29/01/2012
L´oasi dei malati di Alzheimer nasce la città dei senza memoria
L´oasi dei malati di Alzheimer nasce la città dei senza memoria
A Wiedlisbach, in Svizzera, sarà costruito un paese riservato a chi soffre di demenza senile Il progetto, però, ha già scatenato un forte dibattito: è giusto creare un mondo parallelo?
I detrattori, senza alcuna diplomazia, l´hanno già battezzato Dementiaville. Sarà il paese di malati di Alzheimer: una prigione dorata costruita solo per loro, a immagine e somiglianza della loro oscura malattia. Vivranno dentro un Truman Show con peluche, cavalli di legno, porte aperte e giardini a disposizione, anche se hanno ottant´anni. E invece che il camice bianco, i loro infermieri saranno vestiti da giardinieri, parrucchiere, commesse, come se fossero a una mascherata.
Il progetto è stato appena approvato e già ha suscitato un forte dibattito: è giusto creare per i malati un mondo parallelo? Ed è utile questa ricerca di una finta normalità? Serve ai malati credere che la realtà sia quella che loro ricordano, cioè quella datata della loro giovinezza? Markus Vögtlin, l´imprenditore svizzero che ha destinato 20 milioni di euro alla nuova città, ritiene che questa sia la giusta risposta a un problema sanitario che è sempre più anche un dramma sociale. Se in Svizzera i malati di Alzheimer sono 100mila, nel mondo sono un esercito di 18 milioni di persone e in Italia i colpiti dalla sindrome della demenza senile sono almeno 600mila. Numeri destinati a crescere in tutto il primo mondo, con l´eccezione dell´India, dove l´incidenza è di un decimo rispetto a quella dei paesi sviluppati.
Il villaggio di Wiedlisbach potrà ospitare 150 persone, distribuite a gruppi di sei nelle casette costruite in stile Anni ´50, a immagine e somiglianza di quanto già esiste da tre anni in Olanda, ad Hogewey, nei sobborghi di Amsterdam, dove il ricovero costa cinquemila euro al mese e dove, secondo Vögtlin, che è andato a studiare quell´esperienza, gli anziani malati hanno trovato una risposta ai loro disagi. Lì - su YouTube numerosi filmati ritraggono l´interno di una giornata - sono stati addirittura costruite case di due tipologie, una di stile urbano e una country. Spesso, ha raccontato l´imprenditore al Tages-Anzeiger, la malattia li trasforma in persone stanche, svogliate e aggressive: «Là invece - ha detto - ho trovato uomini e donne rilassati e contenti». Se hanno difficoltà a ricordare il presente, mentre hanno una memoria ferrata sul passato, per farli sentire meglio basta insomma farli tornare indietro nel tempo.
L´Alzheimer è una malattia degenerativa progressiva, causata dalla morte dei neuroni, cioè le cellule del cervello. Accade che non sia più possibile fissare nuove informazioni - neppure banali, tipo ricordarsi di avere bevuto il caffè, o di essersi lavati i denti, o di avere parlato con qualcuno - e che progressivamente l´unico mondo reale resti quello legato al passato. Se la fase iniziale è un lieve decadimento cognitivo, con amnesie che all´inizio possono attribuirsi anche alla vecchiaia, via via la malattia si trasforma in un pericolo, con il paziente che rischia di perdersi anche nella sua stessa casa, di finire sotto un tram, di lasciare aperto il rubinetto del gas, e che diventa apatico oppure aggressivo.
Spiega Elio Scarpini, neurologo del centro Dino Ferrari del Policlinico di Milano: «La gestione di un malato di Alzheimer è pesantissima, ma direi che più che gli aspetti architettonici è importante la preparazione del personale. Questo progetto mi sembra un po´ un´americanata, credo che i veri bisogni di questi pazienti e dei loro familiari siano altri. Più che creare un piccolo mondo dorato e finto, ha senso occuparsi dell´assistenza domiciliare». Brigitta Martensson, della Swiss Alzheimer Association, giudica il progetto di Wiedlisbach una buona cosa per le persone che vivono uno stato avanzato della malattia: «Vivere liberi in spazi riconosciuti - dice - consente di vivere senza ansia». Il Truman Show può iniziare. Anche se alla fine, in fondo, questa città da Grande Fratello non è molto diversa da una grande clinica specializzata.
Fonte: CINZIA SASSO - la Repubblica
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Matrimonio CINO-AMERICANO
Matrimonio CINO-AMERICANO
In Occidente le relazioni tra il principale dei paesi «emergenti» e la superpotenza in declino viene di solito definita come una «sfida». Ma a chi e in che senso? E soprattutto, sarà proprio così?Le relazioni tra Cina e Stati uniti sono oggetto di grande preoccupazione nei discorsi che attraversano il mondo (bloggers, media, politici, burocrati internazionali). L'analisi dominante interpreta la relazione come quella tra una superpotenza in declino, gli Stati uniti, e un paese «emergente» in rapida crescita, la Cina. Nel mondo occidentale, questa relazione è di solito definita in termini negativi, la Cina viene vista come una «sfida». Ma sfida a chi e in che senso? Alcuni vedono l'«emergenza» cinese come il ritorno a una posizione centrale nel mondo, che questo paese aveva nel passato e che ora starebbe recuperando. Altri considerano che sia un avvenimento molto recente - la Cina acquisirebbe un ruolo nella geopolitica in movimento e nelle relazioni economiche mondiali del sistemamondo moderno.
Dalla metà del XIX secolo, le relazioni tra i due paesi sono state ambigue. Da un lato, in quel periodo, gli Stati uniti avevano cominciato ad espandere le proprie vie commerciali verso la Cina. Avevano iniziato ad inviare dei missionari cristiani. Alla svolta del XX secolo, avevano proclamato la politica della «porta aperta», che più che contro la Cina era diretta contro le potenze europee. Gli Stati uniti volevano la loro parte del bottino. Comunque, poco dopo, gli Usa parteciparono, a fianco delle altre potenze occidentali, a sedare la ribellione dei Boxer contro l'imperialismo esterno. In patria, il governo Usa (e i sindacati) cercarono di impedire che i cinesi immigrassero negli Stati uniti. Dall'altro lato, a malincuore, c'era un certo rispetto nei confronti della civiltà cinese. L'estremo oriente (Cina e Giappone) era la destinazione preferita per l'opera missionaria, più dell'India e dell'Africa, e questa scelta veniva giustificata con la supposizione che la cinese fosse una civiltà «più alta».
Deve aver pesato anche il fatto che né la maggior parte della Cina né del Giappone furono mai colonizzate direttamente e che di conseguenza non c'era nessuna potenza coloniale europea che cercasse di fare proseliti per riservare la colonia ai propri cittadini. Dopo la rivoluzione cinese del 1911, Sun Yat-Sen, che aveva vissuto negli Stati uniti, nei discorsi pubblici era diventato un personaggio simpatico. E all'epoca della seconda guerra mondiale, la Cina era vista come un alleato nella guerra al Giappone. Per questo, furono gli Stati uniti ad insistere perché la Cina ottenesse un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell'Onu. Certo, quando il partito comunista cinese ha conquistato la Cina continentale e fondato la Repubblica popolare cinese (Rpc), la Cina e gli Stati uniti sembravano diventati feroci nemici. Nella guerra di Corea, erano su fronti opposti e fu l'attiva partecipazione militare della Cina a fianco della Corea del nord a far sì che la guerra finisse in un'impasse.
Tuttavia, dopo un lasso di tempo relativamente breve, il presidente Richard Nixon andò a Pechino in un viaggio famoso, incontrò Mao Zedong e stabilì de facto un'alleanza contro l'Unione sovietica. Il mondo geopolitico sembrava essersi capovolto. In seguito all'accordo con la Rpc, gli Stati uniti ruppero le relazioni diplomatiche con Taiwan (pur rimanendo garanti contro un'invasione della Rpc attraverso gli stretti). E quando Deng Xiaoping divenne il leader della Cina, il paese avviò un processo di lenta apertura alle operazioni di mercato e di integrazione nei flussi commerciali dell'economia-mondo capitalista. Quando il crollo dell'Unione sovietica ha reso irrilevante qualsiasi alleanza CinaUsa contro di essa, la relazione tra i due paesi non è veramente cambiata. È diventata, se non altro, ancora più stretta. La situazione attuale vede la Cina con un significativo surplus nella bilancia dei pagamenti verso gli Usa, gran parte del quale investito nei buoni del tesoro Usa, cosa che permette così agli Stati uniti di continuare a spendere grandi quantità di risorse nelle sue molteplici attività militari nel mondo (in particolare in Medioriente), e al tempo stesso di essere un buon cliente delle esportazioni cinesi.
Ogni tanto, la retorica a cui fanno ricorso entrambi i governi per definire l'altro si indurisce un po', ma non ha nulla a che vedere con la retorica della Guerra Fredda tra Stati uniti e Unione sovietica. Comunque, non è mai molto saggio prestare troppa attenzione alla retorica. Negli affari mondiali, la retorica di solito ha come primo scopo di produrre effetti all'interno del proprio paese, piuttosto che riflettere la vera politica nei confronti del paese a cui è ostensibilmente rivolta. Bisogna prestare maggiore attenzione alle azioni dei due paesi. Fate attenzione a ciò che segue: nel 2001 (appena prima dell'11 settembre), al largo dell'isola di Hainan, un aereo cinese e un aereo statunitense sono entrai in collisione. Molto probabilmente l'aereo statunitense stava spiando in Cina. Alcuni politici statunitensi erano favorevoli a una risposta militare. Il presidente George W. Bush non era d'accordo.
Ha più o meno chiesto scusa ai cinesi, ottenendo alla fine la restituzione dell'aereo e dei 24 aviatori statunitensi che erano stati catturati. Nei vari sforzi che gli Stati uniti fanno per ottenere l'appoggio delle Nazioni unite per le operazioni più varie, sovente i cinesi dissentono. Ma finora non hanno mai posto il veto a una risoluzione sostenuta dagli Usa. La prudenza da entrambe le parti sembra essere stata la forma di azione preferita, malgrado la retorica. Allora, a che punto siamo? La Cina, come tutte le grandi potenze attualmente, ha una politica estera multiforme, impegnata con tutte le parti del mondo. La questione è quali siano le priorità. Credo che la priorità numero uno siano le relazioni con il Giappone e con le due Coree. La Cina è forte, certo, ma potrebbe essere immensamente più forte se facesse parte di una confederazione del nordest asiatico. La Cina e il Giappone hanno bisogno uno dell'altro, prima di tutto come partner economici e in secondo luogo per essere sicuri che non ci sarà nessun tipo di scontro militare. Malgrado alcune occasionali fiammate nazionalistiche, si sono visibilmente mossi in questa direzione.
La mossa più recente è la decisione comune di commerciare tra loro utilizzando le rispettive monete, tagliando così fuori l'uso del dollaro, per proteggersi contro le sempre più frequenti fluttuazioni del valore del dollaro. In più, il Giappone fa i conti con l'incertezza dell'ombrello militare Usa, che potrebbe non durare per sempre e, di conseguenza, deve venire a patti con la Cina. La Corea del sud è di fronte agli stessi dilemmi del Giappone, a cui va aggiunto lo spinoso problema di come comportarsi con la Corea del nord. Per la Corea del sud, la Cina è il vincolo cruciale dei nordcoreani. E per la Cina, l'instabilità in Corea del nord sarebbe una sfida immediata per la propria stabilità. La Cina può svolgere per la Corea del sud il ruolo che ormai gli Stati uniti non possono più avere. E nei difficili aggiustamenti tra Cina e Giappone in vista della collaborazione a cui i due paesi mirano, la Corea del sud (o una supposta Corea unita) può svolgere un ruolo di mediazione essenziale. Poiché gli Stati uniti sono consapevoli di questi sviluppi, non è ragionevole supporre che stiano cercando di venire a patti con il tipo di nordest asiatico confederale che si sta costruendo? È possibile analizzare la postura militare degli Stati uniti nell'Asia del nordest, del sudest e del sud non come una seria posizione militare ma come uno stratagemma di negoziato nel gioco geopolitico in via di svolgimento nel prossimo decennio. Cina e Stati uniti sono rivali? Sì, fino a un certo punto. Sono nemici? No, non sono nemici. Sono collaboratori? Lo sono già di più di quanto ammettano, e lo saranno sempre di più man mano che il decennio avanza.
