30/03/2013

Ritorno dell'uguaglianza .

Ritorno dell'uguaglianza .

 

Ciascuno dei 10 individui più ricchi d'Italia ha una ricchezza pari a quella di 300 mila italiani poveri. Oggi 9 italiani su dieci stanno peggio ma reagiscono individualmente, allentando la percezione della propria condizione e tollerando di più la differenza con i vertici della piramide sociale Dal numero di MicroMega sul "Ritorno dell'eguaglianza", oggi in edicola, anticipiamo una sintesi dell'articolo di Mario Pianta .

 

Il prodotto dell'economia si distribuisce in tre parti: quella che va al lavoro come salari, quella che va alle imprese come profitti e quella che va alla finanza come interessi e rendite. Secondo Eurostat, nei 17 paesi dell'eurozona la quota dei profitti e delle rendite nel 2010 è del 40%, mentre ai salari va il 60% del reddito. In Italia la fetta dei profitti nel 2010 era del 45%, con la quota dei salari al 55%. I profitti sono cresciuti in Italia del 3% in media l'anno tra il 1993 e il 2000, e dello 0,6% tra il 2000 e il 2007. La fetta dei salari è cresciuta dello 0,8 negli anni novanta e dell'1,8% l'anno negli anni duemila. Ma se consideriamo i salari medi per lavoratore, troviamo che sono diminuiti di oltre lo 0,1% in media l'anno per due decenni.


Questa è la distribuzione tra le classi sociali. E quella tra gli individui? Due rapporti dell'Ocse hanno analizzato i redditi degli individui, trovando un aumento generalizzato delle disuguaglianze in quasi tutti i paesi tra gli anni ottanta e oggi. Nel 2008 il reddito familiare disponibile medio degli italiani di età lavorativa era di 19.400 euro; per il 10% più ricco era di 49.300 euro, per il rimanente 90% era di 16.000 euro, per il 10% più povero di appena 4.900 euro.
Tra la metà degli anni ottanta e la fine degli anni duemila il reddito disponibile (in termini reali) per la popolazione in età di lavoro è aumentato di 126 miliardi di euro: è stato questo l'aumento della torta delle possibilità di spesa. Il 10% dei più ricchi se ne è preso un terzo, 42 miliardi, pari a 11 mila euro in più per individuo. Al 10% dei più poveri sono andate solo le briciole, 8 miliardi, pari a 200 euro di aumento pro capite. Il risultato è che oggi, secondo l'Ocse, la disuguaglianza nei redditi di mercato in Italia - sulla base di diverse misure - è superiore alla media dell'Europa, ed è superata solo da Portogallo e Gran Bretagna.


Guardiamo più da vicino il vertice della piramide. L'1% più ricco degli italiani - 380 mila persone in età di lavoro - ha una fetta del reddito totale di quasi il 10% nel 2008, contro il 7% degli anni ottanta. Ancora più in alto, i 38 mila che sono lo 0,1% più ricco degli italiani hanno una quota di reddito passata dall'1,8 al 2,6% del totale del paese: 19 miliardi, oltre 500 mila euro l'anno per ciascuno. Lo stesso ammontare se lo deve dividere oggi in Italia il 10% più povero della popolazione in età di lavoro: 38 mila persone possono spendere come 3 milioni e 800 mila, ogni ricco ha il reddito di cento poveri.


Poi c'è lo stock di ricchezza da considerare. Nel 2010 la ricchezza netta totale degli italiani era stimata in 9.500 miliardi di euro, ed è cresciuta moltissimo: oggi (a prezzi costanti) è sette volte e mezza in più del 1965; il tasso di crescita è stato del 4,7% l'anno, un record a confronto con il ristagno del reddito complessivo. Il 10% delle famiglie più ricche possiede quasi il 45% della ricchezza totale, mentre riceve il 27% del reddito. Il 50% delle famiglie più povere dispone di appena il 10% della ricchezza totale. All'estremo vertice della piramide, ciascuno dei dieci individui più ricchi d'Italia ha una ricchezza pari a quella di trecentomila italiani poveri. Un dato da paese feudale.


E' possibile che questa realtà sia stata completamente invisibile nelle elezioni dello scorso febbraio? Il peso del debito pubblico, l'obbligo dell'austerità, i "vincoli posti dall'Europa", la riduzione delle tasse sono i temi che hanno occupato lo spazio della politica e dato forma ai programmi elettorali. Il centro sinistra si è presentato all'insegna dell'"Italia bene comune" e dell'"Italia giusta": riferimenti opportuni, ma rimasti privi di contenuti quando si passava alle proposte politiche. Di quali fossero le ingiustizie dell'Italia non si è parlato in campagna elettorale. Meno ancora di come porvi rimedio.


Oggi l'ingiustizia più grande del paese non sono le tasse, non è la precarietà, non è la disoccupazione provocata dalla crisi, non è nemmeno la casta dei politici: è la disuguaglianza. E' questa l'ingiustizia in cui confluiscono tutte le precedenti, il fenomeno che indebolisce l'economia, frammenta la società, snatura la politica. E' il risultato del cambiamento, a partire dagli anni ottanta, nei rapporti di forza tra capitale e lavoro, degli effetti di globalizzazione, nuove tecnologie e strategie d'impresa che hanno distrutto posti di lavoro, delle conseguenze di politiche che hanno ridotto tutele e diritti, fermato la redistribuzione, protetto i privilegi e lasciato crescere la povertà. Da qui viene l'impoverimento di nove italiani su dieci e la concentrazione di reddito e ricchezza nelle mani del 10% di privilegiati: una realtà rimasta fuori dai riflettori della campagna elettorale e difficile da comprendere anche per molti cittadini.
Alcuni hanno percepito come ingiustizia l'imposizione dell'Imu e il carico fiscale - e questo ha portato all'impropria convergenza nelle urne tra l'élite dei veri privilegiati e classi medie impoverite aggrappate alle loro proprietà, alle opportunità di condoni ed evasione fiscale.

 

Si è consolidato in questo modo quel 29% di elettorato restato fedele a Berlusconi e alla Lega. Altri hanno percepito come ingiustizia la perdita di lavoro, reddito e diritti provocata dalla crisi e dalle politiche di austerità. L'assenza di una prospettiva politica capace di intervenire su questi fattori di disagio sociale ha alimentato il consenso elettorale del Movimento Cinque Stelle, sottraendo voti a un centro sinistra che in questi decenni non ha visto il problema delle disuguaglianze e non è intervenuto per limitarle.


Se la politica tradizionale è sorda e impotente di fronte al peggioramento delle condizioni di vita di nove italiani su dieci, allora il consenso va a chi offre un rifiuto radicale di quella politica. Oppure si estende l'astensione dal voto. In entrambi i casi, il comportamento elettorale diventa l'espressione diretta di una particolare condizione individuale. E questo orizzonte esclusivamente individuale è esso stesso alla base della diffusa accettazione, negli ultimi decenni, di disuguaglianze crescenti. E' cresciuta la tolleranza sociale per i superstipendi di manager e calciatori, come per il crescente numero dei senza casa; è mancata la protesta contro l'aumento delle disparità; l'uguaglianza è stata ridotta alle pari opportunità.


Di fronte alla profondità della crisi economica e sociale, e alla gravità dello sconvolgimento politico avvenuto col voto di febbraio, è essenziale mettere al centro la questione della disuguaglianza: capire come si può cambiare una distribuzione del reddito così ingiusta, come si può ricomporre la frammentazione sociale, come si possono dare risposte alla frustrazione politica.

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Bentornata egalité

Giovedì 21 marzo è in edicola MicroMega con un almanacco sul Ritorno dell'eguaglianza, "stella polare" della sinistra. Curato da Emilio Carnevali e Roberto Petrini, il volume ospita un saggio di Joseph Stiglitz, scritto in collaborazione con Mauro Gallegati, «Se l'1% detta legge». Mario Pianta, Francesco Bogliacino e Michele Raitano spiegano perché la disuguaglianza dei redditi è cresciuta in Italia e nel mondo. Altre dimensioni del problema sono esaminate da Marcella Corsi e Federico Rampini, mentre le politiche sono esaminate nei saggi di Nicola Acocella, Paolo De Ioanna, Alessandro Guzzini, Vladimiro Giacché e Giovanni Perazzoli. Un confronto tra visioni diverse si trova nei dialoghi fra Pietro Reichlin e Sergio Cesaratto e fra Ugo Mattei e Massimo Pivetti. Infine, le riflessioni, tra economia e politica, di Maurizio Franzini, Alessandro Roncaglia, Pierfranco Pellizzetti e Raffaello Lupi.

 

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/18-lavoro-economia-a-finanza/43429-ritorno-delluguaglianza.html

Fonte: Mario Pianta, il manifesto |

28/03/2013

Clima. Quell'estate infinita, così la primavera si accorcia ogni anno .

Clima. Quell'estate infinita, così la primavera si accorcia ogni anno .

 

Uno studio Usa svela la rivoluzione delle stagioni anche l’inverno si accorcia a favore dell’autunno.

 

NEW YORK. In questi giorni diverse tormente di neve stanno battendo gli Stati del New England e dei Grandi Laghi, ultimi segnali di un inverno che fatica a terminare e di una primavera che tarda ad arrivare. Che ci sia un cambiamento climatico in corso da anni è un dato di fatto che la grande maggioranza degli studiosi dà ormai per scontato, ma come sempre una facile generalizzazione (tipo “le mezze stagioni non esistono più”) non spiega quello che sta succedendo nella realtà. Un lungo report del U.S National Climatic Data Center, rilanciato nei giorni scorsi dal Wall Street Journal, ci fornisce risultati sorprendenti: negli ultimi decenni la tendenza della primavera - almeno negli Stati Uniti - è di arrivare prima del solito.


Un risultato che solo apparentemente contraddice i grandi numeri su cui gli scienziati del clima basano i propri studi. Stando alle statistiche più recenti le quattro stagioni reali (non quelle del calendario) oggi sono così divise: la primavera dura 92,76 giorni l’anno, l’inverno 88,99, l’estate 93,65 e l’autunno 89,84 giorni. Ogni anno la primavera si riduce di un minuto a vantaggio dell’estate e l’inverno si accorcia di un minuto e mezzo a vantaggio dell’autunno.
«L’ultima gelata invernale arriva prima, anno dopo anno, e la prima gelata in autunno arriva sempre più tardi», ha spiegato al Wsj Jake F.Weltzin, direttore del Usa National Phenology Center, l’organismo che studia la tempistica degli eventi naturali. Qual è il modo migliore per capire come e quando si passa dall’inverno alla primavera? Per l’U.S. National Climatic Data Center la risposta è semplice: non fidarsi solo dei satelliti e dei grandi numeri ma studiare “sul campo”, osservare le piante, i fiori e il comportamento degli animali. Perché i satelliti sono in grado di catturare la portata globale del cambio climatico in un intero emisfero, ma per capire veramente cosa sta succedendo localmente (in questo caso negli Stati Uniti), in termini di inquinamento, di sviluppo urbano, di gas responsabili dell’effetto serra, il metodo migliore resta quello dell’occhio nudo.


Fiori e piante sono i “sensori” più sensibili per comprendere al meglio il cambio climatico. Gli studi botanici ci spiegano meglio di ogni altra cosa come la natura stia rispondendo al riscaldamento terrestre, ma sono studi che non possono essere fatti solo in laboratorio o con dati elaborati al computer. Un rapporto della Nasa dimostra come l’occhio umano (in questo caso quello di agricoltori, giardinieri, bird-watchers, naturalisti e animalisti) resti la scelta migliore. Quest’anno “sul campo” hanno studiato duemila specialisti e oltre 15mila volontari.


I risultati non mancano. Gli agricoltori oggi hanno a disposizione circa dieci giorni di lavoro in più all’anno di quanti ne avessero un secolo fa, gli uccelli migratori lasciano i loro luoghi anche con 18 giorni di anticipo, le piante crescono prima del solito, gli animali cambiano atteggiamenti secolari. Basti pensare – come esempio estremo - che nel 1852 i primi fiori di primavera sbocciavano il 15 maggio e l’anno scorso a Chicago –una delle metropoli più fredde degli Stati Uniti - sono fioriti il 25 gennaio. Oppure come nello Stato di Washington, uno dei più freddi in assoluto, gli orsi bruni ogni anno si risveglino anticipatamente dal letargo (che ci sia la neve o meno poco importa).


