14/02/2012
Siria Uno scenario libico ma un finale tutto da scrivere
Siria Uno scenario libico ma un finale tutto da scrivere
È noioso ripeterlo ma bisogna farlo: il copione della crisi siriana sembra sempre più ineluttabilmente scritto su quello della crisi libica di un anno fa. Solo la parola fine è ancora da scrivere, anche se Assad prima o poi dovrà togliere il disturbo (nello stesso modo di Gheddafi?): ancora da scrivere perché la Siria non è la Libia e far saltare in aria la Siria (con i suoi addentellati in Libano e soprattutto in Iran) non sarà come far saltare in aria la Libia e, semmai, potrebbe essere come aver fatto saltare in aria l'Iraq (scenario da incubo).
Per il resto sembra di vedere un remake: le brutalità del regime sugli oppositori riprese e rilanciate dalle cancellerie straniere e dai media internazionali (che certo ci sono, come a Homs dove ieri pare che l'esercito siriano abbia bombardato per il sesto giorno consecutivo, ma è lecito il sospetto che siano un po' esagerate, probabilmente reciproche e in ogni caso non veritifcate); l'occidente e le petro-monarchie del Golfo (notoriamente preoccupatissime per i diritti umani e civili delle popolazioni) che non possono tollerare gli abusi contro i civili siriani e quindi si uniscono in un gruppo di «amici della Siria» (come a suo tempo si unirono in un gruppo di «amici della Libia» con Sarkozy e Henry Levy in testa), sempre gli stessi: Usa, Francia, Gran Bretagna, Arabia saudita, Qatar..., con la Turchia come new entry; le voci di possibili interventi militari (gli Usa del Nobel per la pace Obama), le voci che interventi o invii di armi agli insorti siriani li escludono (i ministri degli esteri inglese Hague e turco Davutoglu) ma poi lasciano filtrare (il Guardian di Londra, il sito israeliano Debka vicino ai servizi) voci sulla presenza in Siria a fianco dei «disertori» - già ora - di forze speciali Usa, britanniche, del Qatar (come fu durante la guerra civili in Libia).
Anche l'evolversi della crisi siriana all'Onu assomiglia molto al caso Libia. Solo che questa volta Russia e Cina, bruciati dalla risoluzione 1973 che lasciarono passare astenendosi, hanno deciso sabato scorso di bloccare con il veto la risoluzione di occidente e petromonarchie che, in tutta evidenza, apriva la strada a un intervento militar-«umanitario» e a un altro «regime change» etero-diretto. Il cambio di regime, alla fine, ci sarà ma potrebbe essere molto più complicato e doloroso di quanto non sia stata la liquidazione di Gheddafi.
Il gruppo degli «amici della Siria», sotto l'impulso della Turchia, dovrebbe riunirsi «il più presto possibile» a Istanbul per vedere come aggirare il veto russo-cinese (forse con il ricorso all'Assemblea dell'Onu come si fece ... nel 1950 per aggirare il veto Urss contro l'intervento Usa nella guerra di Corea; forse con l'installazione di un «cuscinetto umanitario» al confine turco-siriano). Domenica i ministri degli esteri della Lega araba si riuniranno al Cairo e probabilmente risconosceranno il Consiglio nazionale siriano come «unico rappresentante legittimo» della Siria. Ieri la «nuova» Libia delle milizie armate e dei morti sotto tortura ha cacciato da Tripoli i diplomatici siriani e il ministro degli esteri del governo transitorio Ashour bin Kayal ha dichiarato che ex-insorti libici di Misurata sono in Siria per combattere a fianco dei disertori siriani (e tre sono morti).
L'Italia dei «tecnici» è più filo-americana che quella di Berlusconi e ieri il ministro degli esteri Terzi incontrando a Washington il segretario di stato Hillary Clinton ha garantito che «Usa e Italia sono impegnati a lavorare assieme su tutte le questioni in campo: abbiamo una comune visione sui problemi dell'area del Mediterraneo, del Medio Oriente e in particolare seguiamo attentamente gli sviluppi in Sirian e in Iran». Chiaro? Fonte: Maurizio Matteuzzi - il manifesto |
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Diktat, la Grecia è tratta
Diktat, la Grecia è tratta
Centinaia di feriti tra manifestanti e poliziotti per gli scontri di domenica, 43 deputati espulsi. Ma il governo riesce a fare approvare il pacchetto di misure draconiane imposto dalla troika
La massiccia protesta contro il nuovo Memorandum nelle ultime settimane ha decretato la fine del sistema bipartitico in Grecia, visto che altri 43 deputati dei due grandi partiti sono stati espulsi dopo il voto sulle misure recessive imposte dalla « troika» per evitare il fallimento del paese. E ha accelerato la decisione di elezioni anticipate in aprile, come ha annunciato ieri il governo.
Il ministro della Protezione del Cittadino, come si chiama ormai con certo eufemismo il ministero degli Interni, ha difeso l'operato della polizia dopo la guerriglia di domenica, mentre nel centro di Atene e di altre città si alzava ancora il fumo dai roghi della notte scorsa. Perfino gli ultra ottantenni Glezos e Theodorakisis sono stati ricoverati nell'ambulatorio del parlamento, perché la polizia dello stato democratico gli ha dato una boccata di gas israeliani. Salonicco, Parta, Eraklion a Creta, Corfù e Volos si sono trasformate in campi di battaglia, mentre ad Atene i ripetuti tentativi della polizia di occupare i pochi metri quadrati della piazza Syntagma hanno scatenato l'ira di tanti giovani e hanno offerto una nuova occasione ai «soliti ignoti» di fare terra bruciata.
Il ministro delle Finanze Venizelos non si è stancato di ripetere che la votazione del parlamento doveva essere conclusa domenica notte, prima dell'apertura dei mercati. Quello che non era ancora chiaro era la decisione del governo di Papadimos di offrire anche una immagine «pulita» di Atene ai mezzi di informazione internazionali e agli speculatori.
Il governo non ha esitato a utilizzare tutti i gas disponibili e le cariche della polizia per disperdere con inaudita violenza un'enorme manifestazione pacifica in piazza Syntagma di fronte al parlamento. Trasformando il centro di Atene in un enorme campo di battaglia e di guerriglia urbana, con 47 edifici danneggiati, due cinema storici completamente bruciati, decine di negozi e banche distrutte e 74 cittadini e 68 poliziotti ricoverati nei vari ospedali della capitale con problemi respiratori e vario tipo di ferite. Alla fine la polizia ha annunciato 67 arresti.
Ma chi crede davvero che pochi gruppi di giovanissimi «anarchici» possano scatenare un simile caos? Perfino la comunista Papariga, la segretaria del partito dell'ordine nelle piazze di Atene, ha denunciato ieri nella sua conferenza stampa «la provocazione statale organizzata». Papariga, che con il suo partito sta quasi sempre lontano da piazza Syntagma e fuori dagli «incidenti» ormai tradizionali, ha denunciato anche durante la seduta del parlamento domenica sera il comportamento della polizia. E ha chiesto al governo come potesse sostenere che 50 incappucciati e «opposti estremismi» abbiano creato questo caos. Papariga, Tsipras e Koubelis, i tre leader della sinistra, hanno ripetuto con diverse sfumature la stessa domanda: «Se non ci fosse stata la polizia in piazza, ci sarebbero stati incidenti?».
La polizia c'era, eccome. Per scatenare l'inferno tra le enormi masse umane che hanno riempito all'inverosimile le strade intorno al parlamento, in un raggio di quasi un chilometro. Centinaia di migliaia di pacifici cittadini sono «spariti» dai canali televisivi statali e privati, che mostravano la loro comune linea editoriale: mezzi schermi, con la seduta del parlamento e Venizelos e Papadimos a ricattare con «Memorandum o caos», mentre nell'altra metà degli schermi i cittadini potevano vedere i vero «caos» con i roghi di Atene e la piazza vuota. Poi le tv hanno insistito nel dire che in piazza ci sarebbero state solo 80mila persone. Quasi quanti del solo Kke che si era fermato a centinaia di metri da Syntagma. I greci hanno detto no ai ricatti.
I partiti della «troika», i poteri forti in Grecia, ma anche Bruxelles e Berlino, non hanno ancora capito che la gente non ha paura. Molti greci danno ormai battaglia per sopravvivere alle misure antisociali imposte, ma pochi si rassegnano e ancora più pochi stanno zitti. Lo stato sbaglia di grosso rispondendo con la violenza alle rivendicazioni della gente e specialmente ai giovani, che dovranno vivere con 300 o 400 euro netti se pure trovassero qualche lavoretto nei prossimi anni.
I prossimi giorni e settimane saranno molto difficili per Papadimos e il suo governo, la tensione resterà alta. I due leader del partiti che sostengono il governo di Papadimos dovranno firmare entro mercoledì la lettera della loro resa verso l'Eurogrouppo, in cui accettano e applicheranno il secondo Memorandum. Una prassi cominciata dopo le firme dei politici irlandesi e portoghesi.
Il portavoce del governo Kapsis ha detto che arrivano «le settimane del diavolo» per scrivere la convenzione del nuovo Memorandum e il cambio dei bot greci in mani ai privati con nuove obbligazioni. Kapsis ha fatto presente che Papadimos vuole fare un mini rimpasto del suo governo e ha difeso il ministro degli Interni ed ex commissario europeo Papoutsis per l'atteggiamento della polizia, domenica. Anonymous attacca governo greco.