Fonte: IMMANUEL WALLERSTEIN - il Manifesto |
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27/01/2012
PERCHE’ LA SHOAH E’ IL MALE ASSOLUTO
PERCHE’ LA SHOAH E’ IL MALE ASSOLUTO
Riportiamo dalla Repubblica di oggi, 07/05/2009, a pag. 38, la risposta di Corrado Augias ad un lettore dal titolo " Perchè la Shoah è il male assoluto ".
"Egregio Augias, dissento dalla sua opinione sulla Shoah come male assoluto in quanto unico esempio di sterminio pianificato. Lei scrive che gli altri massacri sono stati frutto di ideologie, magari sbagliate, ma pur sempre di «ideali». La conquista del continente americano costò tra i 50 ed i 200 milioni di morti tra gli indigeni. I nativi non furono solo vittime dell'ineluttabile «progresso», della storia, chiamato dagli americani «destino manifesto». Mi limito a due citazioni. Il generale Sherman al ministro della Guerra, novembre 1868: «Se permetteremo anche a solo 50 indiani di rimanere tra il Platte e l'Arkansas dovremo far proteggere ogni treno, ogni cantoniera, ogni gruppo che lavora alla ferrovia. 50 indiani "ostili" possono tenere in scacco 3000 soldati. Meglio buttarli fuori al più presto, e non fa molta differenza se ciò avverrà mediante l'imbroglio da parte dei commissari per gli affari indiani o uccidendoli».
Da una lettera di Nicholas C. Meeker, agente per gli indiani, al senatore Teller, febbraio 1878: «Io farò in modo di ridurre ciascuno di loro alla fame più nera se gli indiani non vorranno lavorare». Anche quello sterminio fu pianificato. Rientrava in un disegno senza giustificazioni ideali: loro erano una razza inferiore, destinata a soccombere, dovevano fare spazio e non creare rogne ai bianchi, portatori di una cultura superiore."
Giuseppe Ga.
"Lo sterminio degli indiani fu gesto di implacabile ferocia non meno di quello dei Galli operato da Cesare che io ricordavo. Furono (come tutti gli altri) massacri di conquista, rientrano nella brama di dominio innata nella specie umana. Ciò che rende unica la Shoah è la sua gratuità. La signora Elena L.R. (elenalrc@alice.it) l'ha condensata molto bene in queste parole che condivido: «Molti ebrei erano cittadini tedeschi: in Germania lavoravano, pagavano le tasse, rispettavano le leggi. Come gli altri cittadini avevano partecipato alla prima guerra mondiale. Si pensi quindi a uno Stato che si mette a perseguitare/uccidere parte dei propri cittadini, non perché autonomisti o indipendentisti, oppositori o ribelli, ma perché "ebrei". Un regime che a freddo, si potrebbe dire a tavolino, si inventa un nemico interno su cui convogliare frustrazioni, disagi, aggressività per compattare il resto dei propri cittadini dandogli un senso di supremazia. Un popolo che vuole annientare un altro popolo (per riprendere le parole di Arrigo Levi) non perché vuole annetterne il territorio, conquistare uno sbocco al mare, il petrolio o altro che sia, ma perché lo vede come fonte di corruzione, contaminazione di una propria immaginaria "purezza"». C'è un elemento misterioso in quello sterminio, appartiene all'irrazionale, alla parte buia dell'animo umano. Questo rende la Shoah male assoluto."
Corrado Augias
Fonte: www.repubblica.it
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24/01/2012
Impariamo a goderci i frutti della vita. Dialogo su natura, amore e altre meraviglie
Impariamo a goderci i frutti della vita. Dialogo su natura, amore e altre meraviglie
Il pensiero dei due filosofi nei diari tenuti per anni
L´urlo della tempesta, il fruscio della foglia: in essi vi è un´armonia essenziale e inesplorata
Un innamorato non nomina volentieri la sua amata poiché ella è sacra
Io non preferisco una religione Amo Brahma e Buddha al pari di Dio
Emerson: È strano come il mondo, che da un punto di vista speculativo e serio noi sappiamo così insoddisfacente e oscuro, ci debba essere tanto caro. Nulla, neppure il suo massimo fulgore, quando la Natura sfoggia il suo abito più bello e l´Arte fa di tutto per dilettare – né lo stesso lucente sole e lo splendente firmamento in cui esso sta come un capo – può impedire a un uomo, in certi momenti, di dire alla sua anima: «È solo vanità». Neppure le più fantastiche ipotesi, né un elaborato ragionamento, possono sostituire questa testimonianza alla familiare verità che lo spirito umano ha origini più alte della materia, una patria più nobile della Terra; che esso è troppo grande per essere ingannato con queste inezie, e troppo eterno per amalgamarsi alla caducità mortale.
La filosofia ha scoperto che la materia luminosa si autoconsuma e, fuor di ogni metafora, ciò è vero per questo mondo splendido che continua a corrompersi ma che ancora ci attrae col suo falso splendore.
16 aprile1822 (19 anni)
Thoreau: La Natura non fa rumore. L´urlo della tempesta, il fruscio della foglia, il picchiettio della pioggia non disturbano: in essi vi è un´armonia essenziale e inesplorata.
18 novembre 1837 (20 anni)
Società
Emerson: La socialità come unione imperfetta. Non è patetico che l´azione dell´uomo sugli uomini sia così parziale? Noi ci tocchiamo solo in certi punti. È possibile che tutto quello che posso fare o essere per il mio simile è leggere il suo libro o ascoltare i suoi progetti in una conversazione? Io mi avvicino a un Carlyle con desiderio e gioia. Di mese in mese sono stato mosso dalla speranza di un qualche totale abbraccio e di una perfetta unione con una nobile mente, e alla fine apprendo che è solo un atto così debole e remoto e irrisorio come leggere uno scritto di Mirabeau o di Diderot, e di pochi altri come loro. Ecco tutto ciò che possiamo ricercare. Di più di quello non saremo l´uno per l´altro. Oh, anima ostacolata! Non che siano il mare e la povertà e la carriera a separarci. Ecco Alcott alla mia porta, eppure l´unione è forse più profonda? No, il mare, la vocazione, la povertà sono solo recinti apparenti, invece l´uomo è un´isola e non può essere toccato. Ogni uomo è un cerchio infinitamente respingente, e in quello stato mantiene la sua essenza individuale.
19 maggio 1837 (34 anni)
Thoreau: L´uomo non è nato subito nella società – a malapena nel mondo. Il mondo che egli è nasconde a un tempo il mondo che egli abita.
La massa non s´innalza mai al livello del suo esponente migliore, ma al contrario si degrada al livello di quello peggiore. Come dicono i riformatori, è un livellamento verso il basso, non verso l´alto. Di qui, società è solo un altro nome per calca. Gli abitanti della terra, riuniti in un unico luogo, costituirebbero il più grande accalcamento.
La massima vicinanza cui gli uomini pervengono tra loro ammonta sì e no a un contatto meccanico. Come quando sfregate due pietre: sebbene emettano un suono che è udibile, in realtà esse non si toccano.
In ossequio a un istinto naturale, gli uomini hanno costruito le loro capanne e piantato il grano e le patate a una distanza tale che gli consentisse di parlarsi tra loro, e in tal modo hanno dato origine a città e villaggi, ma non si sono associati, si sono solo riuniti, e la società ha significato semplicemente un raduno di persone.
Il nostro incontro sia simile a quello tra due pianeti, i quali non si precipitano a mescolare le loro sfere discordi, bensì sono avvinti assieme dall´influsso di una sottile attrazione, per presto roteare distintamente nelle loro rispettive orbite: da ciò il loro perigeo, o punto di massima vicinanza.
La società non sia l´elemento in cui nuotiamo, o in cui siamo sballottati in balìa delle onde, ma sia piuttosto una striscia di terraferma che si protende nel mare, la cui base è lambita ogni giorno dalla marea, ma la cui sommità solo la marea di primavera può raggiungere.
14 marzo 1838 (21 anni)
Amicizia
Thoreau: Ancora una volta mi presento solo a me stesso.
La conversazione, il contatto, la familiarità sono i passi che portano all´amicizia nonché i suoi strumenti, ma essa è davvero perfetta quando quelli non servono più e la distanza e il tempo non oppongono barriere.
Non ho bisogno di chiedere a qualcuno di essere mio amico, non più di quanto il sole abbia bisogno di chiedere alla terra di essere attratta da esso.
Non spetta a lui dare, né a me ricevere. Io non posso perdonare il mio nemico – che si perdoni da sé.
Normalmente noi degradiamo l´Amore e l´Amicizia col presentarli sotto l´aspetto di un banale dualismo.
Il mio amico sarà tanto migliore di me quanto la mia aspirazione è superiore alla mia prestazione.
1839 (22 anni)
Emerson: Un innamorato non nomina volentieri la sua amata – piuttosto parla di tutte le persone e di tutte le cose che la circondano – poiché ella è sacra. Al pari un amico rispetterà il nome del suo amico. Nominalo per inorgoglirtene e vedrai che già smette di appartenerti. L´amante vile e di bassa lega viene ferito nel suo orgoglio dalla naturale dignità della vergine che lo intimidisce e lo sconcerta, faccia pure quel che vuole. Egli desidera possederla, affinché possa almeno riacquistare la lingua e il proprio contegno in sua presenza. In tal modo egli ruba la vittoria, che invece doveva nobilmente guadagnarsi coll´innalzare il proprio carattere al regale livello di quello di lei. La stessa etica vale per l´amicizia. Venera le superiorità del tuo amico. Non augurargliene di meno neppure col pensiero, ma fanne un mucchio e dichiarale tutte a voce: esse sono la forza elevatrice per mezzo della quale t´innalzerai a nuovi gradi di evoluzione.
La fiducia in se stessi traslata su un´altra persona è rispetto, ossia: solo chi rispetta se stesso sarà rispettoso degli altri.
21 giugno 1840 (37 anni)
Amore
Emerson: Nel nostro mondo, la donna nasconde la sua forma agli occhi degli uomini: di essi – pensa correttamente – non ci si può fidare. In un giusto stato di cose, l´amore di una donna, che ciascun uomo recasse nel suo cuore, dovrebbe proteggere tutte le altre donne dai suoi sguardi, come avvolgendole in un impenetrabile velo di indifferenza. L´amore di una donna dovrebbe renderlo indifferente verso tutte le altre, o piuttosto il loro protettore e santo amico, proprio per il bene di lei. Ora, invece, negli occhi di tutti gli uomini vi è un certo lampo maligno, un vago desiderio che li incolla alle forme di molte donne, mentre i loro affetti si concentrano su una sola di esse. Lo sguardo del loro occhio naturale non coincide con quello del loro occhio spirituale.
28 settembre 1841 (38 anni)
Thoreau: Non è facile trovare una persona tanto coraggiosa da giocare al gioco dell´amore da sola con te, ma ha sempre bisogno di una terza persona, o del mondo, che la incoraggi. Mette gli altri di mezzo. L´amore è così delicato ed esigente, che non vedo come esso possa mai iniziare. T´aspetti forse che io ti ami, a meno che tu non ponga il mio amore in cima alla tua lista? Le tue parole mi giungono corrotte, se il pensiero del mondo si è insinuato tra te e il pensiero di me. Non sei abbastanza audace per l´amore. Esso s´avventura da solo, senza paura, nelle terre selvagge.
14 marzo 1842 (25 anni)
Lavoro
Emerson: A giudicare dalla mia personale esperienza, temo che io debba rimangiarmi tutte le belle cose che ho detto a proposito del lavoro manuale dei letterati. Questi dovrebbero essere sollevati da ogni genere di responsabilità pubblica o privata. La cavalletta è un fardello per loro. Io sorveglio i miei umori tanto ansiosamente quanto l´avaro i suoi soldi; poiché lo stare in compagnia, gli affari, le mie faccende casalinghe turbano la mia armonia e mi rendono incapace di scrivere.