Cambiamenti che toccano alcune zone, ma non altre, rendendo sempre più complicata una lettura lineare del “climate change”. Basta guardare quanto successo a febbraio negli Stati Uniti. La maggior parte del West ha avuto un clima più secco del normale, gli Stati del Nordest hanno avuto nevicate e tormente fuori dalla norma, nel Sud ha piovuto più del solito, bufere di neve che non si vedevano da decenni hanno colpito gli Stati della “grande prateria”. Dopo un anno in cui la siccità aveva raggiunto un po’ in ogni area record storici. Non vi sono dubbi che il clima stia cambiando, come è ancora tutto da capire e da scoprire.

 

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/12-ambiente-territorio-e-beni-comuni/43420--clima-quellestate-infinita-cosi-la-primavera-si-accorcia-ogni-anno-.html

Fonte: ALBERTO FLORES D'ARCAIS, la Repubblica

27/03/2013

Giornata internazionale delle foreste: grande pessimismo, piccola speranza

Giornata internazionale delle foreste:  grande pessimismo, piccola speranza

 

Da una parte si registra a livello globale una perdita di 300 milioni di ettari di foreste in 20 anni, dall'altra il verde riguadagna spazio nei paesi industrializzati. Anche se il saldo resta sempre in negativo

 

ROMA - Oggi è la giornata internazionale delle foreste. E non è facile tracciare un bilancio perché  se l'erosione del mantello verde tropicale induce al pessimismo, l'espansione dei parchi apre una speranza: da una parte si registra a livello globale una perdita di 300 milioni di ettari di foreste in 20 anni, dall'altra il verde riguadagna spazio nei paesi industrializzati.

Partiamo dai dati globali. Il saldo tra verde che si perde e verde che si guadagna è ancora largamente negativo. Ma non è solo un problema di quantità: un chilometro quadrato di foresta pluviale non può essere paragonato a un chilometro quadrato di bosco in Europa. In Amazzonia un albero può contenere 1.500 specie di insetti e un ettaro più di 400 specie arboree. La foresta pluviale è la banca della biodiversità e ogni anno ne sacrifichiamo 13 milioni di ettari perdendo centinaia di migliaia di specie viventi (comprese quelle che potrebbero contenere i principi attivi per farmaci salva vita), dando un contributo di circa un  sesto alle emissioni serra globali.

C'è però un lato positivo da sottolineare in questa giornata delle foreste. E lo spunto viene dalla pubblicazione, da parte del ministero dell'Ambiente di un piccolo volume (Parchi nazionali: dal capitale naturale alla contabilità ambientale) curato dalla direzione per la protezione della natura. All'interno dello studio e delle linee guida che lo accompagnano ci sono vari dati: quelli sulla natura protetta

in Italia (10,5% di territorio, 23 parchi nazionali con 3 milioni di ettari e una superficie poco minore di riserve marine), quelli sul primato europeo di biodiversità (56 mila specie di animali, 124 varietà di ambienti).

Ma soprattutto c'è un nuovo metodo che si affaccia sulla scena economica:  la contabilizzazione dei dati sul patrimonio naturale ambientale. Per la prima volta nel nostro paese viene censita la ricchezza di piante, animali, ecosistemi e paesaggi contenuti nelle aree protette d'Italia. Una ricchezza che si traduce in una serie di benefici da inserire nei conteggi economici nazionali: dalla regimazione delle acque e prevenzione del dissesto idrogeologico alla mitigazione degli effetti del cambiamento climatico.

I parchi non sono solo bellezza e benessere: rappresentano anche un motore economico capace di dare una spinta potente sia in modo diretto (svolgono servizi ecologici gratuiti di prevenzione dei danni) che indiretto (contribuiscono in maniera determinante alle performance di settori come il turismo e l'agricoltura di qualità).

"Contabilità ambientale non significa solo quanta acqua c'è, quanto suolo viene utilizzato per l'agricoltura eccetera, ma dare una misura ai benefici economici che i servizi naturali garantiscono alla collettività", spiega  il ministro dell'Ambiente Corrado Clini. "Abbiamo iniziato un  percorso. Ora si tratta di applicare ai parchi naturali le metodologie europee per l'uso efficiente delle risorse naturali inserendo i vantaggi ottenuti nel calcolo della ricchezza effettiva di un Paese: una delle azioni necessarie per andare oltre il Pil".

 

http://www.repubblica.it/ambiente/2013/03/21/news/giornata_foreste-55039012/

di ANTONIO CIANCIULLO

19/03/2013

ALFABETO NATURALE La carnalità del linguaggio

ALFABETO NATURALE La carnalità del linguaggio

 

Un incontro con il neurolinguista Andrea Moro. Allievo di Chomsky e autore del saggio «Breve storia del verbo essere», inaugurerà un ciclo di conferenze da oggi a Pavia, interrogandosi sulla «biologia» della parola umana

Linguista, autore di una appassionante Breve storia del verbo essere (Adelphi, 2010) e del recente The Equilibrium of Human Syntax. Symmetries in the Brain (Routlege, 2012), Andrea Moro dirige il Centro di ricerca in neurolinguistica e sintassi teorica Ne.T.S. della Scuola universitaria superiore dell'università Pavia, dove conduce ricerche sulle basi neurobiologiche del linguaggio, i correlati cerebrali della sintassi, ossia della capacità che ha solo la specie umana di combinare insieme delle parole per costruire frasi e lo studio delle strutture formali che caratterizzano le lingue umane.
Studioso e allievo di Chomsky, questa sera (oggi, palazzo del Broletto, 18,30) Moro discuterà con Massimo Cacciari del tema «Parlo dunque sono. Da Platone a Chomsky», inaugurando il ciclo di conferenze organizzate proprio dalla Scuola superiore universitaria Iuss di Pavia.

«Accada quel che deve accadere, io voglio vedere il seme da cui provengo, anche se è umile». Sono parole di Edipo, dalla tragedia di Sofocle, che lei pone in esergo al suo ultimo libro «Parlo dunque sono» (Adelphi, 2012). La questione di Edipo ci interroga sul senso stesso del nostro porre continue domande su di noi, sulla nostra storia, su un destino che in qualche modo, anche solo come «immagine», sembra schiacciare l'autonomia stessa della domanda e condizionare in modo disperante la risposta...

Sofocle usa due termini, genos e sperma. La prima volta, Sofocle parla proprio di un seme fisico, ossia di quel pezzettino di mondo da cui scaturisco io come individuo. C'è poi una sequenza di semi che stanno prima di me - mio padre, mia madre, mio nonno - alla quale diamo nome «origine». Interrogarsi sull'origine dell'uomo, significa allora interrogarsi su una doppia profondità, che Sofocle aveva ben presente: l'origine di me come individuo e di me come storia di individui. La stessa cosa avviene quando l'uomo guarda il linguaggio - il suo seme - e questa doppia profondità gli è ben presente. Da un lato, infatti, si chiede come fa da bambino a imparare proprio quella lingua e, dall'altro, se siamo così diversi che cosa ha innescato questa diversità originaria. Soprattutto col linguaggio, chiedere perché parliamo significa cercare di capire da dove veniamo. Il problema non ha nulla di mistico, intendendo il termine in senso deleterio, e la questione della doppia origine ha probabilmente una risposta unica: l'origine come stirpe e l'origine come individuo si trovano dentro di me in quanto organismo biologico.

La formula parlo dunque sono, «loquor ergo sum», riporta quindi dritta alla questione dell'identità...

Viviamo immersi in una dimensione creativa della realtà che, se fa in modo che ci parliamo, ci fa anche dimenticare di essere fatti dall'ottanta per cento di acqua e il cervello di un uomo costituisce mediamente il due per cento del suo peso corporeo. Siamo fisici, siamo realmente fatti di carne. Immaginare che il linguaggio sia del tutto astratto e non abbia fisicità significa porsi in una prospettiva sbagliata.
Soltanto se si considera la «carne del linguaggio» si può porre in una giusta dimensione la domanda evolutiva. C'è una cosa, d'altronde, che Cartesio sapeva bene, ma è passata dal livello metaforico al livello esplicito e scientifico con Noam Chomsky negli anni Cinquanta del secolo scorso: soltanto noi esseri umani siamo capaci di questa capacità matematica e combinatoria che è la sintassi. Una capacità che ci spalanca verso l'infinito. Cartesio lo sapeva, ma oggi il fenomeno è diventato matematicamente descrivibile. Da un lato abbiamo, quindi, la scoperta che la sintassi è lo spartiacque tra gli esseri umani e tutti gli altri esseri viventi. A questa scoperta si potrebbe obiettare che anche i pipistrelli sono gli unici che si muovono guidati dal sonar, ma qui non stiamo dicendo che il linguaggio umano è una caratteristica dell'uomo. Qui stiamo dicendo che il linguaggio umano è una caratteristica che ha solo l'uomo e tutti gli altri esseri viventi no. Siccome, nel bene e nel male, sul pianeta l'uomo ha tutt'ora una sua centralità, capire come funziona il «suo» linguaggio è un fatto non proprio privo di conseguenze. Dall'altro lato, poi, una serie di esperimenti tra cui quello condotto nel 2003 sulle lingue impossibili ci ha finalmente mostrato che questa caratteristica unica non è un fatto culturale, ma è un'espressione della carne.
Gli esperimenti hanno dimostrato che il fatto che cervello sappia riconoscere le strutture ricorsive viene attestato dalla misurazione del flusso ematico nel cervello, quindi dalla cosa «meno culturale» che ci possa essere: movimento di un liquido all'interno del nostro corpo. Potremmo dire, con una battuta, che siamo arrivati a capire che la carne si è fatta logos, nel senso che le regolarità che anche io e te stiamo utilizzando proprio qui e ora, mentre parliamo, non sono il frutto di una sedimentazione culturale di qualche migliaio di anni, ma sono il frutto del modo in cui noi siamo costruiti come esseri biologici.
Se mettiamo assieme l'unicità della sintassi come prodotto che porta all'infinito che abbiamo solo noi e la naturalizzazione della sintassi nel cervello espressione della carne, le conseguenze e le domande che si spalancano sono enormi e portano dritte a una riedizione del problema dell'identità. Partendo da qui si è portati a chiederci che cosa fa del cervello umano un cervello umano e, da qui, perché la natura ha questo punto di svolta nell'essere umano. Sono uomo in quanto sono dotato, come specie non come individuo, di una specificità che non ha nessuno ed è frutto della mia struttura fisica. In qualche modo, con un'altra battuta, potremmo dire che sì, il linguaggio dipende dal cervello ma non è indifferente al fatto che io abbia gambe, braccia, naso, bocca. È la struttura.

Torna qui in gioco anche l'idea di istinto, a cui Noam Chomsky si è spesso richiamato. Potremmo dire che, citando lo stesso Chomsky, l'uomo che ha appreso una lingua è come il ragno, non impara a tessere la sua tela perché un esemplare più adulto e esperto glielo ha insegnato, ma perché ha un cervello da ragno...

In realtà, quest'idea dell'istinto è una citazione da Darwin il quale, da parte sua, afferma che quando impariamo a camminare, non impariamo a farlo perché culturalmente predisposti alla marcia, ma perché abbiamo l'istinto per alzarci in piedi e andare. Il fatto che il linguaggio fosse un'espressione della natura e non della cultura lo sapeva anche Platone, ciò che si fa ora è dare un inevitabile formalismo matematico complesso alla struttura e, dall'altro, offrire prove sperimentali che questo istinto è un'espressione della carne.

Nella linguistica contemporanea, la ricerca sembra essersi concentrata attorno alla questione di una lingua possibile e delle lingue impossibili. Ne «I confini di Babele. Il cervello e il mistero delle lingue impossibili» (Longanesi), lei ha richiamato uno dei punti cruciali della linguistica e delle neuroscienze cognitive contemporanee: la scoperte che le grammatiche possibili non sono infinite e che il loro numero è limitato biologicamente.

