12/06/2012

Euro, gli aiuti che uccidono..

 

Euro, gli aiuti che uccidono..

 

Sarò all’antica, ma non riesco a capire la logica degli aiuti o forse la capisco fin troppo bene. Li chiamano aiuti, ma in realtà sono un cappio al collo di chi li riceve, secondo un meccanismo che gli economisti senza paraocchi hanno illustrato da tempo. Storia vecchia, considerato che il debito rappresenta la formula più efficace di dominazione. Chi si indebita e non è sorretto da ingenti risorse proprie, perde la propria libertà. Vale per i privati, per la aziende e per gli Stati.

 

I perversi meccanismi europei del cosiddetto Fondo Salva Stati (Esf) hanno però introdotto una variante diabolica: strangolano anche chi aiuta. Quel fondo prevede infatti che tutti gli Stati provvedano al suo sostentamento. Giusto, in teoria, ma gli effetti pratici sono paradossali. L’Europa ha iniziato elargendo miliardi a Grecia e Portogallo, i quali sono stati finanziati anche da Spagna e Italia ovvero da due Paesi a rischio. Ora tocca alla Spagna, che naturalmente non finanzia; tocca agli altri. Il risultato è stato illustrato da Stefania Tamburello in questo ottimo articolo http://www.corriere.it/economia/12_giugno_11/piani-ue-italia-paghera-48-miliardi_9194b364-b385-11e1-a52e-4174479f1ca9.shtml?fr=box_primopiano

 dal quale risulta che nel 2012 l’Italia avrà pagato in aiuti ben 48 miliardi di euro.

 

Dunque da un lato Bruxelles e il suo fedele interprete Mario Monti dissanguano il Paese in nome del rigore, dall’altro si aprono nei nostri contri pubblici ulteriori voragini per… salvare chi sta peggio di noi. L’epilogo è scontato: tra la recessione in arrivo ed esborsi di questa entità entro breve anche l’Italia arriverà al capolinea, come dimostrano i movimenti dei mercati finanziari di queste ore.

Che gran risultato…. e senza alcuna prospettiva futura. Stanno portando l’Europa alla schiavitù….

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Marcello foa http://blog.ilgiornale.it/foa/2012/06/12/euro-gli-aiuti-che-uccidono/

 

09/06/2012

Kaur, indiana e ribelle uccisa dal marito

Kaur, indiana e ribelle uccisa dal marito

 

Più di 800 donne assassinate dal 2005. Il 50% dei femminicidi avviene nel nord, a uccidere sono mariti o «ex», nel 79% dei casi vittime e assassini sono italiani

 

MILANO - Kaur Balwinde è la 58esima donna uccisa da un uomo dall'inizio del 2012. Ma la sua storia fa più notizia, non solo perché aveva 27 anni, un bambino di cinque anni e forse era incinta. Kaur era indiana. A strangolarla è stato suo marito Singhj Kulbir, 36 anni, indiano anche lui.


Perché l'avrebbe ammazzata? I media non riescono a resistere alla tentazione di scomodare lo scontro di culture e così il movente diventa etnico: l'ha uccisa, ribattono le agenzie, perché «vestiva all'occidentale». Peccato che non sia vero, ma la miscela esplosiva tra patriarcato e razzismo è servita. E tutti sono pronti a strumentalizzare la vicenda. Mara Carfagna (Pdl) e la Lega si scagliano contro l'immigrazione, come se il femminicidio sia dovuto non alla differenza di genere ma alle differenze culturali tra italiani e stranieri. Femministe e sinistra, invece, in casi come questo rischiano il corto circuito: chi è il soggetto più debole? La donna o lo straniero? Da che parte bisogna stare? Per una donna bianca è lecito denunciare la violenza dell'uomo nero, condannare non solo il singolo omicida ma anche la cultura arretrata e patriarcale di cui sarebbe figlio? Oppure dietro a questo atteggiamento si cela anche un'inconfessabile paura per il diverso, qualcosa di più viscerale di un lucido ragionamento illuminista?


Il dibattito da sempre è aperto - adesso tutti ricordano Hina, la ragazza pachistana uccisa a Brescia da suo padre perchè era troppo libera - ma per non perdersi conviene tornare ai fatti. Quelli di Piacenza che riguardano Kaur Balwinde, ma allora anche quelli di Salerno, dove proprio ieri un'altra donna (italiana di 53 anni) è stata sfregiata con l'acido muriatico da suo marito (italiano di 57 anni). Lui voleva separarsi, lei no. Anche Kaur non voleva separarsi dal marito che però era geloso. Lei parlava italiano, portava il bambino a scuola, tutti la conoscevano e quando è scomparsa, 15 giorni fa, le mamme del paese sono andate a cercarla. A suo marito questo modo di vivere non piaceva, voleva ripudiarla; forse non voleva un altro figlio o temeva non fosse suo. E Kaur non sarebbe piaciuta neanche alla suocera, un'altra donna venuta per stare vicino al figlio che accudiva il bestiame in un'azienda di Fiorenzuola d'Arda. Lui ha strangolato la moglie e ha gettato il cadavere nel Po, ma quando è stato ritrovato ha confessato.


«Non bisogna più usare termini come orientale e occidentale», è il primo commento di Tiziana Del Pra, presidente dell'associazione «Trame di Terre», il centro interculturale e femminista di Imola che accoglie donne migranti. «La richiesta di libertà delle donne attraversa tutto il mondo - dice Dal Pra - Le donne migranti sono doppiamente penalizzate. Non dobbiamo avere paura di essere accusate ingiustamente di razzismo se denunciamo anche gli elementi socio-culturali che condizionano queste vicende, ma dobbiamo anche denunciare l'isolamento e la sottovalutazione della condizione delle migranti, discriminate dalle leggi sull'immigrazione e dalla mentalità di troppi italiani. Femminismo e anti-razzismo devono marciare insieme. Non si può solo dire a queste donne che si devono arrangiare perché tanto al loro paese si fa così. Questo è un nostro pregiudizio. Bisogna combattere il combinato micidiale tra sessismo e razzismo che coinvolge la cultura e la società italiana». 


Per rendersene conto basta guardare i dati dei femminicidi in Italia. Numeri impressionanti più volte richiamati dai movimenti delle donne come «Se non ora quando». Dal 2005 al 2010 sono state assassinate 650 donne. Altre 128 fino al novembre 2011, a cui vanno aggiunti i femminicidi di questi primi mesi del 2012. Ogni anno il numero sale. Nel 23% dei casi gli assassini sono gli ex mariti o fidanzati, nel 22% sono i mariti, nel 13% conoscenti, nel 12% parenti stretti, come padre o fratelli. L'11% delle donne è stato ucciso dal figlio. E solo il 4% da uno sconosciuto.


La percentuale dei delitti è più alta nel nord Italia (50%), contro il 20% del centro, il 19% del sud e il 10% delle isole. Un dato che stupisce e sembra contraddire lo stereotipo dell'uomo meridionale più geloso e dunque più incline alla violenza. Le spiegazioni di questa disparità però sono complesse: forse proprio la maggiore indipendenza delle donne del nord scatena più facilmente l'aggressività dei loro compagni, o forse il dato si spiega semplicemente considerando il fatto che a nord vive la maggioranza della popolazione italiana (e straniera). Dunque anche delle donne. Per quanto riguarda la nazionalità di vittime e assassini, nel 79% dei casi si tratta di italiane e italiani. Fonte: GIORGIO SALVETTI - il Manifesto |

07/06/2012

PSICOLOGIA DELLA CRISI

PSICOLOGIA DELLA CRISI

 

La crisi economica si sta ripercuotendo sulla vita di centinaia di milioni di persone sia a livello individuale che sociale. È diffuso un senso di insicurezza e di paura: si teme di dover rinunciare alle abitudini, alle risorse e alle necessità che hanno rappresentato le rotaie su cui si è mossa la vita personale e che si debbano affrontare in futuro sacrifici imprevedibili. Non dimentichiamo che, mentre Freud riteneva che la fondamentale motivazione umana fosse la pulsione sessuale, Bowlby negli anni ´60 del secolo scorso ha messo in primo piano il bisogno di sicurezza. Sicurezza di avere delle persone che si prendano cura di noi durante l´infanzia, sicurezza di avere rapporti affettivi, sicurezza di vivere in un mondo prevedibile e rassicurante, sicurezza di avere abbastanza risorse e di disporre di un contesto di vita stabile.

