19/05/2013

Sudoku: un toccasana per il cervello, meglio di vitamine e sport

Sudoku: un toccasana per il cervello, meglio di vitamine e sport

 

Fare un Sudoku per rimanere vivi, per preservare il nostro cervello. Dimenticate le vitamine e l'esercizio fisico, se si vuole evitare il declino mentale provare il gioco di logica inventato dal matematico svizzero Eulero da Basilea, parola di scienziati. Una revisione di vari studi condotti su come preservare la capacità intellettuali, ha trovato che solo un allenamento mentale può fare la differenza nella vita adulta. In Gran Bretagna, circa 820.000 persone sono vittime di demenza senile, la maggior parte delle quali affette dal morbo di Alzheimer. Alcune ricerche negli ultimi anni hanno evidenziato come l'esercizio fisico possa ridurre il rischio di demenza, mentre altri studi hanno suggerito di fare le parole crociate, giocare a carte o utilizzare un computer. Si tratta di informazioni che vanno un po' in conflitto tra di loro, come ha evidenziato il dottor Raza Naqvidell'Università di Toronto, in Canada, che ha guidato lo studio revisionale.

 

Sbattere le palpebre fa bene al cervello

Il suo team ha esaminato 32 ricerche che hanno coinvolto circa 25.000 pazienti sani, over 65 anni. Per la maggior parte dei casi, farmaci, terapia ormonale, vitamine e integratori, omega 3 e deidroepiandrosterone (DHEA) non hanno mostrato alcun effetto positivo. “Con l'attività fisica, i benefici erano deboli”, ha sottolineato il dottor Naqvi. “Solo l'allenamento mentale, che ha caratterizzato tre ricerche, ha mostrato reali risvolti positivi. In uno studio, i partecipanti hanno migliorato significativamente la memoria nel corso di cinque anni di follow-up”. In un altra ricerca, gli scienziato hanno testato il campione sottoposto a esame su attività quotidiane, come trovare un numero in una rubrica telefonica. Coloro che avevano fatto un programma di allenamento mentale avevano ottenuto risultati migliori.

 

Le abitudini alimentari che ti fanno invecchiare

Il dr. Naqvi ha chiesto di poter eseguire una ricerca sugli strumenti facilmente accessibili per affinare le abilità mentali, come i cruciverba e sudoku. “Io raccomando sempre ai miei pazienti di rimanere mentalmente e cognitivamente attivi più a lungo possibile in qualunque modo. E' un fattore stimolante sia praticamente che per le diverse attività del cervello”. Scopo del Sudoku è quello di riempire le caselle bianche con numeri da 1 a 9, in modo tale che in ogni riga, colonna e quadrato siano presenti tutte le cifre da 1 a 9 e, senza ripetizioni. In tal senso lo schema, una volta riempito correttamente, appare come un quadrato latino.

Leggi gli altri articoli di I Feel Good

http://it.lifestyle.yahoo.com/blog/i-feel-good/sudoku-toccasana-cervello-meglio-di-vitamine-e-sport-135419401.html

17/05/2013

Ricerca: studio Italia-Usa 'mappa' i circuiti della paura nel cervello

Ricerca: studio Italia-Usa 'mappa' i circuiti della paura nel cervello

 

Milano, 9 mag. (Adnkronos Salute) - I meccanismi che accendono le emozioni hanno meno segreti, grazie a uno studio italo-americano pubblicato online su 'Nature Communication'. La ricerca, nata dall'alleanza tra la Harvard Medical School di Belmont (Boston) e il Laboratorio di post-genomica funzionale e ingegneria proteica dell'università dell'Insubria sede di Varese, in particolare aiuta a 'mappare' i circuiti cerebrali all'origine della paura.

 

Lo studio - spiega l'ateneo lombardo in una nota - ha chiarito l'importanza e il ruolo di due molecole, la D-serina e la glicina, implicate nell'attivazione dei recettori Nmda e quindi in una serie di funzioni fondamentali del cervello, tra cui l'apprendimento, la memoria e il controllo dell'attività motoria. In particolare, gli scienziati si sono concentrati sull'amigdala, una zona del cervello importante per gestire le emozioni e specialmente la paura. Hanno scoperto che in condizioni 'normali' il ruolo principale di modulatore del recettore Nmda lo svolge la D-serina, mentre all'aumentare dello stato di eccitazione delle sinapsi, la stessa funzione è svolta dalla glicina.

 

"Definire i meccanismi che concorrono alla regolazione dell'attività di questi recettori è fondamentale per comprendere il funzionamento del cervello e per studiare malattie neurologiche e psichiatriche", spiega Loredano Pollegioni, direttore del Centro di ricerca interuniversitario 'The Protein Factory'. "La capacità di memorizzare, i sentimenti che proviamo, il perché un certo evento susciti in ciascuno di noi una determinata emozione - aggiunge - sono processi regolati da precisi fenomeni biochimici: chiarire il ruolo dei neuromodulatori, ossia le molecole che agiscono su diverse regioni del cervello rendendoci quello che siamo, ci aiuterà a capire questo organo e a trovare nuove terapie per pazienti affetti da importanti patologie come la schizofrenia, il disturbo bipolare o il dolore neuropatico".

 

Questo lavoro segue altre due recenti pubblicazioni dello stesso gruppo, ricorda l'università dell'Insubria: la rivista 'Brain' ha pubblicato il mese scorso un lavoro in collaborazione con l'università Cattolica di Roma, che ha evidenziato come alla base dei danni cerebrali dovuti all'abuso di cocaina vi sia un abbassamento dei livelli di D-serina; la rivista Cell nel 2012 ha riportato i risultati di esperimenti di elettrofisiologia condotti nella regione CA1 dell'ippocampo, che hanno dimostrato come l'attività dei recettori Nmda localizzati nello spazio sinaptico ed extrasinaptico sia modulata rispettivamente dalla D-serina e dalla glicina.

 

Queste ricerche sono state possibili grazie alla messa a punto di specifici sistemi analitici: Silvia Sacchi e Loredano Pollegioni del Centro di ricerca interuniversitario 'The Protein Factory' hanno sviluppato, attraverso tecniche di ingegneria proteica, enzimi in grado di riconoscere efficientemente e selettivamente i diversi neuromodulatori.

http://it.notizie.yahoo.com/ricerca-studio-italia-usa-mappa-circuiti-della-paura-154000576.html

 

05/05/2013

Basta fare le scarpe ai colleghi, sul lavoro la generosità paga

Basta fare le scarpe ai colleghi, sul lavoro la generosità paga

 

Secondo un autorevole studio americano, quando c'è da risolvere qualche problematica legata alla motivazione di dirigenti e dipendenti, la più grande risorsa è quella di concentrarsi su come il lavoro contribuisca ad aiutare gli altri. Ne abbiamo parlato con due esperti

 

"UN SAGGIO desidera avere amici in quanto la generosità è un dovere dell'uomo ma anche la sua gioia. Nessuno può vivere una vita felice se piega ogni cosa ai suoi propositi. Vivi per gli altri se vuoi vivere per te stesso", scriveva Seneca. Per capire il significato di questa frase basta catapultarsi in un lunedì mattina qualsiasi, sul posto di lavoro. Quando qualcosa come 300 email attendono risposta sul pc. Secondo lo psicologo Adam Grant, professore a Wharton, Usa, nonché guru degli esperti di Google, quando c'è da risolvere qualche problematica legata alla motivazione di dirigenti e dipendenti, "la più grande fonte non sfruttata è quella di concentrarsi su come il proprio lavoro aiuto altre persone, piuttosto che contribuire all'interesse personale".

