14/03/2013

Gli italiani non sono più «formiche».Il risparmio ormai sotto quota 10%

Gli italiani non sono più «formiche».Il risparmio ormai sotto quota 10%

 

ROMA — Eravamo un popolo di risparmiatori, ma adesso anche questa antica certezza è stata spazzata via dalla più grave crisi economica del Dopoguerra. L'Italia era nel mondo tra i Paesi con la più alta propensione al risparmio. Sui banchi delle elementari imparavamo la favola di Esopo della formica e della cicala e facevamo a gara per aprire il libretto di risparmio con le mille, le 10 mila o le 50 mila lire regalate dal nonno. Ancora una ventina di anni fa le famiglie mettevamo da parte quasi un quarto del reddito, ma dal 2009, dice la Banca d'Italia, siamo scesi sotto la media europea, a meno del 10%. E meno male che le formiche italiane avevano accumulato un bel gruzzolo, comprando sopratutto la casa per sé e, spesso, per i figli. Adesso anche la ricchezza patrimoniale è a rischio.
La componente finanziaria è in discesa da un quinquennio e quella immobiliare comincia a mostrare i primi segni di cedimento, con la drastica diminuzione delle compravendite e il calo dei prezzi.


Come se non bastasse, la crisi ha accentuato la distanza tra ricchi e poveri e tra giovani ed anziani, confermano le indagini diffuse ieri dalla banca centrale. Evidentemente è mancata la capacità della politica, dei governi che si sono succeduti, di riequilibrare gli effetti sperequativi della crisi. E oggi i poveri sono più poveri di ieri mentre i ricchi sono più ricchi. Tutto ciò mina la coesione sociale e il potenziale di crescita dell'economia.
Ma più ancora dell'aumento del divario economico preoccupa la frattura generazionale. Il risparmio era proprio un modo per legare i vecchi e i giovani. Attraverso il risparmio dei primi si ponevano le basi per la ricchezza dei secondi. Ma ora il trasferimento dell'eredità si allontana, fortunatamente perché si vive più a lungo e sfortunatamente perché gli anziani sono spesso costretti a impiegare per se stessi la ricchezza patrimoniale accumulata e che magari pensavano di destinare interamente ai figli. In questo senso il dato sull'aumento dei giovani in affitto e in grave difficoltà economica non deve stupire.


È successo che la famiglia di origine, che tradizionalmente era un paracadute, al contrario può spesso trasformarsi in un problema. Basti pensare a quello che accade quando anche uno solo dei genitori diventa non autosufficiente: i risparmi si bruciano velocemente e non si sa dove sbattere la testa. Anche qui la politica e i governi non sono stati capaci di impedire questo peggioramento della situazione.


Se le cose stanno così, la politica e i governi che verranno dovrebbero semplicemente mettere al primo posto i poveri (la parola non deve scandalizzare) e i giovani, le donne senza lavoro e gli anziani non autosufficienti. Poi si può discutere su quali siano le ricette più giuste per riequilibrare i redditi e ricomporre la frattura generazionale. Se sia meglio liberare le energie del mercato ancora imbrigliate da un welfare che privilegia i maschi adulti col posto fisso (compresi tanti ex baby pensionati) oppure se sia il caso di una politica diversamente interventista, volta a correggere con decisione le storture provocate dal naturale evolversi delle dinamiche sociali ed economiche (dall'invecchiamento della popolazione alle bolle finanziarie). La discussione è aperta. Ma almeno su alcuni punti bisognerebbe essere d'accordo. È compito di chi governa assicurare ai giovani una scuola che funzioni e disegnare una legislazione del lavoro semplice, anzi semplicissima, che eviti la trappola della precarietà (non ci è riuscita la riforma Fornero e non si può andare avanti con decine e decine di forme contrattuali di accesso al lavoro). È ancora compito di chi governa evitare che la povertà tocchi anche chi lavora. Infine, chi diventa non autosufficiente e le famiglie colpite da questi problemi non possono essere lasciati indietro. Altrimenti non sarà solo il risparmio ad esaurirsi, ma anche ciò che tiene insieme una società.

 

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/18-lavoro-economia-a-finanza/42995-gli-italiani-non-sono-piu-lformicher-il-risparmio-ormai-sotto-quota-10-.html

Fonte: Enrico Marro - Corriere della Sera |

08/03/2013

L'Italia ha un tesoro nascosto. E' nel territorio protetto dall'Ue

L'Italia ha un tesoro nascosto.  E' nel territorio protetto dall'Ue

 

Oltre sei milioni di ettari, più di un quinto del nostro paese: utilizzandolo - tra gli altri benefici - si taglierebbero 2,2 milioni di tonnellate di CO2 (il 7% dell'obiettivo previsto dal protocollo di Kyoto) e si valorizzerebbe una superficie in grado di moltiplicare per 5 i campi biologici

 

L'ITALIA ha un tesoro nascosto. Utilizzandolo si taglierebbero 2,2 milioni di tonnellate di CO2 (il 7% dell'obiettivo previsto dal protocollo di Kyoto). Si valorizzerebbe una superficie in grado di moltiplicare per 5 i campi biologici. Si difenderebbe il paesaggio dando una mano al rilancio del turismo. Si proteggerebbero specie che rischiano di essere spazzate via dal pianeta. Si renderebbero i terreni più stabili riducendo la tassa che paghiamo a frane e alluvioni.

Peccato che il segreto sia ben nascosto. La Rete Natura 2000 è una definizione che sembra quasi un messaggio in codice. E invece è un bene comune custodito in nome dell'Unione europea che ha tracciato una mappa dei luoghi in cui ci sono colture tipiche da salvaguardare, specie minacciate, bellezza da tutelare. In Italia parliamo di oltre 6 milioni di ettari, più di un quinto del territorio nazionale.

"Può sembrare un discorso astratto, ma se ancora riusciamo a bere un grande vino come lo Sfursat è perché in Valtellina hanno mantenuto i terrazzamenti. E i terrazzamenti hanno difeso dalle frane i fianchi delle montagne. E la tenuta idrogeologica ha garantito il flusso corretto  delle acque. E tutto questo assieme ha reso il paesaggio gradevole per chi ci vive e per i turisti. Saper usare la Rete Natura 2000 vuol dire moltiplicare queste opportunità", ha spiegato Bernardo De Bernardinis, presidente di Ispra.

Per raggiungere l'obiettivo il Cts - assieme a Coldiretti, Ispra, Comunità Ambiente e Regione Lombardia

- ha lanciato Fa. re. na. it (Fare natura in Italia). Il progetto mira a far sapere a chi vive e lavora nelle aree protette dall'Europa che c'è la possibilità di creare attività economiche che tengano assieme il portafoglio e la difesa della natura. "Si tratta di riconoscere il valore ambientale ed economico dell'agricoltura sostenibile: i maggiori costi, che derivano ad esempio dal rimandare il momento dello sfalcio, devono essere compensati da vantaggi", precisa Stefano Di Marco, vicepresidente del Cts.

Più facile a dirsi che a farsi. La burocrazia, che sembra rafforzarsi a ogni promessa di riduzione, rende spesso le pratiche di rimborso talmente lunghe e costose che molti preferiscono rinunciare. E qualcuno rinuncia anche all'azienda agricola, abbandonando campi che ormai fanno parte del paesaggio e dell'equilibrio naturale. "Per questo dobbiamo utilizzare la nuova Pac, il piano europeo di aiuti, concentrando gli interventi di sostegno a vantaggio di chi fa realmente l'agricoltore", ricorda Toni De Amicis, di Coldiretti. "Se prevale l'interpretazione in base alla quale la regina d'Inghilterra, grande latifondista, è uno dei maggiori beneficiari delle politiche di sostegno pubblico sarà difficile far sopravvivere chi produce cibo ad alto valore aggiunto".

