13/04/2013
La dittatura del debito tunisino
La dittatura del debito tunisino
Il paese s'interroga, anche al «Wsf», sulla pesante eredità lasciata dal regime di Ben Ali
TUNISI Il tema del debito tiene banco al World Social Forum di Tunisi. Una questione particolarmente sentita dalla popolazione tunisina, visto che nei 25 anni di regime Ben Ali e la sua famiglia il debito è passato da 3,4 miliardi di euro nel 1987 a 10,80 miliardi nel 2009. Un'eredità pesantissima per le fragile casse del paese dopo la rivoluzione. L'indebitamento è stato un meccanismo egemonico per la dittatura. Le banche del paese prestavano senza precauzioni ai notabili, distribuendo denaro che spesso non veniva ripagato. Quindi la Banca centrale tunisina interveniva ad appianare i fallimenti bancari, contraendo prestiti a livello internazionale, sia dai paesi occidentali e dalle istituzioni internazionali, che da banche private. Gli interessi venivano ripagati e talvolta la quota di capitale riscadenzata. In questo modo il regime si basava sul controllo del credito, ottenendo il consenso delle élite e imbrigliando gli interessi stranieri, presenti soprattutto nel campo delle infrastrutture. Tali opere erano spesso di dubbia utilità o costruite in maniera non appropriata, con pesanti impatti sulla popolazione. Si pensi allo sfruttamento minerario, o all'agricoltura intensiva, entrambi funzionali solo all'export verso l'Europa.
È stata proprio l'assenza di credito per le classi indigenti, private dei mezzi fondamentali di sussistenza, quali acqua e terra, che ha portato poi alla rivoluzione popolare, originariamente guidata dai più poveri e non dalla classe media di Tunisi. Sin dai primi mesi dopo la cacciata di Ben Ali (nella foto), il tema del ripagamento del debito è entrato nell'agenda politica. In diversi hanno paventato la possibilità di definire gran parte del debito come «odioso», secondo quella dottrina del diritto internazionale che ritiene legale non ripagare quanto accumulato da un dittatore contro gli interessi della popolazione. Il caso più recente è stato quello del debito di Saddam Hussein, di fatto annullato dopo la caduta del regine iracheno nel 2003. In Tunisia la società civile ha chiesto l'apertura di una commissione ufficiale per l'audit da parte del governo per esprimere un giudizio sul debito.
Nel 2012, il presidente Moncef Marzouki ha sostenuto l'istanza, forse per cercare di scalzare il potente governatore della banca centrale, Mustapha Kamel Nabli, ex ministro di Ben Ali e direttore alla Banca mondiale. Il Fronte Popolare, che riunisce realtà di sinistra, ha presentato una legge per l'istituzione di una commissione di audit con poteri investigativi. Nonostante l'Ecuador, che nel 2008 ha realizzato un storico audit del debito annullandone una parte, abbia offerto il suo aiuto tecnico-legale al governo tunisino, la proposta si è impantanata nel Parlamento Costituente in seguito all'impasse sulla stesura della nuova Carta. Il governo islamista ha una posizione ambigua sulla questione, con il ministro delle Finanze che continua ad assicurare la comunità internazionale sulla capacità della Tunisia di ripagare il servizio sul debito. Effettivamente l'ammontare del debito è ancora contenuto rispetto al prodotto interno lordo (circa la metà). Ma in termini assoluti il suo ripagamento rimane la principale voce nel bilancio tunisino. Ogni anno ammonta a tre volte quello che il governo investe nelle politiche di istruzione.
Molti rappresentanti delle elite che sono ancora ai vertici dei ministeri, o si sono riciclati in diversi partiti politici, non hanno alcun interesse a scoperchiare un vaso di pandora che farebbe emergere responsabilità non solo della comunità internazionale e di investitori stranieri, ma anche di attori locali. Lo scorso 20 marzo il presidente tunisino si è recato in Germania per negoziare una conversione del debito con Berlino. La Germania è disponibile a trasformare 30 milioni di euro in investimenti nel settore idrico e altri 30 da allocare in un nuovo fondo per le infrastrutture, che l'esecutivo locale userebbe per favorire nuovi investimenti di imprese tedesche. In pratica l'ennesima apertura a investimenti estrattivi dannosi per l'ambiente e a solo vantaggio dell'export globale e delle piccole elite. Anche la Francia, già l'anno scorso, aveva caldeggiato una soluzione per la conversione del debito con Tunisi. Si aggiunga che dai primi mesi del dopo rivoluzione il paese è stato subissato di finanziamenti da parte dei governi occidentali, mediorientali e di Banca mondiale, Banca africana di sviluppo e Fondo monetario internazionale. Soldi utilizzati per facilitare investimenti stranieri in grandi opere, con il rischio di generare a breve ulteriore debito.
Alla vigilia del Forum sociale, la rete Cadtm ha facilitato il «simposio mediterraneo sulla lotta contro il debito e per la sovranità dei popoli». Nelle parole di Fathi Chamki di Attac Tunisia, la strategia di gestione del debito scelta dal governo porterà a breve il paese al collasso e a una nuova colonizzazione. Per questo è necessaria da subito una moratoria sul ripagamento, così da permettere un'audit pubblica e partecipata. Vedremo cosa succederà con le elezioni di giugno.
Re:Common
FONTE: ANTONIO TRICARICO *, IL MANIFESTO |
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MESSICO L’ECONOMIA CRESCE “MA I POVERI NON STANNO MEGLIO”
MESSICO L’ECONOMIA CRESCE “MA I POVERI NON STANNO MEGLIO”
Almeno 20 milioni di bambini e adolescenti vivono in povertà e oltre cinque milioni in estrema povertà, secondo uno studio condotto dall’Unicef e dal Consiglio nazionale di valutazione politica dello sviluppo sociale messicano. Il 14% dei minori di cinque anni di età soffre la fame, percentuale che sale al 33% nelle aree rurali, specialmente tra i bambini indigeni.
“L’economia è cresciuta molto ma questo non significa che i poveri stiano meglio” ha detto senza mezzi termini la rappresentante speciale dell’Unicef, Isabel Crowley. “Gli indici di sviluppo umani in alcune aree del Messico si avvicinano a quelli di alcuni dei paesi meno sviluppati del mondo” ha aggiunto.
In base a dati del 2010, complessivamente la povertà colpisce il 46,2% dei circa 115 milioni di abitanti; tra i bambini la percentuale cresce fino al 53,8. “Questi livelli di povertà rivelano le gravi e persistenti disuguaglianze nell’applicazione dei diritti dell’infanzia. Questa situazione richiede una risposta urgente da parte delle istituzioni pubbliche” ha sottolineato la responsabile dell’Unicef per la politica sociale in Messico, Erika Strand. “Lo dobbiamo a milioni di bambini messicani che lavorano e non vanno a scuola – ha detto Strand – che rischiano di essere sfruttati dai gruppi criminali. Lo dobbiamo a Manuel, il bambino che ho conosciuto una settimana fa mentre vendeva sigarette al centro”.
Se non si agirà subito, ammonisce l’Onu, “l’impatto di questa situazione sui bambini e gli adolescenti messicani potrebbe essere irreversibile per il loro sviluppo, aumentando il rischio di essere trasmessa anche alle generazioni future”.
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12/04/2013
America, provincia estrema assediata dalla violenza che entra in casa dalla Tv
America, provincia estrema assediata dalla violenza che entra in casa dalla Tv
Immagini di sangue fra carri Amish e scorci alla Hopper La campagna americana è coperta di neve. Nelle città si accumula lungo i marciapiedi, nera e butterata. Strana questa provincia statunitense che gli italiani in visita conoscono poco, attratti come sono dalle grandi metropoli come New York, Boston, Los Angeles, San Francisco. Un mondo di piccole comunità agricole, spesso nate attorno a coraggiose università private, a centri di scambio e di raccolta emigrati.
Sono ospite in una casa del 1747 tutta in legno, con tante scale, i letti altissimi da terra, i mobili panciuti, i ritratti di illustri accademici appesi alle pareti foderate di carta colorata, tappeti, specchi, ninnoli, tende ricamate. Sembra di abitare in un museo antropologico.
Il lavoro dei campi è ormai meccanizzato e la tecnologia si rinnova in continuazione assorbendo sempre piu energia e cacciando via sempre più manodopera. Salvo gli Amish che ogni tanto si incontrano per le strade con i loro carretti, i loro pantaloni alla zuava, le loro gonne lunghe, le cuffie bianche in testa, i loro cavalli da tiro. I prodotti che portano in città sono molto apprezzati perché gli Amish non adoperano pesticidi e ogni vegetale ha un sapore antico. Sono anche amati dai negozianti perché, non usando carte di credito né assegni, hanno l'abitudine di pagare tutto in contanti. Non sono poveri. Guadagnano bene coi loro prodotti di artigianato e spesso si comprano terreni e case. Presentandosi al venditore con borsellini gonfi di dollari.