4 febbraio 1841 (38 anni)
Thoreau: La maggior parte degli uomini è così presa dalle preoccupazioni e dalle grossolane pratiche della vita, da non poterne cogliere i frutti più delicati. In effetti, chi lavora duramente non riesce a godere giorno per giorno di una vera e propria integrità: non può permettersi di mantenere con gli altri i rapporti più nobili e belli. Il suo lavoro si deprezzerebbe sul mercato. Come può ricordare con chiarezza la propria ignoranza, chi deve così spesso fare ricorso alle nozioni che sa?
Agosto 1845 (28 anni)
Religione
Thoreau: Io non preferisco una religione o una filosofia rispetto a un´altra. Non ho alcuna comprensione per la bigotteria e l´ignoranza che fanno effimere, parziali e puerili distinzioni tra la fede o forma di fede di un uomo e quella di un altro – tra cristiani e pagani, ad esempio. Dio mi scampi e liberi dai pregiudizi, dalla parzialità, dall´estremismo, dalla bigotteria. Per il vero filosofo tutte le correnti, tutte le civiltà, sono uguali. Io amo Brahma, Hari, Buddha, il Grande Spirito, al pari di Dio.
Maggio 1850 (33 anni)
Emerson: In materia di religione, le persone fissano avidamente lo sguardo sulle differenze fra il loro credo e il vostro: mentre il fascino dello studio sta proprio nel trovare i punti di accordo e le identità in tutte le religioni degli uomini.
Sono i trenta milioni di americani, o sono le tue dieci o dodici unità a incoraggiare il tuo animo di giorno in giorno?
Senza data 1869 (66 anni)
L´insegnamento
Thoreau: Per quanto misera sia la tua vita, affrontala e vivila; non evitarla, e non insultarla. Essa non è cattiva come te. Più sei ricco, più povera ti sembrerà. Un brontolone troverà qualcosa che non va perfino in paradiso. Ama la tua vita, per quanto povera sia. Forse puoi trascorrere qualche ora piacevole, eccitante e meravigliosa, anche in un ospizio per i poveri. Il sole che tramonta viene riflesso con la stessa lucentezza dalle finestre dell´ospizio come dalla casa del ricco. In primavera la neve si scioglie altrettanto rapidamente sulla soglia di quest´ultimo.
Non vedo come un animo tranquillo non possa vivere felicemente anche là, all´asilo dei poveri, e dilettarsi con lieti pensieri, come in ogni altro posto; e, di fatto, i poveri del paese sembrano vivere una vita più indipendente di chiunque altro. Forse semplicemente perché sono abbastanza grandi da ricevere senza sentirsi umiliati. Coltiva la povertà come la salvia, come un´erba aromatica del tuo orto.
Non darti pena di ottenere cose nuove, siano esse abiti o amici. È distrarsi. Rivolta quelle vecchie, ritorna a loro. Le cose non cambiano – siamo noi a cambiare. Se per tutta la vita fossi confinato nell´angolo di una soffitta, come un ragno, il mondo per me sarebbe ugualmente grande finché avessi la compagnia dei miei pensieri.
31 ottobre 1850 (33 anni)
Emerson: Tieni attentamente d´occhio i tuoi pensieri. Essi giungono inaspettati, come un nuovo uccello sui tuoi alberi, e, se ti volgi alla tua occupazione abituale, spariscono: e non ritroverai mai più quella percezione; mai, dico – ma magari anni, secoli, e chissà quali eventi e quali mondi potrebbero frapporsi tra te e il suo ritorno!
Nel romanzo, l´eroe incontra una persona che lo sbalordisce dimostrandogli di conoscere perfettamente la sua storia e il suo carattere, e da lui si fa promettere che, in qualunque momento e in qualunque luogo lei lo dovesse rincontrare, il giovane dovrà immediatamente seguirla e obbedirle. Altrettanto vale per te e il nuovo pensiero.
21 ottobre 1871 (68 anni)
di Ralph Waldo Emerson - Henry David Thoreau -Fonte: repubblica
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23/01/2012
Julius Evola e la metafisica del sesso.
Julius Evola e la metafisica del sesso.
La mia intenzione non è quella di scrivere una recensione della Metafisica del Sesso di Julius Evola (peraltro ampiamente commentato e recensito nel susseguirsi delle varie edizioni), quanto piuttosto di mettere a fuoco alcuni aspetti salienti del suo pensiero in tema di sessualità e confrontarli con le esigenze ed i problemi dell’uomo del XXI secolo. Tale approccio si inserisce in un disegno più ampio, volto a confrontare il pensiero evoliano con la contemporaneità, per verificarne l’attualità.
Un primo aspetto da analizzare riguarda quella che il pensatore chiama la “Pandemìa del sesso” nell’epoca moderna. Evola evidenzia come – anche attraverso la pubblicità, l’influenza dei media e della televisione – il sesso sia divenuto una vera manìa, un’ossessione pervasiva, nel mentre se ne è perduto il significato profondo, realizzativo nel senso dell’“uomo integrale” nel quadro di quello che egli chiama il “mondo della Tradizione”. Tale fenomeno può leggersi come una reazione smodata al clima moralistico di estrazione cattolico-borghese, alla sessuofobia tipica di una certa educazione di matrice cattolica ma anche in opposizione al puritanesimo tipico di una certa cultura protestante. Dallo squilibrio di una educazione sessuofoba si passa all’eccesso di una manìa, entrambi i fenomeni avendo però in comune lo smarrimento del senso profondo del sesso e dell’amore, come superamento del senso dell’ego, integrazione delle complementarietà e riaccostamento a quel senso dell’unità primordiale adombrata nel mito dell’androgine riportato da Platone nel Simposio ed ampiamente citato da Evola nella sua opera. Peraltro tale ossessione banalizza il sesso ed attenua l’attrazione, poiché la fisicità femminile ed il nudo femminile divengono qualcosa di così ordinario ed abituale da perdere quella carica sottile di magnetismo, di fascinazione che sono fondamentali nell’attrazione fra i sessi.
Orbene, se confrontiamo questa analisi evoliana con la realtà contemporanea (ricordiamo che Metafisica del Sesso fu pubblicato, per la prima volta, nel 1957), notiamo che il fenomeno dell’ossessione del sesso si sia accentuato, anche per effetto della diffusione della telematica, della estrema libertà di pubblicazione che esiste su Internet e quindi della possibilità agevole per gli utenti di accedervi.
Peraltro si osserva nei rapporti fra i sessi una superficialità diffusa, una incapacità di comunicare su temi di fondo, una banalizzazione dei rapporti che coinvolge lo stesso momento sessuale, visto come una pratica scissa da qualsiasi aspetto profondo, di autentica comunione animica fra i sessi.
In ciò può cogliersi una vera e propria paura di fondo, la paura dell’uomo di entrare in contatto reale con se stesso e con gli altri, di doversi guardare dentro, di doversi magari mettere in discussione. L’uomo contemporaneo – come tendenza prevalente – rifugge dall’autoosservazione ed ha sempre più bisogno di “droghe” in senso lato, di evasioni, dal caos della metropoli a certe forme di musica che abbiano un effetto di stordimento, dal “rito”degli esodi di massa nei periodi di vacanza e nei fine-settimana alla dimensione di massa che hanno anche le villeggiature balneari, in una trasposizione automatica della dimensione della metropoli che risponde ad un bisogno di stordirsi e di perdersi comunque.
L’analisi evoliana, sotto questo aspetto, è pienamente attuale, presentandosi dunque come lungimirante nel momento in cui, oltre 50 anni orsono, veniva elaborata. La crisi dei rapporti fra i sessi e del senso stesso del sesso si inquadra così nel contesto generale della crisi del mondo moderno, del suo essere, rispetto ai significati ed ai valori della Tradizione, un processo involutivo, una vera e propria anomalìa. E qui veniamo ad un ulteriore aspetto fondamentale da considerare.
La metafisica del sesso evoliana può essere adeguatamente compresa solo nel quadro della morfologia delle civiltà e della filosofia complessiva della storia che il pensatore romano elaborò e sistematizzò nella sua opera principale, Rivolta contro il mondo moderno, peraltro preceduta e preparata con vari saggi di morfologia delle civiltà pubblicati, in età giovanile, su varie riviste, come, ad esempio, il famoso saggio Americanismo e bolscevismo, pubblicato sulla rivista Nuova Antologia nel 1929. Senza questo riferimento generale e complessivo, senza questa visione d’insieme, non si comprende il punto di vista evoliano nell’approccio alla tematica della sessualità, approccio lontano sia da impostazioni di tipo moralistico-borghese, sia da forme esasperate di “pandemìa del sesso”.
Centrale è quindi il significato che Evola conferisce a quello che chiama “mondo della Tradizione”, intendendo con questo termine un insieme di civiltà orientate “dall’alto e verso l’alto”, per citare una tipica espressione evoliana; si tratta di tutte quelle civiltà che, pur nella varietà delle loro forme non solo religiose ma soprattutto misteriche (cioé iniziatiche), hanno in comune una orientazione sacrale, nel senso che esse sono ispirate dal sacro e tendono verso il sacro, inteso e vissuto come dimensione trascendente e, al tempo stesso, immanente, ossia una sacralità che entra nella storia e nell’umano, che permea di sé i vari aspetti della vita individuale e sociale di una determinata civiltà. Ogni aspetto della vita, dall’amore al sesso alle arti ed ai mestieri, diviene, in questo particolare “tono” una occasione, una possibilità di aprire la comunicazione con il Divino, quindi una opportunità di elevazione e miglioramento personale.
In questo senso il mondo moderno, come mondo desacralizzato e materialistico, rappresenta un’anomalìa, peraltro denunciata da René Guénon ancor prima di Evola (illuminanti sono, al riguardo, le pagine di apertura del libro Simboli della Scienza Sacra, ripubblicato da Adelphi) , come anche da altri Maestri della Tradizione, come Arturo Reghini in Italia e da Rudolf Steiner nella Mitteleuropa del primo Novecento.
Il concetto di un tipo di società orientata dal terreno e verso il terreno, relegante alla fede privata individuale tutto ciò che possa avere il vago sentore di un anelito spirituale, è qualcosa che appartiene esclusivamente all’epoca moderna più recente, pressappoco da Cartesio in poi e soprattutto dall’illuminismo e dalla rivoluzione francese in avanti. Fino al Medio Evo l’orientazione sacrale della vita e della società era un dato centrale e normale, mentre ora prevale la secolarizzazione, l’essere immersi in modo esclusivo nel terreno e nella storia.
Sotto questo aspetto il conflitto fra mondo islamico e mondo occidentale, al di là di certe forme esasperate e terroristiche di antagonismo culminate con l’attacco dell’11 settembre 2001– che sono soltanto un aspetto del mondo islamico – è emblematico di un diverso modo di concepire la vita e il mondo e rappresenta la piena conferma del carattere anomalo del mondo moderno laico e secolarizzato.
In questo contesto “tradizionale” si colloca la concezione evoliana del sesso e dell’amore. Centrale è il riferimento al Simposio di Platone, quindi alla visione della polarità fra i sessi – maschile e femminile – come anelito, spesso inconsapevole, alla reintegrazione dell’unità primordiale dell’androgino, poi scissa nella dualità dei sessi. In origine, secondo il mito, esisteva una specie di essere che riassumeva in sé i due sessi, che poi si scinde nelle due sessualità che noi conosciamo come distinte e separate. L’amore e l’incontro sessuale è visto quindi come superamento dei limiti individuali, come completamento e superamento del senso dell’ego, come capacità di dono di sé, di apertura all’altro, di integrazione con l’altro e nell’altro.
