23/09/2012
Lesula, scimmia dal volto umano nuova specie scoperta in Congo
Lesula, scimmia dal volto umano nuova specie scoperta in Congo
Dopo 28 anni arriva un nuovo primate africano. Vive in una regione remota del paese e, anche se appena conosciuta dalla scienza, può rischiare l'estinzione. Gli scienziati: "Potrebbero seguire altre scoperte"
ERA NASCOSTA nel cuore del Congo, tra la fitta vegetazione della foresta pluviale africana. Dopo cinque anni di ricerche, raccolta di informazioni, osservazione e fotografie, John e Terese Hart l'hanno presentata al mondo. Lesula o Cercopithecus lomamiensis, è il nome del primate scoperto dai ricercatori della Fondazione Lukuru del Congo e del Museo Peabody degli Stati Uniti, insieme ai colleghi di diverse istituzioni di entrambi i paesi. Con arti lunghi e il corpo sottile, il Lesula si muove principalmente tra la bassa vegetazione della giungla e i rami degli alberi più accessibili dal terreno. Colpisce l'espressione - quasi umana - del suo volto. Risale a 28 anni fa l'ultima scoperta di una nuova specie di scimmia africana.
LE IMMAGINI 1http://www.repubblica.it/ambiente/2012/09/13/foto/scoperta_la_scimmia_dal_volto_umano-42465666/1/
Gli scienziati hanno osservato un totale di 48 esemplari, che vivono in un'area di circa 17 mila chilometri quadrati di giungla nel bacino del fiume Lomami. Il team era entratoin contatto con lascimmia per la prima volta nella città diOpala, nel 2007, dove un esemplare femmina era tenuto in cattività dal preside di una scuolaelementare.
"Questa scoperta potrebbe essere solo la prima in quest'enome foresta tropicale poco conosciuta", ha detto l'antropologo Andrew Burrell della New York University che ha partecipato allo studio. Il Lesula assomiglia alla scimmia faccia di gufo (Cercopithecus hamlyni), ma hanno caratteristiche diverse, in particolare nel colore del pelo, che va dal rosa al grigio marrone. Ma dopo una serie di analisi del Dna è stato dimostrano inequivocabilmente che è una nuova specie e differisce dal suo parente più vicino.
Sono animali elusivi e tranquilli. "IllomamiensisCercopithecusè timidoed è statoil primateosservato meno di frequentetratutte le campagnedi riconoscimento", spiegano gli scienziati. Di solito vivono in piccoli gruppi familiari costituiti da un maschio, una femmina e un cucciolo. Mangiano foglie, frutti e germogli di fiori.
Nonostante la scoperta scientifica sia avvenuta in ritardo, il rischio di estinzione per il Lesula è sempre in agguato. Per quanto la remota regione centrale della Repubblica del Congo, dove vive il Lesula, non soffra dell'espansione degli insediamenti umani o minerari, è preda della caccia delle popolazioni locali per via della sua carne. Hart e i suoi collaboratori propongono pertanto di adottare misure di protezione, per regolare la caccia e istituire un Parco Nazionale del Lomami.
http://www.repubblica.it/scienze/2012/09/13/news/congo_scoperta_nuova_scimmia-42465853/
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16/09/2012
La prossima rivoluzione sarà «nano»
La prossima rivoluzione sarà «nano»
Dal 16 al 18 settembre la conferenza «The Future of Science» a Venezia
Umberto Veronesi: «Le nanotecnologie apriranno la strada alla società del futuro»
La prossima rivoluzione sarà «nanometrica». «L’infinitamente piccolo, che ha come unità di misura il nanometro, cioè l’equivalente di un milionesimo di millimetro, innesterà per la prima volta una vera e propria rivoluzione dopo quella industriale e ci catapulterà in una nanosocietà in cui ciò che era impensabile fino a ieri diventerà possibile». Lo spiega Umberto Veronesi, presidente dell'omonima Fondazione, organizzatrice del convegno The future of Science, il summit che dal 16 al 18 settembre richiamerà da tutto il mondo a Venezia, presso la Fondazione Giorgio Cini nell’isola di San Giorgio, scienziati di ogni disciplina per parlare quest’anno di nanotecnologie.
SISTEMI INTELLIGENTI - Come cambierà il nostro modo di vivere? Potremmo contare su nanorobot sempre più intelligenti che ci aiuteranno a svolgere piccole e grandi faccende quotidiane. «Il simpatico ICub, il robot tradizionale dalle sembianze umane, frutto di un progetto iniziato otto anni fa e ancora in corso, ha attualmente un’intelligenza paragonabile a un bambino di meno di un anno. Ma lo si vuole far crescere d’età puntando sulla consapevolezza che le nostre capacità anche cognitive passano attraverso i materiali di cui è fatto il nostro corpo», spiega Giulio Sandini, direttore di ricerca all’Istituto italiano di tecnologia (Iit) che partecipa al convegno. Già si sta lavorando per dotarlo di attuatori, cioè di piccoli motori dell’ordine di pochi millimetri fatti di nanotubi di carbonio, che messi in serie potranno dar luogo a muscoli artificiali con caratteristiche elastiche. Un nuovo filone di ricerca si occuperà inoltre di costruire sensori su materiali flessibili, e non su silicio, da mettere intorno alle dita del robot come se fosse pelle.
L'INFORMATICA AVANZA - Potremmo forse imitare il cervello umano: è questo l’obiettivo oggi più allettante a cui le nanotecnologie sembrano dare man forte. Grazie a esse si possono già realizzare transistor sempre più piccoli, assemblarne 200 milioni in un circuito integrato, fargli occupare uno spazio grande poco più di un cellulare e sfornare un grandissimo numero di risultati. È la tecnologia d’integrazione su larga scala che permetterà di mettere a punto supercomputer capaci di fare supercalcoli e di gareggiare con la nostra mente. «Oggi si punta ai computer exascale in grado di elaborare un miliardo di operazioni in un miliardesimo di secondo e di eseguire straordinarie simulazioni, come per esempio quelle riguardanti il comportamento di un virus sfruttabili per avere antivirali più potenti, quelle inerenti la struttura di un ponte per avere costruzioni più solide o quelle di una reazione nucleare per evitare pericolosi test», dice John Kelly, vice presidente e direttore della ricerca di Ibm.
SVOLTA IN MEDICINA - In un prossimo futuro potremmo far uso di farmaci sempre più dritti al bersaglio, di geni curativi iniettati con nanoaghi e di nanosonde miniaturizzate capaci di scattare immagini alle parti più recondite del nostro corpo. Ogni cellula avrà il suo proiettile che l’uccide grazie a medicinali intelligenti trasportati sul posto da nanoparticelle con funzione di vettori. «Le nanotecnologie unite alla vorticità delle onde elettromagnetiche, cioè alla proprietà che permette alla luce non solo di oscillare ma anche di attorcigliarsi su se stessa consentendo di trasmettere e ricevere molte informazioni, miglioreranno i nostri cellulari che potranno avere frequenze cento volte superiori alle attuali, ma anche la diagnosi: faranno rilevare una singola molecola malata tra milioni di cellule sane», afferma Fabrizio Tamburini, astrofisico e nanotecnologo, scopritore della vorticità delle onde elettromagnetiche, tra gli scienziati che intervengono al convegno.
Manuela Campanelli
http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/12_settembre_15/future-of-science-venezia-convegno-umberto-veronesi_fdfc5452-fe81-11e1-82d3-7cd1971272b9.shtml
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09/09/2012
Quando denigrare l’avversario è il grado zero della democrazia
Quando denigrare l’avversario è il grado zero della democrazia
INSULTI POLITICI. L’Iliade, l’archetipo della letteratura occidentale è appena cominciata (con la parola “ira”, per altro), e già due eroi, Achille e Agamennone, litigano. Per una donna (la schiava Briseide), certamente; ma è un litigio politico: i due sono entrambi re, capi di uomini; in quella disputa non è in gioco soltanto l’Ego debordante e fanciullesco di due protagonisti dell’infanzia del mondo; ne va del loro ruolo pubblico, della loro capacità di sopportare la vergogna, il giudizio altrui, e non solo della loro dignità privata. O meglio, le due dimensioni sono inscindibili. E infatti per delegittimarsi politicamente (come capi) i due si insultano personalmente (come uomini): «avvinazzato, tu hai lo sguardo del cane e il cuore di un cervo», dice Achille (il cane è l’emblema dell’impudenza, della mancanza di vergogna; e il cervo della viltà); e l’altro gli ha appena detto «sei odioso, devi imparare che sono molto più forte di te». L’insulto in questa sua forma politica essenziale è un’aggressione – questo è il significato di “insultare”: “saltare addosso” – che consiste nella diminuzione del prestigio, della gloria, dell’avversario; per colpirlo al cuore, nell’immagine di sé, prima che nel corpo; per comunicare disprezzo e quindi incutere timore. È parola violenta che prepara la violenza fisica.