Questo si era capito ben prima che arrivassero le neuroscienze - ricordiamo che l'osservazione del cervello «in vivo» e «in movimento» è possibile solo dagli anni Ottanta del secolo scorso - semplicemente osservando gli errori che fanno i bambini. Un esempio: se il nostro lettore dovesse apprendere per imitazione, semplicemente osservando, come si fa una radice quadrata, gli errori del nostro lettore sarebbero tantissimi. Invece, quando i bambini convergono verso la propria grammatica, soltanto un certo numero di errori vengono fatti. Questo vuol dire che il bambino ha una specie di «setaccio», una guida formata prima dell'esperienza e sulla base di questa guida gli fiorisce in testa il linguaggio. La differenza, rispetto al passato, sta proprio nel fatto che siamo in grado di capire, con un'adeguatezza formale maggiore, che cosa sono queste strutture, quali sono le proprietà matematiche che hanno e che la loro complessità fa presupporre una guida precedente all'esperienza.
Il secondo passo consiste nel capire che se è precedente all'esperienza, questa guida deve comunque essere sviluppata come istruzione di tipo biologico o neurobiologico. Le indagini che si stanno facendo ora mostrano che quel nucleo di regole comune a tutte le lingue è in realtà il prodotto di alcuni circuiti neuro cerebrali. Circuiti che non ti dicono quale sarà la frase che dirai domani, lasciandoti completamente libero. Assomigliano all'anatomia di una mano che, se studiata, non ti potrà certo svelare se darai un pugno, una carezza o farai un cenno di saluto a un amico.

Le lingue umane sembrano strutture troppo complesse perché vengano apprese sulla base dell'istruzione o dell'imitazione. La complessità è tuttora un elemento critico, la si confonde spesso con oscurità descrittiva...

La complessità è una delle questioni centrali del tema. Complessità, non significa oscurità. Noi, come essere viventi, siamo sottoposti a degli stimoli che sono in qualche modo immediati. Facciamo un esempio: il movimento del sole attorno alla terra, la crescita di una pianta a partire da un seme. Questi sono i dati che noi percepiamo. Il problema nasce invece quando nella nostra testa ci chiediamo se due fenomeni che non sembrano correlati uno con l'altro in realtà sono causati dallo stesso principio. Da una parte, il prototipo di questo tipo di domande è quello ben noto del movimento della luna e della caduta di una mela verso il basso: qui ci voleva solo un matto come Newton per ipotizzare che tanto il movimento della luna, quanto il movimento locale della mela fossero dovuti a un medesimo sforzo.
C'è un passo bellissimo di Lucrezio nel De rerum natura. Lucrezio affermava che tutti i movimenti sono verso l'alto e i movimenti che sembrano verso il basso ci appaiono così per la diversa densità degli elementi. La questione complesso-semplice nasce nella testa dell'uomo e nasce tutte le volte che l'uomo si chiede «perché», legando questo «perché» a fatti magari molto semplici come il fumo della sigaretta che sale verso l'alto o una pigna che cade da un albero verso il basso.

In un testo da lei tradotto anni fa, per i tipi del Saggiatore, Noam Chomsky sosteneva che «è importante imparare a stupirsi di fatti semplici». Eppure, proprio la linguistica chomskyana viene spesso accusata di essere troppo oscura...

Il sorgere della complessità anche dentro fatti semplici lo possiamo capire tornando all'intuizione che ebbe Galilei: quando per capire qualcosa devi tradurlo in simboli dotati di regole, a quel punto per capire quella cosa devi passare attraverso questi simboli. Nessuno si stupisce del fatto che per calcolare la densità atomica di un elemento si debba far ricorso a equazioni meccanico-quantistiche difficili o che per sapere a che punto sarà una galassia tra due milioni di anni sia necessario lavorare con un computer altamente complesso. Il problema sta nel capire perché questo tipo di difficoltà di calcolo e comprensione può nella cosa che riteniamo più naturale e chiara di tutte: parlare.
Secondo me questa complessità diventa chiara in due condizioni. Diventa chiara, in primo luogo, nel fenomeno di apprendimento spontaneo delle lingue in un bambino. Quando osserviamo un bambino che impara a parlare, il fatto che sappia identificare i vettori del linguaggio, ossia le parole e i suoni , e li sappia comporre senza prima incorrere in tutti gli errori possibili fa vedere che in qualche modo il bambino ha dentro di sé questa complessità che lo guida. Pensiamo al fatto che un bambino non sbaglia mai a mettere l'articolo davanti al nome, non dirà «mamma la» o «papà un», chiaramente nella lingua basca farà il contrario, poiché il basco è lingua nome-articolo. Questo è un primo momento, poi c'è il secondo, segnato dall'apertura dello sguardo sull'oggetto fisico che produce questa regolarità.
Un chilogrammo è mezzo di materiale umido che abbiamo tra le orecchie e chiamiamo cervello è stupefacente. Se guardiamo un fegato, osserviamo che il fegato produce enzimi a contatto con stimoli esterni, ad esempio la digestione. Lo stesso si può dire della milza, dei polmoni o dei reni. Il problema è: come possiamo spiegare che cosa avviene nel cervello quando il prodotto, anziché essere un enzima è una frase? È a questo punto che la complessità diventa un fenomeno che sfugge anche nella sua natura, non solo nella sua descrizione. Noam Chomsky non è oscuro. Chomsky appare oscuro, perché oscuro appare il nostro cervello. Ciò che di importante Chomsky ci ha però insegnato a fare è stato passare attraverso un'apparente complicazione dei dati, per arrivare a una semplificazione superiore. Questo è il prezzo che dobbiamo pagare per la comprensione dei fenomeni. Jean-Baptiste Perrin, premio Nobel per la fisica nel 1926, a questo proposito ricordava che il compito dello scienziato è quello di passare dal complesso-visibile, al semplice-invisibile, ovvero «spiegare ciò che è visibile e complicato con ciò che è semplice e invisibile».
Ad esempio, due esservi viventi come una libellula e una balena sono due «oggetti» completamente diversi, ma a livello di descrizione del Dna si capisce che sono soltanto quattro basi annotate e combinate in modi e differente. Quattro cose all'interno delle quali puoi generare una marea o una libellula. Allo stesso modo succede col linguaggio, soltanto che qui siamo molto più indietro rispetto alla comprensione di «che cosa» genera le varie lingue e non è nemmeno detto che ci si arriverà mai. Dovremmo infatti sfatare questo mito sottotraccia della «scoperta» del nocciolo di tutto. La pretesa di cogliere questo nocciolo è quasi mistica, nel senso deteriore del termine. Noi possiamo capire dei pezzi del mondo. Chi parla di «teoria del tutto», sia che si riferisca alla fisica, sia che si riferisca al cervello, è secondo me totalmente fuori strada. La realtà ci viene incontro con una complessità che ci sormonta, anche nel linguaggio. Spiegare il linguaggio è impossibile, possiamo però spiegare alcuni aspetti del linguaggio. È questo lo stupore di cui ci parla Chomsky. Stupirci di fatti semplici è la cosa più complessa che ci sia, mi creda. È lo spavento di Edipo, ma è al contempo la nostra volontà di capire da dove veniamo, di cogliere il seme, «anche se umile», accada quel che accada.

 

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APERTURA - Marco Dotti

 

oggi a Pavia con Massimo Cacciari

BREVE

BREVE

Andrea Moro è professore di linguistica generale presso la Scuola Superiore Universitaria Iuss di Pavia, dove dirige il NeTS, il centro di ricerca in neurolinguistica. Tra le sue pubblicazioni, oltre a «The raising of predicates, Cambridge University Press», 1997), «Dynamic Antisymmetry» (MIT press, 2000) e «I confini di Babele» (Longanesi, 2006), si segnala «Breve storia del verbo essere» (Adelphi, 2010). «Parlo dunque sono. Da Platone a Chomsky, un viaggio attraverso il pensiero di grandi filosofi, linguisti e padri della scienza» è il titolo della conferenza che Moro terra questa sera a Pavia, con Massimo Cacciari, inaugurando il ciclo «Conversazioni del caminetto» presso lo Iuss (Sala del Camino - Palazzo del Broletto, Pavia, Piazza della Vittoria, 15,

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18/03/2013

Commissione Ue: ''Con la crisi cresce il mercato di droga nell'Unione''

Commissione Ue: ''Con la crisi cresce il mercato di droga nell'Unione''

 

 Roma - Da uno studio pubblicato oggi dalla Commissione europea emerge che la crisi economica generera' probabilmente effetti considerevoli sul mercato degli stupefacenti, per esempio attraverso un incremento della domanda di droghe illecite. Lo studio prevede un possibile aumento del numero di giovani dediti alla vendita o addirittura alla produzione di droghe - soprattutto attraverso la coltivazione domestica di cannabis - per procurarsi denaro.

Ma si prevede anche che la crisi economica porti a una riduzione dei finanziamenti destinati alle politiche antidroga, in particolare quelle riguardanti le cure e le misure per la riduzione dei danni.

 

"Lo studio pubblicato oggi e' un campanello d'allarme per l'Europa: per limitare l'offerta di droga e per porre freno al mercato illecito dobbiamo ridurre il numero dei tossicodipendenti, non solo attraverso la prevenzione ma anche mediante la somministrazione di cure", ha dichiarato la Vicepresidente Viviane Reding, Commissaria europea per la Giustizia. "L'offerta e' proporzionale alla domanda: il numero sempre maggiore dei tossicodipendenti indica che il mercato e' in crescita. Per questo motivo intendo proporre entro la fine dell'anno una legislazione piu' severa riguardo alle nuove sostanze psicoattive e al mercato illecito di stupefacenti. Dobbiamo attivarci a livello dell'Unione e proteggere i nostri figli".

 

Secondo l'Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze le nuove sostanze psicoattive rappresentano una minaccia crescente. Nel 2011, attraverso il sistema di allarme rapido dell'Unione, sono state ufficialmente segnalate un totale di 49 nuove sostanze psicoattive, per la prima volta in numero cosi' elevato. È la quantita' piu' impressionante di sostanze mai segnalata in un singolo anno, in aumento rispetto alle 41 del 2010 e alle 24 nel 2009. I dati preliminari relativi al 2012 non mostrano alcun segno di flessione, in quanto si parla gia' di 50 nuove sostanze. Nonostante il consumo delle "droghe tradizionali" come cocaina, eroina e ecstasy sia generalmente stabile, il mercato delle droghe illecite ha visto la comparsa di nuovi stupefacenti, in quanto i trafficanti approfittano delle sostanze chimiche non regolamentate a livello internazionale. Si tratta di droghe sempre piu' facilmente ottenibili via internet che si sono diffuse rapidamente presso molti Stati membri, i quali hanno difficolta' a impedirne la vendita.

Il mercato e' invaso da sempre nuove droghe: nel corso degli ultimi due anni, ogni settimana ha visto la comparsa di una nuova sostanza stupefacente. Gli Stati membri non possono impedire la diffusione di queste droghe agendo singolarmente: l'applicazione di misure severe a livello nazionale potrebbe semplicemente spingere i criminali a spostare la produzione nei paesi confinanti o a modificare le rotte del traffico. 

Lo scorso gennaio la Commissione ha proposto di vietare in tutta l'Unione la sostanza "4-MA" - simile all'anfetamina - (cfr. IP/13/75), dopo essere riuscita a ottenere, nel 2010, l'interdizione su scala europea del mefedrone, una droga simile all'ecstasy (cfr. MEMO/10/646). Il 25 ottobre 2011 la Commissione europea ha annunciato una revisione delle norme dell'UE per combattere le droghe illecite, in particolare le nuove sostanze psicoattive, che provocano effetti simili a quelli di droghe pericolose quali l'ecstasy o la cocaina e costituiscono un problema crescente (IP/11/1236). Si attende nel 2013 una proposta legislativa.

Lo studio offre informazioni importanti sull'impatto delle politiche che prendono di mira l'uso e l'offerta di stupefacenti e il funzionamento del mercato delle droghe illecite nell'Unione europea, evidenziando il ruolo sempre piu' importante della rete per la distribuzione di sostanze stupefacenti.

 

Esso contiene inoltre un'analisi particolareggiata delle dimensioni del mercato per determinate droghe illecite e una stima del profitto che esse generano, ipotizzando che nell'Unione europea nel 2010 la dimensione del mercato della cannabis, la droga piu' diffusa tra i suoi cittadini, ha raggiunto un valore compreso tra i 7 e i 10 miliardi di Eur. Coloro che fanno uso intensivo di cannabis sono una percentuale minima (tra il 5% e il 25%, a seconda del paese) ma sono responsabili della maggior parte (tra il 55% e il 77%) del consumo complessivo di questa droga in un anno. Lo studio conferma inoltre che l'applicazione di leggi contro la produzione e la distribuzione di cannabis ne fa aumentare drammaticamente il prezzo. Questo avviene perche' i produttori e i trafficanti pretendono un indennizzo in quanto corrono il rischio di vedersi sequestrata la merce, di essere arrestati, incarcerati, subire aggressioni violente nonche' per i costi connessi alla necessita' di operare di nascosto.

