20/07/2012

La moda italiana batte la recessione tira l’export verso i Paesi emergenti

La moda italiana batte la recessione tira l’export verso i Paesi emergenti

 

Vendite estere record nel 2011. In 7 anni 104 mila posti in meno

 

MILANO — «Saranno ricchi, ma non sono mica tonti. E il vestito non basta che sia firmato, lo vogliono anche di qualità. Quando qualche anno fa uno dei nomi più noti della nostra maglieria ha aperto una serie di negozi a Pechino e Shanghai con un partner locale, ha chiuso in pochi mesi: il cachemire con la targhetta made in China non tira».
Nessuna sorpresa per gli addetti ai lavori del settore moda, made in Italy o come lo si chiami. Il fatto che la società che fa capo alla moglie dell’emiro del Qatar abbia pagato 700 milioni per pagare Valentino, la griffe che solo una decina di anni fa si era ritrovata sull’orlo della crisi economica, non li stupisce per nulla. Perché tutto quello che ha a che fare con i vestiti, le cravatte ma anche scarpe, capi in pelle, accessori sia che si tratti del marchio conosciuto a livello planetario approdato in Borsa come Prada o Ferragamo sia la piccola maison del pret-a-porter rappresenta un settore dell’industria italiana che nelle ultime due stagioni ha saputo reggere bene alla crisi. Lo dicono i numeri elaborati dall’Istat. Il fatturato complessivo del settore moda pari a 83,1 miliardi a fine 2011 ha ormai recuperato i livelli pre-recessione (era a 85 miliardi nel 2008). Meglio del settore manifatturiero nel suo complesso, che a fine dell’anno scorso è tornato a 900 miliardi, a cui manca ancora un po’ strada per tornare ai 953 miliardi del 2008.


Il recupero di redditività è passato soprattutto per la crescita all’estero. Per forza: il mercato interno di bassa qualità è stato aggredito dai prodotti dei paesi emergenti (Cina su tutti), come dimostra il record delle importazioni nel 2011: 28,7 miliardi contro i 21,6 del 2005 e i 25,9 del 2010.
Ma allo stesso tempo i “benestanti” dei nuovi colossi emergenti hanno consentito il boom delle esportazioni: il desiderio di lusso e di prodotti firmati ha fatto il resto. E l’export è così risalito a 41,9 miliardi, a un passo dal record di sempre del 2005 (42,3 miliardi).


Questo non basterebbe a spiegare gli investimenti, la ristrutturazione dei costi, gli sforzi per internazionalizzarsi. Una riorganizzazione che è stata dolorosa sul piano occupazionale. Gli addetti del settore moda erano 605mila nel 2005: da allora sono soltanto scesi, fino ad arrivare a 501mila alla fine dell’anno scorso. Un dato che è superiore, in proporzione, alla perdita di posti di lavoro complessiva delle imprese manifatturiere (quasi 4,5 milioni di addetti nel 2008, per arrivare ai 4 milioni dell’anno scorso).


Ma è stato l’export a salvaguardare la qualità, con griffe che ormai coprono il 90% del fatturato grazie ai mercati internazionali. Anche in questo caso, i numeri danno l’idea. Il settore moda copre il 9% del fatturato complessivo del settore manifatturiero nel nostra paese, dato che rappresenta l’11% delle esportazioni complessive dell’industria italiana. Ma il dato più eclatante è un altro: rispetto al fatturato totalela voce esportazioni copre il 50% del totale. Contro la media del 40% della manifattura nel suo complesso.


Non è un caso allora, che Sistema Moda Italia (Smi), l’associazione imprenditoriale, sia l’unica tra quelle legate a Confindustria ad avere una sede a Shanghai (con Intesa Sanpaolo) per assistere le imprese a espandersi nel mercati cinese. La targhetta made in Italy, per ora, è molto richiesta.

Fonte: LUCA PAGNI - la Repubblica | 14 Luglio 2012

 

19/07/2012

Quelle spiagge del Mar Nero che tennero gli ebrei al riparo dall'orrore nazista

Quelle spiagge del Mar Nero che tennero gli ebrei al riparo dall'orrore nazista

 

Oggi mete di vacanza, ieri unico rifugio in Europa

 

Una storia d'amore e di guerra. Una vicenda unica in Europa. Un legame forte che neppure i nazisti riuscirono a scalfire. Gli ebrei e la Bulgaria: un destino che viene portato a esempio quando si parla di Olocausto. Perché, pur alleata della Germania hitleriana, Sofia non permise ai tedeschi di toccare un solo suo cittadino di «fede ebraica». Soltanto al termine del conflitto, con l'arrivo dei comunisti, i 48 mila ebrei di Bulgaria emigrarono in Israele dove oggi sono la quarta comunità per origine dopo russi, romeni e polacchi. E dove, appena possono, prendono un aereo per tornare nella terra di cui ancora oggi capiscono la lingua, per bagnarsi nel mare che i nonni frequentavano come gli italiani frequentavano la Riviera. Il Mar Nero come l'Adriatico? Sì, nei ricordi di chi trascorreva le vacanze sulla costa che andava da Costanza, in Romania, a Burgas, in Bulgaria, le onde erano ugualmente «dolci», la sabbia «fine». Nel periodo d'oro, dall'inizio del Novecento allo scoppio della Seconda guerra mondiale, le famiglie della borghesia ebraica lasciavano le città dell'interno — Sofia, Plovdiv, Bucarest — per trascorrere luglio e agosto in riva a quel «piccolo oceano» sul quale si affacciava un'altra Europa, un'Europa che procedeva senza saperlo verso la propria distruzione.
Burgas era una delle cittadine più di moda.

 

Perché era piccola, come un shtetl (il villaggio ebraico dell'Europa Orientale), ma sul mare. Perché aveva una sinagoga preziosa, progettata dall'architetto italiano Riccardo Toscani che si era ispirato al tempio di Firenze, con quegli elementi neobarocchi e neoclassici che ne facevano un edificio di sapore mediterraneo. Fuori posto? Non per i gusti del tempo, e per una comunità fiorente che aveva commissionato la costruzione del proprio luogo di culto a quell'italiano che aveva scelto di vivere a Burgas, incantato dalla bellezza della natura. Toscani non visse fino alla guerra, all'alleanza della Bulgaria con la Germania nazista. Morì prima e gli fu risparmiato un periodo di drammi (il Parlamento di Sofia arrivò a votare nel 1941 una legge antisemita) e anche di coraggio. Perché grazie alla volontà del ministro della Giustizia Dimitar Peshev e della Chiesa ortodossa, e al coraggio di migliaia di cittadini, quando arrivò l'ordine di deportare gli ebrei bulgari, i nazisti nel Paese non riuscirono a portare a termine il loro piano. Come racconta Michael Bar-Zohar, storico israeliano nato a Sofia nel 1938, gli ufficiali delle SS osservarono stupefatti la popolazione scendere in piazza a difesa dei loro concittadini e dovettero rinunciare, per ben due volte, a riempire i treni.


Al termine della Seconda guerra mondiale, i 48 mila ebrei bulgari erano tutti sani e salvi. I tedeschi erano riusciti a deportare soltanto chi, nel territorio controllato da Sofia, non ne aveva la cittadinanza. Un esodo però era comunque alle porte: con l'arrivo delle truppe sovietiche, e l'ingresso della Bulgaria nella sfera di Mosca, quasi tutti decisero di partire per Israele, unica comunità intatta (insieme alla piccola congregazione danese) al termine della mattanza nazista. Coesi e legati al Paese d'origine, gli ebrei bulgari, ora cittadini di Israele, hanno continuato a sognare per decenni i villaggi da cui erano fuggiti, ormai chiusi dietro la cortina di ferro. Solo con la caduta del comunismo la Bulgaria è tornata una meta per i discendenti israeliani: nipoti e pronipoti che ne hanno fatto una destinazione per le vacanze, soprattutto dopo che la Turchia — in seguito alla recente crisi diplomatica nata con l'assalto delle truppe speciali israeliane alla nave Mavi Marmara — da destinazione privilegiata è diventata un luogo da evitare per ragioni di sicurezza.
La dolce Burgas: fino a ieri un paradiso, ora perduto.

