23/05/2012
Dalla Siria, la guerra civile incombe sul paese dei Cedri
Dalla Siria, la guerra civile incombe sul paese dei Cedri
Erano in migliaia ieri a Bireh. Tanti armati di mitra. Qualcuno ha sparato in aria per scaricare la rabbia e in segno di saluto, durante i riti funebri per il predicatore sunnita Ahmed Abdul Wahed, ucciso domenica a un posto di blocco vicino Akkar. È stato con ogni probabilità un incidente, l'auto del predicatore non si è fermata all'alt e i soldati hanno aperto il fuoco. I militanti sunniti però non ci credono. Per loro è stato un agguato compiuto su ordine dell' intelligence libanese, legata ai servizi del regime siriano. Ahmed Abdul Wahed era un amico e collaboratore dell'ex premier Saad Hariri, leader del partito Mustaqbal (Futuro): un altro motivo per organizzare il «complotto», dicono a Bireh, ad Akkar, a Tripoli e nel resto del nord del Libano, storica roccaforte della militanza sunnita. «Sappiamo che lo sceicco Abdul Wahed è stato ucciso intenzionalmente da soldati (libanesi) legati ad Assad», ripeteva ieri il deputato Khaled Daher, di Mustaqbal. Daher alza il tiro, mette sotto accusa il governo di cui fa parte il partito «nemico» Hezbollah, alleato di Assad. Al deputato, ad Hariri, a dirigenti e militanti di Mustaqbal, non basta l'arresto di tre ufficiali dell'esercito libanese e di 19 soldati con l'accusa di coinvolgimento nell'assassinio del religioso. Intendono motivare ulteriormente i militanti sunniti nella provincia di Akkar, da dove secondo fonti locali partono gran parte dei rifornimenti clandestini di armi per i ribelli anti-Assad e che l'esercito libanese, su pressione della Siria, prova a bloccare con una ragnatela di posti di blocco.
Un clima e una situazione sul terreno che possono esplodere in qualsiasi momento. La crisi siriana potrebbe gettare il Libano in una nuova guerra civile. E se tra il 1975 e il 1990 si sono combattuti prima musulmani e cristiani e poi le fazioni cristiane avverse, questa volta sono di fronte musulmani sunniti e sciiti. Lo si è visto a Tripoli nei giorni scorsi (10 morti e decine di feriti dopo l'arresto del leader salafita al Mawlawi). È accaduto nella notte tra domenica e lunedì a Tariq Jadida (Beirut) dove si sono affrontati per diverse ore i miliziani di Mustaqbal e quelli dell'alleanza nazionale filo-siriana guidata da Shaker Barjawi. Con un bilancio di due morti e 18 feriti. A Beirut scene simili si erano viste quattro anni fa, quando lo scontro tra Hezbollah e i sostenitori di Hariri giunse fin nelle strade di Hamra, la roccaforte sunnita nella capitale libanese. A Beirut ieri erano previsti due raduni: il primo di Mustaqbal e delle forze che compongono il fronte (anti-siriano) «14 Marzo»; il secondo di cittadini libanesi preoccupati dal conflitto settario esploso in più punti nel paese. La guerra civile incombe sul Paese dei Cedri.
E lo hanno capito le monarchie arabe avversarie di Assad. Il quotidiano arabo (edito a Londra) al Quds al Arabi ieri metteva in evidenza la decisione presa la scorsa settimana daArabia saudita, Qatar e Emirati che hanno esortato (di fatto ordinato) i propri cittadini a lasciare subito il Libano (ieri il Kuwait ha fatto altrettanto). Le autorità di Beirut di fronte a quell'annuncio rimasero di stucco e immaginarono subito i danni che la decisione avrebbe avuto sul turismo. Ma a rischio è molto più della stagione turistica che, ormai, è finita. «Questi tre Stati sono una componente centrale degli Amici della Siria (i paesi che sostengono la ribellione armata contro Assad)... devono perciò essere in possesso di informazioni accurate sul terreno e degli scenari futuri in Libano», ha scritto al Quds al Arabi . E c'è già chi scommette sulla prossima formazione (secondo alcuni già esisterebbe in embrione) dell'«Esercito libero libanese» - sul modello dell'Els che opera in Siria che sarà il braccio armato dei sunniti libanesi.
Fonte: Michele Giorgio - il Manifesto |
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Usiamo una Terra e mezzo ogni anno per il Wwf è emergenza consumi
Usiamo una Terra e mezzo ogni anno per il Wwf è emergenza consumi
La salute del nostro pianeta è a rischio. Dal 'Living Planet Report' 2012 emerge che il genere umano utilizza più risorse di quelle che si rigenerano. E il 30% della biodiversità è andato perso negli ultimi 40 anni
È ALLARME consumi per il pianeta Terra. Ogni anno gli esseri umani consumano più risorse di quante se ne producano, ben un pianeta e mezzo. Negli ultimi 40 anni, poi, è andato perduto il 30% della biodiversità, con picchi del 60% nelle zone tropicali.
Questi i risultati del 'Living Planet Report' 2012, rapporto sullo stato di salute della Terra del Wwf - in collaborazione con la Zoological Society di Londra, il Global Footprint Network e l'Agenzia Spaziale Europea - e diffuso in occasione del vertice mondiale sullo Sviluppo Sostenibile 'Rio+20', che si terrà a Rio de Janeiro dal 20 al 22 giugno, e della Festa delle Oasi Wwf 2012, il prossimo 20 maggio.
Il rapporto ha analizzato l'impronta ecologica (l'indicatore che mette in relazione il consumo umano di risorse naturali con la capacità della Terra di rigenerarle) di 121 Paesi. Volto dell'edizione 2012 l'astronauta Andrè Kuipers, che si trova sulla Stazione Spaziale Internazionale. Kuipers ha raccontato il suo punto di vista: "Da qui riesco a vedere l'impronta dell'umanità, tra cui gli incendi delle foreste, l'inquinamento atmosferico e l'erosione del suolo e delle coste, le sfide che si riflettono in questa edizione del Living Planet Report".
Il problema è che l'umanità vive al di sopra delle possibilità. Come spiega Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf Italia, "stiamo utilizzando il 50% di più delle risorse che la Terra può produrre e se non cambieremo rotta il numero crescerà rapidamente, entro il 2030 neanche due pianeti sarebbero sufficienti". Le necessità del genere umano, infatti, sono già cresciute in modo esponenziale dal 1970 a oggi, passando da 30 miliardi di tonnellate a quasi 70.
La capacità di rigenerarsi degli ecosistemi di acqua dolce è diminuita del 37%, mentre solo un terzo dei fiumi più lunghi di 1.000 chilometri scorrono senza dighe sul letto principale. L'attività di pesca è aumentata di circa cinque volte in 50 anni, passando dai 19 agli 87 milioni di tonnellate. La deforestazione e il degrado forestale sono i responsabili di circa il 20% delle emissioni globali di CO2.
Gli Stati maglia nera nel consumo di risorse ambientali sono il Qatar, il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti. Seguiti al quarto posto dalla Danimarca e al quinto dagli Stati Uniti. Medaglia d'oro invece al Madagascar, piazzamento d'onore per lo Zimbabwe. L'Italia si è classificata trentaduesima. E il nostro paese ha il 50% delle coste a rischio erosione.