Un concetto tutt'altro che teorico, provato da esperimenti condotti dallo stesso Grant, come nel caso di un call center dedito alla raccolta fondi per la scolarizzazione minorile, dove una testimonianza diretta di un ragazzo che aveva usufruito degli aiuti, portata di fronte al "plotone" dei dipendenti, aveva condotto in poco tempo a una maggior consapevolezza e partecipazione degli impiegati, con risultati importanti anche per quel che riguarda il business. Dopo 30 giorni i dati parlavano di telefonate più lunghe del 142 per cento e del 171 per cento in più di donazioni ricevute.

Riconoscere l'utilità del proprio operato con un atteggiamento di altruismo e generosità, spiega l'esperto, giova quindi certamente alla qualità del lavoro e, nello stesso tempo, non incide che in maniera positiva sul business.

Poche settimane fa, un altro studio dell'Università di
Emory, ad Atlanta, Usa, condotto dai primatologi Frans de Waal, uno dei maggiori etologi viventi, e Sarah Brosnan dando a delle scimmie cappuccine dei pezzi di plastica, ha rivelato che gli animali accettavano di sacrificare qualcosa per un "prossimo" cui si sentivano in qualche modo legati da un senso di comunità, concludendo che un gruppo altruista ha più chances di sopravvivenza di uno basata sull'individualismo. Un altro studio italiano del Cnr ha sottoposto a esperimento una comunità di pipistrelli vampiri, osservati e simulati al computer, accorgendosi che alcuni soggetti, che non trovavano cibo da giorni e rischiavano per questo di morire, venivano aiutati dagli altri, che accettavano addirittura di cedere il sangue di cui si erano nutriti. 

Insomma, come conferma anche un'altra ricerca della 
University of Washington, Usa, e del Max Planck Institut für Evolutionäre Anthropologie di Lipsia, Germania, pubblicata su PLoS One, l'altruismo e la  correttezza verso il prossimo rappresentano due comportamenti adattativi fondamentali che, facilitando la cooperazione tra individui, hanno dato un contributo chiave all'evoluzione degli ominidi e al successo della nostra specie, e continuano a darlo alla nostra vita ogni giorno, anche quando siamo a lavoro.

"Associare l'immagine di una persona di successo a quella di un individuo ingeneroso e del tutto orientato su se stesso - spiega la psicologa Rossella Carrer - è senz'altro un pregiudizio. L'atto del donare, essenza della generosità, appartiene alla natura umana e non solo: ciascuno di noi potrà certo riferire di aver riscontrato comportamenti di generosità anche negli animali ed è quindi questa una caratteristica essenziale del comportamento prosociale, più o meno presente in un individuo a seconda della compresenza di più elementi causali. Il livello di accessibilità ad uno stile di vita generoso è affidato, quindi, alle differenze individuali, forgiate dal clima familiare e culturale di riferimento".

Generosità, ascolto, propensione all'altro, rappresentano quindi, secondo l'esperta, qualcosa in più di un modo di essere: sono un vero e proprio stile relazionale. Essere generosi predispone al contatto con l'altro, fa uscire dall'isolamento e porta la persona a circondarsi di positività, avendola personalmente messa in circolo attraverso un atteggiamento di apertura all'altro.

"In ambiente lavorativo - continua Carrer  -  questo favorisce la stima degli altri, avendo come conseguenza un ottimo ritorno su sé stessi. La persona generosa, in quest'ottica, è vincente. Non possiamo però omettere l'importanza che il contesto riveste nel favorire questo o quell'altro comportamento. Esistono obiettivamente degli ambienti lavorativi che non premiano il rapporto personale, lo sfavoriscono, incentivando, di contro, la competizione e quindi una inevitabile chiusura verso l'altro; ignorando quanto aspetti come la condivisione e la cooperazione costituiscano un vantaggio non già per il singolo ma per l'obiettivo che si intende raggiungere".

Quindi la generosità responsabilizza o è una responsabilità di ognuno? Probabilmente un mix di entrambi. "Il dare - conclude Carrer - non è che uno degli elementi del più vasto circuito a cui anche il ricevere appartiene e ciò che viene speso propende per sua natura a tornare, seppure sotto altre forme".

Secondo Matteo De Simone, psicoanalista ordinario dell'Associazione Italiana di Psicoanalisi (A. I. Psi), il narcisismo autoreferenziale e l'egotismo nella nostra società sembrano quasi essere considerate ormai delle virtù, mentre sono delle gabbie difensive: l'altro soggetto è percepito come un potenziale nemico, prevale l'invidia, la competizione, la persecutorietà. "La generosità, cioè la capacità di farsi carico della vulnerabilità degli altri e quindi anche della propria - spiega - è diventata un segno di impoverimento, di debolezza verso l'altro. Invece questa disponibilità permette all'altro di conoscerti meglio e di ricambiare, creando così un'atmosfera di mutualità e reciprocità che sta alla base dei rapporti umani. Ma per essere generosi bisogna averne avuto esperienza: la capacità di dare agli altri deriva dall'infanzia, quando noi stessi abbiamo fatto l'esperienza della generosità dai nostri genitori o dalle persone di riferimento. Per avere buone relazioni bisogna impegnarsi, essere attenti alle esigenze dell'altro, solleciti, leali, responsabili, anche generosi. Bisogna accettare di cooperare, riuscire a mediare con elasticità tra le proprie e le altrui esigenze alla ricerca di un bene comune, essere consapevoli che migliorare i rapporti nei luoghi di lavoro, in famiglia, nella socialità in genere, avviene anche attraverso i nostri cambiamenti e produce risultati positivi".

Sul posto di lavoro, insomma, le competenze e le conoscenze tecniche interagiscono con le relazioni interpersonali, con i vissuti emozionali soggettivi e di gruppo, si creano legami, amicizie o inimicizie, relazioni, che possono interferire con la stessa capacità produttiva, e il riconoscimento di questi vissuti e la conseguente disponibilità reciproca producono risultati sia individuali sia sullo stesso lavoro. 

 

http://www.repubblica.it/scienze/2013/04/09/news/lavoro_psicologia-56220199/

di SARA FICOCELLI

27/04/2013

L’agopuntura è una scienza. Gli scienziati intendono provarlo

L’agopuntura è una scienza. Gli scienziati intendono provarlo

 

Gli scienziati intendono dimostrare che l’agopuntura è una scienza, e non una presunta medicina alternativa priva di fondamento. Le prove in un numero speciale di “Medical Acupuncture” dedicato alla millenaria terapia con gli aGhi in cui si esplorano la scienza di base e i meccanismi dietro all’agopuntura

 

Anche su questioni come la validità scientifica di certe pratiche millenarie gli scienziati non sempre sono d’accordo: c’è infatti chi le liquida come semplici credenze popolari prive di evidenze, mentre altri sostengono che invece vi siano i presupposti per elevare queste pratiche a metodi scientificamente validi.

Una, tra le diverse medicine cosiddette complementari – o alternative – è l’agopuntura, che per i più ortodossi rimane ancora sempre una pratica “da stregoneria”, anziché una scienza supportata da migliaia di anni di pratica – soprattutto nei Paesi d’origine.
Oggi tuttavia qualcosa si muove anche a livello scientifico, ed è di questi giorni la pubblicazione di un numero speciale della rivista Medical Acupuncture, dell’editore Mary Ann Liebert, Inc.

In questo numero speciale si è raccolta una discreta mole di letteratura scientifica e articoli che hanno inteso esplorare la scienza di base e i meccanismi di azione dell’agopuntura medica. Gli interventi internazionali offrono punti di vista diversi e penetranti circa la scienza e le risposte fisiologiche alla base dell’agopuntura.
L’editore ritiene che questo contributo possa offrire le basi per una comprensione del meccanismo d’azione dell’agopuntura. Allo stesso modo infatti con cui si è capito il meccanismo di azione e la farmacocinetica di un particolare farmaco, si potrà abbinare questa conoscenza con l’offrire trattamenti migliori per i pazienti, e ottenere di conseguenza migliori risultati.