La crisi suscita inevitabilmente insicurezze e allo stesso tempo stimola l´esigenza di avere rassicurazioni per il futuro, che riguardano in primo luogo il lavoro, la protezione sociale ma anche la stessa vita familiare. Anche la dimensione psicologica individuale e sociale entra in gioco nell´affrontare lo stress e le avversità, non tutti reagiscono allo stesso modo, c´è chi non si fa piegare e cerca di utilizzare al meglio le proprie risorse, c´è chi si sente impotente e si fa sopraffare dall´ansia e dallo scoramento, c´è chi va alla ricerca con gli altri di nuove soluzioni per superare le difficoltà. Naturalmente ci sono anche caratteristiche nazionali, non ogni popolo reagisce allo stesso modo alle avversità per tradizioni culturali e per organizzazione sociale.

 

Non è un problema nuovo, anche durante la crisi del ´29 emergevano grandi diversità fra i popoli. In un articolo del 1931 del New York Times dal titolo "Tests in adversity: America and Britain" ("Test nelle avversità: America e Gran Bretagna") venivano analizzate le particolari risposte alla crisi. Mentre gli Americani cercavano di far leva sull´ottimismo e sulle speranze per la ripresa futura mettendo in piedi commissioni e gruppi di lavoro per risolvere i problemi, gli Inglesi reagivano col mugugno, trovando soluzioni individuali ed evitando di mostrare la propria ansia. Probabilmente la differenza è legata al fatto che la Gran Bretagna è un paese con antiche tradizioni, abituata a perdere le battaglie ma alla fine a vincere la guerra, mentre gli Stati Uniti sono un paese giovane che crede nel volontarismo partecipativo.


E l´Italia? Il clima che si respira in questi mesi è improntato al pessimismo e al senso di impotenza di fronte ad una crisi economica che colpisce soprattutto il nostro paese, anche se spesso si sente dire che non siamo come la Grecia. Siamo un paese che si perde facilmente d´animo e che dimostra la sua fragilità psicologica, ad esempio nello sport i nostri giocatori quando si trovano in difficoltà si scoraggiano, rinunciano, imprecano contro l´arbitro e la cattiva sorte. Ma se questo è vero, siamo anche in grado di farci valere in modo inaspettato, tutti si ricorderanno la finale di calcio del 2006 che la squadra italiana ha vinto con grande grinta. La prima tendenza è quella di rinunciare all´impegno sociale e di rinchiudersi nel proprio spazio privato familiare. Qui si conferma il "familismo amorale" italiano di cui parlò Banfield, che spinge a trovare scappatoie e compromessi personali dal momento che c´è poca fiducia verso lo Stato. Ma nella storia del nostro paese ci sono stati momenti di riscatto nazionale, solo quando si giunge a toccare il fondo. 
Forse con la crisi economica siamo giunti al bordo del baratro anche per una lunga connivenza del paese, ora ci si attende un colpo di reni da parte di tutti. Le tasse vanno senz´altro pagate ma non basta, occorre investire sul futuro sapendo uscire dagli spazi rassicuranti e abituali e affrontare il rischio di nuove strade.


Il carattere italiano emerge spesso nelle scelte quotidiane, dettate più dai vantaggi immediati e dalla soddisfazione del momento anche se queste possono comportare a lungo termine gravi svantaggi. Sarebbe importante saper procrastinare il tornaconto personale dettato dal narcisismo personale e intraprendere una strada meno rassicurante ma più remunerativa in futuro. Sappiamo d´altra parte che l´economia non è una variabile indipendente, ma è fortemente condizionata dalle dinamiche psicologiche, come ha messo in luce il Premio Nobel Kahneman. Fonte: MASSIMO AMMANITI - la Repubblica |

03/06/2012

La civiltà delle macchine

La civiltà delle macchine

 

Computer che guidano le automobili Automi che assemblano gli iPad Spot pubblicitari con donne create in Rete che sostituiscono le modelle in carne e ossa. È la fabbrica del futuro e rischia di sminuire il ruolo dell´uomo nel mondo del lavoro. Le imprese non assumono più: preferiscono utilizzare le macchine "Una deriva pericolosa" scrivono gli autori di un fortunato e-book È in atto un processo che favorirà i detentori di capitale ai danni dei salariati L´informatica ha già eliminato commessi, fattorini centralinisti e contabiliSi calcola che 50 milioni di posti negli Usa potranno essere sostituiti dalla tecnologiaLa conseguenza è che si produrranno beni in modo più efficiente. Ma senza consumatori 

 

Stampanti a tre dimensioni, in grado di fabbricare oggetti su misura. Nanomateriali. Macchine che si aggiustano da sole. Migliaia di robot sulle catene di assemblaggio degli iPad. Tutto gestito da software sempre più sofisticati. La fabbrica del futuro è alle porte. Gli esperti dicono che è la terza rivoluzione industriale, paragonabile per importanza alla macchina a vapore, poi l´elettricità, infine la meccanizzazione dell´agricoltura. Dal fondo della crisi economica in cui ci troviamo, queste notizie epocali non sono quelle di cui sentiamo il bisogno. Tuttavia, di fronte all´alba di un´era nuova, può starci un brivido di eccitazione.

 

 Accompagnato, però, da una domanda inquietante: quando verrà il nuovo giorno, noi, esattamente, che lavoro faremo? «Una spettacolare prova del centravanti Lorenzo Dalpià ha portato la Moglianese ad una rotonda vittoria per 3 a 0 sulla Santantonio, in una partita cruciale per la promozione. Dalpià ha segnato due gol, uno con un potente sinistro, l´altro di testa nel primo tempo, mettendo a segno anche un rigore nella ripresa. La difesa della Moglianese ha barcollato a lungo sotto gli attacchi della Santantonio, ma il portiere Renzoni, in almeno cinque occasioni, ha impedito agli avversari di andare a segno. Al resto ha pensato Dalpià, regalando alla Moglianese una vittoria che mancava da tre domeniche». La prosa non è cristallina, ma raramente lo è, nelle pagine interne dei giornali sportivi. Il punto è che, a scriverlo, non è stato un annoiato, vecchio cronista e neanche un ragazzino alle prime armi. Il testo (o, meglio, il suo originale, riferito ad una intraducibile partita di baseball fra università) è stato redatto da un computer, sulla sola base delle statistiche della partita.


Se, come è probabile, il futuro professionale di alcune migliaia di giornalisti interessa poco, si può andare, invece, sul sito online di H&M, una catena svedese di grandi magazzini. La ragazza che appare in foto ha spalle ben modellate, un sorriso intrigante, ventre piatto, cosce ben tornite e, nell´insieme, fa fare bella figura al bikini che reclamizza. Sarebbe bello sapere come si chiama e qual è il suo numero di telefono. Be´, è inutile chiederselo. La ragazza, non solo non rischia l´anoressia, ma non ha neanche un nome o un telefono. È una modella virtuale, disegnata al computer. Però, con una buona laurea, tanti saluti al computer, no? In realtà, dipende. Nel 1978, per una causa antitrust, uno studio legale americano esaminò 6 milioni di documenti, al costo di 2,2 milioni di dollari, come corrispettivo del lavoro di decine di avvocati. Nel 2010, in una causa analoga, la Blackstone Discovery ha esaminato 1,5 milioni di documenti, per un costo di 100 mila dollari. Via computer, naturalmente, e tanti saluti agli avvocati.


Prima i robot hanno sostituito gli operai alle catene di montaggio, poi l´informatica ha eliminato commessi, fattorini, centraliniste, contabili. Adesso, la rivoluzione del computer sta risalendo, sempre più velocemente, la scala delle competenze. Brian Arthur, un guru della tecnologia, definisce la rete di rapporti fra macchine che sperimentiamo sempre di più ogni giorno - dal check-in in aeroporto al bancomat - la "seconda economia" e prevede che, prima di vent´anni, avrà dimensioni paragonabili all´economia reale. In realtà, dicono Eric Brynjolfsson e Anfrew McAfee, due ricercatori del Mit di Boston, rischia di mangiarsela. Nei primi dieci anni di questo secolo, l´economia americana non ha aggiunto neanche un posto di lavoro in più al numero totale già esistente: era successo solo dopo il 1929. La crisi del 2008, spiegano in un e-book, Race Against The Machine, ci aiuta a capire perché. La ripresa dell´occupazione dopo la recessione non è mai stata, nella storia recente americana, così lenta. Contemporaneamente, già nel 2010, gli investimenti delle aziende in macchinari erano tornati quasi ai livelli pre-crisi, la ripresa più rapida in una generazione. Le imprese, negli ultimi mesi, hanno smesso di licenziare, ma assumono poco. Prendono macchine, non persone.