Ma la Terra si può ancora salvare. Cinque le mosse che il Wwf propone per invertire la tendenza:
- proteggere la biodiversità;
- produrre in maniera più efficente limitando lo spreco di energia;
- consumare in maniera intelligente;
- orientare i flussi finanziari verso progetti a supporto della conservazione e della gestione sostenibile degli ecosistemi;
- gestire equamente le risorse.
Un piano di lavoro volto a mettere il valore del capitale umano al centro dell'economia, dei modelli produttivi e degli stili di vita.
Fonte repubblica
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Pignoramenti senza fine addio casa per 44 mila moratoria, stop a luglio
Pignoramenti senza fine addio casa per 44 mila moratoria, stop a luglio
E nel 2012 si dimezza la domanda di mutui Scade a luglio l´accordo che ha permesso il rinvio del pagamento delle rate
ROMA - Pignoramenti immobiliari in costante, drammatica crescita in Italia. Se 37 mila 472 famiglie avevano perso la casa nel 2010, nel 2011 il doloroso destino si è abbattuto su altre 44 mila e 27. E le cose sarebbero andate addirittura peggio senza l´accordo salva-famiglie fra Abi e associazioni consumatori. Il paracadute ha scongiurato il pignoramento per migliaia di altre persone colpite da eventi traumatici come la perdita del lavoro o la cassa integrazione, che ne hanno ridotto la capacità di rimborso del mutuo. Queste persone hanno sospeso - per un anno - il pagamento delle rate.
L´ultima moratoria scade alla fine di luglio di quest´anno e difficilmente sarà prorogata. «Le prospettive reddituali delle famiglie - spiega Luca Dondi, responsabile settore immobiliare di Nomisma - non sono certamente positive e il sistema bancario, che finora ha riconosciuto una serie di moratorie, non potrà certamente rimandare sine die il momento del pagamento delle rate».
Ma pochi numeri sono sufficienti per confermare l´attuale momento di difficoltà economica delle famiglie: il numero delle richieste di sospensione del pagamento delle rate è passato dalle 55 mila di fine novembre 2011 alle oltre 60 mila attuali, con un debito residuo di circa 7,5 miliardi.
La contrazione della capacità reddituale delle famiglie è confermata dai dati Crif, secondo cui le richieste di mutuo nel primo trimestre di quest´anno sono calate del 48%, mentre Assofin segnala nel primo bimestre 2012 una vera e propria emorragia di operazioni di finanziamento concluse con un secco meno 58,5%.
Il dimezzamento dei finanziamenti immobiliari è anche l´effetto dell´inasprimento dei criteri di concessione del credito da parte delle banche e che ha colpito, in particolare, i mutuatari con reddito medio-basso. A questo fattore bisogna poi aggiungere il forte aumento dello spread. L´applicazione da parte delle banche di spread elevati, di fatto, vanifica fortemente le riduzioni dell´Euribor.
Basti pensare che - rispetto al 7 ottobre 2011 quando l´Euribor a un mese quotava 1,36% - venerdì scorso il valore si è posizionato sullo 0,40% ( - 0,96%) e l´Euribor a 3 mesi è passato nello stesso periodo dall´1,57% allo 0,69% (-0,88%).
Al contrario, dati elaborati da MutuiOnline propongono questo scenario: i ricarichi applicati dalle banche per i mutui a tasso variabile sono mediamente passati dall´1,43% del primo semestre 2011 al 3,57% del primo bimestre di quest´anno. «Il calcolo rigoroso dei tassi di interesse - segnala Dondi - rappresenta uno degli strumenti preferiti dagli istituti per alleggerire i propri costi. In altre parole, si trasferiscono sulla potenziale clientela l´onerosità dei costi di approvvigionamento a medio-lungo termine». Fonte: ROSA SERRANO - la Repubblica |
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Pignoramenti senza fine addio casa per 44 mila moratoria, stop a luglio
Pignoramenti senza fine addio casa per 44 mila moratoria, stop a luglio
E nel 2012 si dimezza la domanda di mutui Scade a luglio l´accordo che ha permesso il rinvio del pagamento delle rate
ROMA - Pignoramenti immobiliari in costante, drammatica crescita in Italia. Se 37 mila 472 famiglie avevano perso la casa nel 2010, nel 2011 il doloroso destino si è abbattuto su altre 44 mila e 27. E le cose sarebbero andate addirittura peggio senza l´accordo salva-famiglie fra Abi e associazioni consumatori. Il paracadute ha scongiurato il pignoramento per migliaia di altre persone colpite da eventi traumatici come la perdita del lavoro o la cassa integrazione, che ne hanno ridotto la capacità di rimborso del mutuo. Queste persone hanno sospeso - per un anno - il pagamento delle rate.
L´ultima moratoria scade alla fine di luglio di quest´anno e difficilmente sarà prorogata. «Le prospettive reddituali delle famiglie - spiega Luca Dondi, responsabile settore immobiliare di Nomisma - non sono certamente positive e il sistema bancario, che finora ha riconosciuto una serie di moratorie, non potrà certamente rimandare sine die il momento del pagamento delle rate».
Ma pochi numeri sono sufficienti per confermare l´attuale momento di difficoltà economica delle famiglie: il numero delle richieste di sospensione del pagamento delle rate è passato dalle 55 mila di fine novembre 2011 alle oltre 60 mila attuali, con un debito residuo di circa 7,5 miliardi.
La contrazione della capacità reddituale delle famiglie è confermata dai dati Crif, secondo cui le richieste di mutuo nel primo trimestre di quest´anno sono calate del 48%, mentre Assofin segnala nel primo bimestre 2012 una vera e propria emorragia di operazioni di finanziamento concluse con un secco meno 58,5%.
Il dimezzamento dei finanziamenti immobiliari è anche l´effetto dell´inasprimento dei criteri di concessione del credito da parte delle banche e che ha colpito, in particolare, i mutuatari con reddito medio-basso. A questo fattore bisogna poi aggiungere il forte aumento dello spread. L´applicazione da parte delle banche di spread elevati, di fatto, vanifica fortemente le riduzioni dell´Euribor.
Basti pensare che - rispetto al 7 ottobre 2011 quando l´Euribor a un mese quotava 1,36% - venerdì scorso il valore si è posizionato sullo 0,40% ( - 0,96%) e l´Euribor a 3 mesi è passato nello stesso periodo dall´1,57% allo 0,69% (-0,88%).
Al contrario, dati elaborati da MutuiOnline propongono questo scenario: i ricarichi applicati dalle banche per i mutui a tasso variabile sono mediamente passati dall´1,43% del primo semestre 2011 al 3,57% del primo bimestre di quest´anno. «Il calcolo rigoroso dei tassi di interesse - segnala Dondi - rappresenta uno degli strumenti preferiti dagli istituti per alleggerire i propri costi. In altre parole, si trasferiscono sulla potenziale clientela l´onerosità dei costi di approvvigionamento a medio-lungo termine». Fonte: ROSA SERRANO - la Repubblica |
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Imu, rifiuti e bollette: 500 euro di rincari sulle case degli italiani
Imu, rifiuti e bollette: 500 euro di rincari sulle case degli italiani
Il mix di (nuove e vecchie) imposte e i rincari sulle bollette fanno schizzare alle stelle le spese delle famiglie italiane. Ecco quanto ci costerà l'Imu
I contribuenti sono preoccupati. La stangata sulla casa è dietro l'angolo. Cadono nel vuoto le rassicurazioni del viceministro all'Economia Vieri Ceriani sulla modica entità dell'Imu.