Passeggio su strade vuote improvvisamente illuminate da scintillanti bar d'angolo dalle ampie vetrate illuminate e mi sembra di fare capolino in un quadro di Hopper. C'è qualcosa di misterioso e di sospeso in questi paesaggi urbani che stanno a metà fra l'estrema meccanizzazione e un cocciuto attaccamento alla memoria della conquista. Da qui la passione diffusa per le armi. A volte questi americani della provincia sembrano ritenersi ancora fermi in quel tempo eroico in cui ogni giorno si conquistavano lembi di territorio selvaggio, alle prese con bestie feroci, indiani dalle frecce avvelenate, torrenti in piena, montagne dalle rocce aguzze e inospitali.
Ogni tanto la strada viene attraversata da un cervo pensoso e sognante. Sono bellissimi a guardarsi. Ma ce ne sono troppi, dicono, e c'è chi vuole sterminarli. Anche perché li accusano di avere introdotto una speciale minuscola zecca che ha la capacità di arrampicarsi su per le gambe dei passanti portando una grave malattia chiamatalime disease.
L'insofferenza per l'industria del cibo che produce troppi sprechi e causa malattia e obesità sta sviluppando una estesa catena di imprese ecologiche che si diffondono rapidamente per tutti gli Stati Uniti. Ma fin a che punto si può invertire la rotta? Quasi schizofrenico appare il rapporto fra i media che rovesciano ogni giorno nelle case degli americani montagne di immagini di guerre sanguinose, di sparatorie, di omicidi, di incidenti, di stupri, di violenze di ogni genere e la calma sospesa di questi campus dove le case, anche le più ricche, non sono mai circondate da fili spinati, dove le finestre si aprono su giardini fioriti, senza grate, senza persiane.
Le televisioni, anche quelle più serie, come la Cnn, raccontano in continuazione storie di sesso e di sangue. Una delle più seguite, in questi giorni, riguarda una ragazza, Jodi Arias, che ha ucciso a coltellate il suo fidanzato e dice di non ricordare assolutamente niente di quello che è successo, pur confessando il delitto. Ogni sera giornalisti diversi si alternano per spiegare, giudicare, analizzare la storia. La redazione intanto mette in mostra i corpi nudi dei due fidanzati che si fotografavano a vicenda. Vengono interrogati psichiatri, medici, opinionisti per spiegare come mai una ragazza bella, serena, appagata, abbia sentito il bisogno di accoltellare il suo amato, finendolo poi con un colpo di pistola alla nuca, come se volesse assicurarsi che fosse veramente morto. Jodi Arias, dai lunghi capelli bruni che circondano una faccia atona e dolce, sostiene che lui la costringeva a fare sesso in modi perversi. «Ma tu ci stavi!», le grida l'avvocato accusatore. E lei risponde che sì, lo amava, ma era esasperata da quelle richieste, sempre più estreme e avvilenti. La ragazza piange e una giornalista si accanisce puntandole addosso il dito: «Ma piangevi forse mentre gli cacciavi il coltello nel petto? Piangevi quando gli sparavi alla testa?». La ragazza singhiozza. La giornalista la chiama pubblicamente «mostro».
Strano che invece, per il caso Pistorius, che ha occupato le serate di molte televisioni per oltre due settimane, fino alla sua liberazione su cauzione, non ci sia stato lo stesso accanimento. I giornalisti hanno dimostrato molto più rispetto e simpatia per il giovane atleta sudafricano che ha ucciso la fidanzata e poi si è giustificato dicendo che l'aveva presa per un ladro. Le ha sparato al di là di una porta, senza sapere se veramente fosse un ladro, senza chiedersi da dove fosse entrato visto che la casa era vigilata da agenti in armi e cani feroci. Inoltre, quando ha sparato il primo colpo, non ha sentito la ragazza che urlava al di là della porta? Ma gli eroi sono eroi, e il giovanotto che già un'altra volta è stato fermato con armi in pugno e accusato di avere minacciato un rivale, è stato lasciato libero di tornarsene a casa.
Dovendo fare un breve confronto fra le nostre televisioni e quelle americane, direi che le nostre sono molto più offensive per quanto riguarda la reificazione del corpo femminile. Gli americani da questo punto di vista sono piu sobri. Ma per quanto riguarda la violenza, certamente ci battono. Sparatorie, sangue, ferite, rantoli, non si finisce mai di rappresentare l'odio e la vendetta compiuta attraverso le armi. Mi chiedo se questo quotidiano racconto di morte non sia, oltre a un modo per esorcizzarla, anche un incentivo sotterraneo a farsi giustizia da soli, a vedere in ogni vicino un insidioso vampiro.
Gli italiani in queste parti del grande Paese sono tantissimi. Ci sono intere comunità di abruzzesi a Boston e spesso gli anziani non parlano che il dialetto dei loro villaggi. Raro il caso di persone come Elvira Di Fabio che, nonostante le difficoltà dell'adattamento, ha imposto a tutta la famiglia l'italiano, l'ha insegnato per anni all'università di Harvard e e oggi lo pretende anche dai nipotini. In generale la fatica per integrarsi è stata tale che, chi ce la faceva, costringeva i figli a parlare solo l'inglese. Ma i figli dei figli cominciano a mostrare curiosità per le radici comuni e sono felici di imparare l'italiano. Da qui la nascita di nuove scuole private e pubbliche dove si insegna la nostra lingua. Nonostante i tagli e le nuove ristrettezze, persone come Graziella Parati, come Tania Convertini, come Catherine Sama, come Anne Boylan, come Giovanna Lerner, come Maria Cappello e come Gian Maria Annovi che insegna a Denver e sembra il fratello dei suoi studenti tanto è giovane e americanizzato, portano avanti lo studio dell'italiano con tempi e ritmi nuovi, consapevoli di tutte le contraddizioni delle attuali convivenze linguistiche. Questi non sono figli di emigranti con la valigia di cartone, ma emigranti essi stessi, con la laurea in tasca, fuggiti dall'Italia per mancanza di lavoro e di prospettive.
Ma eccoci alla giornata delle donne. Che viene festeggiata all'università di Rhode Island con incontri e discussioni in mezzo a un mare di studenti, sotto lo sguardo bonario della vivacissima decana, Winnie Brownell. Un panel organizzato dall'efficiente e appassionato Michelangelo La luna, raduna donne di diversi continenti: Cina, Italia, Corea, Romania, Messico, Stati Uniti. Senza peli sulla lingua le giovani donne raccontano i guai che subiscono le donne in varie parti del mondo. Come quei milioni di aborti di feti femminili, ragiona Ping Xu, che hanno creato uno scompenso grave fra il mondo degli uomini e quello delle donne, scompenso che viene controbilanciato da un largo uso di prostituzione e materiale pornografico. O indagano, come fa Jody Lisberger, sui muri invisibili che separano ancora oggi negli Stati Uniti le donne dal mondo delle grandi decisioni. O riferiscono (Jeanne Salomon), delle difficoltà che abitano una società basata soprattutto su una competizione feroce. O imputano molte delle pene femminili (Tommasina Gabriele) ai contraddittori rapporti fra madri e figlie. O studiano (Anna Cafaro) le spine del relativismo culturale. O rivelano (Donna Hughes) gli orrori della «Modern slavery», ovvero il commercio internazionale di corpi femminili, che pare raggiunga la terribile cifra di 27 milioni in tutto il mondo. E di queste una buona metà è costituita da minorenni. O narrano, come fa Mary Cappello, con uno stile fantasioso e lirico, dei linguaggi dimenticati che hanno attraversato il mondo delle donne.
Il mio viaggio finisce col ritorno a Boston da una Denver irta di meravigliose rocce rosse in mezzo all'altipiano del Colorado. A Cambridge, nella grande sala dell'American Academy of Arts and Sciences si festeggia la memoria di Rita Levi Montalcini. Ci sono le autorità: il console Pastorelli, i grandi professori di Harvard, ci sono le studentesche incuriosite, ci sono le bandiere, quella italiana e quella americana che si intrecciano addosso alla parete. Fuori si segnalano cinque gradi sotto lo zero. La neve si sta ghiacciando. Dentro, il riscaldamento è anche eccessivo. È bello poter parlare della nostra grande scienziata in mezzo a tanti studenti. Per una volta non ci saranno domande sulla presunta nipote di Mubarak, sulla vendita dei senatori, sul basso livello della nostra classe politica.