Ecco alcuni degli interventi, da parte degli scienziati, pubblicati su questo numero speciale.
Gli eventi naturali hanno spiegazioni scientifiche e «le due spiegazioni, una scientifica e l’altra ambientale, possono entrambe spiegare come funziona l’agopuntura», scrive nell’editoriale “La scienza di base: Misteri e Meccanismi dell’Agopuntura” il dottor Richard Niemtzow, caporedattore di Medical Acupuncture, ex Colonnello dell’Air Force a attuale Direttore dell’USAF Acupuncture Center, Joint Base Andrews nel Maryland.

In uno degli articoli, il professor John Longhurst, dell’Università della California Irvine, descrive anche come gli effetti dell’agopuntura sulla funzione cardiovascolare possono ridurre la pressione sanguigna elevata, migliorare il flusso del sangue, e alleviare il dolore.

Per quel che riguarda gli studi, il prof. Steven Harte e colleghi della University of Michigan (Ann Arbor) e il Massachusetts General Hospital e della Harvard Medical School (Boston, MA) hanno riportato i risultati di uno studio volto a comprendere le differenze nelle risposte dei pazienti ai trattamenti di agopuntura tradizionale nei confronti della cosiddetta agopuntura “sham”, o finta agopuntura.
Per far ciò, hanno utilizzato la prova pressione/dolore al fine di identificare i pazienti che avevano meno probabilità di rispondere alla finta agopuntura, sulla base dei livelli di neurotrasmettitori nel cervello. Lo studio è descritto nel particolare nell’articolo “Pressure Pain Sensitivity and Insular Combined Glutamate and Glutamine (Glx) Are Associated with Subsequent Clinical Response to Sham But Not Traditional Acupuncture in Patients Who Have Chronic Pain”.

In un altro studio, riportato sempre nel numero speciale, che ha per titolo “Acupuncture Needle Stimulation Induces Changes in Bioelectric Potential”, il dottor Keith Spaulding e colleghi hanno valutato le differenze elettrofisiologiche tra i punti di agopuntura reali e quelli nelle vicinanze (o sham), scoprendo che lo stimolazione dei punti “reali” induce cambiamenti nel potenziale bioelettrico.
Ovviamente, non è possibile riportare tutti gli interventi pubblicati su questo numero speciale dedicato all’agopuntura, ma ciò che è importante far notare è l’impegno degli scienziati per far luce sulla scienza di base e comprendere i meccanismi che stanno dietro a questo metodo terapeutico che in molte occasioni si è dimostrato efficace.

 

http://www.lastampa.it/2013/04/18/scienza/benessere/medicina-naturale/l-agopuntura-e-una-scienza-gli-scienziati-intendono-provarlo-J4zz0EOkmgfHBaZMFXzAXO/pagina.html

LM&SDP

22/04/2013

«Imprese in trincea e l'export non ci salva»

«Imprese in trincea e l'export non ci salva»

 

Da Treviso alle Marche: senza lavoro coesione sociale a rischio

 

MILANO — Corre la rabbia sorda delle imprese. Da Treviso a Napoli, dalla Brianza alle Marche. Momenti difficili ce ne sono stati tanti in passato: la crisi degli anni 70, i primi anni 90. Ma mai il disagio è stato così forte. 
Alessandro Vardanega, 47 anni, a capo della Confindustria di Treviso, parte da una presa d'atto in tre tappe: «Senza l'impresa non c'è lavoro, senza lavoro non esiste benessere. E di conseguenza anche la coesione sociale viene a mancare». Vardanega ha un'azienda che produce tegole in cotto. Il 12 e 13 aprile andrà a Torino per partecipare al convegno biennale organizzato dai Piccoli di Confindustria. Questa volta non sarà il solito incontro. L'appuntamento sta diventando il catalizzatore dello scontento dell'industria del Bel Paese. 


«Certo, ci sarò anch'io», si unisce Franco Bertini, presidente di Confindustria Marche. «Stiamo assistendo a questo progressivo infragilimento del tessuto sociale del territorio. Creda, tutto questo a noi imprenditori fa davvero male. Il triplo suicidio di Civitanova qui ha lasciato il segno», abbassa gli occhi Bertini. 


«In un contesto così drammatico dobbiamo essere chiari e categorici: interventi subito», si rianima l'imprenditore (la sua azienda, la Plados spa, produce lavelli da cucina, a Montecassiano, in provincia di Macerata, ndr;). Qualcosa si sta facendo, il decreto sui pagamenti della pubblica amministrazione, per esempio... «Sfido chiunque a capire quando Stato ed enti locali cominceranno a pagare — blocca subito Bertini —. Abbiamo pochi mesi per evitare il baratro. Il tessuto produttivo che stiamo distruggendo adesso sarà difficile da ricostruire. Il nostro Paese sta diventando una terra arida in cui la pianta dell'impresa rischia di morire senza l'acqua del credito. E le nuove iniziative difficilmente attecchiscono».
Certo, chi esporta se la passa meglio. «È vero — interviene Andrea Dell'Orto, a capo dell'azienda di famiglia che in Brianza, a due passi da Milano, produce carburatori —. Nel nostro caso, per essere onesti, se nel 2006 non avessimo aperto uno stabilimento in India per vendere in Asia, dove c'è mercato, a quest'ora, con la domanda di auto e moto in Europa ridotta al lumicino, saremmo in una situazione critica». 


Secondo Dell'Orto, anche chi si salva esportando è sfiduciato. «Ogni fornitore in difficoltà è un pugno nello stomaco — dice Dell'Orto, 43 anni e 350 dipendenti —. Crede che faccia piacere vedere nel proprio territorio le luci delle fabbriche che si spengono giorno dopo giorno, mese dopo mese? Il manifatturiero deve restare centrale. Riduzione dell'Irap, taglio del cuneo fiscale, modifica della riforma Fornero: ecco le priorità». 


Un ricetta, quella di Dell'Orto, condivisa a ottocento chilometri di distanza anche da Andrea Funari, a capo delle Piccole di Confindustria in Campania. «Aggiungerei che le banche hanno tassi triplicati rispetto a poco tempo fa, così non si può andare avanti», completa Funari. E il problema delle infiltrazioni mafiose nel mondo dell'impresa? «Premesso che la questione ormai tocca anche il Nord, la stretta del credito rende le aziende più vulnerabili. E anche la pubblica amministrazione che non paga è complice di questa situazione».


Di fronte a una politica che non sa decidere, il mondo produttivo non ha intenzione di stare a guardare. Mette sul tavolo il suo programma. Lo stesso che il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, presentò alla vigilia delle elezioni. E sottotraccia si rivolge al sindacato: «Lasciamo da parte le diffidenze e uniamo le forze. Per sbloccare il Paese». 
«Impresa e lavoro si devono alleare per competere e tirare fuori l'Italia dal pantano — conclude Alessandro Vardanega di Confindustria Treviso, a capo di un'impresa con 250 dipendenti che produce tegole in cotto —. Noi ci abbiamo già provato. È dalla fine del 2010, quando si è capito che nulla sarebbe più stato come prima, che abbiamo fatto cadere gli steccati. Per capirci: prima delle elezioni ai candidati al Parlamento abbiamo presentato una serie di istanze comuni a tutti: dai confederali a noi di Confindustria. La politica non può sottrarsi quando le richieste sono condivise».

