09/11/2011

Sviluppo umano negato per 1,7 miliardi di poveri: il rapporto dell'Onu

Sviluppo umano negato per 1,7 miliardi di poveri: il rapporto dell'Onu

 

Rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo. Calcolo basato sull'Indice multidimensionale di povertà che prende in esame l’accesso all’acqua, al combustibile per cucinare e ai servizi sanitari. In Niger è povero il 92% della popolazione

 

ROMA - Circa 1,7 miliardi di persone in 109 paesi vivevano in una situazione di povertà “multidimensionale” nel decennio terminato nel 2010. Il dato è contenuto nel Rapporto sullo sviluppo umano presentato oggi dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (United Nations Development Programme - Undp). Il calcolo è basato sull'Indice multidimensionale della povertà ed è pari a quasi un terzo dell’intera popolazione combinata delle nazioni: 5,5 miliardi. L'Indice multidimensionale di povertà (Imp) analizza fattori a livello familiare — come l’accesso all’acqua potabile, al combustibile per cucinare e ai servizi sanitari, come pure ai beni familiari essenziali e gli standard seguiti nella costruzione delle abitazioni — che tutti insieme forniscono un ritratto più completo della povertà rispetto alla sola misurazione del reddito. 

Un dato che si compara con gli 1,3 miliardi di persone che si ritiene vivano con 1,25 dollari al giorno o meno, la soglia adottata nei Millennium Development Goals Onu, che cercano di eliminare la povertà “estrema” entro il 2015. Il Niger ha la percentuale più elevata di poveri multidimensionali, il 92% della popolazione, afferma il Rapporto, seguito da Etiopia e Mali, con l’89% e l’87%, rispettivamente. Le 10 nazioni più povere per Imp sono tutte nell’Africa sub-sahariana. Ma il gruppo più grande di poveri multidimensionali è nell’Asia meridionale: India, Pakistan e Bangladesh hanno alcuni dei numeri assoluti più elevate di poveri Imp. 

L’Imp illustra i problemi ambientali delle famiglie povere, compreso l’inquinamento atmosferico al chiuso e le malattie causate da fonti idriche contaminate. Il Rapporto rileva che in Asia meridionale e nell’Africa sub-sahariana, più del 90% dei poveri multidimensionali non possono permettersi combustibili puliti per cucinare, e fanno principalmente affidamento sulla legna da ardere, mentre circa l’85% manca dei servizi igienici essenziali. 

L'indice multidimensionale di povertà è stato introdotto insieme all'Isu corretto per la disuguaglianza e all'Indice di disuguaglianza di genere nel Rapporto sullo sviluppo umano dello scorso anno per integrare l’Isu originale, che in quanto misura composita di medie nazionali non riflette le disuguaglianze interne. A causa di limitazioni nei dati questi indici compositi non misurano altri fattori considerati ugualmente elementi essenziali dello sviluppo umano, quali l’impegno civico, la sostenibilità ambientale o la qualità dell’istruzione..

 

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08/11/2011

Il male minore

Il male minore

 

LA TIRANNIA DELL´INDIVIDUO CHE CONSUMA LA SOCIETÀ.  Chi desidera un bene oggi non deve seguire regole o principi, ma solo avere la somma necessaria all´acquisto. Frenare il predominio globale del profitto sarà possibile solo se impareremo a muoverci insieme agli altri Il sociologo riflette sulla nostra epoca che non è più quella delle grandi crudeltà ma delle cattive azioni invisibili fatte per egoismo e solitudine 


Esiste un tipo di male visibile e clamoroso, capace di catturare schiere di ammiratori o di artisti attratti dalla circostanza che esso, costituendo una violazione delle regole, è molto più affascinante del loro rispetto. Eppure, nonostante il clamore, questo tipo di male "spettacolare" è molto meno interessante di quel male "basso" che attraversa la nostra esistenza quotidiana, e che, come la lettera rubata di Poe, non riusciamo a vedere proprio perché è di fronte ai nostri occhi. Del resto è evidente che ogni "grande" male, per poter conquistare tutta la scena, deve poter contare su una larga complicità, saper attivare un virus latente all´interno della nostra vita di ogni giorno. E´ questo "basso continuo" che ci interessa, questo male diffuso ed intrecciato alla nostra connivenza, alla rassicurante apparenza della "normalità". Senza intercettare questi percorsi sottotraccia del male si corre il rischio di guardarlo da lontano, come se fosse estraneo a noi e alle nostre debolezze.


Ad Hannah Arendt va riconosciuto il merito di aver saputo cogliere, in un libro diventato famoso, questa dimensione "bassa" e normale del male, la sua banalità. Seguendo le sedute del processo ad Eichmann, Arendt rimase sorpresa: il massimo responsabile organizzativo dell´Olocausto non era una riproduzione in miniatura di quel campione del male che fu Hitler, ma un uomo scialbo ed insignificante, che si difendeva sostenendo di essersi limitato ad eseguire nel modo più solerte e scrupoloso ordini superiori. Il male non è lontano dalla normalità, ma spaventosamente intrecciato ad essa. Eichmann, dice Arendt, era un "cittadino ligio alla legge", costantemente teso a riscuotere l´approvazione dei suoi superiori. Ed è stato questo richiamo alla fedeltà all´ordine e agli ordini superiori che ha consentito a lui e ai suoi concittadini di occultare anche a se stessi il male che stavano facendo ad altri. Nello stato totalitario le grandi qualità dell´efficienza e dell´ordine si sono trasformate in incubatrici del male. Quest´ultimo, nel terzo Reich, "aveva perduto la proprietà che permette ai più di riconoscerlo per quello che è - la proprietà della tentazione". Il totalitarismo produce un inquietante rovesciamento delle parti; laddove il male è ordinario e banale è il bene che diventa una tentazione: "Molti tedeschi e molti nazisti, probabilmente la stragrande maggioranza, dovettero essere tentati di non uccidere, non rubare, non mandare a morire i loro vicini di casa, (…) di non trarre vantaggi da questi crimini e divenirne complici. Ma Dio sa quanto bene avessero imparato a resistere a queste tentazioni" (156-157).


Ma per fortuna il totalitarismo, la dismisura dello Stato, almeno in Europa, è alle nostre spalle. Resta però da chiedersi: insieme con il totalitarismo è scomparso, come pretendeva Fukuyama, anche il male, oppure esso ha assunto un´altra forma, ugualmente invisibile e "banale", che non riusciamo a vedere perché è strettamente intrecciata alla nostra normalità? Del resto in questi anni non sta diventando sempre più evidente che alla dismisura dello Stato sta succedendo quella del mercato e del danaro? E se questo passaggio è realmente in corso, perché facciamo fatica a resistere ad esso, che cosa ci rende complici, o almeno collaborazionisti di questa dismisura?


La risposta, al fondo, è meno difficile di quanto si possa immaginare. Come a suo tempo ha sottolineato Marx e poi in modo più diffuso Simmel, tra l´espansione del ruolo del danaro e quella della libertà individuale esiste una correlazione fortissima. Il danaro possiede la straordinaria capacità di incrementare la libertà dell´individuo, perché chi desidera un bene oggi non deve più chiedere l´autorizzazione a nessuno, seguire regole o principi, ma solo possedere la somma necessaria per acquistarlo. L´individuo è la massima potenza relativistica, che si libera da tutte le soggezioni personali e normative consegnandosi all´unica soggezione del danaro. Espansione della libertà individuale ed espansione della forma danaro sono quindi due facce della stessa medaglia: da un lato il danaro favorisce la dissoluzione di tutti i legami che frenavano la libertà individuale, dall´altro l´espansione di quest´ultima richiede la smisurata estensione della forma danaro e del mercato.


Il mondo nel quale l´individuo e l´individualismo si diffondono è quindi lo stesso in cui un´area vastissima di relazioni, esperienze e prestazioni precedentemente escluse dalla sfera dell´universale scambiabilità (la cura, il corpo, gli affetti, l´attenzione per l´altro, ecc.) diventano merci. Anche in questo caso è la dismisura, lo strapotere di una forma, ad occultare la realtà: un mondo in cui tutto è in vendita altro non è che l´organizzazione quotidiana e sistematica della tentazione. La famosa massima di Oscar Wilde: "a tutto so resistere tranne che alle tentazioni" ha perso il suo carattere trasgressivo ed è diventata banale, la regola imperante in un mondo affollato da miriadi di piccoli Wilde.
Non può quindi destare meraviglia che in questo mondo di individui "liberi" il capitale finanziario divenga la forma universale di connessione sociale, il luogo di concentrazione di un potere capace di governare il destino di un´enorme massa di esseri umani.