 

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/33-internazionale/34863-quelle-spiagge-del-mar-nero-che-tennero-gli-ebrei-al-riparo-dallorrore-nazista.html

Fonte: Paolo Salom - Corriere della Sera |

PERCHÉ L’INCERTEZZA FA PIÙ PAURA DEL RISCHIO

PERCHÉ L’INCERTEZZA FA PIÙ PAURA DEL RISCHIO

 

Libri e film ci mostrano in che modo temiamo così tanto l’imprevedibilità di oggi

 

Lo stratega di una grande banca internazionale ha dichiarato il 23 giugno: «Non sappiamo quello che succederà in Grecia, e ne ignoriamo le conseguenze nel resto del mondo». Un’ammissione che fa paura, rivelando incertezza mista a impotenza. Il mondo è sempre stato rischioso, ma meno incerto.


Ne Il Cacciatore, Robert De Niro è costretto a subire la roulette russa di fronte a vietnamiti che scommettono. Se la pistola contiene una pallottola, c’è una probabilità su sei di morire tirando il grilletto. Se il tamburo della pistola è vuoto, si è salvi, se pieno, si muore di sicuro. Il rischio è calcolabile in termini probabilistici. Se si è al posto di De Niro, invece, si è nell’incertezza, non sapendo che cosa c’è nel tamburo. La situazione odierna della Grecia corrisponde a una sorta d’incertezza ancora più radicale, perché non sappiamo il quando, né il come, né il dove (ci saranno conseguenze fuori dalla Grecia? E fino a dove?). Per decine di migliaia di anni i nostri antenati cacciatori-raccoglitori hanno affrontato condizioni di vita in cui era difficile difendersi da ogni tipo di pericoli naturali. Il 97% dei farmaci usati dagli uomini nella loro lunga storia sono stati inefficaci, se non per gli effetti placebo, salvifici per chi era convinto della bontà del farmaco. Circa diecimila anni fa, con l’agricoltura stanziale, le cose sono cominciate a cambiare. E, da allora, sono cambiate sempre più in fretta. I progressi tecnologici hanno sconfitto molti dei pericoli naturali che rendevano la vita dei nostri antenati rischiosa, di breve durata, ma sufficientemente lunga per trasmettere i nostri geni.


L’eredità di quei tempi si trova nell’architettura del nostro cervello, e nei modi di funzionare della paura, la spia più fedele di quel lontano passato. Noi oggi temiamo gli eventi paurosi, e non quelli oggettivamente pericolosi. Non ci preoccupa il viaggio in auto, che riteniamo sotto il nostro controllo, ma quello in aereo, in realtà più sicuro. L’11 settembre ha fatto più morti sulle strade americane che non sugli aerei usati come proiettili dagli attentatori. Per alcuni mesi si è viaggiato di più in auto, per timore di azioni terroristiche sugli aerei, causando un aumento temporaneo degli incidenti stradali. Cadute di aerei, squali, terremoti: in tutti i casi si tratta d’incidenti che richiamano paure antiche, i timori di eventi improvvisi e terribili. È questo tipo di incidenti che trova eco sui media, e le notizie finiscono per tener vive quelle paure. Le cause di morte più frequenti, tumori e malattie cardiache, fanno notizia solo se la vittima è famosa. Tutto ciò è stato analizzato a lungo, ed è ben noto. Tutto a posto? Non proprio.


Cento anni fa, il 23 giugno 1912, nasceva a Londra Alan Turing. Nel 1937 teorizzò la nascita delle menti artificiali, oggi diffuse in varie forme, dai computer alla rete. E così l’uomo, che si era finalmente liberato dall’incertezza proveniente dalla natura, si è di nuovo cacciato nei guai. Adesso siamo noi a costruire incertezze. Questo è stato reso
possibile dallo sviluppo impressionante dell’uso di menti artificiali, collegate in rete. Giusto per avere un’idea di una delle forme di questa nuova incertezza – quella di cui oggi più spesso si parla – il valore delle imprese, di qualsiasi tipo, quotate sulle borse mondiali assomma, alla fine del 2011, a circa 46 migliaia di miliardi di dollari.

 

Ebbene, l’entità totale delle scommesse sul futuro dei valori finanziari è superiore di 14 volte, dato che assomma a circa 650 migliaia di miliardi. La presenza di queste instabili scommesse sul futuro crea incertezze, talvolta disastri, comunque paura.
Quando noi scommettiamo sulle temperature di questa estate, le nostre scommesse non influenzano le future condizioni meteo, e non influenzano neppure l’esito di una partita di calcio (se lo scommettitore non riesce a truccarla). Sui mercati finanziari, invece, le scommesse funzionano come profezie che diventano vere in forza del fatto che sono condivise. Se la maggioranza scommette sulla debolezza dell’euro, l’euro diventerà più debole. Per la verità, questo avviene in altre forme anche nella moda o nell’arte, dove alcuni, più influenti, con le loro scelte plasmano i gusti del futuro, per lo meno sul breve termine. Non sono fenomeni di cui si possano registrare statistiche, così da dare un prezzo all’incertezza, come avviene con le assicurazioni, il più potente strumento per quantificare pericoli e sconfiggere paure. Però, all’incirca, ce ne siamo fatti un’idea, anche se gli artisti e i modisti appaiono categorie più ansiose e preoccupate del loro successo.


In campo economico, oggi, le cose non stanno così: emergono fenomeni nuovi e sconosciuti, le teorie sono diverse, il che equivale a non avere una teoria sicura e condivisa. In parte dipende dalle scelte degli stessi economisti, che hanno semplificato la descrizione dei comportamenti umani, così da poterli ricondurre a modelli formali. Oggi questa scelta presenta il conto. Ma questa è un’altra storia.


Resta la paura, quella peggiore, quella di cui non si conosce la fonte. Troppo facile dire che non bisogna avere paura della paura. «Di soprassalto – molto spaventata – si sveglia. Cos’è successo? È successo qualcosa di spaventoso. No – non è successo niente …», così inizia il racconto Soffia il vento (1920) di Katherine Mansfield.

Fonte: PAOLO LEGRENZI - la repubblica

Requiem per i riti della movida i tagli spengono la notte di Madrid

Requiem per i riti della movida i tagli spengono la notte di Madrid

 

Metropolitana chiusa alle 24 e consumi ridotti: così finisce un’era 

 

MADRID — C’erano una volta il giovane Pedro Almodovar, con le sue donne smarrite e inquiete, ed un sindaco gaudente, il “vecchio professore” socialista Enrique Tierno Galván, che scelse di promuovere la musica Punk per restituire colore alla grigia capitale del franchismo. La movida, quel “muoversi” di locale in locale fino all’alba, nacque come risposta ai lunghi anni bui della dittatura (1939-1975) e rese famose almeno in tutta Europa le chiassose notti di Madrid innaffiate da fiumi di discutibile birra. Come tutte le mode con il tempo anche la movida ha perso smalto, ma oggi quel che temono i proprietari dei locali nel centro della capitale spagnola è che possa addirittura spegnersi. Locali vuoti, clienti più poveri, come al caffè “La Palma” dove il proprietario si lamenta per l’incasso che ogni settimana diminuisce. Dal 2007, secondo “Noche Madrid”, l’associazione che riunisce proprietari e gestori, i guadagni si sono ridotti almeno del 40 percento. La crisi complotta contro il divertimento notturno, ma non è sola. Anche alcune scelte del Comune e l’annunciato aumento dell’Iva potrebbero dare l’ultimo colpo all’attività di molti locali costringendoli alla chiusura.


