17/10/2011

Se il "Papa" Mancuso mantiene la ragione e butta via lo Spirito

Se il "Papa" Mancuso mantiene la ragione e butta via lo Spirito

 

Dove porta il libro di Vito Mancuso, Io e Dio. Una guida dei perplessi (Garzanti)? Non so se avvicina a Dio, ma certamente allontana dalla Chiesa, dalla religione e dalla tradizione. La chiave del testo, in cima alle classifiche librarie, è nella ricerca di Dio attraverso un percorso individuale, come suggerisce già il titolo. Una ricerca appassionata dell’intelligenza al servizio della fede che si conclude in un passaggio di testimone dalla Chiesa alla Coscienza e dalla religione all’etica.
L’antagonista di Mancuso non è il nichilismo dominante ma è la Chiesa, la sua autorità, la sua storia e la sua mediazione.

 

Quando Mancuso cita il cardinal Martini e Norberto Bobbio e dice: la vera differenza non è tra chi crede e chi no, ma tra chi pensa e chi no, è già fuori dalla religione, seppure in così autorevole compagnia, ed è dentro l’illuminismo. La Chiesa non è una società di pensiero. E la religione cristiana non è stata salvata nella modernità da pur grandi intellettuali (Pascal, Kierkegaard e Dostoevskij), come sostiene Mancuso citando Sergio Quinzio; semmai dai santi e dal popolo dei suoi devoti autentici.

 

Quando Mancuso sostiene, in polemica col cardinal Ruini e con l’autorità della Chiesa, che il senso della fede dev’essere stabilito solo dalla ragione, ha davanti a sé due esiti: o s’inchina all’astratta dea Ragione di derivazione illuministica, o parla nel nome incerto della propria ragione soggettiva. Se l’autorità della tradizione non riesce a garantire la verità, ancor meno può farlo la ragione soggettiva. E se nella ricerca della verità non serve la tradizione, cioè l’esperienza di vita, santità e dottrina sedimentate nei secoli ma basta l’io, si vanifica il ruolo pastorale della Chiesa, il suo magistero, ma anche la fede e il senso del mistero. Se si arriva a sostenere, come fa Mancuso, che non è la religione a fondare l’etica ma è l’etica a fondare la religione, e che si deve amare la Legge più di Dio, come dicono i rabbini a proposito della Torah, si riduce Dio a una norma etica-legalitaria.

 

Ma Dio non è un codice penale. E ancora, se il sovrannaturale non evoca a Mancuso la metafisica, che per lui è un «inesistente scenario», ma la relazione, l’essere insieme - echeggiando la trascendenza orizzontale di Karl Jaspers - allora non è apertura all’essere, al mistero e alla vita eterna ma solo orizzonte umano, sociale e temporale. Più coerente fu il percorso di Gabriel Marcel che partì dall’Io ma incontrò il Mistero dell’Essere e non separò esistenza e metafisica.

L’esito finale di Mancuso è un mini-scisma protestante che esautora la Chiesa e affida alla coscienza individuale e all’impegno etico e umanitario il senso della fede. Religione è, sì, legame e relazione, ma in vista di un orizzonte ultraterreno e sovratemporale. Comunità e comunione. Altrimenti la religione si riduce a un’assemblea condominiale e la fede resta solo ricerca intellettuale dei singoli. Se poi la religione deriva dall’etica, Dio è superfluo; al più è un testimonial.

 

Capisco il dissenso di Mancuso dalla Chiesa e ancor più capisco e rispetto il suo tentativo di rianimare il rapporto con Dio che appare come spento nella Chiesa e nella routine dei devoti. Ma la consapevolezza tragica e reale della crisi radicale in cui versa la Chiesa non può farci dimenticare la causa principale della perdita di Dio e del sacro: è il propagarsi del nichilismo, la perdita di senso e valore nella vita, il diffuso inaridirsi della vita spirituale. La Chiesa oggi non è un argine per fronteggiare il nichilismo, la cristianità non è in grado di rispondere al deserto che avanza, ne è come sovrastata e soccombente; ma non è la causa del nichilismo, semmai è un fragile rimedio, una risposta inadeguata. Attribuire invece la perdita di Dio alla sclerosi della Chiesa significa attribuire alla debolezza di una risposta la causa di un processo pervasivo e virulento di cui la Chiesa è vittima e non artefice.