 

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/18-lavoro-economia-a-finanza/44108-limprese-in-trincea-e-lexport-non-ci-salvar.html FONTE: RITA QUERZÉ, CORRIERE DELLA SERA |  

Rondini in ritardo e sempre meno numerose

Rondini in ritardo e sempre meno numerose

 

ARRIVATE SOLO IL 10-15%, LE ALTRE SONO ORA IN NORD AFRICA

In Italia in dieci anni si sono ridotte del 50%. Rotte diverse tra migrazione primaverile e autunnale

 

Capita un po’ a tutti in questo periodo di guardare il cielo e di chiedersi dove sono le nostre rondini. «A parte quelle poche (circa il 10-15 per cento) che sono già arrivate sulla nostra penisola, la maggior parte si sta affacciando ora sulle coste del Nord Africa. Si tratta di individui adulti, cioè di due o più anni d’età: i più giovani devono infatti ancora mettersi in viaggio perché stanno ultimando la muta del piumaggio», risponde Nicola Saino, professore ordinario di ecologia al dipartimento di bioscienze dell’Università degli studi di Milano.

 

PERCORSI DIVERSI - Grazie a una ricerca in corso, finanziata anche da Fondazione Cariplo, Lipu (Lega italiana protezione uccelli), Parco Adda Sud e Università Bicocca di Milano, oggi si sa anche l’itinerario che percorreranno per venire a riprodursi nel nostro Paese, che a sorpresa si è scoperto essere diverso da quello utilizzato per tornare a svernare nel sud del Sahara. «Se in autunno la loro rotta è pressoché una linea retta con direzione nord-sud, in primavera descrivono un itinerario più articolato che si snoda lungo le coste africane dell’Atlantico fino allo stretto di Gibilterra, passa per la penisola iberica e attraversa la Francia meridionale per arrivare in Italia», spiega Saino. Il viaggio primaverile è dunque più lungo di quello autunnale. Se il primo è di ben 7 mila km, il secondo è di «appena» 4 mila km.

 

MAPPATE - A questa conclusione si è potuti giungere analizzando le registrazioni effettuate da dispositivi elettronici assai avanzati, applicati come uno zainetto sulle spalle di cento rondini in estate e rimossi al loro ritorno in primavera. Con questo metodo del tutto originale per lo studio della migrazione, messo a punto dalla Swiss Volgelwarte e utilizzato anche dall’Università degli Studi di Milano, si è capito che le rondini non compiono lo stesso tragitto in primavera e autunno. Un risultato che va contro l’aspettativa di vedere le rondini desiderose di arrivare prima nelle nostre terre per riprodursi (le più tempestive fanno fino a tre covate in primavera-estate) e di tornare con tutta calma a sud del Sahara dopo l’estate.

 

ATTRAVERSO IL SAHARA - «L’allungamento della rotta sembra essere una necessità per questi migratori di lungo raggio che incontrano condizioni ambientali non ottimali sulla loro via», illustri il ricercatore. «Le nostre rondini prima di partire da Nigeria, Gabon, Camerun e Rep. Centrafricana, devono infatti ingrassare e accumulare riserve per attraversare il Sahara, e successivamente devono ancora rifocillarsi prima di superare il Mediterraneo. I cambiamenti climatici, e la conseguente scarsità di cibo, le obbligano ad allungare il loro itinerario».

 

TEMPI STRETTI - Perché allora in autunno percorrono una rotta lineare più veloce? Sebbene debbano sempre oltrepassare il Mediterraneo e il deserto del Sahara, le priorità cambiano e l’obiettivo diventa il rispetto dei tempi imposti dalla loro migrazione. Le rondini devono infatti osservare una tabella di marcia che prevede una routine annuale molto compressa, fatta dal susseguirsi di riproduzione, migrazione e muta del piumaggio. A fine estate non c’è dunque tempo da perdere. Tenendo conto che la migrazione è in un certo senso tempo sprecato, alle rondini conviene tagliare dritto per arrivare al più presto nella prima fascia utile a sud del Sahara, dove almeno possono iniziare a mutare il piumaggio. Un’operazione, questa, che le obbliga a stare ferme in un luogo per quattro mesi circa, e che deve essere rigorosamente ultimata prima di poter ripartire per le nostre latitudini.

 

MANGIATE - A rallegrare i nostri cieli ci saranno senz’altro quest’anno meno rondini dell’anno scorso: in dieci anni il loro numero si è ridotto del 50 per cento in Italia. Colpa dei cambiamenti climatici, della trasformazione degli agrosistemi e degli habitat, ma anche della loro uccisione per mano dell’uomo perpetuata con lo scopo di arricchire la propria dieta con proteine animali. «Continua infatti la strage di decine di migliaia di rondini: in Nigeria vengono catturate di notte con lunghe aste ricoperte con una sostanza vischiosa; nella Rep. Centrafricana e in altre regioni le catturano facendo roteare in aria un amo innescato con una termite», aggiorna Saino.

 

RISORSE CONTRO LA CATTURA - Fermare questa moria è tuttavia possibile innanzitutto dando cibo agli abitanti di pochi villaggi che tradizionalmente le cacciano, sfuttando il fatto che in inverno le rondini si aggregano a centinaia di migliaia in piccolissime aree di quei Paesi africani. Ad esempio si potrebbero incentivare le snail farms, piccoli allevamenti di grosse lumache del genere Achatina che si avviano con alcune migliaia di euro e che possono essere una notevole risorsa alimentare; istituendo servizi di sorveglianza alle rondini svolti dai giovani del posto; favorendo il turismo naturalistico sostenibile o promuovendo progetti di conservazione già attuati in parte da alcune istituzioni e organizzazioni locali.

 

Manuela Campanelli

 

http://www.corriere.it/scienze/13_aprile_03/rondini-primavera-migrazione-rotte-diverse_d2a67420-9b9f-11e2-9ea8-0b4b19a52920.shtml

21/04/2013

Il mese di nascita influisce sul sistema immunitario

Il mese di nascita influisce  sul sistema immunitario

 

I nati a novembre i più «protetti». I bebè di maggio i più vulnerabili e più a rischio di sviluppare la sclerosi multipla

 

Dallo zodiaco al sistema immunitario il passo sembra enorme, ma ora a sostenere l'influsso del mese di nascita sulle difese dell'organismo è un team di ricercatori britannici, finanziati fra l'altro dal Medical Research Council e dalla Fondazione italiana sclerosi multipla, in uno studio pubblicato su Jama Neurology. I ricercatori hanno scoperto che lo sviluppo del sistema immunitario dei neonati e i livelli di vitamina D dei piccoli variano in base al mese di nascita. E che i più «fortunati» da questo punto di vista sono i bebè nati a novembre.

 

COMPLEANNO E RISCHIO SCLEROSI - E La ricerca, condotta da scienziati della Queen Mary University, dell'Università di Londra e dell'Università di Oxford, fornisce una base biologica sul perché il rischio di sviluppare la sclerosi multipla è influenzato dal mese del compleanno. La sclerosi multipla è il risultato di un intervento del sistema immunitario che danneggia il sistema nervoso centrale. Lo sviluppo della malattia è ritenuto frutto di una complessa interazione tra geni e ambiente. In passato un certo numero di studi ha suggerito che il mese di nascita può influenzare il rischio di sviluppare la sclerosi multipla. Questo effetto è particolarmente evidente in Inghilterra, spiegano gli studiosi, dove un picco di pazienti è stato registrato fra i soggetti nati a maggio, mentre il numero minore si è concentrato tra chi compie gli anni a novembre. Secondo i ricercatori, dal momento che la vitamina D è formata dalla pelle quando è esposta alla luce del sole, l'«effetto mese di nascita» proverebbe il ruolo della vitamina D prenatale nel rischio di sclerosi multipla.

 

LE ANALISI - Ebbene, in questo studio sono stati esaminati campioni di sangue del cordone ombelicale da 50 bambini nati a Londra nel mese di novembre e da altrettanti nati nel maggio, tra il 2009 e il 2010. Il sangue è stato analizzato per misurare i livelli di vitamina D e di cellule T autoreattive. Le cellule T sono globuli bianchi che giocano un ruolo cruciale nella risposta immunitaria dell'organismo: «soldati» che identificano e distruggono agenti infettivi che invadono l'organismo. Ma le T autoreattive sono in grado di attaccare le cellule del proprio corpo, innescando malattie autoimmuni, e devono essere eliminate dal sistema immunitario durante il suo sviluppo. Questo processo di trasformazione cellule T viene svolto dal timo, organo che si trova nella cavità toracica superiore.

