04/12/2012

Giustizia, Italia fanalino di coda tra i paesi sviluppati

Giustizia, Italia fanalino di coda tra i paesi sviluppati

 

In quanto a rispetto dello Stato di Diritto, l'Italia è messa malissimo: fanalino di coda in quasi tutte le categorie tra i paesi europei. Agli ultimi posti tra i paesi sviluppati e dietro a nazioni come la Slovenia, l’Estonia e la Repubblica di Corea, tanto per citare qualche paese che fa meglio di noi. E' questo il quadro - impietoso - che esce dal "Rule of Law Index", una ricerca condotta dal World Justice Project sull'accesso alla consulenza legale nelle cause civili e il grado di eguaglianza sotto il diritto penale. Che ci boccia soprattutto in due materie: giustizia civile e open government, vale a dire livello di trasparenza del governo.

 

Lo studio misura appunto l'indice di Stato di Diritto o supremazia della legge. A realizzarlo è un'organizzazione indipendente, multinazionale e multidisciplinare, nata con la missione di rafforzare lo Stato di Diritto per lo sviluppo delle opportunità e dell'eguaglianza. L'indice è misurato su 97 paesi; tra i paesi industrializzati, siamo ai livelli minimi.

Lo studio si divide in otto categorie: limiti al potere del governo, assenza di corruzione, ordine e sicurezza, diritti fondamentali, open government, esecuzione dei regolamenti, giustizia civile e giustizia criminale. A livello regionale, su 16 paesi considerati, siamo ultimi in fatto di open government e giustizia civile. Penultimi se si parla di limiti al potere governativo, assenza di corruzione, diritti fondamentali ed esecuzione dei regolamenti. Ma anche sul resto l’Italia non si schioda mai dagli ultimi tre posti della classifica.

 

Tra i paesi a reddito paragonabile (29) siamio 27esimi in giustizia civile, applicazione dei regolamenti e ordine e sicurezza. Penultimi, senza sorpresa, in fatto di trasparenza del governo (o anche open government).
Al top della classifica, almeno per quanto riguarda l'accesso alla giustizia civile, ci sono la Norvegia, i Paesi Bassi, la Germania e Singapore; seguono a ruota Finlandia, Danimarca e Svezia. Tutti paesi in cui l'assistenza legale è fornita fondamentalmente a tutti, al di là del proprio reddito.

 

A livello internazionale, gli autori della ricerca sottolineano la bassa posizione degli Stati Uniti (comunque superiore a quella italiana di 8 gradini) e il persistere di discriminazioni da parte della polizia ai danni delle minoranze in diversi paesi.
"Nelle nazioni del Medio Oriente - scrivono - ancora si combatte per diritti fondamentali, anche se ci sono stati miglioramenti significativi in Marocco e in Tunisia". La Cina continua a essere messa molto male, con un indice negativo su tutta la linea, dalla libertà di parola e quella di assemblea, passando per l'affidabilità del governo e la corruzione. I cinque paesi che fanno peggio di tutti sui diritti fondamentali sono Pakistan, Cina, Uzbekistan, Zimbabwe e Iran.

 

Fonte: L'Huffington Post | http://dirittiglobali.it/home/categorie/16-carcere-a-giustizia/39148-giustizia-italia-fanalino-di-coda-tra-i-paesi-sviluppati-.html

Ue, spesa sociale in calo. Italia agli ultimi posti

Ue, spesa sociale in calo. Italia agli ultimi posti

 

In media i paesi investono il 29 per cento del loro Pil. Ad eccezione della vecchiaia, l'Italia è agli ultimo posti per la spesa a sostegno della disoccupazione, salute, invalidità, famiglia e infanzia

 

BRUXELLES - In media i 27 paesi dell’Unione Europea investono nelle politiche sociali il 29,4 per cento del loro Pil. Lo rende noto l'Eurostat, che ha pubblicato oggi i dati aggiornati al 31 dicembre 2010, relativi a 8 tipi di prestazioni sociali: malattia, invalidità, vecchiaia, pensioni per i superstiti, famiglia, disoccupazione, edilizia sociale e lotta all’esclusione sociale. Il dato del 29,4 per cento era aumentato costantemente ogni anno, subendo un salto di 3,5 punti percentuali tra il 2007 e il 2009, certamente per l’impatto sociale della crisi economica e finanziaria. È diminuito invece dello 0,2 per cento nell'ultimo anno, sotto l'effetto delle politiche di austerità.

Come sempre i dati sono molto eterogenei. Francia, Danimarca, Paesi Bassi, Svezia, Germania, Austria e Finlandia investono nelle politiche sociali oltre il 30 per cento del loro Pil. Bulgaria, Lettonia, Estonia, Lituania, Malta, Polonia, Romania e Slovacchia meno del 20 per cento. Ma i dati calcolati in percentuale spiegano solo una parte della realtà. Più aderente alla realtà delle persone è il calcolo della spesa pro-capite a parità di potere di acquisto. Danimarca e Paesi Bassi spendono, per abitante, una volta e mezzo quello che spende l'Italia. Il Lussemburgo spende 2 volte quello che spende l'Italia, e circa 9 volte di più che Bulgaria, Romania e Lettonia.

E vediamo ora come la spesa sociale si distribuisce nelle varie branche. Assieme alla Polonia, l’Italia è da sempre il paese che in proporzione spende di più per gli anziani. Il 60 per cento della sua spesa sociale è consacrato infatti alle pensioni di vecchiaia e di reversibilità. Questo dato - di cui si discute incessantemente da anni - si spiega in gran parte con la più alta percentuale di anziani a livello europeo: in Italia gli over 60 rappresentano infatti oltre il 26 per cento della popolazione. E fra questi, oltre i due terzi sono donne, ossia le principali beneficiarie delle prestazioni per i superstiti. Altro elemento da considerare è che le prestazioni del trattamento di fine rapporto (Tfr) vengono calcolate, soltanto nel nostro paese, come spesa pensionistica. Infine, i dati raccolti da Eurostat sulla spesa sociale sono calcolati sempre al lordo dell’imposizione fiscale e non tengono quindi conto delle risorse che in alcuni paesi come l'Italia, dove le pensioni di vecchiaia sono tassate, rientrano nelle casse dello stato sotto forma di imposte.