Eppure, conti alla mano, il mix di (nuove e vecchie) imposte è destinato a spingere verso l’alto il conto delle spese per il 2012. Secondo uno studio fatto dal Sole 24Ore, una famiglia-tipo (due adulti con due figli) pagherà circa 500 euro in più. Un aumento complessivo del 20% rispetto allo scorso anno. Non va meglio ai pensionati: una coppia spenderà 315 euro in più.
Aumenti a raffica, rincari sulle bollette, nuove imposte: i contribuenti si mettono le mani nei capelli e cercano di far quadrare i conti. Che immancabilmente non tornano mai. L'introduzione dell’Imu sulla prima casa arriva in contemporanea coii rincari tariffari su elettricità, gas, acqua e rifiuti. "A livello complessivo - spiega il quotidiano diretto da Roberto Napoletano - l’introduzione dell’Imu e gli altri provvedimenti varati dal governo potranno spingere fino a 55 miliardi il prelievo fiscale sul mattone". A pesare è - manco a dirlo! - la "nuova" Ici, introdotta dal governo Monti nonostante il parere negativo della maggioranza che lo sostiene in parlamento. Sull'Imu i dati non sono ancora definitivi. I contribuenti sanno che dovranno sborsare dei bei soldoni, ma non sanno ancora quanto. La misura esatta dipenderà, infatti, dalle aliquote che verranno adottate sia dal governo sia dai Comuni. Tuttavia, la progressione è già tracciata dagli ultimi provvedimenti. "Per la famiglia con due bambini e la coppia di anziani, l’Imu costituisce circa metà della spesa extra per il 2012 - chiarisce il Sole - è vero, come ha rilevato la scorsa settimana il ministero dell’Economia, che per le rendite catastali più basse l’Imu pesa meno della vecchia Ici. Ma l’Ici sulla prima casa non si paga più dal 2008, e quindi il confronto tra il 2012 e l’anno precedente comporta un aggravio secco per il bilancio familiare".
Quello che il governo dei tecnici sembra non guardare è che le rendite catastali non riflettono sempre il valore di mercato dei fabbricati. Ovviamente, l'aggravio è sentito maggiormente da chi ha una seconda casa al mare o in campagna. Una seconda casa che, però, non è fonte di ricchezza ma che in Italia viene sempre di più concepita come un punto d'appoggio per trascorrere il fine settimana o le vacanze estive. Non solo. Rispetto all’Ici versata l’anno scorso, cambieranno sia il coefficiente moltiplicatore usato per calcolare il valore catastale e l’aliquota applicata che con l’Imu parte dallo 0,76 per cento e può arrivare fino all’1,06%. "Anche calcolando l’Imu con l’aliquota ordinaria - avverte il quotidiano economico - il proprietario della seconda casa si troverà quest’anno a pagare 316 euro in più, con un rincaro del 30 per cento".
Fonte il giornale di Sergio Rame -
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22/05/2012
L'ipocrisia della guerra spacciata per pace
L'ipocrisia della guerra spacciata per pace
Della guerra si colgono in genere gli aspetti eroici o drammatici. Ma la guerra non è solo potenza: «è anche inganno sottile, nascosto, come a sua volta è l'inganno della politica che deve dettare le condizioni della guerra e fissarne gli scopi». «Perché siamo così ipocriti sulla guerra?» è la domanda posta dal generale di corpo d'armata Fabio Mini nel suo ultimo libro, edito da Chiarelettere, da oggi in libreria. Mini, 69 anni, è stato capo di stato maggiore del Comando Nato per il Sud Europa che, a partire dal gennaio 2001, ha guidato il Comando interforze delle operazioni nei Balcani. Dall'ottobre 2002 all'ottobre 2003 è stato comandante della forza internazionale di pace a guida Nato in Kosovo (Kfor).
Ormai è deciso: staremo in Afghanistan anche dopo il 2014, dopo il previsto ritiro dei soldati americani. Non si tratta di combattere il terrorismo globale tra le montagne afgane: non ci crede più nessuno. Ufficialmente dobbiamo addestrare le forze militari e di polizia afghane a badare alla sicurezza del loro paese. Visto che questo pacifico e interminabile compito è anche lo stesso che da dieci anni maschera la nostra partecipazione alla guerra in Afghanistan, viene il sospetto che sia un pretesto per continuarla. È una guerra che stiamo combattendo con onore al fianco degli americani fingendo di non vedere che l'hanno già perduta. Sono stati sconfitti sul campo di battaglia nel 2003 quando dovettero coinvolgere la Nato per l'incapacità di gestire la violenza dei talebani e la corruzione del governo che avevano instaurato. Sono sconfitti ogni giorno sul campo dell'etica militare per l'incapacità di gestire l'eccesso di potenza, la frustrazione e i comportamenti degli squilibrati.
Viene il sospetto che ancora una volta si ricorra all'ipocrisia per giustificare interventi armati decisi da altri scambiando la coesione con la piaggeria. Così staremo all'infinito in Afghanistan, come in Iraq, in Libano e nei Balcani. È dal 1984 che un nostro contingente non rientra avendo concluso la missione affidata. Nel 1994 i nostri soldati e quelli di mezzo mondo si ritirarono dalla Somalia lasciandola in condizioni peggiori di quelle iniziali. Da allora abbiamo preso parte a tutte le guerre mistificate limitandoci ad avvicendare i contingenti senza mai fare un bilancio oggettivo sui risultati, sulle strategie e sui sacrifici compiuti.
L'ipocrisia delle operazioni umanitarie, dell'assistenza militare, della costruzione di nuove nazioni e dell'esportazione della democrazia si è affiancata a quella della guerra e molte volte l'ha sostituita. La minaccia della guerra si è trasformata in «minaccia della pace» e molti guardano ad essa come ad una catastrofe che incombe sui grassi interessi che la guerra garantisce ai soggetti pubblici e privati uniti più o meno saldamente in cosche, cricche, bande. Inoltre la pace mette a nudo più ancora della guerra le carenze politiche, d'idee, strategie, autonomia e dignità nazionale. Per questo è diventata una minaccia per i profittatori, i mediocri e i banditi costringendoli a spostare sulla pace l'ipocrisia della guerra. Il processo è stato paradossalmente favorito dalla nuova e generalizzata consapevolezza della sicurezza umana. La guerra è intrisa d'ipocrisia: nasce dai pretesti, quasi sempre basati su menzogne, e si conduce con l'inganno politico, strategico ed operativo.
Ma mentre sul piano strategico e tattico l'inganno è rivolto al nemico, su quello politico prende di mira anche le proprie istituzioni ed i propri eserciti. La guerra è ipocrita negli scopi quando si affida alla retorica ed invece tratta concretamente d'interessi, di affari. L'ipocrisia della guerra è un'arte con i suoi esponenti geniali, mediocri e meschini; nasconde il gusto quasi lascivo di chi ordina la guerra e perfino di chi la combatte; ed infine serve a far diventare accettabile e normale tutto ciò che succede in guerra: dall'eroismo alla nefandezza. Per millenni l'ipocrisia ha servito la guerra con diligenza e tuttavia non è riuscita a eliminare i limiti derivanti dalla sua eccezionalità e dalla sua transitorietà. La prima ne ritardava l'avvio subordinandolo a una situazione che rendesse necessario il ricorso alla forza come ultima risorsa.