In Italia un ruolo importante spetterà alle Regioni, sottolinea Laura Pettiti, del ministero dell'Ambiente: saranno loro a dare concretezza alle nuove misure previste dalla Pac. Ma la capacità della Rete Natura di auto promuoversi giocherà un ruolo determinante.

 

http://www.repubblica.it/ambiente/2013/02/19/news/l_italia_ha_un_tesoro_nascosto_e_nel_territorio_protetto_dall_ue-52982778/

di ANTONIO CIANCIULLO

07/03/2013

La nostra vita in coda quelle 400 ore perdute tra poste, banche e Asl

La nostra vita in coda quelle 400 ore perdute tra poste, banche e Asl

 

In aumento i tempi d’attesa, servono a poco trucchi e tecnologie 

 
QUATTROCENTO ore ogni anno. Aspettando Godot. Sedici giorni persi, buttati via, consumati in coda tra noia e insofferenza davanti allo sportello dell’Asl o delle poste, al semaforo o in banca. Una vita in fila, sempre più spesso e sempre più a lungo. Questo raccontano gli ultimi dati Istat.

FOTOGRAFANO un Paese dove tra burocrazia e mancanza di personale, tra furbetti e maleducati impegnati a gabbare il vicino e superarlo, cresce anno dopo anno l’esercito di chi staziona davanti ai banconi con gli occhi fissi al numeretto.
È un’Italia in perenne attesa, dove nel migliore dei casi la metà dei cittadini aspetta ben più di venti minuti prima di riuscire a consegnare la pratica o parlare con l’addetto. Dove il Sud sta ancora una volta peggio del Nord, dove il record del disservizio alle poste è della Basilicata (l’84,2 % degli utenti ci mette quasi mezz’ora per ritirare la pensione) mentre la maglia nera delle code all’Asl tocca all’Abruzzo e all’anagrafe del Lazio il poco ambito primato di file più intense e frequenti.


Ed è proprio negli uffici, siano pubblici o banche, che finisce la metà delle ore espiate in coda, che si bruciano otto giorni l’anno di vita cercando di sbrigare burocrazie e speranze. Come gli illusi che nei giorni scorsi a Genova, cadendo nel bluff elettorale di Berlusconi, si sono messi in fila sperando di riavere i soldi dell’Imu.
Code a mo’ di gironi infernali che si riformano di continuo, che aumentano del 10% l’anno. Da un lato perché negli uffici è diminuito il personale mentre sempre più cittadini chiedono certificati, dall’altro perché luoghi come le poste sono diventati banche con moltiplicazione dei servizi, analizza Sante Orsini dell’Istat che ammette una certa ritrosia telematica degli italiani che li spinge ad uscire di casa invece che approfittare della Rete. Così ci ritroviamo sempre più incolonnati, nonostante le innovazioni tecnologiche, che permettono di fare la spesa o controllare il conto corrente via computer, ultima delle quali è Qurami, ovvero una crasi di coda, in inglese que, e curami. È un applicazione scaricabile sul telefonino che consente di prenotarsi negli uffici e sapere a distanza quanto manca al nostro turno,
cosi da organizzarsi il tempo. Un sistema già in funzione all’ufficio di collocamento e a breve anche alla Camera di commercio di Milano, rodato all’università Luiss della capitale, e in via di utilizzazione dalla Provincia di Roma e dal Comune di Firenze.


Le code paiono però impossibili da sconfiggere nonostante per l’85 degli italiani siano uno vero stress, e vengano vissute come spreco di tempo totale anche perché un solo utente su dieci inganna il tempo leggendo libri o giornali. Sembra esserci poco da fare: l’idea stessa di fila o rispetto delle precedenze pare essere estranea al Dna italico.
«Il 46 per cento degli italiani ammette di cercare di saltare la coda utilizzando trucchi, imbrogli che non migliorano certo la situazione». Marco Managò ha scritto “Gli Italiani il fila”, saggio sociologico elaborato intervistando centinaia di utenti. Italiani che, ammette, probabilmente si sono dipinti meglio di come si comportano, visto che quando elencano le motivazioni per cui esistono le code mettono solo al terzo posto con un misero 5 per cento il fatto che la gente sia indisciplinata, mentre puntano il dito sui «disservizi, sul fatto che siamo in troppi e che dietro alle code ci sarebbe la volontà di complicare le cose».


Burocrazia vista come nemica, certo, ma c’è diffidenza e solitudine dietro quell’ammasso di persone. «La gente ancora non si fida delle pratiche in Rete, preferisce andare a parlare con l’impiegato sperando di ottenere di più con la discussione e nell’attesa sfoga malumori con i vicini, condivide pezzi di vita in quello che diventa uno dei pochi spazi rimasti di vita sociale. Anche se per superare il vicino si è pronti ad ogni astuzia e maleducazione ». Tanto che persino sul web c’è una sorta di manuale per gabbare gli ingenui e gli onesti in coda, inventandosi malori improvvisi, auto in doppia fila anche se non si ha la patente e cosi via. Avanti il prossimo.

 

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/26-dritti-comumatori-a-utenti/42719-la-nostra-vita-in-coda-quelle-400-ore-perdute-tra-poste-banche-e-asl.html

Fonte: CATERINA PASOLINI, la Repubblica

05/03/2013

Un terzo degli under 18 a rischio povertà. L'Italia è tra le peggiori in Europa.

Un terzo degli under 18 a rischio povertà. L'Italia è tra le peggiori in Europa.

 

Il 32,3% dei minorenni italiani è a rischio, contro una media del 24,2% nel Vecchio continente. Per gli adulti italiani il dato scende al 28,4% e per gli over 65 passa al 24,2%. Pesano maggiormente il grado di istruzione dei genitori, più penalizzati i ragazzi che hanno almeno un genitore immigrato

 

MILANO - Un minorenne su tre in Italia - nel 2011 - è risultato a rischio "povertà o esclusione sociale". Il dato allarmante emerge dall'indagine dell'Eurostat condotta sulla popolazione dell'Unione europea, dalla quale si evince che a soffrire maggiormente di questa condizione sono i figli di genitori con un basso livello di formazione ed educazione.

A livello di Europa a 27 membri, i bambini sono la categoria più a rischio di povertà ed esclusione sociale rispetto alle altre (adulti tra 18 e 64 anni ed oltre 65enni). Nel 2011, il 27% dei minorenni era a rischio, contro il 24% degli adulti e il 21% degli anziani. I dati relativi all'Italia per tutte le categorie superiori alla media. Dominano appunto i minori con il 32,3% dei potenziali rischi, il 28,4% degli adulti e il 24,2% delle persone anziane. Nel complesso, il 28,2% della popolazione è a rischio povertà ed esclusione sociale contro una media continentale del 24,2%.

Nel 2011 le situazioni più preoccupanti per gli under 18 si sono registrate in Bulgaria (52%), Romania (49%), Lituania (44%), Ungheria (40%) e Irlanda (38%, dato relativo al 2010); quelle migliori si segnalano invece nel Nord Europa, con Svezia, Danimarca e Finlandia al 16%, seguite dalla Slovenia (17%), dai Paesi Bassi e dall'Austria rispettivamente al 18 e al 19%. Quanto ai Paesi più rappresentativi, la Germania le condizioni critiche riguardano il 19,9% dei ragazzi, in Francia il 23%.

Oltre al livello di istruzione dei genitori, un altro elemento discriminante è quello dell'essere figlio di migranti; quando almeno uno dei due genitori è straniero aumenta infatti il rischio di povertà. Questa riguarda infatti il 32% dei bambini con un genitore immigrato rispetto al 18% dei bambini che hanno entrambi i genitori nativi del Paese di residenza. La tendenza riguarda in linea di massima tutti i Paesi dell'Europa, le disuguaglianze minori si trovano invece in Repubblica Ceca.