 

Individuo e capitale finanziario possono conoscere momenti di conflitto, ma, essendo, come si è detto, due facce della stessa medaglia, sono legati a filo doppio. Mentre l´individuo erode, dal basso, ogni legame non volontario, il moto perpetuo del capitale finanziario erode, dall´alto, tutte le istituzioni fondate su principi diversi da quello dell´incremento dei profitti. L´individuazione di questa connessione tra individualismo radicale e dominio del capitale finanziario, che sfugge a gran parte della cultura laica, ci fornisce un´indicazione anche se solo iniziale su come agire. Negli ultimi mesi e a partire dagli Stati Uniti, la necessità di riportare sotto un controllo comune il capitale finanziario sembra essersi fatta spazio nella coscienza dei movimenti giovanili.

 

Ma il passaggio non sarà né facile né lineare: frenare il predominio globale del capitale finanziario sarà possibile solo se l´individuo saprà uscire dalla sua forma attuale ed imparerà a muoversi insieme agli altri individui, a costruire prospettive nuove e parametri alternativi rispetto a quelli dominati dalla connessione tra individuo e danaro, senza cadere in altre dismisure, nella trappola di comunità chiuse e contrapposte tra loro. E´ un processo lungo, impegnativo e difficile, che ci chiederà di guardare in modo diverso anche ciò che amiamo. Ma capire quanto intricato e doloroso sia il nodo che si vuole sciogliere è la premessa di ogni vero cambiamento

Fonte: FRANCO CASSANO - la Repubblica

03/11/2011

Grecia La democrazia è spazzatura

Grecia La democrazia è spazzatura

 

Il referendum indetto da Papandreou ha scatenato l’indignazione di tutta Europa, ma si tratta di un basilare esercizio di sovranità popolare. Il sacrificio dei valori fondamentali sull’altare dei mercati è ormai compiuto.

 

Il sentimento di apparente stabilità tra le élite europee è durato appena due giorni. Sono trascorse 48 ore tra l'immagine della matriarca Merkel, a cui il mondo intero si è rivolto, e quella della depressione. Un medico direbbe che si tratta di una patologia, e ci spiegherebbe che la psiche collettiva è malata, e i fantasmi della grandezza e della fiducia di cui si nutre sono ingannevoli.

 

Costernazione in Germania, Finlandia, Francia e persino nel Regno Unito. Costernazione sui mercati finanziari e nelle banche. Il motivo? Il primo ministro greco George Papandreou ha deciso di indire un referendum per chiedere l'opinione del suo popolo su una questione decisiva per il futuro del paese.

 

Il primo novembre abbiamo visto i banchieri e i politici europei lanciare l'allarme di un crollo delle borse. Il messaggio era chiarissimo: se i greci diranno sì, vorrà dire che sono degli idioti. Quanto a Papandreou, è uno scriteriato soltanto perché ha pensato di porre la domanda. Forse però, prima di sprofondare nella spirale del panico, è arrivato il momento di fare un passo indietro e osservare la situazione in modo distaccato. Davanti ai nostri occhi si sta svolgendo lo spettacolo della degenerazione dei valori che l'Europa dovrebbe incarnare.

 

Sui mercati finanziari, alcuni protagonisti analizzano senza scomporsi la storia di questa decadenza annunciata. Il Daily Telegraph riporta una voce che circolerebbe nei circoli della finanza e anche all'interno del governo britannico: sarebbe bello se una giunta militare prendesse il potere in Grecia, perché nessuna giunta militare potrebbe essere accettata dall'Ue. Forbes, che non è certo una voce ininfluente nel mondo della finanza, si spinge addirittura oltre: "La cosa più triste della battuta è che se ignoriamo il fatto che si tratterebbe di una dittatura militare, sarebbe in realtà una buona soluzione per il paese".

 

Non c'è bisogno di sottolineare tutti i collegamenti di questa battuta con il subconscio per capire che siamo davanti al sacrificio totale dei principi morali del dopoguerra sull'altare di un'entità economica e finanziaria superiore. Processi come questo si sviluppano sotto traccia. A volte durano decenni, e spesso si concludono con la nascita di una nuova ideologia. È accaduto in occasione di tutte le grandi crisi autoritarie del XX secolo.

 

Vogliamo ricordare le parole di Papandreou, che sono risuonate nelle orecchie dell'Europa come i vaneggiamenti di un pazzo: "la volontà del popolo finirà con l'imporsi". Se il popolo rifiuterà l'accordo con l'Ue, "non lo porteremo avanti". In Germania, ricordiamocelo, fino a qualche giorno fa consideravamo la democrazia come l'affermazione del potere legislativo, imposta dalla Corte costituzionale e acclamata da tutti i partiti. In nome di questo principio abbiamo addirittura rinviato un summit dell'Ue. Ma oggi lo stesso non vale per la Grecia.

 

Prigionieri dei mercati

Ma cos'ha di così insopportabile l'iniziativa del governo greco? Risposta: il fatto che il primo ministro sottometta il futuro del paese al parere del popolo. Davanti a una simile decisione i tedeschi, i cosiddetti cittadini modello, sono andati nel panico, ma soltanto perché prima di loro lo hanno fatto i mercati finanziari. La verità è che siamo tutti prigionieri dei mercati ancora prima che si esprimano.

Ormai è sempre più evidente che la crisi che sta stritolando l'Europa non è una difficoltà passeggera, ma l'espressione di una lotta per la supremazia tra il potere economico e quello politico. Quest'ultimo ha già perso molto terreno, e continua a perderne sempre più rapidamente. L'incomprensione totale suscitata dal gesto di Papandreou riguarda anche lo spazio pubblico democratico. Nessuno sembra ricordarsi che la democrazia ha un prezzo, e dobbiamo essere tutti disposti a pagarlo.

 

Vogliamo davvero che il processo democratico cada in balìa delle agenzie di rating, degli analisti e di altri gruppi bancari? Nelle ultime 24 ore tutti questi attori si sono affrettati a porre interrogativi di ogni sorta, come se davvero avessero voce in capitolo per interferire con il diritto del popolo greco a decidere il futuro del proprio paese.

La supposta razionalità dei meccanismi finanziari ha lasciato il posto all'atavica tendenza a generalizzare. Ci eravamo illusi che l'arroganza di trattare un popolo intero come se fosse composto soltanto da truffatori e scansafatiche fosse sparita insieme al nazionalismo. E invece oggi assistiamo a un ritorno di questa mentalità, sostenuta addirittura da "prove ragionevoli". La deformazione del parlamentarismo, schiacciato dalle logiche di mercato, non cancella il fatto che il popolo greco deve essere considerato un "legislatore straordinario". I cittadini della Grecia hanno il diritto e il dovere di esprimere il loro parere. In Germania i deputati che seguono la loro coscienza sanno che nessuno metterà loro la museruola. E ciò che è valido per un deputato tedesco, in quanto individuo, vale anche per uno stato e per l'Europa intera.

 

Papandreou fa benissimo a fare quello che sta facendo. La sua decisione indica al vecchio continente la via da percorrere. L'Europa dovrebbe fare di tutto per convincere i greci che la soluzione proposta è la migliore. Ma dovrebbe prima convincere se stessa. Per gli altri paesi europei indebitati, invece, sarebbe un modo esemplare di dar prova di lucidità e capire fino a che punto sono disposti a sacrificarsi in nome di un'Europa unita. (traduzione di Andrea Sparacino)

Fonte: Frank Schirrmacher - Frankfurter Allgemeine Zeitung (da Presseurop) | 02 Novembre 2011

 

Crisi le verità che non vi dicono…

Crisi le verità che non vi dicono…

 

Non capite cosa sta accadendo? Siete smarriti dai continui sbalzi dei mercati, che un giorno crollano del 5% e due giorni dopo crescono del 4%, per poi ricorllare e ricrescere? Limitandosi ad osservare non si capisce nulla, se però si conoscno alcuni retroscena il quadro appare meno confuso di quanto appaia.

 

1) Di ogni leader bisognerebbe leggere attentamente la biografia e dunque non dimenticarsi mai delle sue origini. Prendiamo il premier Papandreou. E’ greco? Senza dubbio, ma solo a metà. Sua madre è americana e in America ha studiato. Niente di male, anzi, però bisogna sapere che negli ultimi vent’anni ha stabilito eccellenti rapporti con un certo establishment finanziario anglosassone. Viste le sue strane peripezie con l’annuncio di misure lacrime e sangue, poi la negazione di quanto fatto finora con la proclamazione di un referendum annunciato e infine l’annullameno dello stesso, Papandreu sta facendo gli interessi del popolo greco o risponde ad altre logiche e ad altri interessi?

