23/05/2012
Usiamo una Terra e mezzo ogni anno per il Wwf è emergenza consumi
Usiamo una Terra e mezzo ogni anno per il Wwf è emergenza consumi
La salute del nostro pianeta è a rischio. Dal 'Living Planet Report' 2012 emerge che il genere umano utilizza più risorse di quelle che si rigenerano. E il 30% della biodiversità è andato perso negli ultimi 40 anni
È ALLARME consumi per il pianeta Terra. Ogni anno gli esseri umani consumano più risorse di quante se ne producano, ben un pianeta e mezzo. Negli ultimi 40 anni, poi, è andato perduto il 30% della biodiversità, con picchi del 60% nelle zone tropicali.
Questi i risultati del 'Living Planet Report' 2012, rapporto sullo stato di salute della Terra del Wwf - in collaborazione con la Zoological Society di Londra, il Global Footprint Network e l'Agenzia Spaziale Europea - e diffuso in occasione del vertice mondiale sullo Sviluppo Sostenibile 'Rio+20', che si terrà a Rio de Janeiro dal 20 al 22 giugno, e della Festa delle Oasi Wwf 2012, il prossimo 20 maggio.
Il rapporto ha analizzato l'impronta ecologica (l'indicatore che mette in relazione il consumo umano di risorse naturali con la capacità della Terra di rigenerarle) di 121 Paesi. Volto dell'edizione 2012 l'astronauta Andrè Kuipers, che si trova sulla Stazione Spaziale Internazionale. Kuipers ha raccontato il suo punto di vista: "Da qui riesco a vedere l'impronta dell'umanità, tra cui gli incendi delle foreste, l'inquinamento atmosferico e l'erosione del suolo e delle coste, le sfide che si riflettono in questa edizione del Living Planet Report".
Il problema è che l'umanità vive al di sopra delle possibilità. Come spiega Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf Italia, "stiamo utilizzando il 50% di più delle risorse che la Terra può produrre e se non cambieremo rotta il numero crescerà rapidamente, entro il 2030 neanche due pianeti sarebbero sufficienti". Le necessità del genere umano, infatti, sono già cresciute in modo esponenziale dal 1970 a oggi, passando da 30 miliardi di tonnellate a quasi 70.
La capacità di rigenerarsi degli ecosistemi di acqua dolce è diminuita del 37%, mentre solo un terzo dei fiumi più lunghi di 1.000 chilometri scorrono senza dighe sul letto principale. L'attività di pesca è aumentata di circa cinque volte in 50 anni, passando dai 19 agli 87 milioni di tonnellate. La deforestazione e il degrado forestale sono i responsabili di circa il 20% delle emissioni globali di CO2.
Gli Stati maglia nera nel consumo di risorse ambientali sono il Qatar, il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti. Seguiti al quarto posto dalla Danimarca e al quinto dagli Stati Uniti. Medaglia d'oro invece al Madagascar, piazzamento d'onore per lo Zimbabwe. L'Italia si è classificata trentaduesima. E il nostro paese ha il 50% delle coste a rischio erosione.
Ma la Terra si può ancora salvare. Cinque le mosse che il Wwf propone per invertire la tendenza:
- proteggere la biodiversità;
- produrre in maniera più efficente limitando lo spreco di energia;
- consumare in maniera intelligente;
- orientare i flussi finanziari verso progetti a supporto della conservazione e della gestione sostenibile degli ecosistemi;
- gestire equamente le risorse.
Un piano di lavoro volto a mettere il valore del capitale umano al centro dell'economia, dei modelli produttivi e degli stili di vita.
Fonte repubblica
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22/05/2012
L'ipocrisia della guerra spacciata per pace
L'ipocrisia della guerra spacciata per pace
Della guerra si colgono in genere gli aspetti eroici o drammatici. Ma la guerra non è solo potenza: «è anche inganno sottile, nascosto, come a sua volta è l'inganno della politica che deve dettare le condizioni della guerra e fissarne gli scopi». «Perché siamo così ipocriti sulla guerra?» è la domanda posta dal generale di corpo d'armata Fabio Mini nel suo ultimo libro, edito da Chiarelettere, da oggi in libreria. Mini, 69 anni, è stato capo di stato maggiore del Comando Nato per il Sud Europa che, a partire dal gennaio 2001, ha guidato il Comando interforze delle operazioni nei Balcani. Dall'ottobre 2002 all'ottobre 2003 è stato comandante della forza internazionale di pace a guida Nato in Kosovo (Kfor).
Ormai è deciso: staremo in Afghanistan anche dopo il 2014, dopo il previsto ritiro dei soldati americani. Non si tratta di combattere il terrorismo globale tra le montagne afgane: non ci crede più nessuno. Ufficialmente dobbiamo addestrare le forze militari e di polizia afghane a badare alla sicurezza del loro paese. Visto che questo pacifico e interminabile compito è anche lo stesso che da dieci anni maschera la nostra partecipazione alla guerra in Afghanistan, viene il sospetto che sia un pretesto per continuarla. È una guerra che stiamo combattendo con onore al fianco degli americani fingendo di non vedere che l'hanno già perduta. Sono stati sconfitti sul campo di battaglia nel 2003 quando dovettero coinvolgere la Nato per l'incapacità di gestire la violenza dei talebani e la corruzione del governo che avevano instaurato. Sono sconfitti ogni giorno sul campo dell'etica militare per l'incapacità di gestire l'eccesso di potenza, la frustrazione e i comportamenti degli squilibrati.
Viene il sospetto che ancora una volta si ricorra all'ipocrisia per giustificare interventi armati decisi da altri scambiando la coesione con la piaggeria. Così staremo all'infinito in Afghanistan, come in Iraq, in Libano e nei Balcani. È dal 1984 che un nostro contingente non rientra avendo concluso la missione affidata. Nel 1994 i nostri soldati e quelli di mezzo mondo si ritirarono dalla Somalia lasciandola in condizioni peggiori di quelle iniziali. Da allora abbiamo preso parte a tutte le guerre mistificate limitandoci ad avvicendare i contingenti senza mai fare un bilancio oggettivo sui risultati, sulle strategie e sui sacrifici compiuti.
L'ipocrisia delle operazioni umanitarie, dell'assistenza militare, della costruzione di nuove nazioni e dell'esportazione della democrazia si è affiancata a quella della guerra e molte volte l'ha sostituita. La minaccia della guerra si è trasformata in «minaccia della pace» e molti guardano ad essa come ad una catastrofe che incombe sui grassi interessi che la guerra garantisce ai soggetti pubblici e privati uniti più o meno saldamente in cosche, cricche, bande. Inoltre la pace mette a nudo più ancora della guerra le carenze politiche, d'idee, strategie, autonomia e dignità nazionale. Per questo è diventata una minaccia per i profittatori, i mediocri e i banditi costringendoli a spostare sulla pace l'ipocrisia della guerra. Il processo è stato paradossalmente favorito dalla nuova e generalizzata consapevolezza della sicurezza umana. La guerra è intrisa d'ipocrisia: nasce dai pretesti, quasi sempre basati su menzogne, e si conduce con l'inganno politico, strategico ed operativo.
Ma mentre sul piano strategico e tattico l'inganno è rivolto al nemico, su quello politico prende di mira anche le proprie istituzioni ed i propri eserciti. La guerra è ipocrita negli scopi quando si affida alla retorica ed invece tratta concretamente d'interessi, di affari. L'ipocrisia della guerra è un'arte con i suoi esponenti geniali, mediocri e meschini; nasconde il gusto quasi lascivo di chi ordina la guerra e perfino di chi la combatte; ed infine serve a far diventare accettabile e normale tutto ciò che succede in guerra: dall'eroismo alla nefandezza. Per millenni l'ipocrisia ha servito la guerra con diligenza e tuttavia non è riuscita a eliminare i limiti derivanti dalla sua eccezionalità e dalla sua transitorietà. La prima ne ritardava l'avvio subordinandolo a una situazione che rendesse necessario il ricorso alla forza come ultima risorsa.
La seconda, la transitorietà, poneva un limite alla durata dei conflitti fino a renderli illegittimi se artificiosamente prolungati. Nel tentativo di eludere tali vincoli i fautori politici, industriali e militari della guerra si sono inventati pretesti inverosimili per renderla «preventiva» e interminabile, per trarre il massimo dei profitti e dell'eccitazione dalla sua costosa e sanguinosa «normalità». Una tale distorsione della guerra ha provocato quella reazione emotiva in favore dell'etica e dell'umanità che caratterizza il nostro tempo. Forse per la prima volta nella storia la sicurezza è stata percepita in funzione e non in sostituzione dei diritti dell'uomo, della sua salute materiale e ideale, della sua dignità.
All'improvviso la guerra è parsa insufficiente a soddisfare le ambizioni e le velleità politiche, a placare gli appetiti degli approfittatori e a coprire le deficienze strategiche, strutturali e operative. E allora l'ipocrisia ha reso permanente la guerra cambiandone il nome, agendo sulla pace, sulla democrazia e sulla libertà che rendono tutto più facile: le ragioni della pace e della solidarietà e le spese per conseguirle non devono essere razionali, eccezionali, limitate e neppure giustificate o sostenibili. Le forze sono composte soltanto di eroi e non necessariamente militari. La vittoria sul campo, quella che portava alla cessazione delle ostilità e della violenza, può finalmente essere evitata. O uccisa.
di Fabio Mini - Fonte: la repubblica
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21/05/2012
La mia terra contagiata dall'orrore
La mia terra contagiata dall'orrore
Ma che c’entra? Che c’entrano due ragazze di sedici anni, che c’entrano le studentesse di un istituto professionale, che c’entra la scuola, che c’entrano i libri, che c’entra la Puglia? Di questi tempi la tensione sociale s’affetta col coltello,c’è il terrorismo anarchico e brigatista che riprende a colpire, ci sono gli assalti della disperazione a Equitalia e le minacce torve,c’è la follia del terrorista solitario e del gesto finale disperato, c’è il clima contagioso della Grecia, l’eco della primavera araba, perfino. C’è qualcosa di elettrico e di malefico nell’atmosfera, s’avverte che l’adrenalina è in circolo, l’aggressività è diffusa e virale, anche verso se stessi, l’aria di catastrofe si fa pesante già al solo ripeterlo, come un mantra a rovescio che moltiplica e contagia il male. E ci sono poi, nel regno della malavita, gli attentati e gli avvertimenti per il pizzo, per l’usura, per i racket violati, le violenze nelle abitazioni per rapina, la crudeltà dei tossici in astinenza, degli affamati, di chi proviene da mondi duri e disperati. Capitoli raccapriccianti ma a cui riesci a dare una spiegazione. Però poi, quando non te l’aspetti, scoppia un ordigno nei pressi di una scuola e rinvieni solo tracce di coincidenze simboliche: il nome della scuola, l’anniversario dell’assassinio di Falcone, la tappa della carovana antimafia attesa in quei paraggi, il premio della legalità all’istituto... È l’unico nesso assurdo che riesci a rintracciare in una strage come questa, che poteva essere, solo per una fatalità di pochi minuti, assai più sanguinosa. Allora pensi che la matrice, questa volta, sia la criminalità di stampo mafioso, in una delle quattro varianti conosciute, che colpisce peraltro la regione del sud meno succuba di quelle associazioni a delinquere. Non la Sicilia, non la Calabria, non la Campania, ma la Puglia, seppure in una zona infestata dalla malavita...