 

http://www.repubblica.it/economia/2013/02/26/news/un_terzo_degli_under_18_a_rischio_povert_l_italia_tra_le_peggiori_in_europa-53479170/

04/03/2013

Statali, arriva il blocco degli stipendi: "Nessun aumento fino al 2014".

Statali, arriva il blocco degli stipendi: "Nessun aumento fino al 2014".

 

Un decreto ministeriale fa scattare le previsioni della legge sulla "spending review": sospesi gli effetti dei contratti e congelate le retribuzioni per tre milioni di dipendenti pubblici. Per il settore della scuola c'è anche lo stop agli scatti di anzianità per il 2013. Protesta unanime dei sindacati.

 

ROMA - Stipendi congelati fino al 2014 per gli oltre 3 milioni di dipendenti pubblici. La disposizione era stata prevista nell'ambito del decreto sulla 'spending review', ma adesso a stabilirla è un decreto ministeriale (Economia e Funzione pubblica) che sarà discusso al prossimo consiglio dei ministri, in programma la prossima settimana.

Il testo è stato anticipato da alcune agenzie. "Non si dà luogo - si legge nel provvedimento - , senza possibilità di recupero, alle procedure contrattuali e negoziali ricadenti negli anni 2013-2014 del personale dipendente dalle amministrazioni pubbliche". Oltre dunque alla sospensione delle previsioni contrattuali, per il personale, "non si dà luogo, senza possibilità di recupero, al riconoscimento degli incrementi contrattuali eventualmente previsti a decorrere dall'anno 2011".

Nel decreto vengono fissate anche le modalità di calcolo relative all'indennità di vacanza contrattuale per gli anni 2015-2017 e ulteriori misure di risparmio, razionalizzazione e qualificazione della spesa delle amministrazioni centrali. "Non si dà luogo, - si legge nel testo - , senza possibilità di recupero, al riconoscimento dell'indennità di vacanza contrattuale per gli anni 2013 e 2014. Con riferimento al triennio contrattuale 2015-2017 l'indennità di vacanza contrattuale, calcolata secondo le modalità e i parametri individuati dai protocolli e dalla normativa vigenti in materia, è corrisposta a decorrere dal 2015".

Il decreto ministeriale prevede anche il blocco degli scatti di anzianità per il 2013 per i lavoratori della scuola (personale docente, amministrativo, tecnico e ausiliario). Il provvedimento proroga infatti per l'anno in corso le disposizioni contenute nel decreto 78 del 2010 secondo cui "per il personale docente, amministrativo, tecnico ed ausiliario della scuola gli anni 2010, 2011, 2012 non sono utili ai fini della maturazione delle posizioni stipendiali e dei relativi incrementi economici previsti" dai contratti in vigore.

La reazione dei sindacati - Per la Cisl l'ulteriore blocco stipendi pubblici è inaccettabile: "Un'altra proroga al blocco dei contratti pubblici sarebbe inaccettabile" hanno detto i segretari generali di Funzione pubblica e Scuola della Cisl, Giovanni Faverin e Francesco Scrima: le retribuzioni sono già ferme dal 2010, dicono i due esponenti sindacali, "mentre la spesa pubblica continua a crescere". Sarebbe "un atto sbagliato che colpirebbe il bersaglio sbagliato", sostengono, e i lavoratori pubblici "hanno diritto a un rinnovo di contratto così come il privato". La Cisl sottolinea, inoltre, che "tre anni di blocco sono già un tempo intollerabile, che pesa come un macigno sui bilanci di famiglie colpite dalla crisi".

Anche la segretaria generale dell'Fp-Cgil, Rossana Dettori, chiede che il ministero smentisca le indiscrezioni sul decreto: "Sarebbe davvero inopportuno un decreto approvato dal governo Monti a urne chiuse, una forzatura ai danni dei lavoratori delle pubbliche amministrazioni. Non credo che l'esecutivo uscente possa permettersi di prendere scelte politiche così importanti proprio in questi giorni". Il segretario generale della Flc Cgil, Mimmo Pantaleo, parla di "questione democratica", perché "un atto di tale rilevanza" dovrebbe essere discusso con le organizzazioni sindacali. Nei settori della conoscenza, aggiunge Pantaleo, le condizioni di lavoro "peggiorano quotidianamente, diminuisce il potere d'acquisto dei salari e sono drammatiche le conseguenze dei tagli. Per queste ragioni occorre" rinnnovare i contratti nazionali e tornare "a investire su scuola, università, ricerca e afam. Ma tutto questo non può essere affrontato da un governo in scadenza e senza più alcuna credibilità" conclude il sindacalista.

"Inaccettabile" giudica l'ipotesi di blocco delle retribuzioni e dei contratti fino al 2014 anche il segretario generale della Uil Scuola, Massimo Di Menna. "Le basse retribuzioni degli insegnanti e del personale della scuola - afferma - sono una delle questioni da affrontare con il nuovo governo". Secondo la Uil Scuola è "da 4 a 10 mila euro in meno il divario, rispetto alla media tra lo stipendio di un insegnante italiano, a inizio e a fine carriera, e i suoi colleghi degli altri paesi dell'Unione europea".

"Se confermato - dichiara infine il segretario nazionale dell'Ugl Funzione pubblica, Francesco Prudenzano - , un ulteriore blocco dei contratti, delle retribuzioni e dell'indennità di vacanza contrattuale rappresenterebbe l'ennesimo duro colpo inferto alla categoria. Tutto ciò è impensabile. I dipendenti pubblici vedranno diminuire il loro potere di acquisto, e saranno assieme alle loro famiglie sempre più vicino alla soglia di povertà".

 

http://www.repubblica.it/economia/2013/02/28/news/stipendi_blocco-53604005/

03/03/2013

2013, anno zero del Welfare: una speranza, il Servizio Civile .

2013, anno zero del Welfare: una speranza, il Servizio Civile .

 

Quello appena passato è stato, come già abbiamo riportato sul nostro portale, un anno nero per il terzo settore: le riduzioni e il blocco degli stanziamenti, sono state pesantemente sentite in tutti i campi, segnatamente quello del welfare.

 

La definizione più pregnante è stata fornita dal segretario generale dello Spi-Cgil Carla Cantone, la quale ha parlato di “anno zero del welfare pubblico”, con decisioni che rischiano di abbandonare al proprio destino le fasce più deboli della popolazione.

 

Pesanti tagli erano già stati disposti dal governo Berlusconi, che tra il 2008 e il 2011 aveva fatto registrare riduzioni record della spesa pubblica per i fondi sociali con tagli in alcuni casi oltre il 90%, come ad esempio l’eliminazione totale del Fondo per la non autosufficienza (che nel 2010 poteva disporre di 400 milione di Euro!).

Per chi sperava in un radicale cambiamento con l’avvento del governo tecnico, le delusioni non si sono fatte attendere: i finanziamenti ai Fondi hanno continuato la tendenza degli ultimi 5 anni scendendo anche nel 2012.

Il Fondo per la non autosufficienza, infatti, non è stato ricostituito e, in totale, il Fondo per le politiche della famiglia ha subito una riduzione del 91%, quello delle politiche giovanili dell’82% e la principale fonte di finanziamento statale per gli interventi di assistenza a persone e famiglie - il Fondo per le politiche sociali – è stato ridotto al 18% del valore originario ( da 923,3 mln di euro a 69,95 mln).

 

Possiamo affermare che nell’ultimo lustro nessun governo ha amato il sociale: sia per i politici che per i tecnici esso ha rappresentato solo una voce di spesa, un fondo da ridurre per fare contenta l’Europa che incalzava il nostro paese sul debito pubblico.