 

Senza il barlume di un’istituzione religiosa la notte del nichilismo è ancora più buia. Se non basta la Chiesa ad affrontare il nichilismo, ancor meno può bastare la fragile solitudine dell’io e della sua ragione, il richiamo all’etica o al dialogo.

La lettura di Mancuso resta subordinata alla critica laicista alla Chiesa che denuncia il potere clericale e le sue ingerenze, ma non vede la drammatica impotenza della Chiesa a fronteggiare il nichilismo, il primato della tecnica e dell’economia. Non a caso Mancuso più che ai Padri della Chiesa si richiama ai padrini della laicità, ai Bobbio, ai Zagrebelsky e agli Scalfari; critica i Papi ma elogia i papi laici e cita più la Repubblica che la Summa teologica (Il Dio di Mancuso legge solo la Repubblica, è monoteista nella lettura del quotidiano).

E non cita Bobbio nell’unico punto in cui Bobbio rese ragione alla fede quando sostenne che la morale fondata sulla fede in Dio è più salda e più motivata di quella atea. Mancuso discorda.


Così la presenza del Male nel mondo non è «un problema irrisolto della dottrina cattolica», come ritiene Mancuso, ma investe la Bibbia e i Vangeli. Se Dio è giusto e misericordioso perché il Male? Questa è la domanda autentica da porsi. Ma è una domanda che investe l’essenza della fede, il Vecchio e il Nuovo Testamento, e solo di riflesso il ruolo e la dottrina della Chiesa.

 

È facile esercizio poi criticare gli errori e gli orrori passati della Chiesa, come fa in molte pagine Mancuso; ma la Chiesa non è un’istituzione fuori dal mondo, è fatta di uomini e rispecchia le contraddizioni e le miserie della condizione umana e della storia: la grandezza della causa è pur sempre affidata alla pochezza degli uomini....

 

di Marcello Veneziani - 11/10/2011

Fonte:
il giornale [scheda fonte]

POLONIA Palikot, l'imprenditore-filosofo «assassino» dei socialdemocratici

POLONIA Palikot, l'imprenditore-filosofo «assassino» dei socialdemocratici

 

Al voto meno del 50% di elettori. Ha rivinto Tusk

 

VARSAVIA. Ha vinto ancora l'europeista liberal-conservatore Donald Tusk ma senza i trionfalismi di quattro anni fa e come allora ad essere sconfitto è stato l'ultra-conservatore Jaroslaw Kaczynski. Il voto di domenica, tutto giocato a destra, è finito secondo le previsioni dei sondaggi pre-elettorali: il partito di governo Platforma obywatelska (Piattaforma civica, Po) si conferma prima forza politica del paese, raccogliendo quasi il 40% dei consensi, mentre gli ultra-conservatori di Prawo i sprawiedliwosc (Legge e giustizia, Pis) non sono andati oltre il 29%.

 

Una vittoria senza trionfalismi, dunque, come recitava il titolo di un editoriale comparso ieri su Gazeta Wyborcza, uno dei più autorevoli quotidiani polacchi. Una vittoria, però, appannata dai numeri dell'affluenza, mai così bassa da quando si tengono libere elezioni. Solo il 48,8% degli aventi diritto al voto si è recato domenica alle urne. Più della metà degli elettori non sono andati a votare e questo è un dato che dovrebbe far riflettere tutte le forze politiche. Che la sfiducia dei polacchi verso la loro classe dirigente e politica fosse alta era ben noto, ma non in queste proporzioni. C'è qualcosa che non va negli ingranaggi del sistema di rappresentanza politica. Il miracolo economico degli ultimi anni non è stato accompagnato da una redistribuzione equa della ricchezza. Il risultato di tutto ciò è un paese spaccato a metà: la Polonia di serie A e la Polonia di serie B, le grandi città ricche e moderne e le zone rurali povere e senza futuro, nelle quali l'unico rimedio alla disperazione è la vodka. E' li che sta la massa del non voto, gli esclusi dalla crescita, quelli che Jaroslaw Kaczynski ha tentato di conquistare al grido di «Dio, onore e patria», resuscitando anche l'antico odio verso la Russia e la Germania.