Nel centro di Madrid insieme a 150mila residenti ci sono 2400 locali fra bar, ristoranti e discoteche. È una proporzione sei volte maggiore che nel resto della città. Un numero esagerato tra la Plaza de Santa Ana e quella di Malasa, giudicato eccessivo sia dalle associazioni di quartiere dei residenti che dai funzionari del Comune. Non solo, ormai è eccessivo il numero degli esercizi anche per la crisi, il crollo dei consumi e la nuova stangata del governo Rajoy. La movida langue e, secondo l’associazione dei proprietari, l’inizio di tutti i guai è stata la chiusura anticipata della metropolitana che prima andava avanti fino a notte fonda e oggi chiude a mezzanotte. Una scelta del sindaco — la moglie dell’ex premier Aznar, Ana Botella — presa per la necessità di risparmiare fondi visto il pesante deficit di bilancio dell’amministrazione locale. Una misura che ha ridotto il numero di persone, soprattutto i più giovani, disposti a recarsi in centro per trascorrerci la serata e la notte.


Non era bastata la legge antifumo, che con il divieto assoluto di accendere sigarette nei locali neppure utilizzando zone speciali per fumatori, aveva iniziato a mettere in difficoltà molte caffetterie soprattutto perché ha creato un altro problema, quello con la legge antirumore. Con il divieto di fumo all’interno dei bar i clienti tendono a consumare fuori, in rumorosi capannelli che hanno scatenato le proteste dei residenti. Tanto che l’amministrazione comunale sta pensando a una legge che trasformi tutto il centro in una «zona di protezione acustica speciale», con multe e ingiunzioni di chiusura per i locali più rumorosi. Infine c’è il cosiddetto botellón, ovvero gli ambulanti che vendono birra agli avventori dopo l’orario di chiusura dei bar, di solito ormai abbastanza presto dopo la mezzanotte. Con il risultato che i clienti restano sul posto e i residenti protestano. Negli ultimi tempi le petizioni di protesta sono aumentate del 20 percento nel centro di Madrid. Un portavoce dell’associazione “Noche Madrid” ha detto a El Pais:
«Noi commercianti portiamo all’economia della zona centro un miliardo di euro all’anno. Potrebbero anche trattarci meglio». Rumore, leggi antifumo, leggi comunali restrittive: sono favole per chi si nasconde la realtà degli oltre cinque milioni di disoccupati, più del 50 percento tra i più giovani, e delle difficoltà nelle quali si dibatte una classe media sempre più impoverita. Da «Madrid never sleeps» (Madrid non dorme mai), un famoso slogan degli anni Novanta, si è passati ai cartelli gialli fuori dai ristoranti con scritto: «Il Comune vuole spegnere Madrid».


Comunque sia basta fare un giro nel centro per accorgersi che, tranne nei giorni del weekend, il numero dei locali aperti ma completamente vuoti è altissimo. È un segno dei tempi. Madrid non è più da tempo la città spensierata che usciva dalla dittatura ed entrava in Europa. Oggi lotta per restarci. E la crisi, sempre più dura, morde anche sul divertimento notturno così abituale anche nei periodi più difficili in questa metropoli sdraiata sulla Meseta.

Fonte: OMERO CIAI - la Repubblica |

la crisi Imprese, natalità ai minimi da 6 anni Solo 265mila le nuove aziende

la crisi Imprese, natalità ai minimi da 6 anni Solo 265mila le nuove aziende

 

La riduzione è accentuato nel Nord-ovest e nel Centro, mentre Nord-est e Sud e Isole presentano diminuzioni più contenute. Il calo è determinato dal crollo delle società senza dipendenti

 

MILANO - Sono 265mila le imprese nate nel 2010, quasi 24mila in meno rispetto all'anno precedente. Il tasso di natalità si attesta al 6,7%, il valore più basso registrato negli ultimi sei anni. I dati diffusi dall'Istat testimoniano che il calo della natalità interessa i settori delle costruzioni e degli altri servizi (-1,9 punti percentuali il primo e -1,1 gli altri servizi). Nell'industria in senso stretto e nel commercio la natalità è invece in leggero aumento (rispettivamente +0,4 e +0,5 punti percentuali).

La riduzione della natalità d'impresa è accentuato nel Nord-ovest e nel Centro, mentre Nord-est e Sud e Isole presentano diminuzioni più contenute. Il calo del tasso di natalita è determinato dalla forte diminuzione della natalità delle imprese senza dipendenti (oltre l'80% delle imprese nuove nate). Per le imprese con dipendenti, invece, il tasso di natalità cresce rispetto al 2009. Il tasso di mortalità delle imprese è in leggera diminuzione, dal 7,9% nel 2009 al 7,7% nel 2010. E' il settore delle costruzioni a presentare una riduzione più accentuata (-1,4 punti percentuali). Nell'industria in senso stretto la riduzione è solo di 0,1 punti percentuali, mentre commercio e altri servizi presentano tassi di mortalità più alti, rispetto al 2009, di 0,1 e 0,2 punti percentuali. Per il terzo anno consecutivo il tasso netto di turnover presenta un valore negativo (-1,0% rispetto al -0,7 del 2009), con risultati diversificati a livello

settoriale. Per la prima volta, a differenza di quanto accaduto negli anni precedenti, nel comparto degli altri servizi si registra un turnover negativo (-0,4%).

Nel 2010 è ancora in attività l'85,8% delle imprese nate nel 2009, in leggero aumento rispetto all'anno precedente. L'aumento del tasso di sopravvivenza a un anno dalla nascita nei settori dell'industria in senso e degli altri servizi compensa, infatti, la diminuzione nei settori delle costruzioni e del commercio.

La dimensione media delle imprese nate nel 2005 e ancora attive a cinque anni dalla nascita è aumentata fino al 2009, ma si è ridotta tra il 2009 e il 2010, passando da 2,5 a 2,4 addetti medi. Le imprese nate nel 2005 e ancora attive nel 2010 occupano circa 380 mila addetti, contro i 449 mila dell'anno di nascita; la perdita di occupazione è quindi pari al 15,3%. Le imprese dell'industria in senso stretto presentano l'aumento dell'occupazione più robusto rispetto all'anno di nascita (pari all'8,1%); all'opposto, quelle attive nel settore delle costruzioni registrano la perdita più elevata, pari al 25,3% (sempre rispetto alla nascita).

 

Fonte repubblica

 

Crisi auto, Peugeot taglia 8mila posti e l’ad di Opel si dimette a sorpresa

Crisi auto, Peugeot taglia 8mila posti e l’ad di Opel si dimette a sorpresa

 

La caduta delle vendite in Europa impone cali di produzione  

 

PARIGI — E’ un campanello d’allarme per l’industria francese e per tutto il settore automobilistico europeo: il gruppo Psa (Peugeot-Citroen) ha annunciato la soppressione di 8 mila posti di lavoro sui 100 mila che conta Oltralpe. «Uno choc», ha detto il primo ministro, Jean-Marc Ayrault. La ristrutturazione era attesa, da tempo l’azienda preparava l’opinione pubblica a questo annuncio, ma finora circolavano cifre inferiori. La scelta della
seconda casa automobilistica europea certifica la gravità della crisi, le sovracapacità produttive dell’industria del Vecchio continente, l’insufficiente presenza di alcuni costruttori sui mercati emergenti, la perdita di competitività di alcuni paesi come la Francia, il tracollo delle vendite nei mercati sud-europei. Un insieme di fenomeni che toccano più di un’impresa. E’ il caso della Opel, da anni in crisi, il cui amministratore delegato, il quarto in appena tre anni, ha rassegnato ieri le dimissioni per ragioni ancora poco chiare.