Dietro l´incancrenirsi della disoccupazione, in altre parole, secondo Brynjolfsson e McAfee, c´è, accanto alla componente ciclica della recessione, un elemento strutturale: troppa tecnologia, troppo in fretta. Le capacità e le potenzialità dell´informatica stanno crescendo, sotto i nostri occhi, a velocità supersonica e non smettono di accelerare, fino a superare, nel giro di mesi, barriere che sembravano, ancora cinque-sei anni fa, insormontabili. Nel 2004, nel deserto del Mojave, in California, fu organizzata una corsa per macchine senza guidatore. Obiettivo, percorrere 150 miglia attraverso un deserto desolato. La macchina vincitrice non arrivò a otto miglia e ci mise anche svariate ore. Solo sei anni dopo, nel 2010, Google poteva annunciare di aver fatto partire una pattuglia di Toyota Prius, che avevano percorso 1000 miglia, su strade normali, senza alcun intervento da parte del guidatore. Un´impresa resa possibile dall´analisi della montagna di dati di Google StreetView e di Google Maps e dal riscontro degli input da video e radar, tutto processato da un apposito software all´interno della vettura. Le macchine di Google, sottolineano i due ricercatori del Mit, dimostravano che il computer poteva superare la barriera del "riconoscimento degli schemi", ovvero era capace di reagire ad una situazione esterna in costante mutamento, come il traffico, e priva di regole prefissate.


Anche un´altra barriera, quella della "comunicazione complessa" è stata superata. Geofluent è un software, realizzato in collaborazione con l´Ibm, che consente ai clienti, in una chat di supporto per prodotti dell´elettronica, di interagire con l´operatore, ognuno nella propria lingua. «Come faccio a far partire la stampante?» chiede, in cinese, il cliente cinese. «Così» gli risponde, in inglese, l´operatore dalla sua stanza di Boston. Geofluent traduce avanti e indietro. Quando l´avranno collegata anche al riconoscimento vocale potremo salutare perfino l´ultima ridotta dei disoccupati disperati: il call center. Sul suo blog, Econfuture, Martin Ford, un imprenditore di Silicon Valley, calcola che almeno 50 milioni di posti di lavoro, circa il 40 per cento del totale dell´impiego Usa, possano essere sostituiti, in un modo o nell´altro, dall´informatica. Brynjolfsson e McAfee ritengono che, in gran parte, questo avverrà nei prossimi dieci anni.

Non è la prima volta che l´umanità affronta sconvolgimenti simili. La prima rivoluzione industriale gettò per la strada una massa di lavoratori tessili, sostituiti dalle macchine. Un secolo dopo, l´arrivo dei trattori fece la stessa cosa per milioni di braccianti e contadini. In tutt´e due i casi, l´aumento di produttività dovuto alla meccanizzazione rilanciò l´economia e i disoccupati trovarono nuovo lavoro altrove. Ma adesso? I luddisti - bande di lavoratori che sfasciavano le macchine che stavano togliendo loro il salario - sono da sempre oggetto di scherno, da parte degli economisti. Ora, però, anche un giornale ultraliberale come l´Economist, ha dei dubbi. «I luddisti avevano torto perché le macchine erano strumenti che aumentavano la produttività e gran parte dei lavoratori poteva passare a gestire proprio quelle macchine. Ma che succede se le macchine stesse diventano i lavoratori? A questo punto, l´errore luddita sembra molto meno errato».


Il boom dell´informatizzazione favorirà i settori industriali direttamente coinvolti (un elemento di qualche interesse per l´Italia, che ha una buona industria di robotica). Ma la massa dei lavoratori normali, che non né la vocazione, né la possibilità, di trasformarsi in ingegnere informatico? Brynjolfsson e McAfee sottolineano che l´aumento di produttività della terza rivoluzione industriale aumenterà i beni prodotti e il benessere complessivo della società. Ma nessuna legge economica, osservano, prevede che questi benefici siano equamente ripartiti. Il processo in corso favorirà sproporzionatamente i detentori di capitale (cioè delle macchine) ai danni della (ex) forza lavoro, cioè i salariati, innescando un drammatico aggravamento delle diseguaglianze, che, probabilmente, è già in corso.


Con un paradosso, indica Ford. La produttività aumenta vertiginosamente, ma i consumi molto più lentamente. Anzi, si ridurranno, se i salariati si ritroveranno senza salario. Chi consumerà tutti questi beni, prodotti in misura sempre maggiore e in modo sempre più efficiente? La terza rivoluzione industriale, secondo gli autori di Race Against The Machine, sta arrivando troppo in fretta, perché la società abbia il tempo di adeguarsi e riorganizzarsi. I braccianti, cacciati nel primo ‘900, dai trattori, andarono a lavorare nelle fabbriche. Ma le fabbriche della terza rivoluzione industriale sono occupate da robot e computer e lo sono, anche, gran parte degli uffici. L´ex contabile, la mancata modella, il giornalista o l´avvocato silurato non possono andare tutti, in massa, a programmare Google Maps o a disegnare nuovi chip. «Sarebbe - dice Ford - come pensare che tutti i braccianti potessero essere riassunti a guidare trattori. Non funziona».

Fonte: MAURIZIO RICCI - la Repubblica |

31/05/2012

L'allarme: "La malaria fa strage perché un farmaco su tre è fasullo"

L'allarme: "La malaria fa strage perché un farmaco su tre è fasullo"

 

I risultati sconvolgenti di uno studio Usa: tra le medicine distribuite nel Sud Est asiatico e in Africa centrale, un numero enorme risulta di scarsa qualità o contraffatto con l'effetto di provocare il fallimento delle terapie e la diffusione della malattia. Gli esperti: "Case farmaceutiche complici. Grave che non ci siano dati su India e Cina"

 

ROMA - Circa metà della popolazione mondiale potenzialmente potrebbe contrarre la malaria. Nei 106 i Paesi in cui questa patologia è considerata endemica, 3,3 miliardi di persone questo rischio lo corrono tutti i giorni, mentre sono tra le 65mila e il milione e 200mila quelle che ogni anno si infettano e muoiono a causa del protozoo Plasmodium Falciparum trasmesso dalla zanzara anofele.

Inefficaci un terzo dei farmaci. Una vera e propria ecatombe che dovrebbe essere combattuta con i farmaci antimalarici. Purtroppo, però, un terzo di queste medicine risultano inefficaci perché contraffatte. A lanciare l'allarme dalle pagine della rivista scientifica Lancet Infectious Diseases, con la sconvolgente affermazione, è uno studio statunitense condotto dal Fogarty International Center dei National Institutes On Health.

Esaminati 1.500 campioni. I ricercatori Usa hanno incrociato i dati provenienti da due studi separati condotti suille medicine distribuite negli ultimi dieci anni nelle due aree tropicali in cui il fenomeno della malaria è notoriamente più diffuso: esaminando 1.500 campioni di sette farmaci utilizzati contro la patologia, provenienti da sette Paesi del Sud-Est asiatico e oltre 2.500 esemplari di medicinali provenienti da 21 Paesi dell'Africa Sub-Sahariana, gli autori dello studio sono arrivati alla conclusione che la scarsa qualità di alcuni prodotti e soprattutto la diffusione di false compresse sono la causa dell'insorgenza della resistenza ai farmaci e del fallimento delle terapie.

Scarsi i controlli. "Gran parte della morbilità (la frequenza percentuale di una malattia in una determinata popolazione, ndr) e della mortalità causate dalla patologia - avvertono i ricercatori - potrebbero essere evitate se i farmaci disponibili per i pazienti fossero davvero efficaci, di alta qualità ed utilizzati correttamente". La causa di un tale giro di contraffazione risiede nella scarsa attività di monitoraggio e controllo dei farmaci durante la fase di produzione, nonostante le molte strutture nazionali e internazionali deputate a sanzionare le eventuali falle nel sistema. Secondo lo studio, la dimensione del fenomeno lascia supporre che vi sia la complicità delle case farmaceutiche e delle agenzie che, accusano gli studiosi, "laddove individuano casi sospetti, invece di denunciarli, li tengono riservati".

E mancano i dati di Cina e India. Ad aggiungere preoccupazioni, poi, è che dalla ricerca appena sono rimasti fuori, per l'assenza di dati disponibili in paesi come la Cina e l'India: "La grave falla prodotta dalla mancanza di studi approfonditi sulla sicurezza dei farmaci in grandi Paesi come questi - avvertono i ricercatori - , dove per giunta risiede un terzo della popolazione mondiale, deve al più presto essere sanata". 

 

Fonte repubblcia

Aids, quei messaggi ambigui

Aids, quei messaggi ambigui

 

«Prevenire e curare la dipendenza da droga può significativamente ridurre la domanda di droghe illecite e aiutare a prevenire il danno correlato. Le strategie finalizzate alla riduzione della domanda rappresentano la risposta razionale alle malattie trasmesse per via ematica, come lo Hiv e l'epatite». Queste affermazioni sono state fatte in apertura di una conferenza sul tema tenutasi in questo stesso mese a Kiev, sotto gli auspici dello Unodc, l'agenzia delle Nazioni Unite sulla droga e il crimine. Dietro il linguaggio tecnico burocratico, emerge il fuorviante messaggio: per combattere lo Hiv, non c'è bisogno di distribuire siringhe pulite, né di offrire ai consumatori di droghe programmi con metadone.