 

I RISULTATI - I risultati hanno mostrato che i bebè di maggio avevano livelli significativamente più bassi di vitamina D (circa il 20% inferiori a quelli nati nel mese di novembre) e livelli significativamente più alti (circa il doppio) di cellule T autoreattive rispetto al campione nato a novembre. Secondo il co-autore, Sreeram Ramagopalan, docente di neuroscienze a Barts e della Queen Mary, «dimostrando che il mese di nascita ha un impatto misurabile nello sviluppo del sistema immunitario in utero, questo studio fornisce una possibile spiegazione biologica per l'effetto mese di nascita nella sclerosi multipla». «Livelli più elevati di cellule T autoreattive potrebbero spiegare perché i bambini nati in maggio sono a più alto rischio di sviluppare la malattia», prosegue. Inoltre la correlazione con la vitamina D «suggerisce che proprio questo potrebbe essere il motore dell'effetto» rilevato dall'analisi dei certificati di nascita dei pazienti. «Occorrono studi a lungo termine per valutare l'effetto dei supplementi di vitamina D nelle donne in gravidanza e il conseguente impatto sullo sviluppo del sistema immunitario e sul rischio di sclerosi multipla e altri malattie autoimmuni».(Fonte: Adn-Kronos Salute)

 

http://www.corriere.it/salute/pediatria/13_aprile_09/zodiaco-data-nascita-sclerosi_e4852d4c-a05b-11e2-b85a-0540f7c490c5.shtml

20/04/2013

Doctor Web, se il medico visita online Skype e web cam accorciano le distanze

Doctor Web,  se il medico visita online  Skype e web cam accorciano le distanze

 

Una pratica utile per chiarire dubbi e monitorare ma mai sostitutiva.  In Francia autorizzati anche i medici di famiglia.  Si moltiplicano le esperienze. Da Milano a Palermo molti pazienti dimessi vengono seguiti così

 

Nessuna attesa in sala d’aspetto, perché per la visita medica, basta accendere il computer. Tutto “a distanza” via webcam. Così un controllo di routine può svolgersi senza uscire da casa. Una soluzione utile, ad esempio, per verificare se una cura farmacologica è seguita correttamente. «Il confronto via webcam ha un vantaggio: non fa sentire solo chi vive la malattia — spiega, Rodolfo Mattioli, direttore Oncologia Medica, Ospedali Riuniti Marche Nord che coordina un progetto a Fano — I nostri assistiti seguono terapie biologiche e non ha senso farli spostare. Gli appuntamenti tramite Skype offrono un monitoraggio costante».

Negli Usa le visite mediche via web sono realtà da tempo, ma anche nel Regno Unito e in Danimarca, mentre in Francia un decreto ha autorizzato quelle dei medici di famiglia. Comunque i camici bianchi concordano nel dire che internet è utile per chiarire dubbi, ma che non può sostituire la visita. In Italia esistono diversi progetti, in gran parte dedicati alle malattie gravi. «Assistiamo bimbi con sindrome di Williams, un ritardo dello sviluppo. Esistono delle linee guida che prevedono l’intervento di diversi specialisti e lo facciamo attraverso internet, con una smart tv. Il medico controlla i dati sulla crescita, sulla pressione e le analisi del sangue», spiega Alberto Tozzi del Bambino Gesù di Roma. Assistenza “a distanza” anche dall’Ismett di Palermo. Videocamera e microfono servono a misurare i parametri vitali, a monitorare l’efficacia delle terapie e a offrire supporto psicologico a chi ha appena subìto un trapianto di fegato. «È importante — spiega Giovanni Vizzini dell’Ismett — per un controllo continuativo, nei primi tre mesi post-trapianto, un momento delicato per il paziente».

Non spostarsi ed evitare viaggi faticosi è ancora più importante nei casi di persone alle prese con le paralisi o con l’afasia provocate dall’ictus cerebrale. Villa Beretta, sede dell’Unità operativa complessa di medicina riabilitativa dell’Ospedale Valduce di Como, usa la banda larga per permettere ai pazienti dimessi di mantenere un contatto costante con il medico. «La webcam è utile per verificare se il paziente, continua a utilizzare gli ausili a sua disposizione. Se usa, ad esempio, i tutori nel modo giusto — spiega il direttore Franco Molteni — Si possono seguire gli esercizi dell’assistito. Intervenire correggendo». Il Niguarda di Milano ha dato vita a un progetto per effettuare l’esame cardiologico via web negli uffici. Il paziente, assistito da un infermiere, si collega con il pc a un medico che controlla i parametri. «È possibile valutare fattori di rischio come, ad esempio, pressione arteriosa e frequenza cardiaca», dice Cristina Giannattasio, direttore della SC Cardiologia IV del Niguarda. Webcam accese anche al S. Eugenio di Roma. «Lo specialista può rilevare variazioni del funzionamento della sonda o del catetere venoso — spiega Giancarlo Sandri, direttore dell’Unità operativa di nutrizione — Si possono dare consigli e prescrivere terapie, evitando viaggi inutili al pronto soccorso. Un modo per ridurre i costi del Servizio sanitario».

 

http://www.repubblica.it/salute/medicina/2013/04/03/news/doctor_web_visite_online_skype_accorcia_le_distanze-55880847/

di VALERIA PINI

14/04/2013

L'arrivo dell'uomo nel Pacifico e l'estinzione degli uccelli.

L'arrivo dell'uomo nel Pacifico e l'estinzione degli uccelli.

 

Furono fino a 2000 le specie di uccelli che scomparvero nelle isole del Pacifico tra 3500 e 700 anni fa per colpa della caccia e della deforestazione dei primi colonizzatori umani. Lo ha stabilito un nuovo studio che ha permesso di stimare i tassi di estinzione, in particolare tra i grandi uccelli non volatori tipici dell'emisfero australe, di cui restano alcune specie, come il kiwi e il takahe. A causa delle loro ampie dimensioni, questi uccelli furono i più cacciati come documenta l'analisi statistica dei reperti fossili ritrovati in 41 isole.

 

A partire da 10.000 anni fa, nelle isole dell'Oceano Pacifico si verificò una massiccia estinzione di uccelli non volatori di grandi dimensioni. A scatenare l'evento sarebbe stata la colonizzazione da parte dell'uomo, secondo un nuovo studio pubblicato sui “Proceedings of the National Academy of Sciences” a firma di Richard Duncan e colleghi dell'Istituto di Ecologia applicata dell'Università di Camberra, in Australia.

Le isole più remote del Pacifico Orientale sono state le ultime regioni abitabili della Terra a essere colonizzate dall'uomo. Secondo la ricostruzione più attendibile, i primi gruppi di coloni si inoltrarono nel Pacifico, procedendo verso est, circa 3500 anni fa, raggiungendo prima le isole Samoa, Tonga, Vanuatu, Nuova Caledonia, Fiji e Marianne. Un'ondata successiva di colonizzazione arrivò su isole ancora più lontane come le Hawaii, la Nuova Zelanda e l'Isola di Pasqua, soltanto 900-700 anni fa. 

L'impatto umano sulle forme di vita delle isole del Pacifico è documentato dai reperti fossili del Tardo Quaternario che rivelano un'ampia e catastrofica “estinzione selettiva” che ha interessato soprattutto gli uccelli. A causarla, secondo alcune ricerche recenti, sarebbero state la caccia intensiva e la deforestazione operata dagli uomini. Se si considera questo periodo relativamente breve, le stime sul numero delle specie estinte oscillano tra 800 e 2000 specie.