Tuttavia, anche tenendo conto di tutti questi argomenti, è proprio l’articolazione della spesa sociale italiana ad essere effettivamente sbilanciata. Nel nostro paese, infatti, e nonostante le polemiche spesso sollevate a proposito degli “sprechi”, tutte le altre spese sociali, sanità, invalidità, famiglia, disoccupazione, edilizia sociale e lotta all’esclusione sociale, sono sempre assai più basse rispetto alla media dei paesi europei: tra i 27 paesi dell’Ue, l’Italia è al 24° posto per la spesa sociale in favore della disoccupazione (assegni di disoccupazione), al 25° per quanto riguarda sanità, invalidità, famiglia e infanzia, e siamo gli ultimi d’Europa (osia 27° su 27) per quanto riguarda la spesa per l’edilizia sociale e per la lotta all’esclusione. Per fare un confronto, il paese con il più alto tasso di disoccupazione, la Spagna, è anche il paese che proporzionalmente spende di più per la disoccupazione (quasi 5 volte più dell'Italia). La Francia, che ha lo stesso tasso di disoccupazione dell'Italia, spende in proporzione 2,4 volte di più dell'Italia. La Germania spende in proporzione il doppio dell'Italia e il suo tasso di disoccupazione è la metà del nostro. (carlo caldarini)

 

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http://dirittiglobali.it/home/categorie/46-studi-rapporti-a-statistiche/39085-ue-spesa-sociale-in-calo-italia-agli-ultimi-posti.html

Impennata dell'Imu sui capannoni Anche +150% rispetto alla vecchia Ici

Impennata dell'Imu sui capannoni Anche +150% rispetto alla vecchia Ici

 

Secondo uno studio della Cgia di Mestre i più tartassati saranno gli imprenditori che esercitano l'attività nel Comune di Milano per i quali ci sarà un aumento medio di 2.331 euro. Tra i capoluoghi di provincia solo Asti ha diminuito l'aliquota ordinaria

 

MILANO - L'Imu sui capannoni costerà agli imprenditori fino al 154,4% in più rispetto a quanto pagavano con l'Ici. Una stangata che emerge da un'analisi condotta dall'Ufficio studi della Cgia di Mestre. I più tartassati saranno gli imprenditori che esercitano l'attività nel Comune di Milano: +154,4% (pari ad un aumento medio di  2.331 euro). Male anche per quelli che fanno impresa nel Comune di Lucca e di Lecce: in entrambi i casi l'incremento è del  131,3%. Rispetto al 2011, gli imprenditori lucchesi pagheranno 1.158 euro in più, quelli salentini subiranno un aggravio di ben 2.501 euro.

Su 98 Comuni capoluogo di provincia monitorati dalla Cgia, solo l'Amministrazione di Asti ha diminuito di un punto l'aliquota ordinaria (prevista per legge al 7,6), 13 Comuni hanno mantenuto quella base del 7,6, mentre gli altri 84 (pari all'85,7% del totale) l'hanno aumentata. Tra questi ultimi, ben 33 (pari al 33,6% del totale dei Comuni analizzati) ha portato l'aliquota Imu sui capannoni al valore massimo consentito dalla legge: 10,6.

http://www.repubblica.it/economia/2012/12/01/news/impennata_dell_imu_sui_capannoni_-154_4_rispetto_alla_vecchia_ici-47837013/

03/12/2012

Con il nuovo redditometro più tasse fino a 9mila euro

Con il nuovo redditometro più tasse fino a 9mila euro

 

Nel mirino del sistema tutte le nostre spese: le conseguenze del sistema rischiano di essere molto pesanti

 

Il nuovo redditometro entrerà in vigore il primo gennaio 2013. La settimana prossima, martedì per l’esattezza, sul sito dell’Agenzia delle entrate sarà disponibile il programma con cui  ciascun contribuente potrà verificare se le tasse che paga e il reddito dichiarato sono «congrui». Vale a dire se sono in linea con il tenore di vita che ha. In attesa di fare la verifica c’è però una certezza: col nuovo «redditest» pagheremo più tasse. Come del resto ci hanno abituato da un anno a questa parte i Professori al governo. A fare il calcolo è stato l’ufficio studi della Cgia di Mestre che ha stimato gli effetti sulle tasche dei contribuenti dei nuovi meccanismi di calcolo presuntivo dei redditi. Identici per tutti, si tratti di lavoratori autonomi, dipendenti o pensionati. 

 

Ebbene, le conseguenze rischiano di essere molto pesanti: con un maggior reddito stimato dal fisco pari a 10.000 euro, se il contribuente raggiunge un accordo con l’Agenzia delle entrate che gli sconta il reddito imponibile del 5%, tra maggiori imposte e sanzioni ridotte dovrà versare tra i 4.250  e i 5.640 euro. Se al contrario non accetta la proposta degli «sceriffi» di Befera e fa ricorso alla Commissione tributaria rischia una sanzione quasi doppia. Nel malaugurato caso in cui, alla fine dei due gradi di giudizio previsti per il contenzioso tributario dovesse perdere, sarà costretto a versare all’Erario e  se alla fine dei due gradi di giudizio dovesse malauguratamente perdere , il contribuente sarà chiamato a versare all’Erario tra i 6.815 e gli 8.906 euro.  Dunque sui 10.000 euro di «maggior reddito» presuntivamente accertato dall’Amministrazione finanziaria il contribuente potrebbe essere costretto a pagarne quasi 9.000 fra imposte e multe.

Le simulazioni, sottolinea l’ufficio studi del’associazione artigiani mestrini, sono state fatte su tre fasce di reddito lordo annuo: 20.000, 40.000 e 80.000 euro. Al di sotto dell’ultima soglia, fanno presente dalla Cgia, si trova il 98%  dei contribuenti italiani. Quindi non è per nulla un caso di scuola.