Il gruppo hacker Anonymous ha attaccato e messo offline diversi siti governativi greci, tra i quali quello
del premier, della polizia, del ministero delle Finanze e anche quello personale del ministro Evangelos Venizelos. Lo ha annunciato lo stesso gruppo su Twitter. «Il governo greco cadrà, noi saremo con la gente della Grecia. Ora stiamo attaccando tutte le infrastrutture digitali della polizia». Finanziaria, Obama taglia 4 miliardi «Se il Congresso varerà questa Finanziaria ridurremo il deficit di 4.000 miliardi di dollari». Soldi anche per la crescita, ha detto il presidente Usa, Barack Obama, presentando il bilancio 2013. 1,5 miliardi arriveranno da un innalzamento delle tasse per i più ricchi. «Aumentare gli investimenti nell'istruzione, nell'energia pulita, nelle forze armate è molto più importante di tagliare le tasse ai super-ricchi».
Fonte: ARGIRIS PANAGOPOULOS - il Manifesto |
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Global warming «naturale»: In Usa dibattito infuocato
Global warming «naturale»: In Usa dibattito infuocato
Studio Nasa smonta la teoria del riscaldamento dovuto all’incremento delle emissioni di energia dal Sole
Anomalie di temperatura negli oceani nell'ultima settimana di agosto 2011. Da notare il forte riscaldamento alle alte latitudini (Noaa). No a libri di testo che non citano le cause naturali. Anche se non hanno base scientifica
MILANO – Creazionismo e cause naturali del riscaldamento globale: anche se non hanno alcuna base scientifica, nelle scuole degli Stati Uniti vanno posti nei corsi di scienza sullo stesso piano dell’evoluzionismo e delle cause umane del global warming (New Scientist e The Guardian). In Texas, Louisiana e Sud Dakota sono state approvate leggi che consentono alle scuole di rifiutare i libri di testo che non citano il fattore naturale nell’attuale fase di cambiamento climatico. In un’indagine su 555 insegnanti di materie scientifiche svolta lo scorso anno dalla Us National Earth Science Teachers Association, più di un terzo ha ammesso «influenze» per illustrare entrambe le posizioni, anche se nessuno, finora, ha denunciato di essere stato obbligato a farlo. Secondo Eugenie Scott, direttore esecutivo del National Centre for Science Education, i gruppi che si oppongono al riscaldamento globale dovuto a cause umane sono molto più numerosi, meglio organizzati, con più soldi e con maggiori accessi agli organi d’informazione rispetto a quelli che sostenevano il creazionismo. Quasi tutti i candidati alle primarie repubblicane si sono detti convinti che il riscaldamento globale non esiste o se esiste ha solo cause naturali. Alcuni cambiando di 180 gradi le dichiarazioni espresse prima della candidatura.
NUOVE PROVE - In realtà proprio dagli Usa giungono prove scientifiche sempre più schiaccianti delle cause umane del riscaldamento globale. Una delle teorie più citate da chi è convinto che il cambiamento climatico non dipende dalle attività umane (da cui deriva che non devono essere prese misure per modificare le emissioni di gas serra e, in ultima analisi, il nostro sistema di vita) è che il riscaldamento dipende solo dalla maggiore radiazione solare che arriva sulla Terra. Questa teoria è stata smontata da uno studio della Nasa pubblicato a dicembre su Atmospheric Chemistry and Physics.
DATI - Lo studio, guidato da James Hansen, direttore del Goddard Institute for Space Studies, ha dimostrato che, nonostante una bassa attività solare registrata tra il 2005 e il 2010, la differenza tra energia assorbita dalla Terra e calore riflesso dal nostro pianeta nello spazio è stata di 0,58 watt al metro quadrato (W/m²), più del doppio della differenza dell’energia assorbita tra il massimo e il minimo del ciclo solare undicennale, differenza che è di 0,25 W/m². Cioè, la Terra ha continuato a riscaldarsi anche se riceveva meno energia dal Sole. A causa di variazioni del campo magnetico, la nostra stella è soggetta infatti a un ciclo di 11 anni dell’attività e la differenza dell’energia emessa tra il massimo e il minimo è di circa il 10%. Gli ultimi cicli, però, sono stati sempre più deboli, tanto che il picco minimo di emissione, che di solito dura un anno, si è protratto per più di due anni. Secondo gli scienziati, il fatto che la Terra si sia riscaldata nonostante un minore afflusso di energia solare ha una sola spiegazione: gas serra emessi da attività umane.
GAS SERRA - Per Hansen e il suo gruppo, per controbilanciare un riscaldamento di 0,58 (W/m²) sarebbe necessario che il contenuto di anidride carbonica nell’atmosfera scendesse a 350 parti per milione (ppm) mentre a fine 2011 è arrivato a 392 ppm, e aumenta ogni anno di oltre 2 ppm. L’indagine – che risolve anche «l’incongruenza» sull’energia «mancante» che era emersa in uno studio di due anni fa del National Center for Atmospheric Research - ha evidenziato che la parte superiore degli oceani (fino a 2 mila metri di profondità) ha assorbito il 71% dell’energia in eccesso, gli oceani australi il 12%, le calotte glaciali l’8%, le zone abissali tra 3 mila e 6 mila metri di profondità il 5% e le terre emerse il 4%. Gli oceani assorbono quindi il 91% dell’energia in eccesso prodotta dai gas serra e se questa fosse rilasciata nell’atmosfera produrrebbe un incremento di almeno 0,3 gradi della temperatura media globale.
Paolo Virtuani
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Contratti a tempo determinato nel 70% delle assunzioni e aumentano i licenziamenti
Contratti a tempo determinato nel 70% delle assunzioni e aumentano i licenziamenti
Crolla l´occupazione nella grande industria italiana. In sei anni, quelli che preparano e seguono la Grande Crisi (2005-2010), le imprese perdono l´8 per cento dei loro addetti. E intanto il lavoro si trasforma: 7 dipendenti su 10 entrano da precari, altrettanti escono quando scadono i contratti, se incentivati o licenziati. E quest´ultima voce mette il turbo, a conferma che l´articolo18 dello Statuto dei lavoratori forse è solo un falso problema. I licenziamenti fanno un balzo in avanti di oltre un terzo, raggiungendo nel 2010 il 7,5 per cento del totale delle uscite dal 5,5 del 2005. In sei anni sono cresciuti del 36,4 per cento. E dopo un 2011 di stagnazione, è già recessione.La fiducia nelle aziende ai minimi dal 2009 e per il commercio addirittura dal 2003Il rapporto dell´Istat rivela come la recessione influisca sulla creazione di nuovi posti
Si entra da precari e dunque si esce presto. Quando scade il contratto, quando l´azienda incentiva l´uscita o quando arriva il licenziamento. In sei anni, dal 2005 al 2010, nelle grandi aziende italiane con più di 500 addetti l´occupazione è calata del 2,9%: crollata nell´industria (-8%), a galla nei servizi (+0,2%). A farne le spese soprattutto gli operai, peggio nell´industria e specialmente nel biennio "horribilis" 2009-2010. Un flusso - un turnover, come lo definisce l´Istat nel Focus sui flussi occupazionali diffuso ieri - sempre più "flessibile", ovvero incerto. Sette lavoratori su dieci sono assunti con contratti a tempo. Uno su due è fuori alla scadenza e la maggior parte dei restanti è incentivata a lasciare il posto o peggio licenziata. Questo il quadro dell´Italia alle soglie di un anno di recessione e con la fiducia degli imprenditori, certificata ieri sempre dall´Istat, ai minimi dal 2009 e per le aziende del commercio addirittura dal 2003.
COME SI ENTRA
Il 71,5% dei nuovi ingressi nel periodo 2005-2010 è avvenuto grazie a contratti a tempo determinato, soprattutto nei servizi (73,6%). I picchi più alti si sono registrati nel commercio all´ingrosso e al dettaglio (87,2%) e nella ristorazione e alloggio (82,1%), che più di altri in questi sei anni hanno fatto ricorso a contratti flessibili. Il contratto a termine è la forma regina della flessibilità, seguito da stagionale e apprendistato. La grande industria italiana ha applicato l´assunzione a tempo indeterminato solo nei confronti di impiegati, funzionari e dirigenti. Gli operai, falcidiati da crisi e ristrutturazioni, hanno avuto la peggio.
COME SI ESCE
La scadenza del contratto ha determinato quasi la metà (il 47,3%) delle uscite registrate tra il 2005 e il 2010. Peggio nel terziario (52,8%), meglio nell´industria (34,8%). In altri termini, non c´è stato bisogno di licenziare o applicare l´articolo 18. Finito il contratto, fuori. Le "cessazioni spontanee", che sono anti-cicliche e che fino al 2008 erano un terzo delle uscite, con la crisi si sono contratte: si lascia un lavoro solo se si ha garanzia di trovarne a breve un altro. In parallelo, sono lievitate le "cessazioni incentivate" e per licenziamento. Le prime erano il 9% del totale nel quadriennio 2005-2008, ancora relativamente tranquillo, salite al 13% nel 2009 e al 12% nel 2010 (anno di timidi segnali di ripresa, poi uccisi dalla stagnazione del 2011). I licenziamenti erano il 5% annuo nel periodo 2005-2008. Diventano il 6,7% nel 2009 e il 7,5% nel 2010 con punte preoccupanti nelle attività manifatturiere (14,3%) e nelle costruzioni (18,4%). E parliamo di aziende molto grandi, con più di 500 addetti, dove in teoria l´articolo 18 si applica ancora.