 

2) E prendiamo Mario Draghi, ex governatore della Banca d’Italia, ma anche ex vicepresidente di Goldman Sachs e, soprattutto, stimatissimo presidente del Financial stability forum, che dalla scoppio della crisi del 2008, ha preservato gli interessi del mondo finanziario e in primis delle grandi banche che hanno provocato quella crisi e che sono state salvate. Domanda: rappresenta l’Italia, l’Europa o il mondo finanziario transnazionale? Ah saperlo…

 

3) E’ cosî scandaloso che un Paese, la Grecia, pensi di chiedere al popolo di decidere il proprio destino? Il referendum, a quanto pare, non ci sarà, ma avrebbe dovuto essere indetto tempo fa, mentre l’Europa viene costruita sempre sopra le teste dei cittadini e prelevando di volta in volta pezzi crescenti di sovranità, naturalmente senza mai dichiararlo apertamente ma dissimulando le proprie intenzioni. L’Europa dell’euro, di Shenghen, di Maastricht è un’Europa tendenzialmente non democratica e questo dovrebbe preoccupare tutti noi, ma siamo cosî ipnotizzati dall’andamento dei mercati da non accorgercene nemmeno. A furia di pensare solo all’andamento dei mercati, rischiamo di perdere anche quel poco che resta della nostra libertà e della nostra autonomia decisionale…

 

4) Il destino dell’Italia è segnato perchè non controlliamo più il debito pubblico, come ho spiegato in questo post. E perché vogliono far cadere Berlusconi ad ogni costo, il quale ha agevolato i suoi nemici, che si annidano non tanto in casa ma nell’establishment europeo; dunque non ha saputo leggerne i disegni, decriptarne le intenzioni, non è stato capace di elaborare risposte convincenti e di mostrarsi pubblicamente all’altezza della situazione. E sotto l’impulso della crisi svuoteranno l’Italia lasciandole forse risanata ma esangue. E’ il destino di chi rinuncia alla propria sovranità…

 

Marcello Foa

http://blog.ilgiornale.it/foa/2011/11/03/crisi-le-verita-che-non-vi-dicono/

 

 

Il dogma dell’euro

Il dogma dell’euro

 

Le reazioni alla proposta di referendum sul piano di salvataggio, poi ritirata dal governo greco, dimostrano che in Europa si è ormai affermato un pensiero unico che non tollera obiezioni. Ma l'ortodossia finisce sempre per accecare le menti.

 

L'annuncio di un referendum in Grecia sul piano europeo di salvataggio ha sorpreso tutti e i commenti che ha suscitato permettono di capire meglio il pensiero dei responsabili dell'Unione. Le loro pratiche ricordano molto quelle dei gruppi religiosi. La comunità degli eurocrati (si rimprovera loro di costituire un Leviatano dei funzionari, ma è ingiusto perché non sono così numerosi) , persone ragionevoli che vivono a Bruxelles e che si considerano come "l'Europa", celebra una sorta di liturgia della Parola. I partecipanti si recitano reciprocamente delle preghiere che sono consegnate ai giornalisti per essere tramandate ai posteri.

 

Le formule più importanti del rito europeo attualmente in atto sono le seguenti: il primo ministro greco avrebbe cercato di fare "un bluff irresponsabile", un "no dei greci avrebbe conseguenze imprevedibili", le questioni attualmente in discussione sarebbero troppo complesse per essere sottoposte alla decisione popolare – e questo ancora prima dell'adozione di queste misure – e, soprattutto, la variante nazionale contemporanea della democrazia parlamentare non sarebbe appropriata a gestire correttamente i problemi globali.

Come il Sant'Uffizio romano, i professionisti dell'Europa hanno sviluppato un sistema normativo per imporre il rispetto dell'ortodossia. Conformemente alla complessità del mondo postmoderno, in questa fede europea nulla definisce chiaramente l'apostasia. Ma chi si ostina ad affermare che gli interessi nazionali sono un elemento non solo legittimo ma anche decisivo della politica europea corre il rischio di essere scomunicato. Tutto il resto, come è abitudine dell'Ue, è negoziabile.

 

Per i credenti l'esistenza di una tale istanza superiore negli affari dogmatici è di vitale importanza. Come immaginare che ogni europeo possa decidere da solo se sia meglio rispondere alla disintegrazione della zona euro attraverso una riduzione del numero di partecipanti alla moneta unica, o attraverso la creazione di un governo centrale che come un pranoterapeuta guarirebbe la frattura fra l'economia olandese e quella greca. È come se ogni fedele che assiste a una messa cattolica avesse la sua interpretazione sulla transustanziazione. Impossibile, per non dire intollerabile.

I grandi sacerdoti europei sono quindi una benedizione e dovremmo anzi organizzare delle piccole persecuzioni contro gli eretici che osano sfidare il santo credo dello stato centrale europeo unico, quanto meno come segno di rispetto nei suoi confronti. In tutti i tempi le eresie sono apparse attraverso le domande; chi fa una domanda esprime un dubbio e il dubbio è nemico del dogma.

 

Oscurantismo europeo

Che cosa ci vogliono dire quindi i commentatori dell'Europa unita quando affermano con voce vibrante per l'indignazione che un rifiuto del piano di Bruxelles da parte dei greci avrebbe "conseguenze imprevedibili"? Insinuano forse che le conseguenze delle "misure" decise finora erano prevedibili? Gli avvenimenti dell'anno scorso ce ne hanno fornito qualche prova?

Perché i cittadini non avrebbero il diritto di pronunciarsi su un progetto che riduce in modo considerevole la sovranità del loro paese? È colpa loro se non capiscono quello che succede o la colpa è invece di chi non spiega loro niente? E le mancate spiegazioni di questi ultimi non sono forse dovute al fatto che anche loro non capiscono quello che succede? Perché allora questi responsabili avrebbero il diritto di prendere delle decisioni quando non capiscono più di quelli a cui nascondono il loro operato?

È giusto che i guardiani della fede si impegnino a difendere le loro idee. Senza dogma non vi sarebbe eresia, e senza eretici l'Europa non potrà essere salvata. Quando tutti pensano la stessa cosa non si pensa più molto. In realtà chi si batte contro il diktat attuale difende l'Europa. (traduzione di Andrea De Ritis)

Fonte: Michael Fleischhacker - Die Presse (da Presseurop) | 03 Novembre 2011

 

02/11/2011

Pubblicità, tam tam e sconti è la grande antidepressione

Pubblicità, tam tam e sconti è la grande antidepressione

 

Uno studio rivela che l´11% degli americani fa uso di psicofarmaci. Addirittura il 25% delle donne fra i 40 e i 60 anni Eppure l´Oms ha avvertito: "Il 60% di chi li assume potrebbe farne a meno". Un convegno per spiegarne i rischi.  Dal 1998 al 2008 il consumo è cresciuto del 400% negli Usa e del 76% in Italia


Guardandosi intorno per strada negli Usa si incontrerà più di una persona su dieci (l´11%) sottoposta a cura con antidepressivi. La proporzione sale a quasi una su 4 fra le donne tra 40 e 60 anni. E se di fronte abbiamo un adulto tra i 18 e i 44 anni, sapremo che le pillole più presenti nel suo armadietto sono proprio gli psicofarmaci per il tono dell´umore. Eppure - raccontano gli ultimi dati del National Center for Health Statistics - i due terzi degli individui veramente colpiti dal male di vivere se ne restano rintanati nella caverna, rifuggendo da ogni cura.
Medicine ingoiate in quantità da chi non ne ha bisogno e veri malati che restano orfani: gli antidepressivi negli Stati Uniti sembrano più utili a curare la depressione economica delle case farmaceutiche che non quella mentale. Dal 1998 al 2008 il consumo di questi medicinali è cresciuto del 400% in America e del 76% in Italia, dove la media di circa tre pillole al giorno ogni cento abitanti resta ancora ben lontana dal record Usa.


Che la moda degli psicofarmaci poco appropriati raggiunga anche il nostro Paese è però la preoccupazione dell´Istituto farmacologico Mario Negri, che oggi organizza un convegno per i suoi 50 anni il cui sottotitolo non lascia adito a dubbi di interpretazione: "Le prescrizioni di psicofarmaci rappresentano uno dei più grandi successi di marketing industriale degli ultimi anni, nonostante la consapevolezza dell´efficacia solo parziale degli stessi".


