20/02/2012

Ventuno anni all'ergastolo, era innocente "Chi mi ridarà la mia vita perduta?"

Ventuno anni all'ergastolo, era innocente "Chi mi ridarà la mia vita perduta?"

 

 

Giuseppe Gulotta aveva 18 anni quando venne prelevato e portato nella caserma dei carabinieri di Alcamo come sospettato dell'omicidio di due militari dell'Arma. Venne picchiato e seviziato per ore finché non confessò quello che non aveva fatto. Poi ritrattò invano. Il processo nel '90 con la condanna a vita. Nel 2007, con il pentimento di uno dei carabinieri che parteciparono all'interrogatorio, il nuovo processo e, oggi, la sentenza: "Non è colpevole. Lo Stato deve restituirgli libertà e dignità"

Dopo 21 anni, 2 mesi, 15 giorni e sette ore di carcere, Giuseppe Gulotta, adesso cinquantenne, ha ottenuto giustizia e dignità. Alle ore 17,35 di oggi la Corte d'Appello di Reggio Calabria dove si è celebrato il processo di revisione, ha pronunciato la sentenza. Giuseppe Gulotta è innocente, e da oggi non è più un ergastolano, non è l'assassino che il 26 gennaio del 1976 avrebbe ucciso, assieme ad altri complici, due carabinieri, Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo, in un attentato alla caserma di Alcamo Marina, un paese al confine tra le province di Palermo e Trapani.

LA VIDEOINTERVISTA A GIUSEPPE GULOTTA

"Gulotta non c'entra nulla; abbiamo il dovere di proscioglierlo da ogni accusa e restituirgli la dignità che la giustizia gli ha indebitamente tolto" ha detto oggi la pubblica accusa prima che la corte si riunisse in camera di consiglio per emettere una sentenza di assoluzione che Giuseppe Gulotta attendeva da troppo tempo. Da quando, 35 anni fa, appena diciottenne, fu arrestato, condotto in carcere e, più tardi, dopo la durissima trafila dei diversi gradi processuali, condannato all'ergastolo definitivamente. E con lui gli altri tre suoi presunti complici: due sono ancora latitanti in Brasile; il terzo, Giuseppe Vesco, si suicidò in carcere qualche anno dopo il suo arresto.

Ad accusare Gulotta della strage fu appunto Giuseppe Vesco, considerato il capo della banda, suicidatosi - in circostanze non del tutto chiare - nelle carceri di ''San Giuliano'' a Trapani, nell'ottobre del 1976. A provocare la revisione del processo che si è finalmente concluso oggi con l'assoluzione di Gulotta, sono state le dichiarazioni, molto tardive, di un ex ufficiale dei carabinieri Renato Olino che nel 2007 raccontò che le confessioni di Gulotta e degli altri erano state ottenute a seguito di terribili torture da parte dei carabinieri. Olino, che si era dimesso dal'Arma proprio in seguito alla vicenda di Alcamo, non aveva retto al rimorso e aveva deciso di dire la verità. Gli altri carabinieri, oggi quasi tutti molto anziani, hanno fatto qualche ammissione o si sono rifiutati di rispondere. Ma la giustizia ha trovato elementi sufficienti per il processo di revisione e per questa assoluzione che, inevitabilmente, dovrebbe aprire la strada a un congruo risarcimento per gli imputati. Anche per gli altri due condannati, Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo, fuggiti all'estero prima che la condanna diventasse esecutiva, ci sarà adesso la revisione.

La notte del 27 Gennaio di quell'anno Carmine Apuzzo (19 anni) e l'appuntato Salvatore Falcetta, due militari dell'Arma, furono trucidati da alcuni uomini che avevano fatto irruzione nella piccola caserma di Alcamo Marina. L'attacco suscitò ovviamente forte impressione in Sicilia e in tutta Italia. Si puntò sulla pista politica e finirono nel mirino delle indagini alcuni giovani di sinistra. Pochi giorni dopo venne fermato un giovane alcamese, Giuseppe Vesco, trovato in possesso di una pistola in dotazione ai carabinieri. La sua casa venne perquisita e saltò fuori anche l'arma utilizzata per il delitto. Il giovane, però, si dichiarò estraneo ai fatti affermando soltanto che aveva avuto il compito di consegnare delle armi. In seguito alle pressioni dei carabinieri, Giuseppe Vesco cambiò rapidamente la sua versione: condusse gli inquirenti al luogo in cui erano conservati gli indumenti e gli effetti personali dei due agenti uccisi (in una stalla di proprietà di Giovanni Mandalà, un bottaio di Partinico), dichiarò di aver fatto parte del commando che aveva fatto irruzione nella casermetta e fece il nome dei suoi tre complici: Gulotta, Ferrantelli e Santangelo.

Dopo poco tempo Vesco ritrattò tutto e dichiarò che quanto da lui affermato era stato ottenuto in seguito di terribili torture. Nelle sue lettere dal carcere San Giuliano di Trapani descrive minuziosamente il comportamento dei carabinieri e come erano state estorte le confessioni dei fermati. Ma pochi giorni prima di essere nuovamente ascoltato dagli inquirenti, venne trovato impiccato nella sua cella, con una corda legata alle grate della finestra, cosa resa abbastanza difficile dal fatto che a Vesco era stata amputata una mano a causa di un incidente. E proprio a questa vicenda si legano le confessioni del pentito Vincenzo Calcara, che lascia intravedere una verità fino ad ora soltanto accennata, ma resa più concreta anche da alcune rivelazioni in cui si attesta una collaborazione tra mafia e Stato. Calcara avrebbe affermato che gli venne intimato di lasciare da solo in cella Giuseppe Vesco e che lo stesso venne ucciso da un mafioso aiutato da due guardie carcerarie.

Anche quanto affermato dal pentito Peppe Ferro libera i quattro dalle gravi accuse: "Li ho conosciuti in carcere quei ragazzi arrestati... Erano solamente delle vittime... pensavamo che era una cosa dei carabinieri, che fosse qualcosa di qualche servizio segreto".

Dopo la chiamata di correità di Vesco, Giuseppe Gulotta fu arrestato e massacrato di botte per una notte intera. La mattina, dopo i calci, i pugni, le pistole puntate alla tempia, i colpi ai genitali e le bevute di acqua salata, avrebbe confessato qualunque cosa e firmò un documento in cui affermava di aver partecipato all'attacco alla caserma. Il giorno dopo, davanti al procuratore, Gulotta ritrattò tutto e provò a spiegare quello che gli era successo. Non venne mai creduto, neanche al processo che, nel 1990 lo condannò in via definitiva all'ergastolo. Poi, nel 2007, la confessione di Olino e la revisione chiesta e ottenuta dal suo avvocato Salvatore Lauria. Oggi l'assoluzione. Ma Giuseppe Gulotta ha trascorso gran parte della sua vita in carcere. Durante un breve periodo di soggiorno si è sposato con la donna che lo ha sempre "protetto" e che gli ha dato un figlio. Adesso, completamente libero, andrà a vivere a Certaldo, in Toscana, dove, da quando è in semilibertà, fa il muratore. "Sono felice di essere stato riconosciuto finalmente innocente. Ma chi potrà mai farmi riavere la gioventù che ho passato in carcere, chi potrà mai darmi quegli anni che ho perduto senza potere crescere mio figlio?".