SALDO TRA INGRESSI E USCITE
La differenza tra assunti e fuoriusciti ha presentato un saldo positivo - osservano i ricercatori Istat - nel biennio 2006-2007 e negativo nel triennio 2008-2010, quando le imprese hanno imbarcato sempre meno addetti e sfoltito manodopera. In particolare, l´Istat individua tre fasi distinte: una di crescita economica (2005-2007), una di crisi (dalla seconda metà del 2008) e una di leggera ripresa nel 2010. Nel corso della crisi, si ricorda, vi è stato un ampio uso di cassa integrazione. Altrimenti i numeri sarebbero stati ben peggiori.
Fonte: Valentina Conte - la Repubblica
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Crisi, tra fallimenti e chiusure un milione di posti di lavoro persi
Crisi, tra fallimenti e chiusure un milione di posti di lavoro persi
Così tre anni di recessione hanno cambiato l'economia e il Paese. Dietro la scomparsa di marchi storici e piccole aziende anonime, il dramma di imprenditori e lavoratori. Colpiti tutti i settori e tutto il territorio. Il ruolo della politica e dei media. Le ripercussioni sociali
L'omino coi baffi della Bialetti se n'è andato, la modella della Omsa pure. Se si cercano simboli della fine di una certa industria italiana, il passaggio della crisi ne lascia a decine. Un triennio di recessione ha sconvolto il tessuto produttivo nazionale, travolgendo grandi e piccoli marchi, cancellando aziende storiche della tradizione italiana e lasciando, infine, sul terreno quasi un milione di persone senza più lavoro.
Distretti al tappeto - La crisi ha colpito tutti i distretti: dalle piastrelle di Modena al mobile imbottito della Murgia (Puglia e Basilicata), dalle scarpe e le pelli della valle fra Civitanova e Macerata al mobile in legno di Brugnera in Friuli, dalla chimica industriale sull'asse Sardegna-Adriatico (Vinyls, Alcoa, Eurallumina, Nuova Pansac) fino ai casalinghi d'autore della Val d'Ossola. Qui a Omegna, esempio classico di come la maestria artigianale e il design italiano si fanno industria, quando è andata bene si è salvata la "testa" (la progettazione), come dicono i manager per addolcire le delocalizzazioni. Il resto, la produzione, è andato: in Cina le pentole Lagostina, in Cina e Romania la storica Moka dell'omino coi baffi. I lavoratori della Bialetti si sono visti presentare un piano industriale con 85 esuberi su 130 posti e la produzione di cialde da caffè al posto delle caffettiere. Morale, stabilimento chiuso dal 2009, tutti in cig fino al prossimo giugno. Poi si vedrà.
GUARDA IL DATABASE
Nessun settore si salva - Ha chiuso la Streglio che a Torino faceva cioccolata da un secolo e hanno chiuso o sono fallite la Moto Morini e la Malaguti. Tutti i comparti hanno pagato prezzi pesanti. Dall'industria ai servizi, in ogni angolo d'Italia, il passaggio della crisi ha lasciato a terra ogni volta, con i suoi simboli, i destini di singoli, di decine o di centinaia di lavoratori, donne, uomini, famiglie. Cosa è cambiato rispetto al passato? Che a uscire dalla società del lavoro, con i giovani dal contratto a termine, sono stati molti padri e madri "adulti" e persino nonni, finiti in un limbo temporale sempre esposto alle riforme previdenziali, troppo vecchi per trovare nuovo impiego, troppo giovani per la pensione, sospesi in quella mobilità che è quasi sempre statica perché non porta in alcun luogo dove a una prestazione corrisponde un civile salario, ma solo fuori.
Le ripercussioni sociali - Quel fuori è solo in parte nelle cifre di Confindustria o dei sindacati. Lo si coglie semmai nei conteggi della Caritas sulle presenze italiane cresciute alle mense dei poveri o nelle file per il ritiro dei pacchi alimentari. Presto, quando le statistiche saranno pronte, lo si coglierà nel "ritorno" degli italiani in cronaca nera. Quel fuori sono le storie private - parte del Tutto seppure sparse e distanti come le "piccole crisi senza importanza" da cui era iniziato il viaggio di Repubblica.it nella recessione - di chi deve campare con 800 euro di assegno di cassa integrazione, spesso in ritardo di mesi e mesi e i suicidi dei licenziati e degli imprenditori rimasti appesi a crediti inesigibili (perché dovuti da altre vittime della crisi) e a debiti ineludibili perché inseguiti dalla spietata burocrazia delle banche.
La crisi della Pm al Nord - Di tutto ciò non esiste dato nazionale. Servono certezze per attribuire ragioni a un gesto così privato, ma Luciano Cagnin, senatore della Lega Nord, per attaccare il governo Monti afferma che nell'ultimo periodo solo nel Nord Est si sono uccisi 50 imprenditori, "gettati sul lastrico dal sistema bancario e politico". La fonte è ignota, i casi singoli però emergono dall'attualità locale e fanno fenomeno nel Nord Est dove la piccola e media impresa - il miracolo italiano - ha prosperato anche su relazioni aziendali che sono di vicinanza, di paese, quando non parentali e dove la crisi ha imposto il licenziamento di amici e familiari e una sorta di trasmissione comunitaria della rovina.
I numeri freddi - Poi ci sono le cifre ufficiali, fredde, quelle su cui si fanno le statistiche. Cominciando dagli espulsi, i numeri non sono così certi. Parlando di lavoratori, il triennio della crisi avrebbe portato all'espulsione dal lavoro di quasi 400mila italiani. Secondo la Fillea Cgil, solo nell'edilizia si sarebbero persi 300mila posti di lavoro. Secondo Confindustria, invece, con un calo del Pil dell'1,6%, a fine anno saranno oltre un milione i posti cancellati e 800mila i lavoratori che avranno perso il posto dal 2008 a oggi. Il tasso Istat di disoccupazione è all'8,9% che secondo i calcoli della Cgil diventa dell'11% se si considerano i lavoratori in cassa straordinaria e senza speranza di rientro. Nel 2010 le aziende italiane hanno richiesto un miliardo e 200mila ore di cassa integrazione; nel 2011 si è "calati" a oltre 900 milioni. L'Inail rileva un calo degli incidenti sul lavoro con esito mortale. Secondo i sindacati, il dato è connesso al minor numero di persone al lavoro.
Imprese, società e famiglie - Stesso scenario dai numeri sulle imprese e le società. Nel 2011 i fallimenti sono aumentati del 7% rispetto all'anno prima (dato Cerved) ed hanno riguardato soprattutto le piccole e medie imprese. Le sofferenze bancarie, i crediti diventati difficilmente esigibili, sono cresciute in un anno del 40%, toccando quota 102 miliardi. L'effetto inevitabile è stato una stretta sul credito, da parte delle banche, che ha contribuito ad accentuare le difficoltà e i tentativi di ripresa delle imprese. In questo contesto si sono mossi anche squali e volpi e dietro i casi estremi come quello Eutelia-Agile-Omega il triennio registra un aumento deciso anche delle bancarotte fraudolente, spesso in danno dei lavoratori oltreché dei soci e del fisco.
Il ruolo della politica - Nel procedere dello tsunami che ha travolto l'economia italiana, in generale la politica si è mossa, tra presenzialismi locali e assenza nazionale, con un'attenzione insufficiente, quasi che non fosse ben consapevole di quello che ogni giorno, in piccole imprese e grandi aziende, stava accadendo. L'esempio dall'alto: il governo Berlusconi è rimasto per mesi senza ministro per lo sviluppo economico, per le dimissioni di Claudio Scajola, nel momento in cui la crisi era al suo apice (maggio 2010) e chiusure, ristrutturazioni, annunci di cassa e licenziamenti diventavano un bollettino di guerra quotidiano. L'interim assunto dal premier aveva scarso valore mentre al Mise si moltiplicavano i tavoli di crisi. Senza un'autorità di riferimento, molte aziende potevano permettersi di ignorare l'invito a partecipare a quei tavoli, a rendere conto delle decisioni annunciate, a trattare e ritrattare. Come fece per mesi, per citarne solo una, la Federal Mogul, multinazionale americana che decise la chiusura del sito di Desenzano per spostare la produzione in Polonia, Russia e India. Gli oltre 180 dipendenti lasciati a spasso rimasero per 596 giorni a presidiare la fabbrica fino ad ottenere, se non altro, un impegno alla reindustrializzazione del sito "sostenuta" finanziariamente anche dal padrone in fuga.
La vertenza cerca media - In questo vuoto di espressione e rappresentanza politica e mediatica, lavoratori e sindacati hanno cercato sul web modi alternativi per far conoscere le proprie vertenze. Il caso più noto è quello dell'Isola dei cassintegrati, racconto in diretta dell'occupazione dell'ex carcere dell'Asinara, attuata per mesi dai lavoratori sardi del polo chimico di Porto Torres davanti allo spettro della chiusura della Vinyls. Ma di molte lotte di questo triennio resta traccia in siti e blog tematici tenuti dai lavoratori come quello di Agile-Eutelia. Il fenomeno è cresciuto soprattutto fra i precari e i giovani e in settori come quello dei call center, altro terreno sul quale - a partire dal crac Phonemedia - gli effetti della crisi si sono accompagnati ad operazioni spregiudicate spesso per beneficiare di fondi pubblici e comunque sempre in danni dei lavoratori.
Riforme in arrivo - E' dunque questo lo scenario in cui si trova a operare il governo Monti e sul quale piomberanno le annunciate riforme del lavoro ed è questo scenario di precarietà contrattuali ed esistenziali a spaventare sindacati e lavoratori se il futuro porterà maggiore flessibilità in uscita con la fine dell'Articolo 18. Né è così semplice pensare di fare come l'omino della Moka: piantare tutto e andare all'estero.