Sì, sarà come voi dite, sarà la malavita che manda segnali e minacce. Si, ma che razza di segnali, ad una scuola, alle ragazze. E allora torni all’interrogativo sgomento da cui sei partito: che c’entra l’adolescenza di una ragazza di paese, non più bambina non ancora donna, con i loro disegni e i loro messaggi? E allora, per addomesticare anche la più bestiale delle stragi, per ricondurla dentro un alveo, un’assurda catena di precedenti, ti ricordi del rosario dei «che c’entra» e ti risale Piazza Fontana, poi Bologna, poi Roma, poi Firenze e tutta la scia di stragi insensate che non giovarono a nessuno e di cui nessuno mai beneficiò. Hanno solo ucciso chi non c’entrava, campioni dell’umanità presi a caso, un’astratta cernita di vite concrete spezzate, come accade nei riti sacrificali più cruenti e più primitivi, in cui il sangue più puro e più innocente meglio si addice al sacrificio. C’è qualcosa di diabolico nella strage di innocenti, che non è funzionale a nulla, nemmeno a spaventare per ottenere un risultato. Non un simbolo del potere o della sopraffazione, due genitori povera gente privati dell’unica loro proiezione di vita, la loro figlia. Qui non c’è, o non s’intravede, nemmeno un vago e delirante scopo, una punizione, una minaccia. Solo pura dimostrazione di potenza, di crudeltà senza limiti. Per un superstite amor patrio, mi illudo che la matrice sia almeno straniera, una lotta per il controllo del territorio da parte di mafie venute da fuori; un estremo e forse patetico patriottismo per convincermi che non siamo arrivati fino a questo punto.
Ma continua a mancare lo scopo. Il massimo che potranno sortire questi atti atroci sarà, dio lo voglia, una reazionevirulenta degli apparati repressivi dello Stato verso la criminalità comune, a cominciare da quella del posto. Ma la strage così com’è, non serve a nulla, è ferocia per la ferocia, urlo di Satana, ebbrezza del maligno, avvertimento della Bestia all'umanità. Come gli uragani che seminano distruzione portano il nome innocuo e vago di ragazze, chiameremo Melissa questo nuovo, insensato ciclone della crudeltà. Melissa, dal nome della sua inerme vittima, buttata fuori dalla vita mentre si affacciava appena, uscendo dal bozzolo della sua infanzia.
di Marcello Veneziani – il giornale
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20/05/2012
Se la nostra eredità in Rete non finisce nelle mani giuste
Se la nostra eredità in Rete non finisce nelle mani giuste
Dalle password ai blog, il problema di chi li dovrà gestire
NEW YORK — Manoscritti, scatole di foto ingiallite, i riferimenti dei conti bancari, magari la chiave di una cassetta di sicurezza. Quando una persona cara scompariva, fino a ieri era questo che i parenti cercavano per ricostruirne la memoria, serbarne il patrimonio. Intellettuale e materiale. Non più: nell'era digitale tutto cambia. E diventa caotico. Molti di noi gestiscono i loro rapporti bancari e gli investimenti «online», hanno uno o più «blog», sono utenti di Facebook e, magari, di altre reti sociali. Hanno l'«account» di Twitter e gli album delle foto parcheggiati in qualche «nuvola» o su Flickr.
Una vita vorticosa, spesa sfruttando le enormi possibilità offerte da Internet. Finendo, a volte, prigionieri delle proprie stesse password. Ma cosa succede quando la nostra vita terrena finisce? Ricostruire la nostra esistenza digitale per chi rimane è un incubo. Angosce sulle quali in America è stata già costruita un'industria fatta di libri (come «Your Digital Afterlife» di John Romano) concepiti come una guida per chi deve ricostruire su Internet pezzi di vita di un caro scomparso e di siti — da LegacyLocker a Entrustet a DataInherit — che offrono a chi se ne serve, strumenti di ricerca o, addirittura, «casseforti digitali» nelle quali conservare ciò che ognuno vuole trasmettere ad amici e discendenti. In alcuni casi questi ultimi possono, poi, offrire i loro contributi per ricostruire e celebrare la memoria dello scomparso.
Ma gli utenti di questi servizi (peraltro a pagamento: una cassaforte digitale costa 30 dollari l'anno) sono una minoranza a fronte di un problema immane. In un anno nei soli Stati Uniti muoiono circa mezzo milioni di utenti Facebook. Conti che spesso restano attivi e materiale (post, dialoghi, foto, storie) che va perduto anche perché in genere i parenti non sanno cosa e dove cercare, mentre le procedure per avere accesso al profilo di una persona scomparsa differiscono da sito a sito.
Un problema talmente complesso e, in prospettiva, rilevante da indurre lo stesso governo americano a scendere in campo con un post sul blog di USA.gov, il sito attraverso il quale l'Amministrazione Obama dialoga coi cittadini. Il governo, in sostanza, invita gli americani attivi sul web ad affiancare al testamento tradizionale una dichiarazione delle proprie volontà riferita esclusivamente alla propria vita elettronica, affidata a un «esecutore digitale» di propria fiducia al quale andranno consegnati, tra l'altro, tutti i propri «username», le «password» e l'elenco dei siti nei quali si lascia un'impronta, dei blog, dei profili sulle reti sociali. Con l'avvertenza di controllare le politiche di «privacy» dei siti web sui quali si è presenti e di fare in modo che, quando verrà il momento, a questo esecutore venga consegnata una copia del certificato di morte, senza il quale nessuno è autorizzato a chiudere un «account» o a far entrare un estraneo nel profilo dell'utente.
Consigli saggi ma difficili da attuare, ha commentato subito il pubblico. Anche perché la nostra vita digitale non è statica. Cambiano gli interessi, le tecnologie, le password. «L'americano medio ha 25 conti protetti da parole-chiave, otto dei quali vengono usati ogni giorno» dice la giurista della George Washington University, Naomi Kahn. In Inghilterra un testamento su dieci contiene tutte le «password» sensibili di chi lascia le sue volontà. «Ma anche su questo bisogna stare attenti — aggiunge la Kahn — perché una volta scomparsi il testamento diventa un atto pubblico. Le chiavi d'accesso vanno protette in altro modo».
Conservare la memoria di una persona cara, poi, sta diventando sempre più spesso anche una questione di tecnologia: le foto di molti di noi sono disperse tra schede delle fotocamere digitali, telefonini, iPad. Magari sono archiviate in un PC il cui «hard disk» si rompe all'improvviso. Vale per i comuni mortali come per chi lascia un grande patrimonio economico o intellettuale. Poco prima di morire, lo scrittore John Updike ha affidato 50 vecchi «floppy disk» pieni di scritti inediti alla Houghton Library di Harvard che, però, non trovando gli strumenti per leggere supporti magnetici ormai in disuso da decenni, si è limitata a tramandarli ai posteri, conservando i dischi in un ambiente controllato.
Quanto a Steve Jobs, scomparso nell'autunno scorso, è opinione diffusa che il fondatore della Apple, pur avendo sfornato per decenni straordinari strumenti elettronici, non si sia mai affidato più di tanto ai supporti digitali. Il creatore dell'iPod amava ascoltare la musica dei dischi di vinile, si teneva alla larga da Facebook e dalle altre reti sociali e, prima di scomparire, ha sistemato con cura il suo patrimonio familiare e i programmi futuri della Apple. Lasciando tutto scritto, nero su bianco. Fonte: Massimo Gaggi - Corriere della Sera |
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09/05/2012
IL BARBARO CHE VERRÀ
IL BARBARO CHE VERRÀ
Il 3 maggio a Bologna comincia un ciclo sul rapporto civiltà/barbarie. Anticipiamo l'intervento di Cacciari.
LA COMUNICAZIONE INFINITA, IN CUI TUTTO PERDE VALORE Siamo ormai forse irrimediabilment
e assuefatti a intendere "barbaro" come espressione massima dell'inimicus - dell'hostis cui sarà sempre, per principio, impossibile attribuire il carattere dell'hospes. Barbaro non è solo il nostro nemico, ma il nemico del genere umano. Rude, feroce come una fiera intrattabile, impossibile da "addomesticare" - con lui l'unica pace consiste nel distruggerlo. Di conseguenza, per "salvarci" dai suoi appetiti, e conseguire il fine della sua necessaria eliminazione, ogni mezzo risulterà lecito. Il rapporto col barbaro è quello amico-nemico allo stato puro, in qualche modo addirittura pre-politico. La storia consente di vedere con meravigliosa regolarità quanto il ricorso a questo schema possa diventare un'arma di straordinaria efficacia nel condurre la guerra contro il proprio nemico, nel giustificarla in termini assoluti, oltre ogni calcolo costi-benefici, nel non riconoscere all'avversario alcuna dignità.
Non occorre, tuttavia, grande scienza per sapere che questa idea del barbaro nonè affatto originaria. Il termine, non omerico, si applica eminentemente alla lingua. L'equivalente sanscrito di barbaros significa semplicemente balbus, balbulus, designa, cioè, una persona che parla come fosse balbuziente. Non che sia impossibile intenderlo, ma la sua lingua ci suona simile alla pronuncia di chi sia affetto da balbuzie. Se invece si congettura che il termine provenga dall'area sumericoaccadica, anche in questo caso non si riscontra alcun riferimento ad idee di inumana ferocia: bar - non indica che lo straniero o il confinante, e perciò, di nuovo, colui che semplicemente parla una lingua diversa dalla nostra.
La separazione mortale col barbaro inizia ad affacciarsi solo in seguito alle guerre persiane. Ma basta gettare un'occhiata sui Persiani eschilei per comprendere come questa separazione sia vissuta in chiave culturale e politica, non certo nel senso di una lotta tra civiltà e inciviltà, tanto meno tra umano e bestiale. Che cosa contraddistingue la grande, nobile potenza del "barbaro" impero dei Medi? Quale è il suo dèmone? E' il senso dell' illimite: illimitate terre, sconfinate distese come quelle del mare aperto, illimitati eserciti, illimitato potere del loro Re. Nulla di articolato. Non un'armonia che è composta di distinti, e anche contraddittori, elementi, ma unità in-forme. Non un logos, che raccoglie in sé diverse voci, e in cui ogni parola assume il proprio senso grazie alla sua connessione alle altre, ma un Comando che mette a tacere ogni colloquio, ogni dialettica.