Le misure annunciate ieri da Philippe Varin, presidente e amministratore delegato di Psa, sono probabilmente il preludio a un’ondata di ristrutturazioni industriali. Il governo ha chiesto una «concertazione sociale esemplare», il ministro dell’Industria ha definito inaccettabile il piano allo stato attuale, ma i mezzi per contrastarlo sono pochi. Varin ha annunciato la chiusura dell’impianto di Aulnaysous- Bois, situato fra la capitale e l’aeroporto di Roissy, la prima chiusura di una fabbrica automobilistica dal 1992, quando la Renault


chiuse lo storico stabilimento di Boulogne-Billancourt. Tremila persone perderanno il posto di lavoro e altre 1.400 lo perderanno nella fabbrica di Rennes, mentre 3 mila 600 uscite sono previste nei servizi amministrativi e nella ricerca. Non ci saranno licenziamenti, per tutti sono previste riconversioni in altri impianti, formazione professionale, nonché il tentativo di trovare una nuova attività industriale a Aulnay. Secondo l’azienda, la ristrutturazione era inevitabile per un gruppo che ha registrato nel primo semestre una perdita operativa di 700 milioni nel comparto automobilistico. Le misure, ha detto Varin, sono giustificate «dall’ampiezza e dal carattere durevole della crisi che colpisce la nostra attività in Europa ». Ha poi aggiunto di misurare la gravità della decisione e promesso di non lasciare «nessuno per strada». Buone parole che non possono nascondere la profondità della crisi: Peugeot e Citroen dipendono troppo dai mercati europei, ormai maturi, ed è forte su quei segmenti medio-bassi che hanno una redditività inferiore. Non siamo, insomma, di fronte a un problema finanziario e non c’è bisogno di aiuti pubblici, ha spiegato Varin.


Ma c’è anche qualche dubbio sulla strategia del gruppo. Secondo indiscrezioni di stampa, nella famiglia Peugeot ci sarebbe maretta: il titolo ha perso il 75% del suo valore in un anno e l’azienda ha dovuto emettere un comunicato qualche giorno fa per confermare la fiducia a Varin. L’alleanza con General Motors non darà frutti prima del 2016 e non sembra aver dato un impulso decisivo. La ristrutturazione, insomma, non basta per rispondere ai numerosi interrogativi sulla strategia della casa di Sochaux

Fonte: Giampiero Martinotti - la Repubblica |

18/07/2012

The price of Inequality: quando la disuguaglianza costa cara

The price of Inequality: quando la disuguaglianza costa cara

 

Il libro in cui Joseph Stiglitz racconta l’America delle ingiustizie e delle disuguaglianze

 

C’era una volta il sogno americano. Ora, per molti, si è trasformato in un incubo.
Negli anni ci siamo abituati a vedere gli Stati Uniti come terra di opportunità e di sogni, patria dei self made man, il luogo dove a tutti era permesso fare fortuna. Oggi non è più così. Almeno secondo l’economista premio nobel Joseph Stiglitz, che nel suo ultimo libro
The Price of Inequality (W. W. Norton & Company), descrive l’America come il paese delle ingiustizie e delle diseguaglianze.

 

Il libro prende le mosse da un’osservazione semplice quanto spaventosa: 1% degli Americani tiene per sé il 40% della ricchezza prodotta, lasciando il restante 99% a spartirsi quel che rimane.
Chi nasce nel 20% più povero della popolazione ha poche chance di diventare ricco: meno di sei americani su dieci compiono con successo questo salto di classe sociale. Anche gli stipendi a stelle e strisce non tengono il passo con l’aumento della produttività ed il risultato è l’erosione del potere d’acquisto e una popolazione sempre più povera. Un’ingiustizia insopportabile, ma soprattutto, secondo Stiglitz, economicamente insostenibile.

The Price of Inequality tratta il tema della disuguaglianza sfuggendo sapientemente ai sentimentalismi: non tira in ballo immoralità, ingiustizia, iniquità. Stiglitz ragiona da economista: la diseguaglianza nella redistribuzione del reddito è soprattutto una questione di sprechi, perché non consente di sfruttare tutte le opportunità. E uno spreco in economia è un costo.

 

La logica seguita dal libro è schiacciante e mette a nudo in pochi passaggi tutti i paradossi dell’economia di mercato in cui viviamo. La disoccupazione, il calo della produzione, la stretta del credito sono tutti figli di un’iniqua distribuzione del reddito che crea inefficienza e spreco di risorse. Un lavoratore disoccupato è un lavoratore sprecato, una risorsa che si potrebbe utilizzare per far riprendere la produzione.

 

Ma il vero ritratto della disuguaglianza è, secondo Stiglitz, il mercato immobiliare americano. Negli Stati Uniti, dopo lo scoppio della bolla immobiliare del 2008, milioni di persone hanno perso la casa. Contemporaneamente, sempre a causa della crisi, il mercato immobiliare ristagna: non ci sono acquirenti per le case lasciate da chi non può più pagare il mutuo. Da un lato quindi si trovano milioni di case vuote, e dall’altro, a guardare impotenti, milioni di persone che avrebbero bisogno di un tetto.

 

L’economia capitalista, che da manuale dovrebbe fondarsi sull’efficienza e sulla produttività, in un mercato drogato da profonde disuguaglianze, tradisce il suo principio base: domanda e offerta non si incontrano. Si guardano invece dritte negli occhi, senza toccarsi: i bisogni rimangono insoddisfatti e le risorse inutilizzate.

Nelle pagine di The Price of Inequality l’autore resuscita una parola che credevamo sepolta nei manuali di  macroeconomia anni ‘70: la classe. Gli economisti di oggi ci hanno abituati a pensare noi stessi come consumatori singoli, individui razionali isolati. Stiglitz invece torna a parlare di classi: la classe media, non esiste più (nemmeno in America) si è frammentata in una serie di micro classi, alcune, precipitate verso il baratro della povertà, altre (poche fortunate) sono state attratte ai vertici.

 

Senza arrivare a teorizzare la lotta di classe, l’economista evidenzia le tensioni che la disuguaglianza crea, strizzando l’occhio alle proteste del movimento Occupy Wall Street, che ha spesso indirettamente appoggiato in questi mesi.

Stiglitz mette in guardia i suoi lettori. Il prezzo da pagare per la diseguaglianza potrebbe essere enorme. Con un mercato ed un’ economia che non rispondono più alle regole, anche la democrazia potrebbe cambiare equazione. Non più “una persona, un voto”, ma un’altra ben più pericolosa: “un dollaro, un voto”.

Joseph Stiglitz
The Price of Inequality
W. W. Norton & Company, 224 pagine

di Ilaria Liprandi

 

http://cultura.panorama.it/libri/The-price-of-Inequality-quando-la-disuguaglianza-costa-cara

BRASILE Diritto alla verità sul Piano Condor, ora c'è l'accordo

BRASILE Diritto alla verità sul Piano Condor, ora c'è l'accordo

 

In Brasile, la Commissione per la verità, creata dalla presidente Dilma Rousseff nel maggio scorso, ha raggiunto un accordo con il ministero degli Esteri: otterrà informazioni utili a far luce sulle implicazioni dei diplomatici brasiliani nelle attività criminali del Piano Condor.


La rete del Condor operò, su mandato della Cia, nel corso degli anni '70, coordinando l'attività di intelligence delle dittature militari in Cile, Argentina, Bolivia, Brasile, Paraguay e Uruguay. Un patto senza regole e senza confini, per inseguire, torturare e uccidere gli oppositori dovunque si trovassero.


La Commissione ha il compito di indagare sulle violazioni commesse nel paese tra il 1946 e il 1988, e quindi anche sul periodo in cui il Brasile ha subito la dittatura, dal 1964 al 1985. Un passo importante per far luce su quel periodo buio che ha lasciato un bilancio ufficiale di 400 morti e scomparsi. Il governo ha anche annunciato l'approvazione del progetto «Clinicas del Testimonio», un programma di appoggio psicologico alle vittime della dittatura per il quale sono stati stanziati 1,5 milioni di dollari. Le cliniche serviranno a ospitare i testimoni - familiari di scomparsi o sopravvissuti alle torture - chiamati a deporre dalla Commissione verità, e a fornire loro personale specializzato perché il ritorno al trauma non sia devastante. «Il Brasile merita di conoscere la verità, le nuove generazioni meritano di sapere la verità e soprattutto quelli che hanno perduto degli amici o dei famigliari e che continuano a soffrire come se morissero di nuovo ogni giorno», aveva dichiarato Rousseff annunciando la creazione dell'organismo d'inchiesta.