In modo miope e poco lungimirante il terzo settore è stato smembrato e con esso sono state dilaniate e attaccate le vite dei lavoratori, delle persone bisognose e dei tanti volontari che quotidianamente dedicano il loro tempo al prossimo.

Continuando nell’analisi vediamo che, solo nel 2012, la spesa dei Comuni per il sociale è scesa del 3,6%, se si parla di welfare in senso stretto, mentre si sfiora in media il 7% (l’11 in alcune zone del Mezzogiorno) se si parla di servizi in senso più ampio (servizi sociali, istruzione, sport e tempo libero). Tempi durissimi per gli enti locali. Benché la tassazione a disposizione dei Comuni sia aumentata nel complesso - negli ultimi cinque anni del 6,7%- la questione dei finanziamenti statali ha assunto risvolti grotteschi quando nel luglio 2012 il governo ha proposto, a fronte di una domanda da parte delle regioni di 1,5 miliardi di Euro, poco meno di 11 milioni per le politiche sociali: le reazioni non si sono fatte attendere e nella legge di stabilità sono stati inseriti, in tutta fretta, 600 milioni tra Fondo per le politiche sociali e Fondo di non autosufficienza per cercare di “rammendare” le voragini create.

 

Per ottenere tale risultato, e l’attenzione del governo tecnico, le associazioni del Terzo Settore e gli Enti locali hanno fatto sentire pesantemente la loro voce con appelli e iniziative, tra i quali la manifestazione di ottobre di “Cresce il welfare, cresce l’Italia”, che grazie allo sforzo congiunto di oltre 40 organizzazioni ha visto una grande partecipazione di addetti ai lavori e non.

A rigor di cronaca, non sono mancate iniziative di successo: la crisi ha portato certamente ad un migliorato senso di lungimiranza e, in alcuni casi, alla più attenta valutazione delle scelte possibili.

Merita citazione il Piano Sociale per il Sud, dedicato a Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, istituito grazie a uno stanziamento di 2,3 mld di euro, grazie – finalmente - ad una efficace riprogrammazione di fondi comunitari, destinati in particolare ai servizi di cura, per bambini e anziani – e a nuove proposte, come la sperimentazione di una rinnovata social card e la definizione di un Piano per la non autosufficienza.

 

Tuttavia, tutto il welfare italico ha bisogno di una riforma più consistente e lungimirante, e soprattutto dell’attenzione del mondo politico verso i bisogni delle associazioni NP e verso le necessità degli enti locali e dei cittadini, presenti e futuri.

I tagli effettuati negli ultimi cinque anni – pari al 75% degli stanziamenti originari - e in generale la situazione di sfiducia che si riscontra nella società civile nei confronti della politica hanno portato le associazioni ad interrogarsi su come di educare i giovani cittadini alla partecipazione e alla vita della loro comunità. In questo senso, molte di esse si sono schierate in difesa del Servizio Civile, divenuto, oggi più che mai, un’opportunità di aiutare chi ne avesse bisogno e di essere contemporaneamente introdotti nel mondo del lavoro, e nel mondo dell’associazionismo, spesso di matrice volontaria.

 

“L’educazione dei giovani alla cittadinanza attiva e realmente partecipe” è uno degli obiettivi principali del Servizio Civile secondo Pietro Barbieri, Portavoce del Forum del Terzo Settore, che vede nella capacità della comunità di educare i propri membri la via per scongiurare, o superare, le crisi della democrazia elettiva come quella che stiamo vivendo.

La visione del Servizio Civile come “laboratorio educativo” per i nuovi cittadini è proposta dal neoeletto presidente delle Acli Gianni Bottalico, che ne sottolinea l’importanza nella creazione di uno spirito di comunità più forte e in grado di accogliere.

La difesa del Servizio Civile Nazionale non è solo un’iniziativa educativa per i giovani, ma è anche uno strumento per confermare la linea pacifista e di impegno per il bene del Paese che la Repubblica ha cominciato con l’articolo 3 e continuato con l’istituzione dell’obiezione di coscienza, dal 2001 Servizio Civile. Questo è il pensiero di Primo di Blasio, della Conferenza Nazionale Enti Servizio Civile, associazione che dal 1988 raccoglie molti dei maggiori enti che si sono impegnati prima per l’attuabilità dell’obiezione di coscienza e poi per la promozione del servizio civile.

Del Cnesc fa parte anche la Caritas Italiana, che ribadisce attraverso Diego Cipriani l’importanza del servizio civile come “strumento di giustizia e di pace, luogo di incontro e di testimonianza con i giovani”.

 

Infine, ultime ma non ultime, vanno ricordate le 51 organizzazioni che hanno aderito alla campagna Sbilanciamoci!, tra le quali Caritas, Arci ed Emergency, che sostengono dal 1999 l’importanza del servizio civile nazionale come parte di un progetto di sviluppo della società, guidato da principi di solidarietà, eguaglianza, sostenibilità e pace. Il servizio civile rovescia “le priorità economiche e sociali, per rimettere al centro i diritti delle persone” (Grazia Niletto, collaboratrice di Sbilanciamoci!) ed educa i giovani alla volontà di migliorare se stessi, la società e l’ambiente entro il quale vivono. Esattamente ciò di cui la nostra nazione ha bisogno.

Fabio Pizzi

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/20-welfare-a-politiche-sociali/42469-2013-anno-zero-del-welfare-una-speranza-il-servizio-civile-.html

Fonte: Fabio Pizzi, Unimondo.org

02/03/2013

Ecomafie senza freni in Italia: un'inchiesta ogni quattro giorni

Ecomafie senza freni in Italia: un'inchiesta ogni quattro giorni

 

Inquietano i numeri della ricerca promossa da Legambiente e il Consorzio Polieco sui flussi illeciti di merci e rifiuti tra l'Italia, l'Europa e il resto del mondo: in due anni 297 tra arresti e denunce, 35 aziende sequestrate, beni per 560 milioni

 

ROMA - Negli ultimi due anni la dark economy, l'economia illegale con una forte propensione alla devastazione ambientale, ha accelerato il passo. Lo prova la ricerca presentata da Legambiente e Consorzio Polieco sui flussi illeciti di merci e rifiuti tra l'Italia, l'Europa e il resto del mondo: più di un'inchiesta ogni 4 giorni, con 297 persone arrestate e denunciate, 35 aziende sequestrate e un valore di 560 milioni di euro finito nelle mani degli inquirenti.

LE TABELLE

 "Delle 163 inchieste censite", ha sintetizzato Antonio Pergolizzi, coordinatore dell'Osservatorio ambiente e legalità di Legambiente, "il 68% interessa merci contraffatte e specie protette, il 23% traffici illeciti di rifiuti, il 9% frodi agroalimentari. I traffici si sono mossi prevalentemente sulle cosiddette autostrade del mare, soprattutto per i grossi carichi e le lunghe distanze: è qui, secondo la Commissione europea, che si muove l'81% dei business illegali mondiali".

La classifica dei porti italiani coinvolti da attività illecite è guidata da Ancona, seguita da Bari, Civitavecchia, Venezia, Napoli, Taranto, Gioia Tauro, La Spezia e Salerno. Il paese che più spesso emerge dalle inchieste è la Cina. Al secondo posto figura la Grecia, seguita dall'Albania, dall'area del Nord Africa, da quella del Medio Oriente e dalla Turchia.

Non si tratta solo di contrabbando e di evasione fiscale. C'è un'economia parallela globale che cresce e si rafforza perché bara: ignora le norme a difesa dell'ambiente e della salute sia al momento della produzione (usando materie prime contaminate che finiscono poi a contatto della pelle o vengono ingerite) che al momento dello smaltimento dei rifiuti (eludendo le leggi a protezione delle falde idriche, della fertilità dei terreni, della sicurezza dei cibi).