 

La "risposta razionale" sarebbe invece l'estensione di trattamenti finalizzati all'astinenza. Invece di promuovere una strategia integrata, di terapie e di interventi di riduzione del danno (scambio siringhe e trattamenti sostitutivi, in particolare), si ritorna indietro di oltre venti anni: l'affrancamento dalla droga (attraverso la terapia) è presentato come «la soluzione» (unica) contro la minaccia del virus Hiv. Venti anni fa, l'Europa imparò un'amara lezione: le politiche "dure" orientate alla punizione dei consumatori con un'offerta unica di trattamenti mirati all'astinenza non furono capaci né di prevenire né di bloccare l'epidemia di Aids. I paesi che hanno insistito su questa strada (Spagna, Francia, anche l'Italia fino al 1993) hanno registrato alti tassi di infezioni da Hiv.

 

I paesi che più rapidamente si sono convertiti alla riduzione del danno, come la Gran Bretagna, l'Olanda e la Svizzera, hanno visto rapidamente diminuire l'incidenza dell'infezione. Da allora, la riduzione del danno è progredita senza soste: da programmi pionieristici, promossi negli anni ottanta dagli stessi consumatori come forma di auto tutela, fino a divenire strategia adottata a livello globale, di efficacia scientificamente provata: si vedano la strategia Unaids 2011-2015 (Getting to zero) e la "guida tecnica" per l'accesso universale alla prevenzione dello Hiv, a cura della Oms, dello Unaids e dello Unodc. Proprio così, dello Unodc: la stessa agenzia delle Nazioni Unite che alla conferenza di Kiev ha lanciato quel messaggio assolutamente divergente. La contraddizione si spiega guardando alla storia: come dice il nome stesso dell'agenzia Onu, la mission tradizionale ha riguardato il controllo penale delle sostanze psicoattive, mentre l'aspetto della salute pubblica è stato in gran parte negletto. Solo di recente lo Unodc ha iniziato a lavorare più in sintonia con altri organismi internazionali (Unaids, Oms), per mandato orientati alla difesa della salute e dei diritti umani.

 

Ma le vecchie politiche sono dure a morire e riprendono pericolosamente vigore laddove si ritrovano in perniciosa sintonia con le politiche locali. È il caso di molti paesi dell'Eurasia, dall'Ucraina appunto, alla Russia: paesi che si distinguono per violazione dei diritti umani dei consumatori di droghe, nonché, guarda caso, per alti tassi di infezioni Hiv, oltre il 42% trasmesse attraverso l'uso iniettivo. Associamoci all'appello delle Ong di International Drug Policy Consortium: l'Onu deve dire chiaramente che il trattamento della dipendenza non può sostituire le specifiche misure di prevenzione dell'Hiv.

Fonte: SALVINA RISSA - il Manifesto  

29/05/2012

Le 120 ore in barella della paziente vecchietta

Le 120 ore in barella della paziente vecchietta

 

Un tempo l'orgoglio di un Paese si misurava dal parametro dei suoi servizi pubblici.

Il Servizio sanitario nazionale era in Italia tra quelli che ci assicuravano maggior prestigio internazionale. Oggi certi dati è meglio nasconderli. Non si attendano, però, il nostro facile sostegno quanti alimentano campagne di stampa contro i medici costringendo la cura dei malati ad un ruolo sempre più difensivo. Domina, per contro, la disdicevole preoccupazione di incorrere in qualsivoglia errore impedendo in partenza di agire: si evitano interventi che possono risultare potenzialmente azzardati. E'evidente che ne risulta una "medicina difensiva" a misura più della prudenza del sanitario che dell'uso accorto delle terapie a disposizione. La resistenza, finora interposta, alla introduzione di un sistema di assicurazioni che garantisca i medici e le strutture sanitarie dai possibili errori oggettivi costituiscono un ulteriore freno ad un miglioramento responsabile del governo medico.

 

Di questo e di molto altro si è parlato nelle cronache dei quotidiani romani, tramutatisi in bollettini di malasanità e ripresi in recenti assemblee di medici del Pronto soccorso e della Medicina d'urgenza, in gran parte dipendenti dal San Camillo, il più vasto nosocomio romano e da altri ospedali dove recentemente i servizi di accettazione si sono trovati investiti da criticità non certo addebitabili al personale sanitario ma ai ripetuti tagli che hanno colpito ovunque i servizi sociali, alla crisi che investe tutta la sanità pubblica, alla drastica riduzione dei posti letto. Ci rendiamo conto che dicendo queste cose ripetiamo ormai quasi meccanicamente frasi fatte, inadatte a suscitare speranze di ripresa.

Eppure nelle assemblee cui abbiamo assistito spirava un'aria di assunzione consapevole di responsabilità e di protesta organizzata quale da tempo non si registrava. Si è arrivati a firmare un documento unico con la direzione generale, con l'intento, temiamo mal riposto, di coinvolgere anche la Regione.

 

Il continuo ricorso a contratti atipici,unitamente all'esodo pensionistico del personale verificatosi negli ultimi anni hanno provocato profonde carenze negli organici. Il numero di medici precari costretti a lavorare in perduranti condizioni di instabilità, con paghe di vergogna, che in qualche caso arrivano a 5 euro l'ora, hanno allontanato sempre più gli standard italiani da quelli europei.

 

Ho sentito con le mie orecchie citare il caso di una paziente ottantenne costretta in barella per 120 ore, per mancanza di letto. Si ripete, ed è vero, che mancano soldi ma quanto si spreca in convenzioni trattate in condizioni clientelari di favore? Perché un pasto in convenzione costa 22 euro, più che al ristorante? Perché il cosiddetto "lavanolo" (il lavaggio della biancheria) è concentrato tutto a Reggio Emilia? Perché su 2.500 infermieri ne risultano 360 non utilizzabili per ragioni fisichee non vengono spostati a funzioni più consone? Il direttore generale ha ribadito lo slogan "Aprire l'ospedale al territorio e il territorio all'ospedale". Se questa frase ha un significato essa va decrittata nella sua verità: aprire l'ospedale significa assicurare l'accoglienza del Ps, abolendo le lunghe attese per essere diagnosticati e per essere ricoverati (oggi in media 25 pazienti restano in barella per l'intera giornata). Non vale la scusa che le strutture ospedaliere vengono così utilizzate per interventi di elezione o per attività ambulatoriali, al contrario se l'ospedale è il luogo per l'assistenza alle acuzie le sue risorse andrebbero concentrate a questo fine e le altre scelte finanziate distogliendole da quelle impropie. Come oggi invece avviene.

 Fonte: MARIO PIRANI - la Repubblica |

27/05/2012

QUANDO LE MAPPE DIVENTANO ARTE

QUANDO LE MAPPE DIVENTANO ARTE

 

Al MAXXI di Roma le carte geografiche di "Limes" Le tavole sono di Laura Canali che da vent´anni le disegna per la rivista 

 

Carte come arte. Geopolitica come emozione artistica. Insomma: geoarte. Esperimento inedito, che porta la geopolitica nel tempio romano dell´arte contemporanea, il MAXXI. Qui dal 15 maggio al 19 giugno saranno visitabili alcune opere di Laura Canali, che da quasi vent´anni disegna le carte della nostra rivista di geopolitica Limes. Un´antologia delle mappe limesiane a colori e una mappa-pilota originale, segnate dalla contaminazione fra cartografia geopolitica e grafica artistica, e dedicate alle "Frontiere come ferita". Spunto per due seminari pubblici cui insieme ad alcuni artisti (Adrian Paci, Botto e Bruno) parteciperanno fra gli altri studiosi, politici e giornalisti come Andrea Riccardi, Enrico Letta, Lilli Gruber, Yasemin Taskin. 


La mostra muove dalla contemporanea esposizione di Plegaría Muda, opera dell´artista colombiana Doris Salcedo dedicata alle vittime delle stragi che hanno devastato il suo paese, segmentato da frontiere invisibili quanto sanguinose. Frontiere "dolorose", appunto, che in sempre più ampie regioni del pianeta - nessun continente escluso - marcano territori contesi o fuori controllo. E di cui Limes, co-organizzatrice dell´evento, tenta di offrire non solo un´analisi aperta a tutte le voci in campo, ma anche una rappresentazione cartografica originale. Migliaia di mappe di varia foggia e specie, che non solo sostengono il ragionamento geopolitico degli articoli, ma ne costituiscono la base. Giacché, a rigore, in geopolitica non è la carta che illustra il testo, ma il contrario. Il vincolo della rappresentazione spaziale è ineludibile, a presidiare il confine spesso poroso con le scienze politiche e sociali.