07 febbraio 2012
di SALVATORE MANNIRONI
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13/02/2012
Dossier, magia e nazismo La caccia al tesoro di Carlo Magno (e Hitler)
Dossier, magia e nazismo La caccia al tesoro di Carlo Magno (e Hitler)
Un libro-inchiesta ricostruisce la ricerca di un militare americano per scovare i gioielli dell’imperatore nascosti dal Führer a Norimberga
Nel febbraio 1945, durante l’interrogatorio di un militare tedesco prigioniero, il tenente dell’esercito americano Walter Horn s’imbatté in un tesoro d’arte antica. Sotto il castello di Norimberga, raccontò il soldato, il Reichsfürher Heinrich Himmler aveva fatto costruire un bunker in cemento armato di 360 metri quadri con tanto di celle di stoccaggio, generatori, acqua, condotti di ventilazione eccetera, autosufficiente, insomma. L’ingresso era camuffato in modo tale da sembrare il parcheggio coperto di un negozio d’antiquariato della città vecchia e lui ne era a conoscenza semplicemente perché i suoi genitori abitavano proprio sopra quel negozio, era stato suo padre l’uomo incaricato di curare il sistema che regolava temperatura e umidità nel bunker e sua madre l’addetta alla pulizia.
Fritz Hüber, il prigioniero, elencò all’esterrefatto Horn la presenza di acqueforti, codici medievali, strumenti musicali del Rinascimento, sculture, e poi accennò a una prima cassa che in una teca di vetro conservava le vesti ricamate di un re, a una seconda più piccola con dentro una spada, a una terza contenente la punta di una lancia e uno scettro sormontato da una croce. Fu allora che il tenente Horn si rese conto di essere di fronte ai gioielli della Corona del Sacro Romano Impero, la collezione di manufatti più preziosa d’Europa.
Walter Horn aveva 36 anni ed era un tenente americano sui generis. Era tedesco, si era laureato con il grande medievalista Erwin Panofsky, si era specializzato con Bernard Berenson a Firenze, era fuggito dalla Germania nel ’38 per approdare poi a Berkeley in California e insegnare Storia all’università. L’approssimarsi della fine della guerra lo aveva riportato da Londra, dove aveva affiancato i servizi segreti britannici, in patria, ufficiale della Terza Armata addetto agli interrogatori con il compito di stabilire se, al momento dell’attraversamento del Reno da parte dell’esercito alleato, Hitler avrebbe fatto uso di armi chimiche o biologiche. Invece che nel gas nervino, quel giorno si imbatté in Carlo Magno.
Comincia così Le reliquie di Hitler (Odoya, pagg. 312, euro 22, traduzione di Massimiliano Marconi), il libro di Sidney D. Kirkpatrick costruito su rapporti di intelligence, diari, lettere e interviste, interrogatori inediti: ciò che ne vien fuori sta fra i film di Indiana Jones e i romanzi di Dan Brown, solo che qui è tutto vero.
Il rapporto stilato da Horn finì a Parigi sul tavolo del generale Patton, comandante della Terza Armata, gran conoscitore di storia militare e curioso miscuglio di pragmatismo, sadismo, metempsicosi e manie di grandezza. Patton lo fece arrivare ai generali che in quel momento guidavano la marcia su Norimberga e il 20 aprile gli americani entrarono nel bunker di Schmied Allee allestito sotto il castello, ovvero nella stanza dei tesori della storia. Le acqueforti erano di Dürer, fra i manoscritti miniati c’era il codice Manesse, il canzoniere dei Maestri cantori di Norimberga, fra le sculture l’altare scolpito da Veit Stoss nel XV secolo per la basilica di Santa Maria di Cracovia, in Polonia, fra i mappamondi quello di Martin Beheim... Vennero recuperate anche le reliquie sacre della Corona del Sacro Romano Impero, e fra esse la Lancia di Longino, quella che si credeva avesse trafitto il costato di Cristo sulla croce. Mancavano però all’appello la corona imperiale, il globo, lo scettro e due spade. Chi le aveva sottratte? E perché?
Facciamo un passo indietro. Da un punto di vista storico, i gioielli della Corona non appartenevano ad alcuna nazione, ma a un impero che, come il Terzo Reich, si era in quel momento sbriciolato. Erano i simboli di un concetto medievale di dominio universale iniziato con l’incoronazione di Carlo Magno nell’VIII secolo e terminato mille anni dopo, agli inizi del XIX secolo, quando l’imperatore Francesco I, sconfitto da Napoleone, aveva abdicato. Nell’Alto Medioevo i gioielli della corona erano proprietà personale dell’imperatore, ma nel 1424 l’imperatore Sigismondo aveva rotto questa tradizione con un decreto reale che faceva di Norimberga la loro eterna custode. Nel 1796, mentre Napoleone imperversava in Renania, gli amministratori cittadini avevano trasferito la collezione in un luogo segreto a Vienna e qui era rimasta come simbolo dell’impero absburgico fino al 1918, e poi come reperto storico: annessa l’Austria al Reich, il nazismo le aveva riportate a Norimberga.
Nella testa di Hitler Norimberga era l’anima della Germania, così come Berlino era il cervello e Monaco il cuore. Nei libri e nei racconti per bambini, la città veniva paragonata alla Bella addormentata dei fratelli Grimm: una città-principessa un tempo meravigliosa che nel XIX secolo era caduta nel sonno angoscioso degli ebrei maligni e, risvegliata dal Fürher, der Starke von Oben, «l’uomo potente venuto dall’alto», era stata infine riportata all’antica bellezza.
Si è scritto molto sulle componenti esoteriche del nazismo, sull’uso dei simboli, su una mitologia ricostruita ad hoc. Sotto questo aspetto, quattro degli oggetti mancanti dalla «stanza dei tesori della storia», la corona, il globo, lo scettro e la spada imperiale, erano necessari al rito dell’incoronazione, mentre il quinto, la spada cerimoniale, era lo strumento che i re avevano nei secoli utilizzato per conferire il grado di cavaliere ai sacerdoti-soldati...
Sepolta Norimberga sotto i bombardamenti, la sua rinascita come città imperiale diveniva irrealizzabile e la stessa Lancia di Longino, sacro talismano, perdeva di fatto il suo splendore taumaturgico. Erano la corona e gli altri manufatti a dover essere invece preservati per le future generazioni, e la spada cerimoniale il mezzo attraverso il quale quest’ultime sarebbero state raccolte in una nuova confraternita nazionalsocialista. Nell’immaginazione hitleriana, il Terzo Reich era insomma una monarchia feudale, lo stesso Hitler era nominalmente il sovrano del Sacro Romano Impero.
Nel suo libro Sidney D. Kirkpatrick racconta tutto questo in modo avvincente e convincente, e la caccia alle cinque reliquie mancanti, ai loro trafugatori e al perché di quell’operazione è un vero e proprio giallo di cui non sveleremo altro. Più in generale, si può però dire che nella Germania occupata si creò più di un rapporto ambiguo fra vincitori e vinti, sparirono per colpa dei primi oggetti d’arte e denaro, vennero sbianchettati crimini in cambio di informazioni, furono disinvoltamente riciclati scienziati, tecnici, amministratori del passato regime, una volta verificatane l’utilità in quella che da subito si caratterizzò come la «terza guerra mondiale», ovvero la guerra fredda fra Est e Ovest. Quanto a Horn, fu promosso e congedato, tornò a insegnare all’università, ma sul suo contributo venne fatta calare una ufficiale cortina di silenzio.
di Stenio Solinas IL GIORNALE
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WISLAWA SZYMBORSKA Addio alla poetessa che vinse il Nobel con la grazia e l'ironia
WISLAWA SZYMBORSKA Addio alla poetessa che vinse il Nobel con la grazia e l'ironia
È morta ieri (01/02/2012 n.d.t.) la grande scrittrice polacca. Nata nel 1923 aveva vinto il celebre premio nel 1996
Il premio Nobel per la letteratura Wislawa Szymborska - nata nel 1923 a Kornik (Polonia) e morta ieri a Cracovia all'età di 88 anni aveva pensato per tempo al suo epitaffio, scritto naturalmente in versi: «Qui giace come virgola antiquata/l'autrice di qualche poesia. La terra l'ha degnata/dell'eterno riposo, sebbene la defunta/dai gruppi letterari stesse ben distante./E anche sulla tomba di meglio non c'è niente/di queste poche rime, d'un gufoe la bardana./Estrai dalla borsa il tuo personal, passante,/e sulla sorte di Szymborska medita un istante».
La poesia Epitaffio compare nella raccolta Sale, che è del lontano 1962. Ma i tratti più tipici della sua poetica ci sono già tutti: grande sense of humour, diffidenza verso l'appartenenza a scuole e gruppi letterari, frequente ricorso a tonalità basse, in sordina. Il tutto al servizio di una scrittura che sarà sempre tesa a risvegliarci dal torpore in cui cadiamo di continuo, mentre basterebbe tenere gli occhi aperti per coglierei mille miracoli dell'esistenza: una nube che passa, un cane che chiede una carezza, l'incontro con un vecchio professore.