Esemplare di takahe, uccello incapace di volare della Nuova Zelanda (Cortesia Tim Blackburn) Dall'analisi dei reperti fossili il tasso di estinzione risulta particolarmente alto in tutte le isole per gli uccelli non volatori, un'ampia categoria che attualmente comprende circa 40 specie di specie tra cui i pinguini, gli struzzi e molte altri uccelli tipici dell'emisfero australe. La Nuova Zelanda è la nazione in cui vive il maggior numero di specie di uccelli non volatori, tra cui i pinguini, i caratteristici kiwi, e il takahe. Quest'ultimo fu ritenuto estinto alla fine dell'Ottocento ma nel 1948 se ne scoprì l'esistenza nell'Isola del Sud (una delle tre maggiori che compongono la Nuova Zelanda). Come tutti gli uccelli non volatori del Pacifico, il takahe ha perso la capacità di volare nel corso dell'evoluzione a causa dell'assenza di predatori di grandi dimensioni; le sue caratteristiche l'hanno reso facilmente cacciabile e per questo la forte riduzione della sua popolazione può essere messa facilmente in relazione con la colonizzazione umana. 

Finora è però mancata una solida base sperimentale per definire il declino delle popolazioni degli uccelli non volatori in termini quantitativi rigorosi. I fossili raccolti nella maggior parte delle isole studiate, infatti, sono pochi, e presumibilmente sono molte le specie di uccelli estinte che devono essere ancora scoperte. D'altra parte, la regione considerata è molto ampia: la topografia e le precipitazioni estremamente variabili tra un'isola e l'altra determinarono notevoli differenze nella possibilità di sfruttamento da parte dell'uomo e quindi anche nei tassi di estinzione delle diverse specie. 

I kiwi sono il simbolo nazionale della Nuova Zelanda, ma quattro delle cinque specie attualmente esistenti sono a rischio di estinzione (Paul A. Souders/CORBIS)In questo studio Duncan e colleghi hanno utilizzato un modello di analisi statistica computerizzata per esaminare i dati relativi a 41 isole del Pacifico nelle quali sono stati raccolti fossili di ossa di uccelli, con particolare riferimento alle specie di uccelli non passeriformi di terraferma (che comprendono quindi tutti gli uccelli che hanno evoluto zampe diverse da quelle adattate alla prensione dei rami, e tutti i non volatori), per i quali i reperti fossili sono più abbondanti e di migliore qualità rispetto ai passeriformi. Inoltre, i non passeriformi erano più cacciati dall'uomo per le loro maggiori dimensioni. 

Per ciascuna isola, i ricercatori hanno stimato il tasso di estinzione preistorica sulla base del numero stimato di specie nell'avifauna per il periodo precedente alla colonizzazione umana e che sono andate perdute prima dell'arrivo degli europei. Secondo i risultati, in questo arco di tempo andarono perdute circa 1000 specie solo tra i non-passeriformi di terraferma. Al computo totale dell'estinzione vanno poi aggiunte le specie di non passeriformi di mare e quelle di passeriformi.

Viene quindi confermato l'enorme impatto della colonizzazione umana delle isole del Pacifico, che determinò quella che viene ricordata come la più grande estinzione dell'Olocene, ovvero degli ultimi 12.000 anni.

 

(red) http://www.lescienze.it/news/2013/03/26/news/mille_specie_uccelli_estinte_pacifico-1578728/

08/04/2013

RAPPORTO OASI 2012 La Sanità dell'austerity più tasse, meno servizi

RAPPORTO OASI 2012 La Sanità dell'austerity più tasse, meno servizi

 

Il contributo pagato dagli italiani alle politiche dell'austerità sanitaria è stato di 5 miliardi di euro nel 2012, il 40% in più rispetto all'anno precedente. Una cifrà a cui si dovranno aggiungere dal primo gennaio 2014 altri due miliardi per effetto dell'ultima manovra Tremonti dell'estate 2011. Gli effetti si fanno sentire oggi sull'aumento del costo dei ticket e delle visite specialistiche necessarie per ripianare i deficit delle Asl e degli ospedali. Per i ricercatori del Centro di Ricerche sulla gestione dell'Assistenza Sanitaria e Sociale (Cergas) della Bocconi, che ieri hanno presentato il Rapporto Oasi 2012 presso la federazione delle Asl (Fiaso), questo aumento è stato accompagnato dall'innalzamento delle aliquote Irpef (+2,2 miliardi nel 2011), dai ricari del bollo auto e dalla cartolizzazione dei debiti per ripianare il deficit sanitario di 16 regioni, tranne Valle d'Aosta, Friuli, Trento e Bolzano, Basilicata e Sardegna. Solo il Lazio ha aumentato le tasse nel 2011 per 792 milioni. Entro il 2015 è probabile che aumenteranno ancora ovunque, insieme ai ticket. In due anni le regioni dovranno diminuire la spesa sanitaria di altri 30 miliardi di euro.Ad esclusione di Lombardia, Veneto, Umbria, Marche e Campania, tutte le altre regioni hanno chiuso in rosso il bilancio del 2012.


Dal rapporto Oasi emerge anche la notizia che la spesa sanitaria italiana resta la più bassa in Europa. E tuttavia si continua tagliare il budget complessivo a loro disposizione e a spingere i cittadini a pagare i servizi di tasca propria, evitando di farli pesare sulla fiscalità generale. Paradossi dell'austerità che pretende il pagamento di 300 milioni in più sui ticket, di quasi 1,3 miliardi per visite ed esami e di circa 3 miliardi per pagare le prestazioni delle strutture private convenzionate a cui ricorrono in maniera crescente, anche per evitare le disfunzioni della sanità pubblica al collasso. Nel suo complesso la spesa privata per la sanità è arrivata nel 2012 a 30 miliardi di euro.


Le conseguenze dell'austerità non si fermano qui. Il Cergas-Bocconi ha indagato anche sul «welfare fai da te» a cui ricorrono gli anziani che non trovano nel pubblico, sempre più definanziato, una risposta efficiente. Nel 2012 è stato si è consolidato un primato ormai noto: le badanti hanno superato di gran lunga il numero dei dipendenti delle Asl e degli ospedali: 774 mila contro 646 mila. 


Il 57,8% di chi vive in Campania, Lazio, Piemonte, Calabria, Puglia e Sicilia si è inoltre dichiarato insoddisfatto della sanità pubblica e, di rimando, della «razionalizzazione della spesa sanitaria» a cui sono state sottoposte queste regioni. Nelle altre regioni sono scontenti «solo» il 23,3% dei residenti. Secondo i ricercatori questa è un'altra spia delle fratture che stanno producendo le politiche dell'austerità: la divisione del servizio sanitario pubblico in due o più tronconi.

 

http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20130320/manip2pg/06/manip2pz/337617/

TAGLIO MEDIO - RO. CI. 

06/04/2013

Marketing online, se il bombardamento pubblicitario è dannoso

Marketing online, se il bombardamento pubblicitario è dannoso

 

PUBBLICITA' ONLINE - L'INCHIESTA

 

Il retargeting se usato scorrettamente diventa persecutorio. Ma gli esperti: «Alla lunga è controproducente»

 

Lo chiamano retargeting obehavioural targeting. Che, tradotto, significa: dopo aver cliccato su un annuncio o banner, ce lo si ritrova su qualunque indirizzo si finisca. Complici anche i siti di streaming, i social game e i siti pornografici, che traboccano di annunci di ogni tipo su cui, a volte, si finisce senza nemmeno volerlo. Basta un attimo di distrazione e inizia l’operazione retargeting. Per sviluppare questo tipo di re-marketing (così lo chiama Google) in questi ultimi anni sono nate molte agenzie pubblicitarie specializzate che sfruttano algoritmi e particolari ad-server, per raggiungere nuovamente un utente che ha acceduto al sito di e-commerce senza aver acquistato. Il tutto con l’obiettivo di riproporgli il prodotto o di presentargliene di simili.