Fonte: FRANCESCO VIVIANO - http://inchieste.repubblica.it | 13 Febbraio 2012

 

Cassa integrazione in calo a gennaio ma crescono disoccupazione e mobilità

Cassa integrazione in calo a gennaio ma crescono disoccupazione e mobilità

 

I dati Inps sulla cig ordinaria indicano una diminuzione del 26% delle ore autorizzate su dicembre e un aumento dell'11,1%, legato all'industria, sul gennaio 2011. In discesa le cifre della Cig straordinaria e di quella in deroga. Più domande di sostegno per uscita dal lavoro

 

ROMA - Crollano a gennaio le ore autorizzate di cassa integrazione. Nel mese - secondo i dato diffusi dall'Inps - sono stati autorizzati 55 milioni di ore di cassa con un calo del 26,7% rispetto a dicembre e dell'8,5% rispetto a gennaio 2011. E' il dato più basso dall'agosto 2009 (54,6 milioni).

Gli interventi di cassa integrazione ordinaria (cigo) a gennaio risultano diminuiti del 9,5% rispetto a dicembre (da 22,4 a 20,3 milioni di ore), ma sono aumentati dell'11,1% rispetto allo stesso mese dello scorso anno (20,3 milioni di ore a gennaio 2012 a fronte dei 18,3 di un anno prima). La variazione - spiega l'Inps - è attribuibile esclusivamente alle autorizzazioni riguardanti il settore industria, aumentate del 23,1% rispetto a un anno fa, mentre la Cigo relativa al settore edile ha registrato una diminuzione del -24,2%".

Gli interventi di cassa integrazione straordinaria sono scesi a 21,4 milioni di ore (-34,7% rispetto a dicembre) con un calo del 9,9% anche rispetto al gennaio 2011 quando erano state autorizzate 23,7 milioni di cigs. Anche in questo caso, secondo l'Inps, la variazione è da attribuire al settore industriale che registra un calo del 12% rispetto alle ore autorizzate a gennaio 2011.

Gli interventi in deroga (Cigd) hanno raggiunto i 13,3 milioni di ore a gennaio 2012 in calo del 26,3% rispetto ai 18 milioni dell'anno scorso in gennaio. Rispetto a dicembre, invece, la riduzione è stata del 33%.

"Anche i dati di gennaio - commenta il presidente dell'Inps, Antonio Mastrapasqua - confermano la generale tendenza alla diminuzione delle ore di cassa integrazione autorizzate, sia in confronto ai dati di dicembre sia rispetto al mese di gennaio dello scorso anno. Come sempre, saranno poi i dati sul tiraggio a consentire una valutazione più approfondita sull'effettivo utilizzo della cassa integrazione da parte delle aziende".

Nel 2011, infine, all'Inps sono state presentate 1.337.898 domande di disoccupazione e mobilità con un aumento dell'1,4% rispetto al totale 2010 (1.318.619). Nel dettaglio, le domande di disoccupazione ordinaria e speciale edile sono state 1.216.387, mentre 113.139 sono state quelle di mobilità e 8.732 di disoccupazione ordinaria ai lavoratori sospesi. "Considerando che i dati su disoccupazione e mobilità - spiega l'Inps in una nota - fanno riferimento al mese precedente rispetto a quelli per la cassa integrazione, le domande complessivamente presentate a dicembre 2011 (110.188) sono diminuite del -4,62% rispetto a quelle presentate nel mese di dicembre 2010 (115.531) e del -21,16% rispetto a quelle presentate nel precedente mese di novembre 2011 (139.757)".
fonte repubblica

Il dossier Il Paese non risparmia più nuovi depositi giù dell'80%

Il dossier Il Paese non risparmia più   nuovi depositi giù dell'80%

 

Banche senza ossigeno, in piedi solo grazie all'aiuto della Bce. Il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, auspica maggiore sostegno alla crescita. Crolla anche la domanda di prestiti per investimenti fissi: -50% nel quarto trimestre 2011 

 

DUEMILAUNDICI fuga dalle banche. Nell'anno della crisi sovrana gli italiani danno e chiedono sempre meno ai loro istituti. Solo 25 miliardi di contributo dai privati alla raccolta bancaria (-80% su base annua), di cui solo 6 dai depositi. Per contro, nel quarto trimestre 2011 la domanda di credito per investimenti fissi è crollata: meno 50%, peggio che dopo il crac Lehman.

L'ossigeno creditizio, che in tempi normali viene per quasi metà del totale da famiglie e imprese, è stato fornito per quote rilevanti dalla Bce, senza il cui generoso sostegno, attesta il bollettino Abi, l'Italia avrebbe rischiato il blocco delle attività economiche. Colpa dell'attacco mondiale al rischio Paese, che tra luglio e novembre ha portato il differenziale Btp-Bund a 570 punti base.

Il sistema bancario ha retto: grazie a due fattori esterni, più che per meriti propri. Prima il cambio di governo, a ricostituire una credibilità internazionale che si riflette sui fondamentali economici (ieri lo spread, barometro del costo di Stato e banche per finanziarsi, era a 365 punti base). Poi la mossa di Mario Draghi, che a dicembre ha dotato di 500 miliardi la circolazione monetaria europea. Con effetti tangibili in Italia, dove nel 2011 gli attivi bancari sono aumentati di 287 miliardi.

Ma un 70% della somma - 160 miliardi - proviene dall'Eurotower, che ha fatto un patto ferreo con le banche europee: vi diamo tutti i soldi possibili, voi però sostenete le economie, comprate titoli di Stato e non fermate il flusso creditizio. Questo da due mesi quasi annulla i dolori finanziari di un'Europa lontana dall'avere risolto la sua crisi economica e politica.

Oggi, al Forex di Parma, il governatore di Bankitalia Ignazio Visco alla sua prima uscita pubblica ringrazierà Draghi per avere rimesso in equilibrio il sistema. Ma solleciterà le banche italiane a fare con più energia da volano a una congiuntura recessiva, come mostra la frenata degli impieghi bancari a gennaio 2012 (solo +1,6%).

La raccolta
Caduta impressionante da 130 a 24 miliardi
Un dato fa più paura di tutti. Nel 2010 le banche italiane avevano aumentato di 130 miliardi i depositi e le obbligazioni detenute da clienti privati. Nel 2011 il dato è sceso a 24 miliardi, di cui solo 6 in depositi e 18 in bond. Se il dato depositi è al netto delle duplicazioni con controparti centrali, il flusso è negativo per 28 miliardi. L'Abi lo imputa al crollo dei nuovi fondi, e alle ricadute della crisi sul reddito nazionale disponibile. Il risparmio delle famiglie, tipica fonte di finanziamento  -  tra l'altro, la più a buon mercato, con un tasso medio dell'1% sui conti correnti  -  è servito a alle esigenze quotidiane.

Anche le imprese, nella crisi, hanno attinto ai fondi per gestire il ciclo dei pagamenti e degli ordini, non sempre assistite a punto dalle banche stesse. Malgrado sia difficile comparare numeri tanto grandi, nel gelo della raccolta privata può avere avuto un ruolo il flusso di contanti che da mesi prende il largo verso Svizzera e dintorni, come testimoniano gli 11 miliardi di euro in esportazioni illegali di valuta intercettati dalla Guardia di Finanza tra gennaio e novembre 2011, con picchi incrementali del 50% negli ultimi mesi.

La Banca centrale
Dalla cassaforte di Draghi sostegno di 160 miliardi
"San Draghi"? Sarà la storia a giudicare, e siamo ancora in mezzo al guado. Certo in poche settimane il nuovo presidente della Bce ha trasformato un'istituzione che negli anni di Jean-Claude Trichet appariva impotente e frustrata (anche per lo statuto rigorista di ispirazione tedesca che le impedisce di stampare moneta).

Così le timide "aste a rubinetto" dell'estate sono diventate a dicembre un mare di soldi, 500 miliardi prestati per tre anni all'1%, in un'asta con le banche italiane protagoniste (oltre 100 miliardi presi, e un bis s'annuncia a fine febbraio). Gli effetti si vedono: secondo l'Abi, 160 miliardi di nuovi attivi bancari derivano dai prestiti Bce, contro 31 miliardi di nuovo capitale (il 14% del totale) e 56 miliardi di "altre passività".