Non per nobiltà di sangue, non per coraggio, non per grandezza di opere e gesta, Europa si oppone a Asia, ma per questo: per la potenza con cui determina ogni astratta unità, per la misura che sa conferire ad ogni elemento, per la esattezza con cui il suo linguaggio si rapporta alla cosa. Anche il Greco conosce l'illimite - ma è l'illimite da cui provengono i cosmi, gli ordini, le forme e la bellezza, alla fine, che possiamo ammirare e dobbiamo conoscere.
Barbaro è "far grumo", unificare senza saper distinguere, o distinguere confusamente senza saper vedere il "comune" che rende possibile la stessa differenza. Barbara è una moltitudine che non sappia farsi polis. Barbara l'idea di un divenire infinito, illimite dove tutto si eguaglia nell'essere semprenuovo, o nell'esser sempre-altro, in cui F sia, cioè, impossibile scorgere un ordine, un senso, una legge. Barbara una lingua che non sia in se stessa colloquio, che non consenta ad ognuno di cercare in essa un proprio idioma, di ricavare dal grembo dei suoi possibili, e restando in tale matrice, la propria espressione, la propria parola. Vorrei dire: barbara una lingua che non custodisca in sé l'energia poetica che si cela in ognuno.
La barbarie così intesa cessa, allora, di apparire come l'astrattamente altro della "civiltà". Barbarie è un possibile sempre "aperto" del nostro essere civile. O, ben più drammaticamente, come Vico insegna, non vi è né origine, né termine della civiltà che non siano barbarie. Trarre dalle miniere indistinte della fantasia, delle superstizioni, delle rappresentazioni, delle passioni - più abissalmente ancora: dalla lingua muta dei segni e dei gesti del corpo, dall' infanzia del corpo - l' arma del logos, è fatica immensa, labor immane compiuto nella sua storia dall'animale uomo. Ma il termine di questa fatica non è affatto assicurato una volta per sempre. Anzi, all'opposto, proprio la scienza è costretta, per Vico, a riconoscere il necessario ricorso della barbarie. Che non significa ritorno dell'uguale, ripetizione dello stesso. La barbarie in cui tramonta, e proprio al culmine della sua raffinatezza intellettuale, il mondo greco-romano (il fiore non è compiuto fino a quando non appassisce, ci ricorda la saggezza orientale), quella nordico-germanica, attraverso cui si universalizza l'Annuncio cristiano, ha significato e destino completamente diversi rispetto a quella da cui si era distaccato l'arcipelago delle poleis, di cui l'ultima, e la più potente, fu Roma. Così quella "barbarie della riflessione" che Vico vedeva avanzare in seno alle civilissime monarchie, dove "l'Europa cristiana sfolgora di tanta umanità", non ha certo il carattere di quella alto-medievale, del suo "tormento infinito", della sua "tremenda passione", quando il barbaro stesso poteva raffigurarsi come il Crocefisso (Hegel).
L'infinito, l'informe della barbarie avvenire non saranno più né quelli di tale tormento, né quelli dell'impero superbo di un Gran Re su terre e mari. La barbarie futura sarà forse piuttosto la confusione che nasce dal crollo dell'idea stessa di impero, dal disincanto su ogni possibile "res publica mondiale", e dalla complementare, universale sottomissione alle "leggi" del mercato e dello scambio, coronate in leggi di natura. Sarà l'assenza di forma derivante dall'equivalenza universale di ogni ente in quanto merce. Sarà la barbarie della pretesa di comunicare illimitatamente, l'apoteosi dell'idea che sia comunicare il rumore del parlarsi-informarsi all'interno di uno spazio che, per propria natura, conferisce eguale "valore" a ogni parola. Se comunicare ha il limite della forma del colloquio - dove ciascuno nella lingua comune cerca di scavare il proprio idioma - , nella barbarie avvenire, invece, il "semplice" di una sola Lingua dirà la "verità" di tutti. Ed è destino che debba essere, allora, accademicamente-scientificamente riconosciuto soltanto chi interpreti Dante "balbettando" in americano. Fonte: MASSIMO CACCIARI - la Repubblica
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07/05/2012
Ci si prepara alle guerre del 2020
Ci si prepara alle guerre del 2020
Una notizia incoraggiante per i disoccupati, i precari, le famiglie colpite in Italia dai tagli alle spese sociali: «Il contributo dell'Italia al fondo per sostenere le forze di sicurezza afghane al termine della transizione, a fine 2014, sarà di sostanza e in linea con la quantità e la qualità della sua presenza in questo decennio in Afghanistan». Lo ha assicurato il ministro Giulio Terzi a Bruxelles durante il Ministeriale Esteri e Difesa della Nato.
L'ammontare complessivo del fondo sarà deciso al Summit Nato, che si svolgerà a Chicago il 20-21 maggio, ma il segretario generale Anders Rasmussen lo ha già quantificato in almeno 4 miliardi di dollari annui. Il grosso della spesa per mantenere le «forze di sicurezza» afghane, circa 350mila uomini, graverà sui maggiori paesi dell'Alleanza, Italia compresa. Rasmussen, lo presenta come un affare, sottolineando che è molto meno costoso finanziare le forze locali piuttosto che dispiegare truppe internazionali in Afghanistan.
Entro il 2014, è prevista l'uscita progressiva delle truppe Nato, circa 130mila uomini. Ma, ha sottolineato il segretario Usa alla Difesa Leon Panetta, «non abbandoneremo l'Afghanistan». In altre parole, la Nato non se ne andrà. Da un lato, addestrerà e armerà le «forze di sicurezza» governative, che saranno di fatto sotto comando Nato; dall'altro, potenzierà le forze per le operazioni speciali, anzitutto quelle Usa organizzate in una nuova «Forza di attacco», che continueranno a operare in Afghanistan dopo il 2014. Allo stesso tempo molte funzioni, prima svolte dagli eserciti ufficiali, verranno affidate a contractor di compagnie militari private (solo quelli alle dipendenze del Pentagono superano i 110mila).
Questa ridislocazione di forze rientra nel progressivo spostamento del centro focale della strategia Usa/Nato verso la regione Asia/Pacifico. Riguardo alla Siria, Rasmussen ha dichiarato che «non abbiamo intenzione di intervenire», ma, ha precisato, «seguiamo la situazione da vicino». Molto da vicino, dato che servizi segreti e forze speciali di paesi Nato già armano e addestrano i «ribelli». Riguardo all'Iran, proseguono i preparativi di guerra in stretto coordinamento con Israele. La Nato però guarda oltre, al confronto con Russia e Cina.
«Non consideriamo la Russia una minaccia per i paesi Nato, e la Russia non dovrebbe considerare la Nato una minaccia per la Russia», ha assicurato Rasmussen al meeting di Bruxelles, sottolineando che «il nostro sistema di difesa antimissile non è progettato per minacciare la Russia». Intanto però, con l'allargamento ad est, la Nato continua a spostare forze e basi (anche a capacità nucleare) a ridosso della Russia, e, con la motivazione della «minaccia iraniana», sta installando in Europa sistemi radar e missilistici che le permetteranno di acquisire un ulteriore vantaggio strategico sulla Russia.
Ma è soprattutto alla Cina che guarda la Nato, preparandosi a potenziare le proprie capacità militari con una serie di misure tecniche e organizzative, denominata «Smart Defence» (Difesa intelligente). Al prossimo Summit di Chicago, i capi di stato e di governo della Nato «getteranno le fondamenta delle future forze dell'Alleanza per il 2020 e oltre». In tale quadro si inserisce lo «Schriever Wargame», una esercitazione organizzata dal Comando della forza aerospaziale Usa, focalizzata sull'«uso dello spazio e del cyberspazio in un futuro conflitto». Nell'ultima edizione, nel 2010, lo scenario era quello di un conflitto nel Pacifico, chiaramente (anche se non esplicitamente) con la Cina.
Allo «Schriever Wargame 2012», in svolgimento dal 19 al 26 aprile, partecipa per la prima volta anche l'Italia. Gli Usa, ha dichiarato un portavoce Nato, «incoraggiano gli alleati europei a investire di più in tali capacità: partecipare allo Schriever Wargame dà loro l'opportunità di lavorare insieme su sistemi basati nello spazio, che saranno sempre più impotanti per le future operazioni». Lo scenario di quest'anno è una spedizione Nato nel Corno d'Africa, contro «pirati sostenuti da al-Shabaad, affiliata di al-Qaeda in Africa».
La Nato ormai non ha più confini: dal Nord Atlantico è arrivata all'Oceano Indiano e al Pacifico, scavalcando le montagne afghane, ed è ormai lanciata verso le guerre spaziali del 2020. Mentre in Italia mancano i soldi per ricostruire le case terremotate dell'Abruzzo.
TAGLIO MEDIO - Tommaso Di Francesco, Manlio Dinucci il manifesto
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06/05/2012
Portogallo, la nave europea che sta andando alla deriva
Portogallo, la nave europea che sta andando alla deriva
Gli aiuti economici hanno avuto un prezzo troppo alto. E oggi il Paese che fu grande potenza marittima è solo una "frontiera in movimento"
Nelle vetrine di Ferìn, la libreria cara all’ottocentesco Eça de Queirós come al novecentesco Fernando Pessoa, i titoli dei libri esposti sono un grido di dolore. A dividadura, la dittatura del debito, proclama il saggio a due mani di Francisco Louça e Mariana Mortágua, Debito pubblico e deficit democratico, rilancia quello di Paulo Trigo Pereira, Contro l’autoflagellazione è l’invito di Bonaventura de Sousa Santos...
Un anno dopo il diktat della Troika europea, Fondo monetario, Banca Centrale e Ue, che in cambio di un pacchetto triennale di aiuti di 78 miliardi di euro aveva chiesto e ottenuto più tasse, libertà di licenziamento nel settore pubblico, privatizzazioni a piovere, riduzione dei salari e delle pensioni, tagli sociali, aumento delle tariffe dei trasporti, raddoppio dell’Iva, l’impressione è che la cura da cavallo inflitta ai portoghesi non avrà termine con il 2013, avrà bisogno di un nuovo prestito, pena il fallimento, nel 2014, e rischia di ammazzare il «cavallo» nel 2015. Oggi gli interessi sui buoni del Tesoro sono al 22 per cento (sopra il 7 per cento le agenzie di rating considerano uno Stato economicamente inaffidabile), la disoccupazione è al 13 per cento, non c’è crescita. Secondo Francisco Louça è una politica che porta «a una nuova recessione, alla moltiplicazione del debito, alla distruzione della produzione». De Sousa Santos è ancora più categorico quando osserva che il Portogallo è vittima «dell’arma di distruzione di massa del neoliberismo», ovvero «il capitale finanziario».
Più che una moneta, l’euro è una dannazione: «Cosa accadrà quando gli europei si accorgeranno che a un cambio di governo non corrisponde un cambio di politica? Cosa accadrà quando ci renderemo conto che Papademos, Monti e Draghi hanno passaporti differenti, ma di fatto un’unica nazionalità, quella di Goldman Sachs?».