La Commissione, tuttavia, non produrrà conseguenze giudiziarie per i colpevoli, in forza di un'amnistia, promulgata nel 1979, che impedisce di condannare i militari. Una legge che ha consentito, allora, anche il rientro degli esuli e il ritorno alla vita politica degli ex guerriglieri, ma che molti vorrebbero abrogare. Nei 21 anni di regime militare, il Brasile ha subito un elevato livello di efferatezza, ma minori perdite umane rispetto all'Argentina (30.000 morti e desaparecidos) o al Cile (più di 3.200). Né l'ex-presidente Lula da Silva né ora Dilma Rousseff - una ex-guerrigliera che è stata in carcere e ha subito torture in quel periodo - sono riusciti a riaprire i conti con il passato come ha fatto in Argentina Nestor Kirchner e sta facendo Cristina Fernandez. Nel 2010, la Corte interamericana per i diritti dell'uomo ha condannato il Brasile per aver violato i diritti umani durante la dittatura e ha definito «priva di effetto giuridico» la legge d'amnistia. Secondo il governo brasiliano, però, la rottura di quel patto di conciliazione non avrebbe consentito nemmeno questa Commissione che alzerà comunque un velo anche sulle vittime italiane del Condor, per cui è in corso un'indagine. Itamaray, sede della diplomazia brasiliana, ha fatto sapere che metterà a disposizione dell'inchiesta «quattro tonnellate di documenti».

 

IL manifesto TAGLIO MEDIO - Geraldina Colotti

Il boom italiano degli antidepressivi uno su due li usa

Il boom italiano degli antidepressivi uno su due li usa

 

Dal 2001 a oggi è raddoppiato il consumo di “pillole”  

 

Una crescita che non conosce soste. Ogni anno gli italiani consumano più antidepressivi di quello precedente. Paroxetina, escitalopram e sertralina sono i principi attivi più diffusi. Con le altre molecole della stessa famiglia finiscono negli armadietti del bagno di un numero enorme di persone. Più di un italiano su due in dodici mesi compra una confezione di questi medicinali: nel 2011 le farmacie ne hanno vendute 34 milioni e mezzo e le dosi assunte in media ogni giorno sono più che raddoppiate rispetto al 2001. Parliamo di prodotti prescritti da un medico, e pagati dal sistema sanitario. Ma se si prendono in considerazione anche i medicinali di questo tipo venduti su ricetta “bianca” i numeri crescono ancora, diventano una valanga contando anche un’altra categoria di farmaci per problemi psichiatrici, gli ansiolitici come le benzodiazepine. Questi non vengono passati dal servizio sanitario e sono in assoluto i prodotti più venduti in farmacia tra quelli comprati a proprie spese dai cittadini.

 

Dalle tasche degli italiani nel 2011 sono usciti 550 milioni di euro per acquistarli. Nel 2001, in media, 15 persone ogni mille prendevano un antidepressivo al giorno. Il dato l’anno scorso è salito a oltre 36. Undici anni fa le confezioni acquistate erano 21 milioni e 400 mila, l’anno scorso appunto 34 milioni e mezzo. La spesa per il sistema sanitario, che rimborsa questi medicinali, non è invece aumentata ma addirittura scesa. L’effetto è dovuto al fatto che per alcune molecole in questi anni è scaduto il brevetto e sono entrati in commercio i generici, che hanno abbassato sensibilmente i prezzi. In Italia ancora non si assiste ancora al fenomeno degli Usa, dove molti adolescenti vengono trattati con gli antidepressivi. Il profilo del paziente standard nel nostro Paese è quello di una donna con più di 65 anni. «Abbiamo la fortuna-sfortuna di seguire gli Usa con 10 o a volte 20 anni di ritardo in molte cose. Quello che succede da loro però, prima o poi arriva anche qua».

 

A fare questa previsione è Giovanni Battista Cassano, uno dei padri della psichiatria italiana che oggi dirige una clinica a San Rossore. «In America hanno di certo più depressione giovanile che da noi, per vari aspetti dello stile di vita di quel Paese. L’aumento di diagnosi si porta dietro anche un abuso e quindi i loro numeri salgono ancora di più». Cassano non è impressionato dal dato italiano sulla crescita dell’utilizzo degli antidepressivi. «L’Italia è al di sotto degli altri paesi occidentali, per il consumo. Le Regioni che usano di più questi medicinali hanno tassi di ricovero più bassi, un’assistenza che funziona meglio, meno ore di lavoro perduto da parte dei malati. Non ci dimentichiamo che abbiamo tanti morti per depressione. Qualcuno pensa che chi inizia a prendere gli antidepressivi poi non smette più. Non è vero. Abbiamo tanti pazienti che fanno un ciclo di cura e poi non hanno più problemi. Oppure che hanno ricadute a distanza nel tempo. Mi ricordo di Montanelli: ogni 10 anni aveva una depressione, che lo spingeva a fare i farmaci per un periodo limitato».


La vede in modo diverso Gustavo Pietropolli Charmet, psicologo dell’adolescenza. «Mi fa piacere che in Italia si usino molti meno antidepressivi sui giovani rispetto agli Usa. Il farmaco non può essere la prima istanza di cura. Quasi tutti gli adolescenti hanno un fondo malinconico, un po’ triste, annoiato, con sentimenti di solitudine, inadeguatezza. Considerare queste situazioni come problemi che si risolvono con gli antidepressivi è un errore diagnostico. La depressione va curata con i farmaci se è una questione organica. Se uno è depresso perché va male a scuola, perché la fidanzata l’ha mollato o ha brufoli può fare scelte gravi come il suicidio, o l’abuso dell’alcol. Ma non per questo va curato con i farmaci ». Fonte: MICHELE BOCCI - la Repubblica

Ocse, in Italia solo un giovane su cinque ha un'occupazione

Ocse, in Italia solo un giovane su cinque ha un'occupazione

 

Secondo l'organizzazione parigina solo il 18,8% degli italiani di età compresa tra 15 e 24 anni ha un lavoro regolare. La media europea è quasi doppia. Il dato rappresenta un ulteriore calo rispetto al quarto trimestre 2011 (19,5%). Dall'inizio della crisi si sono persi 2 milioni di posti nei paesi Ocse

 

MILANO - In Italia meno di 1 giovane su 5 (18,8%) è occupato contro una percentuale quasi doppia della media europea mentre le donne con un lavoro sono pari al 47% a fronte di una media Ue del 58%. E' quanto si legge nei dati Ocse che classificano comunque giovane la popolazione fra i 15 e i 24 anni. Il dato sui giovani nel nostro paese rappresenta un ulteriore calo rispetto al quarto trimestre 2011 quando era pari al 19,5%. Nei paesi Ocse i giovani occupati sono il 39,1%.

Gli occupati nei paesi Ocse sono rimasti stabili a 528 milioni nel primo trimestre 2012 rispetto alla fine del 2011 ma dall'inizio della crisi finanziaria (2008), 'mancano' all'appello 2 milioni di lavoratori. E' quanto afferma l'organizzazione con sede a Parigi secondo cui il tasso degli occupati è pari al 64,9%.

In particolare l'Ocse nota come dal 2008 la crisi del mercato del lavoro abbia colpito più fortemente i lavoratori uomini (-2,7%) il cui tasso di impiego resta comunque più alto di quello femminile e i giovani (-3,7%). Per questi un vero e proprio tracollo si è avuto in Irlanda e Spagna (-15%) ma anche in Portogallo Islanda e Danimarca (-10%).

L'organizzazione nota infatti grandi disparità fra i vari paesi. Dal 2008, di pari passo con l'andamento dell'economia, il calo degli occupati è stato più pesante in Grecia, Irlanda, Spagna, area euro e Stati Uniti mentre è salito in Germania, Turchia e Cile. Al primo trimestre del 2012 così le persone occupate erano in totale 528 milioni di cui 295 uomini e 234 donne su una popolazione in età attiva (dai 15 ai 64 anni di 815 milioni). I disoccupati erano 47 milioni e le persone nè occupate nè disoccupate (come gli studenti) sono pari a 241 milioni.