L’insulto tipico è quello che riduce il nemico a meno che uomo, mettendone in dubbio la virilità, o meglio ancora paragonandolo a un animale, possibilmente immondo: “cane”, appunto; ma anche “porco”; oppure, più signorilmente, “pidocchio” – così si espresse Togliatti nel 1951, paragonando i due comunisti reggiani dissidenti, Cucchi e Magnani, ai pidocchi che possono annidarsi «anche nella criniera di un nobile cavallo» (il Pci; il cavallo non si presta all’insulto, sostituito dal più inespressivo, “asino”; mentre è sempre andato forte il “verme”). In ambito teologico – che in realtà è spesso anche politico –, «becchi privi di ragione» definisce Lutero i polemisti cattolici, mentre la corte papale è per lui “Babilonia”, la «grande meretrice» dell’Apocalisse, seduta sulla «bestia dalle sette teste e dalle dieci corna».
Si sarebbe potuto pensare che l’avvento delle moderne geometrie del potere – un processo che è avvenuto sotto il segno di un’altra bestia biblica, il Leviatano (il titolo dell’opera di Hobbes) – avrebbero eliminato la necessità di personalizzare la politica, trasformandola in un campo di impersonali funzioni di potere, dove si affrontano idee o interessi, forze storiche e orizzonti ideologici; in un mondo adulto, in cui c’è posto per il rapporto amico/ nemico – che è una cosa seria, anzi mortale –, ma che in linea di principio non prevede l’odio personale, il disprezzo morale per l’avversario. Nella politica moderna dovrebbe esserci posto per la violenza oggettiva, ma non per gli infantilismi, per le parolacce.
Nulla di meno vero. Quanto più ci si inoltra nella modernità, tanto più la polemica politica si fa accesa, e l’insulto si fa feroce: il mondo moderno è segnato non solo dal potere statale ma anche dalle ideologie, che sono sì impersonali ma hanno bisogno del nemico: inteso però non tanto come avversario da battere, ma come nemico dell’umanità, da eliminare. E quindi mentre permangono i riferimenti alle bestie (nella Marsigliese «tigri senza pietà» vengono chiamati i «despoti sanguinari» contro i quali i «figli della Patria» debbono marciare), nella modernità – in cui gioca un ruolo rilevantissimo l’opposizione vecchio/nuovo (e tutto il valore sta nel secondo termine) – abbondano le dichiarazioni di morte presunta, a carico dell’avversario: che cosa c’è di più vecchio, superato, sorpassato, di un morto? Che cosa c’è di più giusto che porre fine alla nonvita di un morto vivente? Non a caso già lo stesso Hobbes definiva la Chiesa di Roma (insieme all’Impero) uno “spettro”, che è in questo mondo ma non dovrebbe esserci (“salma”, come oggi dice Grillo); e sulla stessa linea Togliatti, che da comunista credeva nell’inesorabilità del progresso, usava citare, contro gli avversari politici, due versi dell’Orlando innamorato (nella versione di Berni), in cui si parla di un cavaliere colpito da Orlando, che, non accortosi delle ferite, «andava combattendo, ed era morto». Sull’opposto versante, la violenza verbale di D’Annunzio a Fiume – ricca di non pubblicabili riferimenti scatologici rivolti ai politici di Roma, oltre che di tratti razzistici – anticipa quella di Mussolini contro il Partito Socialista Unitario (spregiativamente definito “pus”) e le ributtanti polemiche antisemitiche del regime, rivolte contro chi non poteva difendersi né ricambiare.
L’insulto è, insomma, una forma di violenza politica, che dice poco di chi è insultato, e molto di chi insulta. Si deve quindi distinguere fra l’insulto asimmetrico di un potere ideologico che prepara la persecuzione, lo sterminio, la guerra a morte, e l’insulto fra pari, un elemento antropologico arcaico che esprime la fisicità
della politica, un rituale espressivo che precede il combattimento, a cui ogni politico di professione è preparato (come ha detto Obama a proposito degli attacchi di Clint Eastwood). C’è anche, lo vediamo sempre più spesso, l’insulto dal basso, contro il potere, che fa parte della strategia comunicativa degli outsider, dei populisti che parlano alla pancia del Paese (prima Bossi, ora Grillo); in bocca ai quali l’insulto è ovvio – meraviglierebbero di più le pacate argomentazioni –.
Ma in generale, in una democrazia – che non è uno stato di guerra, di aperto conflitto, di rivoluzione – non deve esserci spazio per l’insulto, per la violenza verbale, come non c’è per la violenza fisica. Il confronto sulle idee e sulle opinioni, per quanto appassionatamente difese, non può essere sostituito dall’assalto alle persone. Se ciò avviene, siamo davanti a una tipologia dell’insulto ancora diversa: all’insulto irresponsabile – che ignora il rischio che la violenza verbale inneschi quella fisica, che l’intolleranza accenda nuovi roghi –, e all’insulto che è una cattiveria vigliacca (magari smentita, fra i sogghigni, il giorno dopo). Astenersene sarebbe un gesto di sobrietà, di tolleranza, di civismo, di buona educazione; anche se la politica non è sempre un pranzo di gala, una “civil conversazione”, non è per nulla detto che la volgarità e la violenza verbale la rendano intensa e drammatica. Negli insulti di oggi non echeggia la grandezza omerica; semmai, si rivela lo squallido degrado della piccola politica, dei piccoli tempi, dei piccoli uomini, della piccola democrazia.
http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/21-politica-a-istituzioni/36236-quando-denigrare-lavversario-e-il-grado-zero-della-democrazia.html Fonte: CARLO GALLI - la Repubblica | 06 Settembre 2012
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08/09/2012
TUTELIAMO CHI LAVORA PER IL MADE IN ITALY
TUTELIAMO CHI LAVORA PER IL MADE IN ITALY
Cresce in tutta Italia la sensibilità verso il mantenimento del paesaggio rurale contro la perdita di suolo agricolo e la cementificazione. Il Bel Paese sta perdendo la bellezza delle sue campagne, di coltivi secolari e borghi antichi. Più volte ho avuto modo di sottolineare che il mutamento del paesaggio è il frutto di un processo economico che ha impoverito le nostre campagne di quell’umanità contadina che garantiva non solo la bellezza dei luoghi, ma anche l’assetto idrogeologico dei terreni, i saperi e la memoria. Negli ultimi anni molte produzioni agricole sono presidiate e garantite da lavoratori stranieri, cosicché, mentre i media, i gastronomi e i politici esaltano il made in Italy alimentare, gli artefici di questo sistema sono i lavoratori di altre nazioni e continenti.
Nelle mie Langhe la produzione dei vini pregiati è garantita da una comunità di oltre diecimila macedoni con le loro famiglie; nelle stalle per le vacche da latte emiliane si trovano gli indiani Sikh; maghrebini e polacchi nelle malghe valdostane. Insomma, molti dei nostri gioielli gastronomici sono prodotti da cittadini stranieri. Nei casi sopracitati, l’integrazione è garantita da imprenditori agricoli sensibili e rispettosi dei diritti dei lavoratori. Viceversa, quando si tratta di lavori stagionali, il grado di inciviltà di molti datori di lavoro è veramente impressionante. Fenomeni di caporalato nel Sud d’Italia, luoghi di accoglienza indecorosi, norme contrattuali violate e lavoro in nero. Il fenomeno si va estendendo in diverse parti del Paese, con la raccolta di frutta e verdura. Alcune settimane fa, nelle campagne di Alessandria fioccarono denunce da parte di braccianti verso aziende senza scrupoli, che speculavano sul lavoro, nel totale disprezzo delle norme. Da due anni, nella civilissima Saluzzo, nel cuore della provincia di Cuneo, la raccolta della frutta vede convergere centinaia di lavoratori africani che vengono accampati alla bell’e meglio in aree marginali della città. I comuni del territorio e la Caritas hanno messo in atto un po’ di ospitalità.