Questo genere di cartografia vuole disegnare sul piano l´intersecarsi delle dinamiche, delle rivendicazioni, delle poste in gioco nei conflitti attuali. Non si pretende neutrale né oggettivo. Né tantomeno scientifico. Ogni mappa, riducendo le tre dimensioni dei territori sulle due della carta (dello schermo tv, del computer, dell´Ipad...), è una deformazione della realtà. Ciò che il geografo Mark Monmonier, nel suo seminale How to Lie with Maps, definiva "il paradosso cartografico: per presentare un´immagine utile e veritiera, una mappa accurata deve raccontare bugie". Dove le menzogne rivelano i punti di vista, le aspirazioni, gli obiettivi di chi le produce, commissiona o ispira.


Nelle "frontiere dolorose" di Laura Canali l´interpretazione delle dinamiche geopolitiche esalta l´emozione artistica. E viceversa: l´arte rivela progetti nascosti, di cui perfino gli autori non sono perfettamente (razionalmente) consapevoli. Come scrive Viviana Vergerio Guerra presentando la mostra, le "frontiere dolorose" - dal Caucaso al Río Grande, dalle periferie delle metropoli europee a Gerusalemme - sono "linee di confine erette per chiudere e allontanare, come i segni di una ferita sulla pelle". 


Simbologia e colore sono da sempre le "spie" più visibili dei codici geopolitici di una carta. In questa geoarte la loro funzione è esaltata, nel senso che Wassily Kandinsky indicava un secolo fa nella sua indagine sullo spirituale nell´arte: "Il colore è un mezzo per influenzare direttamente l´anima. Il colore è il tasto. L´occhio è il martelletto. L´anima è un pianoforte con molte corde. L´artista è la mano che, toccando questo o quel tasto, fa vibrare l´anima". 
Il generale David Petraeus, oggi direttore della Cia, ha teorizzato che i conflitti non si vincono più sul campo di battaglia, ma su quello della narrazione. Vince chi li racconta meglio. Chi li presenta meglio al suo pubblico. Potremmo aggiungere: chi li disegna meglio. Se Sun Tzu (Sunzi) rinascesse, forse traccerebbe su un papiro di bambù un´appendice alla sua Arte della Guerra: "La guerra dell´arte". Fonte: LUCIO CARACCIOLO - la Repubblica |

26/05/2012

Se Wall Street è senza regole

Se Wall Street è senza regole

 

Uno dei personaggi dell´intramontabile film Ombre rosse (1939) è un banchiere, Gatewood, che ai suoi sottoposti propina una lezione sui mali di Big Government, l´interventismo statale, in particolare della regolamentazione bancaria. A un certo punto Gatewood esclama: «Come se noi banchieri non sapessimo come amministrare le nostre banche!». In seguito, più avanti nel film, scopriamo che Gatewood taglia la corda dalla città, portando via una bisaccia piena zeppa di bigliettoni che ha sottratto indebitamente. 


Da quel che ne sappiamo finora, Jamie Dimon – presidente e amministratore delegato di JP Morgan Chase - non ha in mente nulla del genere. Tuttavia ci risulta che spesso gli è piaciuto fare discorsini come quelli di Gatewood su come lui e i suoi colleghi sanno perfettamente quello che stanno facendo e non hanno certo bisogno che il governo stia loro col fiato sul collo. Di conseguenza, nello sconvolgente annuncio da parte della JP Morgan di essere riuscita a bruciare chissà come due miliardi di dollari circa, in un tentativo infruttuoso di intrallazzi finanziari, ci sono un bel po´ di giustizia divina e una fondamentale lezione comportamentale da apprendere. 


Giusto per essere chiari: gli uomini d´affari sono uomini – quantunque i Signori della finanza abbiano una certa tendenza a dimenticarlo – e di conseguenza commettono di continuo errori in perdita. Di per sé questa non è una ragione sufficiente per la quale il governo debba intervenire. Le banche, però, sono speciali, perché i rischi che si assumono sono sostenuti, in buona parte, dai contribuenti e dall´economia nel suo complesso. E il caso di JP Morgan ha appena dimostrato che perfino i presunti banchieri intelligenti devono avere rigidi limiti nella tipologia di rischio che sono autorizzati ad assumersi. 


Per la precisione: perché le banche sono speciali? Perché la storia ci insegna che il settore bancario è ed è sempre stato soggetto a sporadici e devastanti "ondate di panico", in grado di scatenare il caos in tutta l´economia. La destra sta attualmente diffondendo la panzana secondo la quale un cattivo andamento del settore bancario è sempre conseguenza di un intervento del governo, attuato tramite la Federal Reserve oppure con le ingerenze dei liberal al Congresso. In realtà, tuttavia, l´America dell´Età Dorata - quella nella quale il governo si intrometteva il meno possibile e la Fed non esisteva neppure – era soggetta al panico più o meno una volta ogni sei anni. E in alcuni casi si inflissero così gravissime perdite all´economia. 


Ma allora, che cosa fare? Negli anni Trenta, dopo la madre di tutti gli attacchi di panico delle banche, arrivammo a una soluzione praticabile, che contemplava garanzie e controlli a uno stesso tempo. Da un lato, il dilagare del panico fu arginato tramite assicurazioni sui depositi garantite dallo stato; dall´altro, le banche furono sottoposte a regolamentazioni miranti a impedire che potessero abusare dello status privilegiato derivante loro proprio dall´assicurazione sui depositi, in pratica una garanzia governativa dei loro debiti. Cosa ancora più importante, le banche con depositi garantiti dallo Stato non furono autorizzate a impegnarsi in speculazioni spesso rischiose, tipiche di banche di investimento quali Lehman Brothers. 


Questo sistema ci ha regalato mezzo secolo di relativa stabilità finanziaria. Alla fine, però, ci siamo dimenticati ciò che la storia ci aveva insegnato. Sono proliferate nuove forme di attività bancaria senza garanzie statali, e al contempo si è permesso sia alle banche tradizionali sia a quelle all´avanguardia di accollarsi rischi sempre maggiori. Come era prevedibile, alla fine abbiamo dovuto subire la versione Ventunesimo secolo del panico bancario dell´Età Dorata, con conseguenze tremende. 


È evidente pertanto che dobbiamo assolutamente ripristinare quel tipo di tutela che ci ha regalato per un paio di generazioni una tregua dalle grandi preoccupazioni bancarie. O meglio, questo è evidente a tutti fuorché ai banchieri e ai politici finanziati dai banchieri, in quanto essendo stati salvati in extremis adesso naturalmente questi ultimi sarebbero ben felici di tornare a fare affari come al loro solito. Ho già citato il fatto che Wall Street sta versando ingenti quantità di soldi a Mitt Romney, che ha promesso di abrogare le recenti riforme finanziarie? 


Arriviamo adesso a Dimon. Dobbiamo riconoscere a JP Morgan – e a Dimon – il merito di essere riuscita a tenersi alla larga da molti dei pessimi investimenti che hanno messo in ginocchio altre banche. Questa manifesta dimostrazione di prudenza ha fatto di Dimon l´uomo di punta nella battaglia ingaggiata da Wall Street volta a procrastinare, annacquare e/o abrogare la riforma finanziaria. Egli si è distinto e si è fatto particolarmente sentire quando si è opposto alla Volcker Rule, che precluderebbe alle banche con depositi garantiti dallo Stato la possibilità di impegnarsi nel "proprietary trading", in sostanza di effettuare speculazioni con i soldi dei depositanti. «Fidatevi di noi», ha detto in pratica il capo della JP Morgan. «È tutto sotto controllo». 
Pare proprio di no, invece.


Che cosa ha fatto in realtà la JP Morgan? Da quanto ne sappiamo, ha utilizzato il mercato dei derivati – complessi dispositivi finanziari – per scommettere fortemente sulla sicurezza dell´indebitamento delle aziende, qualcosa di simile alle puntate effettuate dalla compagnia di assicurazioni Aig sull´indebitamento immobiliare di qualche anno fa. Il punto cruciale non sta tanto nel fatto che la scommessa non è andata a buon fine, ma che gli istituti che rivestono un ruolo cruciale nel sistema finanziario non hanno il diritto di fare simili scommesse. Tanto meno quando questi stessi istituti sono sorretti da garanzie dei contribuenti. 
Per adesso pare che Dimon sia stato punito. Avrebbe perfino ammesso che forse chi propone una maggiore regolamentazione ha segnato un punto a proprio favore. Quasi certamente, però, non durerà: mi aspetto che Wall Street torni alla sua consueta arroganza nel giro di settimane, forse addirittura giorni. 
In verità, abbiamo appena assistito a una dimostrazione pratica del motivo per il quale, di fatto, Wall Street ha bisogno di essere regolamentata. Grazie Mister Dimon. 
(Traduzione di Anna Bissanti)

Fonte: PAUL KRUGMAN* - la Repubblica |

23/05/2012

Usiamo una Terra e mezzo ogni anno per il Wwf è emergenza consumi

Usiamo una Terra e mezzo ogni anno per il Wwf è emergenza consumi

 

La salute del nostro pianeta è a rischio. Dal 'Living Planet Report' 2012 emerge che il genere umano utilizza più risorse di quelle che si rigenerano. E il 30% della biodiversità è andato perso negli ultimi 40 anni

 

È ALLARME consumi per il pianeta Terra. Ogni anno gli esseri umani consumano più risorse di quante se ne producano, ben un pianeta e mezzo. Negli ultimi 40 anni, poi, è andato perduto il 30% della biodiversità, con picchi del 60% nelle zone tropicali. 