Quanto a lei, Wislawa, riusciva a compiere il proprio miracolo grazie all'improvvisa accelerazione di immagini e domande che affollano ogni sua lirica, sì che nello spazio di pochi versi un evento qualsiasi spalanca al nostro sguardo le cose prime e ultime della vita. Affrontate sempre con semplicità, nitore e una paradossale congiunzione di «incanto e disperazione». Ecco spiegata così la grande popolarità della signora di Cracovia, il fatto che le sue letture in giro per il mondo fossero affollate, lo hanno detto in tanti, come 'i concerti delle rockstar'. Ed ecco spiegato perché le edizioni dei suoi versi si siano moltiplicate anno dopo anno. Anche qui da noi, in Italia, per merito del suo massimo esegeta e traduttore, Pietro Marchesani (anche lui, ahimé, recentemente scomparso) che le ha curate tanto per Adelphi quanto per Scheiwiller.
Né meno originaleè la sua opera in prosa: cinque volumi di Let ture facolative, recensioni sui generis attorno a libri sui generis (di giardinaggio, memorialistica, economia domestica); oltre a un libro di Posta letteraria, titolo della rubrica in cui per lunghe stagioni ha distribuito spassosi e puntualissimi consigli a poeti e scrittori in erba. Spesso e volentieri invitati a soprassedere su una malposta vocazione letteraria. E a dedicarsi piuttosto a un'altra attività non meno gratificante: la lettura. Ancora, di Szymborska si sapeva che venerava il riserbo, che giocava con le parole (era abilissima nei non sense e nei limerick), che adorava il collezionismo e gli animali. Infine amava Mark Twain, Fellini, Thomas Mann e Vermeer, al quale aveva dedicato nell'ultima raccolta una piccola, straordinaria poesia dalla quale traspariva il medesimo senso di sospeso raccoglimento, di quieto e abbacinante silenzio, intriso di quotidiana metafisica.
Col passare del tempo, il tratto congetturale e ipotetico dei suoi versi si era andato accentuando, mentre tornavano e ritornavano quelle due parolette «non so», attorno a cui già ruotava l'indimenticabile discorso di investitura al Nobel. Più si procede nella vita, sosteneva la signora di Cracovia, più crescono le domande e si offuscano le risposte: realtà e sogno si intrecciano in modo inestricabile, mentre il tempo si dilata e si rapprende a suo piacimento. I titoli delle ultime raccolte, in tal senso, non sono casuali: Attimo, Due punti, Qui. Titoli sempre più brevi, sempre più semplici, sempre più icastici, legati tra loro giust'appunto dal problema del tempo; nella duplice ossessione dell'eterno ritorno e dell'intrinseca caducità di un'esperienza unica e irredimibile: «Non c'è giorno che ritorni, non due notti uguali uguali/, né due baci somiglianti/, né due sguardi tali e quali». L'uomo è 'un essere temporale', che legge la sua vitae quella del mondo attraverso la successione dei momenti, ma proprio perciò è impossibilitato a sprofondare nel momento, a vivere interamente ogni singolo istante, stretto com'è tra il ricordo del passato e l'attesa del futuro: «Perché tu, malvagia ora/dai paura e incertezza?/ Ci sei - perciò devi passare/. Passerai - e qui sta la bellezza». Ecco, credo che il grande amore di Szymborska per gli animali nascesse proprio da qui. Da un sentimento di ammirazione, anzi di invidia, verso quelle creature che non vivono, come noi, attraverso il momento, ma nel momento. E solo in quello. E perciò non conoscono ambivalenza, calcolo, trucchi, trappole. E hanno di conseguenza «la coscienza pulita». A ben pensarcii poeti sono- tra gli umani - coloro che più si avvicinano agli animali. Non perché abbiano la coscienza pulita. Ma perché regolano i loro atti e la loro scrittura sulla base di una forma di intelligenza sensibile, piuttosto che analitica e razionale, e perché il loro cruccio è proprio quello di inseguire l'attimo fuggevole, il qui e ora dello stato presente, l'apertura impregiudicata legata al segno dei due punti.
Far propria questa postura significa privilegiare l'atto gratuito rispetto a ogni strategia utilitaristica, l'incessante metamorfosi alla fissa identità, l'incertezza a ogni tentativo di rigida (quanto vacua) tassonomia del reale, la singolarità dell'esperienza rispetto alla logica dei grandi numeri. Significa, almeno nel caso della signora di Cracovia, abbandonarsia un modo di vedere le cose che induce «a immaginare l'inimmaginabile». E difatti le strade intraprese nelle sue liriche sono immancabilmente sghembe, labirintiche, imprevedibili. Così Wislawa si stupisce di essere «in una casa e non nel nido», di essere ricoperta «di pelle e non di squame». Se deve raccontare la morte del proprio compagno, lo farà assumendo il punto di vista del gatto di casa. Volendo descrivere una cipolla, vestirà i panni di quel bulbo precipitando fino alla «cipollità».
E altrettanto farà per descrivere le virtù di un farmaco tranquillante: «So come trattare l'infelicità/come sopportare una cattiva notizia/ridurre l'ingiustizia/, rischiarare l'assenza di Dio/scegliere un bel cappellino da lutto/. Che cosa aspetti -/ fidati della pietà chimica!». Il costante 'senso di stupore' (che ci fa sentire vivi) e 'l'inclinazione a confrontare' (la caratteristica migliore dell'essere umano) si possono applicare - ci ha insegnato la grandissima polacca anche a questioni apparentemente marginali. Perché qualunque argomento, dal più ordinario al più tragico, può essere condensato in una successione di versi.
L'importante è come lo si fa, e nel come la Nostra era un'inarrivabile maestra: scetticismo, sobrietàe precisione si fondevano in una lingua colloquiale capace però di rovesciare costantemente i luoghi comuni. Un gusto sopraffino per il gioco linguistico, un sorvegliatissimo controllo delle metafore, l'innata predisposizione al ritmo e un'ironia compassionevole che teneva costantemente a bada il rischio del pathos, facevano il resto. Sicchè tutta la sua poesia, da ultimo, può essere letta sotto il marchio della «naturalezza». Quanto lavoro però, per raggiungere quel mirabile distillato di immagini e pensieri in forma poetica. Per questo Szymborska avrebbe potuto far sue le parole dell'amato Thomas Mann, tanto più vere nei nostri magri giorni: «Gli unicia fare fatica nello scrivere i libri sono gli scrittori».
Fonte: FRANCO MARCOALDI - la Repubblica |
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In pericolo le coste del Medioriente
In pericolo le coste del Medioriente
Forse oggi Sinbad il Marinaio non riconoscerebbe le coste della Penisola arabica dove, secondo il racconto narrato da Sharazade nelle Mille e una Notte, approdò ai tempi di Harun al-Rashid, califfo di Baghdad della dinastia degli Abbasidi. Le geografia del luogo, in più di 1500 anni di storia, è stata lentamente modificata dall'innalzamento del livello del mare. A ciò si è aggiunta, in tempi recenti, l'erosione causata dagli enormi progetti edilizi in corso nel Golfo Persico. In particolare, in Oman, l'antica località di Bandar Jissah, considerata la città natale di Sinbad, potrebbe sprofondare sotto il livello del mare nei prossimi decenni. La massiccia costruzione di alberghi e la trasformazione di questa piccola baia naturale in un luogo di turismo di massa potrebbe compromettere per sempre la sopravvivenza di questo magico sito.
«La costa dell'Oman è in pericolo, sprofonda ogni anno di alcuni millimetri, ciò significa che nell'arco di cinquant'anni, potrebbe abbassarsi di 15-20 centimetri, con conseguenze ambientali disastrose». A lanciare l'allarme è Goesta Hoffman, professore di scienze della terra dell'Università tedesca di tecnologia (GUtech) in Oman. «È necessario quantificare con precisione questi movimenti poiché lungo la costa del paese stanno fiorendo grandi progetti edilizi», ha sottolineato durante una conferenza tenutasi il 16 gennaio nell'Università Sultan in Oman, secondo quanto riportato dal quotidiano degli Emirati arabi uniti Gulf News. Un'accurata misurazione degli spostamenti della costa certo non potrà prevenire l'innalzamento del livello del mare, ma potrebbe almeno rendere più sostenibili i nuovi piani di costruzione edilizi, così invasivi e dannosi per l'ambiente.
Ma la minaccia non si limita a questo sultanato arabo affacciato sul Golfo Persico. Anche tante altre località del Medio Oriente e della Penisola Arabica sono in pericolo, come Alessandria d'Egitto, il Delta del Nilo, Dubai e molti siti archeologici che sorgono sulle coste libanese ed israeliana. Cesarea è uno di questi. L'allarme per questa antica città, fondata da Erode il Grande intorno al 20 a.C. e dedicata all'imperatore romano Cesare Augusto, è stato lanciato poco più di un anno fa dall'Autorità israeliana per la protezione della natura e per la tutela dei parchi nazionali. E la causa principale non sarebbe il riscaldamento globale. «La sabbia del mare non riesce a raggiungere la costa poiché viene fermata dalle infrastrutture costruite dall'uomo, come i porti, le marine e i grandi edifici moderni» ha spiegato, alla rivista on-line di ecologia Green Prophet, il professor Zeev Margalit, architetto e direttore per la Conservazione e per lo sviluppo dell'Autorità israeliana che si occupa del mantenimento dei siti naturali ed archeologici del paese. Di conseguenza il vecchio porto di Cesarea e i resti archeologici potrebbero presto crollare ed essere portati via dal mare, a meno che non si prendano provvedimenti fin da subito. «La soluzione sarebbe quella di 'importare' della sabbia dall'esterno e di creare un argine fuori dal porto in modo da incentivare un insabbiamento dell'area» ha continuato Margalit.