La seconda, la transitorietà, poneva un limite alla durata dei conflitti fino a renderli illegittimi se artificiosamente prolungati. Nel tentativo di eludere tali vincoli i fautori politici, industriali e militari della guerra si sono inventati pretesti inverosimili per renderla «preventiva» e interminabile, per trarre il massimo dei profitti e dell'eccitazione dalla sua costosa e sanguinosa «normalità». Una tale distorsione della guerra ha provocato quella reazione emotiva in favore dell'etica e dell'umanità che caratterizza il nostro tempo. Forse per la prima volta nella storia la sicurezza è stata percepita in funzione e non in sostituzione dei diritti dell'uomo, della sua salute materiale e ideale, della sua dignità.
All'improvviso la guerra è parsa insufficiente a soddisfare le ambizioni e le velleità politiche, a placare gli appetiti degli approfittatori e a coprire le deficienze strategiche, strutturali e operative. E allora l'ipocrisia ha reso permanente la guerra cambiandone il nome, agendo sulla pace, sulla democrazia e sulla libertà che rendono tutto più facile: le ragioni della pace e della solidarietà e le spese per conseguirle non devono essere razionali, eccezionali, limitate e neppure giustificate o sostenibili. Le forze sono composte soltanto di eroi e non necessariamente militari. La vittoria sul campo, quella che portava alla cessazione delle ostilità e della violenza, può finalmente essere evitata. O uccisa.
di Fabio Mini - Fonte: la repubblica
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Quando Evola e Eliade vollero «fare fronte» spirituale
Quando Evola e Eliade vollero «fare fronte» spirituale
Quella fra Julius Evola e Mircea Eliade fu, come scrisse molti anni fa Philippe Baillet, «una amicizia mancata», o meglio fu Un rapporto difficile: è questo il titolo di un saggio scritto da Liviu Bordas, dell'Istituto Studi Sud-Est Europei dell'Accademia Romena di Bucarest, pubblicato sul nuovo numero di Nuova Storia Contemporanea.
Uno studio ricco di analisi e interrogativi sull'incontro fra i due studiosi, che si basa sul ritrovamento di 8 lettere inedite del periodo 1952-1962 dell'italiano al romeno, scovate da Bordas tra i Mircea Eliade Papers custoditi all'Università di Chicago e che si aggiungono alle 16 pubblicate poco tempo fa dalla casa editrice Controcorrente (Julius Evola, Lettere a Mircea Eliade 1930-1954).
I rapporti tra Evola e Eliade furono soprattutto epistolari e sicuramente comprendono molte più missive di quelle sino a oggi rintracciate: nell'immediato dopoguerra, Evola cercò di riprendere i contatti con le sue maggiori conoscenze culturali, scrivendo loro sin da quando era in ospedale, nel 1948-49: a Carl Schmitt, a Ren´ Gu´non, a Gottfried Benn, a Ernst Jünger e a diverse altre personalità fra cui, appunto, Eliade. Lo scopo ideale era non solo riallacciare contatti personali ma cercare di ricostruire una specie di fronte spirituale nella nuova situazione pubblicando in Italia la traduzione di alcune delle opere delle sue antiche conoscenze. Non tutti compresero le sue intenzioni.
Nell'epistolario con Eliade, a esempio, il problema che si pose in quei primi anni Cinquanta nei quali Evola si diede molto da fare per la pubblicazione dei più importanti libri dello studioso romeno, come documentano le nuove e vecchie lettere, fu quello di quanta poteva essere l'influenza degli autori «tradizionalisti» sugli scritti scientifici e divulgativi di Mircea Eliade e il fatto che questi non citasse quasi mai certe sue fonti che alla «Accademia» potevano sembrare sospette. Erano anni turbolenti e anche pericolosi per chi era stato sul fronte degli sconfitti e lo studioso di certo non amava che gli si ricordasse la sua vicinanza prima della guerra alla Guardia di Ferro di Codreanu. Sta di fatto che, nonostante l'aiuto concreto che Evola diede alla pubblicazione dei libri di Eliade, dopo l'uscita della sua autobiografia Il cammino del cinabro (1963) in cui venivano ricordati certi precedenti «politici» eliadiani, questi sospese ogni contatto e, come rivela Bordas, che ha esaminato i diari inediti dello storico delle religioni romeno, confessò nelle sue note di essere molto amareggiato. Insomma, il rapporto fra i due andò avanti sempre fra alti e bassi, comprensioni e incomprensioni che avevano radici culturali e psicologiche, come ben documenta Bordas.
Il quale ha fatto un ottimo lavoro di esegesi incurante dei pregiudizi «politici» che man mano negli anni sembrano accentuarsi sia per Evola sia per Eliade. Ultimo esempio è un recentissimo articolo di Claudio Magris, in cui l'autore, elogiando lo scrittore romeno Norman Manea, afferma che Eliade è «il più grande rappresentante» di quella «grande e spesso cialtronesca cultura romena che genialmente ha indagato e talora pasticciato e falsificato l'universo del mito, disprezzando le ideologie (quelle liberali e democratiche) in nome delle ineffabili verità dell'occulto». Parole che rispecchiano una conoscenza di seconda e terza mano, sorprendente in una personalità come Magris, il quale confonde «occulto» con «esoterismo».
Eliade fu sempre contro l'occulto (anche Gu´non ed Evola lo furono) e, come dimostra il saggio di Bordas, elaborò studi «scientifici» anche se si interessava degli autori «tradizionalisti».
di Gianfranco de Turris – IL giornale
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Messico: l’incubo narcotraffico sulle prossime elezioni
Messico: l’incubo narcotraffico sulle prossime elezioni
L’immagine ha fatto il giro del mondo, riportata sulle testate di tutti i maggiori quotidiani. Si tratta di una scena altamente choc quella che proviene dal Messico. Purtroppo, non una rarità. Appesi ad un ponte a Nuevo Laredo, nove cadaveri. Nove corpi di uomini e donne impiccati e messi in mostra. Un monito, un avvertimento, una macabra prova di forza finalizzata a mettere le cose bene in chiaro. É questo lo stile dei narcotrafficanti messicani. L’interferenza, lo sgarro della banda rivale, il tradimento, il tentativo di arresto o di denuncia si pagano non solo con la vita ma anche con la pubblica umiliazione.
L’assassinio di Nuevo Laredo, quasi al confine con il Texas, porta la firma del temibile gruppo dei Los Zetas. Per scoprirlo non servono le indagini, la firma é stata posta su di lenzuolo direttamente dai carnefici stessi, accanto ai corpi attaccati alle corde. I cadaveri appartengono al cartello rivale, quello del Golfo.
É in questo macabro scenario che si sta svolgendo la campagna elettorale che il prossimo primo di luglio porterà all’elezione del presidente della repubblica in Messico, assieme a 500 deputati della camera e 128 senatori. Intendiamoci, i fatti di Nuevo Laredo non hanno una matrice politica ma é fuori di dubbio come nel paese che vanta uno dei più elevati tassi di omicidi al mondo, l’ombra del narcotraffico influenzi tutto il tessuto politico e sociale. Da una parte, perché la lotta alla criminalità organizzata é nodo centrale del programma di ogni coalizione politica; dall’altra perché in più occasioni, nel corso di passate elezioni, sia nazionali che locali, si sono registrareinfiltrazioni e pressioni di uomini legati ai cartelli della droga all’interno dei partiti.