Negli anni ’90 il Portogallo era, stando all’allora presidente dell’Unione Europea Jacques Délors, «il buon allievo dell’Europa». C’erano stati l’Expo ’98 di Lisbona, il Nobel della Letteratura a José Saramago nello stesso anno, poi i campionati europei di calcio del 2004, con la nazionale portoghese in finale... L’immagine polverosa, ereditata dal salazarismo, di un Paese povero, rurale, di forte emigrazione, aveva lasciato il posto all’urbanizzazione e a una società dei consumi che, grazie ai fondi strutturali dell’Ue, favoriva la crescita e insieme l’indebitamento. Il ritorno di Macao alla Cina, l’indipendenza di Timor Orientale nel 2002, ne avevano ulteriormente marcato l’ancoraggio continentale, eppure è dal Brasile, antica colonia e insieme paradossale madrepatria, che è venuto appena un anno fa un soccorso economico, è nella Cplp, la Comunità dei Paesi di lingua portoghese che ingloba le ex colonie africane, che ha trovato nuova linfa l’antico luso-tropicalismo salazariano, una sorta di patria intemporale che parla in portoghese a 200 milioni di persone, il sogno di Fernando Pessoa: «La mia patria è la mia lingua».
Ancora negli anni ’70 del ’900 lo scrittore Miguel Torge aveva annotato nel suo diario: «Noi che siamo stati i nomadi del mondo, dovremo d’ora in avanti essere le sedentarie comparse di un’Europa in cui ci siamo sempre sentiti stretti e nella quale non abbiamo mai saputo realizzarci. Partire era il nostro modo di emanciparci. Adesso la nostra strada non sarà più quella della ricerca di vasti spazi dove affermare ciò che ci era stato rifiutato nella culla, ma quella di una scoperta interiore».
Basta girare per Lisbona per rendersi conto del paradosso di una capitale imperiale e insieme terra di frontiera, «testa dell’Europa» eppure «cafro d’Europa», patria malata e «patria enigmatica», l’imperialismo pessoiano come «fatto mentale»... Nel XIX secolo delle colonie e delle conquiste, l’anacronismo coloniale del Portogallo è qualcosa di cui gli stessi intellettuali portoghesi hanno perfetta cognizione. Storicamente parlando, l’impero è morto tre secoli prima, quel giorno d’agosto del 1578 in cui l’imperatore-bambino D. Sebastiao scomparve nelle sabbie marocchine di Alcácer-Quibir. Da allora, il corpo dell’impero non è stato altro che un «cadàver adiado», un cadavere procrastinato, e quindi un impero materiale postumo, tutto da reinventare, ma solo ormai in forma mitica e poetica. Quando nel 1890 il Portogallo pensa d poter dire la sua nella spartizione africana unendo Angola e Mozambico, e quindi Atlantico e Pacifico, è l’Inghilterra a porre il veto con un ultimatum tanto protervo e scarno quanto efficace. Di lì a un decennio la monarchia portoghese vedrà un duplice regicidio, re ed erede al trono, e l’avvento della repubblica, e il Novecento darà al Portogallo il primato dell’instabilità: 45 governi fra l 1910 e il 1926, assassinii politici e colpi di Stato.
Arroccata sull’estremo limes dell’Europa, a picco su un Oceano Atlantico che è scoperta, viaggio, esplorazione, ma non culla di civiltà, Lisbona ha nella settecentesca Praça do Comércio la celebrazione di un destino che è anche una maledizione. La volle il marchese di Pombal dopo il terremoto che aveva distrutto la città, ne fece il simbolo di un popolo di navigatori che intanto era divenuto un popolo di emigranti. L’Arco della Vittoria che la delimita sul fronte della terra ferma ha per corona le statue dei navigatori illustri del passato, ma è sulle pietre di quella piazza che re Carlos I e suo figlio vennero assassinati in nome dell’anarchia e della repubblica. Fino ancora a quarant’anni fa, studi e studiosi nordamericani classificavano i portoghesi come l’unico gruppo di emigranti di un Paese europeo a cui era rifiutata l’origine europea.
Nel suo Atlantico periferico (Diabasis), Boaventura de Sousa Santos, prendendo gli shakespeariani Prospero e Calibano come simboli del colonizzatore e del colonizzato, non può fare a meno di notare che il Portogallo-Prospero era non solo calibanizzato nella sua realtà continentale, ma meticcio per origine, finiva cafrizzato nelle sue proprie colonie e semi-calibanizzato in quelle delle altre potenze europee... Fuori luogo e fuori tempo, sempre e comunque.
Eppure, non è meno anacronistico il riposizionamento sull’Europa che nel XIX secolo la «generazione del ’70» capitanata da Eça de Queirós propugnò in saggi e romanzi e che come un fiume carsico arriverà alla «rivoluzione dei garofani» del secolo successivo, nata per mano di militari che non volevano più combattere per difendere un impero coloniale che costava alla madre patria più di quello che rendeva. Cosmopolita, amante della Francia e dell’Inghilterra, diplomatico di carriera, Eça ne era perfettamente consapevole. I Maia, La colpa del prete Amaro, L’illustre casa dei Ramìres, romanzi straordinari, descrivono una nazione popolata da nobili decaduti e da politici corrotti, dove l’ignoranza e il bigottismo la fanno da padrone e di là dalle scimmiottature delle mode altrui e dalla retorica su un passato glorioso non si sa andare. C’è un’identità e una specificità portoghese che portano il Paese a essere comunque e sempre periferia dell’Europa, una periferia atlantica senza un centro cui fare riferimento.
I Maia di Eça de Queirós è anche però un canto d’amore per Lisbona dello stesso tenore di quello che, trent’anni dopo, Pessoa dedicherà, in lingua inglese, alla città. Ancora oggi la pasticceria Cister e il ristorante Tavares, il teatro de Trinidade e la Casa Havaneza, l’Hôtel Central e i salotti del Gremio, le sale di Las Janelas verdes, divenuto albergo, e che nel romanzo raffiguravano il Ramalhete, la casa della dinastia dei Maia che dava il nome al romanzo, rimandano a una geografia sentimentale, i quartieri di Rossio e di Chiado, che è la stessa della Lisbona pessoiana.
La statua in bronzo di questo poeta dalle molteplici identità, che campeggia davanti al caffè La Brasileira, si gemella con quella di Queirós che non molto lontano avvolge una Verità femminile nuda e a braccia spalancate. Fra i due, il monumento a Luis de Camöes, nella omonima piazza, lega anche il cantore dei Lusiadi nella disperata ricerca di un ubi consistam: «I portoghesi siamo d’Occidente/ andiamo cercando la terra d’Oriente».
Frontiera in movimento, universalismo precoce. Dal 2001, con il Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, il Portogallo è anche il principale laboratorio critico della cosiddetta «globalizzazione alternativa e antiegemonica», ennesima rilettura di un rapporto incompiuto e della volontà di evadere da confini assegnati e segnati. Un altro modo per non rassegnarsi a «calzare troppo presto le pantofole dei pensionati della storia», secondo la formula di Eduardo Lourenço in Mitologia della saudade. E per pensare che se il Portogallo resta un problema, forse l’Europa non è la sua soluzione.
di Stenio Solinas – il giornale
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Il ranking è una cura peggiore del male
Il ranking è una cura peggiore del male
Le strane classifiche delle riviste
Scegliere vuol dire prima confrontare e poi decidere. Per confrontare, può essere una buona idea adoperare guide che pubblichino elenchi in cui sono listati meriti e demeriti di un prodotto comparandoli con altri prodotti dello stesso genere. L'italiano medio tiene in buona considerazione il modello di automobile che compera e la qualità del vino che beve. Proprio perciò, prima di scegliere un'automobile o una bottiglia di vino, spesso e volentieri fa ricorso a giornali specializzati in questi settori. Di solito, in casi del genere, i giornali presentano classifiche - come quelle del calcio di serie A - in cui i vari prodotti vengono elencati dando maggiore punteggio a quelli che sembrano avere più merito e minore punteggio a quelli che ne hanno meno.
È possibile e giusto adoperare la stessa metodologia per valutare comparativamente la produzione scientifica degli studiosi di lingua e letteratura italiana? Questa era la inquietante domanda che Paolo Di Stefano ha sottoposto ai lettori del «Corriere della Sera» nel suo articolo del 23 aprile. La domanda in questione appare inquietante perché l'Anvur - l'Agenzia universitaria nazionale - sembra pretendere di volere mettere in classifica con simili strumentari i ricercatori e i dipartimenti non solo di italianistica ma anche di studi umanistici, filologia, filosofia, storia, sociologia e via di seguito. Di Stefano fa giustamente le pulci a una specifica classificazione di riviste, quelle di italianistica, svelando alla luce dei risultati ottenuti incongruenze e debolezze del sistema prescelto.
Dato per scontato che quanto lui sostiene sia pieno di buon senso, vengono alla maggior parte degli studiosi anche di altri settori ragionevolissimi e più generali dubbi sul senso di queste misure comparative. Perché quanto detto per l'italianistica vale anche per molte altre discipline, a cominciare dalla mia, «filosofia politica». In quest'ultimo caso, i due autorevoli colleghi che rappresentavano la nostra disciplina nella commissione Anvur per le riviste avevano finito con il valutare - in maniera difficilmente condivisibile - di prima fascia solo due riviste del settore, trascurandone altre pure assai meritevoli: i più maliziosi hanno fatto notare che due colleghi nella commissione erano anche nella direzione delle due riviste prescelte.
Tutto ciò non fa bene all'università. Le evidenti incongruenze statistiche e sostanziali del metodo prescelto finiscono per creare disagio e scetticismo diffusi presso gli studiosi più seri. Alcuni di questi asseriscono che, tuttavia, talvolta bisogna oggettivare e classificare i risultati della ricerca perché quanto fatto finora - prima delle introduzione della classifiche - non ha portato l'università italiana a ottenere risultati esaltanti. Mi permetto di rivolgere a chi pensa in questo modo un'obiezione generale ma semplice. Innanzitutto, l'università italiana non è sempre così male come qualcuno suggerisce. In secondo luogo, non si deve dimenticare che per rimediare a un male si può crearne uno ancora peggiore. Perché - ci si chiederà - il metodo dei ranking potrebbe essere una terapia peggiore del male? A mio avviso, perché sposta l'enfasi e l'interesse dallo studio a queste classifiche spesso incomprensibili. Andando avanti così, finiremo con il creare una prossima generazione di studiosi abili a far entrare nel più breve tempo possibile in classifica loro stessi e i loro dipartimenti, ma magari scarsamente appassionati alla ricerca.
E il rimedio ai disagi attuali? Non so rispondere, ma posso solo dire che da un po' di tempo in università si parla solo di numeri, cifre, indici e statistiche. E quasi mai di libri, idee, proposte. Io vorrei solo rovesciare un po' questo trend. Studiare e pensare non fanno parte del «cv standard» e non entrano in classifica. Ma guarda caso le decine e decine di studiosi di razza che ho avuto la fortuna di conoscere nella mia vita accademica, quegli stessi che hanno fatto grandi le maggiori università del mondo, non facevano altro.