Due anni fa l´Organizzazione mondiale della sanità scrisse che solo 6 pazienti su 10 fra quelli che assumono regolarmente antidepressivi ne traggono beneficio. E che in un caso su due il miglioramento era dovuto all´effetto placebo. «Sono praticamente trent´anni che usiamo più o meno gli stessi principi attivi» spiega Gianluigi Forloni, direttore del dipartimento di neuroscienze del Mario Negri. «L´efficacia non è migliorata di molto, ma in compenso si sono ridotti gli effetti collaterali. Ecco perché molto spesso le prescrizioni arrivano dai medici di famiglia».
Negli Usa una pasticca su tre è ingoiata da un sedicente depresso che negli ultimi 12 mesi non si è rivolto a uno specialista. Mandar giù una "pillola della felicità" ha iniziato a diventare pratica comune dopo l´arrivo, nel 1987 negli Usa, di una nuova classe di farmaci, detti "Ssri" o "inibitori della ricaptazione della serotonina", considerati più benigni dal punto di vista degli effetti collaterali. Per quanto riguarda la durata della cura, 14 consumatori su 100 hanno iniziato a usare antidepressivi oltre 10 fa anni, contrariamente a ogni regola della psichiatria. «In caso di recidiva, arriviamo a 18 mesi» spiega Barbara D´Avanzo, ricercatrice del Mario Negri. «Sospendere questi farmaci è un´operazione delicata. Bisogna scalarne le dosi restando sotto agli occhi del medico».


Il marketing cui fa riferimento il convegno milanese agisce sui pazienti attraverso pubblicità (negli Usa, non in Italia), sconti e tam tam. E sui camici bianchi attraverso gli informatori sanitari. «Per un medico non specialista - conferma Forloni - ci sono stati d´animo che possono essere confusi con la depressione. E non a caso sono proprio i pazienti non gravi ad alimentare il boom del mercato». Secondo i dati Usa solo una persona su tre, fra chi assume antidepressivi, ha una diagnosi di malattia severa, e l´uso di questi farmaci è quasi esclusivamente riservato ai bianchi non ispanici (i neri non arrivano al 4% e gli ispanici al 3).

 

Eppure la malattia ha sempre dimostrato di non fare preferenze fra le etnie. E a volte le medicine vengono usate anche per disturbi che con la depressione hanno poco a che fare (8 casi su 100), come dolore cronico, anoressia o bulimia, insonnia, disturbi d´ansia e nei tentativi di smettere di fumare (in questi ultimi due casi non si sono dimostrati nemmeno del tutto inefficaci). Di quel 40% di persone che secondo l´Oms non traggono benefici dalle pillole, la maggior parte sono proprio i malati più lievi. «È come se depressione lieve e depressione grave fossero due malattie diverse. Nel primo caso abbiamo un´efficacia limitata e un grosso effetto placebo. Nel secondo invece non si può assolutamente negare l´importanza di questi medicinali».

 

Fonte: ELENA DUSI - la Repubblica |

 

01/11/2011

Business e disgusto: tutti in coda per la dollar-art

Business e disgusto: tutti in coda per la dollar-art


«Ci sarà tutto il Golgota della finanza e dei mercanti d'arte» dice entusiasta la padrona di casa a una cena di galleristi, giornalisti e modaioli, e si capisce che fra il Gotha e il Golgota è solo una questione di consonanti. La cena è naturalmente un fusion finger-food, che segue l'happy hour e precede l'happening, e magari il dripping e per i più trasgressivi il pissing, senza dimenticare le performances, gli events e gli environnements, perch´ poi l'arte è installazione e, va da s´, provocazione, è riciclo, scarto, assemblaggio e dissemblaggio, è deperibile, fruibile, persino commestibile... Soprattutto è «contemporanea», vale a dire un marchio e insieme un work in progress, l'odierno monumentalizzato, studiato e archiviato per il solo fatto d'essere tale.


C'era una volta la cultura, oggi c'è il culto della cultura. Non è faticoso e, a suo modo, redditizio: c'è lo sviluppo culturale e il passatempo culturale, l'organizzatore culturale e l'attività culturale, il prodotto culturale e il marketing culturale... E possiamo passare sotto silenzio la cultura d'impresa, quella del management, la cultura del pallone, intesa come gioco del calcio, e la cultura dello scontro, vedi black bloc e cortei? E certo, il cibo è cultura, e la cultura è anche una risorsa, un giacimento: «il nostro petrolio» dicono i più ispirati.


Se tutto è cultura, anche niente è cultura e infatti è roba da antimoderni, sicuramente un po' fascisti, pensare che la democratizzazione dell'arte sia un passo indietro e non un passo avanti sulla strada del progresso. Non è forse un bene che oggi si vada nei musei come un tempo si andava al cinema a vedere Ben Hur? E non è un bene che ci si entri in t-shirt e pantaloncini, snikers ai piedi, piercing, tatuaggi e catenine e però in fila, code immense, le sale che sembrano un'affollata stazione della metropolitana in attesa che passi il trenino dell'arte? Chi ci crediamo di essere per non volere partecipare a questo rito laico e democratico? Il fatto è che nelle epoche di decadenza è sempre esistito quello che Marcel Proust definì «lo snobismo della plebaglia», tipico delle ´lites in declino: il piacere dell'incanaglirsi... Ci sarà tempo poi, a casa, per lavarsi. Le civiltà muoiono delle proprie illusioni.


Nella Factory di Andy Warhol l'occhio morto della cinepresa registrava per ore lo stesso oggetto o lo stesso attore, la tele-realtà, il grado zero dell'immaginazione. «Penso che si dovrebbe essere continuamente spiati... spiati e fotografati» era la sua idea dell'arte contemporanea, un po' come, scrive Marc Fumaroli nel suo Parigi-New York e ritorno. Viaggio nelle arti e nelle immagini (Adelphi) «la Stasi, la polizia politica della Repubblica democratica tedesca, quale la mostra in azione il film Le vite degli altri: la stessa idea». Detto in altri termini, scomparse le ultime glorie moderniste, Picasso, de Staël, Rothko, Bacon, c'è la proliferazione di un'arte contemporanea e delle arti plastiche «asservite all'immagine tecnologica, alla pubblicità, al grande commercio di lusso». È il marketing, l'esposizione che prende il posto dell'opera, del suo significato.


Fumaroli è francese, come Jean Clair, che oggi pubblica anche in Italia L'inverno della cultura (Skira). Se il primo è un raffinato letterato, Clair fa parte a pieno titolo del campo della critica d'arte: è stato conservateur del Centre Pompidou, direttore del Mus´e Picasso e, nel 1995, direttore della Biennale di Venezia del Centenario. È anche per questo che le sue critiche e le sue osservazioni, da cui abbiamo preso spunto nelle righe precedenti, hanno suscitato tanto clamore. «È un traditore», uno che «sputa nel piatto dove ha mangiato» hanno riassunto alcuni suoi colleghi, «un morto che parla» ha chiosato un gallerista italiano.


La mercificazione, lo snaturamento dell'arte e della cultura, «il tempo del disgusto che ha rimpiazzato l'età del gusto», l'arte lanciatasi in una «cerimonia strana dove il sordido e l'abiezione scrivono un capitolo inaspettato della storia dei sensi», questo racconta Clair in un pamphlet agile e affilato. «Siamo entrati nell'epoca delle basse opere, l'espletamento delle funzioni naturali. Sono divertissements non più di creatori romantici ma di “creativi” contemporanei, di comunicatori, fotografi, parassiti, di quelli che, diceva Mathurin R´gnier, “pisciano nelle acquasantiere perch´ si parli di loro”. Piscio dunque penso. Incontinenza dell'io. Prostata delle civiltà stanche. Catastrofe».
La domanda che sia Fumaroli sia Clair si pongono è: ma chi compra l'arte contemporanea? Bisogna considerare che gli artisti ormai non espongono più in una galleria: «investono». Etimologicamente, il significato di investire era quello di conferire qualcosa a qualcuno, l'investitura di un titolo, di un potere, oppure, nella sua accezione bellica, l'accerchiamento di una roccaforte... Adesso sta a indicare una realtà prettamente mercantile, si impiega cioè un capitale e l'arte è soprattutto e/o solamente un business.


Il «valore» dell'opera, dunque, non avrà nulla a che vedere con l'estetica, quello che conta è la sua performance economica: «Una strana oligarchia finanziaria mondializzata, comprendente due o tre grandi gallerie parigine e newyorkesi, due o tre case d'arte e due o tre istituzioni pubbliche responsabili del patrimonio di uno Stato, decide della circolazione e della cartolizzazione di opere d'arte che restano limitate alla produzione, quasi industriale, di quattro o cinque artisti».

I Koons, gli Hirst, i Serrano, i Cattelan, i Fabre... Come l'intendenza di Napoleone, il resto seguirà: più in piccolo, ma nella stessa logica...