 

La nuova versione del redditometro ha affinato un meccanismo in base al quale l’Agenzia delle entrate ha la possibilità di ricostruire a tavolino i redditi degli italiani, autonomi o dipendenti che siano, sulla base delle spese che ciascuno di noi ha effettuato. Nel caso in cui il reddito presunto, ricalcolato cioé dagli sceriffi del Fisco anche in base a  serie di indici fissati a priori,  superi di almeno il 20%  quello dichiarato,  il contribuente verrà convocato e dovrà giustificare lo scostamento fra le spese effettuate e il reddito dichiarato. Con una precisazione: non tutte le spiegazioni saranno ritenute ammissibili dall’amministrazione finanziaria.  «La normativa – spiega  il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi  – limita la possibilità di dimostrare che le spese realizzate dal contribuente siano avvenute con redditi diversi da quelli posseduti nello stesso periodo d’imposta». Per capire quali siano le spiegazioni accette e quali no non resta che aspettare qualche giorno. A poco vale ricordare che lo «Spesometro» ha carattere presuntivo. «Al contribuente - puntualizza Bortolussi - dovrebbe essere consentito di discutere anche su come sono state conteggiate le maggiori richieste avanzate dal fisco». 

 

http://www.liberoquotidiano.it/news/economia/1124712/Con-il-nuovo-redditometro--piu-tasse-fino-a-9mila-euro.html

 

di Attilio Barbieri

 

30/11/2012

Il dividendo della crisi più pesante per i poveri

Il dividendo della crisi più pesante per i poveri

 

IL 2012 CON UN PIL -2,3%, SARÀ L’ANNO PIÙ DURO DOPO IL 2009. CHI PAGHERÀ I COSTI DI QUESTA ULTERIORE CADUTA DEL REDDITO, ANCORA LA POPOLAZIONE PIÙ POVERA?

 

Come mostrano i dati Bankitalia elaborati da un gruppo di economisti (Peragine e Brunori, nel Merito.com, 16/11) «nel periodo 2006-2010 gli effetti della crisi non sono stati eguali per tutte le famiglie, le fasce a basso reddito hanno sofferto di più e complessivamente la recessione ha avuto un effetto regressivo sulla distribuzione dei redditi. A una riduzione annua del Pil nel quadriennio dello 0,7%, corrisponde una perdita di reddito del 3,5% annuo per il primo decile della popolazione (il 10% più povero), dell’1,5% per il secondo decile e così via; solo per l’ultimo decile cioè per i 2,4 milioni di famiglie più ricche, la crisi non ha prodotto riduzioni del reddito».


Nel biennio successivo, 2011-12 non c’è alcun dubbio che anche le politiche di risanamento, quelle precedenti e quelle attuate da novembre in poi dal governo Monti, hanno avuto carattere altrettanto regressivo. Monti, pur avendo avuto il merito del recupero di credibilità internazionale e di risanamento dei conti, non ha avuto in massima considerazione, o non ha potuto ispirarsi a una logica di più equa distribuzione dei sacrifici. I valori cui si sono ispirate le manovre governative, dalle pensioni al lavoro all’Imu, forse anche per i condizionamenti del centrodestra tuttora maggioritario in Parlamento, non hanno avuto alcun carattere di progressività.


D’altra parte non è un mistero che i valori del professore siano mossi da filosofie liberiste più che keynesiane, come confermato anche da un recente articolo dell’Economist sull’Italia, che definisce il professore «Monti, a declared antikeynesian». Anche i keynesiani sono per il libero mercato dando però importanza centrale al ruolo dello Stato investitore quando il ciclo economico lo richiede. Nella concezione keynesiana prevalente nei partiti europei socialdemocratici e progressisti, si sottolinea la funzione dello Stato nella redistribuzione della ricchezza e nel garantire diritti fondamentali come istruzione, sanità, sicurezza.


Monti ha fatto e sta facendo molte cose importanti e necessarie, ma senza toccare gli scandalosi privilegi dei super burocrati, senza attuare una spending review con tagli mirati e non orizzontali, aumentando la pressione fiscale per tutti ma non in modo progressivo, sui modelli Obama o Hollande. La legge sulle pensioni, necessaria ma poco attenta all’equità, ha fatto dell’Italia l’unico Paese che nel 2020 avrà un’età pensionabile di 67 anni ignorando i problemi della disoccupazione giovanile e femminile record. Nel Paese a più alta diseguaglianza d’Europa, anche per i privilegi dei politici, la norma per abbattere realmente i vitalizi dei consiglieri regionali (norma anti Fiorito) è stata introdotta dal Parlamento a correzione dell’inefficace versione governativa.

 

L’Italia ha firmato il fiscal compact per ridurre in 20 anni il debito pubblico al 60% del Pil, ma si sono ignorate le proposte avanzate, anche da economisti e banchieri, di una patrimoniale straordinaria che chiedesse un contributo una tantum di solidarietà a quel 10% di famiglie super ricche proprietarie del 50% della ricchezza nazionale, che poco hanno sofferto dalla crisi come sopra mostrato. Il professore si è difeso dicendo che «non siamo attrezzati», mentre con un po’ di volontà politica qualcosa si poteva fare utilizzando il catasto per la ricchezza immobiliare e la centrale rischi di Bankitalia per la ricchezza finanziaria, come basi di partenza per una fiscalità patrimoniale più progressiva dell’Imu attuale che vale per tutti, ricchi e poveri. Il prof. ha condannato la concertazione, pratica seguita correntemente in Germania ed in tutti i Paesi più avanzati del nord Europa, per poi chiedere ai sindacati di firmare in tempi brevi un accordo per la produttività.


Altre scelte contrarie all’equità sono quelle sulla redistribuzione del lavoro. In Germania per non licenziare si riducono gli orari con la Kurtzarbeit mentre il nostro governo defiscalizza gli straordinari. Sulla responsabilità sociale delle imprese fa peggio, come quando approva le «libere scelte di delocalizzazione della Fiat», ignorando i sacrifici del Paese di un secolo di difesa della maggiore industria nazionale e le stesse posizioni più avanzate, Enciclica Caritas in veritate inclusa, che invocano «un capitalismo etico attento agli interessi non solo degli azionisti, ma anche di lavoratori e territorio». In conclusione, i motivi per cui Monti va bene ma l’agenda Monti un po’ meno, sono gli stessi che distinguono conservatori e progressisti nel mondo, i primi sono per la libertà senza eguaglianza, i secondi per l’eguaglianza nella libertà.