Gli ex studenti di Rita, il professor Emilio Bizzi, del Mit e il professor Elio Raviola della Harvard Medical School, nonché un suo lontano nipote americano, George Sacerdote, la ricordano come una «donna severa ma gentile, pronta a qualsiasi sacrificio pur di portare avanti i suoi esperimenti». Una donna che andava in giro con i topolini in tasca, divisa fra la tenerezza e il rigore degli studi. Una donna che è stata perseguitata dal fascismo, ma non si è chiusa nel suo guscio. Ha partecipato come medico alla liberazione del Paese, assieme agli alleati. Ha studiato con generosità e accanimento il cervello umano. Ha attraversato un intero secolo, senza mai perdere di lucidità e di impegno.
Forse non ci rendiamo conto che la nostra credibilità all'estero non consiste solo nel livello di indebitamento pubblico, ma soprattutto nella capacità di proporre all'attenzione dei giovani persone come Rita Levi Montalcini, che rivelano una Italia seria, creativa, instancabile e dalla schiena dritta.
FONTE: DACIA MARAINI, CORRIERE DELLA SERA |
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Avorio: il mercato non conosce sosta. Elefanti sempre più minacciati.
Avorio: il mercato non conosce sosta. Elefanti sempre più minacciati.
SONO OTTO-NOVE I «PAESI CANAGLIA»
Cresce consenso su stop a bracconaggio e contrabbando. Ma il commercio prospera indisturbato
BANGKOK - La mappa è chiara e conclamata, ed è formata da 23 Paesi fornitori e destinatari del traffico illegale d’avorio. Otto in particolare sono i «cattivi», identificati quali principali protagonisti nel contrabbando: Kenia, Uganda e Tanzania quali Paesi d’origine, Malaysia, Filippine e Vietnam quelli di transito, Cina e Thailandia i destinatari. Più eventualmente Hong Kong, altro importante intermediario. La Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate d’estinzione (Cites) – il cui vertice si è chiuso due settimane fa a Bangkok – chiede a questi ultimi piani d’azione per frenare il traffico sanguinario. Misure che fanno ben sperare alcuni, e deludono altri. Per varie organizzazioni non governative, Cites ha fallito nel proteggere l’elefante.
DIVIETO NON UNIVERSALE - Il consenso sull’allarme-elefante e sui livelli record di bracconaggio era unanime tra gli oltre 170 Paesi presenti alla conferenza. «È la prima volta nella storia del Cites che tutti sono d’accordo sul fatto che è in corso un olocausto, sembrava di essere a una convention di conservazionisti e non solo di commercio», dice Andrea Crosta, uno dei fondatori dell’Elephant Advocacy League. «Ma la discussione sul meccanismo che regola la vendita dell’avorio è solo stata rimandata: gli elefanti sono a forte rischio perché nel momento in cui si immette nuovo avorio legalmente sui mercati, questo si sovrappone a quello illegale».
COMMERCIO - Attualmente le vendite internazionali d’avorio sono infatti chiuse, ma la futura riapertura al mercato degli stock accumulati dai vari Paesi è più che una possibilità. «Il messaggio è che il commercio avverrà ancora», conferma Mary Rice, direttore esecutivo dell’Environmental Investigation Agency. «Ogni anno dal 2000 la Cina è stata identificata come il principale mercato per il commercio illegale d’avorio, ma non c’è mai stata alcuna sanzione». In Cina il 90% dell’avorio viene da fonti illegali, secondo le stime di Eia. «L’unica soluzione è bandire ogni tipo di commercio dell’avorio, anche quello sui mercati interni», sostiene Soraida Salwala, una delle figure simbolo della lotta per proteggere gli elefanti in Thailandia, fondatrice del primo ospedale al mondo per pachidermi. È una posizione condivisa dalla quasi totalità delle organizzazioni non governative. La Thailandia, Paese ospite della conferenza, è uno di quelli in cui il commercio interno dell’avorio è perfettamente legale, e consente un grande margine per il mercato nero del contrabbando internazionale. Il governo di Bangkok ha dichiarato la volontà politica di mettere mano alla
situazione, senza tuttavia voler rinunciare al mercato interno.
RISORSE – Oltre che la volontà politica, il problema - perché i piani d’azione passino dai documenti della Convenzione al territorio - sono le risorse. I Paesi africani in cui sono presenti popolazioni d’elefanti si sono riuniti nel 2010 nell’African Elephant Action Plan per identificare obiettivi e strategie e fermare la strage. Il Fondo collegato può contare attualmente su soli 700 mila dollari. «Gli elefanti rappresentano un’entrata economica prioritaria per molti Paesi africani», ha detto Patrick Omondi, esperto della delegazione del Kenia, Paese in prima linea contro la vendita dell’avorio, ma nello stesso tempo porto di partenza-chiave di quello illegale. «Alcune popolazioni di elefanti africani stanno andando verso l’estinzione, ma se non riusciamo a frenare la domanda, questa guerra non può essere vinta». Quando la Convenzione fu firmata, 40 anni fa esatti, il principale mercato per l’avorio era l’occidente: oggi – pur senza dimenticare i compratori europei di avorio (magari in veste di turisti nei Paesi asiatici sopra-menzionati) - il consumatore europeo è enormemente più consapevole di quello asiatico dell’origine sanguinaria di gioielli e decorazioni sacre in oro bianco.
SCADENZE - Le misure per la riduzione della domanda sono alcune tra le più significative richieste Cites ai principali Paesi destinatari, una novità da molti ritenuta preziosa. Tra gli altri impegni richiesti agli otto Paesi, quelli atti a migliorare i controlli, incluso l’obbligo di fornire rapporti annuali sugli stock d’avorio e quello di registrare e condividere campioni di Dna nei sequestri superiori ai 500 chili. La scadenza ultima è giugno 2014: se fra meno di un anno e mezzo i Paesi non avranno dimostrato passi concreti nella lotta al traffico illegale, Cites potrebbe decidere misure punitive nei loro confronti.
BRACCONAGGIO E MAMMUT - Intanto bracconaggio continua ogni giorno a fare morti, con i mezzi sempre più sofisticati di una criminalità organizzata legata anche al terrorismo internazionale. Nonostante gli sforzi – o a causa anche delle debolezze - di Cites, lo scenario al momento non promette davvero nulla di buono. Con l'aumento delle temperature nelle zone artiche e lo scioglimento del permafrost (lo strato di suolo perennemente gelato delle alte latitudini) affiorano i resti di mammut rimasti congelati per migliaia di anni. Infatti si stima che l’avorio di mammut copra già oggi il 30% del mercato cinese.
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11/04/2013
A Londra più classi (sociali) per tutti. Dai precari ai nuovi ricchi, ora sono sette.
A Londra più classi (sociali) per tutti. Dai precari ai nuovi ricchi, ora sono sette.
La “Bbc” realizza un’imponente inchiesta insieme alla London School of Economics e all’Università di Manchester. Oltre 160mila persone coinvolte in tutto il Paese. Agli estremi della nuova piramide ci sono l’“élite” e il “proletariato” .
LONDRA. Il signore con la lobbia, l’impiegato con la bombetta, il lavoratore con la scoppola: queste erano, finora eterne e incontrastate, le tre immagini delle classi sociali inglesi, distinte fin dal cappello in “upper”, “middle” e “working class”.
Ma ora in Gran Bretagna le classi sociali sono diventate sette, con l’élite seguita da due “middle class” e con i “worker” tradizionali sovrastati dai lavoratori arricchiti e seguiti dai lavoratori emergenti del terziario. L’analisi che lo certifica è autorevolmente prodotta dalla Bbc con i professori Mike Savage della London School of Economics e Fiona Devine dell’Università di Manchester, che hanno analizzato i dati forniti da 161mila persone.
Lo studio non si è basato solo su occupazione, istruzione e reddito, ma sull’intrecciarsi di tre dimensioni differenti, economica, sociale e culturale, valutando i tre “capitali” che una persona può avere. Il primo, materiale, computa introiti, risparmi, valore dell’abitazione. Il secondo analizza quantità e status sociale delle proprie conoscenze. Il terzo, quali e quanti interessi e attività culturali esistono nella vita di una persona. Il risultato è una foto della Gran Bretagna del 21º secolo.
L’“élite” continua ovviamente ad avere il massimo dei tre capitali, fra belle case, buone e vaste amicizie, ma anche qualificati e approfonditi interessi culturali. Che sono invece ciò che fa un poco difetto al membro della “established middle class”, la classe media “arrivata”, ben messa per beni e conoscenze, molto ampia con il suo 25% della popolazione, ma che resta seconda in cultura, come di sicuro gli ex “upper class” ora “élite” non mancheranno di notare a ogni occasione. E invece piccolo e ben distinto il gruppo successivo della classe media “tecnica”, economicamente
prospero, ma fuori dai riti del benestante classico, segnato com’è da una «marcata apatia culturale» e un netto «isolamento sociale».