C'è un altro punto che vale la pena di sottolineare. Essendo incomprensibile in s´, l'arte contemporanea deve essere spiegata, giustificata, imposta, necessita insomma di un piedistallo di parole sul quale poggiare l'inconsistenza dell'opera, poich´ senza il sostegno delle parole la maggior parte di quell'arte non ha senso, non è intellegibile. Se un tempo le arti figurative si studiavano e si spiegavano per le qualità di mezzi espressivi tutti propri che niente avevano in comune con la letteratura, adesso sono valori estranei ai valori pittorici a giustificarle.
Torniamo al Golgota da cui siamo partiti. Sul suo cammino c'è la Body art e la Land art, l'arte spazzatura, la psico-art, l'arte post-umana. Sono gli artisti ad essersi persi lungo la strada.

di Stenio Solinas - 27/10/2011

Fonte: il giornale [scheda fonte]

Quell'Abisso fra ricchi e poveri che scatena le crisi globali

Quell'Abisso fra ricchi e poveri che scatena le crisi globali

 

La diseguaglianza crescente non è solo una questione etica


Ma che mondo è questo nostro nel quale la concentrazione della ricchezza è tale per cui i bonus della Goldman Sachs, anno domini 2009, sono pari al reddito di 224 milioni delle persone più povere del pianeta? Globalizzare produzione e commerci, attorno al dogma della libera circolazione dei capitali, e deregolare le società occidentali, in nome del massimo lucro di manager e azionisti, ha prodotto il sonno del diritto. E come il sonno della ragione di Goya, anche questo genera un mostro: l'eccesso di disuguaglianza.


La cosa non turba il governo né la Bce: basta leggere il loro scambio epistolare, che promette crescita senza un cenno all'equità. E basta guardare l'asta dei Btp, chiusa sopra il 6%, per capire come tanto realismo economicistico rischi di non convincere nemmeno i mercati per i quali è pensato. Come negli anni Trenta, ci vorrebbero pensieri irregolari. Come quelli emersi tra ieri e giovedì, alla Fondazione Cariplo di Milano nel corso della XXIV conferenza internazionale dell'Osservatorio Giordano Dell'Amore, curata dal Centro nazionale di prevenzione e difesa sociale e dedicata alle disparità economiche e sociali. Un seminario di alto livello al quale — e non è un buon segno — non ha partecipato la Milano dell'economia e dell'accademia, nonostante l'appello di Guido Calabresi e Guido Rossi.


Si usa dire che la globalizzazione ha tolto dalla povertà assoluta alcuni miliardi di persone, la Cina, l'India. Tutto vero. Ma la globalizzazione ha anche fatto saltare i vecchi equilibri. Branko Milanovic, economista tra le università di Belgrado e del Maryland, ne offre l'incendiaria misura nel grafico che pubblichiamo in questa pagina: l'1% più ricco della popolazione mondiale, circa 70 milioni di persone, guadagna quanto gli ultimi 4.275 milioni. A parità di potere d'acquisto, al 10% più ricco va il 55% dei consumi mondiali. Non è un dato naturale né meritocratico, ma un portato di (in)civiltà, ove si consideri che in Germania, dove vige l'economia sociale di mercato e i sindacati siedono nei consigli di sorveglianza delle imprese dai 2 mila dipendenti in su, il 10% più ricco si aggiudica il 25% dei consumi.


Milanovic corregge Marx: nel secolo XIX il conflitto sociale avveniva dentro Paesi relativamente simili; oggi tra aree del mondo. Di un mondo che tecnologia e finanza hanno interconnesso nella convinzione di poterlo dominare, ma che ora cerca di allentare le tensioni attraverso la migrazione dei popoli. Se i nuovi proletari sono i migranti, bastano le leggi Bossi-Fini o i ranger alla frontiera messicana del Texas a tenere assieme le società? Nell'epoca in cui i tre quarti delle disuguaglianze globali dipendono dalle differenze tra Paesi, la prima forma di rendita diventa la cittadinanza d'origine. E questo sul piano sociale spiazza la politica della concorrenza dentro i Paesi del Primo Mondo e tra questi e il resto del pianeta.


La questione della disuguaglianza non è soltanto etica. L'eccesso di disuguaglianza è, al tempo stesso, figlio e padre della follia finanziaria dell'Occidente. La Grande Depressione del 1929 e la Grande Recessione del 2007, osservano Michael Kumhof e Romain Rancière, due economisti del Fondo monetario internazionale, sono state entrambe precedute da una forte e prolungata impennata della disuguaglianza nei redditi e nella ricchezza e, al tempo stesso, da un analogo rigonfiamento dei debiti del ceti medi e bassi. In entrambi i casi, i ricchi hanno usato le risorse eccedenti i loro pur opulenti consumi per finanziare, tramite il sistema bancario, i poveri nei loro acquisti. E i ricchi si sono pure offerti a modello dei consumi di massa, come Luigi XIV lo era per la nobiltà francese del Seicento. Robert Frank, della Cornell University, cita a esempio la superficie media delle nuove case americane che sale dai 1600 piedi quadrati del 1980 ai 2100 del 2001, mentre le paghe ristagnano. Ma se i poveri indebitati non riescono ad avere i redditi aggiuntivi necessari a rimborsare il debito, conclude Lars Osberg, della Dalhouise University di Halifax, il sistema bancario e finanziario si troverà pieno di attività inesigibili. E per salvarlo dovrà intervenire lo Stato, aumentando il debito pubblico.


Vi è dunque, negli Usa, una chiara catena causale tra disuguaglianza, debito, bolle finanziarie e debito pubblico. E l' Italia? Ne ha parlato a lungo Andrea Brandolini, economista della Banca d'Italia. E tra le tante osservazioni ne ha fatta una controcorrente. Da citare in conclusione.


L'indice Gini (che va da 0 nell'ipotesi che tutto sia equamente diviso tra tutti a 1 nell'ipotesi che tutto sia in mano a una sola persona) è sceso da 0,408 del '68 a 0,297 del 1982 per poi rimbalzare nei primi anni Novanta e volare a 0,351 nel 2004 salvo ridiscendere un po' adesso, causa le perdite finanziarie delle classi più alte. Ebbene, in questo quarantennio, il periodo di maggior crescita (oltre il 3% annuo) sono gli anni Settanta che si concludono con il debito pubblico non oltre il 51% del Pil. Questo non basta certo a rendere formidabili quegli anni come vorrebbe Mario Capanna, ma forse non erano nemmeno il male assoluto come molti oggi dicono. Erano anch'essi un passaggio — doloroso e terribile, causa il terrorismo, infine domato dalla politica — così come un passaggio sono gli anni Dieci di questo secolo. Un passaggio ancora irrisolto, causa l'ignavia delle classi dirigenti.

 

Fonte: Massimo Mucchetti - Corriere della Sera |

31/10/2011

Rapporto Ilo/Onu: «Una generazione traumatizzata di giovani lavoratori precari e disoccupati»

Rapporto Ilo/Onu: «Una generazione traumatizzata di giovani lavoratori precari e disoccupati»

 

 

Nel suo rapporto "Global Employment Trends for Youth: 2011 Update", l'International labour organization (Ilo) dell'Onu lancia l'allarme sulla possibile traumatizzazione di un'intera generazione di giovani lavoratori che «Si confrontano con una pericolosa miscela di disoccupazione costantemente elevata, inattività e lavoro precario crescente nei Paesi sviluppati, così come con una moltiplicazione di lavoratori poveri nei Paesi in via di sviluppo».

Secondo il rapporto «La sfortuna della generazione che arriva sul mercato del lavoro in questo periodo di grande recessione non si traduce solo nel malessere attuale suscitato dalla disoccupazione, dal sotto-impiego e dagli stress dei rischi sociali legati alla disoccupazione e all'ozio prolungato, potrebbe anche avere delle conseguenze a lungo termine, sotto forma di rimunerazioni più basse in futuro e di sfiducia verso il sistema economico e politico».

 

L'organizzazione del lavoro dell'Onu sottolinea che «Questa frustrazione collettiva tra i giovani è stata uno dei motori dei movimenti di protesta che hanno avuto luogo in tutto il mondo quest'anno, perché diventa sempre più difficile per i giovani trovare altro che un lavoro a tempo parziale o un impiego temporaneo».

 

Il rapporto spiega da questo punto di vista cosa e perché è davvero successo in Medio Oriente ed Africa del Nord: «Nel corso degli ultimi 20 anni, circa un giovane su quattro si è ritrovato disoccupato, malgrado i progressi compiuti in materia di educazione dei ragazzi e delle ragazze». E' qui che è scaturita la scintilla che ha infiammato le rivolte arabe

Il numero assoluto dei giovani disoccupati sarebbe però leggermente diminuito dopo il picco raggiunto nel 2009: da 75,8 à 75,1 milioni alla fine del 2010, cioè il 12,7%, e  dovrebbe scendere a 74,6 milioni nel 2011, il  12,6%. Pero il rapporto attribuisce questo miglioramento al fatto che sempre più giovani si ritirano dal mercato del lavoro e non lo cercano nemmeno più: «Questo è particolarmente vero per le economie sviluppate e per l'Unione europea». Una tendenza particolarmente forte nell'ex tigre celtica del turbocapitalismo, l'Irlanda, dove il tasso di disoccupazione giovanile nel  2010 era del  27,5 %  contro il 18,5 del  2007, ma che sarebbe in realtà del 46,8% perché un bel pezzo di disoccupazione è dissimulata nel sistema educativo.