Sul fronte opposto, quasi 50 miliardi provenienti dall'estero sono venuti meno, per la ritirata degli investitori internazionali dall'Italia. Con i soldi dell'Eurtower le banche dovrebbero rifinanziare i loro bond, sostenere il credito a imprese e famiglie e investire nel debito pubblico (le italiane l'anno scorso hanno aumentato di 11 miliardi le quote in titoli del Tesoro).

Gli impieghi
Giù le richieste di prestiti, le imprese ferme al palo
Il cavallo beve oppure no? Secondo il Bank Lending Survey, che raccoglie i dati delle Vigilanze nazionali, il cavallo ha bevuto fino a settembre 2011, ma da quel momento sembra volersi strozzare. Nell'ultimo trimestre 2011, prendendo in esame la domanda di credito per investimenti fissi, "si è registrata una significativa diminuzione della domanda di finanziamento delle imprese legata agli investimenti".

Meno 50% su base trimestrale, una delle variazioni negative più rilevanti da anni, e tanto più sorprendente, notano all'ufficio studi dell'Associazione bancaria italiana, perché segue un terzo trimestre 2011 in cui, ad onta di problemi e turbolenze già emersi, la domanda di credito per investimenti era salita del 12,5%.

Sui dati dell'ultimo scorcio d'anno, l'unica domanda creditizia che resiste riguarda i "finanziamenti per operazioni di ristrutturazione e consolidamento del debito", che sale del 50% (non esattamente un buon segno: mostra le difficoltà delle imprese). Tiene (+25%) la domanda per copertura del capitale circolante e ricostituzione scorte. Crollano, del 50%, le richieste di prestiti per fusioni e acquisizioni.

I tassi
Sale il costo del denaro per aziende e famiglie
Com'era temibile, i tassi di interesse, ossia il costo del denaro per i clienti, sono in salita. L'esplosione dello spread sovrano e i declassamenti a raffica del rating italiano iniziano a mostrare i loro effetti negativi. I tassi medi ponderati sui prestiti a famiglie e società non finanziarie sono saliti a gennaio 2012 in media al 4,23% annuo, 56 punti base in più rispetto a un anno prima. Del resto sul mercato è evidente da mesi il tentativo delle banche di scaricare sui clienti una piccola parte del caro spread che ne rende problematica. Crescono anche i tassi sui mutui per l'acquisto di case, che secondo il bollettino Abi a gennaio 2012 si sono portati a una media annua del 4,15% contro il 3,99% di dicembre. L'aumento, si legge, "è da attribuire, fra l'altro, anche a una maggiore quota del flusso di finanziamenti a tasso fisso, passata nell'ultimo mese dal 37,6% al 39,2% (era 31,8% a ottobre)".

Le sofferenze
Boom per i crediti non restituibili
I prestiti rallentano, le sofferenze aumentano, urge un nuovo patto tra banche imprese e governo, perché nel 2012 la recessione non faccia nuovi e più gravi danni. Sui dati Abi, a fine 2011 i prestiti a famiglie e società non finanziarie erano pari a 1.512 miliardi di euro, in crescita dell'3,6% sull'anno prima. L'aumento in gennaio 2012 è stato dell'1,6%, molto ridotto ma superiore alla media dell'area euro (+1,3%).

In compenso le sofferenze bancarie, che evidenziano i crediti di difficile riscossione, sono salite a 107 miliardi a fine 2011. Quasi il doppio rispetto a fine 2009, e in progressione geometrica rispetto ai 77 miliardi di fine 2010. Secondo l'Abi si tratta anche dell'effetto di "operazioni realizzate da alcune banche negli assetti societari". Ma il segno della crisi non manca, e nel 2012 farà più male.

Per questo, come già a metà 2009, i banchieri italiani stanno tornando al tavolo con imprese e associazioni, per mettere a punto nuove misure emergenziali. Allora fu la moratoria sui crediti a famiglie e imprese, che a inizio 2011 sembravano non più necessarie mentre ora lo sono più che mai. Bankitalia e governo benedicenti.

http://www.repubblica.it/economia/2012/02/18/news/italia_non_risparmia-30084644/

di ANDREA GRECO

Bruxelles striglia Rajoy: subito la legge finanziaria

Bruxelles striglia Rajoy: subito la legge finanziaria

 

Monito da Bruxelles. Le misure mirano a ridurre il deficit al 4,4%, secondo quanto stabilito però dal precedente governo

 

Le prime misure del nuovo governo spagnolo, guidato dal conservatore Mariano Rajoy (Partido popular), sembrano non servire al loro scopo più immediato: la Commissione Europea non vuol saperne di rivedere l'obiettivo che il paese iberico deve raggiungere nel 2012 in materia di deficit. L'irrealistico 4,4% del Pil non è negoziabile. A dirlo con chiarezza è stato il commissario agli affari economici e monetari Olli Rehn, in una conferenza stampa tenutasi l'altro ieri a Bruxelles, dalla quale ha inviato un altro sgradito messaggio per Madrid: la legge finanziaria va presentata subito. E non dopo le elezioni regionali del 25 marzo in Andalusia e nelle Asturie, come vorrebbero i populares. 


Un brutto colpo per l'esecutivo spagnolo, che sino ad ora si era mostrato determinato nel «fare i compiti» assegnati dalle autorità comunitarie (e dalla cancelliera tedesca Angela Merkel), convinto di venire poi premiato con una modifica al rialzo del disavanzo consentito per quest'anno. E invece no: i pesanti tagli alla spesa pubblica contenuti nel decreto di fine dicembre, il progetto di legge sul «deficit zero» e la cosiddetta «riforma» del mercato del lavoro, approvata pochi giorni fa, non sono bastati. Il governo dovrà presentare una legge finanziaria che miri a ridurre il deficit al 4,4%, secondo quanto stabilito dal predecessore di Rajoy, il socialista José Luis Rodríguez Zapatero. Un obiettivo che, nel corso dei mesi, si è tuttavia allontanato dalla sfera dell'umanamente possibile, anche a causa del continuo degradarsi della situazione dell'economia produttiva. A dimostrarlo è il dato del 2011: secondo i patti con Bruxelles il disavanzo in rapporto al Pil non doveva superare il 6%, ma la cifra reale (ancora non ufficiale) dovrebbe aggirarsi intorno all'8,2%. 

La Spagna dovrà quindi sottoporsi ad una terapia di «risanamento dei conti» che sarà durissima. Non si toccherà la candidatura di Madrid per le Olimpiadi del 2020 (il sindaco di Roma Gianni Alemanno potrà invidiare la collega Ana Botella, moglie dell'ex presidente José María Aznar), ma non ci sarà pietà per sanità, scuola pubblica e ricerca scientifica, che saranno con ogni probabilità i primi settori ad essere nuovamente colpiti. Non è certo un caso che il governo conservatore voglia somministrare l'amara medicina neoliberista dopo le importantissime elezioni di fine marzo: imporre i proverbiali «sacrifici» prima del voto rischierebbe, infatti, di compromettere le buone chances del Pp di strappare l'Andalusia ai socialisti, che governano ininterrottamente la più grande Comunità autonoma del Paese da 30 anni. E se i populares erano intenzionati ad occultare le loro intenzioni quando speravano di poter contare su un obiettivo di deficit rinegoziato, a maggior ragione lo sono ora, che sanno che la Commissione europea non si vuole schiodare dal fatidico 4,4%. Fonte: JACOPO ROSATELLI - il Manifesto |

19/02/2012

Se il vero amore è nelle memorie di una geisha

Se il vero amore è nelle memorie di una geisha

 

«A detta di molti sono stata la miglior geisha della mia generazione. Sicuramente sono stata quella di maggior successo. Eppure, la vita da geisha si è rivelata troppo soffocante. E così, alla fine, sono stata costretta ad abbandonarla. Questa è una storia che da tempo desideravo raccontare. Mi chiamo Mineko. Mineko non è il nome che mio padre scelse per me quando sono nata. È quello d'arte. Lo ricevetti a cinque anni». In effetti, che fosse un uomo a svelare per la prima volta il mondo di questa geisha poteva apparire un'ingiustizia, oltre che una violazione del tradizionale divieto giapponese. Per questo, la geisha più famosa del mondo, Mineko Iwasaki, nata a Kyoto nel 1949, dieci anni fa ha cercato di porre rimedio alla questione. Per vendicarsi al meglio del racconto che della sua vita il romanziere Arthur Golden aveva fatto in Memorie di una geisha (poi diventato un film di successo diretto da Rob Marshall), Mineko ha scritto il suo libro, Memorie proibite di una geisha (in uscita il 9 febbraio per Newton Compton, pagg. 336, euro 9,90).