Proprio la lotta al narcotraffico è stato il punto centrale del programma del presidente uscente, il conservatore Felipe Calderón Hinojosa, del Partido Acción Nacional (PAN). Eletto capo dello stato nel 2006, Calderón ha subito impostato il suo programma di governo all’insegna della mano dura contro i gruppi delle narcomafie. Se da un lato la tolleranza zero ha portato a risultati importanti, come la cattura dei super ricercati Ricardo Fuentes Pérez Sánchez, detto El Mostachón e di Carlos Martinez Escobedo, dettoEl Fabiruchius, dall’altro la repressione governativa ha ulteriormente innalzato il grado di violenza delle diverse bande: dal 2006 a oggi si contano 41 mila morti negli scontri tra militanti narcotrafficanti e forze di sicurezza. Un numero impressionante, frutto di alcuni episodi eclatanti di cronaca nera, come l’uccisione, in un solo colpo, di 72 immigrati che avevano rifiutato l’arruolamento nelle bande dei criminali.
Secondo Andrés Manuel López Obrador, il candidato alla presidenza in rappresentanza del Partido de la Revolución Democratica (PRD), la mano dura di Calderón non ha fatto che aumentare l’escalation di violenza ed il potere dei signori della coca. Pur ponendo anch’egli al centro della sua campagna elettorale la lotta al narcotraffico, il progressista López ha fatto sapere che punterà su non meglio precisati metodi soft. Proprio López fu sconfitto di misura da Calderón nelle elezioni del 2006 ma il PRI non riconobbe mai l’esito delle urne, denunciando il PAN di palesi brogli.
Altra candidata alla poltrona di capo di stato é Josefina Vázquez Mota, del PAN, il partito attualmente al governo. Già ministro delle politiche sociali e dell’istruzione, la Vazquez sarebbe, in caso di vittoria, la prima donna a ricoprire la carica di presidente della repubblica in Messico. Il PAN raccoglie le preferenze di buona parte del mondo cattolico, che in un paese conservatore come il Messico può fare la differenza. Secondo molti, la recente visita di Papa Ratzinger nel paese centroamericano va letta come un vero e proprio appoggio a Josefina Vázquez.
Infine, il favoritissimo Enrique Peña Nieto, dello storico Partido Revolucionario Institucional (PRI), al governo in Messico in maniera ininterrotta dal 1929 al 2000.Secondo i sondaggisti, il vantaggio di Peña é tale da rendere le prossime elezioni una pura formalità, anche perché il PRI gode del fondamentale appoggio delle principali emittenti televisive nazionali. La sua coalizione, “Compromesso per il Messico” comprende anche l’atipico Partido Verde, l’unico tra tutti i partiti ambientalisti nel mondo ad essere apertamente favorevole alla pena di morte.
Sondaggi a parte, chi sarà il prossimo inquilino della Residenza de Los Pinos (la “Casa Bianca” messicana), lo deciderà il popolo nelle elezioni del prossimo primo di Luglio. È certo che i tre maggiori candidati (che in comune hanno alcuni punti fermi come il divieto d’aborto e dei matrimoni gay e la penalizzazione delle droghe) dovranno fare i conti con il potere e gli interessi dei narcos. La paura di spedizioni punitive è tale che al termine di una riunione del Consiglio di sicurezza nazionale, i governatori dei 31 Stati federali che costiuiscono la Repubblica messicana hanno chiesto ed ottenuto da Calderón un accordo che prevede di fornire protezione personale a tutti i candidati che ne facciano richiesta. Negli ultimi cinque anni sono stati giustiziati a morte 28 sindaci.
Ma non è solo la classe politica a trovarsi nel mirino della criminalità organizzata; il Messico é il paese più pericoloso al mondo nel quale esercitare la professione di giornalista. Chi denuncia o indaga sulle attività illecite dei narcos rischia la vita. Dal 2002, i giornalisti freddati dai proiettili sono 72. Un passo in avanti verso la tutela ed il rispetto dei diritti (e della vita) dei giornalisti é costituito dalla presentazione in parlamento della legge che prevede come i reati contro la libertà di espressione ed il diritto di informazione possano essere perseguiti dalla magistratura. Un buon inizio, ma la battaglia è tutt’altro che vinta e la strada è ancora lunga.
Fonte: Andrea Dalla Palma - Unimondo.org | 15 Maggio 2012
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Ocse, disoccupazione giovani record In Spagna e Grecia vola oltre il 51%
Ocse, disoccupazione giovani record In Spagna e Grecia vola oltre il 51%
In Italia non lavora oltre un giovane su tre tra i 15 e i 24 anni: il tasso complessivo sale al 9,8%. Nei Paesi industrializzati i senza impiego sono stabili all'8,2%, allo stesso livello di febbraio 2011. Nell'area euro la progressione è dello 0,1% a 10,9%: a marzo 2008 era al 7,3%
MILANO - La disoccupazione giovanile in Spagna e Grecia nei primi mesi del 2012 ha raggiunto rispettivamente il 51,1% e il 51,2%. Lo riferisce l'Ocse, in una nota emessa in occasione del vertice dei ministri del Lavoro del G20. In Italia la disoccupazione giovanile ha raggiunto il suo picco nel marzo 2012, al 35,9%, pari a 534 mila senza lavoro tra i 15 e i 24 anni.
Nell'insieme dell'eurozona, sempre secondo i dati diffusi dall'Ocse, il tasso di disoccupazione giovanile per marzo 2012 è stato del 22,1%, pari a 3,345 milioni di giovani senza lavoro. Nell'Unione europea a 27, è stato del 22,6%, pari a oltre 5 milioni e mezzo di giovani disoccupati. In entrambi i casi si tratta del dato più elevato dall'inizio della crisi, quattro anni fa.
Complessivamente nei paesi industrializzati ci sono quasi 11 milioni di giovani senza lavoro, con un tasso di disoccupazione giovanile nella fascia 15-25 anni del 17,1%. I dati - sottolinea l'Ocse - mostrano un radicale aggravamento della situazione legato alla crisi, con casi come la Spagna dove la disoccupazione giovanile è passata dal 17,4% al 51,1%, mentre in Francia, Regno Unito, Italia, Svezia, Polonia e Irlanda oltre un giovane su cinque è privo di occupazione. "I giovani in cerca di lavoro sono coloro che soffrono di più nell'area Ocse", sottolinea una nota dell'organizzazione di Parigi, "la disoccupazione giovanile è più del doppio il tasso di disoccupazione generale, con paesi dove la Grecia e la Spagna dove è il triplo".
"I governi devono affrontare questi problemi economici e sociali con azioni decisive e concrete", ha dichiarato il segretario generale dell'Ocse, Angel Gurria, "il mio messaggio ai ministri del G20 è che esistono maniere efficienti dal punto di vista dei costi di far crescere le prospettive occupazionali dei giovani e che ogni strategia di consolidamento fiscale deve essere intelligente, favorire la crescita e preoccuparsi delle generazioni future; proponiamo azioni concrete e investimenti nella formazione dei giovani per offrire loro la speranza in un futuro migliore".