 

Durante la crisi, l'espansione della manodopera giovanile è stata ben inferiore alle attese del 2010: nei 56 Paesi che hanno dati credibili il mercato del lavoro ha accolto  2,6 milioni di giovani, molto meno del previsto dalle tendenze a lungo termine pre-crisi. La percentuale di coloro che cercano lavoro da oltre 12 mesi nei Paesi sviluppati è molto più elevata tra i giovani che tra gli "adulti": in  Italia, Grecia, Slovacchia e Gran Bretagna i giovani sono da due a tre volte più a rischio disoccupazione di lunga durata degli adulti.

 

Tra il 2007 e il 2010 il tasso di lavoro a tempo parziale tra i giovani è aumentato in tutti i Paesi sviluppati, esclusa la Germania, con punte del 17% in più in Irlanda  e dell'8,8% in Spagna, lasciando pensare che il lavoro precario sia l'unica opzione a disposizione dei giovani. Alla fine del  2010 praticamente tutti I giovani avevano un lavoro a tempo parziale in Canada, Danimarca, Olanda e Norvegia. Eppure la percentuale di giovani lavoratori che vorrebbe lavorare di più supera quella degli adulti in tutti i Paesi europei, escluse Germania ed Austria.

 

I Paesi in via di sviluppo a basso reddito sono prigionieri di un circolo vizioso povertà-lavoro: «Se si studia la disoccupazione giovanile in maniera isolata - spiega l'Ilo - si potrebbe credere a torto che la gioventù dell'Asia del Sud o dell'Africa sub sahariana esca bene dal rapporto rispetto a quella delle economie sviluppate. Infatti il rapporto elevato occupazione-popolazione per i giovani delle regioni più diseredate vuole semplicemente dire che questi giovani non hanno altra scelta che lavorare. A livello mondiale, si hanno molti più giovani che sono intrappolati nella loro condizione di lavoratori poveri che giovani senza lavoro o che cercano un impiego».

 

Il rapporto propone una serie di iniziative politiche per promuovere l'occupazione giovanile, quali: «Elaborare una strategia integrata di crescita e di creazione di l posti di lavoro basata sui giovani; migliorare la qualità degli impieghi rafforzando le normative sul lavoro; investire nell'insegnamento e in una formazione di qualità e, forse ancora più importante, perseguire politiche finanziarie e macroeconomiche che puntino a togliere gli ostacoli alla ripresa economica».

 

José Manuel Salazar-Xirinachs, direttore esecutivo del settore lavoro dell'Ilo, spiega che «Queste nuove statistiche riflettono la frustrazione e la collera che sentono milioni di giovani nel mondo. I governi si devono sforzare di trovare delle soluzioni innovative per intervenire sul mercato del lavoro, per esempio affrontando il divario di competenze tra l'offerta e la domanda, offrendo un accompagnamento alla ricerca di lavoro, una formazione al mestiere di imprenditore, delle sovvenzioni per le assunzioni, ecc. Queste misure possono veramente fare la differenza ma, alla fine dei conti, maggiori posti di lavoro dovranno essere creati grazie a delle misure esterne al mercato del lavoro per togliere gli ostacoli alla ripresa della crescita, soprattutto accelerando il recupero del sistema finanziario, la ristrutturazione e la ricapitalizzazione delle banche, al fine di rilanciare il credito alle piccole e medie imprese e realizzando dei veri progressi per riequilibrare la domanda mondiale».

 

Fonte: Greenreport.it

30/10/2011

Vendiamo il paradiso a prezzi scontati

Vendiamo il paradiso a prezzi scontati

 

Che vuol dire quella fila biblica che ha paralizzato Roma per accaparrarsi elettrodomestici scontati da Trony? Che vuol dire quell'incasso di due milioni e mezzo di euro in piena crisi in una giornata sola? L'Italia che si dice bipolare e invece è manichea, ha offerto ieri due letture diametralmente opposte: altro che crisi, hanno esultato i liberisti, notando l'exploit di consumi. Che «ressa di schiavi» sotto effetto della crisi nera, hanno commentato gli altri, da sinistra.
Lasciamo a casa le tesi precostituite e ragioniamo: un società impoverita, è vero, non spende così tanto in generi non di prima necessità.


Vuol dire che poi non stiamo così male. Però è vera anche un'altra cosa: mentre il centro commerciale fa il suo boom di incassi, chiudono in un anno a Roma ben 5mila negozi. Non vi dice niente? Se la gente dorme in macchina pur di accaparrarsi un televisore scontato, vuol dire che la crisi picchia, ma i soldi poi non mancano.
Come giudicare invece sul piano psicologico e morale, la corsa? È un esorcismo popolare contro la crisi, va capito; è il vuoto di tempo e la voragine di aspettative che colpisce una società pur indaffarata. Ma è anche la miseria del consumismo come modello di vita e orizzonte di futuro. Un i-phone in saldo non può valere ore di fila a piedi, in auto, una nottata fuori.


Prima si facevano questi sacrifici per acquistare indulgenze presso santi e madonne; oggi per acquistare distrazioni presso gli ipermercati. Ditemi voi se è un progresso e se siamo davvero passati dall'infanzia alla maturità.

 

di Marcello Veneziani - Fonte: il giornale [scheda fonte]

 

24/10/2011

La cognizione del peccato originale

La cognizione del peccato originale

Così la riflessione sui progenitori dell'umanità ha formato l'etica

In che modo peccarono Adamo ed Eva, facendosi così cacciare dal paradiso terrestre, e condannando noi poveri e innocenti loro discendenti al rischio della dannazione eterna, la donna alle doglie del parto, l'uomo alle sue sudate fatiche, e chi vuole riguadagnare il paradiso (questa volta, celeste) a una disciplina di purezza del pensiero e delle opere? Fu il molto umano peccato del congiungimento carnale tra uomo e donna?


Non sono quesiti peregrini e oziosi. Vi si arrovellarono spiriti e intelletti cristiani ed europei tra i maggiori, e le relative risposte hanno formato una parte rilevante delle nostre idee religiose e morali. A quasi ottant'anni dal suo apparire nel 1933, il libro di Antonello Gerbi, Il peccato di Adamo ed Eva, ora riedito, a cura del figlio Sandro, da Adelphi, lo riconferma.
Il libro nacque nella scia del precedente studio di Gerbi sulla politica del romanticismo. Qui egli aveva notato che per un modesto scrittore libertino olandese, Adriaan Beverland, il peccato originale era consistito nella «voglia di copulare» e nell'attuarla; e che questa tesi aveva trovato eco in pensatori importanti, e perfino in Kant, influenzando il pensiero romantico, specie nelle sue «miscele di sensualità e religione». Poi Gerbi studiò anche gli sviluppi dell'«ipotesi beverlandiana» fin dagli inizi del cristianesimo, e ne nacque questo libro, in cui il concetto di colpa è visto come «quasi un nesso tra la religione e la morale», e ne è seguita la progressiva «umanizzazione».


Dopo Beverland, i significati metafisici e teologici del «peccato originale» vennero superati, affermando e giustificando il «peccato» come implicazione naturale della condizione umana, e vanificando l'idea di colpa. Le condanne di Adamo ed Eva (l'amore naturale come peccato, il lavoro come pena) e le idee connesse di male e di dolore furono ridotte a fatti di natura. Cadde la tradizione antica della miseria e infelicità della condizione umana, bisognosa, per il suo vizio d'origine, di comprensione e di perdono, di grazia e di redenzione. Emergevano integre la natura e l'esperienza terrena dell'uomo, non più condizionate dalla maledizione inflitta ai due progenitori, né dal pessimismo che da san Paolo e sant'Agostino a Pascal l'aveva sempre connotata.


Questo il giudizio di Gerbi, che vedeva, quindi, completarsi col romanticismo quella rivalutazione della condizione umana che, malgrado tutte le revisioni, resta un significato essenziale dell'umanesimo. Beverland si trasformava, da modesto (e anche osceno) scrittore su problemi più grandi di lui, nel casuale starter di una grande rivoluzione morale e culturale, acquisendo nella storia del pensiero europeo un posto tuttora ben poco riconosciuto.
È una tesi ardita, che spiega perché su di essa i recensori del libro, pur apprezzandone la dottrina e l'acume, avanzarono corpose riserve. Per Alberto Pincherle, ad esempio, la tesi del peccato originale come causa del male nell'uomo e nell'universo non c'è più nella nostra cultura; il cristianesimo aveva forzato in senso drammatico il testo biblico su quel peccato; dall'umanesimo in poi ci siamo allontanati dalle concezioni paoline e cristiane.