In Italia il romanzo arriva soltanto ora e getta una luce nuova, meno morbosa ma di certo molto più ricca di deliziosi dettagli. Il suo primo giorno da geisha, ad esempio, il 15 febbraio 1965: avvolta, o potremmo dire, intrappolata, in un kimono di seta azzurro e arancio (i kimono arrivano a costare da cinque a settemila dollari, per vestire una geisha, spiega Mineko in un passo del libro) la giovane maiko - è l'appellativo di ogni geisha novizia - con i capelli acconciati a dovere in cima al capo e il volto sbiancato dal trucco pesante secondo la nota iconografia, appare come una fulgida star del cinema al codazzo di ammiratori che l'applaudono appena uscita di casa per affrontare la sua «carriera». Ha soltanto quindici anni.


Una scena inspiegabile se non viene completata con il racconto, tenero nella sua ferrea accettazione delle regole di una tradizione antica, che Mineko (abbinato a un «cognome», Iwasaki, che è l'etichetta della casa di geishe di cui fa parte) fa delle proprie «origini»: «La mia carriera iniziò molto presto. Gli eventi che accaddero quando avevo solo tre anni mi convinsero che era quello il mio destino. Mi trasferii nella casa di geishe Iwasaki a cinque anni e iniziai il mio apprendistato artistico quando ne avevo sei». Alla piccola Mineko piace la danza, è ciò che la fa andare avanti quando tutto le sembra perduto, ma soprattutto è una prima forma di disciplina che le fa comprendere quanto grande sarà la sua determinazione nel diventare la migliore.


L'autobiografia di Mineko - aiutata dall'orientalista Rande Brown - è un secondo debutto, di cui noi occidentali percepiamo tutto il paradosso, ma di cui la geisha ci fa comprendere «purezza» e inconsapevolezza. Grazie alla violazione in prima persona del codice di segretezza entriamo non soltanto nelle stanze private - una geisha non è una donna da letto, ed è questa la prima cosa che solo grazie alle rivelazioni intime della stessa Mineko riusciamo a capire e che Golden non fu in grado di sottolineare a sufficienza - che negli anni Sessanta rendevano circa 500mila dollari l'anno, frequentate da politici, celebrità, uomini d'affari (irresistibile il passaggio in cui Mineko incontra «il sarto italiano Aldo Gucci» per cui indossa uno speciale kimono di crêpe di seta nera, che si fa autografare sulla fodera rossa, rovinando un abito più costoso di quelli dello stilista), ma anche nella mente della donna che riuscì a fare dell'immagine un business incalcolabile, precorrendo i tempi di almeno mezzo secolo.


Il suo volto è apparso per anni sui poster pop, come Che Guevara, eppure Mineko sostiene ancora oggi che considerare la geisha una «prostituta» è «ridicolo». Con lo stesso spirito ha affrontato una causa con il suo «traditore-narratore» Golden che ha portato lui a un doloroso patteggiamento. Con lo stesso spirito giunge a un'affermazione di sconfinato romanticismo: «Ero troppo preoccupata per lui per pensare a me stessa. Non potevo sopportare di stare a guardare il suo dolore e, alla fine, mi protesi verso di lui. Per la prima volta lo strinsi a me e lo sentii sprofondare completamente nel mio abbraccio. “Questa profonda vicinanza”, pensai, “è amore. È questo”». di Stefania Vitulli il giornale

 

 

SIRIA TRAFFICI D’ARMI DALL’IRAQ, VOLONTARI ANTI-REGIME DALLA LIBIA

SIRIA  TRAFFICI D’ARMI DALL’IRAQ, VOLONTARI ANTI-REGIME DALLA LIBIA

 

Gli attentati di Damasco e Aleppo? Potrebbero essere opera di gruppi terroristici infiltratisi in Siria dal confinante Iraq. A sostenerlo ieri davanti alla Commissione delle Forze armate al Senato statunitense è stato James Clapper, direttore dei servizi di sicurezza nazionale (National intelligence) degli Stati Uniti.

Clapper ha fatto il nome di Al Qaida e ha riferito anche della presenza di “estremisti che hanno infiltrato i gruppi di opposizione al regime del presidente siriano Bashar Al Assad”.

 

Le dichiarazioni di Clapper seguono di una settimana un video di Ayman Al Zawahiri, in cui il capo di Al Qaida invita a unirsi ai ribelli siriani. E segue di due settimane un intervento del vice ministro degli Interni iracheno, Adnan Al Assadi, che ha parlato di armi trafficate dall’Iraq verso la Siria e di un flusso abbastanza continuo di combattenti. “Abbiamo prove – ha detto il vice-ministro – sul passaggio in Siria di combattenti jihadisti… e di armi contrabbandate da Mosul attraverso il valico di confine di Rabia, dal momento che da una parte e dall’altra del confine vivono persone della stessa famiglia”.

 

Notizie non confermate circa la presenza di combattenti stranieri che operano in Siria partendo dal Libano sono state smentite dal governo di Beirut. Il primo ministro Najib Mikati – come ha informato lui stesso mercoledì parlando con i giornalisti – ha però inviato militari nella città di Ersal per verificare la presenza di un non meglio precisato “individuo” legato al terrorismo internazionale.

 

Tra le fila di chi si oppone ad Assad ci sono anche combattenti libici. Fonti della MISNA in Libia hanno avuto riscontri diretti su giovani che, dopo aver lottato contro il regime di Muammar Gheddafi, si sono recati in Siria per mettere l’esperienza acquisita al servizio dell’opposizione siriana. C’è anche almeno un caso verificato di un giovane libico rientrato a Tripoli dopo essere stato ferito in Siria. Secondo le stesse fonti si tratterebbe di volontari, difficile invece poter verificare le informazioni sui modi impiegati per raggiungere la Siria, sulla presenza o meno di ‘sponsor’ interessati e sulla consistenza numerica di questi gruppi di volontari.

 

La notizia è stata comunque confermata dallo stesso governo libico. Una settimana fa, il ministro degli Esteri Ashour Bin Khayal ha dichiarato di essere al corrente del fenomeno e di non poterlo fermare: “Ufficialmente non abbiamo alcuna posizione in merito, ma non possiamo nemmeno controllare la volontà del popolo”.

[GB]fonte misna

MADAGASCAR MICRO-CAMALEONTI, L’ULTIMA SCOPERTA NELL’ISOLA DEI BAOBAB

MADAGASCAR MICRO-CAMALEONTI, L’ULTIMA SCOPERTA NELL’ISOLA DEI BAOBAB

 

Sono grandi poco più di una testa di fiammifero, grandi quanto un’unghia i camaleonti in miniatura ‘Brookesia micra’ la cui specie unica al mondo è stata scoperta da un’equipe di ricercatori e studiosi tedeschi in Madagascar. Lunghi al massimo 2,9 centimetri questi camaleonti, uguali in tutto e per tutto ai loro simili fatta eccezione per le dimensioni, sono solo l’ultima scoperta di ‘fauna endemica’ ad arricchire il ricco e complesso ecosistema dell’isola dell’oceano indiano.