Sebastiano Maffettone fonte corriere della sera
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01/05/2012
LE SUPPOSTE VIRTÙ DELLA MORTIFICAZIONE - Alle origini morali dell’austerità
LE SUPPOSTE VIRTÙ DELLA MORTIFICAZIONE
Alle origini morali dell’austerità
Lo scorso 21 febbraio, l’Unione europea ha autorizzato la concessione di un nuovo aiuto finanziario alla Grecia, in cambio di una «sorveglianza rafforzata» della sua gestione di bilancio. Si tratta di un piano destinato ad aggravare ulteriormente la recessione in un paese esangue. L’ostinazione nel raccomandare il rigore poggia forse su certezze morali più potenti della ragione?
Rigore, austerità, sforzi, sacrifici, disciplina, regole rigide, misure dolorose…. A forza di assediare le nostre orecchie con le sue forti connotazioni moralizzatrici, il vocabolario della crisi finisce per affascinare. Lo scorso gennaio, alla vigilia del Forum economico di Davos, il suo presidente Klaus Schwab parlava senza mezzi termini di «peccato»: dopo avere riconosciuto che «paghiamo i peccati di questi ultimi dieci anni», si è chiesto «se i paesi che hanno peccato, in particolare quelli del Sud, hanno la volontà politica di intraprendere le riforme necessarie» (1). Su Le Point, il resoconto dei nostri sfrenati baccanali, uscito dalla penna di Franz-Olivier Giesbert, è più ampio: l’editorialista deplora «trent’anni di sciocchezze, di follie e di imprevidenza in cui si è vissuto al di sopra dei nostri mezzi (2)».
Dirigenti e commentatori ripetono con insistenza la stessa narrazione fantastica: mostrandosi pigri, incuranti, dispendiosi, i popoli europei avrebbero attirato su di sé, come giusta punizione, il flagello biblico della crisi. Ora, essi devono espiare. Bisogna «tirare la cinghia», riaffermare le buone vecchie virtù del risparmio e della frugalità. Le Monde (17 gennaio 2012) cita ad esempio la Danimarca, paese modello a cui una «dieta di patate» ha permesso di ritornare nelle grazie delle agenzie di rating. Mentre, nel suo discorso di insediamento, nel dicembre 2011, il presidente del governo spagnolo, Mariano Rajoy, arringava così i suoi compatrioti: «Siamo di fronte a un compito ingrato, come quei genitori che devono arrangiarsi per nutrire quattro persone con i soldi sufficienti per due». In tanti hanno levato la propria voce per sottolineare l’impostura di un ragionamento che pretende di ricalcare il comportamento di uno stato su quello di un nucleo familiare. Infatti, esso elude la questione della responsabilità della crisi, così come il peso insopportabile che l’austerity fa gravare sulle popolazioni, la cui sola colpa è di avere voluto curarsi o pagare i professori dei propri figli. Per un privato, il rigore di bilancio può essere una fonte di orgoglio e di soddisfazione; per uno stato significa la rovina di centinaia di migliaia di cittadini, quando non sfocia, come nel caso della Grecia, in una pura e semplice macelleria sociale. In Danimarca, precisava Le Monde, la «dieta di patate» si è tradotta in un’esplosione della disoccupazione e in una riduzione drastica dei programmi sociali: «Sessantamila famiglie hanno perso il loro alloggio». Così, questo falso buonsenso non soltanto cancella magicamente le disuguaglianze sociali e occulta le devastazioni dell’austerity, ma preconizza, di fronte alla crisi, una politica economica che può solo sfociare nel suo aggravamento, ostacolando qualunque rilancio attraverso i consumi.
Peter Coy, editorialista di Bloomberg Businessweek, sottolinea che «risparmiare e investire sono virtù per le famiglie per cui è difficile per le persone immaginare che, a livello statale, troppa frugalità possa causare dei problemi» (26 dicembre 2011). Irrazionali, autenticamente deliranti, gli appelli alla contrizione non hanno alcun rapporto con la realtà. Come spiegare allora il fatto che essi continuino a risuonare da un capo all’altro dello spazio europeo? Si risponderà che ciò avviene perché perché essi servono gli interessi dominanti. E, di fatto, essi offrono l’occasione di portare a termine, con il pretesto del debito, la distruzione delle conquiste sociali del dopoguerra avviata una trentina di anni fa. In passato, essi avevano permesso, nella Francia di Vichy, di sotterrare il ricordo funesto del Fronte popolare. Il processo di Riom, che si tenne nel 1942 in questa piccola città del Puy-de-Dôme, mirava a dimostrare che i dirigenti «rivoluzionari», come Léon Blum e Edouard Daladier, erano stati responsabili della disfatta del giugno 1940 di fronte all’esercito tedesco. Il passaggio alle quaranta ore nelle industrie belliche, e non le indecisioni degli stati maggiori, sarebbe stato fatale per le truppe francesi… In vista del «riordino nazionale», il maresciallo Philippe Pétain intendeva sostituire, già allora, lo «spirito del sacrificio» allo «spirito del godimento». All’apertura del processo, il quotidiano Le Matin descriveva Blum come «l’uomo che ha inoculato il virus della pigrizia nel sangue di un popolo (3)». I francesi, sessant’anni prima dei greci….e dei portoghesi, che il loro primo ministro, Pedro Passos Coelho, riprende in questi termini: «Vi ricorderete sicuramente di questo episodio grottesco: quando la «trojka» [europea] lavorava a Lisbona per elaborare un programma di aiuti al Portogallo [nel 2011], nel paese era tutto chiuso, perché tutti avevano approfittato di qualche giorno di ferie per fare il ponte. La «trojka», che prestava denaro al Portogallo, lavorava; il paese approfittava del ponte. Fortunatamente, ciò che è successo successivamente ha rovesciato questa prima, pessima, immagine (4)».
Un modo di pensare onnipresente Ma l’invito allo sforzo, alla mortificazione ed all’abnegazione è solo un trucco per fare accettare ai più la loro spoliazione? I suoi accenti sinceri, appassionati, danno a pensare che essa non derivi del tutto dal cinismo, ma che si radichi in un solido retroterra culturale. A proposito della situazione attuale, il sociologo Frédéric Lebaron constata che «questo umore «sacrificale», proprio dell’ethos quanto del ragionamento, suscita presso numerosi commentatori una sorta di morbosa felicità, come se la sofferenza popolare avesse anche una dimensione “purificatrice” (5)». Pétain voleva ricordare ai francesi che «a partire da Adamo, il castigo è un appello alla rinascita, una promessa di rigenerazione (6)». In tempi più vicini a noi, Rajoy profetizza: «Lo sforzo non sarà inutile. Le grandi nuvole scompariranno, rialzeremo la testa e verrà il giorno in cui si parlerà bene della Spagna; il giorno in cui guarderemo avanti e non ci ricorderemo più dei sacrifici.» La rivendicazione da parte del popolo di condizioni di vita decenti non può che allarmare coloro i cui interessi sono contrari: al solo pensiero avvertono una sorta di terrore superstizioso, come per una trasgressione impensabile. Lo storico e resistente Marc Bloch riportava che, all’epoca della disfatta del 1940, i quadri militari, provenienti dall’alta società, avevano «accettato il disastro perché vi trovavano delle atroci consolazioni: cancellare, sotto lo rovine della Francia, un regime disonorato; piegare le ginocchia davanti al castigo che il destino aveva inviato a una nazione colpevole (7)».
Quanto a coloro che, per la loro posizione nella società, non hanno nessun interesse obiettivo a sottoscrivere questa lettura degli eventi, restano numerosi quelli che le sono sensibili. Rispetto ai danni inflitti alla collettività, i movimenti degli «indignati» possono persino apparire come una risposta decisamente timida, lasciando intravedere come la retorica dell’espiazione necessaria incontri, malgrado tutto, un terreno favorevole. Nel maggio 2011, una dipendente pubblica greca che aveva già visto il suo salario passare da 1.200 euro a 1.050 euro, per un orario settimanale di lavoro aumentato da trentasette ore e mezza a quaranta ore, assicurava per esempio di essere «pronta a sforzi supplementari (8)». Alcuni hanno fatto notare come un substrato culturale, persino religioso, determini gli atteggiamenti dei protagonisti della crisi dell’euro. Alain Frachon, su Le Monde (23 dicembre 2011), scrive che «esperti e politici dimenticano un fattore : Dio. In breve, la religione e, in particolare, il protestantesimo luterano. Figlia di un pastore, [la cancelliera tedesca] Angela Merkel ha il senso del peccato, come molti suoi compatrioti. C’è un modo tedesco di parlare dell’euro che odora d'incenso del Tempio. E che non è evidentemente privo di conseguenze rispetto alle soluzioni avanzate per soccorrere l’unione monetaria europea». Si può tuttavia dubitare che l’influenza del protestantesimo si limiti all’area geografica in cui esso si sviluppò nel XVI secolo.
Il sociologo tedesco Max Weber ha dimostrato in un celebre saggio del 1905 come l’etica protestante abbia contribuito a mettere in sella il capitalismo, modellando uno «spirito» che gli era favorevole (9). In seguito, e fino ai nostri giorni, questo spirito ha perdurato e prosperato in modo autonomo, al di fuori di qualunque riferimento religioso. Esso ha finito per diventare onnipresente e invisibile come l’aria che respiriamo. La storica Janine Garrisson cita l’esempio di Jean-Paul Sartre, che ironizzava sulla fede protestante di suo nonno materno, pur essendo lui stesso «molto più vicino a lui, al suo puritanesimo, alla sua sete di conoscenza, di quanto non volesse ammettere, Non è lo stesso Sartre che proclama forte e chiaro che un intellettuale che non lavora almeno sei ore al giorno non può rivendicare questo titolo prestigioso (10)?» La tesi di Weber è infatti che il protestantesimo ha «fatto uscire l’ascetismo dai conventi» in cui il cattolicesimo l’aveva confinato. La dottrina calvinista della predestinazione, secondo la quale ogni essere umano è eletto o dannato da Dio per l’eternità, senza che nessuno dei suoi atti sia suscettibile di cambiare qualcosa, avrebbe potuto condurre ad una forma di fatalismo.