Queste critiche dovettero avere effetto su Gerbi, che continuò a raccogliere materiali sul suo tema, pensando di riscrivere il libro, come dimostra il figlio, che utilizza per la nuova edizione schede e note del padre riportate nel testo. In effetti, Gerbi aveva chiara la modesta statura di Beverland. «Occorre a volte (scrisse poi) uno scrittore di basso rango per sconsacrare e ravvivare un tema d'alta portata». Poco geniale, l'olandese aveva, tuttavia, diffuso «la sacrilega "ipotesi"» e l'aveva fatta circolare e agire anche «su menti e in ambienti chiusi» ad alte disquisizioni teoriche.
Il dubbio, tuttavia, sull'effettivo ruolo di Beverland resta, ma il merito del libro di Gerbi trascende questo punto. Egli individuò bene il grande problema filosofico adombrato nel mito del peccato originale. Un mito in cui emerge, a mio avviso, l'essenziale della vita e della storia: il non potere, cioè, mai riposare nelle braccia, per liete che siano, del presente, dell'ordine vigente delle cose.

 

Una spinta incoercibile spinge ad andare oltre, in meglio o in peggio si vedrà poi. Ha un alto significato, sempre a mio avviso, che questa spinta (diabolica già nella Bibbia) sia affidata alla curiosità e all'iniziativa della irrequieta Eva contro il pigro e timorato Adamo. Forse pensava a questo Raffaele Mattioli, che, ricevuto il libro di Gerbi, gli rispondeva con un epigramma spiritosissimo: «nessun dalla testa mi leva/ che il pomo d'Adamo/ fosse il c...o di Eva». Si possono dire cose essenziali anche così, e si può indicare un sentiero importante di riflessione storica e teorica anche seguendo, come fa qui Gerbi, la pista di un modesto Beverland.

di Giuseppe Galasso - Fonte: Corriere della Sera [scheda fonte]

Contro la caccia al profitto

Contro la caccia al profitto

 

Per avere un sistema alimentare democratico bisogna riscrivere le regole del sistema finanziario.

 

Mentre si diffonde sempre di più il piacere delle verdure di stagione a chilometri zero e aumentano i giovani che amano sporcarsi le mani con la terra, sembra crudele richiamare l’attenzione sui problemi del sistema alimentare. Ma bisogna temperare l’ottimismo della volontà con il pessimismo della ragione. Nonostante le conquiste del movimento per il cibo degli ultimi dieci anni, è difficile allontanare la sensazione che il pessimismo sia più forte.

 

Per ogni orto biologico alla Casa Bianca c’è un responsabile dell’ufficio del rappresentante per il commercio statunitense che viene dall’industria dei pesticidi. Sasha e Malia Obama mangeranno anche alimenti sani, ma il sud del mondo è ancora fermo ai prodotti chimici. Anche se i raccolti sono abbondanti, milioni di persone soffrono ancora la fame. La causa non è la crescita demografica: si produce cibo a sufficienza per tutti. Ma l’economia della produzione agricola tende a dimenticare le esigenze dell’alimentazione.

 

Innanzitutto aumenta la percentuale di colture destinate non all’alimentazione umana o animale, ma alla produzione di biocarburanti per far circolare le automobili. Più di un decimo della produzione mondiale di cerea­li secondari (diversi dal grano e dal riso) è usata per produrre combustibili e, secondo le stime dell’Ocse, entro i prossimi dieci anni un terzo delle coltivazioni di canna da zucchero sarà trasformato in biocarburanti invece che in dolcificanti.

Ma c’è solo una cosa peggiore del bruciare il cibo: specularci sopra. Come fa notare l’economista Jayati Ghosh, una delle conseguenze del Commodity futures modernization act (Cfma), una legge statunitense del 2000 che deregolamenta i prodotti finanziari, è che alla fine del 2007 gli scambi di future sulle materie prime hanno raggiunto i novemila miliardi di dollari. C’è un vivo dibattito tra gli economisti sulla possibilità che questo possa aver provocato un aumento dei prezzi o fluttuazioni troppo ampie.

 

Ma una cosa su cui tutti sono d’accordo è che, se i prodotti agricoli sono sempre di più oggetto di strumenti finanziari senza regole, i prezzi alimentari saranno sempre più legati agli umori delle borse. A questo punto il contenuto (quando c’è) delle ciotole dei più poveri dipenderà non tanto dalla reale disponibilità di cibo, ma dal prezzo del petrolio.

La buona notizia
Il movimento per il cibo lotta contro i cambiamenti climatici, le speculazioni sui terreni e i biocarburanti. Nonostante la crisi che stiamo vivendo, i capitalisti sembrano sempre più sfrenati nella loro ricerca del profitto e hanno trovato nuovi modi per speculare sul nostro pane quotidiano. Per avere un sistema alimentare autenticamente democratico bisogna riscrivere le regole del sistema finanziario. E per fare questo è necessario identificare e affrontare il capitalismo come il vero nemico della sovranità alimentare.

 

Naturalmente una posizione ragionevole serve a poco se le idee non si trasformano in realtà. Servono soluzioni concrete per coltivare, mangiare e condividere il cibo in modo da migliorare la vita delle persone. E forse il principale motivo di ottimismo è che, da Detroit al Malawi, un numero crescente di movimenti sta sperimentando nuovi modi per raggiungere questo obiettivo.

Traduzione di Enrico Del Sero.

Internazionale, numero 918, 7 ottobre 2011

Raj Patel è un economista e giornalista britannico. Ha scritto I padroni del cibo .

 

Fonte: Raj Patel, The Nation (da Internazionale) | 11 Ottobre 2011

23/10/2011

Il futuro che attende l'Italia

Il futuro che attende l'Italia

 

Intervista a Eugenio Benetazzo, economista:

 

La maggior parte delle mail che mi sono arrivate in queste settimane menzionano il rischio di imposta patrimoniale in Italia. Premesso che con un patrimonio di 8 trilioni di Euro suddiviso tra asset finanziari e beni immobili, l'Italia ha una base imponibile che nessun altro Paese al mondo può vantare e darebbe adito alla presunzione che da qui a qualche mese qualche governo, soprattutto imposto dall'alto, quindi un governo tecnico, metta in essere una di queste strategie per il risanamento dei conti pubblici. La dimensione di questo intervento non può essere nota, ma solo ipotizzata. C'è chi stima un 3, 4, 5% cumulato tra patrimonio immobiliare e finanziario e che, oggettivamente, darebbe l'ammontare di risorse finanziarie necessarie per l'abbattimento consistente dello stock di debito pubblico italiano.


In via di sottosviluppo
In questi giorni esce il mio nuovo saggio economico sulla crisi del sistema Italia e del potenziale default del debito pubblico italiano. “Il futuro che attende l'Italia, era il mio Paese”. In molti mi scrivono chiedendomi quelle che possono essere le più probabili ipotesi di evoluzione dello scenario economico e macroeconomico in Italia, i recenti episodi di cronaca finanziaria che hanno portato alla ribalta il potenziale default o crash finanziario della Banca belga, la Dexia con ripercussioni su tutto il sistema bancario europeofanno capire che in questo momento l'attenzione soprattutto delle attività monetarie sovranazionali è incentrato nel preservare la stabilità del sistema bancario e dall'evitare fenomeni di ulteriore contagio. 


Di certo quello che abbiamo percepito con la complicità delle agenzie di rating che hanno emesso l'ennesimo downgrade sul nostro Paese che quanto prima urge una manovra consistente volta al risanamento dei conti pubblici non per 30/40 miliardi di Euro come abbiamo avuto modo di sentire dall'esecutivo in questi ultimi periodi, ma notevolmente più consistente, 400/500 miliardi di Euro. Questa è la risposta che si attendono le Comunità finanziarie internazionali, le grandi banche d'affari.
 


Che tipo di futuro ci attende a breve? In prima battuta un autunno e un inverno caldissimi, non solo sul piano del gossip politico italiano, ma soprattutto per le tensioni finanziarie che sono ogni giorno più intense e più dirette.
 
Con l'ultimo libro ho voluto dare un quadro su quello che è oggi il sistema Italia, quello che è diventato negli ultimi dieci anni a seguito dell'ingresso nel
 WTO della Cina e poi la trasformazione sia dal punto di vista imprenditoriale del tessuto della piccola e media impresa, come è mutato il panorama bancario, faccio sempre l'esempio di un ambiente, quello italiano che ha visto la scomparsa di tre grandi banche di stato di interesse nazionale con la sostituzione di tre grandi gruppi bancari, adesso privati che si contendono oltre 60/65% del mercato dei prodotti bancari e parabancari, in aggiunta con le problematiche deficitarie del sistema accademico, quindi la capacità di preparare dell'università italiana. Non per ultimo le problematiche strutturali che abbiamo sul settore primario, quindi settore agroindustriale con la sua filiera che viene messa profondamente in crisi a fronte dei prodotti che iniziano a arrivare dal di fuori della Comunità europea che inquinano la qualità e la consistenza del prodotto tipico italiano. 