Soluzioni che tuttavia si limitano a curare gli effetti senza rimuovere le cause. L'innalzamento delle acque e la massiccia costruzione edilizia sono sfide reali e concrete che i paesi del Medio Oriente dovranno affrontare. L'attività umana, in modo diretto o indiretto, sta provocando danni irreparabili all'ambiente e all'ecosistema marino e terrestre. E se non si agisce subito, tra qualche anno sarà davvero troppo tardi.
TERRA TERRA - Anna Clementi il manifesto
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Boom di rapine e furti "Ladri sempre più giovani"
Boom di rapine e furti "Ladri sempre più giovani"
2011, l'anno record di furti e rapine Boom di assalti alle abitazioni: +28%. Reati contro il patrimonio aumentati del 15% Tra il 2004 e il 2007 l´incremento era stato più graduale e legato agli scippi e ai borseggi
La quota degli stranieri irregolari denunciati in Italia per reati di droga ha raggiunto il 34,5% del totaleUn dilagare di rapine a mano armata negli appartamenti. E un esercito di scippatori e borseggiatori in strada a minacciare la sicurezza pubblica. La criminalità in Italia sta vivendo una svolta. Nel 2011, dopo anni di calo costante, c´è stata un´impennata a sorpresa dei reati contro il patrimonio, aumentati del 15 per cento rispetto al 2010. Per le rapine nelle abitazioni è un vero quanto allarmante boom: sono cresciute del 28 per cento in pochi mesi. Un´inversione di tendenza che spiazza i sociologi e preoccupa tutte le forze di polizia. A documentarlo sono i dati riservati che le prefetture di tutta Italia stanno inviando al Dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale, e che Repubblica è in grado di anticipare.
I furti in appartamento sono cresciuti nell´ultimo anno del 15 per cento, così come le rapine e i borseggi. Gli omicidi sono "stabili": 610 casi nel 2011. Aumenta invece il peso degli stranieri nella contabilità criminale. La percentuale degli immigrati senza permesso di soggiorno nel totale delle denunce per reati legati alla droga è arrivata a 34.5 per cento. Un record, non è mai stata così alta. Sono numeri ricavati dalle denunce presentate a Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza. Sono provvisori, perché ancora non tutti gli uffici hanno provveduto a inviare le statistiche. Ma chi li sta raccogliendo prevede che quelli definitivi sulle rapine e i furti saranno corretti al rialzo, intorno al 18-19 per cento. Abbastanza per parlare di emergenza sicurezza.
Emergenza che i recenti casi di cronaca nera avevano fatto solo intuire. Per esempio il duplice omicidio a scopo di rapina del commerciante cinese e della figlioletta di pochi mesi, avvenuto a Roma qualche settimana fa. O lo scippo con aggressione di sei giorni fa in centro a Milano, di cui è stata vittima una imprenditrice che girava in bicicletta. Episodi che hanno fatto rumore, ripresi da tutti i telegiornali. Ma è sfogliando le cronache locali che si ha la percezione della paura e del disagio vissuto da chi vive lontano dall´attenzione delle telecamere, negli angoli meno esposti della provincia italiana. Rapine in villa, aggressioni ai proprietari, il crimine che entra in casa e terrorizza. E poi scippi e borseggi subiti in pieno giorno, furti con scasso. Cioè le varie forme in cui si declina il reato predatorio contro la ricchezza.
Un incremento come quello del 2011 non si verificava dal triennio 2004-2007, ma allora la fase espansiva era stata più graduale. A determinare quell´impennata avevano contribuito solo una parte di reati: i borseggi, i furti di automobili e nei negozi. Quelli commessi in appartamento e gli scippi in realtà erano in costante diminuzione. Nel 2009, come si legge nell´ultimo Rapporto sulla Criminalità e la sicurezza in Italia, le denunce di furto erano 2500 ogni 100 mila abitanti. Lo stesso trend per le rapine, in netta flessione negli ultimi venti anni, eccezion fatta per il picco del 2007 (90 casi ogni 100 mila abitanti, 18 volte di più rispetto al 1970). Dopo quell´anno nero, erano crollate e sembravano destinate a diminuire.
I sociologi sono i primi ad essere sorpresi dall´impennata del 2011. Una prima spiegazione la azzarda il sociologo Marzio Barbagli in questa pagina. Sarebbe colpa della crisi economica, entrata negli ultimi dodici mesi nella fase più aggressiva, con licenziamenti in aumento e sempre più giovani tenuti ai margini del mercato del lavoro. Un periodo in cui, politicamente, si sono sovrapposte la fase decadente dell´ultimo governo Berlusconi e l´ingresso del tecnico Mario Monti. E nel quale si assiste all´oggettiva difficoltà delle forze dell´ordine, che da mesi denunciano carenza di mezzi e strutture. Anche per questo la crisi ha dispiegato i suoi effetti più oscuri e criminali. Fonte: FABIO TONACCI - la Repubblica |
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SPAGNA: «Reforma laboral», mannaia su contratti e licenziamenti
SPAGNA: «Reforma laboral», mannaia su contratti e licenziamenti
«So che la riforma mi costerà uno sciopero generale»: questa la confessione del premier spagnolo Mariano Rajoy, in un confidenziale scambio di battute con il collega olandese, all'ultimo Consiglio europeo del 30 gennaio. Le parole del leader conservatore, al suo debutto a Bruxelles, sono state catturate da un microfono e, una volta diffuse, hanno messo in imbarazzo il governo del Partido popular. Sulle misure in materia di mercato del lavoro, che verranno presentate oggi al consiglio dei ministri, infatti, vige ufficialmente il più assoluto riserbo. Ma la consapevolezza di stare cucinando un piatto indigeribile per i sindacati è ben presente nelle file dell'esecutivo di Madrid.
Il dialogo con le organizzazioni dei lavoratori non è stato nemmeno cercato: un fatto inedito, che ha suscitato le ferme proteste delle due principali confederazioni, la socialista Unión General de Trabajadores (Ugt) e Comisiones Obreras (Ccoo), collocata più a sinistra. E pensare che da parte loro la disponibilità al confronto - e all'accordo - non mancava. Lo scorso 25 gennaio, infatti, avevano stipulato un «patto per l'impiego e la negoziazione collettiva» con l'associazione degli imprenditori, che prevedeva l'impegno alla moderazione salariale in cambio della rinuncia da parte padronale a chiedere (ancora) di più. Un'intesa che, nelle intenzioni dei sindacati, doveva servire a impedire che il governo agisse per conto proprio - e con mano pesante. Come invece accadrà.
Se è vero che il diavolo si nasconde nei dettagli, è opportuno attendere la presentazione del testo della «riforma». Tuttavia, dalle indiscrezioni giornalistiche e dalle dichiarazioni ufficiali in parlamento dello stesso Rajoy e della ministra dell'impiego (sic - non «del lavoro»), Fatima Báñez, si può dedurre che probabilmente ci sarà una modifica che favorirà la prevalenza del contratto aziendale su quello nazionale, oltre alla possibilità di sospendere la vigenza di qualunque contratto in caso di difficoltà economiche dell'impresa. Sotto le mentite spoglie dell'annunciata «semplificazione» delle forme contrattuali, inoltre, potrebbe celarsi un peggioramento delle garanzie in caso di «licenziamento irregolare», attualmente rappresentate da un risarcimento di 45 giorni per ogni anno trascorso nella stessa impresa. In Spagna, infatti, la fine di un rapporto di lavoro può essere dal giudice dichiarata «nulla», con conseguente reintegro, oppure semplicemente «irregolare».
In quest'ultimo caso, il lavoratore non ha diritto al reintegro, ma a un indennizzo economico, che potrebbe ora venire «alleggerito»: invece che ricevere l'equivalente del salario di 45 giorni per anno lavorato, l'ammontare si calcolerebbe solo su 33 giorni per anno. Non dovrebbe essere previsto, invece, il «contratto unico» per tutti i nuovi assunti, difeso all'interno dell'esecutivo da Luis de Guindos, ministro dell'economia ed ex direttore di Lehman Brothers nella penisola iberica: la ministra Báñez ha pubblicamente dichiarato di ritenerlo incostituzionale.
Una cosa, tuttavia, è certa: la «riforma» servirà a ricevere i complimenti di Angela Merkel e della Commissione Ue, ma non a creare lavoro. Lo ha implicitamente ammesso lo stesso premier Rajoy, nelle sue comunicazioni alla Camera dei deputati dell'altro ieri, riconoscendo che i dati sull'occupazione nel 2012 peggioreranno ulteriormente. Oggi le persone senza impiego sono il 22,85% della popolazione attiva, e secondo il centro studi della banca Bbva arriveranno al principio del prossimo anno al 24,6%. D'altronde, l'esperienza insegna: anche il governo socialista di Zapatero fece approvare ben due «riforme» del mercato del lavoro, che avrebbero dovuto combattere la disoccupazione e dare prospettive ai giovani (quasi metà sono senza lavoro). In realtà, resero più facile per l'impresa vedersi riconoscere la legittimità dei licenziamenti per motivi economici ed eliminarono il divieto di cumulare più di tre contratti a termine di fila. Leggi che a Zapatero costarono uno sciopero generale: ma di questo Rajoy sembra non preoccuparsi.