Essa produsse l’effetto contrario: sottomettendo ogni aspetto della vita ad una disciplina rigida, i fedeli investirono tutte le loro energie nel lavoro, cercando nel successo economico un segno della loro salvezza. La fortuna cessò di essere condannabile – anzi fu il contrario. Solo il fatto di goderne era riprovevole. Weber menziona il caso di un ricco fabbricante a cui il medico aveva consigliato di mangiare ogni giorno, per la sua salute, qualche ostrica, ma che non poteva risolversi a un tale lusso, non per avarizia, ma per scrupolo morale. Scrive il sociologo che «l’idea del dovere professionale si aggira nella nostra vita come il fantasma di credenze religiose che furono.» Poiché anche la manodopera doveva apprendere a «effettuare il lavoro come se fosse un fine assoluto in sé – una “vocazione”». Questa mentalità, oggi dominante, si impose solo al prezzo di una «dura battaglia contro un mondo di potenze ostili», e in particolare con l’aiuto di una politica di bassi salari: Giovanni Calvino pensava che la massa degli operai e degli artigiani «dovesse essere mantenuta in uno stato di povertà per rimanere obbediente a Dio». Il protestantesimo scavò tra eletti e dannati «una separazione preventiva, un fossato più invalicabile e più inquietante di quello che separava dal mondo il monaco del Medioevo – un fossato che impresse una traccia profonda in tutti i sentimenti sociali». Il puritanesimo inglese forgiò anche «una legislazione sulla povertà la cui durezza rompeva radicalmente con le disposizioni precedenti». Che si fosse ricchi o poveri, ormai, riposarsi, approfittare della vita, «perdere il proprio tempo» non poteva più essere fatto senza cattiva coscienza. Si misura ciò che il mondo contemporaneo deve a questa concezione quando si legge che il pastore luterano Philipp Jacob Spener, fondatore del pietismo, denunciava come moralmente condannabile «la tentazione ad andare in pensione prematuramente»… Insomma, come aveva intuito nel XVI secolo l’umanista Sebastian Franck – citato da Weber –, la Riforma «impose a ogni uomo di essere un monaco per tutta la sua vita». L’influenza del cristianesimo e della sua squalifica dell’esistenza terrena si trovò fortemente accresciuta. Si può presumere che questa eredità spirituale e culturale non si dia senza inibire le risposte possibili agli attacchi condotti contro le società. Dopo la laicizzazione degli stati, è il momento della laicizzazione degli spiriti?
note:
(1) Intervista a L’Hebdo, Losanna, 18 gennaio 2012.
(2) Le Point, Parigi, 23 novembre 2011. Cfr. Mathias Reymond, «Les éditocrates sonnent le clairon de la rigueur», Acrimed.org, 12 dicembre 2011.
(3) Citato da Frédéric Pottecher, Le Procès de la défaite. Riom, février-avril 1942, Fayard, Parigi, 1989.
(4) Expresso.pt, 6 febbraio 2012.
(5) Frédéric Lebaron, «Un parfum d’années trente…», Savoir /Agir, n° 18, Bellecombe-en-Bauges, dicembre 2011.
(6) Citato da Gérard Miller, Les Pousse-au-jouir du maréchal Pétain, Seuil, coll. «Points Essais», Parigi, 2004.
(7) Marc Bloch, La strana disfatta, Einaudi, Torino, 1995.
(8) «Comment les Grecs se sont mis au régime sec», La Croix, Parigi, 8 maggio 2011.
(9) MaxWeber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Sansoni, Firenze, 1970. Le citazioni successive sono dello stesso autore.
(10) Janine Garrisson, L’Homme protestant, Complexe, Bruxelles, 2000. (Traduzione di Al. Ma.)
di MONA CHOLLET il manifesto le monde diplomatique
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È finita la favola della Fiducia
È finita la favola della Fiducia
INNANZITUTTO la buona notizia: si ammette finalmente che le misure di austerità non funzionano. Ma ecco quella cattiva: almeno a breve termine, le prospettive di cambiamento appaiono quanto mai scarse.
È in quest'ultimo mese che la favola della fiducia è morta. Negli anni scorsi, gran parte dei politici europei, al pari di molti dei loro omologhi ed esperti americani, sono stati prigionieri di una dottrina economica distruttiva: una teoria secondo la quale i governi avrebbero dovuto fronteggiare la depressione economica non già aumentando la spesa per compensare il calo della domanda privata, come indicano i trattati di riferimento, ma attraverso il rigore fiscale e l'abbattimento della spesa pubblica, in nome dell'equilibrio di bilancio.
I critici hanno detto fin dall'inizio che in una fase depressiva l'austerità non avrebbe fatto che aggravare la situazione; ma i rigoristi sostenevano il contrario, puntando sul fattore fiducia. «Le politiche atte a ispirare fiducia non saranno certo di ostacolo alla ripresa economica, anzi la promuoveranno», dichiarava allora Jean-Claude Trichet, ex presidente della Banca centrale europea; una tesi riecheggiata al Congresso di Washington dagli esponenti repubblicani. In altri termini, come dissi allora, si pensava alla fiducia come a una fata che sarebbe tornata a premiare i politici per le loro virtù fiscali.
Fortunatamente, oggi molte voci autorevoli hanno finito per ammettere che si è trattato di un mito. Ciò malgrado, però, non si intravedono cambiamenti di rotta a breve termine in Europa, e neppure negli Usa, che peraltro non hanno mai pienamente adottato la dottrina rigorista. Ma anche qui l'austerità è stata imposta di fatto, sotto forma di un drastico abbattimento della spesa e di pesanti tagli occupazionali, siaa livello degli Stati che a quello locale.
La dottrina fondata sul richiamo ai miracoli della fiducia suonerebbe familiare a Herbert Hoover (presidente Usa nel 1929 - ndt ). Di fatto, nell'Europa di oggi la fede in quel mito non si è rivelata più fondata che nell'America di quegli anni. Negli Stati periferici europei, dalla Spagna alla Lettonia, le politiche di austerità hanno prodotto una serie di tracolli, con livelli di disoccupazione paragonabili a quelli della Grande Depressione; la Fata Fiducia non si è vista da nessuna parte - neppure in Gran Bretagna, dove due anni fa la svolta liberista era stata osannata sulle due sponde dell'Atlantico. In tutto questo non vi è nulla di nuovo: si sa da tempo che le politiche di austerità non mantengono le loro promesse. Ma questa verità ovvia, i politici europei l'hanno negata per anni, ostinandosi ad annunciare che a breve le misure adottate avrebbero dato i loro frutti, e celebrando come un trionfo ogni più lieve segno positivo.
In particolare, un Paese a lungo attanagliato dalla crisi come l'Irlanda è stato citato a esempio del buon esito delle politiche di rigore per ben due volte: all'inizio del 2010, e più recentemente nell'autunno 2011. Ma ogni volta, il preteso successo si è rivelato un miraggio. A tre anni dall'avvio del suo programma di austerità, l'Irlanda non mostra ancora alcun segno reale di ripresa, dopo un crollo che ha portato il tasso di disoccupazione vicino al 15 per cento. Eppure, in queste ultime due settimane qualcosa si sta muovendo. Sembra che alcuni avvenimenti - tra cui la crisi del governo olandese dopo la sua proposta di misure di austerità, i consensi riscossi al primo turno delle elezioni presidenziali francesi da un François Hollande vagamente anti-rigorista, o le notizie sulla Gran Bretagna, dove secondo un rapporto la situazione è oggi peggiore che nel 1930 - abbiano finalmente aperto una breccia nel muro della negazione. All'improvviso, tutti riconoscono che l'austerità non funziona.
Ora però la domanda è: cosa si farà a questo punto? Temo di dover r i s p o n d e r e : non molto.
Innanzitutto, se da un lato i rigoristi sembrano aver las c i a t o o g n i speranza, dall'altro non dep o n g o n o l a paura, sostenendo che se non si continua a tagliare la spesa - in barba alla depressione economica - si rischia di finire come la Grecia, con un costo del debito alle stelle.
Ora, la tesi secondo la quale solo l'austerità può placare i mercati finanziari si è sempre rivelata errata, così come il mito della fiducia foriera di prosperità. A quasi tre anni da quando il Wall Street Journal annunciava a gran voce l'attacco dei bond vigilantes al debito Usa, il costo del denaro, lungi dall'aumentare, si è addirittura dimezzato. E il Giappone- Paese che per oltre un decennio ha subito le più fosche previsioni sulle sorti del suo debito - ha ottenuto questa settimana crediti a lungo termine a un tasso d'interesse inferiore all'1%.
Oggi molti seri analisti sostengono che l'austerità fiscale in un'economia depressa ha probabilmente effetti autodistruttivi, in quanto comprime l'economia e penalizza i redditi a lungo termine; e quindi non solo non risolve i problemi legati al debito, ma al contrario li aggrava.
Ma se la favola della fiducia sembra ormai morta e sotterrata, restano in auge i racconti da brivido sul tema del deficit. Di fatto, i sostenitori della politica britannica respingono ogni invito a ripensare le loro scelte, che pure dimostrano di non dare i risultati sperati, sostenendo che ogni cedimento in materia di austerità porterebbe a un'impennata del costo del denaro.
Oggi viviamo in un mondo governato da un'economia politica-zombie. La constatazione dell'erroneità di tutte le sue premesse avrebbe dovuto ucciderla; e invece continua ad arrancare sulla stessa strada. E nessuno può sapere quando questo regno dell'errore avrà fine.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)
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Fonte: PAUL KRUGMAN - la Repubblica |
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29/04/2012
Meno credenti, più atei convinti così il mondo volta le spalle a Dio
Meno credenti, più atei convinti così il mondo volta le spalle a Dio
Studio su 30 paesi, crollo tra i giovani. In Italia fedeli calati del 10% in venti anni. Nel nostro paese resiste la fascia d´età degli over 68, dato dimezzato due generazioni dopo. Religiosità in crescita nelle zone dove in nome di un credo si combatte e si muore. Da noi il 41% delle persone dichiara di seguire una religione ma non si considera spirituale
Caratteri maiuscoli rossi su copertina nera. "Dio è morto?" si chiedeva la rivista americana Time l´8 aprile 1966. Solo per ribaltare l´argomento, tre anni più tardi, con una copertina bianca solcata dai raggi del Sole: "Dio è resuscitato?". Tom Smith, sociologo dell´università di Chicago, ricorda quella confusione di impulsi nell´America dei tardi anni ´60 come il punto di partenza della più lunga ed estesa analisi sociale sulla salute di Dio nel mondo.
Dopo le prime due tappe del 1991 e del 1998, il rapporto "Religion" dell´International Social Survey Programme sulla "Fede in Dio nel mondo attraverso gli anni e le nazioni" è arrivato oggi alla sua terza edizione. Sessantamila persone in 42 paesi dal Cile al Giappone hanno raccontato ai ricercatori il loro rapporto con la spiritualità. In una mappa che pure si presenta con colori distinti e contrastanti, contraddizioni e inversioni di rotta, la conclusione generale è che il declino della religiosità nel mondo è lento ma costante.
La fede in calo
I numeri dello stillicidio parlano chiaro: i credenti tra il 1991 e il 2008 sono calati in 14 dei 18 paesi che hanno partecipato a entrambe le indagini. La percentuale degli atei viceversa è cresciuta in 15 nazioni. Per quanto riguarda l´Italia, nel corso dei vent´anni gli atei sono cresciuti del 3,5% e i credenti hanno registrato un declino della fede per nulla trascurabile: il 10,5%. Come se stesse progressivamente prendendo forma l´immagine di Pasolini che nel 1973 vedeva la parola "Jesus" una volta per tutte legata a una marca di jeans.