Fondamentale è anche il riferimento all’archetipo di Afrodite, vista nei suoi vari aspetti e nei suoi vari gradi; L’Afrodite Celeste e l’Afrodite Pandémia simboleggiano due stati e gradi dell’amore, quello spirituale e quello sensuale, quest’ultimo essendo visto come un primo grado di approssimazione esperienziale all’amore in senso alto, come Amore per il divino, come slancio fervido e raccolto verso la nostra origine spirituale. E’ importante notare come, nella visione evoliana, non vi sia scissione fra i due piani, ma come essi rappresentino, in realtà, due fasi di un unico iter ascensionale, poiché il divino non è un quid lontano dal mondo, ma si manifesta nel mondo, pur non riducendosi ad esso. A tale riguardo, si può ricordare la concezione indiana della Shakti, ossia l’aspetto “potenza” e manifestazione del divino, cioé il suo aspetto femminile, dinamico che, non a caso, è definito nei test tantrici la “splendente veste di potenza del divino” su cui l’orientalista Filippani-Ronconi ha scritto pagine illuminanti nella sua opera Le Vie del Buddhismo. Non è marginale osservare che nello shivaismo del Kashmir, ossia nelle forme del culto di Shiva tipiche di quella regione dell’India nord-occidentale, la considerazione dell’aspetto shaktico del divino si riflette nella valorizzazione sociale della donna concepita come l’incarnazione terrena di quest’aspetto shaktico e, come tale, degna di rispetto e dotata di una sua dignità spirituale secondo le vedute delle scuole shivaite kashmire. Su questo punto si rinvia il lettore alle pagine molto illuminanti di Filippani Ronconi nel suo libro VAK. La parola primordiale dove l’Autore illustra un aspetto poco noto di alcune civiltà tradizionali, che Evola descrive sempre in chiave virile-solare e patriarcale.
Altro mito platonico cui il filosofo romano si richiama è quello di Poros e Penia, che spiega l’amore come perenne insufficienza, come continua privazione. E’ l’amore inteso come “sete inesausta”, come desiderio mai del tutto soddisfatto, come continuo anelito verso un completamento di sé mai del tutto realizzato e quindi fonte di perenne e nuovo desiderio. Qui si può cogliere il nesso fra lo stato esistenziale cui questo mito allude e l’amore sensuale, come tale sempre bramoso e sempre insoddisfatto.
L’insegnamento che la sacerdotessa Diotima (iniziata ai Misteri di Eleusi) tramanda a Socrate nel Simposio, in alcune pagine che sono fra le più belle del testo – l’essere cioé l’amore sensuale solo un primo grado per poi ascendere a forme più alte di amore secondo una scala ascensionale che ha una sua continuità di gradi di perfezionamento – ci offre la cognizione di un mondo che non demonizza il sesso ma lo valorizza nel quadro di una visione ascendente della vita umana in cui la sensualità ha una sua funzione ed un suo valore, perché è il primo momento di accostamento al bello, colto nelle sue manifestazioni fisiche più agevolmente percepibili per poi ascendere, gradualmente, al bello ideale e spirituale, all’idea del bello in sé secondo la filosofia platonica che, in realtà, riprende e sistematizza, sul piano speculativo, più antichi insegnamenti misterici, com’è dimostrato dalla connotazione sacerdotale e misterica di Diotima, non a caso introdotta ai Misteri di Demetra e Persefone-Kore, che sono i misteri della femminilità e della terra, della fecondità fisica e spirituale insieme.
Possono allora comprendersi certe forme cultuali del mondo antico inconcepibili secondo la visuale cristiana, quali, ad esempio, la prostituzione sacra, presente nel culto di Venus Erycina ed in quello di Venere Cupria. La sacerdotessa, quale incarnazione di una potenza sacra, si univa sessualmente con l’uomo devoto a quel culto, perché così il fedele entrava in contatto con la sacralità della dea Venus. L’atto sessuale era quindi un veicolo di comunicazione con il divino, un sentiero di contatto e di unione con la trascendenza. Si comprende allora anche la sacralizzazione del fallo, testimoniato dall’iconografia e dal culto del dio Priapo e dalle processioni in onore di Dioniso (le falloforie), dove si portavano in mostra le rappresentazioni falliche quali epifanie del dio, presenti del resto nella religione egizia, quali ierofanie di Osiride, nel quadro dei Misteri egizi isiaci ed osiridei. Ancora oggi, in Giappone, si celebra annualmente una ricorrenza religiosa in cui le rappresentazioni falliche come oggetti sacri sono portate in processione.
La sessualità era quindi vista come una manifestazione della potenza del divino, una irruzione della trascendenza nell’immanenza della vita terrena, un segno delle possibilità più alte presenti nell’uomo. Non è certo un caso che il neoplatonismo rinascimentale e, in particolare, Marsilio Ficino (nel suo Commento al Simposio di Platone), si sia richiamato a questa visione sacrale dell’amore, sebbene rimarcando un più netto iato fra materia e spirito, per effetto dell’influenza cristiana, ma comunque accogliendo l’idea generale di un accostamento per gradi al Bello, da quello fisico a quello spirituale.
Particolare attenzione è data dal pensatore romano alla sessualità nei Misteri antichi e, in particolare, in quelli di Eleusi, alle forme rituali di ierogamìa, di unione sessuale sacra fra un uomo e una donna nel quadro sacerdotale misterico così come molta attenzione è data alle forme ed alle procedure della magia sesssuale, soprattutto con riferimento alle scuole tantriche induiste e buddhiste, nelle quali la sessualità viene utilizzata, con diversità di metodiche fra una scuola e l’altra, per attivare una superiore integrazione della coscienza e quindi uno stato di illuminazione interiore che si desta nel momento in cui si ha il contatto reale con il Sacro. Evola avverte anche sui pericoli insiti in alcune metodiche tantriche e mette in guardia il lettore da certi atteggiamenti superficiali di imitazione di pratiche che si collocavano in un contesto ambientale e culturale molto diverso, anche sotto il profilo della carica energetica presente in certe confraternite antiche.
Il problema di fondo che si pone è se e come tale visione sacrale del sesso possa essere praticata e realizzata nel quadro del mondo moderno e post-moderno, nell’era della rivoluzione tecnologica, informatica e telematica, in un ambiente desacralizzato e laicizzato. Certe forme cultuali e rituali (ierogamie, procedure tantriche) presupponevano l’esistenza dei Misteri, dei collegi misterici, dei sacerdoti e dei maestri spirituali, che sono del tutto assenti nell’età oscura, nel kali-yuga dei testi indù.
Si ripropone quindi, in tema di sessualità, lo stesso problema che si presenta in linea generale per le possibilità di realizzazione spirituale che sono offerte nel mondo moderno ed in quello contemporaneo (distinguiamo i due termini perché il post-moderno si presenta come un’epoca con caratteri già diversi da quelli della modernità industriale dell’800 e del ’900), alla luce del processo di solidificazione materialistica che si è svolto , con ritmi sempre più accelerati, nell’uomo e nel mondo e di cui Guénon ci ha parlato nella sua opera Il regno della quantità ed i segni dei tempi.
Credo che occorra partire da un dato: venuti meno i supporti rituali e misterici delle civiltà antiche, con l’affermazione del cristianesimo in una chiave di esclusivismo fideistico, e con lo sviluppo scientifico e tecnico che parte da una visione materialistica del mondo, si sono avute tre conseguenze che così possiamo brevemente schematizzare:
l’uomo è rimesso a sé stesso perché non ha più supporti per la sua realizzazione in senso esoterico;
l’uomo percepisce se stesso come coscienza individuale e non più come parte di un tutto. L’uomo di una gens antica, per intenderci, o il giurista del diritto romano ancora in età imperiale, percepiva se stesso come parte integrante di una gens o di una tradizione religiosa e culturale; la sua percezione di sé era allargata ad un insieme sovraindividuale. Oggi prevale invece una autopercezione atomistica dell’uomo;
il “mentale” dell’uomo moderno è molto più forte rispetto a quello dell’uomo delle civiltà tradizionali, in cui prevaleva uno stile di pensiero sintetico-intuitivo che si rifletteva anche nella maggiore concisione linguistica, come è il caso del latino, lingua celebre per la sua efficace capacità di sintesi. Ciò vuol dire che l’uomo tradizionale, col suo “astrale”, cioé col mondo delle emozioni, entrava in contatto col dominio spirituale senza la mediazione del mentale, o almeno tale mediazione era molto più attenuata, essendo la mente una mente immaginativa, cioé sintetico-intutiva.
In questo contesto e con tali condizioni, l’iniziazione, oggi, può essere solo una iniziazione moderna, ossia praticabile in forme adatte alle condizioni dell’epoca.
Una realizzazione spirituale può essere attualmente solo un percorso di consapevolezza, una via dell’anima cosciente, imperniata sulla disciplina e la semplificazione della mente e sull’armonia mente-cuore.
Un approccio di tipo ritualistico non sembra adatto alle condizioni del nostro tempo, o quantomeno quell’approccio può avere un senso solo se preceduto e seguito da un continuum di operatività interiore consapevole, di azione modificatrice su se stessi e in se stessi.
Il campo della sessualità si colloca nel medesimo ordine di idee. Al sesso banalizzato e brutalizzato o alla sessuofobia di certe tendenze religiose va posta come alternativa la sessualità vissuta come consapevolezza del suo senso pieno e profondo, quindi preparata, propiziata e integrata da determinate pratiche meditative di cui ci parla ampiamente l’esoterista Massimo Scaligero nella sua opera Manuale pratico di meditazione e che risentono chiaramente dell’influenza di certe forme meditative indiane e yogiche adattate alla mentalità occidentale, sulla base degli insegnamenti della “scienza dello spirito” tramandata e rielaborata da Rudolf Steiner.
La lezione evoliana apre orizzonti profondi sulla sessualità nel mondo della Tradizione e consente di prendere coscienza delle regressioni e dei limiti che, anche in questo campo, si sono verificati nel mondo moderno. Crediamo, però, che tale lezione vada affiancata e integrata dagli interventi di altri Maestri, per maturare in sé la prospettiva pragmatica e concreta di una via dell’anima cosciente.
* * *
AUTORE STEFANO ARCELLA
Tratto, col gentile consenso dell’Autore, dal mensile Fenix, n°38, dicembre 2011, pagg. 86-90.
http://www.centrostudilaruna.it/julius-evola-e-la-metafisica-del-sesso.html
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21/01/2012
Anno nero per l'elefante africano
Anno nero per l'elefante africano
E' stato un anno sanguinoso, per gli elefanti africani - uno degli anni peggiori dell'ultimo decennio. il numero dei pachidermi uccisi (di frodo, perché sono una specie protetta di cui la caccia è supervietata) è stato il più alto da parecchi anni. La quantità di zanne d'elefante (cioè di avorio) sequestrate durante il 2011 è la più alta da quando è cominciato un monitoraggio internazionale di questo commercio 23 anni fa. E i sequestri riflettono un drastico aumento del traffico illegale di avorio, confermando un trend già osservato dal 2007. Sono dati diffusi da Traffic, la rete internazionale che monitora l'applicazione della Convenzione sul commercio di parti di specie viventi protette - è la convenzione Cites, il trattato internazionale che dal 1973 regolamenta, limita o se necessario vieta il commercio di organismi viventi protetti (o loro parti, come appunto le zanne d'elefante). Traffic, è un programma congiunto del Wwf internazionale e dell'Unione mondiale per la conservazione della natura (Iucn), ed è sponsorizzato dai paesi firmatari della Convenzione Cites.
Ricapitoliamo. Nel corso del 2011 le autorità doganali di numerosi paesi (sia «esportatori» che «importatori») hanno intercettato e sequestrato enormi carichi di zanne di contrabbando: benché le quantità totali non siano ancora confermate (manca il conteggio dei sequestri minori), è noto che in almeno 13 casi si trattava di carichi superiori agli 800 chili. La stima ancora provvisoria è dunque che nell'anno appena concluso siano state sequestrate in totale 23 tonnellate di zanne. Per fare il paragone, nel 2010 si registrarono 6 grandi sequestri per poco meno di 10 tonnellate in totale.
Le circa 23 tonnellate sequestrate nel 2011, secondo gli esperti, rappresentano probabilmente 2.500 elefanti, forse anche di più. «E' stato davvero un anno orribile per gli elefanti africani», commentava giorni fa Tom Milliken, esperto di elefanti per Traffic.
Il caso più recente è stato il sequestro di 727 pezzi d'avorio nascosti in un container nel porto di Mombasa, Kenya, e diretti in Asia. Ma gli esperti di Traffic temono che le quantità sequestrate siano solo una parte di quelle che prendono il largo. Negli ultimi 12 mesi la maggior parte dei sequestri di avorio erano carichi partiti o in partenza dai porti di Kenya e Tanzania, dice ancora Traffic - mentre i porti d'arrivo sono per lo più in Asia.