 

http://dirittiglobali.it/home/categorie/19-lavoro-economia-a-finanza-nel-mondo/38873-il-dividendo-della-crisi-piu-pesante-per-i-poveri.html

Fonte: Nicola Cacace, l'Unità |

28/11/2012

Chiusi per tasse

Chiusi per tasse

 

L’Imu uccide il turismo: a Cefalù serrata degli alberghi, a Sanremo pioggia di ricorsi

 

Le tasse e le leggi le fanno signori che nel 90 per cento dei casi hanno sempre preso una busta paga al netto delle ritenute. Manca un miliardino per chiudere il deficit di bilancio? Uhm, pensano costoro: ritocchiamo un’aliquota, stabilizziamo (così si dice aumentare) un’accisa. Vi è un grave problema economico o sociale? Uhm, facciamo un decreto, una legge, un regolamento che descriva il comportamento virtuoso da tenere e poi sbattiamoci sopra una bella sanzione per gli inadempienti. La politica avrebbe bisogno di passare qualche annetto in azienda. Dovrebbe aprirsi una partita Iva.

 

Dovrebbe lavorare in qualche impresa privata: ma non in una grande banca. Dove i disastri di ieri li pagano gli esuberi di oggi, e dove i conti dell’elusione fiscale (così si chiama quella che fanno i grandi) sono messi in conto agli azionisti di domani. Solo in questo modo i nostri politici, i nostri professori, i nostri grandi burocrati si renderebbero conto che l’Italia sta morendo.

 

E non solo per la crisi. Le crisi vengono e vanno. È il socio statale che non molla. Negli anni non solo ha preteso sempre di più, ma ci ha ammazzato di norme, regolamenti, codici che ci rendono, di fatto, tutti colpevoli. Le norme e i tributi di questo Paese sono il fieno con cui si alimenta la bestia statale. Gli albergatori di Cefalù hanno deciso per protesta di spegnere le luci nelle loro hall. Sono ancora vivi. Ma se continuano così i nostri burocrati, i nostri politici, i nostri professori non avranno più biada. Per il semplice motivo che i campi saranno rasi al suolo. Nel rispetto delle norme. Si intende.

http://www.ilgiornale.it/news/economia/chiusi-tasse-858984.html

Nicola Porro -  

 

Imu e Irpef: così le tasse si mangeranno la tredicesima

Imu e Irpef: così le tasse si mangeranno la tredicesima

 

Il Fisco e il colpo da 14 miliardi

 

Entro il 30 novembre bisogna versare l'acconto Irpef, entro il 17 dicembre la seconda rata dell'imposta sugli immobili: un salasso

 

Si avvicina il Natale, ma quest'anno la prospettiva della tredicesima non fa tirare un sospiro di sollievo. E' vero che arriverà il doppio stipendio, ma è altrettanto vero che sono in arrivo una serie di scadenze di pagamenti che di fatto neutralizzeranno l'effetto della tredicesima. Entro il 30 novembre deve essere versata la seconda o unica rata dell'acconto Irperf e delle altre imposte del modello Unico. Entro iil 17 dicembre invece andrà versato il saldo dell'Imu Tra Irperf e Imu nelle casse dello Stato e degli enti locali dovrebbero entrare oltre 14 miliardi. L'acconto Irpef, fortunatamente, sarà più leggero del solito. L'aliquota infatti è stata portata dal 99 al 96%. Ma la riduzione ha effetto solo su questa seconda rata perché la prima andava calcolata secondo le modalità ordinaria. 

 

Seconda rata Imu Per quanto riguarda l'Imu i versamenti si potranno effettuare anche con il bollettino postale. L'entita del saldo dipende sostanzialmente da tre fattori: la tipologia di immobile, l'aliquota decisa dal Comune (la maggior parte degli enti locali l'hanno ritoccata verso l'altro) e la rendita catastale: un mix che quando l'Imu è riferita a un immobile diverso dall'abitazione principale incide fortemente sulla tredicesima. Sarà impegnativo il calcolo di quanto dovuto perché i conti dovranno essere praticamente rifatti in base alle aliquote definitive e sottrarre quanto pagato a titolo di acconto con le aliquote standard.  Per quanto riguarda l'abitazione principale, i Comuni possono applicare la riduzione a determinate categorie come gli anziani ricoverati in case di riposto purché l'abitazione principale non venga affittata. La base imponibile è pari al 160 volte la rendita catastale originaria dell'immobile rivalutata del 5%.

 

Per l'abitazione principale dalla somma cos' ottenuta bisogna sottrarre 200 euro più altri 50 ogni figlio convivente con meno di 26 anni fino a un massimo di 400 euro. Molto salato sarà il conto per i proprietari di seconda casa: si considera le abitazioni non locate dove il proprietario non risiede anche se ha dato l'immobile in uso a un familiare. Per una casa di categoria A2, scrive il Corriere Economia; l'Imu tocca complessivamente i 3069 a Bologna (1969 euro il saldo) a Torino e a Milano si possono sfiorare i 3mila euro dove il saldo sarà di 1907 euro. A Roma il saldo sarà di 1784 euro. 

 

http://www.liberoquotidiano.it/news/economia/1125098/Imu-e-Irpef--cosi-le-tasse--si-mangeranno-la-tredicesima.html

27/11/2012

UN PRIMATO AVVILENTE

UN PRIMATO AVVILENTE

 

Ultimi per crescita economica, occupazione e produttività, ci presentiamo in Europa con un avvilente primato: quello dell'export dei rifiuti. Da anni Napoli e la Campania spediscono la spazzatura ai termovalorizzatori sparsi per il continente. La più recente destinazione conosciuta è l'Olanda, che si offre di bruciarla al modico prezzo di 150 euro la tonnellata. E adesso tocca persino all'immondizia di Roma finire sul mercato. L'azienda municipalizzata del Comune ha indetto una gara europea per lo smaltimento di 1.200 tonnellate al giorno: andranno a chi pretenderà la cifra più bassa per trasformarle in energia elettrica. Da tre anni non si riesce a individuare il sito, dicono provvisorio, per i rifiuti che l'ormai satura discarica di Malagrotta, la più grande d'Europa, non può più accogliere. Così il Campidoglio si è arreso: la raccolta differenziata è stimata al 25 per cento, 40 punti in meno rispetto al valore da raggiungere in base alle norme europee entro dicembre, e mancano gli inceneritori.