 

COME DIFENDERSI - In realtà se usato correttamente «Il behavioral advertising nasce al fine di veicolare messaggi pubblicitari mirati, in linea con le preferenze dell’utente, espresse durante il suo percorso di navigazione, evitando così di somministrargli contenuti pubblicitari che non lo interessano», spiega Simona Zanette, presidente di Iab Italia. Ma - lo abbiamo visto nelle puntate precedenti di questa inchiesta - spesso queste strategie di marketing diventano vere e proprie forme di stalking. E c'è chi ci casca, fin quasi a diventarne dipendente. Il fenomeno è iniziato negli Usa ma si sta diffondendo anche da noi. La blogger del New York Times Julie Matlin lo denunciò già qualche anno fa. E scrisse: «Per mesi ogni sito che visitavo mi mostrava quelle scarpe. Credo sia un buon strumento di marketing, ma dopo un po’ diventa decisamente creepyviscido». A spiegare il meccanismo fu anche il Wall Street Journal. Se infatti l'utente segue il link come Alice con il Bianconiglio, attraverso uno studio su oltre 50 tra i più importanti siti web degli Stati Uniti che avevano installato questi annunci “rileva tracce”, venne fuori che non era segnalata in alcun modo la presenza per avvertire il consumatore. Ma non solo. Secondo molti osservatori per difendersi da queste intrusioni basta disattivare i cookies. In realtà - avverte ancora il WSJ - non basta. La “tracking technology” si sta facendo sempre più raffinata e va ben oltre i cookies passando in tempo reale cosa fa una determinata persona su una pagina web per scoprirne la posizione geografica, il reddito, le sfere d’interesse e persino le condizioni mediche.

 

GIRO DI AFFARI - Informazioni molto appetibili. Che hanno fatto fiorire una serie di agenzie specializzate con giro di affari da capogiro. «I pubblicitari vogliono comprare l’accesso alle persone, non più solo alle pagine web», ha dichiarato Omar Tawakol, Ceo di BlueKai, una delle società leader nel mercato dei “data exchanges”. E la legge negli Usa permette a queste società di operare indisturbate, così come in Europa il problema non viene affrontato. In realtà Oltreoceano ci si è anche resi conto che questo tipo di pubblicità alla lunga è dannosa e la sua presenza sui siti americani è diminuita. Ma il fenomeno sta prendendo piede anche in Italia. E in molti casi le agenzie italiane hanno ereditato i vizi di quelle americane incorrendo nello stesso errore e finendo per percorrere una strada poco produttiva nel lungo periodo.

 

L'ILLUSIONE DELLA QUANTITA' - Ne è convinto Giuliano Noci, ordinario di marketing del Politecnico di Milano che sul tema, insieme sociologo Mario Abis, analizza i processi di convergenza media, dal punto di vista tecnologico e sociale. Il motivo? «Pop up e banner finiscono per coprire il contenuto dei siti. Le campagne a tappeto inevitabilmente finiscono per non essere mirate». Nonostante gli obiettivi iniziali, le pubblicità non sono per nulla coerenti con il profilo dell'individuo cui si rivolgono e con il contesto in cui sono veicolate. «Il sistema pubblicitario non si è ancora strutturato per offrire agli inserzionisti delle strategie e delle modalità adeguate». E non è finita. «A questo difetto di fondo si aggiunge anche il proliferare di contenuti gratuiti cui soprattutto editori associano spesso una sovrabbondanza di pubblicità, pensando così di rendere sostenibile economicamente il tutto. Ma si tratta di un'illusione», conclude Noci.

Marta Serafini 

 

http://www.corriere.it/tecnologia/13_marzo_27/marketing-online-retargeting-behavioural-targeting-come-funzionano-e-come-difendersi_350e8006-962f-11e2-9784-de425c5dfce0.shtml

L’eco-business delle pecore giardiniere “Funzionano meglio di un tosaerba”

L’eco-business delle pecore giardiniere “Funzionano meglio di un tosaerba”

 

Sempre più frequente l’uso degli animali al servizio della natura. Come il gregge impiegato a Parigi I 4 esemplari arrivano da un’isola bretone e faranno risparmiare il 25%. Esperimenti analoghi in Italia

  
I nuovi tosaerba entreranno in funzione il 3 aprile e lavoreranno senza pause fino a ottobre. Certo, il modello non è dei più rapidi, in compenso però garantisce zero emissioni, costi ridotti e nessun rumore, a eccezione di qualche sporadico “bèèè”. Il contratto è limitato inizialmente a 2mila metri quadri di terreno incolto che appartengono all’amministrazione degli “Archives de Paris”. Il prato che al momento è impresentabile è situato nel 19esimo arrondissement, una zona semi-centrale dove si trova anche la Villette.


Se l’erba sarà tenuta con sufficiente cura, la missione potrà essere estesa anche ad altre zone di prestigio della capitale francese, come il Bois de Boulogne e il Bois de Vincennes, o magari le Tuileries o il prato sotto alla Torre Eiffel. E il piccolo gregge di quattro pecore provenienti dall’isola bretone di Ouessant — piccole, robuste e sufficientemente fameliche — potrà estendere la sua delegazione impegnata nella Ville Lumière. Arriva la primavera e Parigi scopre l’éco-pâturage. Ma lo spettacolo di un gregge che attraversa una strada del centro con l’aiuto dei vigili urbani non è affatto nuovo. Lo ha vissuto Torino nel 2008. Lo ha sperimentato un’azienda di Varese nel 2011. Lo hanno testato scientificamente — raccogliendo dati su costi, risparmi e specie vegetali consumate — i ricercatori del Centro Enea della Casaccia, a nord-ovest di Roma, sempre nel 2011. I cinque asinelli impiegati per la ripulitura di due ettari e mezzo sono costati 9.500 euro, contro i 13mila di falciatrici e decespugliatori.


In Francia esiste già una manciata di aziende che affitta pecore, capre, asini, mucche cavalli per mantenere puliti parchi e giardini, concimandoli in maniera naturale e annullando l’uso di diserbanti. I loro clienti finora erano soprattutto privati: fabbriche circondate da terreni incolti o ville dai giardini molto estesi. La spesa, per uno spazio di 3mila metri quadri, si aggira sui 240 euro al mese. Ma non mancano modelli di business più flessibili. In Ohio un ragazzo di 23 anni, laureato all’università di Boston e rimasto senza lavoro, ha comprato due coppie di pecore e fondato la ditta “Heritage Lawn Mowing”. Per quattro dollari al giorno, le lascia pascolare nei giardini dei vicini.
Un esempio simile in Italia — voluto dall’allora presidente della Provincia di Treviso Luca Zaia — servì a scattare qualche foto propagandistica lungo i bordi erbosi della strada “Postioma Vecchia” dal 2005. Ma dopo alcune stagioni, gli animali furono ritrovati in pessime condizioni dai volontari della Lega Abolizione Caccia. Alla Whirlpool di Varese, due anni fa, un migliaio di pecore affittate da un pastore locale ripulì nel giro di un paio di giorni e senza alcun contrattempo cinque ettari di prato incolto.


L’esperimento annunciato dal Municipio di Parigi promette un risparmio del 25% rispetto ai decespugliatori. Della cura degli animali si occuperà la “Ferme de Paris”, un’azienda agricola biologica che si trova nel Bois de Boulogne ed è nata come meta di gite dei bambini cresciuti in città. Se per il momento le pecore impegnate sono solo quattro, in tutta l’Ile-de-France l’eco-pascolo dà già impiego a quasi duecento esemplari. Nel caso delle pecore dell’isola di Ouessant (mezzo metro di altezza e nemmeno 15 chili di peso), la razza è considerata poco adatta sia alla produzione di lana che all’alimentazione. Per anni ha rischiato di scomparire, in attesa di trovare impiego come tosaerba.