Il punto è che il contrabbando di avorio è ormai un business su larga scala e ben organizzato, che coinvolge documenti falsificati, corruzione di funzionari e dogane, e spesso è legato ad altri aspetti del crimine organizzato come il traffico d'armi e il riciclaggio di denaro. «La quantità sempre più elevata di avorio contrabbandata nel 2011 riflette sia l'aumento della domanda in Asia, sia la crescente sofisticazione delle gang criminali che stanno dietro il traffico. La gran parte dei carichi illegali di avorio africano vanno a finire in Cina o in Thailandia», spiegava Milliken. «L'unico denominatore comune del traffico è che l'avorio parte dall'Africa e arriva in Asia, ma le vie cambiano di continuo, probabilmente a seconda di dove i contrabbandieri pensano di avere più chances di eludere i controlli».
Di quei 13 mega-sequestri ad esempio sei sono avvenuti in Malaysia, paese che conferma il suo ruolo di punto di passaggio del traffico (in un caso ad esempio il carico illegale era diretto in Cambogia). Spesso, una volta arrivati in porti asiatici, la documentazione di viaggio viene cambiata in modo da farli sembrare carichi originati in Asia stessa, per far perdere le tracce.
L'esperto di Traffic fa notare infine che la gran parte dei sequestri si conclude senza arresti: i trafficanti restano intoccabili. D'altra parte, un carico che va a segno ripaga ampiamente quelli che non arrivano a destinazione: i sequestrati diventano così un semplice costo aggiuntivo nel conto di un business assai redditizio. Poveri elefanti. Fonte: GIORGIA FLETCHER - il Manifesto |
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17/01/2012
I nuovi emigranti dell'euro: verso la Cina e il Sudamerica
I nuovi emigranti dell'euro: verso la Cina e il Sudamerica
La fuga è già iniziata. Da Portogallo, Spagna e Irlanda in un anno 200mila in fuga. Meta più gettonata è il Brasile. Ma l'Oriente...
Ripartono i bastimenti. In senso figurato: carrette del mare a parte, e per il momento l’Europa non è ancora ridotta a questi livelli, oggi gli emigranti viaggiano via aereo. Ma a proposito di sensi figurati, c’è pure l’altra espressione del “votare con i piedi”, già riferita ai profughi dalla Germania Orientale. E questo molti europei stanno oggi facendo: con la democrazia che per via della crisi è sempre più espropriata da tecnocrati e speculatori, votano con i piedi. Partono per le Americhe, per l’Australia, per altri Paesi europei più ricchi, così come avevano fatto i loro padri e nonni. Una stima statistica accurata del fenomeno non è ancora disponibile, e le cifre parziali sono abbondanti ma disomogenee. Ma solo da Spagna, Portogallo e Irlanda nel 2011 sono partite almeno 200.000 persone.
IL CASO SPAGNOLO
Va evidenziato che la Spagna, per la massa di immigrati che vi arrivarono nei tempi delle vacche grasse prima dello scoppiare della bolla immobiliare, è tuttora il Paese dell’Unione Europea da cui partono più rimesse: nel 2010, 7,198 miliardi di euro. Sarebbe il 23% di tutta l’Ue contro il 21% dell’Italia, il 10 della Germania, il 9 della Francia, il 5 dell’Olanda e il 3 della Grecia. Ma molti emigranti già hanno ripreso a partire: specie i latino-americani, dal momento che la loro regione di origine proprio in questo momento sta crescendo in maniera spettacolare. I dati parziali sulle singole comunità mostrano in particolare 3234 ecuadoriani in meno, 1751 colombiani, 1511 peruviani. I dati globali dell’Instituto Nacional de Estadística registrano che nel 2011 sono partite dalla Spagna 580.850 persone, e ne sono arrivate 450.000. C’è dunque un saldo negativo di 130.000 residenti, di cui la maggior parte è rappresentata appunto da stranieri, ma per lo meno il 40% è costituito da cittadini spagnoli: un dato relativo solo al periodo gennaio-settembre indica infatti 50.500 emigranti. Dove vanno gli spagnoli in fuga dalla crisi? Ovviamente, la libertà di circolazione dell’Unione Europea porta a un certo flusso verso il Nord Europa: in Germania nel 2011 sono entrati 2400 spagnoli, che rappresenta un 49% in più rispetto all’emigrazione del 2010, e va raffrontata con il + 29% che ha registrato l’emigrazione Ue in Germania nel suo complesso. E anche nel Regno Unito tra 2010 e 2011 la presenza di cittadini spagnoli è cresciuta del 12,6%, passando da 63.000 a 71.000 persone. La Svizzera non è Ue, ma pure lì nel 2011 sono andati a risiedere 2600 spagnoli: 1400 in più rispetto al flusso dell’anno prima. E altri spagnoli ancora vanno in Scandinavia. Mentre non mancano quelli che si spingono addirittura fino in Cina e in Corea del Sud.
IL SOGNO LATINO
La lingua e la cultura, però, portano più spagnoli ancora in America Latina, anche perché lì alcuni governi stanno favorendo questa emigrazione. Malgrado la peraltro minima differenza linguistica, una potente calamita è il Brasile. Lì una Rio de Janeiro in fibrillazione per Mondiali e Olimpiadi sta assorbendo molti degli spagnoli rimasti disoccupati per la crisi del settore edilizio. Lì il governo di Dilma Rousseff organizza corsi gratuiti per aiutare gli stranieri con capacità professionali a inserirsi. Ma aumenta l’arrivo di spagnoli anche in Argentina, che nel 2011 è cresciuta del 9%, e a Panama, arrivata addirittura al 10,5% grazie ai lavori per l’ampliamento del Canale, che attraggono altre competenze. In Uruguay dopo che l’ultimo censimento ha rivelato una riduzione della popolazione il presidente Mujica ha lanciato addirittura una campagna per far salire il numero dei residenti da 3,4 a almeno 5 milioni di persone, anche se l’invito a stabilirsi nel Paese è rivolto soprattutto a latino-americani.
E la Spagna è il Paese dei Pigs che sta anche meglio. In Portogallo il governo ha ammesso che nel 2011 se ne sono andati tra i 100.000 e i 120.000 cittadini: oltre il doppio della Spagna, con una popolazione che è quattro volte e mezzo minore. Lì la calamita del Brasile, che parla la stessa lingua è ovviamente maggiore. Secondo i dati del governo brasiliano, il numero degli stranieri legalmente residenti è salito dal dicembre 2010 al giugno 2011 di oltre il 50%: da 961.877 a 1.47 milioni. Con 52.132 unità i portoghesi sono stati il primo contingente nazionale, davanti ai 50.640 boliviani. Ma se metà degli emigranti portoghesi sono finiti in Brasile, altri 10.000 sono andati nell’altra ex-colonia Angola, che grazie al petrolio sta crescendo a ritmi del 10% l’anno ma manca disperatamente di ingegneri, economisti e professori di lingua portoghese, e dove dopo l’esodo seguito all’indipendenza si è ora riformata una comunità portoghese di 130.000 persone. Altri 9800 portoghesi nei primi otto mesi dell’anno sono andati in Svizzera, con un aumento di 6700 unità. E meta di emigrazione è anche la Germania.
LA TIGRE SCAPPA
Ancora peggio del Portogallo sta l’Irlanda: 50.000 emigranti nel 2010 e 50.000 nel 2011 rappresentano anch’essi una cifra spagnola, ma su una popolazione che è un dodicesimo. Svanito il sogno della Tigre Celtica, gli irlandesi volgono del tutto le spalle all’Europa anche come destinazione di emigrazione: come per i loro avi, le preferenze vanno agli Stati Uniti e soprattutto all’Australia. Ma l’Australia appare gettonatissima anche dai greci: quarto dei Pigs, su cui però non ci sono cifre complessive. Si sa che però nel 2011 2500 greci sono andati appunto in Australia e 4100 in Germania: un flusso, quest’ultimo, che rappresenta un +84% rispetto all’anno prima. Ma il 70% dei diplomati dice di voler trovare lavoro all’estero, e tra le destinazioni indicate ci sono non solo Stati Uniti e Regno Unito, ma anche Cipro e perfino la Turchia.
Quanto all’Italia, stiamo oggettivamente meglio di pigs (anche se qualcuno ci vuole invilare). Ma in Svizzera nei primi 8 mesi del 2011 si sono stabiliti 6200 nostri concittadini. E secondo l’Istat il 7% dei dottori di ricerca che hanno conseguito il titolo nel 2004 e nel 2006 sarebbero andati all’estero: 1300 su 18.000.
di Maurizio Stefanini fonte libero
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13/01/2012
L'ingannevole apoteosi del capitalismo «eterno»
L'ingannevole apoteosi del capitalismo «eterno»
Una delle illusioni ricorrenti del pensiero umano è di ritenere di vivere il punto d'arrivo della storia. Non è esatto che tale veduta sia stata caratteristica soltanto del pensiero antico, privo di mentalità storicistica. Certamente in alcuni storici e pensatori di età classica si coglie la persuasione di vivere nella «pienezza dei tempi», al culmine cioè di uno sviluppo del quale non si immaginano ulteriori tappe. Ma assai più diffuso è, semmai, in quell'età, il convincimento che la storia umana non sia stata che una continua decadenza.
È noto che il sovvertimento radicale di tale prospettiva è dovuto al pensiero storico di matrice cristiana, in particolare all'influenza di un gigante del pensiero tardoantico quale Agostino, alla sua intuizione del tempo e alla sua visione della storia come progresso verso la «città di Dio». Gli incunaboli dello storicismo moderno sono lì. Con il limite, ovviamente, di una visione insieme conclusiva e utopistica: conclusiva, in quanto fondata appunto sull'idea di un punto d'arrivo (la città di Dio); utopistica perché proiettante fuori della storia la conclusione della storia. È altresì chiaro che una laicizzazione della visione agostiniana — l'intuizione di un cammino positivo ma immanente — è alla base del moderno pensiero progressista.
Se dal piano della visione filosofica passiamo a quello della ricostruzione storica, possiamo osservare analoga polarizzazione nello scontrarsi, nell'età nostra, di due opposte visioni del «modo di produzione capitalistico», così efficacemente studiato da Marx. Da un lato una visione eternizzante e statica, secondo cui il capitalismo non solo è forma durevole e ricorrente nelle più varie epoche, ma è anche l'approdo ultimo dell'organizzazione sociale. Dall'altro una visione storicizzante (e certo scientificamente agguerrita), secondo cui è prevedibile un declino anche del «modo di produzione capitalistico», come di ogni altro modo di produzione ad esso precedente.
Per tanta parte del nostro secolo questa seconda veduta si coniugava con la certezza di essere entrati — con la rivoluzione sovietica — in un'età storica che avrebbe visto realizzarsi quel superamento del capitalismo che già sul piano scientifico-analitico era dato «prevedere». E si coniugava anche con l'idea — non meno azzardata — che l'età del socialismo, e poi del comunismo e della dissoluzione dello Stato fosse anche l'ultima dello sviluppo umano. La crisi, rapida in fine ma a lungo incubatasi, dei sistemi politico sociali detti del «socialismo reale» ha dato un duro colpo a quelle convinzioni e ha ridato fiato in modo spettacolare all'altra veduta, quella dell'«eternità» del capitalismo.
Anche sul piano logico, però, è subito chiaro, a chi non si lascia trascinare dalla passione, che il crollo di gran parte dei sistemi di «socialismo reale», mentre dà un colpo mortale all'idea di essere già entrati nell'età «successiva» (quella del socialismo), non altrettanto reca un argomento risolutivo alla veduta, sempre ritornante, dell'eternità del capitalismo. Questa seconda deduzione continua ad apparire azzardata, se solo si considera quanto l'esistenza di una settantennale esperienza di economia socializzata e di piano abbia inciso sulla natura stessa e sul funzionamento del capitalismo. Al punto che, non senza ragione, commentatori del più vario orientamento, tendono oggi a dire che il risultato di quasi un secolo di esperienze socialistiche (poi entrate in crisi) è stato per così dire di tipo dialettico.
Il socialismo ha contato o «resta» nella storia del XX secolo non perché abbia «inventato» società nuove, ma perché ha inciso profondamente nelle dinamiche del capitalismo. L'avversario modifica l'antagonista e si viene modificando esso stesso.