In questo modo si mettono in circolazione merci che costano meno perché sono state realizzate ignorando le norme a difesa dell'ambiente, della salute di chi le ha prodotte e  -  spesso  -  della salute di chi li usa. Merci che trovano canali di accoglienza grazie alla sinergia con le ecomafie e a un diffuso sistema di corruzione.

Per sconfiggere l'economia illegale  -  come hanno ricordato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza e il presidente  di PolieCo Enrico Bobbio, occorre dunque esercitare una doppia pressione. Da una parte tagliare i canali di finanziamento delle ecomafie. Dall'altra favorire non solo la raccolta differenziata ma l'effettivo riuso delle materie recuperate.

Per alimentare un ciclo virtuoso dell'economia basato sulla trasparenza, sull'efficienza, sul recupero delle materie prime e sulle fonti rinnovabili utilizzate al meglio ci vuole più attenzione da parte del Parlamento che sta per essere eletto. Di qui le proposte lanciate da Legambiente e Polieco che vanno dal rafforzamento delle sanzioni per la tutela dell'ambiente (attraverso l'introduzione nel Codice penale di delitti come l'inquinamento e il disastro ambientale) a una norma che preveda etichette più chiare sull'origine dei prodotti.

Accanto a queste proposte sono suggeriti altri interventi legislativi: dalla legge contro il consumo di suolo alle battaglia contro la corruzione con le richieste contenute nella campagna lanciata da Libera e dal Gruppo Abele "Riparte il futuro", che ha raccolto già più di
100 mila firme online e l'adesione di 750 candidati al Parlamento.

 

http://www.repubblica.it/ambiente/2013/02/12/news/ecomafie_legambiente-52462620/

 

di ANTONIO CIANCIULLO

24/02/2013

Pavia, la città silenziosa e segreta in prima linea nella ricerca

Pavia, la città silenziosa e segreta in prima linea nella ricerca

 

L'università, per intelligenza e acutezza negli studi, è degna del pensiero di Agostino e Boezio: rende il gioiello lombardo un centro d'eccellenza

 

 

Pavia è una città segreta e silenziosa. Basta attraversare il Ticino sul ponte coperto, per intenderlo. Una galleria sospesa sull'acqua che si attraversa in perfetta solitudine, in un rapporto prestabilito d'incomunicabilità con chiunque altro s'incroci sul ponte, attraversato da una nebbia sottile.

Sul ponte di Pavia, dalla realtà si passa a una dimensione metafisica.

Difficile sfuggire alla suggestione che in uno dei suoi più importanti monumenti, la Chiesa di San Pietro in Ciel d'Oro, a fianco del trascurato re longobardo Liutprando, Rex Langobardorum («litterarum quidem ignarus»), Rex totius Italiae, dal 712 al 744, sovrano illuminato e ignorante, come lo descrive Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum, sono sepolti Severino Boezio e Sant'Agostino.

 

È lo storico Paolo Diacono a farcene capire la lungimiranza e la magnanimità: «Fu uomo di molta saggezza, accorto nel consiglio, di grande pietà e amante della pace, eppur fortissimo in guerra, clemente verso i colpevoli, casto, virtuoso, instancabile nella preghiera, largo nell'elemosina, ignaro sì di lettere, ma degno di essere paragonato ai filosofi, padre della Nazione, legislatore innovativo». A lui si devono la protezione e le garanzie per la chiesa cattolica, assicurando l'inviolabilità alle chiese. E ancora tali appaiono le basiliche di Pavia. Integre. Protettive. Liutprando si voleva re cattolico e chiamava i longobardi popolo cattolico, per questo, a Pavia fondò il monastero di San Pietro in Ciel d'Oro, e lì volle comporre le reliquie di Sant'Agostino. Così, in un solo luogo, si concentra un culto della ragione prima che della fede, nella memoria viva del pensiero di Agostino. Non gli poteva essere più consono e più solitario compagno di Severino Boezio, la cui anima, prima che il corpo sta, poco lontano, nella cripta della stessa Basilica. Dante lo pone in Paradiso, nel centro del Sole, tra gli spiriti sapienti. L'anima di Boezio sta nel cielo del sole e, omologamente, il suo corpo sta in Ciel d'Oro nella Chiesa di San Pietro.

 

Come San Pietro in Ciel d'Oro, altre chiese romaniche hanno purissime forme. Che non si sono conservate nelle coeve architetture di altre città padane: a Modena, a Parma, a Ferrara. Fra tutte San Michele, costruita in un'arenaria dolce che resiste nella incontaminata struttura, con le piccole finestre sulla facciata senza il rosone vorace di luce, pur mostrando la pelle malata. Ancora le chiese di San Teodoro e San Lanfranco si aggiungono all'itinerario romanico di Pavia. Ma anche nel Rinascimento Pavia è capitale. Proprio nel convento di San Lanfranco, nel chiostro e nell'arca del Santo, lavora Giovanni Antonio Amadeo, il più importante architetto e scultore del Rinascimento lombardo che abbiamo trovato nella Cappella Colleoni di Bergamo e che ritroveremo nella Certosa di Pavia. Temperamento lirico, nei bassorilievi dell'arca, Amadeo racconta la vita del santo come in un sogno, edulcorando ogni particolare realistico per naturale estraneità a una visione drammatica.

 

Lo ritroviamo in città nell'architettura della Chiesa di Santa Maria Canepanuova: l'alto tiburio accentua la pianta centrale e inonda lo spazio di luce, in continuità con la visione di Bramante espressa in Santa Maria delle Grazie a Milano. A Santa Maria Canepanuova chiedono una sosta anche i dipinti teatrali e melodrammatici di Alessandro Tiarini, pittore bolognese di forte chiaroscuro, e fino a qualche anno fa, le opere padre di Costantino, un artista rifugiato sotto i tetti della soffitta della Chiesa, a disegnare, in un astratto delirio, le vetrate per edifici ecclesiastici. In una convinta fede che egli voleva conciliare con la parola d'ordine delle avanguardie. Dogma con dogma: «Il faut être absolument moderne». Fra libri, carte, disegni, cartoni trovavi questo frate innamorato di Dio e di Mondrian, devoto alla Madonna e a Sonia Delaunay, pronto a raccontarti la sintesi di misticismo e astrazione. Dialoghi perduti, nelle nebbie di Pavia. D'altra parte questa bella città universitaria, lenta e addormentata solo all'apparenza, è ben sveglia nello stimolo dell'intelligenza attraverso la tradizione della sua università con la competizione degli istituti: l'Almo Collegio Borromeo, il Collegio Ghislieri, il Collegio Cairoli. A Pavia una grande studiosa come Maria Corti ha fatto scuola e ha raccolto gli archivi dei più notevoli scrittori del Novecento.

 

Intelligenza e meditazione hanno reso l'Università di Pavia degna del pensiero verticale di Agostino e Severino Boezio per l'acutezza degli studi e della ricerca. Come Ferrara e Mantova anche Pavia è memorabile per il suo castello, il castello Malaspina, variamente utilizzato ma fortunatamente non restaurato da un architetto alla moda. Il castello ospita un museo archeologico con importanti sezioni longobarde e medievali, in uno dei più riusciti e semplici allestimenti del secondo Dopoguerra, anche se men celebrato di quelli di Carlo Scarpa al museo di Castelvecchio a Verona e in Palazzo Abatellis a Palermo, e dei Bbpr nel Castello Sforzesco di Milano.

