale la reazione degli studenti è immediata. La curiosità è sempre un ottimo reagente. E se funziona, la si può utilizzare. Soprattutto nell’àmbito della didattica, l’empatia dovrebbe essere accentuata. Bisognerebbe – in termini grossolani – leggere l’ Odissea come se fosse L’Isola del tesoro, nei limiti funzionali di ciò che vogliamo ottenere da un giovane studente: la passione. Quel che agisce, quello che “scatta”, al livello più immediato della lettura, è l’entusiasmo di un ragazzo che a quindici anni scopre Stevenson, o scopre Omero. Si tratta di una specie di energia sepolta che non attende altro se non di essere liberata.
Fonte il giornale
http://www.ilgiornale.it/news/leggere-i-classici-non-dovere-libera-scelta.html
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