 

Fonte repubblica

17/07/2012

L’animo sentimentale di Bukowski

L’animo sentimentale di Bukowski

 

Con quella faccia un po’ così, sfigurata da una violenta forma di acne giovanile e devastata dall’alcol, Charles Bukowski è condannato a rimanere imperitura icona, santino e bandierina di più generazioni di sedicenti rivoluzionari da social network. Suo malgrado, perché in vita amava starsene per conto proprio. A bere e a scopare. Ad ascoltare musica classica, perché alle protest song di Bob Dylan e di Joan Baez preferiva Brahms e Mahler. A interrogarsi piuttosto che a offrire risposte, convinto com’era che «un professore impegnato finisce irrimediabilmente per diventare un coglione». Senza intrupparsi, senza affilarsi, senza affiliarsi. Intorno esplode il Sessantotto? Ecchissenefrega! Non esita neanche un istante a prendere le distanze da beatniks, hippies, proto-hippies, maoisti, contestatori, una variopinta progenie che egli non avrebbe mai procreato.


Dal 25 al 29 agosto di quell’anno si tiene a Chicago la convention del Partito Democratico. La città è invasa da migliaia di giovani che improvvisano un’imponente manifestazione. Sul giornale underground Open City Bukowski, con il suo caratteristico stile caustico, esprime la più totale disapprovazione per i manifestanti: «Gli avvenimenti di Praga hanno raffreddato la maggior parte di quelli che si erano dimenticati dell’Ungheria. Eppure restano a bighellonare nei parchi con le icone del Che e i ritratti di Castro a mo’ di amuleti, a strillare “Oomm-oomm” con Burroughs, Genet e Gisberg, tre teste di cazzo di scrittori di fama internazionale». Rispetta Kerouac, altro grande irregolare, ma sugli altri – «gli apprendisti stregoni della beat generation» – non lesina complimenti: «Si mettono in mostra nel gran baraccone hippie. Giganti dell’umanità? Cazzate. Giganti della pubblicità».


Con quella faccia un po’ così, però, Bukowski era perfetto per il merchandising culturale – o meglio: commerciale – del carrozzone conformista di sinistra. Appropriazione quanto mai indebita per uno che detestava «le associazioni benefiche, le mobilitazioni democratiche e tutto quanto esprima buone intenzioni». Che agli studenti politicizzati preferiva i frequentatori degli ippodromi. «Arrabbiati, preoccupati, ingannati, scannati, inculati ma pronti a ricascarci, se rimediavano i soldi».


Quella faccia un po’ così, in definitiva, può ingannare, specialmente chi non ha letto i suoi romanzi e le sue poesie, ma s’è limitato a brandirne qualche frase. Come ha scritto Jim Christy ne La sconcia vita di Charles Bukowski (Feltrinelli),«i personaggi dei suoi libri non si evolvono, non sono lì a rappresentare alcuna Grande Idea». Bukowski non vuole cambiare il mondo e non ripone alcuna speranza nel progresso. Non è un caso, del resto, se in Italia vanno a ruba libri fotografici su di lui mentre nessuno si prende la briga di tradurre nella nostra lingua le principali biografie, Against the american dream: Essays on Charles Bukowski di Russel Harrison e Hank: the life of C.B. di Neeli Cherkowski, nelle quali si analizza il retroterra culturale dello scrittore. Bukowski andava normalizzato e presentato come un esponente, seppur stravagante, della beat generation, meglio tacerne alcune stravaganze politiche. Si è preferito imboccare la scorciatoia delle immagini e sfruttare, con robuste dosi di luoghi comuni, il marchio dello scrittore maledetto.

 


Paradossalmente, invece, Flavio Montelli, con la graphic novel Goodbye Bukowski (Coconino Press, 155 p., ill., € 16), da qualche giorno in libreria, ha percorso la strada opposta: utilizzando il linguaggio delle immagini – un disegno bianco e nero in perfetto stile underground americano – è riuscito nell’impresa di restituire un Bukowski inedito. Di inedito, mi direte, non rimane molto e forse il fondo del “pubblicabile” è già stato ampiamente raschiato. Inedita e sorprendente, tuttavia, è la lettura che il giovane vignettista ravennate ne ha dato. Non soltanto l’ubriacone, il barfly, ovvero il moscone da bar, ma l’uomo intimo, quasi segreto, sicuramente sconosciuto a chi non ne ha letto le opere. Era tutto lì, in qualche decina di libri. Bastava fermarsi a cercare.


Montelli ha iniziato questo lavoro quando aveva appena vent’anni, come un lettore qualsiasi. Ha scavato tra le righe senza fermarsi all’evidenza, al Bukowski che recita Bukowski, che fa lo smargiasso, che ghigna e si prende gioco del mondo. Ci ha lavorato tre anni, fino a farsi assorbire interamente dal mondo di Hank, dimenticando gli amici, sacrificando i sabato sera e realizzando un ritratto fedele, nitido e privo di retorica. Non ne tace certo gli eccessi, ma sbronze, risse da bar e liti coniugali restano sullo sfondo. L’ordinaria follia delle sue storie cede il passo all’ordinaria frustrazione della sua vita da impiegato postale, prima, e da scrittore incompreso in una lunghissima estenuante gavetta. E soprattutto emerge la vita sentimentale dello scrittore, l’umanissima gelosia per donne molto più giovani e anche la fragilità del padre affettuoso con l’amatissima figlia Marina, «che ha il sole dentro più di ogni altra persona». Una graphic novel, la sua, che ha il merito di andare oltre l’abusato stereotipo dello scrittore erotomane che, parafrasando il titolo dell’ultima raccolta di scritti pubblicata recentemente da Feltrinelli, «scrive poesie per portarsi a letto le ragazze». Dello scrittore violento, che usa le donne per poi gettarle, non c’è traccia. «È vero che picchi le tue donne? Gli chiede preoccupata Diana nella graphic novel». Una diffidenza che è la stessa delle femministe che l’hanno più volte contestato. Nel racconto di Montelli, invece, tra flashback e riflessioni, nuovi incontri e solitudini, emerge pacata eppure netta la figura autentica di Buk come noi lo conoscevamo.


Il prossimo 16 agosto festeggeremo il suo compleanno – era nato ad Andernach, in Germania, nel 1920, ed è scomparso a San Pedro nel 1994 – pensando che sia ora da qualche parte, lassù, con la Pall Mall senza filtro tra le labbra, a sfogliare quest’ultimo lavoro su di lui e a bere una birra con i suoi miti. «Le vecchie pellacce che si sono battute così bene: Hemingway, Céline, Dostoevskji, Hamsun». Una bella pattuglia di irregolari, non c’è che dire.

 

Di Roberto Alfatti Appetiti

 

http://www.secoloditalia.it/stories/Cultura/3350_lanimo_sentimentale_di_bukowski/

COSTA D'AVORIO DIFFICILI PROVE DI RICONCILIAZIONE E NUOVI IMPUTATI PRO-GBAGBO

COSTA D'AVORIO  DIFFICILI PROVE DI RICONCILIAZIONE E NUOVI IMPUTATI PRO-GBAGBO

 

A un anno dalla nascita della Commissione dialogo, verità e riconciliazione (Cdvr), guidata dall’ex primo ministro Charles Konan Banny, è globalmente negativo il bilancio del suo operato. Secondo il quotidiano ‘Le Mandat’, “di fronte agli ostacoli la commissione è rimasta impotente” mentre “a metà mandato non è riuscita ad attuare buona parte dei suoi innumerevoli compiti”. Finora, aggiunge la stessa fonte, sono state intraprese solo “azioni eclatanti” invece degli attesi “passi concreti” per porre le basi della riconciliazione e della coesione sociale tra le diverse comunità che vivono in Costa d’Avorio, provate da una serie di crisi politico-militari che dal 2002 hanno diviso il paese in due.