Purtroppo il nuovo Paese è ormai in declino industriale e subisce le conseguenze dei fenomeni globalizzanti. Un Paese in via di sottosviluppo che dovrà creare occupazione, parliamo di centinaia di migliaia in alcuni casi, milioni di posti di lavoro che sono venuti meno, sono stati polverizzati al di là della crisi ma proprio per la trasformazione che ha caratterizzato il nostro Paese. 


La speranza che dovremmo avere noi tutti, se vogliamo continuare a rimanere in Italia è che si assista a un fenomenale cambio di governance politica appoggiato da un movimento di rivolta giovanile al pari di quello degli
 Indignados in Spagna e di quello che stiamo percependo adesso sui mercati anglosassoni con gli Stati Uniti e l'Inghilterra che porti all'emersione di una nuova Terza Repubblica, una nuova forza di rappresentanza popolare che riesca a dare spazio alla volontà di cambiamento e di rinnovamento, solamente mettendo il Paese a disposizione delle potenzialità giovanili, riusciremo ancora a avere un'Italia in grado di competere e di mantenere un ruolo non dico dominante, ma se non altro di rilievo sul panorama internazionale, al di fuori di questa possibilità, purtroppo ci aspetta un lento e triste progressivo fenomeno di impoverimento sia economico che sociale che poi avrà delle ripercussioni sul vivere di tutti quanti noi. 
Non per ultimo i nostri risparmi saranno toccati in maniera consistente a fronte dell'indebolimento e della necessità del sistema bancario di rafforzarsi nel momento in cui cominceranno a peggiorare la qualità del credito che è stato erogato in questi ultimi anni e a fronte dei quali sarà veramente molto difficile poter riuscire a tamponare, a risolvere il quadro dal punto di vista macro.

Un Paese ai giovani
La maggior parte delle richieste via mail che mi sono arrivate in queste ultime settimane menzionano il rischio di questa presumibile imposta patrimoniale in Italia. Premesso che il patrimonio di 8 trilioni di Euro suddiviso tra asset finanziari e beni immobili, l'Italia ha una base imponibile che nessun altro Paese al mondo può vantare e quindi darebbe molto adito alla presunzione che da qui a qualche mese qualche governo,soprattutto imposto dall'alto, quindi un governo tecnico, metta in essere una di queste strategie per il risanamento dei conti pubblici in Italia. La dimensione di questo intervento purtroppo non può essere nota, ma può essere ipotizzata. C'è chi stima un 3, 4, 5% cumulato tra patrimonio immobiliare e finanziario e che oggettivamente darebbe quell'ammontare di risorse finanziarie necessarie per l'abbattimento consistente dello stock di debito pubblico italiano. 


La mia personale presunzione è che si andranno a colpire soprattutto gli
 asset finanziari, quindi la gran parte delle giacenze liquide sotto forme di liquidità dei conti di deposito, libretti vincolati perché la maggior parte degli italiani, vista l'attenzione e la turbolenza finanziaria dei mercati in questo momento è posizionata attraverso questi contenitori. Purtroppo ricordiamoci sempre che la patrimoniale è un'imposta che non è democratica, ma andrà a colpire chi fino a oggi o ha pagato sempre le imposte o chi ha accantonato risorse in maniera equa, corretta e soprattutto nel pieno rispetto della fiscalità diffusa italiana. 


Il mio personale augurio o pensiero è che qualora venga implementata, venga varata questa imposta che vada a generare un ingente quantitativo di risorse per il Paese, queste risorse verranno utilizzate da un nuovo esecutivo, non da quello attuale, altrimenti sarebbe una battaglia persa all'inizio! Un esecutivo rappresentativo delle istanze e delle motivazioni di rinnovamento che arrivano in questo momento, soprattutto da parte delle giovani generazioni di ragazzi italiani, 30/35 anni che per la stragrande maggioranza vivono con
 un futuro profondamente incerto non solo dal punto di vista finanziario, ma soprattutto occupazionale.

di Eugenio Benetazzo - 21/10/2011

Fonte:
Il Blog di Beppe Grillo [scheda fonte]

16/10/2011

Emigrazoni dall'Africa ai primordi? Falso

Emigrazoni dall'Africa ai primordi? Falso

 

Il segreto degli aborigeni “Furono i primi esploratori” Il Dna dai capelli riscrive le teorie sull’emigrazione dall’Africa

Il reperto La ciocca di capelli che ha permesso le ricerche raccontate su «Science»
Eroici Gli antichi australiani sono stati protagonisti di un’epopea unica


Anno 1923. L’antropologo britannico A. C. Haddon fa quello che tutti i suoi colleghi fanno. Raccoglie campioni umani. Anche i più innocenti, come i capelli, che spesso i «selvaggi» cedono senza discussioni. Nel carico di quella stagione c’è una lunga ciocca, regalatagli da un giovane aborigeno con cui ha fatto amicizia.


Anno 2011. Un team internazionale si dedica a quella che, scherzando un po’, è nota come «Jurassic Park science». Riscopre la ciocca, lasciata a impolverarsi in una teca, ne estrae il Dna e comincia il grande gioco dei confronti. Il risultato - come adesso è stato raccontato sulla rivista «Science» butta all’aria tutte le certezze sulla colonizzazione del Pianeta. Se i test genetici non mentono, la storia delle migrazioni umane, finora rozzamente rappresentate come una serie di linee che dall’Africa prima salgono in Europa e poi piegano verso l’Asia, sono clamorosamente sbagliate.
Il succo della scoperta è che gli aborigeni di oggi sono i discendenti diretti dei primi esploratori. I loro antenati, infatti, non hanno perso tempo. Usciti dal continente primigenio, hanno subito seguito la rotta Est, senza tappe intermedie, fino a raggiungere l’Australia, mentre gli avi di quelli che sarebbero diventati europei e asiatici stavano ancora muovendo i primi passi, non oltre quello che è oggi il Medio Oriente. E’ successo, all’incirca, 70 mila anni fa, vale a dire almeno 24 mila anni prima che iniziassero le altre migrazioni. Così, se sono arrivati a destinazione in un tempo remotissimo, già 50 mila anni fa, ora gli aborigeni possono vantare l’«albero genealogico» più straordinario.


Il merito è di quel ragazzo gentile di cui si è perso il nome e di cui sopravvive solo la ciocca. I suoi mattoni di Dna sono stati sovrapposti a molti altri genomi, un migliaio di persone selezionate dai 5 continenti, e si è visto che tra il suo popolo e i Sapiens più antichi c’è una differenza davvero minima, pari a meno dell’1%. «Mentre i predecessori di europei e asiatici stavano seduti da qualche parte in Africa o nel Medio Oriente, quelli che sarebbero diventati gli aborigeni si muovevano rapidamente, attraversando terre sconosciute in Asia e solcando il mare, fino all’Australia ha spiegato il coordinatore dello studio, Eske Willerslev, biologo evoluzionista all’università di Copenhagen -. E’ stato un viaggio davvero incredibile, che deve aver richiesto eccezionali capacità di sopravvivenza e coraggio».


I «Jurassic Park scientists» sentono crescere l’emozione. Vogliono continuare a indagare e decifrare le successive «fughe» dall’Africa della nostra specie. E poi vogliono buttare un occhio su un altro grande mistero: la colonizzazione delle Americhe. Quando si è verificata e come? Sono nascoste anche lì altre sorprese? Di sicuro i musei di tutto il mondo sono ricchi di reperti vergini, che la scienza del Dna non ha ancora sondato con i propri test.


Ma intanto una prova indiretta dell’antichità degli aborigeni arriva da un altro set di analisi, stavolta sul più enigmatico gruppo di esseri che hanno condiviso la Terra con noi umani, i Neanderthal e i Floresiensis: i Denisova. Il Dna ha svelato che parte dei loro geni è passato in molte popolazioni asiatiche, fino agli abitanti della Nuova Guinea. Sarebbero stati loro i protagonisti della «seconda grande ondata», intorno a 30 mila anni fa, invadendo le pianure della Siberia e poi scendendo verso Sud, senza però mai incontrare i primi australiani. Ora gli aborigeni del XXI secolo, dopo decenni di discriminazioni e persecuzioni, possono quindi vantare di essere tra gli sponsors della ricerca guidata da Willerslev.
La loro organizzazione si chiama «Goldfields Land and Sea Council» e da pochi giorni, grazie a qualche capello e alle lunghe sequenze disegnate dal Dna, si sente custode di una tradizione più che unica. Seguendo le «vie dei canti», si arriva dritti all’alba della nostra specie.

di Gabriele Beccaria - Fonte: La Stampa [scheda fonte]