La nuova mini-specie di camaleonti, che conta in tutto quattro specie tutte appartenenti al genere Brookesia – è stata ritrovata su un isolotto calcareo al largo dell’isola principale, chiamato Nosy Hara, e costituisce – secondo gli scienziati – un esempio di ‘nanismo’ animale tipico di alcune realtà particolarmente remote e prive di contaminazioni esterne.

“Si tratta di un fenomeno che si verifica quando una specie di animale, con l’evoluzione, adatta le sue misure per andare incontro ad un habitat particolarmente ridotto, quale quello di un’isola” ha spiegato il dottor Frank Glaw, del centro studi zoologici di Monaco di Baviera.

A preoccupare il team di esperti, il fenomeno della deforestazione in atto nell’isola, che potrebbe mettere a repentaglio un ecosistema unico al mondo. Per questo gli scienziati hanno ‘battezzato’ i piccoli camaleonti nomi decisamente evocativi: oltre alla Brookesia minima ci sono la Brookesia desperata e la Brookesia triste. Unico moto d’ottimismo per il futuro, quello nel nome dell’ultima specie, la Brookesia confident (‘fiduciosa’ in inglese).

 [AdL]

FONTE MISNA

Vita frenetica, aumenta lo stress ecco le 10 regole per batterlo

Vita frenetica, aumenta lo stress ecco le 10 regole per batterlo

 

Troppo multitasking: niente Prozac, meglio cantare in gruppo  L´anticamera della depressione colpisce sempre di più a causa della competitività


BERLINO - Prima ce ne vergognavamo, ora non più, o sempre più raramente. Se ci sentiamo troppo esauriti o stanchi, se non teniamo più il passo col ritmo della vita quotidiana, se non ricordiamo più nulla. Per alcuni è quasi chic: i tedeschi lo chiamano "burn-out", termine inglese non usato nel mondo anglosassone. Indica lo stress. Colpisce sempre di più. Ma, rispettando alcune regole fondamentali, si può vincere. Basta non sottovalutare il problema, avere il coraggio di parlarne, rivolgersi subito a medici, psicologi e psichiatri, usare i farmaci ma con moderazione, e concedersi un po´ di tempo libero, magari praticando qualche sport, ascoltando musica o, perché no, cantando in un coro. 
Perché spesso il confine tra persone "sane" e "malate" svanisce nella diffusa zona grigia della frenetica vita postindustriale. E spesso non sappiamo che il problema di fondo non è lo stress, bensì la depressione che scatena. Un tunnel da cui non esci, se non sei consapevole appieno di esservi entrato e se non hai l´aiuto giusto. Un problema di massa, il raffreddore o l´influenza dell´anima, quello cui Der Spiegel ha dedicato la sua ultima cover story.
Lo stress come male di tutti, raffreddore o influenza dell´anima. E dietro di lui, il vero motivo del malessere che spesso si nasconde dietro i primi o più diffusi sintomi. Siamo quasi al "Male oscuro" di Giuseppe Berto, pressoché mezzo secolo dopo. In molte delle società più prospere e organizzate i casi aumentano a ritmo spaventoso. In Baviera, lo Stato più ricco della Germania, i casi di persone costrette a chiedere giorni di congedo per mali o disturbi psicologici, classificati e riconosciuti dalle casse-malattia come talmente seri da non consentire di lavorare sono aumentati del 54 per cento dal 2000 a oggi. E i disturbi psichici, che dieci anni fa erano il 24,2 per cento delle cause di concessione di pensioni d´invalidità concesse per ridotta capacità lavorativa, sono ora il 39,3 del totale.


Il ritmo della vita moderna - il lavoro multitasking, cioè più ruoli insieme per uno stesso dipendente, la reperibilità costante con e-mail, cellulari, smartphone, quindi il venir meno di barriere divisorie tra lavoro e tempo libero - sono una delle cause più frequenti. E anche lo stress della competitività, l´obbligo di essere sempre più bravo e produttivo che sempre più persone provano, o infine ma non ultimo la paura di perdere il posto di lavoro. Fino a ieri ci vergognavamo di dirci depressi o stressati, oggi non più. Ma pochi pazienti sanno subito che lo stress è sintomo, la depressione può esserne motore, causa o peggio conseguenza. 


I primi sintomi che conducono alla diagnosi: quando siamo di umore depressivo, quando ci stanchiamo più presto, o quando perdiamo interesse o gioia per tutto quanto fino a ieri ci piaceva, sul lavoro o sugli affetti. Oppure se perdiamo capacità di concentrazione e la nostra opinione su noi stessi peggiora, se sviluppiamo sensi di colpa o paura del futuro. Ma è una realtà in movimento, composta da diversi tipi di disturbi psichici. Il manuale diagnostico e statistico dei disturbi psichici (Dsm) dell´Associazione degli psichiatri americani, dopo la seconda guerra mondiale classificava "appena" 26 tipi di disturbi, oggi ne elenca ben 395, e l´anno prossimo uscirà la sua prossima, aggiornata edizione.
Come uscirne? La depressione si cura, ma non da soli. E non affidandosi alle trappole di chi vuol far soldi col tuo stress e ti offre terapie miracolose o ferie lussuose di super-relax. Guai: non far nulla aumenta la depressione. La via d´uscita sta in un mix. Medicine antidepressive, ma lasciando scegliere e dosare al medico quelle giuste. Poi attività fisica, un po´ di sport, quello che preferiamo, bastano tre volte alla settimana. Infine ma non ultimo, la meditazione oppure terapie di gruppo basate magari sull´apprendimento della musica o del canto. È una strada lunga e difficile, ma non impossibile, quella che può portarci a uscire infine a riveder le stelle. Fonte: ANDREA TARQUINI - la Repubblica |

LIBIA ABUSI E VIOLENZE, IL FUTURO OSTAGGIO DELLE MILIZIE

LIBIA  ABUSI E VIOLENZE, IL FUTURO OSTAGGIO DELLE MILIZIE

 

 “Le milizie minacciano le speranze della Libia”: questo il titolo di un rapporto pubblicato oggi da Amnesty International che dati alla mano prova ulteriormente l’estrema insicurezza seguita alla caduta del regime di Gheddafi con un governo che non riesce di fatto a controllare le milizie armate.

 

Le 70 pagine del rapporto sono una raccolta di testimonianze di abusi sistematici commessi nei centri di detenzione dove sono rinchiusi migliaia di prigionieri, in molti casi estranei alle accuse che loro vengono formulate.

I casi accertati di detenuti uccisi mentre si trovavano in carcere, anche nelle ultime settimane, sono 12 secondo l’organizzazione non governativa che ha il suo quartier generale a Londra. Migliaia i casi di persone torturate, abusate o discriminate e costrette alla fuga, spesso solo sulla base del colore della pelle o della tribù di appartenenza.

Già noto era il caso degli abitanti di Tawergha, città non distante da Misurata e abitata in prevalenza da libici di lontana discendenza sub-sahariana (la città era stata crocevia di traffici di schiavi). Tawergha è stata saccheggiata anche in questi primi mesi dell’anno, gli abitanti sono stati costretti a fuggire già da tempo, molti uomini sono agli arresti, costretti a firmare come altri false confessioni, sottolinea il documento.

 

Simile il discorso per gli africani sub-sahariani, prima arrestati perché accusati di essere mercenari al soldo di Muammar Gheddafi, ora sempre più fermati anche a scopo di estorsione. Somali, sudanesi e chiunque abbia la pelle scura non può circolare liberamente se non correndo il rischio di essere arrestato a un posto di blocco e inviato in centro di detenzione.