 

Lo studio appena pubblicato fa seguito a un precedente studio della Commissione europea che conteneva un'analisi dell'evoluzione dei mercati di droghe illecite a livello mondiale, dei problemi legati alle droghe e delle risposte politiche nel periodo 1998-2007. Lo studio era stato realizzato Trimbos Institute e RAND con il sostegno finanziario della Commissione, nel quadro del programma di prevenzione e lotta contro la criminalita' (programma ISEC). Il programma ISEC ha una dotazione di 600 milioni di euro per il periodo 2007-2013 e contribuisce alla sicurezza dei cittadini mediante progetti volti a prevenire e a combattere la criminalita'.

 

Le politiche in materia di droghe sono essenzialmente di competenza delle autorita' degli Stati membri, che sono in una posizione migliore per operare le scelte che piu' si addicono alla contesto culturale e alle condizioni socioeconomiche nazionali. Contemporaneamente, pero', gli Stati membri non sono in grado di affrontare singolarmente in modo efficace il problema della lotta alla droga. La Commissione svolge di conseguenza un ruolo centrale nel coordinamento delle misure per ridurre il consumo di droghe illecite e combatterne il traffico. La risposta dell'Europa alla droga e' contenuta nella Strategia dell'Unione europea in materia di droga (2005-2012), (2013-2020) e nel Piano d'azione dell'UE in materia di lotta contro la droga (2009-2012).

(DIRE)

 

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17/03/2013

Tutti pazzi per la noia, la moda è studiare lo sbadiglio

Tutti pazzi per la noia,  la moda è studiare lo sbadiglio

 

Si moltiplicano le ricerche sul tedio e i suoi effetti. Perché curarlo o prevenirlo può cambiarci la vita. Gli universitari usati come "cavie". I compiti: guardare pesci o contare le lettere di un testo dal nostro

 

LONDRA - Per Pascal, "non c'è niente di più insopportabile". Per Schopenhauer, era "la morte in vita". E per Alberto Moravia, che le dedicò un romanzo (sin dal titolo), rappresentava lo sfacelo del mondo borghese. Ma anche se tutti sanno più o meno definirla, uno stato di insoddisfazione, di fastidio, di inerzia, più difficile è spiegare cosa provochi la noia, quali effetti ne conseguano ed eventualmente come curarla. Nell'epoca di Twitter, smartphone e tablet, non dovrebbe esserci nemmeno il tempo di annoiarsi. Eppure statistiche e psicologi indicano che è un diffuso malessere. Il progresso tecnologico l'ha forse accelerato: provate a togliere il telefonino a un adolescente, o a un adulto, e vedete quanto bisogna aspettare per sentirgli dire "non so cosa fare". Non deve sorprendere perciò che un crescente numero di studiosi si dedichino a indagare questo particolare stato d'animo.

Il Wall Street Journal, che in quanto "bibbia" del capitalismo considera probabilmente la noia un peccato mortale (non si è mai sentito che qualcuno si stufi di fare soldi), ha raccontato ieri alcune di queste esperienze  -  con l'ironica avvertenza ai lettori: sperando di non annoiarvi. Dal Canada all'Irlanda, pare ci sia un boom di ricerche scientifiche sull'argomento. Il problema è trovare compiti abbastanza noiosi a cui sottoporre i volontari usati per i test. Alla Guelph University, nell'Ontario, li obbligano a contare quante volte una lettera appare in una lunga lista di citazioni bibliografiche. All'università irlandese di Limerick li costringono a guardare un film educativo sugli allevamenti di pesce. All'università di Waterloo devono assistere al video di un uomo che tosa l'erba o appende la biancheria. L'autunno scorso, a Londra, si è tenuta la terza Boring Conference, una conferenza annuale sulla noia: nessuno dei partecipanti sbadigliava.

Può sembrare un esercizio futile (per non dire noioso). Ma gli studiosi del ramo, come il professor John Eastwood della York University, lo trovano affascinante. La noia, dicono, ha un serio impatto su salute e produttività. È collegata a depressione, obesità, abuso di alcol e droghe, e perfino a un più alto tasso di mortalità. Uno studio del 2010 sostiene che gli individui più propensi ad annoiarsi hanno due volte più probabilità di ammalarsi di disturbi cardiaci. L'espressione "morire di noia" non sarebbe soltanto un modo di dire.

Dal punto di vista neurologico, la scienza cerca ancora di scoprire gli effetti della noia sul cervello. Una teoria è che dipenda da una specie di corto circuito nella rete del sistema nervoso che controlla la capacità d'attenzione. Per la maggioranza di coloro che ne soffrono, la noia dipende dall'esterno, dagli altri, "mi hanno assegnato un incarico noioso", "stare in sua compagnia è una noia", mai da se stessi. Un'altra certezza è che civiltà diverse si annoiano in maniera diversa. L'antropologa australiana Yasmine Misharbash ha trascorso tre anni a studiare la noia fra i Warlpiri, una tribù di aborigeni: poiché non hanno l'abitudine di stare soli, non dicono mai "mi annoio", piuttosto "è un momento noioso". Non dovrebbe esserci bisogno di uno scienziato per far passare la noia, ma gli studiosi offrono comunque consigli: pensare che una mansione, anche se monotona, ha un'utilità sociale. O fare attività fisica, anche solo una passeggiata. Ma se uno è in preda all'inerzia fisica e spirituale, come Oblomov, protagonista dell'omonimo romanzo di Goncarov, non è facile entusiasmarsi o mettersi in moto. Per fare alzare i russi come lui dal proverbiale divano in cui oziavano, ci volle il comunismo. E anche quello, dopo un po', diventò noioso.

 

http://www.repubblica.it/scienze/2013/02/28/news/studio_noia-53583783/

 

corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

Stress e tensione nervosa? Fai il pieno di vitamina B.

Stress e tensione nervosa? Fai il pieno di vitamina B.

 

Le vitamine del gruppo B, insieme al magnesio, possono essere un valido sostegno nella riduzione dello stress e i disturbi correlati.

 

Negli ultimi anni lo stress e i disturbi causati da un’eccessiva tensione nervosa sono in costante aumento. Sarà un po’ per colpa della vita frenetica cui, ogni giorno, siamo sottoposti; oppure a causa di questa crisi economica che, sempre più, colpisce anche a livello psicologico.

Quale che sia il motivo, comunque, una possibilità per stare meglio c’è: seguire un’alimentazione equilibrata apportando anche un’adeguata quantità di vitamine del gruppo B e magnesio.
Se la carenza dovesse essere particolarmente eccessiva, si può anche ricorrere agli integratori che, in ogni caso, devono essere accompagnati da una dieta variegata.
E’ bene considerare che lo stress riduce notevolmente l’apporto di tali nutrienti e che, minor quantità ne abbiamo nel nostro corpo, maggiore è il rischio di stress. Ecco quindi che si viene a creare un effetto a catena che deve essere assolutamente tenuto sotto controllo attraverso il proprio stile di vita.

Quali sono le vitamine più importanti in questi casi? Vediamole insieme.
Vitamina B1
Con gli alimenti industrializzati che siamo soliti acquistare è facile andare in carenza della vitamina B1 (o tiamina). Se ne troverebbe, infatti, in ottime quantità nel germe di grano: elemento quasi assente, visto il trattamento cui vengono sottoposti i cereali prima che raggiungano le nostre tavole.
E’ un componente talmente importante per la salute del nostro sistema nervoso che viene chiamata familiarmente “la vitamina del morale”. Ma non solo: aiuta anche ad avere maggiore concentrazione e lucidità mentale, fattori che, di norma, in caso di stress sono alterati.
Integrazioni di tiamina sono utili anche per il sistema cardiovascolare, la tonicità di stomaco e intestino, la salute della tiroide e nella prevenzione di anoressia e bulimia. Dosi molto elevate (circa 100 mg) sono state adoperate con successo nel trattamento sintomatico della sclerosi multipla (SM), l’etilismo, il diabete, l’anemia, gli spasmi muscolari e la sindrome di Méniere.
Per evitare che il corpo distrugga anche le piccole dosi di vitamina B1, è essenziale evitare il fumo, l’alcol e il caffè.

Vitamina B2
La riboflavina è anch’essa associata, tra le altre cose, a stress e disturbi del sistema nervoso. In particolare, una sua carenza, può manifestarsi con tensione, depressione, tremore, vertigini, stanchezza.
E’ molto probabile che, insieme alla vitamina B2, in questo caso, sia necessario anche il ferro e la vitamina B12.
La vitamina sembra essere utile anche in caso di ipertiroidismo, problemi di malassorbimento, sindrome di Méniere, problemi oftalmici e, secondo alcune fonti, anche nella prevenzione di alcuni tipi di tumore.

Vitamina B3
La conoscono tutti come la famosa “vitamina anti-pellagra”, ma in realtà la sua carenza può manifestarsi con diversi problemi associati allo stress come tensione nervosa, irritabilità e insonnia. I suoi effetti calmanti, se assunta con costanza, si evidenziano anche con la riduzione del bisogno dell’assunzione dei tranquillanti. Dosi elevate sono utili anche nei casi gravi come schizofrenia e delirio, i cui risultati sembrano apprezzabili in tempi abbastanza ridotti.
La Niacina – altro nome di questa vitamina – è utile anche in altre patologie come l’artrite, la sindrome di Méniere, l’ipertensione e i disturbi circolatori.

Vitamina B5
L’acido pantotenico (o vitamina B5) è presente in grandi quantità proprio nel nostro cervello. Non è un caso, quindi, che una sua carenza può provocare problemi psico-mentali, tra cui irritabilità, tensione, depressione, insonnia e stanchezza cronica.
La vitamina sembra essere utile anche nella prevenzione dell’invecchiamento precoce, compreso quello neuronale, nell’artrite reumatoide e problemi intestinali.

Vitamina B6
Nei vari anni di studio, la vitamina ha dato buoni risultati nel trattamento della depressione, dell’iperattività mentale, la tensione causata dalla sindrome premestruale, le emicranie, i disturbi psicologici di varia natura, l’insonnia, l’irritabilità e le vertigini.
Viene adoperata anche per prevenire alcune forme di cancro, convulsioni, sclerosi multipla, sindrome del tunne carpale eccetera.

B7 o B8?
Una vitamina “anomala” è la cosiddetta vitamina H o biotina. Appartiene al gruppo B ma è chiamata B7 in Francia e B8 in Inghilterra. Non ha le stesse importanti qualità delle altre vitamine del gruppo B per quanto riguarda la riduzione dello stress e i disturbi correlati. Solo alcuni studi indicano una probabile possibilità nel trattamento della depressione e insonnia. Mangiare spesso l’albume crudo dell’uovo può causare serie carenze da vitamina H.

Vitamina B9
Una carenza di vitamina B9 (acido folico) può portare a uno stress eccessivo, tensione, irritabilità, stanchezza e mancanza di memoria. Una sua assunzione può migliorare i problemi dell’umore, l’ansia e la depressione. La vitamina è utile anche nella prevenzione di alcuni tipi di cancro, dei difetti nel feto (se assunto dalla mamma) e nell’anemia se associato a vitamina B12. Un recente studio ha suggerito che l’assunzione di questa vitamina in gravidanza riduce il rischio di autismo nel bambino.

Vitamina B12
La vitamina B12 è importante soprattutto in caso di stress associato a depressione. Il suo effetto viene potenziato se assunto insieme alle altre vitamine del gruppo B.
E’ importante anche per prevenire i disturbi della memoria causati dall’età, se presa prima che questi si verifichino. Oggi è utilizzata soprattutto come trattamento dell’anemia perniciosa.

Come abbiamo potuto vedere, tutte le vitamine del gruppo B sono indispensabili per la salute del sistema nervoso e per la riduzione dei disturbi causati dallo stress. E’ quindi consigliabile, in presenza di stress cronico, rivolgersi al proprio medico curante al fine di capire qual è il dosaggio più adatto al proprio problema.
Anche se si tratta solo di vitamine, non sono esenti da effetti collaterali, ed è perciò importante avere sempre a disposizione una consulenza specifica.