A Parma, invece, l'impianto verrà completato ma non brucerà i rifiuti della città. Al massimo quelli degli altri Comuni del circondario. Il sindaco Federico Pizzarotti, del Movimento 5 Stelle, non può bloccare l'inceneritore, visto che la competenza è della Provincia, ma intende tener fede alla promessa elettorale. Sarà dunque per paradosso esportata anche la spazzatura dei parmigiani, magari insieme a quella della Valle D'Aosta che con un referendum votato dal 94 per cento dei cittadini domenica ha detto no al «pirogassificatore»?


Nessun altro Paese d'Europa ha una situazione come la nostra. In Germania finisce sotto terra meno del 3 per cento dei rifiuti urbani. In Italia oltre il 50 per cento, e poco importa che entro il 2020 le discariche (come pure gli inceneritori) dovranno essere bandite. Il territorio nazionale ne è disseminato, con devastazioni ambientali inimmaginabili e rischi gravissimi per la salute. Secondo i magistrati siciliani la discarica di Bellolampo, in cui per anni è stata sversata la spazzatura di Palermo, avrebbe inquinato le falde acquifere nei pressi della quinta città italiana nella più completa indifferenza degli amministratori.


Storie purtroppo tragicamente normali per questa Italia, incapace di affrontare e gestire anche problemi apparentemente semplici per qualunque Paese civile. Un'Italia dove i livelli decisionali sono troppi, confusi e perennemente in lotta tra di loro. Dove tutto diventa sempre emergenza, generando spinte emotive che la politica, prigioniera di veti incrociati che paralizzano ogni scelta, non è in grado di governare. E dove quindi cose altrove normalmente realizzabili si rivelano missioni impossibili.


La mediocrità della classe dirigente è insieme causa e consegunza di questo stato di cose. Il ministro Corrado Passera ha parlato di una situazione causata a Roma da «anni e anni di non azione», durante i quali era molto più facile, e sul momento anche meno costoso, gettare i sacchetti dell'immondizia in discarica anziché affrontare seriamente il problema. Di volta in volta passando il cerino acceso ai successori. Bel modo di amministrare. Come è davvero una bella figura quella che ora facciamo davanti a tutto il continente chiedendo se qualcuno ci può aiutare a smaltire l'immondizia della capitale. Pensate un po', proprio nel bel mezzo della «Settimana europea della riduzione dei rifiuti», una campagna sostenuta da Bruxelles per sensibilizzare al problema i cittadini dei 27 Paesi dell'Unione. Che tempismo…

 

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/12-ambiente-territorio-e-beni-comuni/38898-un-primato-avvilente.html

Fonte: Sergio Rizzo, Corriere della Sera

Redditest, tra cavalli ed elicotteri, ecco come funziona

Redditest, tra cavalli ed elicotteri, ecco come funziona

 

Presentato il Redditest, un software che permette di simulare un controllo dell'Agenzia delle Entrate. Per ora solo uno strumento di autovalutazione, ma da gennaio il Fisco userà gli stessi criteri (incrociando redditi e spese) per far scattare automaticamente le ispezioni

 

Dopo averne tanto parlato, finalmente il Redditest è online. Si tratta di un software distribuito dall'Agenzia delle Entrate che permette di verificare se possiamo permetterci il tenore di vita che abbiamo in base a quanto guadagnamo.

Un modo, tra l'altro, utile anche a capire se è il caso di ricontrollare la propria dichiarazione alla ricerca di eventuali errori.

E se, quando redditometro e controlli entreranno a regime, capire se si è a rischio ispezione fiscale. Se questo è solo uno strumento di autovalutazione, da gennaio il Fisco userà gli stessi criteri (incrociando redditi e spese) per far scattare automaticamente i controlli.

 

Niente lunghi ed estenuanti calcoli o consulti di noiose tabelle: per sapere se si è possibili evasori basta scaricare il programmahttp://redditest.agenziaentrate.it/ dal sito dell'Agenzia delle Entrate. Una volta avviato il file (non necessita di installazione), ci si troverà davanti a una schermata in cui inserire i dati. Nessun pericolo per la privacy: l'idea di usare un software e non un ormai comune modulo online permette di non diffondere i propri dati sensibili, ma di tenere tutto sul proprio computer e persino - se non ci si fida di chi mette il naso tra le nostre cose - cancellare il test.

Il programma è semplice da usare. Quando si avvia il file si può scegliere tra tre sezioni: Inizia Redditest, Vedi/Modifica e Cancella.

 

Come usare il redditest http://www.ilgiornale.it/video/interni/ecco-usare-redditest-857693.html

Iniziamo il nostro test. Il software ci chiede di inserire uno username per salvare e recuperare il tutto e i dati fiscali (anno di riferimento, numero dei familiari, reddito dichiarato). In seguito sulla sinistra appariranno le sezioni da compilare, sette per ogni componente del nucleo. Qui vanno inserite le proprietà (abitazioni e mezzi di trasporto), ma anche le spese (affitto, utenze, collaboratori domestici, assicurazioni, eventuale noleggio di auto, ecc.) e tutte le altre uscite, come assicurazioni e contributi lavorativi, libri scolastici e rette universitarie, investimenti, cure mediche e veterinarie o assegni familiari.