 

Le rivalità storiche tra tribù si stanno risolvendo poi in vendette in cui a prevalere sono quelle che hanno portato alla caduta del regime. Così, le milizie di Zintan sui monti Nafusa hanno spinto alla fuga e attaccato gli appartenenti alla vicina tribù Mshashiya. E a Misurata è facile incappare in graffiti che avvertono chi fuggì durante la guerra a non tornare indietro perché sarebbe considerato alla stregua di un traditore con relative conseguenze.

 

L’elemento che emerge con chiarezza dal rapporto è quello di un’assoluta impunità per milizie armate completamente fuori dal controllo delle autorità di transizione. Impunità che si traduce in abusi e violazioni di diritti umani ai danni di migliaia di prigionieri. Su quanti siano i prigionieri esistono solo stime: il Comitato internazionale della Croce Rossa ne ha contati 8500 in 60 centri di detenzione. Secondo i dati governativi 2400 si trovano in strutture gestite dalle autorità giudiziarie. Ma migliaia sono tenuti prigionieri in basi militari, in centri delle forze di sicurezza, in strutture controllate da milizie che operano al di fuori della legalità.

[GB]

Fonte misna

TANZANIA: ALLEVAMENTI DI FARFALLE CONTRO POVERTÀ E DISBOSCAMENTI

TANZANIA: ALLEVAMENTI DI FARFALLE CONTRO POVERTÀ E DISBOSCAMENTI

 

Da qualche tempo, sulle montagne orientali dell’Usambara in Tanzania, i contadini arrotondano i magri salari mensili con i sussidi che lo Stato ha predisposto per gli allevatori di farfalle. Il progetto, coordinato dall’Amani butterfly project e già attivo in Kenya da anni, è stato ideato per salvaguardare diverse specie di farfalle a rischio estinzione, minacciate dagli incendi e della distruzione di uno degli ecosistemi più ricchi del paese.

Attraverso le sovvenzioni, i coltivatori – la metà dei quali sono donne – ricevono un pagamento mensile pari al 65% del prezzo complessivo per la vendita di ciascuna crisalide: tra i principali compratori, musei etnografici e parchi naturali che espongono le più diverse varietà di farfalle presenti al mondo.

 

“In altri paesi dell’Africa Orientale questo metodo si è rivelato più efficace nel contrastare il contrabbando di legname e gli incendi di ettari di foreste naturali, che spesso i coltivatori incoraggiano per avere a disposizione più superfici arabili” spiega il coordinatore locale Amiri Saidi.

 

A seconda delle specie, ogni farfalla vale da uno a due dollari e mezzo. “Dato che in media, la loro vita si aggiro intorno alle due o tre settimane, riceviamo sempre nuovi ordini” afferma Saidi, aggiungendo che “dato che è dall’habitat naturale che traggono piante e ingredienti per i loro allevamenti, i coltivatori adesso sono tra i principali protettori e soccorritori dei boschi”.

 [AdL]

fonte misna

Trovati nel deserto di Atacama batteri «quasi marziani»

Trovati nel deserto di Atacama batteri «quasi marziani»

 

A tre metri di profondità in una zona ipersalina Grazie a un nuovo biochip concepito per trovare vita sul Pianeta rosso

 

MILANO - Nel luogo più arido della Terra come il deserto di Atacama in Cile, a tre metri sotto il suolo, hanno trovato immersa nel sale un’oasi di microrganismi. Sono archeobatteri, cioè batteri primitivi, individuati grazie a un nuovo microscopico strumento, un biochip, realizzato al Centro di astrobiologia di Madrid che, su questo fronte, lavora in stretto contatto con il centro Ames della Nasa in California.

 

BIOCHIP - Lo strumento è stato concepito proprio per cercare la vita su altri pianeti, in primo luogo su Marte, ovviamente. E intanto nel suo collaudo l’ha trovata... sul pianeta Terra, però nel luogo più simile al Pianeta Rosso tanto che qui si conducono sperimentazioni di vario genere legate alla futura esplorazione marziana. In uno spessore ipersalino tra i due e tre metri di profondità vive dunque questa colonia della vita «che abbiamo chiamato ‘oasi microbica’», spiega sulla rivista Astrobiology Victor Palo del centro madrileno, «perché i microrganismi hanno creato un habitat ricco di alite (salgemma) e altri composti altamente igroscopici come anidrite e perclorato che assorbono acqua».

 

CONDENSAZIONE - I substrati in cui prospera l’oasi favoriscono l’acquisizione del vapore acqueo che si condensa sulla superficie in cristalli di sale diventando una risorsa per la vita nascosta. Condensa di acqua in superficie è stata fotografata anche dalla sonda Phoenix della Nasa sbarcata nel polo Nord marziano. Gli archeobatteri trovati non sono diversi da altre specie già rinvenute sulla Terra, ma questi hanno la peculiarità di sopravvivere in profondità senza ossigeno e senza luce. Il loro ambiente è molto simile ad alcune zone individuate dai robot marziani della Nasa Spirit e Opportunity in due aree diverse del Pianeta Rosso.

 

FORME DI VITA MARZIANA - Il tipo di microorganismi dell’oasi cilena è quello che finora si avvicina di più - dicono gli astrobiologi – alle possibili forme di vita che si potrebbero scoprire proprio nei primi strati del suolo marziano. Tra l’altro – sottolineano – in quelle condizioni le molecole biologiche si preservano al meglio e quindi è possibile anche trovare prodotti biologici magari lasciati da microorganismi vissuti milioni di anni fa. Il nuovo strumento autore della scoperta e battezzato Solid (Signs of Life Detector) è formato da un biochip nel quale sono stivati 450 anticorpi in grado di identificare materiale biologico come zucchero, Dna, proteine. I campioni sono raccolti e processati automaticamente mostrando alla fine la presenza dei vari composti e degli eventuali microrganismi. Solid sarà imbarcato su una delle future spedizioni su Marte sperando che sia altrettanto fortunato come lo è stato sulla Terra.

Giovanni Caprara fonte corriere della sera

Sono 3.500 i pazienti in stato vegetativo Più aiuti dalle donne

Sono 3.500 i pazienti in stato vegetativo Più aiuti dalle donne

 

Nutriti in modo artificiale 3 su 10

 

Trentotto anni. Da 38 anni chiuso in un sonno profondo e irreversibile. Accudito in casa dalla mamma in un paesino della Calabria. Triste primato italiano e forse mondiale. Un uomo che dopo un incidente avvenuto nell'infanzia non ha più recuperato contatti e percezione dell'ambiente. È lì, come tanti altri, curato dall'amore materno. Come lo è stata Eluana Englaro, morta il 9 febbraio di tre anni fa.

 

Dalla sua storia lo stimolo a istituire, non senza polemiche, una Giornata nazionale di riflessione. «Ci siamo stupiti anche noi di trovare un caso così antico»: non nasconde la sorpresa di ricercatrice Matilde Leonardi, neurologa dell'Istituto Besta, coordinatrice di un progetto avviato due anni fa dal ministero della Salute per scoprire il pianeta delle persone in stato vegetativo e di minima coscienza, due fasi dei disturbi successivi al coma. «Non parliamo di morti viventi, ma di vivi» chiarisce Adriano Pessina, docente di bioetica alla Cattolica.