Ma questa è stata insufficiente a garantire una sistemazione decorosa ai migranti. Questo encomiabile sussidio non può essere la regola dell’accoglienza, è compito primario dei datori di lavoro garantire un tetto a questi lavoratori, rispettare i contratti e le obbligazioni di legge. Vedere questi giovani dormire per terra su cartoni, senza riparo, costretti a cucinare all’aperto, senza luce e servizi igienici, senza assistenza medica (se si escludono alcuni medici volontari) è uno spettacolo indegno per un Paese civile. Il colpo d’occhio di questa specie di accampamento ricorda il grande film tratto dal libro di Steinbeck, Furore, dove masse di profughi senza lavoro cercano nella grande campagna californiana il Paese che avevano sognato. Troveranno solo miseria e guerra tra poveri. Vorrei ricordare ai conterranei quel testo del cantautore cuneese Gian Maria Testa che per primo ha espresso solidarietà a questi lavoratori: «Eppure lo sapevamo anche noi? l’odore delle stive,? l’amaro del partire. […]? e la nebbia di fiato alle vetrine? il tiepido del pane? e l’onta di un rifiuto». Lo sapevamo anche noi, ma la memoria del nostro popolo è debole e occorre reagire con fermezza per ravvivarla. Spero che i sindacati assumano la tutela degli emigranti con più determinazione.
Oggi i personaggi del Quarto stato di Pellizza da Volpedo avrebbero la pelle nera come questi contadini. Chiedo alle organizzazioni agricole, specialmente se hanno tra gli associati questi produttori di mele e kiwi, di non fare come gli struzzi e mettere la testa sotto la sabbia. Provvedano a porre in essere tutte le condizioni per assicurare il rispetto e la dignità di queste persone. Ricostruiscano un tessuto sociale con la sussidiarietà della società civile ma con la responsabilità primaria e gli oneri a carico dei proprietari dei frutteti, nessuno escluso. Solo così si estirperanno i pregiudizi che stanno alla base di comportamenti antidemocratici che impediscono una corretta integrazione. Solo così si sanerà una ferita che non fa onore alla grande tradizione contadina di questo angolo di Piemonte.
Fonte: CARLO PETRINI - la Repubblica
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07/09/2012
Le lezioni d'amore che possono cambiare la vita
Le lezioni d'amore che possono cambiare la vita
I genitori dovrebbero insegnare cosa sono l'amicizia e la passione
Siamo sempre dolorosamente colpiti quando un ragazzo giovane si uccide per amore, o quando un uomo rifiutato perseguita la donna che ha cessato di amarlo e l’uccide. Ma io sono molto colpito anche dalle lettere in cui le donne mi parlano del loro grande amore che, col matrimonio, non si capisce come, è diventato abitudine, monotonia, o di uomini che non sanno amare, o delle lotte feroci dei divorzi e mi domando perché la nostra società non ha studiato l’amore e non insegna nulla su di esso. I genitori non insegnano ai loro figli cosa è l’amicizia,cosa è l’innamoramento,cosa accade in una relazione amorosa, per cui questi arrivano all’adolescenza senza alcun orientamento. E non basta l’educazione sessuale, che riguarda l’aspetto fisico.
Sul mondo delle emozioni non c’è una riflessione fra gli adulti e non c’è dialogo coi figli, non c’è approfondimento e non c’è chiarezza anche su cose elementari.Per esempio che l’amicizia è sicurezza e l’amore rischio, che l’amicizia è reciprocità mentre l’amore domanda sempre «mi ami?».
I genitori spesso non dicono neppure ai figli che loro sono stati uniti dall’innamoramento, un amore appassionato che però può finire e talvolta diventa un amore diverso, un volersi bene coniugale. E non chiariscono invece che il loro amore per i figli è un amore incondizionato, che non finisce mai ed è un prendersi cura. Non sanno o non spiegano che il puro desiderio sessuale non è amore, ma una avidità, come la golosità per i dolci; e che quando però si rivolge a qualcuno che ti piace diventa amore erotico. Ma ci sono tante forme di amore erotico: l’attrazione improvvisa prima per l’uno e poi per l’altro, cioè la cotta che dura poco. Poi ci sono le infatuazioni, fra cui quella erotica, quella divistica e quella competitiva,tutte intensissime per cui assomigliano molto all’innamoramento ma poi scompaiono improvvisamente. Il vero innamoramento invece produce una maturazione della personalità, una vera rivoluzione, e si radica nella mente e nel cuore; guai perciò se non è reciproco!
Se a casa e a scuola si studiassero e si parlasse seriamente di queste cose forse eviteremmo molti disordini emozionali dell’adolescenza, che poi influenzano negativamente il corso della vita.
http://www.ilgiornale.it/news/cultura/lezioni-damore-che-possono-cambiare-vita-832627.htm
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In Anatolia l'origine delle lingue indoeuropee?
In Anatolia l'origine delle lingue indoeuropee?
Un nuovo studio ha analizzato la variabilità delle parole imparentate in 109 lingue indoeuropee antiche e moderne utilizzando un modello al computer originariamente sviluppato per ricostruire l’origine e l’evoluzione dei virus. Le conclusioni confermerebbero l’ipotesi che la più diffusa famiglia di lingue del mondo ebbe origine nel periodo Neolitico in Anatolia (red)
Circa 400 lingue parlate da tre miliardi di persone in ogni continente abitato: la famiglia delle lingue indoeuropee è certamente quella che ha avuto il maggiore successo. Ancora dibattuta è tuttavia la questione della sua origine: l’ultimo studio in ordine di tempo, ora pubblicato sulla rivista “Science” a firma di Quentin D. Atkinson dell’Università di Oxford, e colleghi di un’ampia collaborazione internazionale, porta a concludere che i primi parlanti indoeuropei abitavano l’Anatolia (corrispondente all'incirca all'attuale Turchia asiatica), supportando così una delle due teorie concorrenti sostenute da diversi studiosi.
Fu per primo Charles Darwin nel 1871 nel suo libro “L’origine dell’uomo” a ipotizzare che le lingue potessero essere classificate in diversi gruppi collegati tra loro. Nella visione del padre dell’evoluzionismo, ogni lingua sarebbe emersa una sola volta in un unico luogo per poi evolversi per successive modificazioni fino ad assumere la forma attuale, peraltro ancora in divenire. In questo si poteva rintracciare un sorprendente parallelismo con i meccanismi evolutivi delle specie biologiche.
L'Anatolia corrisponde all'Asia minore di Greci e Romani o, in termini moderni, alla Turchia asiatica (Cortesia NASA)Negli studi di linguistica si cerca d’individuare l’origine di una data lingua tracciandone anche la diffusione geografica analizzando le variazioni nel vocabolario, nelle pronunce e nella grammatica confrontandoli poi con i dati disponibili sulle antiche migrazioni delle popolazioni dei parlanti.
È così che, per quanto riguarda le lingue indoeuropee, gli studiosi si sono sostanzialmente divisi tra i sostenitori di due ipotesi: la primaprevede che i primi parlanti fossero agricoltori del Neolitico che emigrarono dall’Anatolia, la seconda li individua in allevatori di cavalli dell’Età del Bronzo che, partendo dalle steppe dell’Eurasia, si diffusero successivamente in Asia e in Europa portando con sé importanti innovazioni tecnologiche come la ruota.
Lo studio ha analizzato la variabilità dei vocaboli imparentati in 109 lingue indoeuropee antiche e moderne: il caso più tipico è quello della parola "madre" (Cortesia QD Atkinson/Università di Oxford)In quest’ultimo studio, Atkinson e colleghi hanno adottato un approccio innovativo, concentrandosi sul vocabolario e in particolare sulle parole dette “imparentate” (cioè dotate di un’origine comune, come madre in italiano, mother in inglese e Mutter in tedesco) in 109 lingue indoeuropee moderne e antiche. All’insieme di dati disponibili è stato applicato un metodo computazionale originariamente sviluppato per rintracciare l’origine di agenti patogeni come il virus dell’influenza.
A differenza di "madre", la parola "acqua" mostra delle varianti (nella mappa, le parole imparentate sono nello stesso colore) che rivelano le relazioni tra le lingue, come nel caso del sottogruppo che include spagnolo, francese e italiano (agua, eau e acqua).(Cortesia QD Atkinson/Università di Oxford)L’idea di base era che i tassi di apparizione e di scomparsa delle parole imparentate fossero assimilabili a quelli dei nucleotidi nell’evoluzione del patrimonio genetico del virus. Questi dati sono poi stati incrociati con altri dati storici relativi a spostamenti di popolazioni o altri eventi sociopolitici significativi, come il crollo dell’Impero Romano. Secondo le conclusioni dello studio, le simulazioni al computer sono compatibili con l’ipotesi dell’Anatolia più che con l’ipotesi delle steppe euroasiatiche.