Completamente diversi i “nuovi lavoratori benestanti”: giovani, socialmente e culturalmente attivi, ma quanto a soldi «a livelli mediocri». In un party o un’inaugurazione immaginari, è probabile che arrivino ben vestiti, però pronti a godersi più del normale tramezzini e cocktail. E questa fascia intermedia, non più “working class” né “middle class” tradizionale, è quella più interessante secondo Fiona Devine. «Sono gruppi», spiega, «che non vedono più se stessi come classe media o lavoratrice».
Finite le nuove distinzioni fra le ex lobbie e le ex bombette, si apre il capitolo del vero lavoratore, con la storica, orgogliosa “working class” ormai spezzettata. Il primo gruppo, “tradizionale”, è solo il 14% della popolazione. Punta più al pub e alla partita che all’inaugurazione e ha bassi punteggi in tutte le categorie, ma ha case di ragionevole valore. Con un’età media di 66 anni, è il gruppo più anziano. Sotto questi rappresentanti di un mondo passato, emergono i “lavoratori del terziario”. Giovani e nuovi abitanti urbani, vantano tasche vuote e capitali culturali e sociali in ottimo stato. Puntano anche loro alle inaugurazioni, magari di tipo diverso da quelle delle fasce alte. Ed è facile immaginare che siano la base di lancio per un nuovo artista, o gli artefici del successo di un nuovo quartiere.
Come spiega ancora Fiona Devine, loro e i «nuovi ricchi» saliti al quarto posto sono i figli della “working class” tradizionale ormai sessantenne. Ultimi, arrivano i “proletari precari”, coloro che, come le “élite”, non sono mai mancati: un 15% di poveri veri, con poco o niente di qualsiasi cosa, precari nel lavoro e nella vita. Esistevano anche ai tempi di scoppola, bombetta e lobbia, ma non c’era un cappello per distinguerli. Adesso hanno conquistato un posto in graduatoria, l’ultimo.
FONTE: ALESSANDRA BADUEL, LA REPUBBLICA
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10/04/2013
Libano, 900 mila rifugiati, 4 milioni di abitanti. Tensioni e il rischio di guerre tra poveri.
Libano, 900 mila rifugiati, 4 milioni di abitanti. Tensioni e il rischio di guerre tra poveri.
A suscitare l'inquietudine sociale e una pericolosa competizione per la sopravvivenza sono gli aiuti umanitari che arrivano ai profughi siriani nel Paese. La loro presenza massiccia sta provocando agitazione nella comunità libanese ospite. La maggior parte dei siriani in fuga si trovano in aree del Libano povere, dove i servizi erano già scarsi prima dei nuovi arrivi, che hanno fatto salire il numero complessivo a 400 mila.
BEIRUT - Una guerra tra poveri potrebbe scatenarsi in Libano. A farla esplodere potrebbero essere gli aiuti umanitari che stanno arrivando ai profughi siriani nel Paese. La loro presenza massiccia sta, infatti, provocando la crescita della tensione con le comunità libanesi che li ospitano. La maggior parte dei siriani in fuga dalla violenza oltre il confine si sono insediati in aree del Libano storicamente povere, dove i servizi per la popolazione erano già scarsi e la possibilità di lavoro quasi una chimera. Così le difficoltà si stanno amplificano per tutte e due le comunità e le spingono verso una pericolosa competizione per la sopravvivenza.
I siriani sono ormai 400 mila. L'allarme è stato lanciato anche dal Ministro per gli Affari Sociali Wael Abu Faour, che ha dichiarato: "Non siamo solo preoccupati per i rifugiati siriani, siamo preoccupati per la stabilità del Paese". I profughi siriani attualmente registrati in Libano sono, secondo l'ultimo rapporto dell'UNHCR (Alto Commissariato Nazioni Unite per i Rifugiati), 400.000. Questa cifra, però, è lontana dalla realtà. Si devono aggiungere, infatti, i circa 150.000 profughi in attesa di registrazione presso le Nazioni Unite, nonostante UNHCR abbia aumentato i punti di accettazione. Ci sono poi, secondo fonti governative, tra i 200.000 e i 300.000 profughi che non si sono rivolti a nessuna struttura e che non rientrano in nessun conteggio.
Rifugiati, 1 milione e 4 milioni di abitanti. Quasi un milione di persone in un Paese con una popolazione di poco superiore ai quattro milioni. E gli arrivi, secondo UNHCR, sono continui e in aumento. Ai problemi economici e sociali si sommano quelli politici legati ai delicati equilibri confessionali ed etnici del Libano. "Le nostre frontiere sono aperte per tutti, ma dobbiamo essere realistici. Questo è un Paese che, anche nel recente passato, ha dovuto affrontare conflitti e che è altamente politicizzato. È normale per chi è in fuga cercare riparo in aree in cui si sente accolto dalla sua stessa comunità religiosa o etnica. Queste purtroppo spesso coincidono con le regioni più problematiche del Libano". Ha dichiarato recentemente Ramzi Naaman, a capo del Piano Libanese per la risposta all'emergenza causata dall'afflusso dei rifugiati.
Aumentano le tensioni. "La concorrenza nella ricerca del lavoro - ha affermato ancora Naaman - e gli aiuti internazionali che arrivano ai rifugiati possono fomentare la contrapposizione con i libanesi che vivono in povertà. Tensioni che potrebbero svilupparsi in qualcosa di molto più complesso e pericoloso". Già nella zona montuosa a nord del Paese si sono regista tra le prime forti tensioni a causa della scarsità di pane e gasolio per il riscaldamento. Inoltre, l'offerta eccessiva di mano d'opera ha portato all'aumento della disoccupazione e al crollo dei salari. Per arginare una pericolosa escalation è assolutamente necessario un piano nazionale. Gli aiuti devono essere distribuiti senza dimenticare le comunità locali, in modo da non alimentare la percezione che i profughi siriani stiano ricevendo un trattamento preferenziale.
Le dimissioni del primo ministro. In un momento particolare della vita libanese, il Primo Ministro Mikati si è dimesso e sembra difficile trovare un accordo per la successione e per la data delle prossime elezioni, la pressione esercitata dai rifugiati rischia di andare ben oltre le capacità di assorbirla della politica e della società libanese. Il Ministro Faour ha invitato i paesi donatori e le organizzazioni internazionali a fornire maggiori aiuti, tenendo in considerazione la situazione delle comunità di accoglienza a livello locale."Il Libano non ha bisogno solo di aiuto finanziario. Se il flusso dei profughi resterà costante a questi livelli il Libano potrebbe dover affrontare una crisi sociale ed economica. Il crescente numero di rifugiati peserà sul futuro del Libano sul fronte economico, sociale, politico, demografico e la sicurezza". Dall'altra parte del confine, intanto, non arrivano buone notizie, la guerra civile non si arresta e il numero dei profughi è solo destinato ad aumentare.
http://www.repubblica.it/solidarieta/profughi/2013/04/05/news/beirut-56022545/
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AFGHANISTAN Il boom che inganna. Benvenuti a Kabul.
AFGHANISTAN Il boom che inganna. Benvenuti a Kabul.
LA PACE È ANCORA UN SOGNO E IL GOVERNO È PRIVO DI STABILITÀ E DI UN REALE SOSTEGNO POPOLARE. MA GLI AFFARI CORRONO COME A DUBAI, E LA BOLLA SPECULATIVA CRESCE. ASPETTANDO I MILIARDI DELLA CONFERENZA DI TOKYO
Karzai vola in Qatar e si gioca le sue carte per trattative dirette con i «turbanti neri». Loro aspettano il 2014
Raccontano che un businessman pachistano preferisca Kabul addirittura a Dubai: «C'è di tutto, è un centro vivace e divertente mentre un mucchio di altre capitali sono noiose». Può sembrar bizzarro che una città sulla linea del fronte, da trent'anni capitale di un conflitto senza fine con una molteplicità di attori da far invidia alla II Guerra mondiale, possa sembrar attraente. E invece...
Benvenuti a Kabul, dove se avete solidi li potete moltiplicare e dove, come forse accade alla vigilia delle grandi tragedie, in vista della paranoia del dopo 2014, quando gli eserciti occidentali se ne andranno, non si sta tanto a guardare al futuro ma si vive spasmodicamente al presente.