Quanto detto sin qui può forse bastare a non prendere sul serio saggi troppo fortunati come La fine della storia del nippo-statunitense Fukuyama. Il problema è però un altro. Non cullarsi nel rifiuto di interpretazioni avventate o semplicistiche, ma cercare di capire il movimento storico che continua incessante sotto i nostri occhi. E qui incominciano le difficoltà. Le classi si sono profondamente rimescolate; l'operaio di fabbrica del mondo industrializzato palesemente non sarà il soggetto della trasformazione e del superamento (quando che sia) del capitalismo. In compenso, la polarizzazione tra ricchezza e miseria a livello planetario si è approfondita e irradiata sull'intero pianeta.
Sul piano, poi, dei modi dell'organizzazione politica, accade che il modello occidentale — proprio quando doveva celebrare i suoi fasti e il suo trionfo — è entrato in gravissima crisi. Lungi dal determinarsi l'apoteosi della mitica «liberaldemocrazia», si appalesa, in tutta la sua brutalità, il trionfo della compravendita politica, veicolo dell'esproprio della volontà popolare. di Luciano Canfora - 05/01/2012
Fonte: Corriere della Sera [scheda fonte]
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Equo solidale o multinazionale?
Equo solidale o multinazionale?
Aiutare i piccoli a difendersi dalla grande distribuzione "Ma oggi i tempi sono cambiati". Duecento marchi internazionali tra cui le Botteghe del Mondo, note anche in Italia. Un business di 6 miliardi di dollari che cresce del 27% all´anno.
Oltre un milione di contadini dei Paesi più poveri strappati alla miseria. Eppure il mondo del fair trade litiga. Perché qualcuno spinge per l´apertura al mercato coinvolgendo le multinazionali, altri dicono che così si tradisce il movimento. E anche i due "padri fondatori" si dividono New York- La terza rivoluzione industriale riparte da dove era cominciata la prima: nei campi di cotone e di caffè. E´ la rivoluzione del fair trade: il commercio equo e solidale. Un giro d´affari da 6 miliardi di dollari. Un tasso di crescita del 27 per cento annuo. Oltre 1 milione e 150mila contadini dei paesi più poveri strappati alla miseria. Ma allora perché gli inventori di questa rivoluzionaria forma di commercio - e che regala al prodotto marchiato "fair trade" un 10 per cento in più nelle vendite - si sono messi a litigare come i vecchi capitalisti di una volta?
Dimenticate le colline della Silicon Valley - dove la seconda rivoluzione è esplosa prepotente - e tornate a rivolgere lo sguardo alle piantagioni di tutto il pianeta: dal Nicaragua al Burkina Faso. È qui che la rivoluzione dell´equo e solidale promette di riequilibrare la bilancia del commercio dalla parte dei contadini finora sottopagati. E arricchendo ancora di più le tasche alle multinazionali: dalla Nestlé in giù. A scorgere i numeri sembra davvero un miracolo: Karl Marx a braccetto di Adam Smith. Solo che ultimamente il vecchio Adam sta cominciando ad accelerare un po´ troppo il passo: e il buon Karl invece di stargli dietro continua a pizzicarsi dubbioso la barba. Da ieri Fair Trade Usa è uscita da Fair Trade International. Per la più grande associazione del commercio equo e solidale del mondo è più di una perdita: è un´amputazione. Con un giro d´affari di 1,8 miliardi di dollari gli americani costituiscono più di un terzo di quel mercato da 5,8 miliardi di dollari in continua espansione. Per l´organizzazione che rappresenta 25 paesi, tra cui l´Italia, e garantisce il lavoro e la confezione equa e solidale di un centinaio di prodotti, è un colpo che rischia di essere fatale. Ma non è finita. La lite è scoppiata perfino in seno al board di Fair Trade International. Dove i due fondatori si ritrovano l´un contro l´altro armati.
E dall´America a Bonn, sede di Fair Trade International, il motivo del contendere è sempre quello. Da una parte c´è chi, come gli americani e come uno dei due fondatori del movimento, Nico Roozen, spinge per l´apertura al mercato e il coinvolgimento sempre maggiore delle multinazionali. Dall´altra c´è chi sostiene che così facendo si tradisce il movimento: e il numero uno del partito della resistenza è proprio l´altro fondatore, il missionario olandese Frans van der Hoff. «I due padri fondatori si stanno portando su due posizioni diverse» confessa a Businessweek lo stesso Roozen, 58 anni, figlio di un coltivatore di tulipani, il prodotto che fece fiorire l´impero commerciale olandese ma il cui boom portò anche alla prima bolla finanziaria del mondo. «Frans critica Fair Trade perché sta facendo compromessi con le multinazionali come la Nestlé. E io critico Fair Trade perché non sta guidando il cammino verso il fair trade di massa». «Stanno annacquando il concetto di equo» replica il missionario, che vive ancora oggi con i poveri coltivatori messicani dell´Oaxaca, i primi a essere beneficiati dal loro programma.
L´intuizione che Roozen e van der Hoff ebbero in un supermarket di Utrecht nel 1985 era ingegnosa. Aiutare i piccoli produttori a trovare uno sbocco commerciale senza finire tra gli aguzzini della grande distribuzione. E soprattutto favorire una produzione più equa garantendo un prezzo minimo e un "premium" da investire in progetti di miglioramento sociale: dalla sanità all´istruzione. I produttori che avrebbero accettato le regole del gioco sarebbero stati etichettati appunto come fair trade. E il consumatore sempre più attento e socialmente responsabile avrebbe così favorito quei prodotti finalmente "assicurati".
La rivoluzione ha funzionato così bene che oggi il commercio equo è garantito da circa 200 marchi: fino a quelle Botteghe del Mondo conosciute anche in Italia, per esempio, che distribuiscono prodotti certificati equi dall´associazione Altromercato. Ma Fair Trade resta ovviamente il colosso mondiale. "Too big to fail" come dicono gli economisti a proposito delle banche che hanno tenuto in ostaggio Wall Street: troppo grande per fallire. Se il colosso collassa crolla l´intera impalcatura dell´equo solidale. E la scissione americana è la prima scossa del terremoto che verrà. Dal primo gennaio Fair Trade Usa etichetterà i prodotti equi col proprio marchio. Il presidente Paul Rice ha spiegato al New York Times la scelta come una svolta anche questa rivoluzionaria: «Vogliamo che resti un movimento piccolo e puro o vogliamo assicurare il commercio equo per tutti?». Commercio equo per tutti vuol dire però rivedere le regole.
La ricetta con cui gli americani giurano di raddoppiare entro il 2015 la quota di mercato per la verità è meno ingegnosa ma indubbiamente ancora più efficace di quella escogitata una trentina d´anni fa dai padri fondatori olandesi. Dare l´etichetta di fair trade anche alle grandi piantagioni che accettano di sottostare alle regole del fair trade - a scapito ovviamente dei piccoli produttori. E poi abbassare la soglia degli ingredienti necessari per etichettare un prodotto "equo" dal 20 al 10 per cento. Il meccanismo è pensato per aumentare la partecipazione nel mercato dei colossi Starbucks, WalMart, Nestlé. Il caffè costituisce il 70 per cento dell´intera produzione fair trade negli Usa. E la scoperta che l´equo e solidale vende ha fatto salire gli investimenti dei big: la quota fair di Starbucks - il più grande negozio di caffè del mondo - sfiora già il 10 per cento ed è in continua crescita.
Ma i piccoli importatori che hanno fatto del commercio equo il loro credo non ci stanno. «Starbucks, Green Mountain e altri grandi marchi potranno diventare al 100 per 100 fair trade non perché hanno cambiato il loro modo di fare business ma perché Fair Trade Usa ha cambiato le regole del gioco»: è l´accusa che viene appunto da Dean Cyon, il fondatore di Dean´s Benas Organic Coffe Company, una piccola compagnia del Massachusetts. «I coltivatori delle grandi piantagioni sono i veri ultimi del mondo», ribatte Rice: «Così potremo invece costringere i padroni ad applicare le regole». E in Italia? Il mercato è ancora piccolo ma in crescita con un aumento del 15 per cento e un giro d´affari da 56 milioni di euro all´anno. E grandi marchi da Feltrinelli alla Coop e alla Conad già scesi in campo. Lo scossone americano provocherà qualcosa? «Troppo facile tirarsi fuori» dice a Repubblica Paolo Pastore, il direttore di Fair Trade Italia. «Abbiamo sperato fino all´ultimo che il divorzio non si consumasse e io stesso ne ho discusso con Paul Rice». Il problema sarà adesso per quei marchi Usa che vengono anche esportati in Italia: come il gelato Ben & Jerry´s. «Giocoforza non potranno abbandonare Fair Trade International: non possono rinunciare al mercato europeo». Che insieme all´Australia e al Giappone costituisce gli altri due terzi della fetta fair trade. La lite insomma non può far bene al movimento. Che in questi giorni ha dovuto anche difendersi da un´altra bufera: lo scandalo scoperto delle finte certificazioni dei produttori del Burkina Faso - schiave bambine per raccogliere il cotone che finiva nei reggiseni né equi né solidali di Victoria´s Secret. Un orrore come quelli denunciati da Conor Woodman: il giornalista che in "Unfair Trade" ha raccontato - recita il sottotitolo - «come il Big Business sfrutta i più poveri del mondo». Per carità: ogni rivoluzione ha le sue vittime. Riuscirà la terza rivoluzione industriale a mantenere le sue promesse di liberazione? Fonte: ANGELO AQUARO - la Repubblica |
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12/01/2012
Un paradiso (fiscale) sulla terra
Un paradiso (fiscale) sulla terra
Fin dall'alto Medioevo il patrimonio ecclesiastico è riconosciuto di rilevanza pubblica. Nasce allora l'ambiguità, ancora attuale, riguardo al dovere della Chiesa di assolvere agli obblighi del fisco
«Quello che viene sottratto a Cristo, se lo prende il fisco» (Hoc tollit fiscus, quod non accipit Christus). Questa frase, attribuita ad Agostino di Ippona, e ampiamente citata dai teologi e giuristi medievali, per essere infine ripresa dal Decretum Gratiani, prima parte del codice di Diritto Canonico elaborato verso il 1140 a Bologna, può ben introdurre una riflessione sui rapporti che, sin dalle origini dell'Europa cristiana, la Chiesa intrattenne con lo Stato, inteso in questo caso come realtà fiscale. Agostino, del resto, in un suo Sermone (302, 5) pronunciato nei primi anni del quinto secolo, aveva fatto notare ai fedeli che «se il fisco si prende le tue ricchezze, te ne priva in questo mondo, mentre se è il Cristo a prendertele, te le conserva in cielo» (si tollat fiscus, te spoliat in hoc saeculo; si tollat Christus, tibi servat in caelo).
Questo discorso «agostiniano», nella rilettura fattane dal Diritto canonico, stabiliva in sostanza che la renitenza a pagare le decime alle chiese rafforzava le pretese fiscali dei poteri laici che impoverivano i cristiani, laddove invece il pagamento fiscale fatto alle chiese era ripagato dalla promessa di una Salvezza futura, era insomma una forma di investimento fruttifero.
«Patrimonia pauperum»
La Chiesa e il potere dei sovrani venivano, in definitiva, contrapposti a partire dal fatto che tanto l'una quanto gli altri erano in diritto di riscuotere pagamenti fiscali. La resistenza, eventuale, dei fedeli a pagare quanto dovevano alle chiese, si risolveva - osserva dunque la tradizione canonistica - in un guadagno per i poteri sovrani laici in quanto esattori di imposte e in una perdita secca (di denaro e di Salvezza) per i fedeli. Questa contrapposizione, e, si potrebbe dire, competizione fiscale, di antica origine, era fondata in primissimo luogo sul riconoscimento da parte degli imperatori cristiani, dopo il 380, anno della definizione del Cristianesimo come unica religione ufficiale dell'Impero romano (per il tramite dell'Editto di Tessalonica), della natura pubblica dei beni delle chiese, dunque della realtà economica ecclesiastica come realtà analoga a quella imperiale.
Da quel momento, ma con una forte sottolineatura avvenuta in ambiente carolingio (almeno dal 789), il patrimonio delle chiese (res ecclesiarum) sarà riconosciuto dai re e dagli imperatori cristiani d'Occidente come di rilevanza pubblica; il diritto di riscuotere le decime ed eventuali altre forme di prelievo fiscale da parte delle chiese poggerà concretamente su questo riconoscimento, tipico della storia europea, e sarà quindi alla base della rivendicazione fiscale codificata poi dal Diritto canonico nel dodicesimo secolo, che in sostanza vedeva nella negazione dei diritti fiscali delle chiese, e della Chiesa, l'origine di un abusivo accrescimento delle entrate dei regni e degli Stati.