Un segnale forte è arrivato però dai giovani, che in massa hanno votato per Janusz Palikot, la vera sorpresa di questa tornata elettorale. Il suo movimento politico, Ruch Palikota, diventa la terza forza politica del paese col 10% dei consensi. Il ricco imprenditore-filosofo di Lublino è riuscito nell'impresa di convogliare attorno a sé il consenso giovanile e quello dei delusi. Il suo manifesto laico, anticlericale e progressista - legalizzazione dell'aborto e delle droghe leggere, unioni civili allargate ai gay, fine dei privilegi per la chiesa e riforma del sistema di sicurezza sociale - era considerato troppo radicale dai commentatori per un paese profondamente cattolico come la Polonia. Evidentemente le lancette della storia corrono più veloci delle analisi politiche.


A rimetterci le penne sono stati i socialdemocratici di Sld. In un secondo editoriale pubblicato su Gazeta Wyborcza, Palikot è stato «l'assassino politico» di Napieralski, il giovane leader (34 anni) della sinistra post-comunista. Una vera debacle. Sld ha raccolto appena l'8% dei consensi, ben al di sotto del 13% che Gregosz Napieralski aveva ottenuto alle presidenziali del 2010. Un'emorragia di voti che lo hanno portato ieri a rassegnare le dimissioni da segretario del partito: poco carisma e tanto immobilismo e soprattutto la sempiterna nomenklatura (la stessa da 20 anni) a tirale le fila. I giovani questo non gliel'hanno perdonato.


Oggi partono i colloqui tra i partiti per la formazione del governo. E' più che probabile una riedizione della coalizione parlamentare uscente, con il Partito dei contadini (8,3%) alleato di Po. Le due formazioni raggiungerebbero insieme il numero di 236 seggi alla camera (Sejm), sufficienti per governare. Dalla parte opposta, Jaroslaw Kaczynski ha riconosciuto la sconfitta e aspetta il giorno in cui «Varsavia diventerà come Budapest», prendendo ad esempio la destra nazionalista ungherese che da quando è andata al potere nel 2010 sta mettendo a soqquadro le istituzioni democratiche del paese, con il bavaglio alla stampa e con il controllo diretto del potere giudiziario.

Fonte: Mauro Caterina - il manifesto |

La Cina non conviene più

La Cina non conviene più

 

CinaSorpresa! Le lotte sociali favorite dalla lunghissima crescita stanno spingendo i salari locali a un livello «non più competitivo» per alcune multinazionali

 
L'era in cui le corporation nordamericane facevano a gara per trasferire sempre più produzione in Cina si avvia al tramonto. E nei prossimi cinque anni, oltre il 15% dei beni attualmente fabbricati da aziende statunitensi nell'Impero di mezzo e poi importati tornerà a essere «made in Usa» al 100%. All'origine di questa inversione di tendenza - analizzata dall'ultimo rapporto di Boston consulting group (Bcg) - due fattori determinanti: gli operai nella Repubblica popolare guadagnano sempre di più e, contemporaneamente, i lavoratori yankee diventano sempre più produttivi.
Nello studio, intitolato «Made in America, again», la società di consulenza ricorda che «nel decennio trascorso dal suo ingresso nell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto), la Cina è diventata l'opzione predefinita per le aziende che desideravano esternalizzare la produzione per ridurre i costi.

 

Dal 2000 al 2009, le esportazioni della Cina sono quintuplicate, arrivando a 1200 miliardi di dollari, e la sua porzione sull'export globale è salita dal 3,9% al 9,7%, secondo i dati della Conferenza sul commercio e lo sviluppo delle Nazioni Unite. Questi sviluppi sono stati registrati in un'ampia varietà di industrie, da quelle di assemblaggio ad alta intensità di lavoro, all'industria pesante, a quella high-tech». È anche grazie al lavoro sottopagato nel paese definito «la fabbrica del mondo» che nell'ultimo decennio i consumatori statunitensi hanno potuto acquistare prodotti a basso costo di tutti i tipi, da quelli esposti sugli scaffali dei Walmart, ai pezzi di ricambio per le automobili Ford.