Fonte: il Manifesto |
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Italia dreaming
Italia dreaming
Alcune sere fa ho avuto modo di riguardare in vhs una vecchia commedia italiana girata negli Stati Uniti agli inizi degli anni novanta ed intitolata California Dreaming, in cui i vari personaggi, interpretati da noti attori italiani, organizzavano un viaggio coast to coast per visitare, scoprire e conoscere la cultura e la movida americana. Inutile aggiungere che la meta finale doveva essere la tanto desiderata California, lo stato che per eccellenza allora incarnava tutti i sogni ed aspettative di libertà, divertimento, appagamento e spensieratezza di vita. Sono passati ormai quasi 20 anni da quella pellicola, direi che oggi dovrebbero proporre un remake intitolandolo California Nightmare. Di certo lo stato amministrato da Sforzrnegger oggi ha ben poco di paradisiaco o difficilmente ti permette di vivere in un'atmosfera da sogno, senza pensieri, proiettati alla continua ricerca del divertimento che nel film in questione si percepisce.
Tristemente anche noi italiani abbiamo intrapreso la strada del cambiamento e della mutazione, in poco meno di un decennio di Bel Paese rimarrà ancora veramente poco di caratteristico: e questo rappresenta ciò di cui oggi bisogna essere pienamente consapevoli al fine di pianificare la propria vita ed il proprio futuro professionale o imprenditoriale. Non si tratta solo delle riforme strutturali messe in atto dal Governo Monti (per le quali si sta generando notevole tensione e conflittualità sociale), ma anche per la metamorfosi indotta che caratterizzerà il paese e contraddistinguerà le quattro diverse risorse sociali: rispettivamente, imprenditori, lavoratori, risparmiatori e studenti. Cerchiamo pertanto di analizzarle in sequenza: il mondo della piccola e media impresa (l'industria sta delocalizzando o si sta internazionalizzando quindi il tutto non la riguarda) andrà incontro prima ad un processo di rarefazione e successivamente di bipolarizzazione.
Questo significa che entro dieci anni in Italia scompariranno circa un quinto, se non oltre un quarto delle attuali partite iva, per l'alterarsi degli equilibri economici canonici del pianeta (concorrenza di prodotti e imprese di nuove aree continentali). A quel punto chi sarà rimasto sul mercato sarà schiacciato o verso nicchie di eccellenza (il top di gamma) o verso produzioni massificate prive di valore aggiunto con prodotti poveri e anonimi: in buona sostanza scomparirà tutto quello che prima vi era in mezzo. Tanto per fare un esempio il mercato della calzatura sportiva sarà costituito o da ridondanti brand costosi oppure da marchi commerciali insignificanti di bassa qualità e dal costo contenuto. Inutile soffermarsi sulla moria di piccole aziende che scompariranno, si salverà chi punterà sula ricapitalizzazione attraverso partner esterni apportatori di nuovo capitale di rischio, abbandonando il plurimo indebitamento a breve con gli istituti di credito.
I lavoratori andranno invece incontro ad un lento e progressivo processo di americanizzazione, per cui se vali sei tutelato e ben pagato, mentre se sei un numero come tanti, non sei una risorsa strategica. Su questo punto gli italiani non sono ancora preparati psicologicamente: inutile fare commenti sull'escalation di conflittualità sociale attesa per i prossimi anni. Il vecchio modello basato su lavoro sicuro, casa di proprietà e famiglia protetta potete sognarvelo: da cui il titolo di questo redazionale. Gli studenti invece dovranno puntare sulla jobsizzazione, termine che mi sono permesso di coniare visto il messaggio che ha veicolato il fondatore della Apple, Steve Jobs appunto, durante i suoi ultimi anni di vita. Per farla breve una parte della old economy sta morendo e con essa tanti posti di lavoro ormai obsoleti, i quali però vengono sostituiti con tantissime nuove professioni e opportunità occupazionali della new economy. Ad oggi non è detto che un percorso di formazione scolastica ed accademica canonico e tradizionale sia la buona ricetta per un inserimento nel mondo del lavoro. Per molti il futuro sarà rappresentato dalla Street University e non dalla Bocconi o dalla Stanford University..
Infine i risparmiatori italiani abituati per decenni a vivere sognando la serenità grazie ad investimenti un tempo “safe heaven” come il mattone o i titoli di stato. Anche per loro arriverà l'età degli incubi non potendo più puntare sulla certezza ma dovendo investire in volatilità, rischio e solvibilità (come avviene negli altri paesi). Il migliore investimento a riguardo che dovranno fare sarà quello in cultura finanziaria se non vorranno testare le gioie della sodomizzazione finanziaria. Non avrà più senso pertanto con un mercato del lavoro volatile e dinamico investire tutte le proprie risorse solo sulla prima casa in quanto oggi lavorerete a Roma e nei prossimi anni a Milano o peggio all'estero. Chi non si focalizzerà su questo, riprendendo a risparmiare per costruirsi un proprio capitale messo a rendita, vivrà da vecchio pensionato in uno stato di notevole insicurezza economica. Nel prossimo redazionale vedrò comunque di concentrarmi sull'ultima fascia sociale che pagherà maggiormente quanto sta accadendo, quella dei pensionati: ed è proprio per loro che sarà Italia Dreaming. di Eugenio Benetazzo - 12/02/2012
Fonte: eugenio benetazzo
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12/02/2012
Dal sito di Göbekli Tepe nuove ipotesi sulla preistoria
Dal sito di Göbekli Tepe nuove ipotesi sulla preistoria
Il complesso, eretto 11.000 anni fa, richiese mano d'opera numerosa e abile, assai prima della rivoluzione neolitica
La preistoria sembra esser diventata oggi un settore di studi fra i più promettenti, complici le ricerche sul patrimonio genetico e i progressi in campo archeologico. In Inghilterra spopola dal 2006 l'opera di Stephen Oppenheimer intitolata The Origins of the British (Robinson), nella quale si ripercorre la storia del popolamento delle isole britanniche dal 15.000 a.C. sino all'alto medioevo, utilizzando le ricerche genetiche, particolarmente avanzate presso l'Università di Oxford, la linguistica, i dati archeologici a disposizione, le fonti scritte, in un intreccio di grande efficacia.
Le ricerche che hanno consentito a Oppenheimer la scrittura del suo long-seller appartengono al filone che da tempo ha rimesso in causa le origini del popolamento del continente europeo e della sua famiglia linguistica principale: l'indeuropeo.
La vecchia teoria dei Kurgan, secondo la quale l'Europa neolitica sarebbe stata percorsa da invasioni provenienti dall'area russo-carpatica che vi avrebbero portato una élite di conquistatori guerrieri e una nuova lingua destinata a colonizzare il continente lasciandovi solo poche tracce del popolamento preesistente (i baschi sarebbero pressoché gli unici sopravvissuti fino ai nostri giorni), è oggi ampiamente criticata e in molti contesti ormai giudicata come superata. Numerosi archeologi, fra i quali si deve citare almeno l'inglese Colin Renfrew - sostenuti per esempio dalle ricerche in campo di genetica storica di Luigi Luca Cavalli Sforza - propendono per un arrivo dell'indeuropeo al seguito della rivoluzione neolitica del Vicino Oriente: gli agricoltori sarebbero lentamente migrati in varie direzioni, inclusa quella nord-occidentale, portando con sé una nuova lingua e una nuova cultura, insieme alle tecniche per coltivare la terra.
Si tratta di ipotesi di lavoro, al più di teorie, che devono essere continuamente vagliate alla luce di scoperte, ma anche di riconsiderazioni dei dati esistenti. Non c'è però dubbio che al Vicino Oriente e in particolar modo all'area della Mezzaluna fertile ci si debba volgere quando si voglia spostare ancora più indietro questo viaggio nel tempo. Perché, se è vero che la rivoluzione neolitica ha cambiato radicalmente i modi di vita di larga parte dell'umanità, non è certo chiaro e conclamato in che modo e per quali ragioni tale rivoluzione sia avvenuta.
Le ricerche archeologiche in Anatolia meridionale hanno dato negli anni risultati illustri, a cominciare dagli scavi (ancora oggi discussi per quanto concerne l'interpretazione complessiva di tale scoperta) della celebre «città» neolitica di Çatal Hüyük. Più di recente, nel 1994, l'archeologo Klaus Schmidt, a capo di una missione turco-tedesca, ha avviato una campagna di scavi in un'area non distante, presso il sito noto come Göbekli Tepe. I primi risultati di queste ricerche sono apparsi negli anni successivi in diverse riviste specializzate, fino ad arrivare nel 2007 a una monografia rivolta a far conoscere l'importanza della scoperta a un pubblico più ampio. Il testo ha oggi trovato una traduzione italiana arricchita da aggiornamenti che arrivano fino al 2009 (Klaus Schmidt, Costruirono i primi templi 7000 anni prima delle piramidi. La scoperta archeologica di Göbekli Tepe, Oltre Edizioni 2011, euro 24,50, 272 pp. + XV pp. con fotografie a colori).
Perché questo sito è importante? Le ragioni sono semplici: con i suoi oltre undicimila anni di anzianità, Göbekli Tepe si propone come il più antico centro cultuale conosciuto; si tratta di un complesso monumentale, ricco di decine di pilastri di pietra accuratamente levigati e scolpiti con bassorilievi raffiguranti soprattutto animali. L'edificazione del sito dovette per forza richiedere il concorso di mano d'opera numerosa e abile; e questo in un'epoca nella quale la rivoluzione neolitica era ancora di là da venire, e i gruppi di cacciatori-raccoglitori non potevano servirsi né di bestie da soma, né di utensili di metallo, né della ruota.