 

Ma nel redditometro finisce anche il nostro tempo libero: palestra, vacanze e pay tv. Ma anche il possesso di cavalli, i soldi spesi per i giochi online (che sia poker o Farmville conta poco: tutte le spese fatte con carta di credito finiscono nello spesometro), terme e spa. E non dimentichiamo di dichiarare se possediamo elicotteri, aerei, gioielli preziosi o apparecchiature elettriche varie.

http://www.ilgiornale.it/news/interni/redditest-cavalli-ed-elicotteri-ecco-funziona-857766.html

 

Clarissa Gigante -

26/11/2012

Regalo di Natale di Cucinelli: 5 milioni ai suoi dipendenti

Regalo di Natale di Cucinelli: 5 milioni ai suoi dipendenti

 

L'azienda di cashmere ha deciso di mettere sotto l'albero dei suoi dipendenti una sostanziosa cifra di denaro

 

Una sorpresa che sarà sicuramente gradita, specialmente in un anno come questo. I 783 dipendenti dell'azienda di cashmere Cucinelli, da quest'anno quotata in borsa, troveranno sotto l'albero un bell'assegno. Un sostanziosa somma di denaro - come anticipato dal sito Umbria24.it - che i proprietari avrebbero deciso di donare ai dipendenti. "È un piccolo dono che la famiglia fa ai suoi collaboratori - ha spiegato stamani all’Ansa lo stesso Brunello Cucinelli - l’azienda non c’entra. È un dono che la nostra famiglia ha pensato quest’anno di fare a delle persone che sono cresciute con noi".  Secondo Umbria24 la cifra complessiva si aggirerebbe sui 5 milioni di euro, per un dono da diverse migliaia di euro per ciascun dipendente, ma Cucinelli non ha voluto confermare la cifra.

http://www.ilgiornale.it/news/economia/regalo-natale-cucinelli-5-milioni-ai-suoi-dipendenti-859235.html

Luca Romano

 

25/11/2012

L'ex concessionario: «Ho ceduto l'azienda di famiglia ma salvato i dipendenti»

L'ex concessionario: «Ho ceduto l'azienda di famiglia ma salvato i dipendenti»

 

In Italia le vendite di auto sono crollate pesantemente e non è un mistero. A soffrire, però, non sono solo i costruttori, ma è tutta la filiera.

 

E a rischiare maggiormente, in questo momento, è l'ultimo anello della catena: il concessionario.

 

«In Italia - avverte Romano Valente (Unrae) - sta chiudendo un dealer al giorno». «Ben 220mila persone della filiera resteranno senza lavoro nel silenzio completo di questo governo», non smette di ricordare Filippo Pavan Bernacchi, presidente di Federauto (l'associazione dei concessionari).


Tra gli imprenditori della distribuzione c'è chi - come Andrea Benso, 49 anni, due figlie piccole - proprio a causa di questa crisi, ma anche per aver confidato troppo, in passato, su una situazione rosea, si è visto crollare il mondo addosso. Da padrone, erede di una tradizione nella vendita di auto a Ostia e dintorni, avviata dal padre, Giovanni, è stato così costretto a cedere l'azienda al gruppo Carpoint di cui è diventato collaboratore nel marketing.
«Papà - spiega Benso, che era titolare della concessionaria Ford “Lidauto” - si è ritirato nel 2009, e tutto quello che ha creato è passato di mano. Ha comunque compreso le difficoltà a cui siamo andati incontro: il mercato è cambiato di botto. Nel 2006 si vendevano 2mila modelli l'anno per un fatturato di una quarantina di milioni, nel 2011 le consegne sono state neppure la metà. L'errore che si è fatto nel periodo d'oro è stato di guardare di più alla crescita dei ricavi per gestire meglio la struttura dei costi. Invece, si sarebbe dovuto badare di più al taglio drastico dei costi».
L'azienda di Benso è comunque riuscita a evitare che i 50 dipendenti finissero sulla strada. Una ventina sono stati riassorbiti dal gruppo Carpoint, per gli altri si è ricorso alla cassa integrazione e alla mobilità.


«Nella gestione della crisi la casa madre ci ha aiutati - aggiunge -; il problema è stato con la finanziaria Ford Credit a causa di nostri ritardi nei pagamenti. E quando un dealer entra in difficoltà scattano le regole di Ford Credit Europa. A quel punto i blocchi ai finanziamenti sono arrivati anche dalle banche. Purtroppo sono stati proprio gli istituti di credito del territorio i primi a chiuderci la porta in faccia. Se nel 2010 fossero arrivati altri incentivi alla rottamazione avremmo potuto riprendere fiato. Invece...».


A stare peggio, dice Benso, sono comunque i concessionari che operano nelle grandi città (« se non si hanno certe dimensioni, i costi da sostenere diventano molto pesanti»).
Ma l'imprenditore laziale punta il dito soprattutto sul sistema bancario: «Se le banche ci danno fiducia, il settore si può riprendere. In caso contrario affonda». Senza dimenticare l'obbligo, da parte del concessionario, di assecondare le richieste d'investimento che arrivano dalla casa madre: nuovi pavimenti e arredamenti uguali per tutti, per esempio. «Non ci si può opporre - continua Benso - perché fanno parte dei requisiti di qualità». Intanto il dealer romano si sta abituando al ruolo di sottoposto e ad attendere, ogni mese, la busta paga.


«Ho sacrificato buona parte del mio patrimonio per affrontare la crisi - osserva - ma non mollo. Lo Stato pensi a una nuova rottamazione, ma che sia strutturale e non mordi-e-fuggi. Intervenga inoltre con decisione sulle banche: devono sostenerci». Per Benso a soffrire maggiormente è chi vende le auto più popolari: «Per questi colleghi sarebbe importante affiancare al marchio generalista uno “premium”. Anche spingere sull'usato può aiutare. E ben vengano, inoltre, le novità».

 

http://www.ilgiornale.it/news/economia/lex-concessionario-ho-ceduto-lazienda-famiglia-salvato-i-856683.html

Pierluigi Bonora -

21/11/2012

Asili comunali, più di 3 mila euro la spesa annua per un figlio

Asili comunali, più di 3 mila euro la spesa annua per un figlio

ROMA - A Lecco gli asili comunali piu' costosi d'Italia, a Bologna quelli con l'aumento piu' alto. È il risultato di una indagine di Cittadinanzattiva sugli asili nido comunali in Italia, tra caro rette e liste di attesa. Decisamente meglio, stando a quanto si legge, Catanzaro e citta' come Roma e Milano.

In media il costo nel paese raggiunge i 302 euro al mese che, considerando 10 mesi di utilizzo del servizio, portano la spesa annua a famiglia a piu' di 3 mila euro. Nel particolare, appunto, a Lecco la spesa per la retta mensile, di 547 euro, e' 7 volte piu' cara rispetto a Catanzaro (70 euro), il triplo rispetto a Roma (146 euro) e piu' che doppia rispetto a Milano (232 euro). Marcate differenze anche all'interno di una stessa regione: in Veneto, la retta piu' cara, in vigore a Belluno (525 euro mese per il tempo pieno) supera di 316 euro la piu' economica registrata a Venezia.