Tasso alcolico e palafitte
Al rientro dal weekend del venerdi la coda è lunga per rientrare in città. La polizia ferma le macchine cariche di giovinastri (tutti maschi) ma non cerca armi. Controllano il tasso alcolico per evitare incidenti. Lo skyline della città che si staglia sullo sfondo cambia di settimana in settimana, a volte di giorno in giorno. Il nuovo ufficio del governatore, solo palafitte di cemento armato quattro mesi fa, è fatto e finito davanti a un grande megastore a più piani in costruzione. Guardi verso l'alto e vedi svettare gru, ponteggi, scale sopra parcheggi di betoniere e camion che trasportano tondini di ferro. Una bolla speculativa senza precedenti ha fatto di questa città un cantiere in continua espansione. E prima ancora che si sia messo mano alla «New Kabul» - progetto di una Brasilia afgana a Nord dell'attuale capitale, nell'area di Shomali, lungo la strada che porta nel Panjshir - sorgono palazzi e palazzine, si bitumano ampie strade, si parcellizzano appezzamenti. Poco importa se poi non ci saranno le fogne o se l'allaccio alla luce sarà volante come le matasse di cavi che si intrecciano ancora nella città vecchia. Nemmeno questa esente dall'avanzata del tondino, a spese di un'architettura tradizionale fragile tanto nella struttura (fango, paglia e travature in legno) quanto nella cultura di un'identità che si sta perdendo travolta dalla «modernità». Giran soldi e c'è lavoro nei cantieri. Non è poco, poi si vedrà.
Nel quartiere di Sherpur, dove i signori della guerra hanno confiscato terra demaniale e costruito cinque o sei anni fa un quartiere residenziale per aitanti funzionari internazionali, le case adesso sono sfitte: «Residence with 27 rooms to rent», dice un cartello sulla facciata di una di queste ville che coniugano in un kitsch stupefacente le architetture di Dubai e Peshawar, Islamabad e Washington, il tutto con una spruzzata di aria persiana imbellettata da specchietti colorati a mosaico. Ma gli occidentali stanno già facendo le valige e i prezzi crollano. A Sharenaw trovi una casa arredata per 1000 dollari anche se c'è ancora chi ne paga 800 per una stanza. Dunque, chi ospiteranno le migliaia di appartamenti in crescita esponenziale? Chi potrà permettersi, tra quei due milioni che vivono sulle pendici delle montagne intorno alla città, le due stanze più bagno e cucina, sogno borghese tipico di ogni boom edilizio? Sogno per chiunque abbia una casa costruita in una notte sfruttando il pendio e i sassi della montagna. Case dall'aria contadina colorate d'ocra o di azzurro, presepe fantastico ma senza servizi: allacci volanti, acqua trasportata a taniche, niente fogne né asfalto sui tratturi scivolosi allargati a strade per il boom automobilistico che vale un milione di vetture.
Il fatto è che in città girano soldi e tanti. E le palazzine sono il modo più agile di investire. Ci sono i soldi promessi dalla Conferenza di Tokyo per almeno quattro anni (15 miliardi) e il Paese attrae investimenti stranieri. Nonostante la guerra.
Un'avventura da 4,5 miliardi
E domenica scorsa, nel suo viaggio a Doha, Qatar, Karzai ha snocciolato all'emiro del paese che ha inventato Al Jazeera, e che sta diventano un gigante politico oltre che economico, le cifre di un'avventura che per i cinesi vale 4,5 miliardi di dollari solo nelle miniere di rame. Delhi, nello stesso settore, ci ha messo un altro miliardo. Gli americani sono ovunque: stanno trattando la gestione dello spazio aereo perché la Nato, che ora lo controlla, se ne andrà. Gli italiani hanno messo gli occhi sul nuovo aeroporto di Herat anche se si chiedono, una volta terminato, chi gestirà il traffico dalla torre di controllo. Quella messa in piedi dai soldati spagnoli e già stata smontata per tornare a Madrid.
La pace è ancora lontana e il governo è tutt'altro che stabile e privo di un reale sostegno popolare ma gli affari corrono. Le banche locali chiudono un occhio se è vero che una bella fetta del Pil viene da quelli illeciti e adesso, dopo due-tre anni di moneta fortissima (l'afganis si era apprezzato del 4% sul dollaro a fronte di una svalutazione delle monete dei paesi vicini attorno al 40%), la divisa locale costa meno, il lavoro anche. Le regole poi, non è difficile bypassarle.
Quando Karzai è partito per Doha sabato scorso, il suo aereo in partenza in tarda mattinata dall'aeroporto di Kabul, ha rischiato di far restare a terra tutti gli altri. Il presidente si è presentato con un scorta di almeno una trentina di mezzi, armati sino ai denti. Ed è partito per il Qatar per parlare, oltre che di soldi, soprattutto di pace. Anche se a casa ha portato più promesse di investimenti (il Golfo è la banca tradizionale degli afgani) che non speranze di arrivare a chiudere una trattativa coi talebani. Tutto gira attorno al cosiddetto «ufficio» politico, che i turbanti avrebbero dovuto aprire a Doha già un anno fa. Ma mentre Karzai era in Qatar, un portavoce talebano confermava che con lui e l'Alto commissariato di pace afgano (che accompagnava il presidente) non c'è spazio per colloqui, figurarsi per negoziati. I talebani sembrano aspettare il dopo 2014, quando un governo fragile, senza più Karzai né l'appoggio degli stranieri, dovrà negoziare da una posizione di debolezza. Karzai probabilmente ha convinto l'emiro a non aprire l'ufficio finché la guerriglia non dimostri più moderazione. E per ora il presidente si accontenta di collezionare consensi, presentandosi come l'uomo della pace e quello che avrà messo alla porta le forze di occupazione, attribuendosi il merito dell'uscita di scena della Nato.
I talebani? «Non sono un ostacolo»
Per ora dei talebani dice che «non sono un ostacolo» e del Pakistan che avrà un ruolo nel processo di riconciliazione. Gli americani restano la vera incognita. Nonostante le relazioni, tesissime, si siano distese con le recenti visite di Hagel e Kerry (il primo viaggio dei nuovi titolari americani di Difesa ed Esteri in Afghanistan) sono gli Usa il vero ostacolo nel negoziato coi talebani poiché tutti sanno, Karzai per primo, che Washington e la shura di Quetta vorrebbero trattare a tu per tu senza di lui. Che intanto però ha un altro asso in mano. Dopo varie schermaglie ha ottenuto il trasferimento dei detenuti nelle carceri americane su suolo afgano (Bagram) alla completa giurisdizione e tutela nazionale. Potrà quindi liberare quanti talebani crede e utilizzarli per trattare, magari negoziando sull'ufficio di Doha pur di ottenere almeno un segnale dalla guerriglia. Che completi la sua aurea di salvatore della patria, finalizzata a ritagliarsi potere e affari anche nel dopo 2014.
APERTURA - EMANUELE GIORDANA
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09/04/2013
GUATEMALA – I massacri di Ríos Montt vengono al pettine
GUATEMALA – I massacri di Ríos Montt vengono al pettine
PROCESSO AL DITTATORE CHE SEGNÒ LA FASE PIÙ SANGUINOSA DELLA GUERRA CIVILE
È cominciato in Guatemala il processo all'ex dittatore Efraín Ríos Montt, accusato di genocidio e crimini contro l'umanità. Quello portato alla sbarra da famigliari delle vittime e associazioni per i diritti umani, oggi è un vegliardo di 86 anni, ma il periodo in cui governò, dopo aver preso il potere con un colpo di stato (1982-1983), fu uno dei più sanguinosi. Il 60% almeno dei massacri compiuti durante la guerra civile (1960-'96) è stato compiuto nell'arco di tempo che va dal 1978 all'83. Il processo - il primo contro un ex capo di stato - viene perciò considerato un precedente storico, che potrebbe far luce su altre mattanze di quel periodo. Alla sbarra anche il generale in pensione José Rodríguez, ex capo dell'intelligence durante la dittatura, accusato di aver intensificato la repressione e i massacri contro la popolazione indigena Maya-ixil.
L'allora generale Ríos Montt prese il potere il 23 marzo dell'82 scalzando un suo pari grado, Romeo Lucas García. Governò solo per 17 mesi e l'8 agosto dell'83 fu a sua volta detronizzato dal suo ministro della Difesa, Oscar Mejía. Lasciò però una scia di sangue costituita da almeno 15 massacri compiuti dall'esercito nelle comunità indigene: 1.771 morti e almeno 29.000 famiglie sfollate. Furono gli effetti della campagna militare denominata Victoria 82 che - ha rilevato il Pubblico ministero guatemalteco - mirava a sterminare le popolazioni indigene, specialmente quelle Maya-ixil, accusate di proteggere la guerriglia antigovernativa.
Durante il lungo conflitto armato che attraversò il Guatemala, dal 1960 al '96, vennero compiuti oltre 600 massacri, più di 200mila persone vennero uccise, fatte scomparire, almeno un milione costrette con la forza ad abbandonare i propri villaggi. Ríos Montt ha usufruito dell'immunità parlamentare per 15 anni, in quanto membro del Congresso, e quando ha perso il seggio, è stato raggiunto dalle accuse. Già nel '99, la premio Nobel per la pace Rigoberta Menchú aveva presentato in Spagna una denuncia per genocidio, tortura e terrorismo di stato nei confronti suoi e di vari esponenti militari, ritenuta però nulla in Guatemala. Ma gli ordini di cattura internazionale sono rimasti in piedi. Nel gennaio 2012, il Congresso del Guatemala ha ratificato lo Statuto della Corte penale internazionale (Cpi), che consente al Tribunale internazionale di perseguire i colpevoli di crimini contro l'umanità in caso di fallimento della giurisdizione nazionale. E per Montt sono arrivate le accuse e gli arresti domiciliari. I suoi legali hanno cercato di bloccare il procedimento, anche appellandosi all'amnistia varata tra l'82 e l'83, e ora intendono dimostrare l'estraneità dai fatti del proprio assistito.