Nel complesso, a marzo, nell'area Ocse, il tasso di disoccupazione è stabile all'8,2%, allo stesso livello registrato nel febbraio 2011. Nell'area euro il tasso cresce dello 0,1% a 10,9%, 3,6 punti in più del livello più basso al 7,3% nel marzo del 2008. In Portogallo e Spagna la disoccupazione avanza dello 0,3% rispettivamente al 15,3% e al 24,1% (il tasso più alto dell'area Ocse). In Italia sale dello 0,2% al 9,8%. Fonte repubblica
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I bianchi d´America che si scoprono minoranza
I bianchi d´America che si scoprono minoranza
America, la rivoluzione delle nursery i neonati bianchi ora sono una minoranza Per la prima volta nella storia sono nati più bambini neri, asiatici e latinos. La sfida è garantire loro scuole e assistenza sanitaria
Washington - Arriva la rivoluzione ed è armata di biberon. L´hanno lanciata, senza neppure saperlo, quei 2 milioni, diciannovemila e diciassette nuovi americani non bianchi nati nell´anno dell´ultimo censimento, il 2011, per la prima volta nella storia più numerosi dei fratellini bianchi, meno di due milioni. Ormai, i piatti della bilancia si sono irreversibilmente spostati e se oggi la popolazione di origine europea questo, in pratica, significa essere "bianchi" è ancora la maggioranza si deve soltanto attendere perché il colore dell´America cambi.
Non è una semplice statistica, una curiosità demografica. È una seconda rivoluzione che farà degli Stati Uniti d´America, occupati da coloni ed emigranti europei e trasformati da loro in una nazione duecentotrenta anni or sono, una società molto diversa da quella che abbiamo conosciuto. Quei due milioni e più di bebè asiatici, afro, soprattutto latinos, figli di immigrati più o meno documentati provenienti dal sud della Frontera sono figli di culture, di storie, di modi di concepire i rapporti con gli altri profondamente diversi da quella cultura wasp.
La cultura bianca, anglosassone protestante che ha dominato e costruito la struttura dell´edificio America. La maggioranza dentro la nuova maggioranza sono latinos, i figli del sud, e la spiegazione è ovvia. L´età media della popolazione bianca è di 42 anni, al limite estremo del tempo della fecondità femminile. La media per gli ispanici, o latinos, come li si vuol definire secondo le maree del linguaggio politicamente corretto, è invece di 27 anni, nel pieno rigoglio dell´età riproduttiva. E nonostante la debolezza, o l´assenza totale di una rete di supporto pubblica per le famiglie degli immigrati più poveri, funziona l´impalcatura della solidarietà familiare, il vero, grande welfare state che permette a queste giovani immigrate di avere più figli, 3,8 ciascuna, delle loro sorelle bianche, che si fermano in media a due.
Tutto questo, che oggi scandalizza i "nativisti" che dai loro blog e pubblicazioni profetizzano il collasso della società schiantata dai lazzaroni pigri e inaffidabili sbarcati nel ventre dell´America, era previsto da tempo e la statistica dei biberon è soltanto la conferma di un fenomeno già in atto.
Grandi città come New York, Miami, Las Vegas, Los Angeles, Phoenix vedono la popolazione bianca in minoranza da vari anni. A Tucson, in Arizona, un residente su dieci è di lingua madre inglese. Sulle 3.141 contee distribuite nei 50 Stati dell´Unione, quasi 800 già vedono i "non euro", i "non anglo", i "non caucasici" superati nel numero. E mentre i bianchi invecchiano senza che nuove generazioni di cuccioli si alzino dai reparti di maternità per rimpiazzarli in pari numero, i non bianchi ringiovaniscono, sotto la spinta di un´immigrazione che è, per natura, un fenomeno di gente giovane.
Il melting pot, l´antico crogiolo che scioglie e fonde assieme popoli diversi per creare la lega americana, continuerà a bruciare, ma il prodotto che ne uscirà sarà molto diverso e non soltanto nel proprio aspetto più superficiale, la carnagione, il taglio degli occhi, il colore dei capelli.
«The browning of America», lo scurirsi del colorito sta imponendo sfide e problemi che né i "nativisti" aggrappati al sogno di una purezza razziale che non è mai esistita davvero e che palesemente sconfina nel razzismo, né i "liberal" entusiasti del multiculturalismo e della diversità creativa per far rinascere la nazione sanno come risolvere: il problema dell´istruzione e dell´assistenza.
Quell´armata venuta al mondo fra il luglio del 2010 e il luglio del 2011 dovrà essere istruita, educata, preparata e curata molto meglio di quanto il sistema della pubblica istruzione o dei pronto soccorso degli ospedali pubblici, abbia saputo fare finora, se si vuole che l´America del 2030, quando gli inconsapevoli rivoluzionari con il biberon e il pannolino saranno persone adulte, sia in grado di competere con il mondo. Oggi, soltanto un "latino" su cinque arriva all´università, e soltanto il 18% arriva a una laurea quadriennale, contro il 33% degli americani rosa, se non proprio bianchi, essendo "bianco" un´espressione che porta i connotati inconfondibili dei secoli dello schiavismo. Non può bastare a risolvere questo immenso problema neppure il successo simbolico del primo presidente di "minoranza" eletto quattro anni or sono, anche con il voto dell´America dalle tinte più intense, che scelsero lui, come torneranno a sceglierlo il prossimo novembre, ma sempre votando in percentuali inferiori a quelle, pur bassissime, dei bianchi.
Di fronte al rovesciamento della superiorità etnica, tanto spesso ed egoisticamente confusa con la "superiorità morale", perduta dall´America di origine europea, cristiana, cattolica o ebraica, si alza il problema fondamentale di ogni governo e Stato: i soldi. Chi pagherà il conto delle scuole pubbliche da migliorare, dell´assistenza sanitaria da estendere a chi ancora non se la può permettere, dell´addestramento a lavori più remunerativi che non siano il taglio dell´erba e l´imbiancatura delle pareti? Dovranno essere quei vecchi white, quei bianchi anziani, che hanno la quota maggiore della ricchezza nazionale e dovranno aprire il portafoglio per finanziare la fine della propria superiorità. Pagare per il proprio crepuscolo.
Fonte: VITTORIO ZUCCONI - la Repubblica |
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21/05/2012
L'India ride in faccia all'Italietta dei Prof
L'India ride in faccia all'Italietta dei Prof
Abbiamo richiamato l'ambasciatore? Nuova Delhi non fa una piega
La capitale indiana: "Normale prassi". E viene negata la libertà su cauzione ai nostri marò: ci prendono in giro
Una raffica di sonori schiaffoni all’Italia giungono dalle autorità indiane alle quali Roma non sembra in grado di replicare a dovere. Al rinvio del trasferimento dei due militari italiani in una struttura diversa dal carcere e alle accuse infamanti di omicidio, tentato omicidio e associazione a delinquere (con in più il richiamo a una convenzione internazionale contro il terrorismo) nei confronti si Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, l’Italia ha risposto venerdì richiamando a Roma «per consultazioni» l’ambasciatore a Nuova Delhi. Alla sberla rifilataci ieri, con il tribunale di Kollam che ha respinto la seconda istanza di libertà su cauzione, la Farnesina ha risposto convocando l’ambasciatore indiano a Roma al quale è stato ribadito che i capi d’accusa sono inaccettabili e che la giurisdizione del caso spetta all’Italia poiché l’incidente è avvenuto in acque internazionali. A fare la ramanzina all’ambasciatore Debabrata Saha non è stato il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, che ha lasciato l’incombenza al direttore generale competente per le questioni asiatiche Giandomenico Magliano e al vice capo di Gabinetto, Andrea Tiriticco.