Nel 2010 dalla prima e dalla seconda economia del Pianeta originavano rispettivamente il 19,4% e il 19,8% dei manufatti del mondo. Ora però, spiega Boston consulting, l'aumento dei salari (del 20% annuo, secondo i dati del governo di Pechino), del costo di trasporto delle merci e della terra - assieme al costante, graduale apprezzamento dello yuan - stanno «riducendo rapidamente» i vantaggi di produrre in Cina.


All'interno di queste dinamiche le lotte dei «migranti» - quei 153milioni di umani arrivati dalle campagne e che, privi di diritti, trainano lo sviluppo delle metropoli industriali - meritano una menzione a parte. Ieri è stato pubblicato il documento «Unity is strength: the workers' movement in China» (http://www.clb.org.hk/en/files/share/File/research_reports/unity_is_strength_web.pdf), della rivista - con sede a Hong Kong - China labour bullettin (Clb). Secondo Clb, la capacità dei migranti di «organizzarsi sta migliorando e un crescente senso di unità tra i lavoratori delle fabbriche, combinato con l'utilizzo dei telefoni cellulari e dei social network, ha reso più facile per i lavoratori iniziare, organizzare e sostenere le proteste». I dati raccolti e le analisi elaborate da Clb suggeriscono che un numero sempre maggiore di scioperi, animati soprattutto dalla «nuova generazione di migranti» (quelli nati dopo il 1980 e che costituiscono il 58,4% del totale) sta avendo successo e che i lavoratori stanno dando vita a un embrione di contrattazione collettiva.


Nello frattempo gli Usa - rileva Boston consulting - si stanno trasformando in un «paese a basso costo»: i salari si riducono o aumentano solo moderatamente, il dollaro si indebolisce, la forza lavoro è sempre più flessibile. Se questo trend continua - e a Bc sono convinti che continuerà - nel giro di cinque anni per le aziende Usa sarà più conveniente produrre in Stati come Alabama, South Carolina e Tennessee che nelle città costiere della Repubblica popolare. E gli investimenti rientrati «a casa» potrebbero generare fino a 3,2milioni di posti di lavoro entro il 2020.


In alcuni settori, come il tessile, le parti di arredamento in legno e altri, restare in Cina continuerà a rappresentare a lungo un vantaggio, ma i primi segnali del «Made in America, again» sono già evidenti. Ford - dopo aver raggiunto un accordo col sindacato Uaw che le permetterà di pagare i neo assunti 14 dollari all'ora - riporterà in patria fino a 2.000 posti di lavoro. Peerless Industries, leader negli accessori per apparecchiature hi-fi, ha rafforzato la produzione in Illinois, spostandone parte dalla Cina. Anche Outdoor Greatroom ha trasferito la produzione dei suoi fornelli dalla Cina, a causa di «inconvenienti nei tempi di consegna».


In un quadro simile appare davvero azzardata la legge - in via di approvazione ieri notte al Senato Usa - che darebbe via libera al governo per imporre dazi su una serie di merci importate da paesi (la Cina, anche se non menzionata esplicitamente) accusati di tenere artificialmente basso il valore della propria valuta. Promotori della norma i senatori democratici Charles Schumer - secondo il quale «negli ultimi dieci anni a causa del crescente deficit commerciale con la Cina nello Stato di New York abbiamo perso 160.000 posti di lavoro, la maggior parteimpieghi ben retribuiti» - e Sherrod Brown, autore di «Miti del libero commercio: perché la politica commerciale americana è fallita».
Pechino negli ultimi giorni ha più volte e solennemente minacciato una «guerra commerciale» nel caso la proposta diventi legge. Ma ad affondarla, secondo quanto anticipato dal portavoce John Boehner, dovrebbe pensarci la più pragmatica maggioranza repubblicana alla Camera dei rappresentanti.