 

http://www.lastampa.it/2013/03/07/scienza/benessere/stress-e-tensione-nervosa-fai-il-pieno-di-vitamina-b-dmxluCekWQjdAvMpxL3orO/pagina.html

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12/03/2013

SCETTICISMO DIGITALE QUELL’IDEOLOGIA CHE VUOLE RISOLVERE OGNI PROBLEMA

SCETTICISMO DIGITALE

 

QUELL’IDEOLOGIA CHE VUOLE RISOLVERE OGNI PROBLEMA

 

Dalle scelte quotidiane alla fame in Africa: nascono applicazioni con la pretesa di avere risposte su tutto I rischi di un pensiero tecnologico che annulla le differenze 
«Quando il tuo cuore smetterà di pulsare, tu continuerai a twittare » è lo slogan rassicurante che accoglie i visitatori del sito web di LivesOn, un servizio di prossimo lancio che promette di twittare per conto degli utenti anche dopo la loro morte. Analizzando i tweet pregressi il servizio imparerà a conoscere “le tue preferenze, i tuoi gusti, la tua sintassi” così da personalizzare i testi dall’aldilà composti in automatico.
Può essere che LivesOn si riveli poi una presa in giro o che per una qualche ragione faccia cilecca, ma come idea evidenzia quella che è oggi l’ideologia dominante della Silicon Valley: tutto ciò che può essere superato va superato – persino la morte.
Barriere e redini – qualunque cosa imponga limiti artificiali alla condizione umana – viene eliminato con particolare entusiasmo. La Superhuman, un’altra misteriosa start-up che non stonerebbe in un programma comico, promette, stando alle recenti affermazioni di uno dei suoi fondatori, un servizio non ben specificato che “aiuta a diventare superuomini” . Beh, almeno hanno avuto il buon gusto di non chiamarlo Übermensch.


I dibattiti recenti sulle rivoluzioni di Twitter, o sull’impatto di internet sulla cognizione, in genere non si sono soffermati sulla scelta da parte dei guru tecnofili e futuristi della Silicon Valley di mettersi alla ricerca della patch suprema per correggere i maligni bug dell’umanità. Se ci sapranno fare nessuna imperfezione individuale resterà impunita – in teoria la tecnologia renderà obsolete quelle imperfezioni.
Il mese scorso Randi Zuckerberg, ex direttore marketing di Facebook, si è entusiasmato per una applicazione che permette “il crowdsourcing di qualunque vostra decisione”. Chiamata Seesaw, altalena, l’app consente di condurre sondaggi istantanei nella cerchia di amici per chiedere consiglio su qualunque cosa: dalla scelta dell’abito da sposa, al tipo di bevanda da ordinare al bar e presto, forse, al candidato da votare alle elezioni. Seesaw offre un approccio nuovo e interessante al giudizio altrui e all’insuccesso. I rischi di bocciatura sono ridotti al minimo. Sappiamo con largo anticipo quanti “mi piace” totalizzerà su Facebook ogni nostra decisione.


Jean-Paul Sartre, il filosofo esistenzialista che celebrò l’angoscia di fronte alla scelta come segno di responsabilità, non trova posto nella Silicon Valley. Le decisioni, pur contribuendo alla nostra maturità di esseri umani, sono fonte di sofferenza, e di fronte alla scelta tra maturità e minimizzazione del dolore, la Silicon Valley ha optato per quest’ultima – forse a seguito dell’ennesimo sondaggio istantaneo. Nel suo straordinario saggio Elogio dell’incoerenza, il filosofo polacco Leszek Kolakowski sostenne che, trovandoci regolarmente davanti a scelte egualmente valide che esigono una dolorosa riflessione etica, essere incoerenti è l’unico modo per evitare di diventare ideologi dottrinari, fedeli ad un algoritmo. Per Kolakowski, la coerenza assoluta equivale al fanatismo. «La progenie degli esitanti e dei deboli … di coloro … che credono nella sincerità ma invece di dire ad un esimio pittore che è un imbrattatele lo elogiano educatamente», scrisse, «questa progenie degli incoerenti resta una delle grandi speranze per la sopravvivenza della razza umana».


Tutti questi tentativi di alleviare i tormenti dell’esistenza potrebbero sembrare paradisiaci per la Silicon Valley. Ma per il resto di noi saranno un inferno. Sono mossi da un’ideologia invasiva e pericolosa che io chiamo “soluzionismo”: una patologia intellettuale che riconosce i problemi come tali in base ad un unico criterio: l’essere “risolvibili” con una soluzione tecnologica bell’e pronta. Così la smemoratezza e l’incoerenza diventano “problemi” semplicemente perché abbiamo gli strumenti per liberarcene – e non perché ne abbiamo soppesato i pro e i contro.


I soluzionisti non si limitano a risolvere i problemi degli individui, sono altrettanto ansiosi di risolvere i problemi delle istituzioni. Una start-up “civica” come Ruck.us, che aiuta le persone a creare movimenti politici e ad aderirvi, cerca di bypassare il sistema convenzionale dei partiti e consente agli individui di far politica senza alcuna mediazione da parte delle istituzioni, basandosi sull’assunto che la democrazia rappresentativa è servita in passato solo perché i costi della comunicazione erano troppo elevati. Ora che le tecnologie digitali hanno ridotto i costi della partecipazione, i partiti politici possono seguire la sorte del dodo ed essere sostituiti ad hoc da gruppi online di cittadini impegnati.
È arduo difendere l’attuale sistema politico americano ma è ancor più arduo schierarsi a favore del progetto soluzionista per un semplice motivo: la “soluzione”


supportata da internet che viene proposta non ci viene venduta in base ai suoi meriti intrinseci – dei quali ci vien detto ben poco – ma piuttosto sui demeriti del sistema esistente, siano essi faziosità o malcostume. È vero, il sistema attuale è zeppo di imperfezioni, ma l’imperfezione potrebbe essere il prezzo da pagare per una democrazia semifunzionante. Dopo tutto c’è poca faziosità in Corea del Nord. I soluzionisti sbagliano nel momento in cui danno per scontati i problemi che si propongono di risolvere, invece di studiarli. Brandendo i martelli digitali della Silicon Valley, tutti i problemi iniziano a sembrare chiodi e tutte le soluzioni applicazioni. Questa tendenza maschera il fatto che non tutti i problemi sono tali e che quelli che si dimostrano veri problemi potrebbero esigere risposte istituzionali di lungo respiro, non rapide soluzioni tecnologiche prodotte negli “hackathon”, le maratone informatiche, né video virali per indurre troppo tardi i signori della guerra ugandesi ad arrendersi.


La Silicon Valley, strano a dirsi, ama fregiarsi del suo “soluzionismo”. Le sue imprese di maggior successo si modellano come equivalenti digitali di Greenpeace e Human Rights Watch, non di Wal-Mart o della Exxon Mobil. «In futuro», dice Eric Schmidt, Ceo di Google, «la gente passerà meno tempo a cercare di far funzionare la tecnologia… se riusciremo in questo credo saremo in grado di risolvere tutti i problemi del mondo».
Questo umanitarismo digitale punta a generare buona volontà all’esterno e sostiene il morale all’interno. Dopo tutto per salvare il mondo potrebbe valere la pena di pagare come prezzo la distruzione della privacy di ciascuno, mentre una missione ingigantita potrebbe convincere dipendenti giovani e idealisti che non stanno sprecando la vita a ingannare consumatori ingenui inducendoli a cliccare sulle pubblicità di prodotti inutili. La Silicon Valley e Wall Street sono in competizione per lo stesso bacino di talenti e rivendicando il compito di risolvere i problemi del mondo, le società di tecnologia possono offrire qualcosa che Wall Street non può offrire: l’idea di missione sociale.
L’ideologia del soluzionisimo è essenziale per contribuire a mantenere l’immagine della Silicon Valley. La stampa tecnologica è ben lieta di enfatizzare qualunque iniziativa soluzionista. “Africa? Ecco la app giusta”, titola davvero così il sito web dell’edizione Britannica di Wired.


C’è nessuno che può prestarla alla World Bank, per favore?
Ogni volta che le imprese tecnologiche lamentano che il nostro mondo in frantumi va aggiustato, dovremmo immediatamente chiederci: come facciamo a sapere se è rotto esattamente come dice la Silicon Valley? E se i tecnici si sbagliassero e fossero proprio la frustrazione, l’incoerenza , la smemoratezza, forse addirittura la faziosità le caratteristiche che ci consentono di trasformarci (in dissolvenza) nei complessi attori sociali che siamo?
«Mi auguro che gli ingegneri capiscano che per essere un ingegnere non basta essere ingegnere», scrisse il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset nel 1939. Dato il peso politico e culturale della Silicon Valley – dall’istruzione all’editoria, dalla musica ai trasporti – è un consiglio che vale particolarmente la pena di seguire. Chiedete ai
vostri amici su Seesaw.
Traduzione di Emilia Benghi © New York Times

 

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/57-scienze-a-tecnologie/43067-scetticismo-digitale.html

Fonte: EVGENY MOROZOV, la Repubblica |

10/03/2013

Il rifiuto dell'accento straniero (e la paura del contagio)

Il rifiuto dell'accento straniero (e la paura del contagio)

 

Scatta un meccanismo psicologico di difesa nei confronti di agenti patogeni estranei alla propria comunità

 

MILANO - La recente notizia giunta da Trapani sull’idea di un autobus per soli neri in stile apartheid (la politica di segregazione razziale rimasta in vigore in Sudafrica fino al '93 e abrogata da Nelson Mandela) riporta alla ribalta uno studio della California University pubblicato su Evolution Human Behaviour: l’emarginazione dei neri in Usa e in Sudafrica, così come tutti i comportamenti xenofobici ed etnocentrici, sarebbero dettati da un meccanismo psicologico di difesa nei confronti di agenti patogeni estranei alla propria comunità. Si tratta dell’ipotesi dell’evitamento di malattia secondo cui gli stimoli patogeni e la personale maggior vulnerabilità alle malattie sono ritenuti evitabili con atteggiamenti xenofobici ed etnocentrici. Per evitare malattie bisognerebbe restare sempre a stretto contatto solo con membri del proprio gruppo etnico, tenendo a distanza gli stranieri che potrebbero essere portatori di nuove malattie.

 

COME RICONOSCERLI - Molti sono gli studi sulle strutture cerebrali implicate nel riconoscimento a prima vista degli stranieri e, se può sembrare ovvio quello di gialli, neri e bianchi, meno immediato può essere per un italiano cogliere di primo acchito la differenza fra un inglese e un gallese, come viceversa per un francese, quella fra un bresciano e un bergamasco. In un’ampia revisione pubblicata su Nature Neuroscience, la New York University ha indicato che i centri cerebrali con cui riconosciamo le varie razze sono principalmente quattro: amigdala (area blu nella foto sopra), corteccia cingolare anteriore (in sigla ACC, area arancione nella foto), corteccia prefrontale dorsolaterale (DLPFC, area rossa nella foto) e area fusiforme per il riconoscimento faciale (FFA, area verde nella foto). L’amigdala agisce subito, in maniera pressoché automatica, ma funziona soprattutto per le facce straniere, mentre la FFA, pur essendo un po’ meno rapida, riconosce anche le differenze di quelle della nostra stessa razza.

 

BASTA L’ACCENTO - Ancor prima del riconoscimento facciale, si attiva però il comportamento di evitamento dello straniero innescato in maniera inconscia dalla percezione del semplice accento diverso di chi non appartiene al proprio gruppo. Si verifica indipendentemente dal colore della pelle: anche fra milanesi e siciliani o fra londinesi e gallesi. È una risposta emotiva che viene ulteriormente rafforzata dall’eventuale evidenza di malattie di cui i membri dell’altro gruppo sarebbero portatori. Secondo i ricercatori californiani, infatti, i più razzisti sono i soggetti patofobici che sviluppano un vero e proprio disgusto per le malattie che si esplicita nel rifiuto xenofobico.

 

SPECIFICITÀ ED ELABORAZIONE - La reazione di rifiuto evocata dall’accento è risultata specifica per il timore di contagio ed è più forte di quella evocata da atteggiamenti morali diversi da quelli della propria cultura o dal disgusto che può provocare un atto di violenza sessuale verso un membro del proprio gruppo. Il meccanismo di evitamento delle malattie non è peraltro una reazione meramente automatica, ma opera anche attraverso un’elaborazione cognitiva delle differenze sociali esistenti fra noi e lo straniero: l’accento siciliano del principe Tancredi del Gattopardo non suscita nel sciur Brambilla di Milano la stessa reazione di quello dell’operaio della Breda emigrato dal suo paesino siculo.