Analogamente nel Lazio la retta che si paga a Viterbo (396 euro) supera di 250 euro la piu' economica registrata a Roma. E le differenze ci sono anche tra le realta' che hanno il tempo ridotto: al Sud, in Sicilia tra la retta di Caltanissetta (220 euro) e quella di Agrigento la differenza e' di 130 euro. L'analisi, svolta dall'Osservatorio prezzi & tariffe di Cittadinanzattiva ha considerato una famiglia tipo di tre persone  (genitori e figlio 0-3 anni) con reddito lordo annuo di 44.200 euro e relativo Isee di 19.900 euro. I dati sulle rette sono elaborati a partire da fonti ufficiali (anni scolastici 2010/11 e 2011/12) delle Amministrazioni comunali interessate all'indagine  (tutti i capoluoghi di provincia). Oggetto della ricerca sono state le rette applicate al servizio di asilo nido comunale per la frequenza a tempo pieno (in media, 9 ore al giorno) e, dove non presente, a tempo ridotto (in media, 6 ore al giorno), per cinque giorni a settimana.

TARIFFE IN CRESCITA. Nel 2011/12, ben 39 citta' hanno ritoccato all'insu' le rette di frequenza, e 6 capoluoghi registrano incrementi a due cifre: Bologna (+29,7%), Vibo Valentia (+29%), Perugia (+21,8%), Genova (+15,2%), Livorno (+13,9%), Sassari (+10%). In positivo, il dato nazionale della spesa media mensile e' rimasto invariato rispetto all'anno passato.

LISTE DI ATTESA. Dall'analisi di dati in possesso al ministero degli Interni e relativi al 2010, emerge che il numero degli asili nido comunali ammonta a 3.623 (+6% rispetto al 2009) con una disponibilita' di 141.618 posti (+3% rispetto al 2009). In media il 23,5% dei richiedenti rimane in lista d'attesa. Il poco edificante record va alla Calabria con il 39% di bimbi in lista di attesa, seguita da Campania (37%) e Sicilia (+36%).

IL COMMENTO DI ANTONIO GAUDIOSO, SEGRETARIO GENERALE DI CITTADINANZATTIVA: "Dall'indagine effettuata e' evidente che ancora oggi manca nel nostro Paese un sistema di servizi per l'infanzia equamente diffuso ed accessibile su tutto il territorio e adeguate agevolazioni fiscali a sostegno dei nuclei familiari con bambini piccoli. Le misure a favore di tali servizi rappresentano un investimento intergenerazionale che produce effetti nel lungo periodo e quindi di scarso 'appeal' per una classe politica poco lungimirante e concentrata sul consenso immediato. D'altro canto la riduzione delle risorse a disposizione degli enti locali e la rigidita' del patto di stabilita' non aiutano a far ripartire gli investimenti in tal senso anzi contribuiscono a tagliare sempre di piu' le risorse destinate alla spesa sociale. Di questo passo difficilmente riusciremo a colmare il gap nei confronti dell'Europa e centrare la copertura del servizio del 33% gia' prevista per il 2010".

LE 10 CITTÀ PIÙ CARE E QUELLE MENO CARE: Calabria la regione piu' economica (114 euro), Lombardia e Valle d'Aosta le piu' costose con oltre 400 euro di spesa media. Nella top ten delle 10 citta' piu' care, tra quelle che offrono il servizio a tempo pieno, si confermano, rispetto al 2010/11, Lecco, Belluno, Sondrio, Bergamo, Mantova, Cuneo, Lucca, Pisa e Udine. Nella graduatoria delle 10 citta' meno care, 2 prevalgono le realta' del Centro-Sud. In assoluto, la citta' piu' economica risulta Catanzaro, seguita da Vibo Valentia, Cagliari e Roma.

COPERTURA DEL SERVIZIO: La differenza tra il Nord e il Sud del Paese non si limita solo ai costi (le 10 citta' piu' care sono tutte del Nord), ma riguarda anche il numero di nidi sul territorio: sempre secondo gli ultimi dati del Ministero dell'Interno, aggiornati al 2010, la regione che emerge per il piu' elevato numero di nidi e' la Lombardia con 794 strutture pubbliche e poco piu' di 28.500 posti disponibili, seguita da Emilia Romagna (611 nidi e oltre 25.500 posti) e Toscana (437 nidi e oltre 15.000 posti), ultima il Molise con soli sei asili per 300 posti disponibili. A livello nazionale, a piu' di trent'anni dalla legge 1044/1971 che istitui' gli asili nido comunali, se ne contano 3.623 (a fronte dei 3.800 asili pubblici previsti gia' per il 1976), un numero insufficiente benche' in crescita rispetto ai 3.184 registrati nel 2007. Il servizio di asilo nido pubblico e' presente solo nel 18% dei comuni italiani; nel loro insieme il 60% e' concentrato nelle regioni settentrionali, il 27% al Centro e solo il restante 13% al Sud.

ITALIA VS EUROPA: Facendo un confronto tra i posti disponibili e la potenziale utenza (numero di bambini in eta' 0-3 anni) in media in Italia la copertura del servizio e' del 6,5% (percentuale che sale all'13,3% se consideriamo solo i capoluoghi di provincia) con un massimo del 15,2% in Emilia Romagna ed un minimo dell'1% scarso in Calabria e Campania. Questo dato conferma non solo quanto l'Italia sia lontana dall'obiettivo comunitario che fissa al 33% la copertura del servizio, ma anche dal resto dei Paesi europei: Danimarca, Svezia e Islanda si contraddistinguono per il piu' alto tasso di diffusione dei servizi per la prima infanzia (con una copertura del 50% dei bambini di eta' inferiore ai tre anni), seguiti da Finlandia, Paesi Bassi, Francia, Slovenia, Belgio, Regno Unito e Portogallo (con valori tra il 50% e il 25%). Percentuali comprese tra 25 e 10% si registrano, oltre che nel nostro Paese, in Lituania, Spagna, Irlanda, Austria, Ungheria e Germania. (DIRE)

© Copyright Redattore Sociale http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/46-studi-rapp...