Le reazioni di Roma non sembrano però impensierire gli indiani. Il quotidiano The Hindu ha registrato qualche irritazione al ministero degli Esteri di Nuova Delhi ma è stato smentito dal portavoce del ministero che ha parlato di «speculazioni della stampa» definendo il richiamo di ambasciatori per consultazioni «prassi non inusuale» per la quale «non c’è la necessità di reagire».
Il rientro a Roma dell’ambasciatore Giacomo Sanfelice è invece «un atto importante e giustificato» per il sottosegretario agli Esteri Staffan De Mistura che ha ricordato le iniziative assunte dall’Italia da quando è scoppiata la crisi con l’India. Iniziative che hanno sortito scarsi effetti considerato che, come raccontano fonti giornalistiche indiane, la libertà su cauzione è stata negata a Latorre e Girone con la motivazione che se «fossero rimessi in libertà e dovessero lasciare l’India, sarebbe difficile assicurare la loro presenza al momento del processo». Il giudice P.D. Rajan ha osservato che «non sono sufficienti» le assicurazioni fornite dal governo italiano e quindi «non c’è uno scenario appropriato per concedere in questa fase la libertà dietro cauzione».
Dichiarazioni che confermano come sia compromesso il rapporto di fiducia e cooperazione con l’Italia sul quale si è basata invece in questi tre mesi l’iniziativa di Roma. «Non siamo sorpresi, ma proviamo un ulteriore disappunto» ha commentato De Mistura ribadendo che «rinnoveremo la richiesta a una istanza più alta, e se fosse necessario fino alla Corte suprema dove riteniamo che ci sia uno spazio maggiore per presentare i nostri argomenti a favore dei marò e delle garanzie per loro necessarie». Dopo aver incontrato Latorre e Girone in carcere, De Mistura ha aggiunto che i due militari sono a conoscenza delle notizie riguardanti i capi di accusa presentati contro di loro dalla polizia del Kerala ma non sono demoralizzati perché «hanno percepito il senso della ferma risposta italiana».
di Gianandrea Gaiani Fonte libero
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Archeologia, Stonehenge «suonava» come una cattedrale
Archeologia, Stonehenge «suonava» come una cattedrale
Uno studio durato quattro anni dimostra che il sito magico inglese, patrimonio dell'umanità nonché monumento fra i più visitati del mondo, aveva caratteristiche acustiche basate non sull'eco ma sul riverbero, che produceva un effetto simile a quello delle grandi chiese cristiane
Per gli uomini del Neolitico passeggiare a Stonehenge era una esperienza «acustica» pari a quella avvertita quando si cammina lungo una cattedrale. È la teoria di un team di ricercatori dell'Università di Salford che ha trascorso quattro anni a studiare le proprietà acustiche dello storico sito per aggiungere dettagli che possano svelare il mistero della antica costruzione. Lo spazio magico racchiuso dai monoliti, ha spiegato Bruno Fazenda autore dell'indagine, «reagisce all'attività acustica in un modo che doveva apparire incredibilmente nuovo alle persone che vivevano 5mila anni fa: ricche vibrazioni e ampi riverberi che provocavano un suono inedito e impossibile da ascoltare altrove». Generando un suono nel sito che rimbalza e cresce: «Non provoca un'eco ma un effetto riverbero di un secondo, simile a quello che si avverte nelle cattedrali - ha continuato lo scienziato - per l'uomo del neolitico doveva essere un'esperienza non solo sonora ma soprattutto religiosa».
La ricerca, come spiega il «Daily Mail», ha portato alla costruzione di una simulazione audio in 3D che permette, usando un sistema di 64 canali sonori e voci, di sviluppare un'accurata e coinvolgente riproposizione di come Stonhenge «suonava».
La datazione del sito, patrimonio dell'umanità e fra i più visitati del mondo, indica che la costruzione del monumento fu intrapresa intorno al 3100 avanti Cristo e si concluse intorno al 1600 avanti Cristo. Ciò consente di scartare alcune ipotesi sulla sua realizzazione, come quella secondo la quale i Druidi erano forse stati gli artefici dell'opera è la più popolare; tuttavia la società dei Celti, che istituì il sacerdozio dei Druidi, si diffuse solamente dopo l'anno 300 avanti Cristo. Inoltre è improbabile che i Druidi avessero utilizzato il sito per i sacrifici, dal momento che eseguivano parte dei loro rituali nei boschi o in montagna, zone più adatte di un campo aperto per i «rituali della terra». E il fatto che i Romani giunsero per la prima volta sull'isola britannica quando Giulio Cesare guidò una spedizione nel 55 avanti Cristo, nega le teorie di Inigo Jones e di altri, secondo cui Stonehenge sarebbe stato costruito come un tempio romano.
Quanto ai riferimenti storici a Stonehenge, il primo si dovrebbe allo scrittore greco Diodoro Siculo (I secolo avanti Cristo) che potrebbe fare riferimento a Stonehenge in un passo della sua Bibliotheca historica. Citando Ecateo di Abdera, uno storico del IV secolo e «certi altri», Diodoro dice che «in una terra oltre i Celti» (cioè la Gallia) c'è «un'isola non più piccola della Sicilia» nel mare del nord chiamata Hyperborea, chiamata così perch´ è al di là del luogo di origine del vento del nord o Borea. Gli abitanti di questo luogo principalmente adorano Apollo, e ci sono «sia una magnifica zona sacra di Apollo sia un tempio notevole che è adornato con molte offerte votive ed è di forma sferica».
fonte il giornale
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KENYA - Dadaab, umanità senza futuro La vita sotto le tende e le lamiere
KENYA - Dadaab, umanità senza futuro La vita sotto le tende e le lamiere
kòlkòlk Il racconto di Laura Boldrini, portavoce dell'UNHCR, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, che si trova nel campo profughi più grande del mondo, in Kenia, a 80 chilometri dal confine con la Somalia. La distribuzione del cibo a migliaia di persone condannate alla dipendenza dagli aiuti. giovani che non hanno mai visto altro che l'immensa tendopoli grande come due volte Firenze
ROMA - "Proprio ieri ho parlato con un ragazzo che avrà avuto 16-17 anni: mi ha detto di non essere mai uscito da qui. Le uniche cose che la sua vita gli ha permesso di conoscere sono state questa distesa inverosimile di tende e casette di fango con i tetti in lamiera, lungo queste strade di polvere rossa lungo le quali sopravvivono da 20 anni ormai circa 500 mila rifugiati, scappati dalla Somalia". Laura Boldrini - portavoce dell'UNHCR - si trova in missione a Dadaab, il campo profughi più grande del mondo, in Kenia, a circa 80 chilometri dal confine somalo, a diretto contatto con l'umanità di un Paese come la Somalia ormai esangue, sfinito da una guerra civile alimentata da un reticolo fittissimo di clan, dal terrorismo pan islamico, dalla siccità e da un governo provvisorio, in scadenza ad agosto, che finora s'è mostrato incapace di far superare al Paese la sua instabilità cronica.