D'altra parte, sempre a partire dal più antico Diritto canonico, quello pre-grazianeo, i beni delle chiese, tanto fondiari e dunque generatori di rendite, quanto mobiliari, erano definiti «patrimonio dei poveri» (res ecclesiarum, patrimonia pauperum), essi cioè erano intesi come istituzionalmente affidati alle chiese perché si prendessero cura dei poveri: il diritto fiscale delle chiese si veniva dunque sommando a una definizione giuridica del loro potere economico come potere esercitato in rappresentanza di coloro che, in quanto «poveri» ossia socialmente impotenti, dovevano essere tutelati e sostentati.
Politiche assistenziali
Quando, dopo l'undicesimo secolo e la cosiddetta riforma o rivoluzione «gregoriana», il sistema europeo delle chiese si mutò nella Chiesa, si venne definendo il «primato romano» del Pontefice insediato sul trono di Pietro, e si cominciò ad affermare, dal pontificato di Alessandro terzo a quello di Bonifacio ottavo (dagli anni '70 del secolo dodicesimo alla fine del secolo tredicesimo), la predominanza teocratica dell'autorità papale sui poteri sovrani contemporanei, il conflitto fiscale già precedentemente esistente si precisò ulteriormente in termini politici.
La dottrina canonica ed economica prodotta dall'universo intellettuale ecclesiastico dalla metà del Duecento riaffermò dunque con vigore le rivendicazioni fiscali della Chiesa, a questo punto, però, nettamente rafforzate dal fatto che, soprattutto in Italia, un'Italia priva di forme solide di sovranità nazionale a differenza di quanto avveniva altrove in Europa, la Chiesa in quanto sistema istituzionale, riassunto nella figura del Papa a Roma, aveva come sua caratteristica decisiva e indiscussa quella di gestire, oltre la vita spirituale dei fedeli, la vita economica di tutti i fedeli che componevano il vasto popolo dei «poveri», dei quasi poveri, dei poverissimi e degli impoveriti. Questa amministrazione delle povertà, radicata sia giuridicamente sia politicamente tanto nella tradizione canonica quanto in quella civilistica dei secoli dodicesimo e tredicesimo, ma determinata anche dalle specifiche politiche assistenziali delle città che delegavano alle istituzioni ecclesiastiche la cura dei «poveri», prendeva la forma che poi si mantenne per secoli della amministrazione diretta o della gestione condivisa con amministrazioni civiche, di enti pii di vario tipo, dagli ospedali alle case di accoglienza ai brefotrofi ai Monti di Pietà.
Poteri pubblici
Poiché i beni delle chiese erano per definizione «dei poveri» e gli ecclesiastici che amministravano questi beni erano, formalmente, sia per antico diritto sia per conseguenza dell'atteggiamento legislativo della maggior parte dei poteri laici, null'altro che gli amministratori di un patrimonio sostanzialmente pubblico, la Chiesa venne affermando sempre di più, in ambito amministrativo e in modo particolare in area italiana, la sua configurazione di potere pubblico.
Efficienza ospedaliera
Dal medioevo all'epoca moderna il conflitto fiscale ha quindi caratterizzato, per forza di cose, i rapporti fra Chiesa e Stati: sia perché la crescita dei poteri nazionali determinava da parte dei sovrani una nuova rivendicazione di controllo fiscale totale dei territori sui cui perduravano gli antichi diritti delle chiese, sia perché la Chiesa, dal canto suo, forte delle prerogative giuridiche che ne avevano definito la crescita politica, dichiarava a sua volta la prevalenza delle proprie prerogative fiscali, in se stesse tradizionalmente fondate sul carattere «pubblico» del suo ruolo economico nei contesti amministrativi degli Stati.
In particolare, la cura e la gestione del bisogno, l'amministrazione della miseria o della povertà, nelle loro molteplici forme sociali e antropologiche, ha contribuito a rafforzare il protagonismo economico delle chiese e della Chiesa in Occidente: tanto la sperequazione economica sempre più forte che ha accompagnato lo sviluppo politico europeo, quanto la poliedricità imprenditoriale degli enti ecclesiastici, già evidente, in Italia, nel carattere a un tempo assistenziale, bancario e fondiario di taluni grandi ospedali (da quello di Santa Maria della Scala a Siena a quello di Santo Spirito a Roma), hanno, nel tempo, prodotto sia una forza e un'efficienza economiche delle istituzioni ecclesiastiche di per sé notevolissime, sia una competenza a gestire il bisogno in termini caritativi, in quanto tale spesso sostitutiva di politiche statali del diritto e dell'equità.
Convergenze parallele
In Italia, il peso grandissimo di questa tradizione, giuridica e consuetudinaria, ha certamente favorito, unitamente al suo assestamento e alla sua legittimazione in termini concordatari (nel 1929 e nel 1984), il collocarsi parallelo della Chiesa allo Stato nelle questioni riguardanti la gestione delle emergenze economiche, ma anche di tutte le problematiche inerenti alla disuguaglianza sociale, ossia alla diminuzione o alla privazione dei diritti di cittadinanza derivate dalle più varie forme di disparità.
L'accettazione da parte dei rappresentanti dello Stato, di questo ruolo sostitutivo della Chiesa, ha implicato e continua a implicare un'ambiguità di fondo a proposito del dovere della Chiesa di assolvere a obblighi fiscali che lo Stato impone già con difficoltà, in Italia, a molti soggetti privati, ma che, tanto più stenta a definire per un soggetto che, come la Chiesa, si presenta da sempre, in tutta la forza della sua presenza pubblica, come analogo allo Stato. Fonte: GIACOMO TODESCHINI - il Manifesto |
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10/01/2012
Mircea Eliade, il genio
Mircea Eliade, il genio
Il 13 marzo di cent’anni fa nasceva a Bucarest Mircea Eliade. Fin dall’infanzia i genitori spostano il compleanno al 9 marzo. Al suo nome di battesimo non corrispondeva infatti alcun patrono nel calendario ortodosso, sicché la famiglia decise di festeggiare il giorno 9, che non era consacrato a nessun santo particolare bensì ai Quaranta Martiri uccisi a Sebaste durante le persecuzioni di Luciano.
Studioso del mito e delle religioni, esperto di yoga e sciamanesimo, di occultismo ed esoterismo, romanziere fecondo, saggista dall’erudizione prodigiosa e a suo agio in otto lingue, Eliade è stato tra le intelligenze più acute e versatili del Novecento. Ma l’intelligenza è un dono di dèi invidiosi, un dono avvelenato: il confine che la separa dall’ottusità è mobile.
«Che uomo straordinario sono!», annota il trentaquattrenne intellettuale nel suo Jurnalul din Portugalia, l’inedito diario dei cinque anni, dal 1941 al 1945, trascorsi come consigliere culturale all’ambasciata rumena di Lisbona (in Italia sarà pubblicato da Bollati Boringhieri). Il giovane Eliade, all’epoca ancora sconosciuto al grande pubblico europeo, passa parte delle sue giornate a rileggere alcune sue pagine e si paragona ai grandi della letteratura: «La mia capacità di comprendere e percepire tutto ciò che appartiene alla sfera culturale è illimitata … Comunque sia, i miei orizzonti intellettuali sono più vasti di quelli di Goethe». Il 15 luglio 1943 annota con ineffabile disinvoltura: «Mi rendo conto che dopo Eminescu [il poeta nazionale rumeno], la nostra razza non ha mai più conosciuto una personalità tanto (…) potente e tanto dotata quanto la mia».
I diari integrali saranno desecretati solo nel 2018, ma tutto fa pensare che l’autocritica non appartenesse al pur vastissimo repertorio di Eliade. Né che egli sia mai guarito dalla megalomania di cui evidentemente andava affetto. A quattordici anni aveva già pubblicato il suo primo racconto: Come ho scoperto la pietra filosofale. In un successivo Romanzo dell’adolescente miope (1923) elabora la quasi umiliante scoperta della propria sessualità. Qualche anno dopo, in Gaudeamus (1928), entrano in scena la femminilità e l’amore, e per converso il concetto di «virilità», mutuato dall’adorato Papini, autore di Maschilità. Il suo io è superalimentato dall’ambizione e da una «religione della volontà» fatta di astinenza e disciplina (dormiva cinque ore per non sottrarre tempo allo studio).
Iscrittosi nel 1925 a Lettere e Filosofia dell’università di Bucarest, emerge come leader della giovane «Generazione», un gruppo di intellettuali anticonformisti che aspira a rinnovare la tradizione rumena. Tra gli altri «latini d’Oriente» ci sono Cioran (che nel 1986 gli dedicherà uno dei suoi superbi Exercises d’admiration), Ionesco, Costantin Noica e Mihail Sebastian, un ebreo a lui molto caro.
Nel 1927 e 1928 visita l’Italia, avendo alle spalle una serie di letture rapaci che mettono le ali alla sua passione per nostra cultura (documentata esaurientemente da Roberto Scagno per Jaca Book). Su tutti Papini ed Evola, a proposito del quale scriverà un testo, Il fatto magico, andato perduto. Dopo la laurea su La filosofia italiana da Marsilio Ficino a Giordano Bruno, alla fine del 1928, parte alla volta dell’India per studiare la filosofia orientale con Surendranath Dasgupta. Vi rimane fino al dicembre del 1931, imparando il sanscrito e raccogliendo materiali, conoscenze ed esperienze che lo segnano profondamente. C´è anche una storia d’amore con Maitreyi, la figlia di Dasgupta, nella cui casa a Calcutta era andato ad abitare. La ragazza è la protagonista dell’omonimo romanzo, che Eliade pubblica in Romania nel 1933. Sarà un grande successo, che trasfigura Maitreyi in un simbolo dell’immaginario rumeno.
Incrinatisi i rapporti con Dasgupta, viaggia nellHimalaya occidentale soggiornando nell’ashram di Shivananda e facendosi iniziare allo yoga. Nel contempo lavora alla tesi di dottorato, che discute a Bucarest nel ‘33 e pubblica a Parigi nel ‘36 con il titolo Yoga, saggio sulle origini della mistica indiana. Un libro che lo lancerà come autore di culto quando lo yoga si diffonderà in Occidente.
Dal 1933 al 1940 è di nuovo a Bucarest come assistente di Nae Ionescu, il leggendario maestro della giovane Generazione. Ionescu lo avvicina alla Guardia di Ferro, l’organizzazione di estrema destra capeggiata da Codreanu. Costui era convinto, tra l’altro, che gli ebrei cospirassero per fondare una nuova Palestina tra il Mal Baltico e il Mar Nero, e il suo vice, Ion Mota, aveva tradotto in rumeno I protocolli dei Savi di Sion. Eliade non era antisemita, ma all’epoca si lasciò intruppare. Il diario che l’amico ebreo Sebastian tenne fra il 1935 e il 1944, pubblicato nel 1996, è un’accorato lamento per il comportamento ambiguo di Eliade. Che è tutto preso dalle sue carte: pubblica vari saggi (tra cui Oceanografia e Il mito della reintegrazione), romanzi (tra cui Ritorno dal Paradiso, La luce che si spegne, i due volumi Huliganii), un’importante rivista di studi mitologici, Zalmoxis, che richiamerà l’attenzione di Carl Schmitt ed Ernst Jünger.
Alla fine della guerra si trasferisce a Parigi dove, aiutato da Dumézil, insegna all’Ecole des Hautes Etudes. Il Trattato di storia delle religioni (1949) lo consacra come massimo studioso del fenomeno religioso su scala mondiale. Ostile al metodo positivistico e storicista, Eliade riprende la prospettiva aperta da Rudolf Otto e sviluppa uno studio comparativo del sacro e delle sue manifestazioni, le «ierofanie». La sua non è una storia bensì una morfologia del sacro, le cui forme appaiono e si ripetono nel tempo, con le feste, e nello spazio, con i «centri del mondo», riattualizzando miti primordiali. Per lui il mito non è affatto arcaico né fuori gioco. Si è piuttosto ritirato negli interstizi della modernità, dove si tratta di scovarlo. Contro la presunta superiorità dell’uomo moderno sui «primitivi».