Il processo potrebbe turbare anche i sonni di «mano dura» Otto Pérez Molina, ex generale e attuale presidente del Guatemala, che le organizzazioni indigene e per i diritti umani vorrebbero vedere alla sbarra. In Guatemala, miseria, violenza e impunità continuano a indicare allarme rosso. In un recente rapporto della Commissione Interamericana per i Diritti umani, 33 organizzazioni competenti hanno indicato il Guatemala fra i paesi dell'America latina in cui continuano a esserci sparizioni forzate. Secondo l'Unicef, il paese ha il più alto tasso di denutrizione infantile cronica del Centroamerica e uno dei più elevati al mondo. Per l'Istituto nazionale di statistica (Ine), quasi il 54% dei 15 milioni di abitanti vive in povertà. Il 13.3% è in situazione di indigenza. Nelle zone rurali, dove risiede il 54% della popolazione, la povertà estrema riguarda il 60% delle persone e le terre migliori sono concentrate nelle mani di pochi latifondisti e delle multinazionali, che intensificano le monocolture di canna da zucchero e di palma africana e costringono le famiglie ad andarsene.
Le organizzazioni contadine e indigene continuano a pagare con la vita la loro resistenza. Chiedono l'approvazione di una Legge di sviluppo rurale integrale, che garantisca l'accesso alle terre da parte delle famiglie a cui sono state sottratte, e la smilitarizzazione dei territori.
http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20130327/manip2pg/09/manip2pz/337987/ TAGLIO BASSO - GERALDINA COLOTTI
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La marijuana conquista gli Usa e la maggioranza approva “Legalizzatela in tutti gli Stati”
La marijuana conquista gli Usa e la maggioranza approva “Legalizzatela in tutti gli Stati”
Custodie, fornelli, pipe: l’erba diventa un business
NEW YORK — «È vero, fumo tanta erba quando scrivo le mie canzoni, mi vengono meglio», confessò nel 2011 Lady Gaga a Anderson Cooper durante la trasmissione cult della Cnn, 60 Minutes. E fu subito indignazione. Ora, dopo soli due anni, la storia avrebbe un seguito meno polemico, perché come spesso accade, l’arte scopre prima della scienza il senso di marcia della società. Sono i numeri ufficiali di un sondaggio condotto dalla Pew Research (uno degli istituti Usa più autorevoli) a certificare l’avvenuta rivoluzione: la maggioranza (il 52%) degli americani è per la legalizzazione della marijuana. È il primo sorpasso in 40 anni e i dati della ricerca sono un trattato di sociologia: nel 1991 solo il 17% era a favore, il 48% adesso ammette di averla provata contro il 38% di dieci anni fa, decisivi i soliti baby boomers che dopo la svolta salutista dei Novanta con un gradimento al 17% ora tornano a dire sì con percentuali che superano il 50. E ancora: uno su tre è convinto che la lotta del governo è inutile e crollano quelli che pensano sia la porta per droghe più pesanti: erano 60% nel ‘77 sono il 38 adesso. Ma soprattutto, a fare la differenza, nel 1996 la metà degli intervistati giurava che fumare spinelli «era moralmente sbagliato», adesso solo un terzo lo pensa. E sono ancora più eloquenti i sondaggi di siti e televisioni: il 94% dei lettori del Los Angeles Times vota sì al via libera.
La svolta è culturale. Usa Todays criveva due giorni fa che dai ghetti l’erba è tornata ad Hollywood, le star per la definitiva consacrazione devono far vedere che fumano. Come Rihanna che si è tatuata una foglia in bella evidenza e che su Twitter posta foto con spinello un giorno sì e l’altro pure. Molti commentatori fanno il parallelo con la battaglia per i matrimoni gay: «Il sentimento comune va più veloce delle leggi e la gente è molto più avanti di quanto lo siano i politici, che non sanno ancora bene come comportarsi».
Lo hanno capito benissimo gli imprenditori, che immaginano di unire il verde delle piante a quello, per loro ben più interessante, dei dollari. La rivista Fortune dedica la copertina dell’ultimo numero alla Marijuana Inc. dove racconta la nascita di una nuova industria, diversa da qualsiasi cosa vista prima. La spinta decisiva arriva qualche mese fa, in novembre, quando il Colorado e Washington legalizzano il possesso (circa un grammo) anche per scopi ricreativi. Un ulteriore passo avanti rispetto alla possibilità, che c’è in una ventina di Stati, di farne un uso medico. Una svolta destinata a raddoppiare il giro di affari, dal miliardo e mezzo ai tre, in meno di un anno. «Siamo pronti ad allargare il nostro mercato, ci stiamo preparando ad una massiccia richiesta, ma dobbiamo avere le idee chiare ed essere garantiti che tutti gli aspetti legali siano a posto», dice al Washington Post, Kristi Kelly, socia di un laboratorio medico dove si coltiva la marijuana.
La legge, che cambia da Stato a Stato e soprattutto da governo federale a local, continua ad essere il vero problema. Lo sa bene Jason Levin uno degli imprenditori che si prepara a sfruttare l’altra metà del business: quello più moderno e innovativo. La sua società sembra una di quelle start-up che fanno la fortuna della Silicon Valley e lui è a Berkeley che va a cercare finanziatori: un vaporizzatore per fumare l’erba. E’ la versione gigante delle sigarette elettroniche che stanno dilagando negli ultimi mesi in tutto il mondo e funziona nello stesso modo. Come lui altri giovani talenti cercano l’idea vincente: dispenser, fornelletti vari, bicchieroni di carta tipo Starbucks ma adattati per le pipe ad acqua, custodie dove i consumatori possono mettere tutto quel che serve, veri e propri kit per dare ai clienti “comfort e qualità”. Ma dimenticate l’armamentario hippy anni Settanta, il design è ultramoderno, l’eleganza si sposa con la tecnologia «in modo da poter fumare in pubblico senza pose imbarazzanti »: è l’era dello spinello hitech. Perché, come dice uno degli imprenditori, «siamo seduti su un geyser che sta per esplodere, bisogna vedere quali aziende sapranno salirci sopra». E chissà che, dopo la new economy, non sia l’erba ad alleviare il dolore della crisi economica.
FONTE: MASSIMO VINCENZI, LA REPUBBLICA |
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08/04/2013
Diritti civili, la mappa di un'America divisa
Diritti civili, la mappa di un'America divisa
Giudici verso il sì alle nozze gay, ma alcuni Stati limitano l'interruzione di gravidanza
NEW YORK — Il nome, Stati Uniti d'America, suggerisce coesione e uniformità d'intenti ma sul campo dei diritti la grande democrazia americana non potrebbero essere più divisa e disuguale. Mentre, sulla scia degli Stati progressisti del Nordest, la Corte Suprema di Washington si appresta a spianare la strada alle nozze gay anche a livello federale, un numero crescente di Stati repubblicani è intento a invertire le lancette dell'orologio.
A catturare lo Zeitgeist del Paese è l'autorevole rivista Time, che ieri ha deciso di uscire con una doppia copertina: in una si baciano due donne, nell'altra due uomini, sotto al titolo «I matrimoni gay in America hanno già vinto». Un ottimismo ispirato dai nove sommi giudici della Corte Suprema. Chiamato a esaminare due ricorsi presentati da alcune coppie gay — contro il divieto dei matrimoni gay introdotto in California da un referendum e contro il Defense of Marriage Act del 1996 che impedisce al governo federale di riconoscere le nozze gay legalizzate in nove Stati — il più alto tribunale del Paese ha espresso dubbi sulla costituzionalità delle due leggi.