Ma il risultato è destinato ancora a dividere gli studiosi. Alcuni linguisti hanno già sottolineato che non può essere considerato conclusivo, soprattutto per la parzialità dei dati utilizzati, relativi al solo vocabolario.
http://www.lescienze.it/news/2012/08/25/news/lingue_indoeuropee_origine_anatolia_modello_virus-1218908/
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06/09/2012
Il ghiaccio sul Reno e i cicli solari
Il ghiaccio sul Reno e i cicli solari
I cicli di undici anni nell’attività del Sole hanno un’influenza sul clima terrerestre, ma finora sono mancati i dati storici che potessero confermare nel dettaglio questo legame. Un nuovo studio ha ora trovato una correlazione statistica tra i minimi di attività solare e 14 inverni particolarmente rigidi verificatisi nell’Europa centrale tra il 1780 e il 1963, durante i quali il fiume Reno si è ghiacciato, bloccando la navigazione
(red)
In che modo il ciclo di attività di undici anni del Sole influenza il clima sulla Terra? La questione è di estrema importanza per poter valutare le condizioni climatiche attuali del nostro pianeta e prevedere quelle future, in particolare per stimare il contributo delle attività umane al fenomeno del riscaldamento globale. Un interessante studio, pubblicato sulle “Geophysical Research Letters”, ha ora correlato la bassa attività solare al verificarsi di inverni particolarmente rigidi nell’Europa del centrale e settentrionale.
Macchie solari riprese dall'Osservatorio di La Palma, nelle Isole Canarie. Le macchie sono zone di intensa attività magnetica e sono praticamene assenti in corrispondenza dei minimi di attività del Sole (© Jay Pasachoff/Science Faction/Corbis)Il meccanismo plausibile di questo collegamento è che con il minimo di attività il Sole emette meno radiazione ultravioletta, riscaldando meno l’atmosfera terrestre e innescando una cambiamento negli schemi di circolazione nei due livelli inferiori dell’atmosfera, la troposfera e la stratosfera, che si manifesta con fenomeni climatici quali l’Oscillazione Nord-Atlantica, che a sua volta influenza i venti e il meteo nelle regini più a Nord dell’Europa.
Finora lo studio dell’influenza dei cicli del Sole, determinati dalla variabilità dell’intensità del suo campo magnetico, è stato limitato dalla mancanza di registrazioni storiche della temperatura estese, accurate e abbastanza indietro nel tempo da fornire una statistica sul lungo periodo.
È così che Frank Sirocko, professore di sedimentologia e paleoclimatologia dell’Istituto di Geoscienze della Johannes Gutenberg University di Mainz, in Germania, ha pensato di utilizzare una fonte storica un po’ particolare: i registri delle attività commerciali di alcuni porti lungo il fiume Reno. Quest’ultimo è infatti navigabile per gran parte dell’anno e lungo di esso si svolgono da secoli intensi traffici commerciali, bloccati però nei mesi più freddi dal ghiaccio che ne ricopre le acque.
Febbraio 2012: rompighiaccio sul Reno a Karlsruhe, Germania. Il Reno gela solo negli inverni più rigidi, un evento che è risultato correlato ai minimi di attivtà solare (© Uli Deck/dpa/Corbis)“Il maggiore vantaggio di studiare il Reno è che si tratta di misurazioni estremamente semplici”, ha spiegato Sirocko. “Quelli sul ghiaccio, infatti, sono dati binari: il ghiaccio c’era o non c’era”.
Sirocko e colleghi hanno scoperto che tra il 1780 e il 1963, il Reno è ghiacciato 14 volte in diversi punti: queste occasioni possono essere collegate con buona approssimazione ad altrettanti inverni particolarmente freddi nella regione, che sono poi risultati anche quelli in cui l’attività solare ha toccato i minimi. I ricercatori sottolineano inoltre che secondo i calcoli statistici, la probabilità che si tratti di un caso è inferiore all’1 per cento.
“Per la prima volta, sono disponibili prove solide del fatto che gli inverni rigidi succedutisi durante gli ultimi 230 anni nell’Europa Centrale hanno avuto una causa comune”, ha aggiunto Sirocko.
Le variazioni nella circolazione atmosferica, sottolineano gli autori, determinano un raffreddamento solo in alcune zone dell'Europa centrale, bilanciato da un riscaldamento di altre regioni, per esempio dell'Islanda. Un esempio recente di questo meccanismo è dato dagli inverni del 2010 e 2011 eccezionalmente freddi in Europa, preceduti, da mesi di novembre più caldi della media, e che non a caso sono stati utilizzati da alcuni come argomentazioni per cercare di confutare l'idea del riscaldamento globale.
Ma il clima è un sistema complesso, che viene influenzato da cinque o sei fattori, due dei quali sono sicuramente l'effetto serra e l'attività solare, ha concluso Sirocko. Ques che conta è osservare il fenomeno sul lungo periodo: se è pur vero che l'Europa centrale sperimenta inverni freddi ogni 11 anni circa, il fiume Reno non si è più ghiacciato in modo significativo dal 1963 in poi. E ciò può essere considerato un indizio dell'effetto del riscaldamento globale.
http://www.lescienze.it/news/2012/08/27/news/reno_ghiacciato_cicli_solari_11_anni-1220672/
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Nubi artificiali e alghe antiCO2 la sfida degli scienziati-stregoni
Nubi artificiali e alghe antiCO2 la sfida degli scienziati-stregoni
La grandi potenze non riescono a ridurre i gas serra. E allora si pensa a un controverso “piano B”: intervenire con la tecnologia Dallo stoccaggio dell’inquinamento nel sottosuolo agli alberi costruiti in laboratorio, ecco gli esperimenti più avveniristici Lo chiamano il “piano B” per salvare il pianeta dal riscaldamento. Se ridurre le emissioni di gas serra è un obiettivo che nessun Paese riesce a centrare, si cercano allora strade alternative per riparare il termostato rotto del pianeta. L’estate degli eccessi - dalla siccità agli uragani - ha reso la necessità più impellente.
Grandi finanziatori come Bill Gates e Sir Richard Branson hanno già staccato i primi assegni mentre scienza e tecnologia cercano di dispiegare le loro armi per rinfrescare la Terra con metodi avveniristici: ricoprendo i mari di nuvole artificiali per riflettere i raggi del sole, fecondando gli oceani per far proliferare le alghe, catturando la CO2 dalle centrali a carbone per poi sospingerla nel sottosuolo, realizzando “alberi artificiali” che risucchino i gas nocivi dall’aria o perfino - nel più ambizioso e lontano nel tempo fra i progetti suggeriti - piazzando in orbita specchi che respingano il calore solare. A maggio un progetto finanziato dal governo inglese per riempire il cielo di particelle di solfati era stato fermato mentre era ai nastri di partenza per un pretesto relativo ai brevetti.
A suggerire l’idea era stata l’eruzione del vulcano Pinatubo, che nel 1991 riversò 20 milioni di tonnellate di solfati a 20 chilometri d’altezza. Lo strato di ceneri schermò per tre anni la terra dalle radiazioni solari, riuscendo ad abbassare la temperatura. La versione inglese, che prevedeva l’uso di una mongolfiera al posto del vulcano, verrà riproposta la prossima primavera. A luglio invece un esperimento di “fecondazione” del mare è stato portato a termine con successo dai tedeschi dell’Istituto Wegener. In un tratto di oceano di 60 chilometri vicino all’Antartide, una nave ha versato ferro per nutrire le alghe in superficie. Questi organismi hanno cominciato a proliferare, consumando CO2 a ritmi battenti attraverso la fotosintesi clorofilliana. Alla fine del loro ciclo vitale, sono precipitati sul fondo del mare a 4 chilometri di profondità portando con sé il carico di anidride carbonica. I primi prototipi di alberi artificiali (non lontani all’apparenza dai pannelli solari) sono già stati costruiti: usano particolari sostanze chimiche per filtrare la CO2 dall’aria. Alcune centrali a carbone, infine, che catturano l’anidride carbonica prodotta nella combustione e la rendono liquida per poi stoccarla sottoterra sono già attivi in Europa del nord. Ma i costi di questa tecnologia ribattezzata del “carbone bianco” sono ancora troppo alti per consentirne la diffusione.