Questi i risultati del 'Living Planet Report' 2012, rapporto sullo stato di salute della Terra del Wwf - in collaborazione con la Zoological Society di Londra, il Global Footprint Network e l'Agenzia Spaziale Europea - e diffuso in occasione del vertice mondiale sullo Sviluppo Sostenibile 'Rio+20', che si terrà a Rio de Janeiro dal 20 al 22 giugno, e della Festa delle Oasi Wwf 2012, il prossimo 20 maggio.
 
Il rapporto ha analizzato l'impronta ecologica (l'indicatore che mette in relazione il consumo umano di risorse naturali con la capacità della Terra di rigenerarle) di 121 Paesi. Volto dell'edizione 2012 l'astronauta Andrè Kuipers, che si trova sulla Stazione Spaziale Internazionale. Kuipers ha raccontato il suo punto di vista: "Da qui riesco a vedere l'impronta dell'umanità, tra cui gli incendi delle foreste, l'inquinamento atmosferico e l'erosione del suolo e delle coste, le sfide che si riflettono in questa edizione del Living Planet Report".

Il problema è che l'umanità vive al di sopra delle possibilità. Come spiega Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf Italia, "stiamo utilizzando il 50% di più delle risorse che la Terra può produrre e se non cambieremo rotta il numero crescerà rapidamente, entro il 2030 neanche due pianeti sarebbero sufficienti". Le necessità del genere umano, infatti, sono già cresciute in modo esponenziale dal 1970 a oggi, passando da 30 miliardi di tonnellate a quasi 70.

La capacità di rigenerarsi degli ecosistemi di acqua dolce è diminuita del 37%, mentre solo un terzo dei fiumi più lunghi di 1.000 chilometri scorrono senza dighe sul letto principale. L'attività di pesca è aumentata di circa cinque volte in 50 anni, passando dai 19 agli 87 milioni di tonnellate. La deforestazione e il degrado forestale sono i responsabili di circa il 20% delle emissioni globali di CO2.

Gli Stati maglia nera nel consumo di risorse ambientali sono il Qatar, il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti. Seguiti al quarto posto dalla Danimarca e al quinto dagli Stati Uniti. Medaglia d'oro invece al Madagascar, piazzamento d'onore per lo Zimbabwe. L'Italia si è classificata trentaduesima. E il nostro paese ha il 50% delle coste a rischio erosione.

Ma la Terra si può ancora salvare. Cinque le mosse che il Wwf propone per invertire la tendenza:
- proteggere la biodiversità;
- produrre in maniera più efficente limitando lo spreco di energia;
- consumare in maniera intelligente;
- orientare i flussi finanziari verso progetti a supporto della conservazione e della gestione sostenibile degli ecosistemi;
- gestire equamente le risorse.
Un piano di lavoro volto a mettere il valore del capitale umano al centro dell'economia, dei modelli produttivi e degli stili di vita.

 

Fonte repubblica

22/05/2012

L'ipocrisia della guerra spacciata per pace

L'ipocrisia della guerra spacciata per pace


Della guerra si colgono in genere gli aspetti eroici o drammatici. Ma la guerra non è solo potenza: «è anche inganno sottile, nascosto, come a sua volta è l'inganno della politica che deve dettare le condizioni della guerra e fissarne gli scopi». «Perché siamo così ipocriti sulla guerra?» è la domanda posta dal generale di corpo d'armata Fabio Mini nel suo ultimo libro, edito da Chiarelettere, da oggi in libreria. Mini, 69 anni, è stato capo di stato maggiore del Comando Nato per il Sud Europa che, a partire dal gennaio 2001, ha guidato il Comando interforze delle operazioni nei Balcani. Dall'ottobre 2002 all'ottobre 2003 è stato comandante della forza internazionale di pace a guida Nato in Kosovo (Kfor).

 

Ormai è deciso: staremo in Afghanistan anche dopo il 2014, dopo il previsto ritiro dei soldati americani. Non si tratta di combattere il terrorismo globale tra le montagne afgane: non ci crede più nessuno. Ufficialmente dobbiamo addestrare le forze militari e di polizia afghane a badare alla sicurezza del loro paese. Visto che questo pacifico e interminabile compito è anche lo stesso che da dieci anni maschera la nostra partecipazione alla guerra in Afghanistan, viene il sospetto che sia un pretesto per continuarla. È una guerra che stiamo combattendo con onore al fianco degli americani fingendo di non vedere che l'hanno già perduta. Sono stati sconfitti sul campo di battaglia nel 2003 quando dovettero coinvolgere la Nato per l'incapacità di gestire la violenza dei talebani e la corruzione del governo che avevano instaurato. Sono sconfitti ogni giorno sul campo dell'etica militare per l'incapacità di gestire l'eccesso di potenza, la frustrazione e i comportamenti degli squilibrati.


Viene il sospetto che ancora una volta si ricorra all'ipocrisia per giustificare interventi armati decisi da altri scambiando la coesione con la piaggeria. Così staremo all'infinito in Afghanistan, come in Iraq, in Libano e nei Balcani. È dal 1984 che un nostro contingente non rientra avendo concluso la missione affidata. Nel 1994 i nostri soldati e quelli di mezzo mondo si ritirarono dalla Somalia lasciandola in condizioni peggiori di quelle iniziali. Da allora abbiamo preso parte a tutte le guerre mistificate limitandoci ad avvicendare i contingenti senza mai fare un bilancio oggettivo sui risultati, sulle strategie e sui sacrifici compiuti.

 

L'ipocrisia delle operazioni umanitarie, dell'assistenza militare, della costruzione di nuove nazioni e dell'esportazione della democrazia si è affiancata a quella della guerra e molte volte l'ha sostituita. La minaccia della guerra si è trasformata in «minaccia della pace» e molti guardano ad essa come ad una catastrofe che incombe sui grassi interessi che la guerra garantisce ai soggetti pubblici e privati uniti più o meno saldamente in cosche, cricche, bande. Inoltre la pace mette a nudo più ancora della guerra le carenze politiche, d'idee, strategie, autonomia e dignità nazionale. Per questo è diventata una minaccia per i profittatori, i mediocri e i banditi costringendoli a spostare sulla pace l'ipocrisia della guerra. Il processo è stato paradossalmente favorito dalla nuova e generalizzata consapevolezza della sicurezza umana. La guerra è intrisa d'ipocrisia: nasce dai pretesti, quasi sempre basati su menzogne, e si conduce con l'inganno politico, strategico ed operativo.

 

Ma mentre sul piano strategico e tattico l'inganno è rivolto al nemico, su quello politico prende di mira anche le proprie istituzioni ed i propri eserciti. La guerra è ipocrita negli scopi quando si affida alla retorica ed invece tratta concretamente d'interessi, di affari. L'ipocrisia della guerra è un'arte con i suoi esponenti geniali, mediocri e meschini; nasconde il gusto quasi lascivo di chi ordina la guerra e perfino di chi la combatte; ed infine serve a far diventare accettabile e normale tutto ciò che succede in guerra: dall'eroismo alla nefandezza. Per millenni l'ipocrisia ha servito la guerra con diligenza e tuttavia non è riuscita a eliminare i limiti derivanti dalla sua eccezionalità e dalla sua transitorietà. La prima ne ritardava l'avvio subordinandolo a una situazione che rendesse necessario il ricorso alla forza come ultima risorsa.

 

La seconda, la transitorietà, poneva un limite alla durata dei conflitti fino a renderli illegittimi se artificiosamente prolungati. Nel tentativo di eludere tali vincoli i fautori politici, industriali e militari della guerra si sono inventati pretesti inverosimili per renderla «preventiva» e interminabile, per trarre il massimo dei profitti e dell'eccitazione dalla sua costosa e sanguinosa «normalità». Una tale distorsione della guerra ha provocato quella reazione emotiva in favore dell'etica e dell'umanità che caratterizza il nostro tempo. Forse per la prima volta nella storia la sicurezza è stata percepita in funzione e non in sostituzione dei diritti dell'uomo, della sua salute materiale e ideale, della sua dignità.