 

DI QUELL’ACCENTO NON MI FIDO - A prescindere dal censo, oltre al timore per le malattie che possono trasmettere, c’è anche un altro meccanismo che accomuna tutti gli stranieri: la fiducia che possono ispirare. Un altro studio dell’Università di Chicago pubblicato su Psychology & Sociology ha infatti dimostrato che l’accento straniero riduce la fiducia che può provare un interlocutore parlando con uno straniero: in un esperimento in cui soggetti di varie etnie, anche solo lievemente diverse da quella degli ascoltatori, dovevano leggere un breve articolo ad alta voce, chi non aveva accento arrivava a un punteggio di credibilità pari a 7,5, chi aveva un accento leggermente diverso otteneva 6,95 e chi aveva un accento marcato non superava 6,84.

Cesare Peccarisi

http://www.corriere.it/salute/neuroscienze/13_febbraio_21/accento-contagioso_62a4d722-7b4a-11e2-ba69-3fd719869bcf.shtml

Alma Mater, aperta la strada dell'ibernazione umana

Alma Mater, aperta la strada  dell'ibernazione umana

 

I fisiologi dell'ateneo bolognese hanno indotto il fenomeno in un ratto di laboratorio. Ora cercano fondi per sperimentare la tecnica sui maiali. Potrà avere ricadute importanti in ambito medico-chirurgico

 

E’ possibile ibernare un uomo? E’ possibile abbassarne la temperatura corporea di dieci o venti gradi senza che ciò danneggi irreparabilmente il suo cuore o il suo cervello? E, soprattutto, è possibile riportarlo alla vita attiva come se niente fosse successo? Una prima risposta positiva arriva da un articolo scientifico pubblicato in questi giorni sul prestigioso “Journal of Neuroscience” a firma di Matteo Cerri, ricercatore quarantenne, dei docenti Giovanni Zamboni e Roberto Amici e altri cinque fisiologi dell’Alma Mater. I ricercatori sono riusciti a ibernare un ratto, un mammifero che, come l’uomo, non è capace di farlo spontaneamente come avviene, al contrario, in animali come orsi e marmotte e alcune specie di pipistrelli e criceti.

"Non è un processo fisiologico, ma indotto, per questo la chiamiamo pseudo-ibernazione", spiega Roberto Amici, docente di fisiologia umana. Ma il risultato c’è e potrebbe, un giorno, portare vantaggi nella pratica medica. "L’obiettivo è riuscire a non far soffrire il cervello a fronte di situazione in cui arriva poco sangue o ossigeno". Ma cosa è stato fatto al ratto in laboratorio? Attraverso un’iniezione in una regione profonda del cervello di sostanze chimiche che bloccano l’attività nervosa, nel punto in cui vengono iniettate, i ricercatori sono arrivati a "spegnere l’attività nervosa delle cellule deputate a mantenere elevata l’attività metabolica". Così è stata bloccata l’attività metabolica e si è ridotta la frequenza cardiaca. Ratto ibernato, dunque. Al suo risveglio, dopo poche ore, l’animale stava benissimo. Anzi, si è fatto una bella dormita. "L’ibernazione non è sonno, al contrario, c’è bisogno di sonno per rimettere a posto le cose", precisa Amici che è anche presidente della Società italiana per la ricerca sul sonno.

Al momento, i molti studiosi di questo affascinante fenomeno biologico, che ha ispirato tanta letteratura fantascientifica, non conoscono quali siano i meccanismi che consentono all’ibernante di spegnere e riaccendere al bisogno la "stufa metabolica". Ma la loro comprensione potrebbe avere importanti ricadute. "Tale tecnica potrebbe essere sfruttata durante complessi interventi neuro-o cardio-chirurgici o in pazienti infartuati per permettere ai diversi organi di sopravvivere in condizioni di scarsa disponibilità di ossigeno", spiega Roberto Amici. "Con molta cautela, anche perché è un’ipotesi molto lontana, si potrebbe pensare anche a un utilizzo in pazienti in attesa di espianto di organi".

Il gruppo di ricerca, che coinvolge anche il neurochirurgo del Bellaria Mino Zucchelli, ora sta cercando nuovi fondi per proseguire l’esperimento. E tentare l’ibernazione sul maiale. Per fare altri passi avanti nella ricerca. "La ricerca di base anche se non ha applicazioni dirette induce a fare dei progressi importanti, grazie alla conoscenza che contribuisce ad accrescere", insistono i ricercatori della sezione di Fisiologia del dipartimento di Scienze Biomediche e NeuroMotorie. Un appello per far capire quanto è importante il finanziamento e il sostegno alla ricerca di base.

"Ma si arriverà a ibernare l’uomo? In un lungo periodo dal punto di vista teorico non ci sono ostacoli, ma non siamo all’alba dei viaggi interstellari", commenta Matteo Cerri, ideatore della ricerca, rientrato da Portland dopo il post-dottorato. "E’ chiaro che si apre un campo inesplorato e la giustificazione etica non sarà facile: nessuno l’ha mai fatto". Tra i co-autori della ricerca altri tre nomi: Domenico Tupone, Marco Mastrotto e Davide Martelli. Ma in questo momento sono in Usa e in Australia. E non a caso. "Il futuro accademico dei giovani ricercatori in Italia è al momento inesistente, così come è difficile avere fondi adeguati per la ricerca scientifica", osserva Matteo Cerri.

 

http://bologna.repubblica.it/cronaca/2013/02/20/news/alma_mater_aperta_la_strada_del_ibernazione_umana-53035087/

 

di ILARIA VENTURI

Paura e panico, nel cervello prendono strade diverse.

Paura e panico, nel cervello  prendono strade diverse.

 

Studio su Nature Neuroscience: aree cerebrali distinte sono collegate a tipi differenti di sensazioni paurose: minacce esterne, come una rapina o il terrore dei ragni, o interne: ad esempio, la sensazione di non riuscire a respirare. La scoperta potrebbe portare ad affrontare in modo più mirato attacchi di panico o ansia.

 

C'E' paura e paura. La sensazione di spavento scatenata da stimoli esterni, visivi o uditivi, e qualcosa di più intenso e profondo, legato invece a quello che succede all'interno del nostro corpo. Seguono percorsi diversi e fanno riferimento a centri differenti: la scoperta si deve a John Wemmie, della University of Iowa e potrebbe aiutare ad affrontare in modo più mirato gli attacchi di panico o sensazioni come la sindrome da stress post-traumatico e altre condizioni legate all'ansia.

L'area cerebrale della paura è da anni collegata all'amigdala, che si attiva in risposta a stimoli esterni e prontamente manda il segnale di allarme ad altre aree neurali che preparano il corpo a reagire, di solito con la fuga o con l'attacco. Tante patologie sono legate a disfunzioni dei meccanismi 'salvavita' della paura: ad esempio la sindrome da stress post-traumatico, in cui è come se il pulsante della paura fosse sempre acceso, anche quando non c'è nulla da temere, oppure gli attacchi di panico.

Ma l'amigdala non è la sola ad attivarsi in presenza di sensazioni di paura. Wemmie, professore associato di psichiatria, e colleghi, che hanno pubblicato il loro studio su
Nature Neuroscience, lo hanno scoperto studiando una paziente molto particolare, 'SM', una donna di 40 anni che soffre dall'adolescenza della malattia di Urbach-Wiethe che le ha provocato lesioni all'amigdala e da allora non ha mai provato paura.  


Alla donna, da anni protagonista delle ricerche degli scienziati, e ad altri pazienti con lesioni simili è stato fatto respirare un mix di aria e CO2, in grado di provocare una sensazione di soffocamento che dura, di solito, una trentina di secondi. Per la prima volta la "donna senza paura" e gli altri pazienti hanno reagito provando panico: un risultato che ha sorpreso i ricercatori, che si aspettavano l'esatto opposto. Ma perché queste persone che non hanno nessuna reazione di fronte ad una rapina, a un film dell'orrore o se si trovano minacciate con un'arma, provano terrore inalando anidride carbonica? La risposta sembra essere nel modo in cui il cervello affronta le situazioni esterne e quello che invece accade all'interno del corpo, come la sensazione di un attacco di cuore o di non riuscire a respirare.

Weinne e colleghi suggeriscono che queste sensazioni di panico "interno" vengano captate da aree diverse dall'amigdala e profonde, come il tronco encefalico, il diencefalo o la corteccia insulare, attivando un circuito diverso rispetto alla paura dei serpenti o di un ladro.

Lo stesso test del gas è stato ripetuto su 12 soggetti sani, ma solo tre di loro hanno provato analoghe sensazioni di panico. C'è dunque una paura più profonda e intensa dettata da stimoli interni, sostengono gli scienziati, e l'amigdala potrebbe sopprimerla nei soggetti sani. Al tempo stesso, i ricercatori pensano che l'amigdala non funzioni correttamente in chi soffre di attacchi di panico.

 

http://www.repubblica.it/scienze/2013/02/05/news/nel_cervello_doppio_centro_della_paura-52020284/

06/03/2013

Le mani del mercato su un demanio pubblico

Le mani del mercato su un demanio pubblico

 

«Il diritto all'acqua. L'appartenenza collettiva della risorsa idrica» del giurista Carlo Iannello. Da Nord a Sud, la possibile via giuridica per la salvaguardia di un bene collettivo

 

Oggi oltre un sesto della popolazione globale non ha accesso all'acqua potabile e più di un terzo non dispone di un sistema adeguato di bonifica. Le patologie legate alla mancanza o alla scadente qualità dell'acqua restano la prima causa di mortalità nel mondo. La disuguaglianza nell'accesso all'acqua rappresenta una delle più gravi ingiustizie che colpiscono i poveri nel mondo. Non è un caso che la costituzionalizzazione del diritto all'acqua stia oggi interessando principalmente il Sudamerica e il continente africano, regioni, queste, nelle quali il conflitto sulla gestione delle fonti di approvvigionamento è sempre stato particolarmente aspro. Basti pensare alla rivolta boliviana del 2000 conclusasi con la modifica costituzionale dell'articolo 20 e con il riconoscimento del «diritto all'accesso universale e uguale al servizio di acqua potabile». Ma qualcosa di significativo è avvenuto anche in Italia con i 27 milioni di cittadini che nel giugno del 2011 hanno impedito, attraverso un referendum, la privatizzazione dell'acqua. Tutto ciò è la «dimostrazione che la lotta per i diritti e la loro affermazione sono sempre il frutto del conflitto sociale».
A ricordarcelo, da ultimo, è un prezioso volumetto di Carlo Iannello, Il diritto all'acqua. L'appartenenza collettiva della risorsa idrica (La Scuola di Pitagora Editrice, Napoli).
Il libro di Iannello, professore associato di Istituzioni di diritto pubblico alla Seconda Università di Napoli, si configura come un'attenta analisi delle questioni giuridiche connesse al diritto all'acqua. Un'analisi che l'autore conduce in modo sistemico, indagando sulla complessità dei rapporti tra economia e diritto, tra storia e costituzione. Ma anche tra politica e morale. Del resto - ammonisce Iannello - la questione dell'acqua è anche una questione di natura etica che interroga tutti noi sulla «moralità di trarre profitti da questo bene».


Di qui il tentativo, sotteso a tutto il volume, di utilizzare il tema del diritto all'acqua alla stregua di una «cartina di tornasole» di tutte le contraddizioni che agitano l'attuale fase storica: il dominio del mercato, la rottura del paradigma democratico, il repentino dissolvimento dello Stato democratico-sociale. L'offensiva neoliberista - ricorda ancora Iannello - «si sta infatti spingendo sino ad ambiti che fino a poco tempo addietro apparivano inimmaginabili, minacciando i beni e i servizi che la tradizione dello Stato sociale di diritto aveva qualificato come pubblici, sottratti al mercato e riservati alla sfera pubblica».
Ma con la privatizzazione dell'acqua si è verificato qualcosa in più. In questo caso - a differenza di quanto è avvenuto, in passato, con la privatizzazione di altri beni e servizi pubblici - si è voluto deliberatamente colpire un bene fondamentale della vita, indispensabile alla vita stessa e a quasi tutte le attività umane (dall'agricoltura all'industria). Di qui l'esigenza - ripetutamente espressa dall'autore - di imprimere un cambio di paradigma, di «individuare gli strumenti necessari per riaffermare la sovranità popolare su risorse essenziali per la vita», di rilanciare il disegno costituzionale che individua, proprio, nella partecipazione dei cittadini alla vita economica, politica e sociale del Paese la soluzione privilegiata per rendere effettivi i diritti.