 

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/14-buone-pratiche-e-buone-notizie/43611--leco-business-delle-pecore-giardiniere-funzionano-meglio-di-un-tosaerba-.html

FONTE: ELENA DUSI, LA REPUBBLICA |

01/04/2013

Facebook, la privacy non serve più: col "mi piace" il web sa tutto di te

Facebook, la privacy non serve più: col "mi piace" il web sa tutto di te

 

Uno studio di Cambridge rivela come utilizzando semplicemente il pulsante "Like", l'utente metta in Rete molte informazioni sulla sua persona. Comprese quelle relative alla sfera più privata e alle inclinazioni politiche

 

SONO 58000 gli utenti di Facebook coinvolti nell'ultimo studio dell'Università di Cambridge. Un campione significativo a supporto di un risultato in grado di sollevare interrogativi importanti. Il controllo della privacy online è un parametro reale e in grado di incidere davvero su quanto il web sa di noi, oppure si tratta di un effetto placebo? Secondo lo studio, dalla semplice pressione del tasto "Mi piace" su Facebook, è possibile delineare i profili personali degli utenti con una precisione quasi chirurgica. L'informazione contenuta in un "mi piace" appare come una vera e propria sequenza di Dna digitale, e poco importa se l'utente lascia chiuso il profilo o mantiene i suoi dati sensibili lontano dai "non amici".  E che configura il mondo digitale come ormai sovrapponibile completamente a quello reale, con in più la possibilità di sapere tutto, di tutti, 24 ore al giorno.

Lo studio è stato condotto dal 2007 al 2012 negli Stati Uniti. Gli utenti partecipanti hanno dato l'accesso alle loro pagine Fb e ai loro "like" al gruppo di ricerca, che li ha analizzati attraverso appoisti algoritmi, in grado di profilare l'utenza utilizzando semplicemente il "magico potere" dei mi piace. "Il Like rappresenta una classe molto generalista di informazione digitale", si legge nello studio. E assieme

ai test attitudinali condotti dai candidati e da quanto pubblicato sui rispettivi profili Facebook, a Cambridge hanno potuto raffinare ancora di più le identità dei partecipanti.

Michal Kosinski, responsabile della ricerca, spiega: "Di media, i partecipanti hanno espresso circa 170 mi piace. Qualcuno ha apprezzato solo una cosa, altri hanno cliccato su migliaia. Abbiamo deciso di orientare lo studio tra il singolo Like e i 700". Il mondo accademico che ha potuto visionare lo studio lo ritiene valido. Dice Sam Gosling, psicologo all'Università di Austin in Texas: "Le microinformazioni che lasciamo in giro possono essere analizzate in maniera certosina dai computer. Non solo definendo un profilo, ma anche prevendendo scelte future". Un particolare chiave, quest'ultimo. Che per Facebook non è una sorpresa: "Ogni elemento di informazione, non solo digitale, può aiutare le scienze sociali a definire con precisione un individuo".

Del resto, dall'abbigliamento, all'automobile fino agli acquisti generici con Bancomat e carte, ogni persona lascia tracce ed elementi perfettamente utilizzabili per comporne un ritratto. E prevederne i consumi. Oltre che che definire macrocategorie con riferimenti interessanti: dallo studio emerge che chi è soddisfatto della propria vita è di solito un grande appassionato di Indiana Jones, e fra gli sport predilige il nuoto, mentre gli insoddisfatti ascoltano il gruppo pop Gorillaz e amano l'iPod.  "Ci ha molto sorpreso il fatto che tramite dettagli molto innocenti, come i gusti musicali e citazioni sui profili Facebook, abbiamo potuto scoprire molte cose sulle persone che hanno partecipato all'esperimento", ha detto Kosinski. Arriva anche la risposta ufficiale del social network: "La possibilità di predire caratteristiche personali sulla base di informazioni accessibili al pubblico - come ad esempio i codici di avviamento postale, la scelta della professione, o anche la musica preferita - è stata esplorata in passato e non stupisce più di tanto. Non importa come vengano veicolate le informazioni - adesivi, bandiere alle finestre, loghi sui vestiti, o altri dati disponibili online - è già stato dimostrato che i sociologi possono trarre conclusioni sulle caratteristiche personali sulla base di queste informazioni", scrivono da Menlo Park.

Lo studio non dimostra quindi un'unicità di Facebook, ma rileva come un'informazione infinitesimale come il "Like" possa in realtà rappresentare connotazioni più grandi. Come fosse un acquisto, come fosse un voto. Esprimibile in tempo reale, senza spese e senza dover attendere le elezioni. Elementi che fanno gola al marketing di ogni latitudine, e che accanto ai rischi aprono però anche nuovi orizzonti per definire la cittadinanza digitale.

 

http://www.repubblica.it/tecnologia/2013/03/12/news/facebook_la_privacy_non_serve_pi_col_mi_piace_il_web_sa_tutto_di_te-54382366/

I social network mantengono in forma il cervello.

I social network mantengono in forma il cervello.

 

Secondo gli scienziati per mantenere il cervello in salute e attivo, specie in età avanzata, l’ideale è iscriversi ai social network come Facebook e, ovviamente, essere poi produttivi tenendosi aggiornati.

 

Iscriversi a un social network come Facebook, e poi frequentarlo, a quanto sembra può essere benefico per il cervello.
Secondo gli scienziati dell’Università dell’Arizona, infatti, per mantenere in salute il cervello in età avanzata è bene frequentare questo genere di siti, piuttosto che altri.

Il suggerimento di aprire la propria pagina personale su Facebook e simili giunge dopo che i ricercatori statunitensi hanno constatato che chi frequenta i social network otteneva i migliori risultati nei test cognitivi, eseguiti nel loro studio condotto su 14 soggetti di età compresa tra i 68 e i 91 anni, così come riportato dal Daily Mail.
Tutti i partecipanti, o non avevano mai usato il sito o lo utilizzavano meno di una volta al mese. Chi non aveva un profilo su Facebook è stato invitato a crearlo, poi, tutti insieme, sono stati istruiti su come farsi “amici” con coloro che appartenevano al loro gruppo di formazione, e infine è stato richiesto di pubblicare qualcosa sul sito almeno una volta al giorno.
Gli appartenenti a un secondo gruppo (quello di controllo) è stato invece indirizzato a utilizzare il sito Penzu.com – una sorta di diario privato online.

Prima dell’inizio dello studio, tutti i partecipanti hanno completato una serie di test atti a valutare le loro capacità cognitive e si sono raccolte informazioni riguardo i livelli di solitudine e interazione sociale. Le valutazioni sono state compiute di nuovo alla fine dello studio, dopo otto settimane.
Nel complesso, i partecipanti allo studio che frequentavano il social network mostravano migliori capacità di ottemperare ai compiti cui erano sottoposti. I test, progettati per misurare la capacità di agire, ragionare e utilizzare la propria memoria, hanno rivelato che i membri di Facebook ottenevano risultati migliori del 25%, rispetto agli altri partecipanti – quelli del gruppo di controllo – che, per contro, non hanno mostrato alcun cambiamento significativo nella loro performance.
Secondo gli esperti, a promuovere l’acutezza mentale sarebbe la natura mutevole del sito, con i suoi aggiornamenti continui.

A conclusione dello studio, i ricercatori ritengono che per le persone adulte e più anziane, al fine di mantenere la mente e il cervello attivi, sia meglio frequentare i social network che non dedicarsi ai giochi online che promettono di rafforzare l’acutezza mentale. 

http://www.lastampa.it/2013/02/22/scienza/benessere/i-social-network-mantengono-in-forma-il-cervello-jbWJbVtqguMicJJUOPmAVK/pagina.html

lm&sdp

1 2 3 4 5 6 7 8 Prossimo