Contro la scelta di investire su un futuristico “piano B” anziché impegnarsi nel più logico “piano A” ridurre le emissioni di gas serra - sono schierati tutti i movimenti ambientalisti. Che fanno notare come riflettere i raggi solari attraverso nuvole artificiali o specchi spaziali potrà forse un giorno alleviare i sintomi della febbre del pianeta. Ma non ne rimuove le cause, né risolve problemi associati a un eccesso di CO2 come l’acidificazione degli oceani. Sul fronte delle emissioni di gas serra, d’altra parte, le notizie restano orientate al pessimismo. Nel 2011 si è registrato un nuovo record, con l’aumento della produzione di anidride carbonica del 3% rispetto all’anno precedente. Il calo dei paesi occidentali provocato dalla crisi economica (meno 2,5% di media) è stato più che bilanciato dal possente aumento di emissioni da parte della Cina (più 9%). Con la fiducia nel “piano A” ridotta al minimo, si sono moltiplicati in questi mesi roventi i piani di fattibilità delle nuvole artificiali, la cui coltre bianca aumenterebbe la riflessione dei raggi solari. Uno studio dettagliato è stato pubblicato una settimana fa su Transactions of the Royal Society, a firma di un gruppo di fisici dell’università di Washington.
Per aumentare la densità delle nubi sugli oceani (in mare l’ombreggiatura creerebbe meno disagi rispetto alla terra) andrebbero prese dieci navi, che procederebbero affiancate a 10 km di distanza. Ogni nave sarebbe munita di una serie di ciminiere capaci di spruzzare minuscole goccioline di acqua salata fino a 250 metri di altezza. Attorno ai grani di sale si condenserebbe il vapore acqueo dell’aria e in poco tempo, secondo lo studio, il tratto di mare percorso dalle navi si coprirebbe di nuvole candide e fresche. Una coltre di nubi normalmente respinge il 50% della luce che lo investe. Dopo questo trattamento la riflettività salirebbe al 60%. Secondo un rapporto pubblicato oggi su Environmental Research Letters,un’iniziativa simile costerebbe circa 5 miliardi di dollari all’anno: una piccola quota rispetto ai 200 spesi attualmente per contrastare le emissioni di CO2. Ma lo stop improvviso del progetto britannico di maggio (che prevedeva l’uso di un pallone aerostatico trainato da una nave con un cavo di 25 chilometri simile a un guinzaglio) è sintomo di quanto enormi siano ancora le difficoltà tecniche da superare. Per frenare il riscaldamento climatico non resta che sperare in un “piano C” ancora più avveniristico: quello capace di convincerci a inquinare di meno.
Fonte: ELENA DUSI - la Repubblica |
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02/09/2012
La forza del passato non è più con noi
La forza del passato non è più con noi
Un rapporto stanco e insofferente verso le celebrazioni storiche. Siamo diventati incapaci di fare buon uso delle nostre rovine.
“Io sono una forza del passato», proclamavano a gran voce i poeti ancora nel secolo scorso. Anniversari e commemorazioni sono da sempre spie del nostro rapporto con le dimensioni del tempo esorbitanti il mero presente. Nell’anniversario dell’Unità d’Italia (articolo pubblicato il 14/01/2011 n.d.t.) , per capire se questa controversa celebrazione abbia un senso, ci si dovrebbe interrogare su quanta e su quale forza quel passato serbi ancora per noi. Su quale sia l’uso che sappiamo fare delle nostre rovine.
Verso la fine del XX secolo, crollato il Muro di Berlino, si diffuse la sensazione di essere entrati in una dimensione del tempo estranea alla Storia, quella Storia con la maiuscola che aveva tragicamente scandito il Novecento. Poi, però, arrivò la sassata dell’Undici Settembre e ci si ricredette riguardo alla presunta «fine della storia». Ci dicemmo, allora, che la profezia era sbagliata, che gli eventi luttuosi della guerra contro il terrorismo avevano rimesso in moto la Storia che si era creduta finita.
Se, oggi, a consuntivo del decennio ’00, torniamo a riflettere sul presunto spartiacque rappresentato dall’attentato al Wtc, dobbiamo concludere che non ha affatto ripristinato l’alleanza moderna tra senso della storia e forza del passato. L’11 settembre del 2001 gli Stati Uniti d’America vennero tragicamente colpiti dalla violenza della storia, e in quel momento furono in molti a sperare che la più grande nazione al mondo potesse risorgere dalle proprie macerie rimettendosi in risonanza con gli echi della propria storia profonda. Purtroppo, a distanza di anni, pare di poter dire che, come testimoniato da una guerra sciagurata la cui supposta violenza redentrice è presto precipitata in una litania d’episodi di morte accidentale e insensata quanto lo sono gli incidenti stradali o le rapine finite male - non a caso retrocessi nelle notizie brevi delle pagine interne -, anche quella violenza è scaduta nel nauseabondo scannatoio della cronaca.
Tutto ciò lo conferma il modo stanco, quasi insofferente, con cui quello che sarebbe dovuto rimanere a lungo un solenne anniversario è stato poi, in realtà, commemorato. Al punto che, sollecitati dal New York Times, già nel settembre del 2007 gli stessi statunitensi rimettevano in discussione l’opportunità di continuare a commemorare la tragedia che li aveva colpiti soltanto sei anni prima. Ma il punto è che nel settembre del 2007 non erano trascorsi 6 anni dall’attentato al World Trade Center dell’11 settembre 2001. Erano trascorsi 2191 giorni. Giorno dopo giorno, dopo giorno, dopo giorno… E così, a ciascuno di noi, prigioniero della violenza della cronaca, privo di un racconto più grande, è imposta la condanna che consiste, come scrisse Camus, nel «dover accettare di vivere giorno per giorno, e solo di fronte al cielo». Per questo non sappiamo più cosa farne delle rovine delle nostre città, antiche o moderne che siano.
Ma cambiamo completamente scenario. Quando il 18 marzo 1848 i milanesi insorsero contro l’occupante austriaco, la storia fece un salto. Quel giorno, i milanesi erano un popolo pressoché disarmato, disuso alla guerra da due generazioni e dominato da una guarnigione di 20 mila uomini del più efficiente esercito del tempo, asserragliato in una fortezza imprendibile. Eppure, soltanto cinque giorni più tardi, la rivolta che sembrava destinata a finire in un massacro di cittadini inermi si trasformò in una gloriosa vittoria di popolo. La vittoria, accadendo, diede inizio al Risorgimento nazionale.
Questo miracolo fu reso possibile da due cose: le barricate e le forze del passato. Milano fu trasformata in un campo trincerato. Nel giro di poche ore la città, per mano dei suoi stessi abitanti, fu demolita e ricostruita, disgregata nella fibra più intima delle sue private abitazioni e riaggregata nelle pubbliche vie nelle più precarie e formidabili opere di edilizia civile che la modernità conosca: le barricate. Non soltanto la cittadinanza di Milano insorse quel 18 marzo 1848, ma la città stessa di Milano, la sua forma urbis, insorse a difesa di se stessa innalzandosi dal suolo dissestato in cima a migliaia di barricate. La città salì sulle barricate e nelle barricate. A un occhio distratto, quella mattina Milano sarebbe potuta apparire come un’immagine del disastro. Guardandola, si sarebbe potuto dire: chi ha costruito tutto questo? Ma anche: chi ha distrutto tutto questo?
Eppure, in quel momento, l’Italia non esisteva nell’esperienza di nessuno di quei patrioti che si sarebbero battuti fianco a fianco sulle barricate. Era solo un presagio del futuro e una forza del passato. Tutte quelle donne e quegli uomini avevano per un istante creduto all’Italia che musicisti, pittori e poeti avevano immaginato per loro come donna amata e, nei secoli trascorsi, violentata dallo straniero. E così, nel miracolo mitopoietico di una politica profondamente erotizzata, quella Patria immaginaria aveva cominciato a esistere davvero. Il Risorgimento come riscatto di una Patria sessualmente offesa, prima di divenire una realtà storica, fu, alla sua origine, un’invenzione letteraria che, infiammando l’immaginazione attraverso narrazioni creatrici, generò le condizioni psicologiche, emotive, spirituali, perché si realizzasse quella Nazione fino ad allora soltanto immaginata.
Quella trascinante forza comunicativa si sprigionò da un ampio ventaglio di forme d’arte popolare che attingevano la propria materia proprio da una mitologica storia d’Italia, in una programmatica e totale infedeltà alle fonti. Gli eroi di un passato leggendario rivivevano nelle pagine dei romanzi generando gli eroi del presente, in una comunità immaginaria di vivi, morti e non ancora nati: gli italiani del futuro Stato nazionale. Vale a dire noi, gli uomini di questo presente di nuovo incapace di fare buon uso delle proprie rovine, di nuovo abbandonato dalla forza del passato e perfino incerto se celebrare la propria storia.