 

A Pavia agisce un architetto dimenticato e sensibilissimo: Bruno Ravasi. Che non si concede gesti distintivi, ma semplicemente accompagna con i materiali e con le tinte su basamenti di materiale povero, con uso misurato del cocciopesto, reperti di pietra, di marmo o di terracotta, portali, bassorilievi, sculture, capitelli, che non hanno più l'aspetto di oggetti archeologici esposti come feriti in un ospedale con chirurgica evidenza, ma sembrano ritrovare un'anima se non una funzione, accompagnati dalla pietas di chi ce li ripropone con infinita delicatezza. Tanto sobrio e misurato è questo intervento che non ha fatto né storia né scuola, ma ci chiama affettuosamente quando, entrati nella vasta corte del castello, ci aggiriamo per le sale di questo museo domestico: una lezione di umiltà e misura che gli architetti hanno dimenticato. Al piano superiore è accolta la pinacoteca Malaspina dove ci attendono dipinti di Giovanni Bellini, di Gentile da Fabbriano, del Cerano e perfino di Antonello.

 

La raccolta merita una visita per uno dei capolavori della pittura del Rinascimento in Lombardia, la pala Bottigella di Vincenzo Foppa. Compagna e sorella delle corrispondenti pale di Andrea Mantegna, di Giovanni Bellini e dei maestri ferraresi, la pala del Foppa è la prima interpretazione notturna della Sacra conversazione. La volta sotto la quale stanno i santi in preghiera davanti alla madonna con il bambino, accompagnando la convinta devozione di Giovanni Matteo Bottigella e della moglie Bianca Visconti, è stellata; ancor più splende perché la partitura architettonica, in prospettiva, è policroma e dorata.

 

Il fondo blu scuro è una intuizione senza precedenti che favorisce l'intimità del gruppo raccolto nel consueto rito. Misticismo, gravità, compostezza caratterizzano l'attitudine dei santi in preghiera, in una luce irreale nonostante le aperture laterali che mostrano il cielo nuvoloso. Ma la presenza dei due committenti, con la forza della verità dei loro volti, trasferisce la dimensione sacra in una inedita realtà, in un hic et nunc che non finisce di essere presente per un'attitudine irriducibilmente realistica. Con questo capolavoro Foppa entra in dialogo diretto con il Mantegna della Camera degli Sposi.

http://www.ilgiornale.it/news/interni/citt-silenziosa-e-segreta-linea-nella-ricerca-885306.html

Vittorio Sgarbi -

Rischio idrogeologico: l’Italia è una frana!

Rischio idrogeologico: l’Italia è una frana!

 

L’Italia è un Paese ad elevato rischio idrogeologico, ma le contromisure tardano ad arrivare. Queste sono state le premesse della Conferenza nazionale dal titolo “Prevenzione e mitigazione del rischio. Le priorità per il governo del Paese” (.pdf) voluta da una cordata di numerose associazioni, sindaci, ordini professionali, tecnici ed esperti, che si è svolta mercoledì 6 febbraio 2013 nella sede romana della Coldiretti per cercare di accendere l’attenzione della campagna elettorale sul tema del rischio idrogeologico ed avviare insieme alle forze politiche del nuovo Parlamento un lavoro serio che vada oltre la logica dell’emergenza.

 

Sì, perché è difficile parlare ancora di ”emergenza” quando le allerte meteo scattano ormai sistematicamente ogni autunno, a causa della mancanza di un’adeguata politica di prevenzione e di governo del territorio. Gli ultimi anni hanno evidenziato in modo inequivocabile che le conseguenze dei cambiamenti climatici su un territorio come quello italiano costituiscono un elemento da cui non si può più prescindere.

 La novità dei fenomeni meteorologici sempre più intensi, concentrati in poche ore e su aree circoscritte, con alluvioni e danni anche in aree non eccessivamente antropizzate, dimostrano la necessità di valutare e considerare i loro effetti per pianificare e programmare le politiche territoriali nei prossimi anni con non solo un grande intervento di prevenzione su scala nazionale, ma anche attraverso l’informazione e la formazione della popolazione che deve essere pronta ad affrontare gli eventi calamitosi. “Dobbiamo lavorare, insomma, anche per affermare una nuova cultura del rischio che renda le persone capaci di evitare comportamenti pericolosi di fronte a fenomeni naturali purtroppo non più eccezionali, ma intensificati, ormai con evidenza, dagli effetti dei cambiamenti del clima” ha precisato il Wwf.

 

Sono di fatto ben 6.633 i comuni italiani in cui sono presenti aree a rischio idrogeologico, l’82% del totale secondo i dati portati dal comitato promotore (Legambiente, Anci, Consiglio nazionale dei geologi, Consiglio nazionali architetti, Consiglio nazionale dei dottori agronomi e forestali, Inu, Coldiretti, Anbi, Wwf, Tci, Slow Food Italia, Cirf, Aipin, Sigea, Aiab, Tavolo nazionale dei contratti di fiume, Ag21 Italy, Federparchi e Gruppo 183). “Una fragilità - ha spiegato Legambiente - che risulta particolarmente elevata in regioni come Calabria, Molise, Basilicata, Umbria, Valle d’Aosta e nella Provincia di Trento, dove il 100% dei comuni è classificato a rischio, subito seguite da Marche e Liguria (col 99% dei comuni a rischio) e da Lazio e Toscana (col 98%)”. La dimensione del rischio è quindi oggi strutturale e preoccupante in tutto il Belpaese, con una superficie delle aree ad alta criticità geologica che si estende per 29.517 Kmq, circa il 9,8% del territorio nazionale e coinvolge oltre 5 milioni di cittadini che si trovano ogni giorno in zone esposte al pericolo di frane e alluvioni.

 

Alla luce di questi numeri l’obiettivo dell’appuntamento romano è stato, quindi, quello di rimettere la politica del territorio in “agenda” sottoponendo le migliori proposte contro il dissesto idrogeologico ai candidati alle prossime elezioni, per poter riprogettare fin dall’inizio della prossima legislatura un’azione concreta per la mitigazione del rischio, la prevenzione e l’avvio di un’efficace azione di “rinaturazione” diffusa. Per Federico Oliva, presidente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica (Inu): “la giornata di confronto è stata utile per definire come le migliori proposte devono poi entrare in concrete azioni di pianificazione. In particolare urge una legge nazionale sui principi del governo del territorio, a proposito della quale il Parlamento è inadempiente dal 2001, una legge indispensabile per orientare adeguate politiche nazionali, per coordinare l’attività legislativa delle Regioni, per costruire un modello di piano più efficace e semplificato, fondato su conoscenze scientifiche e scelte conseguenti non negoziabili dalla politica e di piena responsabilità dei tecnici” ha concluso Oliva.

 

Per gli organizzatori della partecipata conferenza l’attuazione di una più attenta azione nazionale di difesa del suolo che rilanci, come previsto dalle direttive europee, “il bacino idrografico come elemento base per un adeguato governo del territorio”, non solo produrrà un beneficio in termini di sicurezza, ma “servirà come rilancio occupazionale ed economico dei territori”. Infatti, per attivare questi programmi è necessario un supporto tecnico qualificato e diffuso localmente, prevedendo la possibilità di attivare l’intervento anche di addetti del settore agricolo e forestale con la possibilità di creare nuova occupazione.

 “Un buon piano strategico per la mitigazione del rischio idrogeologico rappresenta un grande volano per sviluppare la green economy, l’innovazione tecnologica, nuove politiche di gestione del suolo e delle foreste che darebbero un contributo sostanziale alla riduzione delle emissioni di CO2 e allo sviluppo delle aree interne, a vantaggio del riequilibrio territoriale del paese” hanno assicurato gli organizzatori.