Un campo profughi più grande di Firenze. "L'Agenzia Onu per i rifugiati è qui da vent'anni - dice la Boldrini - dove operano tutte le altre agenzie delle Nazioni Unite, ognuna con le sue competenze, oltre che 30 Ong internazionali. Tutti in questo luogo, che nel tempo si è esteso al punto da ospitare lo stesso numero di abitanti di una città grande come due volte Firenze. Oltre ad Ifo, dove ci troviamo ora, ci sono gli insediamenti di Hagadera, Dagahaley e gli ultimi due campi più recenti, Ifo-2 e Kambios. Oggi - ha aggiunto la rappresentante dell'UNCR - stiamo effettuando la distribuzione bisettimanale di cibo, farina, mais, olio, riso, fagioli, altri legumi e cereali diversi, tutti custoditi in un capannone enorme, che due volte al mese, diventa il centro pulsante di una macchina organizzativa capace di soddisfare le esigenze di migliaia di persone. Solo stamattina, ad esempio, abbiamo distribuito generi alimentari a 16 mila persone".
Ciò che il mondo ricco non fa. Lo scorso anno, a Dadaab, sono arrivate 150 mila persone; altre 100 mila si sono dirette verso l'Etiopia, 5 mila hanno invece cercato rifugio a Gibuti, altre decine di migliaia verso lo Yemen. "Non va dimenticato - ha sottolineato Laura Boldrini - che l'80% della gente che fugge dai paesi poveri, cerca scampo nei paesi confinanti, dando luogo così ad insediamenti come questo, da cui sto parlando, dove si perpetua un sistema assistenziale, che sembra inibito non già per volontà di chi con tanti sforzi riceve gli aiuti, ma da uno stato di instabilità politica, come in somalia, di cui la comunità internazionale dovrebbe finalmente farsi carico".
Due milioni e 300 mila somali in fuga. I dati dell'Agenzia Onu per i rifugiati ricorda che il numero di cittadini somali, costretti a vivere fuori dalla propria patria, lontano dalla loro casa, dai loro averi, in condizione di totale dipendenza, ammontano ormai a 2 milioni e 300 mila. "Quasi una generazione in stato di perenne sudditanza che per ragioni di sicurezza non può né tornare indietro, né tentare di rifarsi una vita in un paese ospite, come ad esempio il Kenia, il quale se è vero che ha aperto generosamente le sue porte, è altrettanto vero però che non permette ai rifugiati di lavorare nel suo territorio. Dadaab, in sostanza, non è che lo specchio di quello che avviene in Somalia, ma anche di ciò che riguarda tutti i popoli del mondo costretti a migrare per fuggire dalle guerre, da regimi oppressivi, da violenze, da discriminazioni".
Lo spreco inaccettabile. "Questa situazione - ha concluso la Boldrini - deve essere sostenuta con le risorse adeguate. Qui non c'è scelta: la comunità internazionale deve riuscire a sostenere questo sforzo, non solo a livello umanitario, ma anche a livello politico. La gente nata qui a Dadaab, che non è mai uscita dal campo, non sa cos'è il mondo. E questo nonostante le scuole, tutto sommato, funzionino, malgrado il fatto che nei campi sopravvive comunque un'economia di scambio e nonostante le persone mostrino grandi capacità di inventiva e di adattamento per tirare a campare. Ma tutto questo rimane un enorme spreco di risorse umane, ormai intollerabile".
Fonte repubblica di CARLO CIAVONI
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La mia terra contagiata dall'orrore
La mia terra contagiata dall'orrore
Ma che c’entra? Che c’entrano due ragazze di sedici anni, che c’entrano le studentesse di un istituto professionale, che c’entra la scuola, che c’entrano i libri, che c’entra la Puglia? Di questi tempi la tensione sociale s’affetta col coltello,c’è il terrorismo anarchico e brigatista che riprende a colpire, ci sono gli assalti della disperazione a Equitalia e le minacce torve,c’è la follia del terrorista solitario e del gesto finale disperato, c’è il clima contagioso della Grecia, l’eco della primavera araba, perfino. C’è qualcosa di elettrico e di malefico nell’atmosfera, s’avverte che l’adrenalina è in circolo, l’aggressività è diffusa e virale, anche verso se stessi, l’aria di catastrofe si fa pesante già al solo ripeterlo, come un mantra a rovescio che moltiplica e contagia il male. E ci sono poi, nel regno della malavita, gli attentati e gli avvertimenti per il pizzo, per l’usura, per i racket violati, le violenze nelle abitazioni per rapina, la crudeltà dei tossici in astinenza, degli affamati, di chi proviene da mondi duri e disperati. Capitoli raccapriccianti ma a cui riesci a dare una spiegazione. Però poi, quando non te l’aspetti, scoppia un ordigno nei pressi di una scuola e rinvieni solo tracce di coincidenze simboliche: il nome della scuola, l’anniversario dell’assassinio di Falcone, la tappa della carovana antimafia attesa in quei paraggi, il premio della legalità all’istituto... È l’unico nesso assurdo che riesci a rintracciare in una strage come questa, che poteva essere, solo per una fatalità di pochi minuti, assai più sanguinosa. Allora pensi che la matrice, questa volta, sia la criminalità di stampo mafioso, in una delle quattro varianti conosciute, che colpisce peraltro la regione del sud meno succuba di quelle associazioni a delinquere. Non la Sicilia, non la Calabria, non la Campania, ma la Puglia, seppure in una zona infestata dalla malavita...
Sì, sarà come voi dite, sarà la malavita che manda segnali e minacce. Si, ma che razza di segnali, ad una scuola, alle ragazze. E allora torni all’interrogativo sgomento da cui sei partito: che c’entra l’adolescenza di una ragazza di paese, non più bambina non ancora donna, con i loro disegni e i loro messaggi? E allora, per addomesticare anche la più bestiale delle stragi, per ricondurla dentro un alveo, un’assurda catena di precedenti, ti ricordi del rosario dei «che c’entra» e ti risale Piazza Fontana, poi Bologna, poi Roma, poi Firenze e tutta la scia di stragi insensate che non giovarono a nessuno e di cui nessuno mai beneficiò. Hanno solo ucciso chi non c’entrava, campioni dell’umanità presi a caso, un’astratta cernita di vite concrete spezzate, come accade nei riti sacrificali più cruenti e più primitivi, in cui il sangue più puro e più innocente meglio si addice al sacrificio. C’è qualcosa di diabolico nella strage di innocenti, che non è funzionale a nulla, nemmeno a spaventare per ottenere un risultato. Non un simbolo del potere o della sopraffazione, due genitori povera gente privati dell’unica loro proiezione di vita, la loro figlia. Qui non c’è, o non s’intravede, nemmeno un vago e delirante scopo, una punizione, una minaccia. Solo pura dimostrazione di potenza, di crudeltà senza limiti. Per un superstite amor patrio, mi illudo che la matrice sia almeno straniera, una lotta per il controllo del territorio da parte di mafie venute da fuori; un estremo e forse patetico patriottismo per convincermi che non siamo arrivati fino a questo punto.
Ma continua a mancare lo scopo. Il massimo che potranno sortire questi atti atroci sarà, dio lo voglia, una reazionevirulenta degli apparati repressivi dello Stato verso la criminalità comune, a cominciare da quella del posto. Ma la strage così com’è, non serve a nulla, è ferocia per la ferocia, urlo di Satana, ebbrezza del maligno, avvertimento della Bestia all'umanità. Come gli uragani che seminano distruzione portano il nome innocuo e vago di ragazze, chiameremo Melissa questo nuovo, insensato ciclone della crudeltà. Melissa, dal nome della sua inerme vittima, buttata fuori dalla vita mentre si affacciava appena, uscendo dal bozzolo della sua infanzia.
di Marcello Veneziani – il giornale
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