Non si tratta qui di stupirsi dinanzi alla difficoltà dell'opera né di evocare, al solito, fumosi misteri. Il punto è che Göbekli Tepe potrebbe suggerire nuove risposte alla domanda alla quale accennavamo in precedenza: perché le società di cacciatori-raccoglitori sono passate all'agricoltura? In passato, una delle risposte più frequenti a tale domanda chiamava in causa il singolo evento, la scoperta della possibilità delle coltivazioni, che avrebbe contagiato poi il circondario conquistando la maggioranza dei rappresentanti della specie umana. Un'ipotesi abbandonata per il prevalere dell'idea che la rivoluzione neolitica sia invece scaturita gradualmente, in concomitanza con l'attenuarsi dell'ultima glaciazione, intorno all'8500 a.C., che avrebbe reso possibili l'agricoltura e l'allevamento. Possibili, certo, ma in fondo non necessari.
Un centro di culto come Göbekli Tepe ebbe bisogno, si è detto, di manodopera in grado di dedicarsi a lungo e forse unicamente alla sua edificazione; questo farebbe pensare a una differenziazione sociale che contrasta con l'idea comune di cacciatori-raccoglitori troppo «primitivi» per conoscere una distinzione del genere. Inoltre, il sito doveva servire come centro che richiamava, in una sorta di pellegrinaggio, da aree anche molto distanti; altrimenti sarebbe difficile spiegarne la monumentalità.
Nelle ultime pagine del libro Klaus Schmidt evoca la possibilità che Göbekli Tepe abbia rappresentato qualcosa di simile alle anfizionìe greche: «L'elemento di base di una anfizionìa è sempre un tempio centrale. L'anfizionìa è sempre in primo luogo un'organizzazione di culto, ma essa nel suo prendersi cura del santuario e di ciò che lo circonda, assolve spesso anche compiti di tipo militare e sociale». In effetti, nelle aree circostanti sono stati rinvenuti altri siti che presentano affinità con Göbekli Tepe, ma che certamente furono costruiti in una scala molta ridotta rispetto a questo.
La collina di Göbekli Tepe fu abbandonato agli inizi dell'ottavo millennio a.C., ossia in concomitanza con l'organizzazione, più a valle, delle prime comunità di coltivatori. Un evento traumatico, dunque? Schmidt propende per l'ipotesi opposta: il centro di culto poté consentire la formazione di una élite legata al suo controllo, che avrebbe preparato, proprio in virtù della prima divisione del lavoro necessaria per concepire la costruzione di un luogo del genere, tale passaggio. È una ipotesi coraggiosa e da comprovare, ammesso che questo sarà mai del tutto possibile, ma che ha il merito di rilanciare il dibattito sulle origini del neolitico alla luce di idee e dati inediti.
Fonte: Marina Montesano - il Manifesto | 03 Febbraio 2012
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BRASILE - POLIZIOTTI IN SCIOPERO: TRA POVERTÀ E POLITICA, UNA ‘BOMBA A OROLOGERIA’
BRASILE - POLIZIOTTI IN SCIOPERO: TRA POVERTÀ E POLITICA, UNA ‘BOMBA A OROLOGERIA’
“La polizia militare è una bomba a orologeria in Brasile. I soldati sono mal pagati e mal protetti, facili vittime dalla malavita, gli ufficiali vengono invece remunerati profumatamente. Questo sciopero, come le altre agitazioni analoghe che lo hanno preceduto nel Maranhao e nel Ceará e quelle che a quanto pare stanno già seguendo a Rio de Janeiro, è illegale per legge ma scaturisce da pessime condizioni di vita. E’ questo l’ambiente in cui facilmente esplodono i conflitti”. Così una fonte missionaria contattata a Brasilia spiega alla MISNA il contesto in cui è esploso fino a comportare anche gravi episodi di violenza lo sciopero della polizia militare di Bahia, nel nord-est, motivato dall’istanza di ottenere aumenti salariali in un paese in cui ogni Stato si regola autonomamente sull’entità degli stipendi da versare agli agenti.
Un contesto di povertà che viene in ogni caso sfruttato anche dalla politica, come dimostrerebbero intercettazioni telefoniche tra alcuni parlamentari e leader della protesta degli ultimi giorni, nello specifico il capo dei pompieri di Rio de Janeiro, Benevenuto Daciolo, che, presente a Salvador de Bahia nei monenti caldi dell’agitazione, è stato arrestato due giorni fa al suo rientro nella metropoli carioca, dove le minacce di entrare in agitazione da parte della polizia militare locale da ieri si sono concretizzate.
“Dimostrato che gli scioperanti di Bahia fossero in contatto con i colleghi di Rio, ma anche di San Paolo e di altri Stati”, precisano le fonti della MISNA, ha sollevato polemiche e una richiesta di deferimento alla Commissione etica del Congresso di Rio la telefonata in cui Daciolo da Salvador conversa con una donna che gli chiede di convincere i poliziotti bahiani a non sospendere lo scopero per non frenare un’eventuale imminente astensione dei colleghi di Rio: secondo fonti di stampa la donna sarebbe la deputata statale Janira Rocha del Psol (Partido Socialismo e Liberdade).
“Opportunismo politico ed elettorale, di questo si tratta. Chi ha parlato con gli scioperanti è una deputata che ha un compagno di partito che intende candidarsi e ha bisogno di un sostegno elettorale di cui oggi è privo” ha tuonato la parlamentarea statale Cidinha Campos del Pdt (Partido Democrático Trabalhista), chiedendo provvedimenti contro Rocha.
Ha invece confermato di aver parlato con Daciolo, ma negando qualsiasi illecito, il deputato federale Anthony Garotinho del Pr (Partido da República), tra i promotori della cosiddetta “Pec 300”, una proposta di modifica della Costituzione mirata ad equiparare gli stipendi degli agenti di polizia in tutto il paese, sulla base di quelli versati ai militari del Distretto Federale. Pendente alla Camera dal 2008, la proposta è una delle principali richieste della polizia militare su scala nazionale. Daciolo ha peraltro ammesso di aver parlato con una persona “importantissima” che avrebbe potuto aiutare ad approvare la Pec 300.
“In merito alla Pec 300 – dicono le fonti della MISNA – il presidente della Camera dei Rappresentanti, Marco Maia, del Pt (Partido dos Trabalhadores), ha detto ieri che non c’è ancora alcun accordo per far passare la proposta. Ha anche difeso la necessità di una regolamentazione del diritto di sciopero dei dipendenti pubblici, compresa la polizia militare, ma ha confermato che la decisione di ritoccare gli stipendi spetta ai dirigenti locali”.
Intanto proprio ieri l’Assemblea legislativa di Rio de Janeiro ha approvato un progetto di legge per aumentare i salari delle forze di polizia statali; ma non è bastato per impedire l’avvio dell’agitazione. “Da gennaio, poliziotti e pompieri hanno cominciato a minacciare lo sciopero portando in piazza migliaia di persone: è chiaro che questa mossa puntava ad evitare disordini e problemi di varia natura durante l’imminente Carnevale, ma a quanto pare è stata inutile” osservano le fonti della MISNA.
Restano aperti gli interrogativi sui protagonisti delle violenze degli ultimi giorni, attribuite a gruppi di poliziotti o ex poliziotti collusi con la malavita, ma anche a bande criminali che hanno sfruttato lo sciopero per assaltare negozi ed edifici pubblici, sequestrare camion carichi di merci, attaccare autobus per rapinare i passeggeri, rubare autoveicoli, mentre si avvicina il Carnevale, evento che ogni anno attrae milioni di turisti.
[FB]
FONTE MISNA
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TERRE ANCESTRALI E MULTINAZIONALI, DIRITTI A RISCHIO
TERRE ANCESTRALI E MULTINAZIONALI, DIRITTI A RISCHIO
Le comunità rurali africane sono sempre più esposte agli appetiti insaziabili delle grandi multinazionali alimentari. Questo, unitamente all’inadeguatezza dei sistemi fondiari e all’assenza di riforme agricole nei paesi del continente, mette a rischio circa 428 milioni di persone, per lo più contadini il cui sostentamento dipende dalla terra: a denunciarlo è uno studio condotto dalla coalizione di ong ‘Rights and Resources Initiative (Rri) per cui negli ultimi anni “la confisca di terreni arabili da parte di enti statali in almeno 35 paesi africani è aumentata in modo esponenziale”.
Presentato ieri a Londra, lo studio evidenzia che “i terreni delle comunità rurali africane sono una preda facile per investitori stranieri e aziende i cui profitti – grazie alla crisi – conoscono una crescita esponenziale”. In Africa, “le comunità controllano circa un miliardo e 400.000 ettari di terre – per lo più foreste o terreni agricoli – ma le legislazioni in vigore nei vari paesi non riconoscono se non in modo molto marginale diritti di proprietà e alienabilità di queste ampie superfici” sottolineano gli esperti, aggiungendo che “è lo Stato, nella maggior parte dei casi, che si appropria di questi terreni e foreste e che distribuisce i diritti di sfruttamento alle grandi multinazionali”.
L’Rri fornisce numerosi esempi a sostegno della sua analisi sul fenomeno del Land grabbing, un’espressione traducibile in italiano come accaparramento di terre. In Repubblica democratica del Congo sono 33,5 milioni gli ettari di foreste date in “concessione” a privati per lo sfruttamento di legame, miniere di diamanti o di altri materiali. Nessuna di queste concessioni è controllata dalle comunità che tradizionalmente vivono su queste terre.
Tra gli altri casi citati, oltre a quelli più noti di Etiopia e Sud Sudan, la Liberia della presidente Ellen Johnson Sirleaf che – è la denuncia delle ong – a pochi anni dalla fine della guerra civile, nel dicembre 2011, “vede la maggior parte delle sue terre allocate ad investitori privati per lo sfruttamento agricolo e minerario”.
[AdL]
Fonte misna
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