Per alcuni osservatori, le iniziative intraprese finora sono “troppo distanti” rispetto alla vita reale dei cittadini, che non sembrano avere fiducia nei confronti dei commissari. Oltretutto in più occasioni il governo ha scavalcato la stessa commissione su questioni legate alla riconciliazione, ad esempio tenendola fuori dal ‘dialogo repubblicano’ aperto con l’opposizione politica. Venerdì il primo ministro Jeannot Ahoussou Kouadiou dovrebbe incontrare la direzione del Fronte popolare ivoriano (Fpi) dell’ex presidente Laurent Gbagbo, per cercare di rilanciare il processo di riconciliazione politica.

 

A un anno dalla fine della crisi elettorale del 2011, conclusasi con 3000 vittime, critiche e accuse continuano ad arrivare dall’opposizione. In una lettere indirizzata a Konan Banny, il capo degli ex giovani patrioti pro-Gbagbo, Charles Blé Goudé, sollecita un incontro col presidente della Cdvr. “E’ giunta l’ora di fermare l’escalation. Il potere sta creando tutte le condizioni che porteranno ad un’implosione sociale e politica con il suo accanimento nel perseguire, arrestare e distruggere tutti i sostenitori dell’ex capo di Stato” ha scritto Blé Goudé, esiliato in un paese dell’Africa occidentale e oggetto di un mandato di cattura internazionale spiccato dalla giustizia ivoriana.

 

Ieri, al termine di un interrogatorio sono stati imputati con l’accusa di “genocidio” e “crimini contro la popolazione civile” la leader delle ‘Donne patriottiche’, Geneviève Bro-Grébé, e l’ex vice presidente del Fronte popolare ivoriano, Abou Drahamane Sangaré. In tutto sono otto le personalità di primo piano legate all’ex presidente Gbagbo processate con gli stessi capi di accusa, ma anche per appropriazione indebita di fondi pubblici e attentato alla sicurezza dello Stato. Arrestato e detenuto presso la Corte penale internazionale (Cpi) con l’accusa di crimini contro l’umanità, Gbagbo sta aspettando l’udienza di conferma prevista per il 13 agosto. Fonti vicine all’opposizione ma anche difensori dei diritti umani esprimono da tempo critiche nei confronti di una giustizia a due velocità: finora nessuno tra i sostenitori del presidente Alassane Dramane Ouattara è finito nelle maglie della giustizia ivoriana e internazionale.

 [VV] fonte misna

 

LIBIA L'hanno spuntata i liberali di Jibril

LIBIA L'hanno spuntata i liberali di Jibril

 

Decide il voto dei libici residenti all'estero. Boicottaggio fallito, ma resta incandescente la questione Cirenaica L'ex premier del Cnt, ormai quasi certo della vittoria, propone alle forze radicali un governo di «unità»

 

 

Sembrerebbe quasi certo: l'hanno spuntata i liberali di Mahmoud Jibril, a lungo primo ministro del Consiglio nazionale transitorio libico (Cnt), che ha respinto le accuse di «secolarismo» mossegli dai radicali invitandoli ad un governo di "unità nazionale".


Le elezioni in Libia sono state paragonate alla gioia di un matrimonio. Ci auguriamo che a prevalere non sia l'aspetto contrattuale ma le aspirazioni del popolo libico che giammai nella storia conobbero una vera ribalta. Sudditanza nei confronti dell'impero turco, oppressione quella coloniale prima e fascista in seguito, sgradevole compromesso gli anni di re Idris al-Senussi dove a decidere erano gli anglo-americani, e infine Gheddafi, che dopo un iniziale riscatto ha sfoggiato il suo lato più autenticamente antidemocratico. Ebbene, non vorremmo più tornare a sentenziare: non c'è pace per la Libia.


Il 7 luglio si è votato per l'Assemblea costituente che avrà il compito di nominare un nuovo primo ministro e un nuovo gabinetto. 200 i seggi a disposizione. 120 destinati a singole candidature, 80 a candidature afferenti ai partiti. Si era nei giorni scorsi aperta una polemica intorno alle singole candidature, ignote a molti elettori per via degli stretti tempi della campagna elettorale, circa 20 giorni. C'è da scommettere che alla fine anche i singoli candidati, che dell'Assemblea rappresentano la fetta più grande, saranno riconducibili a movimenti politici. Dei 2,8 milioni di registrati per votare, si sono recati alle urne circa 1,8 milioni di elettori, con un'affluenza del 65%.


Delle oltre 3.700 candidature, 625 erano donne; 85 singole candidate e 540 legate ai partiti. La disparità nel numero è dovuta a una legge che ha imposto ai partiti un egual numero di candidati per ambo i sessi. Una legge varata forse per scongiurare quanto accaduto nel vicino Egitto dove con l'insediamento del nuovo governo dei Fratelli musulmani la presenza femminile in parlamento è diminuita del 10% attestandosi ad un modesto 2%.
In vista delle elezioni si sono formati circa 130 partiti. Vediamo quali sono i principali. 
Il Partito Giustizia e Ricostruzione, arteria politica dei Fratelli musulmani. Il suo leader è Mohammed Sawan, ex prigioniero politico originario di Misurata. Si tratta di un partito religioso che si avvale dell'Islam come quadro interpretativo della vita sociale. I Fratelli musulmani in Libia sono stati per decenni perseguitati. Gheddafi - come dichiarato in un'intervista del '95 al politologo francese François Burgat - li considerava «la destra reazionaria serva dell'America». Il loro programma prevede un forte stato assistenzialista per l'istruzione e la sanità. Sono per l'unità nazionale e contro ogni forma di federalismo. 


C'è poi il Partito della Nazione «Al-Wattan». Ancor più integralista del primo, è sostenuto dai Paesi del Golfo, in particolare dal Qatar. I suoi leader sono l'Imam Ali Al-Salabi e l'ex capo del Consiglio militare di Tripoli Abdul-Hakim Belhaj. Per la riconciliazione del Paese, il partito predica il principio della "tolleranza zero" verso quanti si siano macchiati di omicidi verso il popolo libico. Promette tuttavia di rispettare il diritto internazionale, stringendo particolari rapporti con i Paesi che sin da principio hanno supportato la rivoluzione. È fortemente contrario al federalismo e spinge per la nascita di un esercito di unità nazionale in grado di garantire stabilità e sicurezza. Secondo fonti attendibili Salabi avrebbe definito «peggio di Gheddafi» il Cnt, condannando il «secolarismo estremo» del primo ministro Mahmoud Jibril, attuale presidente del Partito liberale. Abdul-Hakim Belhaj è invece noto alle cronache per aver combattuto negli anni Ottanta, la guerra antisovietica degli Usa in Afghanistan, dove migliaia di innocui contadini vennero armati contro Mosca, divenendo quelli che ora conosciamo come talebani. Tornato in patria Belhaj attentò più volte alla vita di Gheddafi. Dopo l'11 settembre 2001 le autorità libiche spiccarono un mandato di arresto nei suoi confronti bollandolo come membro di al-Qaeda. L'Interpol lo arresta nel 2004 a Kuala Lumpur, in Malesia. Londra gli negò asilo politico favorendo la sua estradizione in Libia dove lo attesero sette anni di carcere nel penitenziario di Abu Salim. Belhaj attende ora scuse ufficiali dalle autorità britanniche. 


C'è poi il partito dato per vincitore del già citato Mahmoud Jibril, l'Alleanza delle forze nazionali o più semplicemente Partito liberale.Una coalizione di ben 58 partiti assai sostenuti dai libici residenti all'estero, circa un milione, che dopo insistenti richieste hanno potuto votare nelle ambasciate dei seguenti Paesi: Stati Uniti, Canada, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Germania e Gran Bretagna. I liberali si dicono fautori di un "Islam moderno" non negando tuttavia la sharia come fonte della legge. Hanno una visione globalizzata dell'economia. Sostengono la privatizzazione.
C'è infine il Fronte nazionale, un movimento di opposizione a Gheddafi attivo dal 1981 col nome di Fronte nazionale per la salvezza della Libia. È guidato da Mohammed Magaraif ed è forte sopratutto nell'est del Paese. Chiede il processo per tutte le figure legate al passato regime. 