Il bastione della terza età
Il bastione della fede resta la fascia degli over 68. In Italia ad esempio dichiara di credere in Dio il 66,7% delle persone con più di 68 anni contro il 35,9% dei giovani al di sotto dei 28 anni. Basta dunque saltare due generazioni per tagliare a metà il bacino della fede degli italiani. E il fenomeno è ancora più netto nella cattolicissima Spagna, dove la religiosità balza dal 65,4% degli anziani al 21,8% dei giovani. In maniera del tutto speculare viaggia il numero di coloro che dichiarano di "Non credere e non aver mai creduto". In Italia sono il 12% tra gli under 28 contro un misero 0,5% tra gli over 65. «La fede in Dio - spiega Smith - cresce molto probabilmente tra i più anziani per via dell´approssimarsi della morte».
gli effetti del comunismo
Il comunismo avrà fallito dal punto di vista economico ma il lavoro di spugna sulla spiritualità degli individui sembra aver funzionato bene nei paesi del blocco socialista. Pur con due importanti eccezioni (la Polonia e la Russia), le nazioni dell´Europa dell´est si ammassano in fondo alla classifica dei credenti. L´ex Germania dell´est ha anche il record di atei convinti (52,1%), seguita dalla Repubblica Ceca (39,9%). E sempre fra i tedeschi orientali la religiosità raggiunge uno striminzito 12,7% tra gli over 68 ed è addirittura ferma allo zero tra i giovani con meno di 28 anni.
fede e conflitti
C´è un aspetto che impressiona tra i dati del rapporto. I paesi in cui la religiosità è in aumento sono spesso quelli in cui per la fede si combatte e si muore. Israele ad esempio è secondo solo alle Filippine per il numero di persone che dichiarano di "credere fermamente in Dio" e i credenti sono aumentati del 23% tra il ´91 e il 2008. Cipro è al quarto posto. Scendendo di poco si incontra l´Irlanda del Nord. Nella classifica dei paesi più vicini alla religione ci sono ovviamente gli Stati Uniti. Paese che è forse azzardato definire in guerra per la propria fede. Ma in cui sicuramente - fanno notare i ricercatori dell´università di Chicago - «c´è un´intensa competizione tra le religioni principali e tra le varie confessioni cristiane».
la forma di dio
Il Dio in cui credono gli intervistati (in maggioranza, ma non esclusivamente cristiani) è soprattutto un Dio-persona, che si preoccupa per le sorti dell´umanità. Per tre italiani su quattro è in grado di compiere miracoli. E quando nel 2008 Tom Smith ha provato a domandare a un campione di americani a quale figura familiare si sentirebbero di associare Dio, la maggioranza ha scelto "padre" a "madre", "padrone" a "sposo", "giudice" piuttosto che "amante" e "re" piuttosto che "amico".
il paradosso italiano
La parte italiana dei dati è stata raccolta da Cinzia Meraviglia dell´Istituto di Ricerca Sociale dell´università del Piemonte Orientale, mentre il rapporto sul nostro paese è stato curato da Deborah De Luca dell´università di Milano. «In Italia - spiegano le due ricercatrici - il 41% delle persone dichiara di seguire la religione cattolica ma di non considerarsi una persona spirituale. Come se la fede fosse un valore culturale, le cui radici vanno cercate nella tradizione e nell´abitudine». Si spiega così come mai il 76% degli italiani abbia un crocefisso o un altro simbolo religioso in casa, ma solo il 23% vada a messa regolarmente. Nel nostro paese la Chiesa è anche l´istituzione di cui ci si fida di più accanto alla scuola (anche se l´80% degli intervistati ritiene che il Vaticano non debba dare indicazioni di voto o fare pressioni sui governi). Ma allo stesso tempo il 61% degli italiani dichiara di avere un proprio modo personale di comunicare con Dio, senza passare per Chiesa e riti religiosi.
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Fonte: ELENA DUSI - la Repubblica |
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21/04/2012
L’acqua in guerra sulle sponde dei grandi fiumi: l’allarme degli USA
L’acqua in guerra sulle sponde dei grandi fiumi: l’allarme degli USA
Che l’acqua sia un bene prezioso lo sappiamo dagli albori dell’umanità. Che per essa si possano scatenare conflitti ce lo insegna la storia. Che pure gli strateghi del Pentagono disegnino scenari di guerra per l’accaparramento dell’oro blu, è una novità di questi ultimi tempi.
In realtà già nel 2006 Vandana Shiva pubblicava un libro intitolato appunto “Le guerre dell’acqua” nel quale la studiosa indiana passava in rassegna tra l’altro il rapporto che le più diverse tradizioni e culture del mondo avevano e hanno con l’acqua, intesa sempre come un bene comune. Scrive Shiva: “Storicamente, quello relativo all’acqua è sempre stato trattato come un diritto naturale - un diritto che deriva dalla natura umana, dalle condizioni storiche, dalle esigenze elementari e dalle idee di giustizia. I diritti all’acqua come i diritti naturali non nascono con lo stato: scaturiscono da un dato consenso ecologico all’esistenza umana. In quanto diritti naturali, quelli dell’acqua sono diritti di usufrutto; l’acqua può essere utilizzata ma non posseduta”. Oggi la tendenza è di trattare l’acqua come una merce; di qui la grande mobilitazione internazionale, le campagne di sensibilizzazione, il referendum in Italia.
Nei prossimi anni la questione idrica rischia di fare un salto di qualità. I problemi non sono tanto legati alla privatizzazione ma ai cambiamenti climatici (che produrranno eventi meteorologici e climatici estremi, inondazioni e carestie, desertificazione e scompensi tra acque dolci e salate, deterioramento delle fonti e problemi alle falde acquifere) e alle tensioni politiche. Questo emerge chiaramente dal “Global Water Security” (consultabile in .pdf), un documento della DNI, la direzione dell’Intelligence americana, reso pubblico nel febbraio 2012 su iniziativa della Segreteria di Stato.
Attacchi terroristici alle dighe, deviazione di fiumi per ritorsione, inquinamenti vari sono gli scenari inquietanti a cui l’amministrazione Obama vuole rispondere con una grande iniziativa internazionale, ovviamente a guida americana, chiamata Water Partnership: si tratta di mettere in piedi un Network tra soggetti pubblici, Ong, associazioni varie, in grado di affrontare questioni che saranno sempre più interconnesse a livello globale.
I fiumi della discordia. Otto grandi fiumi saranno l’epicentro delle tensioni: il Nilo, il Tigri, l’Eufrate, il Giordano, l’Indo, il Brahamaputra, il Mekong, l’Amu Darya. Commenta Maurizio Molinari, giornalista de La Stampa: “Il primo fiume indicato è il Nilo perché l’Egitto, in crescita demografica esponenziale, è destinato a dipendere sempre di più dall’acqua che trasporta, originandosi dal Lago Vittoria fra Kenya e Tanzania, e dal Lago Tana in Etiopia, per poi attraversare il Sudan con cui vi sono molteplici contenziosi aperti. Le potenziali tensioni fra Khartoum e Il Cairo sembrano essere quelle che preoccupano di più l’intelligence Usa, al pari di quelle fra Turchia e Iraq a causa di Tigri ed Eufrate, i due grandi corsi d’acqua che dall’Antica Mesopotamia hanno sempre segnato gli equilibri di potere in Medio Oriente e potrebbero assicurare ad Ankara, che ne controlla le sorgenti, un ruolo di potenza egemone su un’area del mondo arabo che si estende dalla Siria fino al Kuwait. L’altro fiume ad alto rischio in Medio Oriente è il Giordano, che si origina dalle Alture del Golan al centro del contenzioso fra Israele e Siria, scorrendo poi lungo il confine fra Stato ebraico e Giordania attraverso i territori sui quali potrebbe sorgere lo Stato palestinese. La scarsità di acqua potabile in questa regione, evidenziata dal livello in costante discesa del Lago di Tiberiade e del Mar Morto, lascia intendere che proprio la suddivisione delle risorse del Giordano potrebbe innescare futuri conflitti fra Gerusalemme, Amman e Ramallah”. Stesso discorso potrebbe essere ripetuto per la questione delle sorgenti dei grandi fiumi dell’Asia sudorientale che sono ubicate nel Tibet strettamente controllato dai cinesi, oppure per le tensioni generate dalle dighe sul Mekong.
È proprio la gestione condivisa e concorde dei bacini fluviali che deciderà la soluzione di eventuali controversie. Scrive Famiglia Cristiana: “La Banca mondiale ha stimato, recentemente, che l’acqua di 263 bacini fluviali (dal Nilo al Mekong) è uno dei principali fattori di crisi, e potrebbe portare allo scoppio di conflitti bellici. Questi bacini coprono il 45 per cento delle terre emerse e intorno a essi vive il 40 per cento della popolazione mondiale. È evidente che qualunque decisione assunta da un solo Paese può avere pesanti ripercussioni sui Paesi vicini. Finora non sono scoppiate delle vere e proprie guerre, ma le tensioni in queste aree sono in aumento e il futuro è ancora più inquietante. Emanuele Fantini, esperto di cooperazione internazionale in materia di risorse idriche, definisce «idropolitica» l’insieme di rapporti, spesso conflittuali, che si vengono a creare tra gli Stati che condividono lo stesso bacino idrico”.
Fonte: Piergiorgio Cattani - Unimondo.org
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Il boom del pinguino imperatore "Popolazione doppia rispetto alle stime"
Il boom del pinguino imperatore "Popolazione doppia rispetto alle stime"
Il primo censimento completo da immagini satellitari svela cifre molto più elevate rispetto a quelle note fino ad ora per la specie simbolo che vive in Antartide, minacciata dai mutamenti climatici. Scoperte anche nuove colonie riproduttive lungo le coste
HANNO intenerito al cinema bambini e non solo in "Happy Feet". E commosso, con la loro odissea tra i ghiacci antartici, nel pluripremiato documentario di Luc Jacquet che ha vinto l'Oscar nel 2006, "La marcia dei pinguini". Ora, per una degli uccelli più telegenici, simbolo della biodiversità e minacciato dai mutamenti climatici, arrivano buone notizie: la popolazione del pinguino imperatore in Antartide è il doppio rispetto alle stime finora diffuse. A rivelare l'imprevisto boom è un gruppo internazionale di scienziati, che li ha contati dallo spazio grazie ad una mappatura satellitare.
LE FOTO 1
IL VIDEO 2
Peter Fretwell, geografo del British Antarctic Survey, e colleghi descrivono su PLos One 3 come hanno usato immagini satellitari ad altissima definizione e una tecnica chiamata pan-sharpening, calibrando poi ulteriormente l'analisi, per arrivare alla fatidica cifra: gli esemplari contati lungo la costa antartica sono 595mila, circa il doppio rispetto alle stime precedenti, attestate fra le 270mila e le 350mila unità.