Nel 1950 è invitato da C.G. Jung al primo incontro di «Eranos» ad Ascona. Nel 1956 passa a insegnare alla Divinity School di Chicago, dove rimarrà fino alla morte (avvenuta il 22 aprile 1986 per un ictus). Dal 1960 al 1972 dirige con Ernst Jünger una straordinaria rivista di storia delle religioni, Antaios. Intanto seguita a pubblicare a ritmo martellante un’infinità di lavori, culminati nella grande Storia delle credenze e delle idee religiose (1976-1983). È anche candidato al Nobel per la letteratura.
Purtroppo, un dettaglio ne stoppa l’apoteosi, e gli schizza addosso una macchia infamante. Un dettaglio biografico, sul quale la sua intelligenza si incaglia e si rovescia in ottusità.
Nel 1972 lo storico Theodor Lavi (pseudonimo di Lowenstein), in base al diario ancora inedito di Sebastian e ad altre testimonianze, rivela su Toladot, una piccola rivista dell’emigrazione rumena in Israele, che Eliade era stato vicino alla Guardia di ferro. Eliade fa finta di nulla, cerca di sbarazzarsi del suo passato come un serpente della sua pelle. Ma la notizia fa il giro del mondo, in Italia è ripresa da Furio Jesi. Un suo viaggio a Gerusalemme nella primavera del 1973 dev’essere annullato in extremis, tra lo sconcerto dell’amico Gershom Scholem. Nei suoi diari, silenzio.
Da quel momento Eliade adopera la sua intelligenza per dissimulare e insabbiare. Cerca coperture, si stringe ad amici insospettabili, come Paul Ricoeur e lo scrittore ebreo Saul Bellow. Quest’ultimo diventa suo intimo, ma nel romanzo Ravelstein inscena il dubbio che lo tormenta.
Il protagonista, alias Allan Bloom, mette in guardia l’amico narratore da Radu Grielescu, alias Eliade: è stato «un seguace di Nae Ionescu che fondò la Guardia di Ferro», avverte, un jew-hater che denunciò «la sifilide ebraica che contagiava la raffinata civiltà balcanica», «ti strumentalizza» per «rifarsi una verginità». Il tarlo del sospetto non soffocherà la compassione, e ai funerali di Eliade Bellow prenderà la parola per dire il suo dolore e la sua compassione.
È difficile giudicare del caso Eliade. Come è difficile giudicare di Heidegger, Carl Schmitt o Céline. Certo, la loro opera non può più essere letta solo in chiave scientifica o letteraria, separandola dalla biografia. Eppure, la loro vita mediocre non basta a oscurare la grandezza dell’opera che ha generato. Ci chiediamo: perché intellettuali di tale statura si sono ostinati a tacere il loro passato? La verità è che gli uomini sono molto meno uguali di quello che dicono, e molto più di quello che pensano.
È probabilmente questa saggezza che ha indotto perfino il regista Francis Coppola a rendere omaggio a Eliade. Il suo nuovo film, Youth without Youth, prende spunto da un omonimo racconto di Eliade (Tinerete fara tinerete): un settantenne professore, colpito da un fulmine, diventa più giovane anziché più vecchio, attirando l’attenzione dei servizi segreti. Il professore deve scappare attraverso vari paesi fino in India… Anche questa singolare fortuna è un dettaglio in cui si nasconde il buon Dio, e ci avverte che l’opera di Eliade rimane un capitolo inevitabile della storia intellettuale del Novecento, un passaggio obbligato per capirne le convulsioni.
di Franco Volpi - 23/12/2011
Fonte: La Repubblica [scheda fonte]
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09/01/2012
Trovata una piccola sfinge nella tomba etrusca a Vulci
Trovata una piccola sfinge nella tomba etrusca a Vulci
Dopo la tomba François, a Montalto di Castro scoperta una tomba a camera del 550 a.C.: sarebbe la più importante scoperta per la storia degli Etruschi dell’età moderna
Scoperta una ricca tomba nel territorio di Vulci, nel cuore dell’Etruria. Dopo la tomba François, venuta alla luce nel lontano 1857 per merito dell’archeologo da cui prese il nome, Alessandro François, i resti dissepolti casualmente nel comune di Montalto di Castro, Viterbo, sarebbero la più importante scoperta per la storia degli Etruschi dell’età moderna.
Innanzitutto per la datazione, vale a dire intorno la metà del VI secolo avanti Cristo, rispetto alla prima, da tutti gli storici collocata verso gli ultimi decenni del IV secolo avanti Cristo, poi per le decorazione e i materiali rinvenuti dai primi saggi di scavo che farebbero pensare all’ultima dimora di una famiglia principesca.
La tomba, a camera, è perfettamente inserita nel contesto della stessa necropoli dell’Osteria nell’antica città di Vulci. I primi ad accorgersi della struttura interamente sepolta alcuni operai e tecnici della ditta incaricata della manutenzione del parco archeologico, la “Mastarna”, intenti alla ripulitura del terreno da arbusti ed erbacce. “Da un primo scavo - raccontano - sono emersi vasi etruschi dipinti di pregevole fattura quasi intatti nonché una sfinge risalente probabilmente allo stesso periodo”. Per gli archeologi il cosiddetto “terminus ante quem non” per collocare l’intero monumento in una epoca precisa, ovvero non può risalire oltre questa data.
Gli scavi d’emergenza, appena avviati e che dureranno mesi, hanno messo in evidenza un lungo dromos, un corridoio di accesso alla camera sepolcrale, di 27 metri (quello della tomba François è di trenta metri) e sono condotti dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale, assieme al personale tecnico della “Mastarna” coordinato da Carlo Casi. Anna Maria Moretti, sovrintendente archeologico di Roma, dal canto suo ha subito effettuato un primo sopralluogo sul posto. Il corridoio, in particolare, è scavato nel terreno a cielo aperto e le pareti tendono ad aumentare d’altezza man mano che si scende verso l’ingresso della tomba.
Una sepoltura, sembra, già violata nell’antichità, probabilmente al tempo dei Romani, ma solo in parte. Condizioni, questa, che fa ben sperare nel recupero di tesori storico-artistici inestimabili nonché intatti. La tomba François, viceversa, è tra le più importanti nella storia delle scoperte etrusche non solo per la sua imponenza (sette celle in un ipogeo scavato nella roccia) ma per la sua ricchissima decorazione ad affresco che, almeno fino ad oggi, ne fa una della più straordinarie manifestazioni della pittura etrusca. Su di essa il ciclo con le imprese del leggendario sesto re di Roma, il condottiero etrusco Servio Tullio - Mastarna.
di Stefano Vladovich – il giornale
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08/01/2012
Quando gli Alleati tradirono i cosacchi di Tolmezzo
Quando gli Alleati tradirono i cosacchi di Tolmezzo
Una tragedia dimenticata: il suicidio di massa e la riconsegna all'Armata Rossa delle truppe cosacche e delle loro famiglie che dopo essersi insediate nella Carnia italiana si spostarono alla fine della Seconda guerra mondiale, nel maggio 1945, nella valle della Drava austriaca. È veramente difficile accedere a fonti sulla vicenda; qual è la sua conoscenza dei fatti? Lorenzo Puccetti
Caro Puccetti,
Il caso dei cosacchi di Tolmezzo è soltanto il capitolo di una più grande tragedia: quella dei cittadini sovietici (due milioni secondo alcune fonti) che gli Alleati, sulla base degli accordi di Yalta, consegnarono all'Urss dopo la fine della guerra. Molti erano disertori dell'Armata Rossa e avevano combattuto con i tedeschi nelle file dell'esercito del generale Vlassov. Altri erano stati «collaborazionisti», a vario titolo, e appartenevano generalmente a gruppi sociali e nazionali — i cosacchi, i georgiani, gli ucraini, i baltici, i tedeschi del Volga, i ceceni e altre nazionalità caucasiche — che si erano battuti contro i Rossi durante la guerra civile, sino al 1921, e non avevano mai smesso da allora di considerare l'Unione Sovietica come una potenza coloniale. Avevano accolto la Wehrmacht come un esercito di liberazione e ne avevano condiviso le sorti.
I cosacchi di Tolmezzo erano circa 35.000 e formavano un piccolo popolo composto, più o meno in parti eguali, da soldati e da gruppi familiari che si erano accodati all'esercito tedesco durante la ritirata. Erano nella provincia di Udine vicino alla frontiera austriaca, da quando Alfred Rosenberg, ministro nazista dell'Est e grande teorico dell'antisemitismo, aveva concesso loro, qualche mese prima, una zona di residenza da utilizzare come base strategica. Avrebbero dovuto opporsi all'avanzata degli Alleati verso l'Austria, ma si arresero senza combattere alle truppe britanniche del generale Alexander dichiarando che il loro solo nemico era Stalin e che soltanto per questo avevano deciso di combattere a fianco dei tedeschi.
Dopo qualche scambio di messaggi fra lo Stato maggiore, il ministero della Guerra e il Foreign Office, il governo britannico, tuttavia, decise di rispettare l'impegno di Yalta e raggruppò i cosacchi di Tolmezzo, insieme ad altri contingenti russi, georgiani e croati, accanto alla città di Lienz nella valle austriaca della Drava. Quando venne il momento della consegna ai sovietici vi furono sommosse, scioperi della fame e numerosi tentativi di suicidio. Anche gli inglesi, nel frattempo, si erano resi conto di ciò che sarebbe accaduto ai loro prigionieri non appena avessero attraversato la cortina di ferro. Ma a Londra prevalsero considerazioni politiche e, forse, banalmente logistiche. Gran parte dell'Europa centrale, in quei mesi, era divenuta un enorme accampamento di profughi, disertori, fuggiaschi, militari sbandati: un popolo di «displaced persons», gente senza casa e senza patria, che occorreva alloggiare, nutrire, vestire e, per evidenti ragioni di ordine pubblico, separare dal resto della popolazione. Ma lo spettacolo di tante persone votate all'ennesima purga staliniana turbò per molto tempo le coscienze di coloro che li avevano consegnati ai sovietici. Troverà il racconto di quella vicenda, caro Puccetti, nei libri di Nicolaj Tolstoj e in un libro di Nicholas Bethell intitolato «The last secret» (l'ultimo segreto), apparso a Londra nel 1974 e tradotto in francese l'anno seguente. Non credo che ne esista una edizione italiana.
di Sergio Romano –
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Siamo uomini, non salvadanai
Siamo uomini, non salvadanai
Ma che miseria cominciare l'anno festeggiando il decennale dell’Euro e continuare nei giorni. Roba da usurai. Commemoriamo semmai il decennale in cui l'Europa si ridusse a un soldo bucato.
Era grande l'Europa, da millenni, grande ma divisa. Grandi le opere, i leader e le imprese. E proprio nel secolo che finì in moneta grandiosi testi narrarono lo spirito europeo e il suo declino. Poi tutto fu monetizzato e si ridusse al lancio di una monetina, come si fa per decidere il campo di gioco o chi tira per primo.
Non fraintendete, era buona l'idea della moneta unica; ma era infame pensare che l'unione europea potesse nascere dalla moneta unica. Per tutto il novecento le grandi menti d'Europa avevano pensato la Tecnica: Junger e Heidegger, Spengler, Anders e Gehlen, il Circolo di Vienna e i neopositivisti, e su altri versanti Fermi, Maiorana, von Braun. Il sanguigno Bernanos scriveva «lo spirito europeo e il mondo delle macchine ». Profetizzarono che i nuovi cesari sarebbero venuti dall'Economia e dalla Tecnica.
Poi un giorno spuntò al potere, tomo tomo cacchio cacchio, il Tecnico, Mario Monti, mentre il Leviatano economico partoriva i suoi Draghi. In Europa schizzava lo spread dappertutto, la vita cedette alla borsa, il bund bund fu il gioco erotico della tecno-Europa: e la porca Italia di Berlusca, castrata dai tedeschi, mutò il maiale in salvadanaio. L'Europa passò alla cassa, altrimenti detta feretro. Ma siamo uomini, non salvadanai; e non voglio pensare in che fessura c'infilano gli euro prelevati dalle tasse.
di Marcello Veneziani – fonte il giornale
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