 

“Il debito pubblico e lo spread non possono più rappresentare le motivazioni per non intervenire in questo settore, per il quale è necessario trovare meccanismi finanziari adeguati” ha spiegato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza. “È ora che la campagna elettorale affronti il tema delle grandi emergenze del paese, che non sono purtroppo riducibili solo alla pressione fiscale, al debito e allo spread”. L’elevata frequenza di questi fenomeni e un territorio sempre più vulnerabile causano, infatti, ogni anno ingentissimi danni in termini ambientali ed economici (senza contare quello inestimabile in vite umane). “Solo per far fronte alle spese per le emergenze causate dagli eventi avvenuti nel triennio 2009-2012, abbiamo speso oltre 1 milione di euro al giorno, per un totale di circa 1 miliardo, ma i danni contabilizzati sono il triplo delle risorse stanziate” ha concluso Dezza. Mentre un’analisi degli interventi attuati e finanziati fino ad oggi elaborata da Legambiente rivela “che negli ultimi 10 anni solo 2 miliardi di euro sono stati effettivamente erogati per attuare gli interventi di prevenzione disposti dai Piani di assetto idrogeologico per uno stanziamento totale di 4,5 miliardi di euro”.

 

Cosa aspettiamo? Le forze politiche sono avvisate, l’Italia è oggi una frana: è il momento che finisca l’emergenza ed inizi la prevenzione attraverso un nuovo “Green Deal” che rintracci le risorse necessarie e semplifichi la giungla di piani territoriali. “Nelle ultime due settimane di campagna elettorale ci attendiamo parole chiare e pubbliche sull’ambiente quale chiave di volta delle scelte economiche e sociali del futuro”.

 

Alessandro Graziadei

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/12-ambiente-territorio-e-beni-comuni/42367-rischio-idrogeologico-litalia-e-una-frana-.html

Fonte: Alessandro Graziadei, Unimondo.org |

21/02/2013

Edilizia, la «collera» delle imprese invade Piazza Affari (con i caschi)

Edilizia, la «collera» delle imprese invade Piazza Affari (con i caschi)

 

«Persi 360 mila posti». Il Cerved: 12 mila fallimenti, è record

 

L'hanno chiamata «Giornata della collera», e il nome dice già tutto. Nove mila caschetti gialli a punteggiare Piazza Affari a Milano, nove mila come i posti persi dall'edilizia nel 2012 solo in città, 360 mila in tutta Italia. E poi, nell'ex parterre della Borsa, 20 associazioni del comparto con la «volontà di fermare un inarrestabile declino e rilanciare un settore fondamentale per la tenuta sociale ed economica dell'intero Paese». È proprio qui che arriva la telefonata di Giorgio Squinzi: «Questo è il giorno in cui le imprese fanno sentire il loro stato d'animo — dice il presidente di Confindustria — che non può essere più benevolo. Non servono annunci e promesse, chiediamo interventi concreti e coraggiosi da parte della politica per uscire dalla crisi».


Anche perché non è solo l'edilizia a leccarsi le ferite. Proprio ieri sono arrivati i dati Cerved sul numero delle aziende che hanno chiuso nel 2012. Abbiamo perso 104 mila aziende, il 2,2% in più rispetto al 2011 che già era stato un anno record. Ci sono stati 12 mila fallimenti, 90 mila liquidazioni e altre 2 mila procedure non fallimentari. Per valore delle aziende fallite, abbiamo superato del 64% il valore registrato nel 2008.
Crisi delle aziende che, naturalmente, vuol dire guai per i lavoratori. Ieri una piccola buona notizia è arrivata per una delle categorie più in difficoltà e meno conosciute, i cassintegrati senza cassa integrazione. Quasi 100 mila persone che hanno diritto agli ammortizzatori sociali in deroga, quelli per le piccole imprese. Ma sono rimasti senza assegno per mesi, perché i fondi sono insufficienti e perché l'Inps ha congelato i pagamenti, non più disponibile ad anticipare i soldi rimborsati mesi dopo da Stato e Regioni. Come aveva preannunciato nei giorni scorsi alle parti sociali, il ministro del Welfare Elsa Fornero ha autorizzato l'Inps a pagare gli assegni per il 2013 e, soprattutto, ha sbloccato il versamento degli arretrati del 2012 fino ad un massimo di due mensilità.


I conti non tornano ancora del tutto, però. Il governo ha trovato per ora 200 milioni di euro per gli arretrati, compresi 20 milioni per la cosiddetta mobilità giuridica, sgravi fiscali a chi assume una persona licenziata da una piccola azienda. Ma le Regioni stimano che in tutto ne siano necessari 388. Il doppio. «Apprezzo la sensibilità del ministro e la ringrazio, anche se molto resta ancora da fare» dice Gianfranco Simoncini, assessore toscano alle Attività produttive e coordinatore per le Regioni del settore lavoro. Risolto, in parte, il problema degli arretrati resta tutta da giocare la partita per il futuro. L'anno scorso per la cassa integrazione in deroga abbiamo speso 1,7 miliardi di euro. Al momento gli stanziamenti per il 2013 ammontano a 1,6 miliardi, considerando anche i fondi europei. Ma la Cgil stima che di miliardi ne serviranno almeno 2.

 

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/18-lavoro-economia-a-finanza/42264-edilizia-la-lcollerar-delle-imprese-invade-piazza-affari-con-i-caschi-.html

Fonte: Lorenzo Salvia, Corriere della Sera

20/02/2013

L'allarme degli psichiatri: «Da aprile 800 malati mentali senza cure»

L'allarme degli psichiatri:  «Da aprile 800 malati mentali senza cure»

 

Chiuderanno per un disegno di legge gli ospedali psichiatrici giudiziari. Ma non esistono ancora strutture alternative

 

Con la chiusura dal 1 aprile degli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), 800 malati mentali gravi saranno «a rischio cure» e «soli» perchè le strutture alternative di assistenza previste «non sono ancora state approntate dalle Regioni». È l'allarme lanciato dalla Società italiana di psichiatria (Sip), che chiede una proroga dei termini. Si potrebbero verificare, avverte il presidente eletto Emilio Sacchetti, «problemi di sicurezza per il rischio di reiterazione di reati da parte di alcuni dei pazienti».

 

IL DISEGNO DI LEGGE - Gli Opg chiuderanno in base a un disegno di legge voluto dai ministeri di Salute e Giustizia. Ma il nostro Paese, è l'allarme lanciato dagli psichiatri durante una conferenza stampa alla Camera, «è impreparato a gestire e collocare questi pazienti, alcuni anche pericolosi, a causa dell'assenza di strutture alternative o di finanziamenti che seppur stanziati non sono facilmente fruibili». La mancata gradualità nella chiusura degli OPG (le Regioni avranno solo 60 giorni per trovare strutture alternative) e «l'inascoltato appello a una proroga, rischia di provocare gravi conseguenze».

 

LA DENUNCIA - La Sip denuncia, inoltre, la carenza di assistenza psichiatrica nelle carceri, dove peraltro confluiranno molti di questi malati. Malati che si sommeranno a quel 15% di detenuti (oltre 10 mila nel 2012) che risulta affetto da disturbi psichici, malattie infettive o correlate alle dipendenze. Il ddl, spiega il presidente SIP Claudio Mencacci, «è stato portato avanti senza sentire ragioni. Questo non è accettabile, così come non è accettabile che agli psichiatri, a causa di questo provvedimento, saranno gravati da ulteriori responsabilità civili e penali e verrà loro richiesta una funzione di vigilanza e custodia di questi malati invece di svolgere le funzioni di cura che loro competono».