ANTONIO SCURATI
http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/383594/
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25/08/2012
Trucchi e magie, come agiscono sul cervello.
Trucchi e magie, come agiscono sul cervello.
Gli illusionisti, ma anche i borseggiatori, agiscono su aspetti neurofisiologici e psicologici per ingannare i sensi
il caso della «gioconda» di leonardo da vinci.
MILANO - Magie e miracoli una volta che sono apparsi agli occhi del pubblico è difficile farli dimenticare, anche se nel frattempo si è scoperto che era tutto un trucco. Perfino le persone più razionali possono conservare in un’angolo della loro mente l’illusione che quella magia così sbalorditiva alla quale hanno assistito potesse essere vera, e quindi è più facile che dimentichino la razionale spiegazione scientifica di un trucco che una “magia”. Chi non ricorda i famosi cucchiai piegati in televisione dal mentalista israeliano Uri Geller con la sola forza del pensiero? Non tutti però forse sanno o ricordano che James Randi, celebre demistificatore di fenomeni paranormali, ha dimostrato che un bravo prestigiatore ha diversi modi per far credere al pubblico di essere riuscito a piegare un cucchiaio con il pensiero. Il trucco è spiegato nel libro “I trucchi della mente- scienziati e illusionisti a confronto” scritto da Stephen Macknik e Susana Martinez-Conde, del Barrow neurological Institute di Phoenix, in Arizona, in collaborazione con Sandra Blakeslee, giornalista scientifica del New York Times.
VISIONE - Svelato in poche parole il trucco, i cucchiai di Uri Geller erano già piegati prima di essere mostrati all’osservatore, ma erano tenuti in mano dal prestigiatore in modo che la mente di chi guardava li ricostruisse come interi, sfruttando il cosiddetto completamento amodale, un processo tipico della visione che fa apparire intero un oggetto parzialmente nascosto da un altro. Per capirsi: chi vede la testa e la coda di un coniglio nascosto malamente dietro un albero, non ha bisogno di vedere tutto l’animale per capire che si tratta di un coniglio. La sua mente, basandosi su esperienze precedenti “ricostruisce” il pezzo mancante di coniglio, consentendo agli occhi di “vedere” quello che non vedono. È una capacità molto utile al cacciatore, ma è anche la debolezza sulla quale si appoggiano gli illusionisti quando vogliono far credere quello che non è. Basti pensare alla famosa ragazza tagliata in due, che ovviamente altro non è che due ragazze abilmente piegate per dare l’illusione che testa e piedi appartengano a una sola ragazza.
GIOCONDA - Il libro di Macknik e Martinez-Conde, i quali, oltre che neuroscienziati, sono pure marito e moglie, mette in piazza proprio gli aspetti neurofisiologici e psicologici che consentono agli illusionisti di ingannare i sensi del loro pubblico. Un inganno di cui il pubblico può godere immensamente, proprio a partire dall’inganno del senso della vista. «L’inquietante verità è che il nostro cervello fabbrica la realtà, visiva e non - dicono gli autori del libro -. Ciò che vediamo, udiamo, sentiamo e pensiamo si basa su ciò che ci aspettiamo di vedere, udire, sentire e pensare. E le nostre aspettative sono, a loro volta, basate sui nostri ricordi ed esperienze precedenti». Un inaspettato “trucco” sembra esserci anche nel il dipinto più famoso del mondo, la Gioconda di Leonardo da Vinci. La sua inafferrabile espressione enigmatica è stata svelata dalla scienziata Margaret Livingstone, proprio utilizzando una specifica caratteristica del sistema visivo umano. La parte centrale, dove c’è la fovea, percepisce i dettagli, mentre la parte periferica percepisce gli aspetti più grossolani, come i movimenti e le ombre. Così, quando si fissa la bocca della Gioconda, dato che si utilizza la fovea, viene percepita la linea dritta delle labbra e l’aspetto è serio; quando si guarda il viso nella sua interezza, vengono meglio percepite le ombre, che Leonardo ha sapientemente disegnato come si disporrebbero in un viso sorridente, e allora la Mona Lisa cambia espressione. Nel complesso se ne ricava una sensazione di strana ambiguità, che è una delle caratteristiche più famose del quadro.
BORSEGGIATORI - Poi ci sono i trucchi da cui tutti dovrebbero imparare a difendersi, e che spesso sono utilizzati, oltre che dai borseggiatori, anche dagli illusionisti che chiamano sul palco qualche malcapitato del pubblico. È la tecnica del cosiddetto pickpocketing. In questo caso, a essere manipolata è l’attenzione: con una parlantina veloce e confondente, associata a una serie di veloci sfioramenti in diverse zone del corpo, il soggetto viene privato del controllo della situazione, così che l’illusionista, o se si è sfortunati il borseggiatore, può infilare le mani in tasca, sfilare orologi, sottrarre oggetti. In qualche caso fa anche ricorso al fenomeno della cosiddetta sensazione postuma: per esempio esercitando una breve pressione circolare sul polso dove un attimo prima c’era l’orologio, per ricreare la sensazione tattile della sua presenza. Quando il malcapitato si renderà conto che in realtà quella presenza era solo una fugace sensazione, il gioco sarà già finito o il borseggiatore si sarà ormai allontanato.
TUNNEL - La manipolazione dell’attenzione è alla base di gran parte dell’illusionismo, spiegano Macknik e Martinez-Conde. «Quando siamo concentrati su qualcosa è come se la nostra mente vi puntasse un faro - dicono -. Ignoriamo in modo attivo qualsiasi altra cosa succeda all’esterno del fascio di luce proiettato dalla nostra attenzione, e la nostra diventa una sorta di “visione tunnel". I maghi sfruttano al massimo tale caratteristica del cervello». Infatti la loro abilità fondamentale sta nel portare le persone a concentrarsi sul punto della scena dove non succede niente di interessante, proprio per poter intanto fare le manipolazioni necessarie per il colpo a effetto finale, manipolazioni che in molti casi avvengono addirittura a velocità normale. Un interessante corollario di questo fenomeno riguarda un fenomeno di cui oggi si parla molto: il multitasking, quell’abilità che diversi individui ritengono di avere, di riuscire a fare molte cose contemporaneamente, dividendo la propria attenzione, ma senza diminuirne la capacità. Secondo Macknik e Martinez-Conde il multitasking è un mito, perché in realtà le ricerche effettuate avrebbero dimostrato che è impossibile prestare davvero attenzione a due compiti allo stesso momento.
ATTENZIONE - Non sarebbe quindi possibile, per esempio, guidare e telefonare allo stesso tempo, anche se si è in viva voce. «Quando siete impegnati in una conversazione telefonica “abbassate il volume” delle parti visive del cervello. E viceversa» dicono. E sembra che i maghi sappiano molto bene che l’attenzione in realtà non può essere divisa mantenendola efficiente, così sono abilissimi nel dividere l’attenzione del pubblico rendendola debole e inefficiente, e quindi manipolabile. In effetti, come suggeriscono Macknik e Martinez-Conde, per avere la riprova di questo, basta andare su YouTube e cercare i video di Terry Fator. È un ventriloquo americano straordinario che fa parlare e cantare dei pupazzi. È bravissimo a restare con una faccia impassibile e a concentrare tutta l’attenzione del pubblico sul volto del pupazzo che apparentemente canta. Bisogna fare un forte sforzo cognitivo per restare invece concentrati sul suo viso e riuscire a capire, essenzialmente da come prende il fiato, che a cantare è proprio lui.
Danilo Di Diodoro
http://www.corriere.it/salute/12_luglio_20/trucchi-mente_5375c296-cff8-11e1-85ae-0ea2d62d9e6c.shtml
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23/08/2012
Quartiere è Potere
Quartiere è Potere
Si chiama “gentrification” ed è il fenomeno che trasforma le zone popolari delle città quando ci vanno ad abitare le classi “chic”. Riqualificazione o perdita della vera anima?
Quando i gay di San Francisco tra il 1980 ed il 1985 hanno cominciato ad espandersi dal quartiere di Castro a quelli vicini, la Mission Discrict abitata dai latinos, la Fillmore tradizionalmente nera, si è sentito per la prima volta parlare di “gentrification”, un neologismo che vuol dire letteralmente “imborghesimento”, essendo la “gentry” la “gente per bene”, anzi per esattezza «gente con una buona posizione sociale vicina ma inferiore a quella della nobiltà». I gay, in piena ascesa sociale allora – poco dopo sarebbe scoppiata l’Aids decimandone e impoverendone la popolazione – volevano abitare in quartieri “chic”, col verde ben curato, una buona dose di sicurezza per strada, e negozi e boutique che riflettessero il loro gusto quello “slick” che in italiano significa un po’ “leccato”. I neri e i latini reagirono e a volte violentemente.