Una cifra che ha sorpreso e rallegrato i ricercatori: "Sapevamo che i numeri precedenti erano piuttosto bassi e in effetti non includevano le sedici nuove colonie che abbiamo scoperto grazie al satellite negli ultimi tre anni", racconta a Repubblica.it Fretwell, primo autore dello studio.
E' il primo censimento completo di una specie ottenuto partendo da immagini scattate dallo spazio. La tecnica seguita dai ricercatori è molto precisa: "ogni colonia è stata contata all'interno di una finestra temporale di due mesi, durante una stagione riproduttiva", spiega ancora Fretwell. Una prima assoluta, che in futuro potrebbe essere applicata anche ad altre specie animali.
Con la sua livrea nera e bianca, il pinguino imperatore si staglia contro il candore del ghiaccio, rendendo le colonie visibili con chiarezza nelle immagini satellitari. Ciò ha permesso agli scienziati di analizzarne 44, lungo le coste, molte delle quali finora ignote.
Il margine di errore del calcolo si attesta attorno al 10 per cento, spiega ancora Fretwell, ed è molto più accurato rispetto alle stime precedenti.
"Al di là della cifra complessiva, sicuramente incoraggiante e in controtendenza, l'aspetto che mi sembra più interessante del lavoro è la scoperta di nuove colonie" commenta Fabrizio Bulgarini, responsabile dell'area conservazione per il Wwf Italia. Di anno in anno gli animali si spostano, scelgono nuovi siti riproduttivi e ne abbandonano altri. "E' prima di tutto una questione di autoecologia della specie, che permette di abbassare il grado di imbreeding", sottolinea l'esperto.
In diverse regioni antartiche, poi, l'arrivo anticipato della primavera con temperature più calde mette a rischio l'habitat del pinguino imperatore, ricordano gli scienziati, anche se gli effetti del riscaldamento su base regionale sono diseguali, aggiunge il dottor Phil Trathan, co-autore dello studio.
L'imperatore è il più grande dei pinguini - arriva oltre il metro di altezza - e l'unico a riprodursi durante l'inverno antartico, in condizioni proibitive con temperature a -50 gradi e venti gelidi che toccano i 200 km all'ora.
"La tecnologia evolve rapidamente. Già il passaggio dal censimento a terra a quello aereo era sembrato avveniristico", ricorda Bulgarini. "Ora tecniche di indagine sempre più precise permettono di effettuare stime accurate in ambienti estremi, utilissime per monitorare i cambiamenti nella popolazione di questo uccello simbolo del continente incontaminato e programmare interventi per proteggere e conservare le diverse specie a rischio", conclude.
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fonte repubblica di ALESSIA MANFREDI
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20/04/2012
Quando il cittadino diventa un clandestino
Quando il cittadino diventa un clandestino
Risale a più di dieci anni fa un articolo di Paul Krugman - uno dei più profetici - sul collasso della compagnia energetica Enron. La Grande Crisi che traversiamo fu preceduta da quel primo cupo segnale, e in esso l´economista vide, sul New York Times del 29 gennaio 2002, la forma delle cose future. Quella storia di finta gloria mischiata a frode era ben più decisiva dell´assalto al Trade Center, che l´11 settembre 2001 aveva seminato morte e offeso la potenza Usa. «Un grande evento - era scritto - cambia ogni cosa solo se cambia il modo in cui vedi te stesso. L´attacco terrorista non poteva farlo, perché di esso fummo vittime più che perpetratori. L´11 settembre ci insegnò molto sul wahabismo, ma non molto sull´americanismo».
La vicenda Enron mise fine all´età di innocenza del capitalismo, svelando le sregolatezze e il lassismo in cui era precipitato. I sacerdoti di quell´età erano prigionieri di dogmi, e nessuna domanda dura scalfiva la convinzione che questo fosse il migliore dei mondi possibili. Fu come il terremoto di Lisbona, che nel 1755 costrinse la filosofia europea ad abbandonare (grazie a Voltaire, a Kant) l´ottimistica fede nella Provvidenza. Nell´immediato non uccise come l´11 settembre, ma siccome non esiste sacerdote senza sacrifici cruenti anche questo presto cambiò: fra il 2007 e oggi la crisi ha cominciato ad avere i suoi morti, sotto forma di suicidi. Sono iniziati in Francia, nel 2007-2008. Ora quest´infelicità estrema, impotente, lambisce Grecia e Italia, colpite dalla recessione e da misure che rendono disperante il rapporto fra l´uomo e il lavoro, l´uomo e la propria vecchiaia, l´uomo e la libertà. Senza lavoro, senza la possibilità di adempiere gli obblighi che più contano (verso i propri figli, la propria dignità) la stessa libertà politica s´appanna: diventi un emigrante clandestino in patria, un trapiantato.
Suicidi di questo tipo non sono patologie intime, dislocazioni dell´anima che nella morte cerca un suo metodo. In Francia, in Grecia, in Italia, sono tutti legati alla crisi. Sono commessi da pensionati, lavoratori, imprenditori presi nella gabbia di debiti, mutui non rimborsabili, aziende fallite. È significativo che quasi tutti si immolino in piazza o nei posti di lavoro, lasciando lettere-testamenti che dicono l´indicibile scelta. Dimitris Christoulas, il pensionato che il 4 aprile s´è tolto la vita in Syntagma Square - la piazza delle proteste - scrive che il governo, ribattezzato «governo collaborazionista di Tsolakoglou» in ricordo del Premier che nel ´41-42 aprì le porte ai nazisti, «ha annientato la mia capacità di sopravvivenza, basata su una pensione dignitosa cui avevo contribuito per 35 anni».
Christoulas non vuol «mettersi a pescare nella spazzatura» di che sostentarsi, e avverte: i giovani derubati di futuro impiccheranno i responsabili come fecero gli italiani a Piazzale Loreto con Mussolini. «Vista la mia età avanzata, non posso reagire in modo attivo. Ma se un mio concittadino afferrasse un Kalashnikov, sarei pronto a stare al suo fianco». Le statistiche sui primi cinque mesi del 2011 certificano un incremento di suicidi del 40 per cento, rispetto allo stesso periodo del 2010.
Disastri simili accadono in Italia. La Cgia, Associazione artigiani e piccole imprese di Mestre, annuncia che nel 2008-2010 i suicidi sono cresciuti del 24,6%: sono usciti dal mondo imprenditori, lavoratori dipendenti, pensionati. Nel 2008 i suicidi economici sono 150, nel 2010 sono 187. C´è un «effetto imitazione», spiega la Cgia, ma il termine è lenitivo. Ci si consolò così nel 2008, quando si uccisero 24 dipendenti di Telecom-Francia (una prima avvisaglia era venuta l´anno prima da Renault: tre suicidi in 4 mesi). Il motivo sociale venne sottovalutato, come nel 2002 si sottovalutò il crollo di Enron, rovinoso per i fondi pensione di migliaia di lavoratori. Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia, parla di «perdita di sicurezza, solitudine, disperazione, ribellione contro un mondo che si sta rivelando cinico, inospitale». Governi, giornalisti, economisti dovrebbero smettere le sacerdotali litanie sulla «resistenza al cambiamento». Fa parte del loro mestiere provare a capire le segrete molle dell´uomo, non solo dei bilanci. Il suicida è un indignato che naufraga perché non riconosciuto, non visto.
Anche su questo Krugman fu veggente, nel 2002: «Per chi non è direttamente implicato - gran parte dei politici non lo è - non conta quel che ha fatto, ma quel che fa». Mancò infatti ogni esame critico del passato, del consenso a tante sregolatezze. Un decennio è passato, e l´ottusa reazione del ministro del Tesoro di Bush, Paul O´Neill, fa tuttora scuola: «Le imprese vengono e vanno. È il genio del capitalismo». I suicidi in Grecia o Italia sono una ribellione contro il fatalismo di questa definizione - genio - che vede nel capitalismo una forza di natura, contro cui nulla si può se non cader fuori dalla giostra impazzita. Un falso profeta, Samuel Huntington, predisse nel ´92 prossimi scontri tra le civiltà. Lo scontro è dentro le civiltà: la nostra. I suicidi ne sono il sintomo. Chi non ci crede vada all´Aquila. Salvatore Settis ha visto una Pompei del XXI secolo (Repubblica 7-4). Le rovine del terremoto sono restate tali e quali, come in un racconto di fantascienza. Chi ha detto che il capitalismo è movimento?
Il suicidio studiato nell´800 da Emile Durkheim è l´autoaffondamento del cittadino cui sono strappati non solo i diritti ma gli obblighi stessi della cittadinanza: la libera sottomissione alla necessità del lavoro, il sentirsi parte di una società, di un ordine professionale, di un sindacato che includa e integri. A differenza del suicidio intimista, o dell´immolazione altruista, Durkheim lo chiama suicidio anomico. La sua radice è nell´anomia: nello svanire di norme che ogni crisi comporta. Nell´impunità di cui godono gli iniziati che di norme fanno a meno.
In quest´anomia viviamo, senza più gli avvocati dell´individuo che sono stati i sindacati, gli ordini professionali, le chiese, i partiti. La corruzione di questi ultimi è una manna, per chi vuol fare un deserto e chiamarlo pace. Grecia e Italia ne sono malate, e non a caso è qui che il cittadino tramutato in cliente non spera più di essere udito. «Mai gli uomini consentirebbero a limitare i propri desideri se si credessero autorizzati a superare il limite loro assegnato. Ma per le ragioni suddette non possono dettarsi da soli questa legge di giustizia. Dovranno perciò riceverla da una autorità che rispettano e alla quale si inchinano spontaneamente. Soltanto la società, sia direttamente e nel suo insieme, sia mediante uno dei suoi organi è capace di svolgere questa funzione moderatrice, soltanto essa è quel potere morale superiore di cui l´individuo accetta l´autorità. Soltanto essa ha l´autorità necessaria a conferire il diritto e a segnare alle passioni il limite oltre il quale non devono andare». (Durkheim, Il suicidio, 1897).
Della società fanno parte partiti, sindacati, imprenditori, governanti: tutti si sono rivelati incapaci di osservare e dunque imporre le norme, tutti sono portatori di anomia. Per questo leggi e tutele sono così importanti. Diceva nell´800 il cattolico Henri Lacordaire: «Tra il forte e il debole, tra il ricco e il povero, tra il padrone e il servitore: quel che opprime è la libertà, quel che affranca è la legge».
Di legge, di nòmos, hanno bisogno i cittadini greci e italiani, apolidi in patria. Se è vero che viviamo trasformazioni planetarie, urge sapere che esse scatenano sempre un aumento di suicidi: secondo Durkheim anche i boom economici demoralizzano. Dobbiamo infine sapere che Camus aveva ragione: la rivolta è la risposta, l´unica forse, al suicidio (il paese «si salva al piano terra», dice Erri De Luca). Quando è positiva, la rivolta tende a reintrodurre il senso della legge lì dove s´è insediata l´anomia.
Fonte: BARBARA SPINELLI - la Repubblica
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