Persino il giudice Anthony Kennedy, il moderato considerato l'ago della bilancia della Corte, ha detto che queste interdizioni «non promuovono una uniformità nel trattamento dei cittadini». Ma sullo stesso numero di Time spicca anche il caso Nord Dakota. Quarant'anni dopo la storica sentenza della Corte Suprema Roe vs. Wade che nel 1973 legalizzò l'aborto, il governatore dello Stato Jack Dalrymple, ha firmato una delle leggi più rigide al mondo, che vieta la procedura «se si può sentire il battito cardiaco del feto, a circa sei settimane di gravidanza». Ovvero quando molte donne non hanno ancora scoperto di essere incinte. La norma varata dal governatore repubblicano non ammette l'interruzione di gravidanza neppure in caso di stupro o di difetti genetici del feto, come la sindrome di Down. E se non bastasse, venerdì scorso il Nord Dakota è diventato il primo stato Usa a varare il cosiddetto «fetal personhood amendment», che accorda pieni diritti legali «di individuo» all'embrione, dal momento stesso della fecondazione. Se gli elettori lo approveranno mediante referendum alle elezioni di mid-term del novembre 2014, il Nord Dakota diventerà il primo Stato dell'Unione ad emendare la propria costituzione per vietare l'aborto anche in caso di stupro, incesto e pericolo di vita per la madre. «Gli oppositori dell'aborto stanno lavorando con metodo e pazienza da 40 anni per erodere questo diritto", mette in guardia Andrew Rosenthal, capo della pagina degli editoriali del New York Times secondo cui è solo questione di tempo «prima che la questione ripiombi di fronte alla Corte Suprema».
Ma l'aborto non è l'unico diritto a rischio oggi per milioni di donne americane. «Quarantadue Stati hanno introdotto leggi che limitano l'accesso alla medicina riproduttiva», punta il dito Cecile Richards, capo di Planned Parenthood, organizzazione non profit che fornisce assistenza medica a basso costo a milioni di donne indigenti ma invisa alla destra perché il 3% dei suoi servizi sono aborti. E aggiunge: «Vengono negati servizi essenziali quali mammografie, contraccettivi e cure antitumorali». Una battaglia senza fine, quella dei diritti civili in America, che i politici più conservatori vorrebbero riportare nell'ambito dei singoli stati. «Le corti e il Congresso non devono interferire con il diritto degli stati di stabilire la propria agenda —, teorizza Tim Wildmon, presidente dell'influente gruppo conservatore American Family Wildmon —. Se vuoi essere una coppia omosessuale sposata, trasloca in uno Stato che ti accetta».
FONTE: ALESSANDRA FARKAS, CORRIERE DELLA SERA |
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07/04/2013
Sfruttamento sessuale dei bambini. In Cambogia chiusi 60 bordelli .
Sfruttamento sessuale dei bambini. In Cambogia chiusi 60 bordelli .
Da 63 luoghi a luci rosse sono diventati 5; nessuna famiglia coinvolta nel racket della prostituzione; bambini a scuola e tenuti lontani dalla strada. Questi i risultati raggiunti grazie al centro di accoglienza gestito daECPAT Italia e Cifa Onlus a Sihanoukville, il più grande porto della Cambogia, meta di turismo sessuale, anche di italiani. Oggi molti di questi risultati rischiano di andare persi e i bambini di tornare in strada.
ROMA - Ridotto da 63 a 5 il numero dei bordelli, nessuna famiglia coinvolta nel racket della prostituzione, bambini istruiti, tenuti lontani dalla strada. Questi i risultati raggiunti grazie al centro di accoglienza gestito da ECPAT Italia e Cifa Onlus a Sihanoukville, il più grande porto della Cambogia, meta emergente di turismo sessuale. Oggi molti di questi risultati rischiano di andare persi e i bambini di tornare in strada. Per impedire questo ECPAT, organizzazione presente in oltre 70 paesi, impegnata nella lotta allo sfruttamento sessuale dei minori a fini commerciali, lancia un appello per aiutare i bambini di strada e figli di prostitute.
Il porto della Cambogia. A Sihanoukville ci sono tante strade a "luci rosse" dove le donne si prostituiscono. Quelle donne sono mamme e le loro figlie rischiano di essere coinvolte nel mercato del sesso. È qui, in uno sobborghi più degradati, il villaggio di Phuom Tmey, luogo simbolo della prostituzione, che opera ECPAT-Italia insieme a Cifa Onlus. Si tratta di un'area ad altissimo degrado socio-economico dove la condizione dell'infanzia è particolarmente drammatica. Qui la prostituzione si respira ad ogni angolo della strada, e il rischio per i bambini, figli di prostitute o provenienti da famiglie poverissime, di cadere in questo racket e rimanerci invischiati è altissimo.
Da schiavi a bambini. Dal 2010 questo pericolo è diminuito, grazie all'intervento di ECPAT Italia e Cifa Onlus che insieme al partner locale, Respect for children, hanno aperto un centro di accoglienza, un posto in cui offrire ai figli di prostitute e bambini di strada, istruzione, gioco e assistenza. Oggi il centro ospita oltre 100 bambini. Prima dell'esistenza di questo centro la prostituzione era la forma di sostentamento più diffusa tra le famiglie. Lavorare in uno dei 63 bordelli presenti nella zona garantiva un'entrata sicura e redditizia per la famiglia, una buona occasione per guadagnare 15-20 US $ al giorno, molto di più rispetto ai 4 US $ al giorno che non permettono neanche un pasto al giorno.
Il progetto Via del campo. In 3 anni le cose a Sihanoukville sono cambiate. I bordelli aperti sono solo 5, nessun bambino del villaggio è stato coinvolto nella prostituzione, nessuna famiglia ha fatto ricorso al mercato del sesso per il proprio sostentamento. I bambini si costruiscono giorno dopo giorno il loro futuro, studiano, ricevono assistenza medica e fanno pasti regolari. Le famiglie sono state coinvolte nel processo di gestione del centro. Ogni fenomeno di violenza o di abuso viene denunciato agli assistenti sociali presenti nella struttura, ormai punti di riferimento per tutta la comunità. Il progetto "Via del campo", dal titolo della canzone di De Andrè, ha dato un nuovo volto al villaggio di Phuom Tmey.
La campagna. Tutto questo però rischia di essere solo un ricordo. Infatti, oggi molti dei bambini aiutati e sostenuti rischiano di dover lasciare il centro. Per far si che ciò non accada e per offrire ad altri bambini le nostre attività e la nostra protezione, ECPAT Italia si è data l'obiettivo di raccogliere almeno 7.500 euro quest'anno. Cerchiamo 100 amici che con 75 euro ci aiutino a sostenere il progetto "Via del Campo". Noi di ECPAT Italia non possiamo permettere che i bambini tornino in strada.
Cos'è ECPAT. E' una rete internazionale di organizzazioni, presente in oltre 70 paesi, impegnata nella lotta allo sfruttamento sessuale dei bambini a fini commerciali: turismo sessuale a danno di minori; prostituzione minorile; tratta e traffico di minori a fini di sfruttamento sessuale; pedopornografia. E' nata nel 1994 per combattere il turismo sessuale e far approvare la legge 269/98, che punisce gli italiani che commettono abusi sessuali su minori anche all'estero.
http://www.repubblica.it/solidarieta/cooperazione/2013/03/22/news/sfruttamento_sessuale_dei_bambini_in_cambogia_chiusi_60_bordelli-55165989/
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La lotta dei Paesi poveri per i farmaci generici
La lotta dei Paesi poveri per i farmaci generici
India ma anche Thailandia, Brasile e Cina: sono i grandi Paesi in via di tumultuoso sviluppo dove è fiorente il mercato dei farmaci generici e che da tempo lottano per tutelare il diritto alla salute oltre i monopoli e brevetti delle grandi multinazionali. La decisione di oggi della Corte Suprema indiana, che rende possibile all'industria locale di produrre il medicinale antitumorale della Novartis (il “Glivec”) come generico low cost per salvaguardare il diritto alla salute della popolazione, è solo l'ultima in ordine di tempo.
Sempre in India, lo scorso novembre, era toccato infatti ad un'altra multinazionale del farmaco, la Roche, vedersi revocare il brevetto di un farmaco, usato per la cura dell'epatite B. Secondo la Corte di appello indiana per i brevetti (Ipab) il farmaco “Pegasys” non era un'invenzione e c'erano altre terapie meno costose disponibili sul mercato. Il farmaco della Roche era stato il primo a ottenere un brevetto nel 2006 ai sensi del regime Trip sulla tutela della proprietà intellettuale entrato in vigore in India l'anno precedente.
Sempre la Roche lo scorso settembre aveva perso un'altra battaglia legale con la concorrente indiana Cipla per il farmaco anticancro “Tarceva”. Infine un anno fa, il governo indiano aveva autorizzato un'azienda locale a produrre il generico di un anticancro della Bayer, ancora sotto brevetto, in modo da farlo acquistare a prezzi più bassi ai malati indiani. È stato il primo caso in India di un'azienda cui è stata concessa una «licenza obbligatoria» per produrre un farmaco sotto brevetto.
Ma oltre all'India, anche gli altri paesi emergenti stanno lottando per assicurare ai loro cittadini farmaci a basso costo. Come il Brasile, che dal 2011 ha iniziato a distribuire nelle cosiddette “farmacie popolari” farmaci contro il diabete e l'ipertensione prodotti dall'industria farmaceutica statale. L'unica condizione per poter ricevere i farmaci è presentare una ricetta medica valida e aggiornata in una delle farmacie che partecipano al programma governativo “Farmacia Popolare”.