Per un giurista prospettare un mutamento di paradigma, significa innanzitutto indagare sulla capacità di tenuta degli istituti giuridici e sulle categorie fondamentali del diritto, individuandone carenze e potenzialità. Ed è proprio questo lo sforzo che Iannello conduce nella parte centrale del libro, descrivendo accuratamente le tappe della disciplina giuridica delle risorse idriche (dalla legge di municipalizzazione del 1903 all'articolo 43 della Costituzione); indagando sulla dimensione normativa del demanio inteso come «proprietà pubblica» e come «proprietà collettiva»; delineando il fondamento giuridico del diritto all'acqua nei termini di un «nuovo» diritto costituzionale.
Una disamina giuridica chiara e scrupolosa che indurrà l'autore ad optare, nelle ultime pagine del libro, per il «regime demaniale», l'unico in grado di veicolare le ragioni costituzionali della solidarietà e di reimpostare i rapporti economico-sociali in modo coerente con i principi fondamentali della Carta repubblicana: «è il diritto, pertanto - conclude Carlo Iannello - se vuole interpretare compiutamente il suo ruolo, che deve stabilire quali attività sono affidate al mercato e quali ne sono sottratte, perché necessarie per l'attuazione del bene comune. E la politica deve assumersi la responsabilità di queste scelte, non fondarle su un preteso vincolo derivante da una supposta natura economica delle cose».
Un esito, questo, ancora possibile. Ma ad una condizione. Che la politica si emancipi definitivamente dal dominio dell'economico e torni a riaffermare il proprio primato etico e ideale nel governo delle cose e degli uomini.



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LA PRESENTAZIONE A NAPOLI

Il libro di Carlo Iannello «Il diritto all'acqua. L'appartenenza collettiva della risorsa idrica» si presenta oggi pomeriggio a Napoli nella sede dell'Istituto italiano per gli studi filosofici a palazzo Serra di Cassano (via Monte di Dio 14, ore 16.00). A discuterne con l'autore, Gianni Ferrara, professore emerito di diritto costituzionale alla Sapienza, Paolo Maddalena, ex vice presidente della Consulta, Massimo Villone, professore di diritto costituzionale alla Federico II, Lorenzo Chieffi, professore di diritto costituzionale alla seconda università di Napoli e l'autore della recensione che pubblichiamo, Claudio De Fiores, anche lui professore di diritto costituzionale alla seconda università di Napoli.

 

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/35-libri/42731--le-mani-del-mercato-su-un-demanio-pubblico.html

Fonte: Claudio De Fiores, il manifesto |

04/03/2013

Ansiolitici nelle acque di fiumi e mari e i pesci diventano più aggressivi

Ansiolitici nelle acque di fiumi e mari e i pesci diventano più aggressivi

 

Residui di farmaci utilizzati dall'uomo si disperdono nell'ambiente, con conseguenze difficilmente prevedibili sull'equilibrio degli ecosistemi. I pesci, in particolare, cambiano comportamento esponendosi a maggiori rischi senza la protezione del gruppo

 

L'IMPATTO dell'uomo sull'habitat naturale dei pesci comporta nuovi pericoli per la specie: i farmaci ansiolitici che, attraverso le fognature, finiscono nei fiumi e in mare modificano il comportamento degli animali, rendendoli più aggressivi, asociali e voraci. Mutamenti del comportamento che hanno un impatto significatico, con conseguenze difficilmente prevedibili sull'ambiente. 

A lanciare l'allarme è un gruppo di ricerca dell'università svedese di Umea in un lavoro uscito su Science. Una parte, anche se piccola, dei farmaci utilizzati dall'uomo si disperde nell'ambiente, dove queste sostanze possono venire assorbite da piante o animali. Tomas Brodin, insieme ai colleghi dell'università svedese, hanno osservato che il pesce persico selvatico europeo, sottoposto a dosaggio bassissimo di uno dei farmaci anti-ansia più diffusi, l'oxazepam, mangia più veloce, diventa più audace e si comporta in maniera anti-sociale.

Anche in piccole quantità - paragonabili a quelle che si riscontrano nelle acque nei pressi delle zone densamente popolate della Svezia, spiegano i ricercatori - il medicinale può quindi alterare il comportamento di questi pesci.

"Normalmente - ha spiegato Brodin, coordinatore della ricerca - il pesce persico è timido e caccia in gruppo. Si tratta di una strategia per sopravvivere e riprodursi. Gli esemplari che nuotano in acque in cui si sono riversati farmaci ansiolitici diventano però molto più audaci". Il farmaco li rende

più coraggiosi, spingendoli a cacciare da soli, esponendosi così a maggiori rischi senza la protezione del gruppo.

"La soluzione al problema - conclude il ricercatore - non è eliminare i farmaci, ma sviluppare impianti di trattamento delle acque in grado di eliminare i residui di queste sostanze". Il gruppo di ricerca punta ora a capire quali conseguenze, difficilmente prevedibili, possa comportare un comportamento di questo tipo nell'equilibrio degli ecosistemi locali.

 

http://www.repubblica.it/ambiente/2013/02/14/news/pesci_pi_aggressivi_per_ansiolitici_in_acqua-52652265/

01/03/2013

Il debito infinito

Il debito infinito

Nell'anno 55 prima della nostra era, Cicerone scriveva: «Il bilancio dovrebbe essere equilibrato, le finanze pubbliche dovrebbero essere colmate, il debito pubblico dovrebbe essere ridotto, l'arroganza della amministrazione dovrebbe essere abolita e controllata e l'aiuto ai paesi esteri dovrebbe essere diminuito per E il rischio che Roma cada nel falli- mento».  da un bel pezzo che la classe politica non legge più Cicerone! Dalla fine degli anni Settanta, la maggior parte dei paesi industrializzati sono entrati in un regime di debito permanente, dal quale nemmeno i periodi di forte crescita economica hanno consentito di uscire.


Il debito misurato è quello delle amministrazioni pubbliche, che viene chiamato "debito sovrano" o "debito pubblico". Il debito pubblico "nel senso di Maastricht", misurato in valore nominale (e non in valore di mercato), viene definito come il totale degli impegni finanziari degli Stati contratti sotto forma di prestiti risultanti dall'accumulazione, sul filo degli anni, di una differenza negativa tra le loro entrate e le loro spese o i loro oneri. Esso concerne tre settori: le amministrazioni centrali, cioè lo Stato propriamente detto, le amministrazioni locali (collettività territoriali, organismi pubblici, ecc.) e i sistemi di Previdenza centrali. Il trattato di Maastricht del 1992 aveva adottato i principi che il deficit degli Stati membri dell'Unione europea non avrebbe dovuto superare il 3% del prodotto interno lordo (Pil) e che il loro debito pubblico sarebbe dovuto rimanere al di sotto del 60% del Pil. Quegli obiettivi non sono stati raggiunti. Globalmente, il debito pubblico nella zona euro è aumentato del 26,7% dal 2007. Oggi rappresenta l'80% del Pil globale della zona. Ma in questo caso si tratta solo di una media. Nel 2011, otto paesidell'Unione europea esibivano un debito superiore all'80% del loro Pil: l'Ungheria e la Gran Bretagna (80,1%), la Germania (83%), la Francia (85%), il Portogallo (92%), il Belgio (97%), l'Italia (120%) e la Grecia (160%). Gli americani non se la passano meglio: al momento, ogni spesa pubblica effettuata negli Stati Uniti viene finanziata nella misura del 42% da prestiti!
In Francia, il debito pubblico nel 1980 rappresentava solo il 20,7% del Pil, ovvero l'equivalente di 92,2 miliardi di euro. Nel 2007, quando Nicolas Sarkozy è stato eletto alla testa dello Stato, aveva già raggiunto il 64,2% del Pil (1.211 miliardi di euro). Oggi ammonta all'85,3% (1.688 miliardi di euro), con un 30% di aumento in quattro anni. Il rapporto 2011 della Corte dei conti lascia prevedere che potrebbe raggiungere il 100% del Pil nel 2016. La parte essenziale del debito è a carico delle amministrazioni centrali: 1.297 miliardi di euro su 1.646 nel 2011 (le collettività locali erano indebitate solo per un ammontare di 156 miliardi, la Previdenza sociale per una cifra di 191 miliardi). E il deficit delle finanze pubbliche, che si è fissato nel 2011 a 98,5 miliardi di airo, continua a crescere al ritmo di 3.200 euro al secondo!

 

Il servizio del debito rappresenta il pagamento annuale dei prestiti sottoscritti giunti alla scadenza. Il carico del debito costituisce il pagamento dei soli interessi, ovvero in Francia circa 50 miliardi di euro l'anno, il che corrisponde al 20% del bilancio dello Stato, all'89% dell'imposta sul reddito, o ancora al 140% dell'imposta sulle società. Poiché il rimborso del capitale del debito ammonta a circa 80 miliardi di euro, il servizio totale del debito rappresenta oggi per lo Stato 118 miliardi di euro, cioè l'equivalente della totalità delle sue risorse fiscali dirette. Mentre il pagamento dei soli interessi, sta per diventare la prima posta di bilancio dello Stato, prima dell'Educazione nazionale, della Difesa o della previdenza. Ma a chi dobbiamo tutto questo denaro? Essenzialmente ai mercati finanziari, ad istituti bancari, a compagnie di assicurazione, a fondi pensionistici e a talune societàacquistanoo. Sono loro che "aCquistano" titoli del debito francese, si tratti delle obbligazioni assimilabili del Tesoro (Oat), le più importanti in volume, che sono prodotti a lungo termine, dei buoni del Tesoro a interesse annuale (Btan), che hanno una durata da due a cinque anni, o dei buoni del Tesoro a tassi fissi e a interessi predefiniti (Btf), a brevissimo termine. Di fatto, oggi è attraverso la gestione dei debiti degli Stati che i mercati finanziari sono strutturati ed organizzati. Gli istituti finanziari scambiano poi il debito che hanno "acquistato" in forme molteplici, come i prodotti derivati, il che consente loro di speculare a propria volta sui mercati. Il paese industrializzato più indebitato è il Giappone, con un debito che supera il 195% del suo Pil, ma questo debito è essenzialmente detenuto dagli stessi giapponesi, il che pone il Giappone relativamente al riparo dalle alee della congiunture internazionali. Non è il caso della Francia, dove il 68% del debito negoziabile dello Stato è nelle mani di investitori "non residenti", cioè stranieri. Quali sono i paesi che ne possiedono di più? E impossibile saperlo con certezza, giacché la legge proibisce di divulgare tale informazione. Come si è arrivati a questo punto? Le cause ovviamente sono molteplici: deficit di bilancio a ripetizione (la Francia è in deficit da quasi quarant'anni), incapacità della maggior parte degli Stati di padroneggiare le spese pubbliche, riforme fiscali e riduzioni di tasse demagogiche (se la fiscalità non fosse cambiata dal 1999, il debito francese oggi sarebbe di circa 20 punti di Pil in meno), deindustrializzazione in parte dovuta alle delocalizzazioni rese possibili dalla globalizzazione (nell'insieme dei paesi appartenenti alla Ocde, qualcosa come 17 milioni di posti di lavoro industriali sono stati distrutti nell'arco di soli due anni), deregolamentazione, privatizzazioni e via dicendo.


Una delle cause immediate dell'innalzamento del debito risiede nei piani di salvataggio della finanza decisi dagli Stati nel 2008 e nel 2009. Per salvare le banche e le compagnie di assicurazioni, gli Stati hanno dovuto a loro volta contrarre prestiti sui mercati, il che ha accresciuto il loro debito in proporzioni enormi. Somme astronomiche (800 miliardi di dollari negli Stati uniti, 117 miliardi di sterline in Gran Bretagna) sono state spese per impedire che le banche sprofondassero, decisione che ha gravato in pari misura sulle finanze pubbliche. Complessivamente, le quattro principali banche centrali (Riserva federale americana, Banca centrale europea, Banca del Giappone e Banca d'Inghilterra) hanno iniettato 5.000 miliardi di dollari nell'economia mondiale fra il 2008 e il 2010. È il più grande trasferimento di ricchezze della storia dal settore pubblico al settore privato! Un trasferimento che ha permesso alle banche salvate dagli Stati di ritrovarsi creditrici dei propri salvatori... Nel frattempo, il credito ha continuato a generalizzarsi. La possibilità di contrarre prestiti per coprire le spese correnti o acquistare un alloggio offerta ai nuclei familiari è stata la principale innovazione finanziaria del capitalismo del dopoguerra. Indebitandosi massicciamente, le famiglie hanno indiscutibilmente contribuito, fra il 1948 e il 1973, alla prosperità dell'epoca del Glorioso Trentennio, poiché l'indebitamento ha consentito alla macchina dei consumi di continuare a girare. E il credito si è ulteriormente sviluppato quando le monete, divenute fiduciarie, hanno definitivamente smesso di essere convertibili in oro. Il debito è un contratto fra due entità che ha per oggetto uno scambio scaglionato nel tempo. Il credito è definito come il potere di acquistare in cambio di una promessa di pagare. Il sistema ovviamente funziona solo se questa promessa è mantenuta. La crisi attuale, come è noto, è iniziata negli Stati uniti nell'estate 2007, con la vicenda dei subprimes. Le famiglie americane, incapaci di risparmiare, sono state sistematicamente incitate ad indebitarsi ipotecando il loro alloggio. Dal momento che il ricorso al prestito per loro non era altro che un modo per mantenere artificialmente il livello di vita malgrado il calo dei loro redditi, i fallimenti non hanno tardato a moltiplicarsi. Le banche e le compagnie di assicurazione sono state a loro volta minacciate, il che ha condotto gli Stati a concedere massicciamente prestiti per salvarle. Così la crisi del sovraindebitamento privato si è trasformata in crisi del sovraindebitamento pubblico.