L’Aids bloccò tutto, ma verso la fine del secolo apparvero nuovi ricchi, i “dot.com”, i giovani di Silicon Valley che avevano fatto un sacco di soldi con la rivoluzione informatica. Comprarono le case della Mission e di Fillmore al primo prezzo richiesto loro e uccisero per sempre quelli che erano stati i quartieri della bohème vera di San Francisco. La bolla immobiliare creata da loro fece lievitare talmente i prezzi che buona parte dei ristoranti e dei negozi, delle gallerie d’arte e dei posti che facevano musica chiusero. E la città nel suo insieme divenne un dormitorio per annoiati pendolari tra la Silicon Valley e San Francisco. Questo è un processo tipico della gentrification, secondo la definizione che la sociologa Ruth Glass ne diede nel 1964, una invasione dei quartieri della working class da parte delle classi medie. Ne rimane fuori però la molla scatenante. Perché i “borghesi” vogliano trasferirsi in un quartiere un po’ malandato e popolare ci vuole l’effetto che solo recentemente – una decina di anni fa – è stato definito “creative city”.
La borghesia è attirata dalla vitalità dei quartieri più poveri, ma creativi, quelli dove ci stanno ancora i posti in cui si mangia bene, l’atmosfera è informale e per le strade c’è gente, artisti, musicisti, giovani, nullafacenti, e gente che si inventa maniere di vivere un po’ diverse o le ha per tradizione. A Parigi può essere la zona di Menilmontant o di Barbes, a Roma la Trastevere di un tempo e il Pigneto di oggi, a Milano via Paolo Sarpi o il quartiere Isola. Ma la borghesia alla fine detesta proprio i motivi per cui è attirata da un quartiere: vuole i locali, ma poi non vuole essere disturbata nel sonno, vuole l’animazione, ma non vuole vederne troppa, vuole la multietnicità, ma ne ha paura. E allora l’effetto “creative city” si trasforma presto in città dormitorio. La gentrification finisce per uccidere ciò che ama. È quello che sta succedendo a Berlino, non solo nel quartiere molto vivo di Kreuzberg, tradizionalmente uno dei più poveri della ex Berlino Ovest, ma in tutti i quartieri della ex Berlino Est come Mitte che fino a poco tempo fa erano considerati “limite” dove affitti bassi, difficoltà di accesso ed una popolazione mista di immigrati e giovani anarchici e post-hippie avevano inventato una maniera di vivere piuttosto sperimentale. Il Guggenheim finanziato dalla BMW voleva installare a Kreuzberg una architettura provvisoria ideata dall’atelier Bow-Wow e i propri laboratori ma questo ha suscitato le proteste della popolazione che vi vedeva una mossa da “gentrification”. Alla fine le proteste hanno avuto successo – niente architettura provvisoria, ma un laboratorio fiume da oggi al 25 luglio su “Come fare le città “, con dentro tutte le tematiche scottanti, gentrification, smart cities, partecipazione, governance. A Berlino si sente che il successo della città delle gallerie d’arte e della mondanità ha ucciso la parte più dark, trasgressiva, underground della città. La città attira il turismo in cerca di posti trendy, ma si trasforma in un posto sempre più per bene. Se questo è un esempio del problema però è vero che le cose spesso sono più complicate.
Uno dei casi tipici è Barcellona, la Barcellona di fino a sei anni fa, di quando tutti i giovani europei volevano andarci a stare, una zona franca di libertà, simpatia, convivialità e pazzia. L’origine era il modo con cui la città aveva affrontato il dopo-Franco, dandosi una configurazione pensata proprio in funzione di un rilancio internazionale. Un
grande sindaco, un gruppo geniale di architetti avevano “risanato” il centro storico, luogo di una secolare miseria, ma anche di una intensissima vita popolare, avevano creato un lungomare ed una spiaggia, interrato le arterie di grande traffico, offerto alle imprese immobiliari l’occasione di costruire, se provvedevano anche al decoro degli spazi pubblici. Ovviamente si trattava di “gentrification” e una parte della gente – dei poveri – che abitavano nel centro storico se ne dovettero andare, non perché cacciati via, ma perché il costo della vita si era improvvisamente quintuplicato. L’effetto è stata una Barcellona bella, internazionale, ma che consumava ad un ritmo veloce proprio i valori che propagandava: la convivialità distrutta dall’arrivo di troppi turisti, la vita di quartiere devastata dai nuovi compratori, i tradizionali luoghi di ritrovo trasformati in “tiendas” chic e care.
Chi ha sbagliato? Tutti e nessuno: la gentrification risponde all’esigenza di rendere le città più vivibili, meno degradate, ma è vero che questo processo di upgrading inevitabilmente elimina le opportunità che un quartiere povero e popolare offre a chi ci sta. La “bohème” o come la chiamano oggi i comunicatori “la creative city” ha sempre attirato quelli che pensano di poterla comprare, ma che non dormirebbero mai nella soffitta di Mimì. È la dialettica tra rinnovamento urbano e conservazione sociale, una dialettica difficile da gestire in modo che non si trasformi in un meccanismo distruttore. Josip Acebillo, l’architetto geniale che di Barcellona è l’inventore, sa di avere creato un po’ un mostro che alla fine è crollato con l’esplosione della bolla immobiliare. Eppure viene chiamato a ripetere l’esempio Barcellona a Singapore, in Russia, negli Emirati. E oggi come non mai il verbo delle “creative cities” e delle “smart cities” non fa altro che inventare altre definizioni per una questione che rimane aperta. “Smart city” sarebbe una città “eco-sostenibile”, “socialmente innovativa”, “partecipativa”, che ha risolto i problemi della mobilità e quelli della conflittualità e che ha un governo misto pubblico-privato. Tutto molto interessante, ma il verbo rimane sempre innovazione e questa spesso si scontra con i valori prodotti da chi già ha abitato la città, rendendola un posto bello e vivibile.
Le città sono creative e furbe se mantengono quel condensato di vita sociale informale e autoprodotta che soltanto i quartieri ad alta densità – rapporti vis-à-vis, botteghe artigianali, bambini che giocano per strada, presenza di anziani fuori dalla porta, mercati e cibo all’aperto, panni stesi ad asciugare – possono assicurare. Shanghai e Pechino sono l’esempio di come il potere centrale e il nuovo vangelo dell’arricchimento condanna proprio gli “utong” e gli “shikumen”, i vicoli e le strade della Cina conviviale e popolare. E nello stesso tempo cancella quello che invece riconosce come un patrimonio, almeno dal punto di vista turistico. Che soluzioni ci sono? Probabilmente una ridefinizione di “rinnovamento urbano” che tenga conto della necessaria componente di compattezza e densità sociale. Anni fa mi ero battuto perché qualcuno calcolasse il valore aggiunto prodotto dall’abitare bene – socialmente, collettivamente – un posto. La gentrification è attirata proprio da quel valore, da quella che io chiamo “Mente Locale” la relazione di identità tra abitanti e luoghi dell’abitare. È questa la ricchezza prodotta da una città che non deve essere spazzata via dalla gentrification.
Fonte: FRANCO LA CECLA - la Repubblica |
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12/08/2012
Da cosa nasce l'impulso sessuale? Ecco la scintilla che attiva i feromoni
Da cosa nasce l'impulso sessuale? Ecco la scintilla che attiva i feromoni
Scoperti i canali che mettono in comunicazione i feromoni con i neuroni. Il processo comincia quando il segnale chimico raggiunge il recettore di una cellula nervosa dell'organo vomeronasale. L'esperimento, condotto su topi, aiuterà a capire come nascono questi impulsi nell'uomo
ROMA - Pur non avendo Facebook, i topi sono abilissimi a navigare nel proprio "social network". Per farlo non usano account e password ma qualcosa di ancora più personale: la pipì. "Sniffare" l'urina di un consimile permette infatti a un topolino di capire se l'altro è maschio o femmina, innescando, a seconda dei casi, una rissa o un corteggiamento. Tutto questo accade grazie ai feromoni, sostanze odorose rilasciate da un individuo di una specie e ricevute da un altro, nel quale scatenano una reazione biologica che produce un comportamento specifico, stimolando anche gli istinti sessuali.