 

LE SITUAZIONI COMPLESSE - Di fatto, chiarisce la Sip, i dipartimenti di salute mentale italiani, in quest'ultimo anno, hanno già provveduto a prendere in carico moltissimi pazienti provenienti dagli OPG, ma il problema si pone per quelli con situazioni più complesse che necessitano di una tipologia di controllo che le strutture territoriali attuali non possono dare. Prima di chiudere gli OPG, «occorre realizzare degli interventi strutturali tali da garantire, laddove necessario, la messa in sicurezza sia dei pazienti sia degli operatori e della comunità. Mentre oggi i reparti sono aperti e non preparati a gestire, in assenza di una rete coordinate alle spalle - avverte Sacchetti - situazioni di pazienti che possono reiterare un delitto». (Ansa))

http://www.corriere.it/salute/13_febbraio_14/chiusura-ospedali-psichiatrici_be800d72-76aa-11e2-bad5-bab3677cbfcd.shtml

Riccometro più pericoloso del redditometro: puniti i pensionati con casa di proprietà

Riccometro più pericoloso del redditometro: puniti i pensionati con casa di proprietà

 

Sul reddito Isee peserà il possesso di un'abitazione: anziani e famiglie rischiano di restare fuori dai servizi Welfare

 

Due notizie dal Fisco, una buona e una cattiva. La buona è che il redditometro, spauracchio degli ultimi mesi, potrebbe essersi sgonfiato eliminando molte delle possibili contraddizioni e "trappole" per i contribuenti onesti. La cattiva notizia, invece, è il riccometro. Il nuovo strumento dovrebbe portare allo scopertoi falsi poveri ma, come spesso accaduto con il governo Monti, a rimetterci potrebbero essere i veri poveri, quelli con redditi bassi, magari i pensionati, con l'unica colpa di avere una casa di proprietà. A lanciare l'allarme è la Uil con uno studio realizzato per la Stampa, secondo cui ci sarebbe un impennata del reddito Isee (quello preso in esame dal riccometro) per dipendenti e pensionati proprietari di casa. I riflessi rischiano di essere drammatici: l'esclusione da molte prestazioni del Welfare

Pensionati affossati - Per intendersi, un pensionato con assegno da 14mila euro lordi l'anno, 15mila euro in banca e una casa di proprietà con rendita catastale di 600 euro (indicativamente, 80 metri quadrati in città) secondo il riccometro avrà un'impennata dell'Isee di 6.606 euro, superando quindi il tetto dei 23.700 euro e dicendo addio a servizi sociali e agevolazioni: assistenza domiciliare, pagamento delle rette per case di riposo, bollette telefoniche ridotte e trasporto locale gratis, oltre a servizi gratuiti per i disabili e telesoccorso. A rischio anche un lavoratore dipendente con moglie, un solo figlio e casa di proprietà dello stesso valore precedente, con reddito di 19.800 euro (quello medio nazionale): in questo caso l'Isee schizzerà di 1.375 euro (sempre grazie alle nuove rendite catastali, rivalutate del 60% dall'Imu, introdotte dal governo Monti".

Ride chi è in affitto - A guadagnare dal riccometro saranno invece tutti i pensionati e famiglie senza casa di proprietà, che potranno avere accesso a voci del Welfare come asili comunali, sostegno scolastico, assegni di maternità, libri scolastici gratuiti, borse di studio universitarie e sconti sulle bollette, oltre eventualmente a ticket sanitari ancora allo studio. Giusto due esempi: l'Isee di un pensionato con reddito di 14mila euro e affitto di 400 euro mensili calerà di 1.358 euro, mentre un lavoratore dipendente, coniugato e con tre figli sopra i 3 anni, con reddito di 38mila euro e affitto da pagare di 400 euro al mese avrà un Isee sceso di 3.108 euro. 

 

http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/1181047/Riccometro-piu-pericoloso-del-redditometro--puniti-i-pensionati-con-casa-di-proprieta.html

19/02/2013

Pensioni, potere d'acquisto in caduta libera

Pensioni, potere d'acquisto in caduta libera

 

In 15 anni è diminuito del 33%. Nello stesso lasso di tempo, il valore di una pensione media è sceso del 5,1%. E la riforma Fornero ha peggiorato le cose

 

Potere d’acquisto delle pensioni in caduta libera: in 15 anni è diminuito del 33%. Nello stesso lasso di tempo, il valore di una pensione media è sceso del 5,1%.

Secondo quanto rilevato da Spi-Cgil, c'è stato un "crollo vertiginoso" del reddito da pensione rispetto all’andamento dell’economia reale.

Inoltre, le tasse e gli aumenti delle tariffe nel 2013 incideranno sui pensionati per 2.064 euro a testa, il 20% in più sul 2012. Secondo Spi-Cgil, i dati sul potere d’acquisto delle pensioni sono destinati a peggiorare per effetto del blocco della rivalutazione annuale introdotto con la riforma Fornero che toglie mediamente 1.135 euro nel biennio 2012-2013 a 6 milioni di pensionati.

"Così un pensionato con un assegno di circa 1.200 euro netti ha perso 28 euro al mese nel 2012 e nel 2013 ne perderà 60, mentre chi percepisce una pensione di circa 1.400 euro netti ha perso 37 euro al mese nel 2012 e ne perderà 78 nel 2013", lamentano Spi-Cgil.

 

http://www.ilgiornale.it/news/economia/pensioni-potere-dacquisto-caduta-libera-886584.html

 

Luca Romano -

Nel 2012 perse oltre 100mila aziende La crisi travolge il "sistema Italia"

Nel 2012 perse oltre 100mila aziende La crisi travolge il "sistema Italia"

 

Dai dati del Cerved emerge l'accelerazione dei concordati preventivi, ma non diminuiscono i fallimenti. A pagare il prezzo più altro il terziario e le società di capitale manifatturiere. Il fallimenti superano del 64% quelli del 2008

 

MILANO - La crisi non molla la presa sulle aziende italiane. E il 2012 appena finito segna il punto più basso toccato dalle imprese dallo scoppio delle recessione: lo scorso anno hanno chiuso i battenti 104mila aziende italiane costrette a dire basta da fallimenti (12mila), liquidazioni (90mila) e procedure non fallimentari (2mila) con un boom - secondo i dati raccolti dal Cerved - dei concordati preventivi. Un'accelerazione dovuta alla riforma entrata in vigore a settembre: nel solo quarto trimestre del 2012 siano state presentate circa 1.000 domande, soprattutto nella forma del concordato con riserva.

Il dato totale sulla chiusura delle aziende l'anno scorso è stato superiore del 2,2% al record toccato nel 2011. "Il picco toccato dai fallimenti - commenta Gianandrea De Bernardis, amministratore delegato del Cerved - supera del 64% il valore registrato nel 2008, l'ultimo anno precrisi: sono stati superati anche i livelli precedenti al 2007, quando i tribunali potevano dichiarare fallimenti anche per aziende di dimensioni microscopiche".

Dal 2009 sono fallite più di 45mila imprese, quasi la metà nel settore terziario, ma secondo il Cerved è stata l'industria a subire l'impatto maggiore della recessione: il totale delle società di capitale manifatturiere in defualt tra 2009 e 2012 ammonta infatti al 5,2% di quelle che avevano depositato un bilancio valido all'inizio del periodo considerato, contro una percentuale pari al 4,6% nelle costruzioni e al 2,2% nel terziario. I livelli più critici sono stati raggiunti da due settori tipici del made in Italy, come il sistema casa (7,9%) e il sistema moda (7,1%). Dal punto di vista territoriale, le procedure sono fortemente aumentate nel Nord Ovest (+6,6%) e nel Centro (+4,7%), mentre sono rimaste ai livelli dell'anno precedente nel Sud e nelle Isole (-0,4%). Nel Nord Est i casi sono invece più chiaramente diminuiti (-4,3%), un dato compensato dal forte incremento delle liquidazioni, che ha portato il totale di chiusure in quell'area a superare quota 20mila (+8,6% sul 2011).

 

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/18-lavoro-economia-a-finanza/42241-nel-2012-perse-oltre-100mila-aziende-la-crisi-travolge-il-qsistema-italiaq-.html

Fonte: Repubblica.it |