I dati scientifici sono stati presentati ieri dal ministro della Salute Renato Balduzzi, impegnato nell'ambito dei limiti di bilancio «a dare la priorità ai più fragili, ai non autosufficienti che non saranno abbandonati». Un appuntamento disertato da 36 associazioni che rappresentano i familiari dei malati: «Chi siamo, quanti siamo e dove siamo, noi lo sappiamo bene da tempo — è scritto in un loro comunicato —. Quello che avremmo voluto sapere è cosa fare per il futuro. Visto che si annunciano anche numerose novità scientifiche». «È necessario sostenere le famiglie — dice Paolo Maria Rossini, neurologo della Cattolica di Roma e collaboratore del San Raffaele di Cassino — e approfondire la ricerca perché in queste persone il cervello percepisce e si esprime in modo diverso: dobbiamo riuscire a decodificare questi input per capire così i primi segnali di un possibile risveglio. Ma in Italia assistenza e ricerca sono all'avanguardia». Quella di ieri è solo la prima tappa di un percorso di mappatura avviato dall'ex sottosegretario Eugenia Roccella con l'obiettivo di scoprire come sopravvivono malati e famiglie. E indagare su come, a parità di patologia, può cambiare il «benessere». La condizione di questi malati è rivelata da diverse sfumature che non dipendono solo dalla severità dei sintomi e dalle «capacità residue», ma soprattutto dai fattori esterni: ore di assistenza, alimentazione, coinvolgimento e atteggiamento culturale degli operatori socio sanitari. Ecco perché il progetto parla di «Funzionamento e disabilità».


Non esistono studi così dettagliati al mondo, i risultati saranno pubblicati e approfonditi. Di certo c'è che in stato vegetativo oggi ci siano almeno 3 mila-3.500 persone. Intorno alle quali si sviluppano comportamenti diversi. La maggior parte delle donne riportano a casa il compagno, gli uomini quasi mai. Tutti i genitori riportano a casa i figli. Ma sono pochissimi i figli che accolgono con sé il genitore. Preferiscono lasciarlo in istituto. Si pensava che in linea con la letteratura internazionale la sopravvivenza media fosse 15 anni. Invece sono stati contati molti casi in cui questa è superiore a 20 anni.


La raccolta dei dati abbraccia il periodo marzo 2009-marzo 2010: un campione di 602 pazienti (566 adulti e 36 bambini) in 78 centri italiani, oltre 75 associazioni. Il 30% dei pazienti vengono alimentati e idratati anche in modo artificiale, quasi tutti (98%) sono in grado di respirare autonomamente, eppure vengono aiutati dal ventilatore automatico, mediamente prendono 4 farmaci al giorno. Secondo lo studio «tutte le persone con disordini della coscienza hanno grave disabilità, basso livello di funzionamento e altissimo bisogno di facilitazioni ambientali». Significa che dovrebbero essere assistite meglio. Poi l'analisi dei familiari. Età media 52 anni, 8 su 10 donne, la metà lavorano, oltre la metà dedicano tre ore al giorno all'assistenza, con notevoli ripercussioni sulla vita relazionale: niente amici e hobby, unico svago il cinema. In generale i parenti più stretti mantengono un livello d'ansia molto alto, che il tempo non riesce a stemperare. E sono molti di più di quanti si prevedesse i malati curati a casa e senza il sostegno di cure domiciliari. Cittadini dimenticati che le segnalazioni di medici di famiglia e piccoli istituti di suore coinvolti nella ricerca ci hanno in un certo senso «restituito». Fonte: Margherita De Bac - Corriere della Sera |

18/02/2012

La vita si evolve per errore

La vita si evolve per errore

 

L'adattamento all'ambiente deriva dalle «copiature difettose» del Dna

 

Nel 1944 il grande fisico viennese Erwin Schrödinger pubblica un libro — Che cos'è la vita? — destinato a trasformarsi presto in un classico visionario. Solo nove anni dopo, infatti, Francis Crick e James Watson identificano il doppio filamento «a elica» del Dna, confinando l'ipotesi di Schrödinger — che vede il nostro patrimonio genetico concentrato in un «cristallo aperiodico» — nel repertorio della fantabiologia.


Con la sua competenza duplice di fisico e genetista, Edoardo Boncinelli riprende oggi proprio la domanda di Schrödinger, in un libro che smonta a ogni passaggio il pregiudizio sull'aridità-opacità delle spiegazioni scientifiche, esaltandone — a rovescio — il senso di meraviglia e di vertigine; un senso tanto più acuto quanto più quelle spiegazioni diventano dettagliate e «riduzionistiche». Omaggio a Lucrezio o meglio a Leopardi (di cui non a caso certi estratti — specie dalle Operette morali — vengono messi a sigillo finale di ogni capitolo), il libro non ha però nulla di antireligioso o anticlericale, come vorrebbe il titolo-spot (La scienza non ha bisogno di Dio, Rizzoli); semplicemente, dimostra come la visuale della scienza (l'aprirsi di nuovi paesaggi cognitivi o di un nuovo modo di guardare quelli abituali) deleghi la trascendenza ad altre discipline, dalla filosofia alla teologia.


Procedendo nella lettura, il macro e il micro (galassie e cellule, stelle e molecole) sono sempre collegati per nessi e richiami. Eppure, a libro finito, sembra di aver seguito una macchina da presa in avvicinamento-restringimento; un passaggio graduale da un telescopio a un microscopio, dalla freddezza degli spazi interstellari (appena 3° sopra lo zero assoluto, che è a -273° rispetto al «nostro» zero) alle migrazioni cellulari nel corpo umano, orchestrate nella «luce del genoma» (del patrimonio genetico). In questa messa a fuoco, Boncinelli non trascura nessuna sequenza. E se dalla scrematura cosmica della Terra (4,5 miliardi di anni fa) fino all'apparizione della prima informazione biologica, forse di Rna (700 milioni di anni dopo) tutto dipende dall'interazione tra il materiale biochimico e le condizioni dell'ambiente (la temperatura stessa, l'atmosfera, le fortissime radiazioni solari), da lì in poi la vita degli organismi viene plasmata dall'evoluzione e dalla selezione naturale.

 

Due, soprattutto, le sequenze decisive: il passaggio degli organismi alla riproduzione sessuata (circa 2 miliardi di anni fa) e — in prospettiva antropocentrica — l'azione delle piante e dei miliardi di microrganismi fotosintetici, senza i quali non sarebbe esistito (e non esisterebbe) l'ossigeno che respiriamo. 
Risultato di vincoli fisico-matematici, proprietà biochimiche e pressioni selettive, ogni essere vivente è così, nella definizione sintetica di Boncinelli, «una determinata quantità di materia organizzata, limitata nel tempo e nello spazio, capace di metabolizzare, riprodursi ed evolvere»; il tutto, però, autonomamente, come ben dimostra la differenza tra i batteri (i veri «vincitori» della lotta evolutiva) e i virus, genomi vacanti che devono parassitarsi ad altri organismi. E più in generale, per tornare alla domanda di Schrödinger, la vita può darsi solo in presenza simultanea di tre parametri: materia, energia e informazione, armonizzati in una condizione di «equilibrio dinamico» (di ordine temporaneo) all'interno di un universo tendente al disordine e alla «morte termica». 


Questo equilibrio dinamico, nei viventi, è possibile solo grazie all'attività costante del Dna (o meglio del genoma). Ed è proprio qui, nella descrizione dettagliata di tale attività nell'uomo (specie nella fase dello sviluppo) che il libro trova il suo nucleo più profondo e avvincente, perché Boncinelli padroneggia come pochi tutte le fasi della complessa cadenza spaziotemporale tra i geni (accesi o silenti) e le proteine (da prodursi nel posto giusto al momento giusto); cadenza che innesca il differenziarsi e moltiplicarsi delle cellule, portandole ad aggregarsi in tessuti, organi, apparati, fino all'organismo compiuto. A una così fitta, armonica orchestrazione, contribuiscono anche, va da sé, sia certi incanalamenti molecolari casuali (quelli che determinano, per esempio, un condotto auricolare sinistro più stretto di quello destro), sia, soprattutto dopo lo sviluppo, l'ambiente e l'esperienza individuale. 