L'annosa questione della Cirenaica, che teme di dover continuare ad elemosinare a Tripoli i contributi per le infrastrutture e lo sviluppo, si è fatta incandescente allorquando dei 200 seggi a disposizione solo 60, secondo il criterio demografico scelto, sarebbero ad essa destinati. Con il fine di evitare il boicottaggio delle elezioni, il Cnt, per volere del presidente Mustapa Abdul Jalil, nella giornata del 5 luglio, con un emendamento a sorpresa, ha stabilito che i 60 membri della commissione incaricati di redigere la costituzione, 20 per ciascuna macroregione, non saranno più eletti dall'Assemblea costituente, come precedentemente stabilito, ma saranno eletti - a distanza di tre mesi dall'insediamento dell'Assemblea - direttamente dal popolo secondo una procedura che l'Assemblea medesima stabilirà. 


Il Generale Hamid Hassi è il capo dell'autoproclamato Consiglio transitorio della Cirenaica (Ctc). Guida un esercito autonomo che non riconosce il ministero della Difesa del Cnt. Hassi non ha mai parlato di "secessionismo", piuttosto di "decentramento". «Tripoli deve restare la capitale» ha dichiarato. Il boicottaggio delle elezioni non c'è stato. Tuttavia su un totale di 1.554 seggi, 24 sono stati resi inagibili da uomini armati che hanno fatto irruzione dando fuoco alle schede fatte arrivare con urgenza da Dubai dopo che giovedì scorso era stato assalito e dato alle fiamme un deposito di materiale elettorale nella città di Ajdabiya. «Questo non è federalismo, - ha detto il signor Jalal Al-Barassi, un residente di Bengasi intervistato dal quotidiano locale Libya Herald - è terrorismo». Fonte: EMILIANO DI SILVESTRO - il Manifesto | ì

Tre miliardi in più ogni 100 punti base così si gonfiano gli interessi sul debito

Tre miliardi in più ogni 100 punti base così si gonfiano gli interessi sul debito

 

Ecco come rischiano di andare in fumo i sacrifici degli italiani

 

Addio ai benefici della spending review. Bye Bye persino a un bel pezzo dei soldi incassati finora grazie alla contestatissima Imu. Tutti i sacrifici degli italiani rischiano di andare in fumo davanti all’offensiva del nostro peggior nemico: lo spread, assestato oggi a quota 456 contro il 180 punti di fine 2010. Ogni cento punti base d’aumento ci costano quasi tre miliardi di interessi sul debito in più solo il primo anno. E lo spread attuale pari a oltre 450 punti ci costerà quest’anno circa 10 miliardi in più. Già nel primo trimestre 2012, conferma l’Istat, Roma ha dovuto sborsare 2,7 miliardi in più (un aumento del 16%) per onorare il suo debito. Il governo a settembre potrebbe essere costretto a fare un tagliando ai conti dello Stato. Scoprendo magari che sarà necessaria una manovra suppletiva per tappare il buco aperto dal caro-tassi. Nell’attesa messianica che la Germania dia una mano dando l’ok allo scudo anti-spread.

Il debito / La spesa può prendere il volo in vista aumenti esponenziali    


La corsa dello spread ha una conseguenza evidente: fa salire il conto degli interessi che dobbiamo pagare per onorare il nostro debito. Lo scorso anno Roma ha staccato un assegno da 78 miliardi. Ma il 2011 – con il differenziale rimasto a lungo tra 150 e 200 punti prima di schizzare a 575 solo a novembre – è un secolo fa. Oggi, malgrado i passi avanti dell’ultimo summit Ue, fatichiamo a contenerlo a quota 450. Quanto ci costa questo balzo? Un rialzo di 100 punti base dello spread e dei rendimenti in asta, naturalmente, non comporta un aumento proporzionale del costo del debito, visto che lo Stato continua a pagare tassi minori sulle emissioni precedenti. La ricaduta reale – secondo i calcoli del Tesoro – è di 2,8 miliardi di interessi (lo 0,19% del Pil) per ogni punto percentuale di aumento dei tassi il primo anno, 5,4 miliardi (0,36%) il secondo e 9 miliardi (0,54%) il quarto. La pratica però dà risultati ancora più inquietanti della grammatica: il costo del debito dello Stato italiano è salito nel primo trimestre del 2012 secondo l’Istat del 16% da 16,1 a 18,7 miliardi.

I costi / I benefici della spending review sotto la minaccia del caro-tassi    


IL GOVERNO Monti ha già messo le mani avanti. Il Documento di economia e finanza prevede nel 2012 una spesa per interessi di 84,2 miliardi, sei in più del 2011, per salire a 100 miliardi nel 2015 a fronte di un tasso medio sul nostro debito in crescita dal 4,5% al 5%. Peccato che la realtà di quota 450 rischi di trasformare da subito in un libro dei sogni queste cifre. Ai livelli attuali si rischia di sforare di 4-5 miliardi la spesa per interessi preventivata nei conti dello stato, vanificando ad esempio tutti i 3,7 miliardi di risparmi messi a bilancio grazie alle forbici della spending review. La spia dell’allarme è già accesa da qualche tempo anche all’interno dell’esecutivo. E non a caso Monti ha avviato un pressing a uomo su tutti i partner Ue per il varo dello scudo anti-spread. Il rischio è che la corsa dei differenziali mandi in fumo tutti i sacrifici degli italiani. La prima tranche dell’Imu, per dire, ha reso allo Stato 9,5 miliardi. E il governo potrebbe essere costretto a rifare i suoi conti a settembre con la revisione del Def.

La difesa / Più Bot in asta e meno Btp per ridurre l’impatto sui conti    


IL TESORO, naturalmente, non è rimasto con le mani in mano. E per ridurre al minimo gli effetti collaterali del caro-spread a messo mano a tutto il suo arsenale di strumenti di difesa. La via maestra è stato l’aumento di emissioni di Bot a breve termine, dove per ora l’Italia riesce a spuntare ancora rendimenti relativamente contenuti. Non a caso la vita media del nostro debito si è accorciata, passando dai 7 anni e 2 mesi di fine 2011 ai sei anni e nove mesi di oggi. Via XX Settembre ha giocato pure con sapienza su freno e acceleratore, tanto da essere riuscita a collocare il 63% dei 454 miliardi di titoli di Stato in calendario per quest’anno dribblando in particolare le scadenze pesantissime tra febbraio e aprile. Un bel colpo visto che nel 2013, per il miglioramento del fabbisogno dello Stato, l’asticella dovrebbe scendere a quota 415 miliardi. Se si riuscisse a mantenere il differenziale con i Bund attorno a quota 200 (
mission apparentemente impossible oggi) il bilancio dell’Italia avrebbe un beneficio immediato di un paio di miliardi nel 2012 e più di dieci nel 2015 rispetto alle stime del Def.

Il rischio / La spia dell’allarme rosso si accende a quota 550    


A tirar troppo la corda, la corda alla fine si spezza. E anche gli spread, nel loro piccolo, hanno un limite oltre il quale non tengono più. Nel caso della crisi dei debiti sovrani la cifra magica è 550. Lo insegna la storia. Quando Atene, Lisbona e Dublino hanno dovuto pagare il 5,5% in più dei Bund per oltre un mese, alla fine non hanno avuto altra scelta che presentarsi con il cappello in mano dalla Ue per chiedere aiuto. Con un Pil in calo nel 2012 del 2% e malgrado le riforme del governo Monti, in effetti, anche Roma non avrebbe vita troppo lunga con il rendimento dei Btp decennali oltre il 7%. La legge aritmetica dello spread è impietosa: solo il primo anno, la spesa per interessi salirebbe di 10 miliardi. Il quarto di quasi 40 miliardi. Voragini difficili da colmare in un momento in cui si fa fatica a raschiare il fondo del barile per tagliare qualche miliardo ai conti dello Stato. E per esorcizzare scenari apocalittici ci sono solo due soluzioni: l’Italia deve continuare a «fare i compiti a casa» come direbbe Angela Merkel. Ma l’Europa deve sbrigarsi a metter a punto lo scudo anti-spread.

Fonte: Ettore Livini - la Repubblica |