Il concetto di debito è oggi fortemente associato al meccanismo di creazione monetaria. L'apertura di crediti da parte delle banche private è una creazione di moneta scritturale, puramente contabile, vale a dire virtuale, che è il risultato di un semplice gioco di scritture.Tramite la creazione monetaria, le banche creano ex nihilo un "potere d'acquisto" che trasmettono ai clienti a cui concedono prestiti. Questa moneta costituisce oggigiorno oltre il 90% della massa monetaria. Il suo ruolo è amplificato dall'effetto moltiplicatore del credito consentito dal sistema delle riserve frazionarie, che permette alle banche di prestare varie volte l'ammontare dei propri fondi. Una gran parte dei debiti pubblici si trova quindi oggi nei conti delle banche, che non hanno mai smesso di acquistare rifinanziandosi presso la Banca centrale europea ad un prezzo quasi nullo. In altri termini, le banche hanno prestato agli Stati, ad un tasso d'interesse variabile, somme che hanno avuto in prestito per quasi niente. Ma perché gli Stati non possono procurarsi autonomamente le somme in questione presso la Banca centrale? Semplicemente perché ciò è loro proibito!


La data chiave è quella del 3 gennaio 1973, data in cui il governo francese, su proposta di Valéry Giscard d'Estaing, all'epoca ministro delle Finanze, ha fatto adottare una legge di riforma degli statuti della Banca di Francia, disponendo che «il Tesoro pubblico non può essere presentatore dei propri effetti allo sconto della Banca di Francia» (art. 25), il che significava che era ormai proibito alla Banca di Francia accordare prestiti — per definizione non gravati da interesse — allo Stato, che di conseguenza era obbligato a contrarre prestiti sui mercati finanziari ai tassi che questi ritengono adeguati. Tale disposizione è stata in seguito generalizzata in tutta l'Europa, prima di essere ripresa nel trattato di Maastricht (art. 104) e poi nel trattato di Lisbona (art. 123), che stabilisce il divieto per la Banca centrale europea di prestare agli Stati, talché questi si vedono costretti a sottoscrivere prestiti con i mercati o con istituti privati pagando forti tassi di interesse. Le banche private, invece, possono continuare a prendere a prestito denaro dalla Bce ad un tasso risibile (meno dell'1%) per prestarlo agli Stati ad un tasso variabile fra il 3,5% e il 7%.


La legge del 1973 segna il momento in cui la Banca di Francia ha abbandonato il ruolo di servizio pubblico e spossessato lo Stato della sovranità monetaria. In origine, quella legge si appoggiava sul fatto che i prestiti senza interessi accordati dalle banche centrali agli Stati favorivano l'inflazione. Non era falso, ma si è passati da un eccesso all'altro. Invece di conservare lo stesso sistema pur istituendo una procedura che consentisse di limitare l'inflazione, si è puramente e semplicemente decretato che le banche centrali non avrebbero più potuto concedere prestiti agli Stati ma avrebbero potuto farlo alle banche ad un tasso d'interesse ridicolmente basso. Il maggiore privilegio degli Stati, che era il privilegio di battere moneta, è stato così trasferito alle banche, e al settore privato si è concesso il monopolio della creazione monetaria.
Già nel 1999 Maurice Allais, Premio Nobel di economia, scriveva: «Nella sostanza, l'attuale creazion monetaria ex nihilo da parte del sistema bancari è identica, non esito a dirlo, alla creazione di mone da parte dei falsari. Concretamente, sfocia nei me desimi risultati. L'unica differenza è che sono diversi coloro che ne approfittano» (La crise mondiale d'aujourd'hui).


Ancora di recente Mario Draghi, nuovo presidente della Bce, ha deciso di accordare alle banche prestiti in euro ad un tasso dell'i % su tre anni, senza alcuna limitazione di importo. Dato che il tasso Euribor, cioè il tasso al quale le banche si prestano denaro, è dell'1,9%, le istituzioni finanziarie della zona euro hanno in tale modo avuto accesso a finanziamenti due volte meno costosi. Non sorprendentemente, 523 banche europee hanno immediatamente sottoscritto la prima parte di questa offerta, datata 21 dicembre 2011, per un ammontare di 489 miliardi di euro — che avrebbero potuto prestare agli Stati al tasso da loro stesse deciso!


A questo punto intervengono le agenzie di rating, il cui ruolo è ormai ben noto. Più un paese riceve una buona quotazione, più ha la possibilità di contrarre prestiti a tassi ridotti (dalli% al 4%, in funzione della durata del prestito contratto). Viceversa, un paese mal quotato deve far fronte ad un innalzamento dei tassi d'interesse, che si suppone possa compensare il rischio più elevato che gli istituti e mercati si assumono prestandogli denaro.
Le agenzie sono infallibili? Nient'affatto, perché non è possibile per loro valutare in perfetta obiettività un futuro che è, per sua natura, indeterminato. Nel dicembre del 2010, l'agenzia di rating Standard & Poor's sottolineava ad esempio che «la Francia è quotata AAA, cioè con il voto più alto, con una prospettiva stabile, il che significa che non si vede questo voto avere sbalzi nei prossimi due anni». Tredici mesi dopo, la Francia perdeva la "tripla A". Dato più grave: le opinioni delle agenzie di rating possono essere paragonate a termometri che, non contenti di registrare la temperatura, la farebbero automaticamente innalzare quando constatassero che è cattiva. Basta infatti che un paese sia "degradato" perché i suoi prestiti divengano più costosi e di conseguenza la sua situazione si aggravi.


ssumiamo. Sin devonoo a tassi d'ine fissatai credit loro pialute finanziQuegli inter Essendo i non e i mer rimborsare né il debito né gli interessi, gli Stati contraggono nuovi prestiti, innanzitutto per far funzionare i propri paesi, poi per rimborsare l'importo del debito precedente, infine per rimborsare gli interessi di quest'ultimo, il che ha l'effetto di aumentare ancora il loro debito e di appesantirne gli interessi. E dato che la loro situazione si aggrava, anche i tassi di interessi che vengono loro imposti aumentano. Risultato: più rimborsano, più prendono a prestito e più devono pagare. Il debito viene così posto in una situazione di crescita esponenziale per la semplice ragione che tutto il denaro messo in circolazione lo è attraverso prestiti bancari e il contraente il prestito deve sempre rimborsare più dell'importo riscosso. Una spirale infernale. Come uscirne? La soluzione che gli Stati hanno scelto per risanare la situazione consiste nell'intervenire sulle pensioni, sugli assegni familiari o sugli stipendi dei dipendenti pubblici, nel ridurre i programmi sociali, nel diminuire il numero dei funzionari, nel vendere o privatizzare tutto ciò che può esserlo (il che riduce di altrettanto il loro patrimonio), nell'instaurare ovunque rigore ed austerità. Il problema è che quegli stessi Stati vogliono nel contempo "rilanciare la crescita". E i programmi di austerità comportano meccanicamente un aggravio della disoccupazione e un deterioramento del potere d'acquisto, quindi della domanda, il che non può che frenare la crescita e diminuire ulteriormente la solvibilità degli Stati. Sotto l'effetto dell'austerità, l'economia non può più essere trainata dal consumo, che è inevitabilmente destinato a contrarsi. Le classi medie e le classi popolari sono allora le prime a pagare l'imperizia della classe dominante. Quando l'austerità raggiunge un livello mai visto in tempo di pace, le conseguenze politiche e sociali minacciano di sfociare nel caos. L'applicazione di programmi di austerità finisce con l'«organizzare la recessione in Europa, con il risultato che i paesi non usciranno mai dal sovraindebitamento», ha dichiarato di recente Hubert Védrine, interrogato dal quotidiano del Québec «le Devoir». Per poi esortare a «domare i mercati» piuttosto che a rassicurarli, «perché questi mercati non sono una raccolta di vecchie persone inquiete, ma una palude di coccodrilli».
C'è un altro modo di comportarsi? Una soluzione, perlomeno a breve termine, sarebbe che la Bce accettasse di "monetizzare il debito", cioè di svolgere il ruolo di prestatore di ultima istanza.

 

Ma la Bce si rifiuta di farlo, la Germania anche e la Commissione europea pure. Che fare, allora? Rinazionalizzare l'economia e porre fine all'indipendenza delle banche centrali? E quel che ha fatto il governo ungherese, con la conseguenza di esporsi a una denuncia per «violazione del diritto comunitario» presentata dalla Commissione europea. Cancellare il debito? Sarebbe possibile se tutti i paesi indebitati lo esigessero contemporaneamente (la Francia, con un tratto di penna, ha cancellato nel giugno 2011 l'intero debito del Togo). Ma nessuno vuol decidersi a farlo. Allora? Allora, in mancanza di una rimessa in discussione dei fondamenti dell'attuale sistema, ognuno sega coscienziosamente il ramo sul quale è seduto. I politici si lamentano di dipendere dai mercati finanziari e dalle agenzie di rating, ma hanno fatto tutto quel che occorreva per porsi sotto il loro controllo. Hanno deregolamentato i mercati per decenni, hanno liberalizzato il credito, hanno tollerato le delocalizzazioni, hanno consentito alle banche di deposito e alle banche d'investimento di fondere le loro attività, hanno proibito alle banche centrali di aiutare finanziariamente gli Stati, hanno lasciato che la stretta azionaria si sviluppasse al di là del ragionevole, hanno dato alle agenzie di rating il potere (che in precedenza non avevano) di dare voti agli Stati, mentre questi si indebitavano in modo duraturo. Oggi raccolgono i frutti della propria cecità.


Viene chiamato «usura» l'interesse di importo eccessivo attribuito ad un prestito. Ma l'usura è altresì il procedimento che consente di imprigionare il contraente un prestito in un debito che non può più rimborsare e di impadronirsi dei beni che gli appartengono e che egli ha accettato di dare in garanzia. È esattamente quel che vediamo accadere attualmente su scala planetaria. Quello che Keynes chiamava un «regime di creditori» corrisponde alla definizione moderna dell'usura. I procedimenti usurari sono rintracciabili nella maniera in cui i mercati finanziari e le banche possono fare man bassa degli attivi reali degli Stati indebitati, impadronendosi dei loro averi a titolo di interessi di un debito la cui componente principale costituisce una montagna di denaro virtuale che non potrà mai essere rimborsata.
In conseguenza della crisi, l'Europa del Sud si trova oggi ad essere governata da tecnocrati e banchieri formatisi in Goldman Sachs o in Lehman Brothers. «Essere governati dal denaro organizzato è altrettanto pericoloso quanto esserlo dal crimine organizzato», diceva Roosevelt.


Non vi sarà alcun riaggiustamento spontaneo del sistema. Nessun paese ha oggi i mezzi per arrestare la crescita del proprio debito in percentuale del Pil, nessuno ha i mezzi per rimborsare la parte principale del proprio debito. Per questo motivo la crisi del debito è assai più grave della crisi dell'euro, che in rapporto ad essa svolge esclusivamente il ruolo di circostanza aggravante. Prova ne sia il fatto che i paesi industrializzati che non appartengono alla zona euro sono altrettanto indebitati quanto gli altri, se non di più. L'Europa si orienta verso la recessione, gli Stati Uniti e il Regno Unito verso la depressione. Malgrado tutte le manovre dilatorie, un'esplosione generalizzata appare inevitabile di qui a due anni.

di Alain de Benoist  
Fonte: Diorama Letterario