Tra il 2011 e 2012 molte aziende farmaceutiche hanno perso la protezione brevettuale, aprendo così il mercato alle industrie di generici di India e Cina. Tra i medicinali in questione c'è il “Lipitor”, farmaco anticolesterolo della Pfizer, per cui un'azienda indiana di generici ha avuto l'approvazione dall'ente regolatorio dei farmaci statunitense Fda a vendere la versione generica negli Usa.
http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/paesi_poveri_multinazionali_farmaci.aspx
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Yemen, la sposa bambina poi divorziata derubata dal padre dei proventi del libro.
Yemen, la sposa bambina poi divorziata derubata dal padre dei proventi del libro.
La storia di Nujood Alì nota per essere diventata la più giovane divorziata dello Yemen: era stata venduta dal padre a 9 anni, e a 10 riusciva a farsi rendere giustizia dal tribunale di Sana'a. La sua storia diventò un best seller ma oggi Nujood ha rivelato che i diritti della vendita di quel libro, utili per pagare i suoi studi e diventare avvocato, sono stati sperperati dal padre, che adesso sta per vendere la sorellina minore .
ROMA - Cinque anni fa Nujood Ali salì all'onore delle cronache per essere diventata la più giovane divorziata dello Yemen: era stata venduta dal padre a 9 anni, e a 10 riusciva a farsi rendere giustizia dal tribunale di Sana'a. La sua storia diventò un best seller che ha dato speranza a migliaia di spose bambine yemenite. Ma oggi Nujood ha rivelato che i proventi della vendita di quel libro, che dovevano servire a pagare i suoi studi e a permetterle di coronare il sogno di diventare avvocato, sono stati sperperati dal padre, che adesso sta per vendere la sorellina minore a un uomo che ha il doppio dei suoi anni.
Una pratica tuttora frequente. Dare in moglie le bambine è pratica frequente nell'Asia meridionale, nell'Africa sub-sahariana e in paesi del medio oriente come lo Yemen, ma è estremamente rischiosa per la salute della ragazza e quella dei suoi eventuali figli. "Ha speso quei soldi per prendersi altre due mogli", racconta la ragazzina, che oggi ha 15 anni, al "Guardian". Il padre, che faceva lo spazzino e oggi non lavora, ha tre mogli e 16 figli. Il marito, che le corrisponde una ventina di dollari al mese, secondo la legge yemenita quando sposò Nujood (lei aveva 9 anni e lui 31) avrebbe dovuto attendere l'età delle prime mestruazioni per consumare il matrimonio, ma la stuprò la notte stessa delle nozze, e anche i suoi parenti sottoposero la bambina a ogni tipo di maltrattamenti ("non mi sposerò più, mai, mai, mai più", dichiara oggi).
In fuga per andare da sola in tribunale. La madre di Nujood non poteva aiutarla, e comunque riteneva che il matrimonio per una ragazza sia la scelta giusta in ogni caso; l'aiutò invece la "zia", l'altra moglie del padre, che vive con i cinque figli in un monolocale e campa chiedendo l'elemosina, e che le suggerì di rivolgersi al giudice. Due mesi dopo la ragazza riuscì finalmente ad andare a trovare la sorellina nella casa del padre, da dove fuggì, prima in autobus e poi in taxi, per recarsi al tribunale della capitale riuscendo a farsi ascoltare da un'avvocatessa, che accettò di difenderla gratis. "Non credevo ai miei occhi", racconta l'avvocatessa Shada Nasser, che si occupa di tutela dei diritti umani. Chiese a Nujood perché volesse divorziare, e lei rispose: "Perché odio la notte".
"Voglio tornare a scuola". Quando Nujood fu chiamata a testimoniare, il giudice le chiese se non preferisse, invece del divorzio, una "sospensione" del matrimonio, da riprendere in capo a tre o quattro anni, quando fosse stata più grande e più "adatta" alla vita coniugale. Lei ribatté: "Odio quell'uomo e detesto essere sposata: voglio continuare la mia vita e tornare a scuola". In capo ad un mese il tribunale decretò la legittimità del divorzio, in base all'accusa di violenza sessuale: un fatto senza precedenti, nello Yemen. Sia il padre che il marito della ragazzina furono incarcerati per un breve periodo, perché si erano accordati per mentire in tribunale sull'età di Nujood.
La sua storia, un best seller tradotto in 16 lingue. Il libro Moi Nojoud, 10 ans, divorcée, scritto dalla giornalista francese Delphine Minoui e tratto dalla sua storia, è stato tradotto in 16 lingue e venduto in 35 paesi; l'editore Michel Lafon aveva accettato di pagare mille dollari al mese al padre della ragazza, fino al raggiungimento dei 18 anni, per il suo mantenimento, e aveva anche comprato una grande casa a Sana'a per la famiglia, costituendo un fondo che pagava la scuola incaricata della sua educazione. Ma Nujood racconta oggi che da quella casa è stata cacciata, e che di quei soldi non ha visto nemmeno l'ombra (il padre si è installato nel piano terra della nuova casa insieme alla nuovo moglie e ha affittato il primo piano): oggi lei vive nella casa, piccola e affollata, del fratello maggiore.
Ora il padre vuole vendere la sorellina. La piccola Haifa è molto spaventata da quello che la aspetta: la dote è già stata pagata, e il matrimonio sembra inevitabile. "Non permetterò che succeda anche a lei, è illegale, parlerò con tutti i giornalisti e gli avvocati che riuscirò a raggiungere", dichiara Nujood. Judith Spiegel, di Radio Netherlands Worldwide, è andata a trovare la ragazzina nella casa di Al Hasabah, un'area di Sana'a dove si sono verificati pesanti combattimenti fra truppe governative e insorti nella primavera del 2011 (lo racconta il blog italiano Lunanuvola's). "Sul pavimento di cemento, alcuni materassi sporchi e un bidone con dell'acqua. Un filo elettrico senza lampadina pende dal soffitto. Le sole decorazioni nella stanza di quattro metri quadrati sono un poster con l'immagine di un'auto e un altro con dei versetti del Corano". "Non vado più a scuola, forse il prossimo anno", dice Nujood con uno sguardo di scusa (le piacevano soprattutto la matematica e lo studio del Corano). "Siamo dovute scappare durante la guerra, e da allora non sono più tornata a scuola. Non vivo nella casa di mia proprietà perché ci sta mio padre. Aveva l'abitudine di bastonarmi, non posso vivere con lui."
L'editore francese sostiene la sua battaglia. In sostegno di Nujood si è schierato l'editore francese, che non riesce a destinare il denaro direttamente alla ragazza perché la legge yemenita lo vieta, essendo lei donna e sotto la tutela del padre; e buona parte dell'opinione pubblica yemenita le è contraria, perché ha infranto una tradizione millenaria del suo popolo. "Al confronto dei sogni, la realtà può essere crudele, - ammette la coraggiosa ragazzina, che spera di andare a vivere in Inghilterra e di diventare avvocato. - Ma possono sempre esserci delle belle sorprese".
di EMANUELA STELLA
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GRAN BRETAGNA: Addio welfare, la riforma è in vigore
GRAN BRETAGNA: Addio welfare, la riforma è in vigore
Il quotidiano londinese «Guardian» titola: «Il giorno in cui la Gran Bretagna cambia», mentre i leader di almeno quattro chiese cristiane del Regno Unito accusano il governo di coalizione (conservatori e liberal-democratici) di danneggiare i più deboli con la riforma, in vigore a partire da ieri, del Welfare nel Paese. È una della più grandi riforme dello stato sociale del Paese negli ultimi sessant'anni, da ieri infatti cambiano molte delle regole che ancora costituivano la spina dorsale di quel «welfare state» che proprio in Gran Bretagna è stato «inventato» negli anni Quaranta. I cambiamenti riguardano innanzitutto i parametri necessari per avere accesso ai sussidi sociali, a partire dai contributi erogati per la disoccupazione e agli alloggi, con la cosiddetta «bedroom tax» che stabilisce un taglio ai sussidi per la casa alle famiglie che hanno una stanza in più rispetto alle loro necessità. Ma si rivedono anche i sussidi per la disabilità, l'accesso ad assistenza legale per i meno abbienti e cambiano i costi del servizio sanitario nazionale (il glorioso Nhs). Il governo difende la riforma, partendo dal fatto che i tagli sono necessari e che sono stati pensati ed effettuati nella maniera più «giusta». Per David Cameron è la fine del sistema «something for nothing» (definizione del premier), ottenere qualcosa dallo stato in cambio di niente.
FONTE: IL MANIFESTO
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