 

All'improvviso la guerra è parsa insufficiente a soddisfare le ambizioni e le velleità politiche, a placare gli appetiti degli approfittatori e a coprire le deficienze strategiche, strutturali e operative. E allora l'ipocrisia ha reso permanente la guerra cambiandone il nome, agendo sulla pace, sulla democrazia e sulla libertà che rendono tutto più facile: le ragioni della pace e della solidarietà e le spese per conseguirle non devono essere razionali, eccezionali, limitate e neppure giustificate o sostenibili. Le forze sono composte soltanto di eroi e non necessariamente militari. La vittoria sul campo, quella che portava alla cessazione delle ostilità e della violenza, può finalmente essere evitata. O uccisa.

 

di Fabio Mini - Fonte: la repubblica

21/05/2012

La mia terra contagiata dall'orrore

La mia terra contagiata dall'orrore

 

Ma che c’entra? Che c’entrano due ragazze di sedici anni, che c’entrano le studentesse di un istituto professionale, che c’entra la scuola, che c’entrano i libri, che c’entra la Puglia? Di questi tempi la tensione sociale s’affetta col coltello,c’è il terrorismo anarchico e brigatista che riprende a colpire, ci sono gli assalti della disperazione a Equitalia e le minacce torve,c’è la follia del terrorista solitario e del gesto finale disperato, c’è il clima contagioso della Grecia, l’eco della primavera araba, perfino. C’è qualcosa di elettrico e di malefico nell’atmosfera, s’avverte che l’adrenalina è in circolo, l’aggressività è diffusa e virale, anche verso se stessi, l’aria di catastrofe si fa pesante già al solo ripeterlo, come un mantra a rovescio che moltiplica e contagia il male. E ci sono poi, nel regno della malavita, gli attentati e gli avvertimenti per il pizzo, per l’usura, per i racket violati, le violenze nelle abitazioni per rapina, la crudeltà dei tossici in astinenza, degli affamati, di chi proviene da mondi duri e disperati. Capitoli raccapriccianti ma a cui riesci a dare una spiegazione. Però poi, quando non te l’aspetti, scoppia un ordigno nei pressi di una scuola e rinvieni solo tracce di coincidenze simboliche: il nome della scuola, l’anniversario dell’assassinio di Falcone, la tappa della carovana antimafia attesa in quei paraggi, il premio della legalità all’istituto... È l’unico nesso assurdo che riesci a rintracciare in una strage come questa, che poteva essere, solo per una fatalità di pochi minuti, assai più sanguinosa. Allora pensi che la matrice, questa volta, sia la criminalità di stampo mafioso, in una delle quattro varianti conosciute, che colpisce peraltro la regione del sud meno succuba di quelle associazioni a delinquere. Non la Sicilia, non la Calabria, non la Campania, ma la Puglia, seppure in una zona infestata dalla malavita...

 

Sì, sarà come voi dite, sarà la malavita che manda segnali e minacce. Si, ma che razza di segnali, ad una scuola, alle ragazze. E allora torni all’interrogativo sgomento da cui sei partito: che c’entra l’adolescenza di una ragazza di paese, non più bambina non ancora donna, con i loro disegni e i loro messaggi? E allora, per addomesticare anche la più bestiale delle stragi, per ricondurla dentro un alveo, un’assurda catena di precedenti, ti ricordi del rosario dei «che c’entra» e ti risale Piazza Fontana, poi Bologna, poi Roma, poi Firenze e tutta la scia di stragi insensate che non giovarono a nessuno e di cui nessuno mai beneficiò. Hanno solo ucciso chi non c’entrava, campioni dell’umanità presi a caso, un’astratta cernita di vite concrete spezzate, come accade nei riti sacrificali più cruenti e più primitivi, in cui il sangue più puro e più innocente meglio si addice al sacrificio. C’è qualcosa di diabolico nella strage di innocenti, che non è funzionale a nulla, nemmeno a spaventare per ottenere un risultato. Non un simbolo del potere o della sopraffazione, due genitori povera gente privati dell’unica loro proiezione di vita, la loro figlia. Qui non c’è, o non s’intravede, nemmeno un vago e delirante scopo, una punizione, una minaccia. Solo pura dimostrazione di potenza, di crudeltà senza limiti. Per un superstite amor patrio, mi illudo che la matrice sia almeno straniera, una lotta per il controllo del territorio da parte di mafie venute da fuori; un estremo e forse patetico patriottismo per convincermi che non siamo arrivati fino a questo punto.

 

Ma continua a mancare lo scopo. Il massimo che potranno sortire questi atti atroci sarà, dio lo voglia, una reazionevirulenta degli apparati repressivi dello Stato verso la criminalità comune, a cominciare da quella del posto. Ma la strage così com’è, non serve a nulla, è ferocia per la ferocia, urlo di Satana, ebbrezza del maligno, avvertimento della Bestia all'umanità. Come gli uragani che seminano distruzione portano il nome innocuo e vago di ragazze, chiameremo Melissa questo nuovo, insensato ciclone della crudeltà. Melissa, dal nome della sua inerme vittima, buttata fuori dalla vita mentre si affacciava appena, uscendo dal bozzolo della sua infanzia.

di Marcello Veneziani – il giornale

20/05/2012

Se la nostra eredità in Rete non finisce nelle mani giuste

Se la nostra eredità in Rete non finisce nelle mani giuste

 

Dalle password ai blog, il problema di chi li dovrà gestire


NEW YORK — Manoscritti, scatole di foto ingiallite, i riferimenti dei conti bancari, magari la chiave di una cassetta di sicurezza. Quando una persona cara scompariva, fino a ieri era questo che i parenti cercavano per ricostruirne la memoria, serbarne il patrimonio. Intellettuale e materiale. Non più: nell'era digitale tutto cambia. E diventa caotico. Molti di noi gestiscono i loro rapporti bancari e gli investimenti «online», hanno uno o più «blog», sono utenti di Facebook e, magari, di altre reti sociali. Hanno l'«account» di Twitter e gli album delle foto parcheggiati in qualche «nuvola» o su Flickr.


Una vita vorticosa, spesa sfruttando le enormi possibilità offerte da Internet. Finendo, a volte, prigionieri delle proprie stesse password. Ma cosa succede quando la nostra vita terrena finisce? Ricostruire la nostra esistenza digitale per chi rimane è un incubo. Angosce sulle quali in America è stata già costruita un'industria fatta di libri (come «Your Digital Afterlife» di John Romano) concepiti come una guida per chi deve ricostruire su Internet pezzi di vita di un caro scomparso e di siti — da LegacyLocker a Entrustet a DataInherit — che offrono a chi se ne serve, strumenti di ricerca o, addirittura, «casseforti digitali» nelle quali conservare ciò che ognuno vuole trasmettere ad amici e discendenti. In alcuni casi questi ultimi possono, poi, offrire i loro contributi per ricostruire e celebrare la memoria dello scomparso.
Ma gli utenti di questi servizi (peraltro a pagamento: una cassaforte digitale costa 30 dollari l'anno) sono una minoranza a fronte di un problema immane. In un anno nei soli Stati Uniti muoiono circa mezzo milioni di utenti Facebook. Conti che spesso restano attivi e materiale (post, dialoghi, foto, storie) che va perduto anche perché in genere i parenti non sanno cosa e dove cercare, mentre le procedure per avere accesso al profilo di una persona scomparsa differiscono da sito a sito.


Un problema talmente complesso e, in prospettiva, rilevante da indurre lo stesso governo americano a scendere in campo con un post sul blog di USA.gov, il sito attraverso il quale l'Amministrazione Obama dialoga coi cittadini. Il governo, in sostanza, invita gli americani attivi sul web ad affiancare al testamento tradizionale una dichiarazione delle proprie volontà riferita esclusivamente alla propria vita elettronica, affidata a un «esecutore digitale» di propria fiducia al quale andranno consegnati, tra l'altro, tutti i propri «username», le «password» e l'elenco dei siti nei quali si lascia un'impronta, dei blog, dei profili sulle reti sociali. Con l'avvertenza di controllare le politiche di «privacy» dei siti web sui quali si è presenti e di fare in modo che, quando verrà il momento, a questo esecutore venga consegnata una copia del certificato di morte, senza il quale nessuno è autorizzato a chiudere un «account» o a far entrare un estraneo nel profilo dell'utente.
Consigli saggi ma difficili da attuare, ha commentato subito il pubblico. Anche perché la nostra vita digitale non è statica. Cambiano gli interessi, le tecnologie, le password. «L'americano medio ha 25 conti protetti da parole-chiave, otto dei quali vengono usati ogni giorno» dice la giurista della George Washington University, Naomi Kahn. In Inghilterra un testamento su dieci contiene tutte le «password» sensibili di chi lascia le sue volontà. «Ma anche su questo bisogna stare attenti — aggiunge la Kahn — perché una volta scomparsi il testamento diventa un atto pubblico. Le chiavi d'accesso vanno protette in altro modo».