Il centro di ricerca americano Stowers Institute for Medical Research ha cercato di capire i meccanismi di questa attivazione, scoprendo che a mettere in comunicazione feromoni e neuroni sono due proteine, i canali ionici Trp2 e il canale potassio Sk3: queste sostanze sono cioè responsabili della segnalazione degli ormoni all'organo vomerosensoriale e della conseguente attivazione dell'istinto sessuale. In altre parole, il sesso è solo e soltanto una questione di chimica. Per lo meno nei topi, perché è su di loro che è stato condotto l'esperimento.
Per quanto riguarda la specie umana infatti, lo studio dei feromoni è stato finora piuttosto controverso. Ricercatori hanno cercato di dimostrarne l'esistenza anche nell'uomo, con risultati che però non sono accettati unanimamente. I primi esempi di feromoni sono stati descritti nelle farfalle notturne (le enormi antenne delle falene maschio servono infatti a captare i segnali odorosi prodotti dalle femmine) e la loro azione biologica è stata poi studiata, oltre che nei topi, anche in maiali e criceti. Nei topi questi "messaggeri sessuali" vengono percepiti e si attivano all'interno dell'organo vomerosensoriale, che si trova nel naso. Ma le modalità in base alle quali i neuroni entrano in collegamento con loro non erano ancora state indagate.
Lo studio, pubblicato sulla Nature Neuroscience, è stato condotto sui piccoli roditori ma secondo gli autori potrebbe aiutare a capire come certi comportamenti innati si innescano anche nell'uomo. Anche perché l'organo vomerosensoriale ce l'abbiamo anche noi, spiegano gli esperti, solo molto rimpicciolito, "in miniatura", e dal funzionamento di gran lunga più rudimentale rispetto a quello riscontrato nei topi.
Per condurre l'esperimento, il ricercatore Ron Yu ha installato sui roditori minuscoli elettrodi in grado di misurare il flusso di ioni nei neuroni. "Abbiamo trovato due nuovi canali attraverso i quali si attivano i neuroni nell'organo vomeronasale - spiega - e la cosa ci ha sorpreso perchè quelli di potassio normalmente non svolgono un ruolo diretto nell'attivazione dei neuroni sensoriali". La centralina, spiegano i ricercatori, funziona più o meno allo stesso modo del principale organo che fornisce il senso dell'olfatto. I suoi neuroni e le sue ramificazioni d'ingresso, chiamati dendriti, sono costellati di recettori specializzati che possono essere attivati dal contatto con particolari sostanze chimiche, i feromoni, che si trovano principalmente nei liquidi corporei e in special modo nella pipì.
Quando vengono attivati, i recettori dell'organo vomeronasale fanno in modo che i canali ionici adiacenti si aprano o chiudano, permettendo agli ioni di fluire all'interno o all'esterno di un neurone. Questi afflussi e deflussi di carica elettrica creano picchi di tensione in grado di attivare un neurone collegato all'organo vomeronasale, generando successivamente segnali che nel cervello stimolano uno specifico comportamento sessuale.
http://www.repubblica.it/scienze/2012/07/29/news/la_scintilla_che_accende_i_feromoni_cos_si_attivano_gli_istinti_sessuali-39972748/ di SARA FICOCELLI
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11/08/2012
Caldo, palme e foresta tropicale l'Antartide 50 milioni di anni fa
Caldo, palme e foresta tropicale l'Antartide 50 milioni di anni fa
L'istituto governativo di scienze Geologiche e Nucleari della Nuova Zelanda ha svelato l'inedito volto del Polo Sud nell'epoca serra, quando cioè circa 52 milioni di anni fa c'era la più alta concentrazione di Co2 nell'atmosfera. A donare una natura lussureggiante alla terra dei ghiacci sarebbero state però correnti oceaniche di aria calda, poi sostituite da quelle più fredde
WELLINGTON - Un clima tropicale. Con palme, foreste e una vegetazione rigogliosa simile a quella che oggi si può ammirare nel Queensland, in Australia. E, ancora, una mite temperatura estiva che sulla costa oscilla tra i 20 e i 27 gradi. Nessun paradiso reale. O almeno non in Antartide, dove invece oggi si vedono solo ghiacci e neve con temperature che scendono in media anche sotto i -50°C. Eppure, assicurano gli scienziati, in un'era molto remota, definita 'epoca serra', il Polo Sud doveva presentarsi proprio come appena descritto: lussureggiante, come si trattasse di una terra dell'America meridionale o centrale. A rivelare l'inedito volto della terra dei ghiacci è l'Istituto governativo di scienze Geologiche e Nucleari (Gns Science) della Nuova Zelanda.
A quanto pare, infatti, un team internazionale di scienziati ha studiato pollini e micro-fossili prelevati attraverso il trivellamento sotto il fondo marino, nei pressi di Wilkes Land, al largo delle coste dell'Antartide, arrivando alla scoperta del volto tropicale dell'Antartide. Il periodo che va dai 55 ai 48 milioni di anni fa è stato il più caldo degli ultimi 70 milioni di anni. E in effetti, i sub-campioni di rocce marine prelevati dagli scienziati, datati appunto tra i 53 milioni e i 46 milioni di anni fa, contengono pollini e spore fossili che dimostrerebbero la presenza di foreste pluviali tropicali e subtropicali nella regione costiera.
La scoperta, pubblicata nell'ultima edizione della rivista scientifica Nature, mostra il contrasto estremo
tra le condizioni climatiche attuali e passate in Antartide, durante i periodi con i più elevati livelli di anidride carbonica nell'atmosfera. Circa 52 milioni di anni fa, infatti, la concentrazione di gas effetto serra in atmosfera era più del doppio di oggi, ma "se le attuali emissioni di Co2 dovute ai combustibili fossili continueranno secondo il ritmo odierno, il Pianeta raggiungerà quella stessa concentrazione del passato in pochi anni", avverte Ian Raine, micro-paleontologo del Gns Science. "Lo studio dei periodi caldi nel passato geologico del Pianeta - aggiunge il ricercatore - contribuisce a migliorare la nostra conoscenza del riscaldamento globale indotto dall'uomo, dimostrando come ecosistemi come quello antartico hanno risposto in passato ad alte concentrazioni di Co2 in atmosfera".
Tuttavia, da sola la Co2 non può, secondo gli scienziati, spiegare l'antico clima tropicale dell'Antartide, al quale devono aver contribuito le calde correnti oceaniche che raggiungono l'Antartide trasferendo calore sul continente. Quando la corrente oceanica calda è venuta meno e la costa antartica è passata sotto l'influenza di quelle più fredde, le foreste pluviali tropicali e i lussureggianti palmeti costieri sono scomparsi.
http://www.repubblica.it/ambiente/2012/08/02/news/palme_e_clima_tropicale_in_antartide-40228405/
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05/08/2012
Ma dove è finita quella cosa lì?
Ma dove è finita quella cosa lì?
L'Italia s'infogna in caduta libera ma dove si è cacciata quella cosa lì, di cui non ricordo il nome, che dovrebbe difendere la sovranità nazionale e popolare, politica e monetaria del nostro paese?
L'Italia s'infogna in caduta libera ma dove si è cacciata quella cosa lì, di cui non ricordo il nome, che dovrebbe difendere la sovranità nazionale e popolare, politica e monetaria del nostro paese? In quale anfratto s'è imbucata quella cosa lì che dovrebbe affermare il senso dello Stato, non lo statalismo, la sua dignità e il suo dominio per esempio rispetto al fiscal compact? Che fine ha fatto quella cosa lì che dovrebbe tutelare la lingua italiana contro chi vuol rendere obbligatoria come prima lingua all'università l'inglese? Dove diavolo è finita quella cosa lì che dovrebbe reagire col cuore, la mente e la parola al degrado e alla decadenza etica, estetica e morale, per non dire religiosa, e alla riduzione della famiglia ad un'unione come le altre? E dove si è nascosta quella cosa lì in tema di memoria storica e difesa dei beni culturali, delle nostre tradizioni e del marchio italiano? Non so se questo sentire sia maggioritario nel nostro paese, come lo era un tempo, seppur tra mille cadute, silenzi e contraddizioni; ma so che in ogni paese c'è una forza che rappresenta queste istanze e difende questi valori, con un cospicuo seguito. E non riduce tutto a una questione di voti e seggi o di soldi, indici e spread. Forse è stanca e stressata, e la capisco, è dispersa e frantumata, non ha visibilità; forse ha paura dell'ignoto e dell'impresa, oppure s'è messa comoda e accucciata, ciascuno si para le chiappe sue; però così sparisce. Forse ha perso il capo, ma più nel senso della testa. Eppure questo è il tempo suo.
http://www.ilgiornale.it/news/interni/825478.html
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