19/11/2012

Arriva online il redditest Scopri se sei un evasore

Arriva online il redditest Scopri se sei un evasore

 

Il redditometro fai da te sarà disponibile dal 20 novembre

 

Dal 20 novembre sarà finalmente online il redditest, una sorta di applicazione per il computer che consentirà di verificare la corrispondenza fra il proprio tenore di vita e la dichiarazione dei redditi, praticamente un redditometro fai da te per scoprire se sei un evasore.

 

Il contribuente, via internet, potrà accedere al 'Redditest’, scaricare il software così che i dati inseriti non lascino traccia sul web, e inserire una serie di dati circa il proprio reddito e le proprie spese, dati ai quali il software attribuirà dei coefficienti che misurano la relazione tra le diverse voci e con altri elementi non conosciuti ma correlati con il reddito. Per esempio, il contribuente inserisce l'acquisto di una casa o di una macchina e il programma aggiunge in automatico le spese necessarie per una famiglia, dalla spesa all'abbigliameno calcolate in base all'Istat e ai componenti della famiglia stessa. Al termine di queste operazioni si accenderà una lucetta verde se il risultato sarà coerente oppure rossa se incoerente. 

 

http://www.liberoquotidiano.it/news/economia/1122523/Arriva-online-il-redditest---Scopri-se-sei-un-evasore--.html

17/11/2012

“AAA vendesi crediti di carbonio” la piccola Kyoto dei comuni ecologici

“AAA vendesi crediti di carbonio” la piccola Kyoto dei comuni ecologici

 

Veneto, messi all’asta per le aziende che vogliono compensare le loro emissioni   


ROMA — C’è un tesoro nascosto nei boschi italiani, ma non è fatto di monete d’oro sepolte sotto terra. Bensì dei crediti di carbonio che nascono dalla gestione sostenibile di alberi e piante. Una boccata d’ossigeno per l’ambiente, ma anche per le casse dei piccoli comuni che ora hanno deciso di sfruttarlo. Come? Mettendolo all’asta.
Hanno aperto la strada quattro amministrazioni venete, vendendo la propria ricchezza verde alle aziende locali, ma ora “Carbomark”, progetto delle regioni Veneto e Friuli Venezia-Giulia che ha messo a punto lo schema, sta studiando come applicarlo nelle province di Roma e Trento e in altre regioni: Piemonte e Lombardia.
«Vogliamo ampliare lo strumento per far sì che altre regioni, province o enti lo replichino, adattandolo alla propria realtà» spiega Giovanni Carraro, della Direzione foreste del Veneto.


Il meccanismo è semplice e ricalca quello dell’assorbimento forestale dell’anidride carbonica stabilito dal protocollo di Kyoto. Funziona così: quando un bosco è gestito in modo sostenibile, attraverso pratiche supplementari rispetto a quelle previste dalla legge, l’assorbimento di ogni tonnellata di CO2 genera un credito di carbonio. A questo punto “Carbomark” calcola la quantità di crediti che possono essere venduti.
Il Comune, a sua volta, si impegna alla gestione virtuosa per trent’anni e decide la quota da mandare all’incanto e il prezzo base. L’asta è aperta alle aziende del posto che desiderino compensare le proprie emissioni: vince, e versa subito i soldi nelle casse pubbliche, quella che presenta l’offerta più alta.


«È un’entrata in più, utile a valorizzare la nostra montagna e le risorse naturali, anche per promuovere il turismo», spiega Luca Ferazzoli, sindaco di Cismon del Grappa, comune vicentino di 974 abitanti situato tra la valle Valsugana e quella del Canale di Brenta. «In un momento di crisi come questo, far andare di pari passo lo sviluppo economico e la tutela dell’ambiente può essere una soluzione ». Lo scorso marzo Cismon ha messo in vendita cento tonnellate di crediti di carbonio provenienti dai 642 ettari di bosco comunale: prezzo base 30 euro per ogni tonnellata. Ad aggiudicarsi l’intero stock è stata Etra Spa, un’azienda che gestisce il servizio idrico e dei rifiuti e che ha offerto 40 euro a tonnellata, per un totale di 4mila euro. «L’idea è creare un mercato volontario dei crediti di carbonio, alternativo a quello regolamentato di Kyoto, ma sviluppato a livello locale», dice Antonio Brunori, dottore forestale e segretario generale Pefc Italia, ente che certifica la gestione forestale.


Oltre a Cismon hanno applicato la formula i comuni vicentini di Caltrano, che ha aggiudicato alla Zuccato Srl cinquanta tonnellate di crediti al prezzo complessivo di 1.500 euro, e di Lusiana, che ha dato alla Etra Spa, per 4mila euro, cento tonnellate di crediti. A Mel, invece, in provincia di Belluno, l’asta per 317 tonnellate di crediti è andata deserta. Una caduta che non scoraggia l’espansione. «I tempi sono lunghi perché è un modello nuovo e le aziende devono ancora coglierne le potenzialità », continua Carraro. «Ma stiamo perfezionando diverse idee: in Friuli, per esempio, lavoriamo sul boom dell’edilizia in legno, elaborando uno schema valido anche per le abitazioni: chi vieta a un privato che con la propria casa assorba 30-40 tonnellate di carbonio, di commerciare i crediti disponibili?».


C’è però un ostacolo ai margini di crescita del mercato: «L’Italia è l’unico Paese europeo a non avere un registro del mercato complessivo dei crediti di carbonio, che annoti le quote cedute o prodotte », spiega Brunori. «Il problema non riguarda “Carbomark”, perché loro per precauzione quando calcolano i crediti tolgono una quota del 25 per cento. Ma in tutti gli altri casi, ogni volta che vengono venduti dei crediti, c’è il rischio del doppio conteggio: cioè che vengano distribuiti quelli in realtà già dati via dallo Stato».

 

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/12-ambiente-territorio-e-beni-comuni/38315-aaa-vendesi-crediti-di-carbonio-la-piccola-kyoto-dei-comuni-ecologici-.html

Fonte: CRISTIANA SALVAGNI - la Repubblica |