L'aspetto più paradossale (in apparenza) è come questa catena di eventi e processi biologici necessiti — perché l'evoluzione non si arresti — di errori di «copiatura» nella trascrizione dell'informazione dal Dna all'Rna messaggero, cioè nella fase intermedia verso l'attivazione delle proteine e del differenziamento cellulare. La copia-Rna è infatti una strategia, «appresa» in milioni di anni, per prevenire danneggiamenti del genoma; ma l'errore (raro come quello di una dattilografa ogni 500 mila cartelle) è alla base di quelle «mutazioni» necessarie nell'adattamento degli organismi all'ambiente. Certo, le mutazioni sono anche responsabili (dal nostro punto di vista) di derive patologiche: in termini brutali, presiedono alla varietà cromatica di una farfalla e al cancro. Ma ci ricordano come la vita (in quanto evoluzione dei genomi più e prima che dei relativi organismi) sia una tessitura di continuità e variabilità, di conservazione e incessante riorganizzazione della materia. 


L'implicito finale aperto del libro connette, di nuovo, il macro al micro, accomunati dalla quantità (e qualità) delle regioni sconosciute, dato che si definisce «oscura» la materia cosmica non ancora decifrata (il 90 per cento circa) e «oscuro» il 70 per cento di Dna non strettamente genico. In realtà, in tutti e due i casi si intravede più di un bagliore: nel primo caso, gli studi sulla natura dell'antimateria e delle sue particelle elusive; nel secondo, quelli sui micro-Rna, decisivi nella stessa regolazione dei geni. 
Nell'esplorazione della vita, macro e micro non sono mai davvero separabili: l'uomo non può conoscere il cosmo senza conoscere se stesso, e viceversa. Fonte: SANDRO MODEON - Corriere della Sera |

Vietnamistan, perché le guerre non finiscono mai

Vietnamistan, perché le guerre non finiscono mai

 

Nelle foto in bianco e nero sono solo ragazzi, in quelle a colori sono Marines A un fotografo hanno raccontato il loro Afghanistan. E sono storie maledettamente simili a quelle che quarant´anni fa raccontavano altri ragazzi: i reduci del Vietnam 

 

«Ogni guerra trova sempre la propria voce», fu scritto delle definitive memorie di reduci dal Vietnam raccolte dal tenente Philip Caputo. E oggi anche una guerra combattuta nel silenzio imbarazzato dei media, nel buio degli schermi tv, nella foschia dell´indifferenza collettiva, ha trovato le proprie voci, nei Marines della Compagnia B come "Bravo", Primo battaglione, V reggimento. Ascoltarle, rileggendo le memorie di Caputo e le testimonianze dei reduci dal Sudest Asiatico significa ritrovare, con un brivido angoscioso di tutto già visto, tutto già sentito e già vissuto, l´eterna condizione del soldato. I Marines della "Bravo Company" nel 2012, come quelli di Caputo nel 1968 sono perfettamente sovrapponibili e rinchiusi insieme in un stesso incubo, il Vietnamistan.


Nelle loro parole, raccolte finalmente non dai mezzi giornalisti embedded, insieme protetti e condizionati dal reparto che li assimila, ma da un fotoreporter che non ha ideologie da proteggere, risuonano come in un verbale fotocopiato tutti i sentimenti, la delusione, il coraggio, le paure che si trovano nei racconti dei reduci dal Vietnam. «Ci hanno trapanato in testa tutta la dottrina anti-insurrezionale, ci hanno addestrato, ma appena si cominciano a vedere i cadaveri e le membra dilaniate molti di noi se ne fregano e combattono soltanto per salvare la vita dei fratelli in uniforme», dice il caporale Manuel Mendoza, texano. «Non sogni di vincere nessuna guerra, ma di dormire fino a tardi al mattino», confessa l´infermiere Matthew Foreit di Chicago che teme di non riuscire mai a farlo davvero, dopo avere lottato invano per fermare con i lacci emostatici il sangue che sgorgava dai tronconi di gambe di un soldato finito su una mina, e che aveva «i testicoli che gli erano rientrati nella pancia». «Quando lo hanno caricato sull´elicottero, il cuore batteva ancora ed ero felice, poi mi hanno detto che era morto in volo, aveva perso troppo sangue, non ce l´avevo fatta». «I Taliban? E chi li vede mai.

 

Sono ombre che ci sparano dalle colline, che ci attirano sui loro campi minati, sono chiunque sia oltre il filo spinato del campo, come facciamo a saperlo?» ammette sconsolato il sergente Jarick Fry, della Pennsylvania. 
I Taliban come "Charlie", come i Vietcong nel gergo dei soldati, spettri letali, guerrieri vili e micidiali, che uccidono da lontano, che ti abbattono con la paura. Dunque provocano le stesse risposte, il controfuoco indiscriminato, i bombardamenti con "effetti collaterali", la rabbia cieca che induce a pisciare sui cadaveri. E insegnano prima di tutto, e soprattutto, a battersi per portare a casa la pelle e quella dei «buddies», dei fratelli in armi. Tutti i soldati, in ogni fronte ed epoca, vi diranno sempre, se sono lontani dalle orecchie degli ufficiali, che la loro vera missione non è conquistare la collina, ma non tradire il camerata che ti sta accanto. «Sono tornato volontariamente per un secondo tour in Afghanistan», spiega un sergente. «La prima volta ci andai dopo l´11 settembre, per combattere il terrore, come mi avevano detto. La seconda volta ci sono tornato per insegnare ai pivelli come restare vivi e basta».


Vietnamistan. Guerre identiche separate da quarant´anni e da cinquemila chilometri ma perfettamente sovrapponibili e intercambiabili. Guerre necessariamente inconcludenti, senza fronti, senza obbiettivi strategici ben definiti, senza speranze di rese incondizionate e trattati di pace: «Sappiamo bene che i Taliban vengono dal Pakistan», scuote la testa un caporale della Bravo Company, ma non «possiamo invadere il Pakistan», esattamente come i Marines e i GI, i 500mila uomini del generale Westmoreland nel 1968 sapevano di non poter invadere il Nord Vietnam. Neppure la mostruosa superiorità tecnologica, l´impari scontro di materiali e mezzi, serve a molto. «Oggi salviamo feriti che appena vent´anni fa sarebbero morti»: è l´unica vittoria dei corpsmen, dei portaferiti e paramedici che tamponano e cercano di stabilizzare i colpiti dai cecchini e sbranati dale Ied, le mine "improvvisate", per il trasporto all´ospedale.
La scorsa settimana, in una grande palestra di un liceo di New York, centinaia di reduci hanno fatto la fila davanti ai banchetti allestiti dal Pentagono per cercare di trovare loro un posto di lavoro.

 

Erano impieghi da guidatore di furgoni, da cuciniere, da infermiere, per i più fortunati, da guardia notturna di cantiere, cose del genere, una spanna sopra il livello di sopravvivenza per uomini spesso di trent´anni, e con moglie e figli a casa, congedati. Ne hanno sistemati 38, su 400 che erano in fila. Perché a questi della Bravo Company, Primo battaglione, V reggimento dei Marines e ai loro «buddies», non sputeranno addosso, come ai loro padri tornati dal ´Nam. Non faranno finta di non vederli, come i nonni tornati dalla Corea, la guerra invisibile. Avranno feste e musica, ricevono applausi e retorica a secchi al Super Bowl, la finale del campionato di football. Ma che non pretendano anche un buon impiego. Sono tornati vivi, dal Vietnamistan: che cosa altro pretendono? Non ascoltate mai le voci della guerra. Fonte: VITTORIO ZUCCONI - la Repubblica |