Conservare la memoria di una persona cara, poi, sta diventando sempre più spesso anche una questione di tecnologia: le foto di molti di noi sono disperse tra schede delle fotocamere digitali, telefonini, iPad. Magari sono archiviate in un PC il cui «hard disk» si rompe all'improvviso. Vale per i comuni mortali come per chi lascia un grande patrimonio economico o intellettuale. Poco prima di morire, lo scrittore John Updike ha affidato 50 vecchi «floppy disk» pieni di scritti inediti alla Houghton Library di Harvard che, però, non trovando gli strumenti per leggere supporti magnetici ormai in disuso da decenni, si è limitata a tramandarli ai posteri, conservando i dischi in un ambiente controllato.
Quanto a Steve Jobs, scomparso nell'autunno scorso, è opinione diffusa che il fondatore della Apple, pur avendo sfornato per decenni straordinari strumenti elettronici, non si sia mai affidato più di tanto ai supporti digitali. Il creatore dell'iPod amava ascoltare la musica dei dischi di vinile, si teneva alla larga da Facebook e dalle altre reti sociali e, prima di scomparire, ha sistemato con cura il suo patrimonio familiare e i programmi futuri della Apple. Lasciando tutto scritto, nero su bianco. Fonte: Massimo Gaggi - Corriere della Sera |

09/05/2012

IL BARBARO CHE VERRÀ

IL BARBARO CHE VERRÀ

 

Il 3 maggio a Bologna comincia un ciclo sul rapporto civiltà/barbarie. Anticipiamo l'intervento di Cacciari. 

 

LA COMUNICAZIONE INFINITA, IN CUI TUTTO PERDE VALORE     Siamo ormai forse irrimediabilment

e assuefatti a intendere "barbaro" come espressione massima dell'inimicus - dell'hostis cui sarà sempre, per principio, impossibile attribuire il carattere dell'hospes. Barbaro non è solo il nostro nemico, ma il nemico del genere umano. Rude, feroce come una fiera intrattabile, impossibile da "addomesticare" - con lui l'unica pace consiste nel distruggerlo. Di conseguenza, per "salvarci" dai suoi appetiti, e conseguire il fine della sua necessaria eliminazione, ogni mezzo risulterà lecito. Il rapporto col barbaro è quello amico-nemico allo stato puro, in qualche modo addirittura pre-politico. La storia consente di vedere con meravigliosa regolarità quanto il ricorso a questo schema possa diventare un'arma di straordinaria efficacia nel condurre la guerra contro il proprio nemico, nel giustificarla in termini assoluti, oltre ogni calcolo costi-benefici, nel non riconoscere all'avversario alcuna dignità.

 

 

Non occorre, tuttavia, grande scienza per sapere che questa idea del barbaro nonè affatto originaria. Il termine, non omerico, si applica eminentemente alla lingua. L'equivalente sanscrito di barbaros significa semplicemente balbus, balbulus, designa, cioè, una persona che parla come fosse balbuziente. Non che sia impossibile intenderlo, ma la sua lingua ci suona simile alla pronuncia di chi sia affetto da balbuzie. Se invece si congettura che il termine provenga dall'area sumericoaccadica, anche in questo caso non si riscontra alcun riferimento ad idee di inumana ferocia: bar - non indica che lo straniero o il confinante, e perciò, di nuovo, colui che semplicemente parla una lingua diversa dalla nostra.

La separazione mortale col barbaro inizia ad affacciarsi solo in seguito alle guerre persiane. Ma basta gettare un'occhiata sui Persiani eschilei per comprendere come questa separazione sia vissuta in chiave culturale e politica, non certo nel senso di una lotta tra civiltà e inciviltà, tanto meno tra umano e bestiale. Che cosa contraddistingue la grande, nobile potenza del "barbaro" impero dei Medi? Quale è il suo dèmone? E' il senso dell' illimite: illimitate terre, sconfinate distese come quelle del mare aperto, illimitati eserciti, illimitato potere del loro Re. Nulla di articolato. Non un'armonia che è composta di distinti, e anche contraddittori, elementi, ma unità in-forme. Non un logos, che raccoglie in sé diverse voci, e in cui ogni parola assume il proprio senso grazie alla sua connessione alle altre, ma un Comando che mette a tacere ogni colloquio, ogni dialettica.

 

Non per nobiltà di sangue, non per coraggio, non per grandezza di opere e gesta, Europa si oppone a Asia, ma per questo: per la potenza con cui determina ogni astratta unità, per la misura che sa conferire ad ogni elemento, per la esattezza con cui il suo linguaggio si rapporta alla cosa. Anche il Greco conosce l'illimite - ma è l'illimite da cui provengono i cosmi, gli ordini, le forme e la bellezza, alla fine, che possiamo ammirare e dobbiamo conoscere.

Barbaro è "far grumo", unificare senza saper distinguere, o distinguere confusamente senza saper vedere il "comune" che rende possibile la stessa differenza. Barbara è una moltitudine che non sappia farsi polis. Barbara l'idea di un divenire infinito, illimite dove tutto si eguaglia nell'essere semprenuovo, o nell'esser sempre-altro, in cui F sia, cioè, impossibile scorgere un ordine, un senso, una legge. Barbara una lingua che non sia in se stessa colloquio, che non consenta ad ognuno di cercare in essa un proprio idioma, di ricavare dal grembo dei suoi possibili, e restando in tale matrice, la propria espressione, la propria parola. Vorrei dire: barbara una lingua che non custodisca in sé l'energia poetica che si cela in ognuno.

 

La barbarie così intesa cessa, allora, di apparire come l'astrattamente altro della "civiltà". Barbarie è un possibile sempre "aperto" del nostro essere civile. O, ben più drammaticamente, come Vico insegna, non vi è né origine, né termine della civiltà che non siano barbarie. Trarre dalle miniere indistinte della fantasia, delle superstizioni, delle rappresentazioni, delle passioni - più abissalmente ancora: dalla lingua muta dei segni e dei gesti del corpo, dall' infanzia del corpo - l' arma del logos, è fatica immensa, labor immane compiuto nella sua storia dall'animale uomo. Ma il termine di questa fatica non è affatto assicurato una volta per sempre. Anzi, all'opposto, proprio la scienza è costretta, per Vico, a riconoscere il necessario ricorso della barbarie. Che non significa ritorno dell'uguale, ripetizione dello stesso. La barbarie in cui tramonta, e proprio al culmine della sua raffinatezza intellettuale, il mondo greco-romano (il fiore non è compiuto fino a quando non appassisce, ci ricorda la saggezza orientale), quella nordico-germanica, attraverso cui si universalizza l'Annuncio cristiano, ha significato e destino completamente diversi rispetto a quella da cui si era distaccato l'arcipelago delle poleis, di cui l'ultima, e la più potente, fu Roma. Così quella "barbarie della riflessione" che Vico vedeva avanzare in seno alle civilissime monarchie, dove "l'Europa cristiana sfolgora di tanta umanità", non ha certo il carattere di quella alto-medievale, del suo "tormento infinito", della sua "tremenda passione", quando il barbaro stesso poteva raffigurarsi come il Crocefisso (Hegel).

 

L'infinito, l'informe della barbarie avvenire non saranno più né quelli di tale tormento, né quelli dell'impero superbo di un Gran Re su terre e mari. La barbarie futura sarà forse piuttosto la confusione che nasce dal crollo dell'idea stessa di impero, dal disincanto su ogni possibile "res publica mondiale", e dalla complementare, universale sottomissione alle "leggi" del mercato e dello scambio, coronate in leggi di natura. Sarà l'assenza di forma derivante dall'equivalenza universale di ogni ente in quanto merce. Sarà la barbarie della pretesa di comunicare illimitatamente, l'apoteosi dell'idea che sia comunicare il rumore del parlarsi-informarsi all'interno di uno spazio che, per propria natura, conferisce eguale "valore" a ogni parola. Se comunicare ha il limite della forma del colloquio - dove ciascuno nella lingua comune cerca di scavare il proprio idioma - , nella barbarie avvenire, invece, il "semplice" di una sola Lingua dirà la "verità" di tutti. Ed è destino che debba essere, allora, accademicamente-scientificamente riconosciuto soltanto chi interpreti Dante "balbettando" in americano. Fonte: MASSIMO CACCIARI - la Repubblica