 

Fonte: Michelangelo Cocco - il manifesto |

Si sblocca la crisi del Belgio

Si sblocca la crisi del Belgio

 

La più lunga crisi di governo della storia potrebbe essere in vista di una soluzione. Il Belgio, politicamente paralizzato da un anno e mezzo (stracciato il record detenuto dall'Iraq, come certifica dal 30 marzo scorso il libro del Guinness dei primati), avrà la riforma dello stato che dovrebbe spianare la strada alla formazione di un nuovo esecutivo. In tal senso, grazie soprattutto all'impegno del leader del partito socialista vallone Elio Di Rupo (nella foto) - ma un ruolo lo ha svolto anche l'emergenza-Dexia, il gruppo bancario franco-belga che per primo in Europa rischia il fallimento con la crisi del debito sovrano - hanno raggiunto un accordo notturno i rappresentanti di otto partiti. Quattro sono francofoni: i socialisti del Ps, i liberali di Mr, i centristi del CdH ed Ecolo; e quattro sono fiamminghi: i cristiano democratici del Cd&V, i socialisti dello Sp.A, i liberali dell' Open Vld e Groen!. Esclusi dunque i separatisti fiamminghi dello N-Va, che nel giugno scorso hanno vinto le elezioni nelle Fiandre.


I due partiti verdi
Ancora oggi e domani verranno discussi i dettagli, alcuni decisivi come il ruolo del partito verde fiammingo Groen! e quello del suo omologo francese Ecolo, che reclamano entrambi la poltrona di vice-premier. Martedì, alla riapertura delle camere, la presentazione ufficiale del testo di quella che sarà la sesta riforma dello stato belga dalla fine della guerra, «la più grande», secondo i suoi sostenitori, volta a fermare le spinte secessioniste fiamminghe - alla base della crisi ci sono le profonde differenze culturali, economiche e sociali tra il nord fiammingo ed il sud vallone - mantenendo il paese unito ma orientato a un regime confederale. Ne uscirà molto rinforzata l'autonomia delle regioni (Fiandre, Vallonia e Bruxelles) in materia fiscale, nella sanità e nei servizi di protezione civile, mentre ridotti al minimo saranno i privilegi accordati alla minoranza francese che vive nella regione di Bruxelles.
Il paese nel frattempo è stato guidato dal gabinetto Leterme, per «affari correnti» che includono il semestre di presidenza della Ue e i bombardamenti sulla Libia.

 

Fonte: Marina Della Croce - il manifesto |

Il censimento degli homeless: mappati servizi e persone. Forse 60 mila in Italia

Il censimento degli homeless: mappati servizi e persone. Forse 60 mila in Italia

 

Si chiama ''Dai un volto agli invisibili'' la ricerca promossa da Istat, Fiopsd, Caritas e ministero del Lavoro per capire quanti sono gli homeless in Italia. La prima fase è già conclusa, da novembre al via 5.500 interviste in profondità

 

ROMA – Mentre gli italiani compilano il questionario del Censimento 2011, c’è una parte della popolazione che rischia di rimanere invisibile. Sono i senza fissa dimora, quelli che un’abitazione non ce l’hanno e che difficilmente potranno compilare il modulo Istat. Per capire quanti sono però è già partita la ricerca “Dai un nome agli invisibili”, uno studio sulla grave emarginazione promosso da ministero del Lavoro e delle politiche sociali, Caritas, Istat e Fiopsd (Federazione italiana organismi per le persone senza dimora). Gli ultimi dati ufficiali sugli homeless italiani risalgono al 1999, quando la Fondazione Zancan di Padova (su richiesta della Commissione d’indagine sull’esclusione sociale) contò 17 mila senzatetto. “Il numero però è sicuramente sottostimato”, spiega il presidente di Fiopsd Paolo Pezzana, “da quello che vediamo, da quello che ci dicono le associazioni, si stima che i senza dimora in Italia siano 50-60 mila: non è detto però che questa impressione corrisponda alla realtà”.

La nuova ricerca dovrebbe riuscire a dare qualche certezza: la prima fase dello studio si è già conclusa ed è stata condotta in 12 aree metropolitane, nei comuni sopra i 100 mila abitanti e in tutti i capoluoghi di provincia. L’obiettivo, spiega Pezzana, “è censire i servizi che in Italia si occupano di senza dimora e ottenere, tramite un algoritmo elaborato da Istat, una stima accurata del numero di persone che li frequentano”. I risultati dovrebbero essere resi pubblici ai primi di novembre e serviranno anche a inserire fra i dati Istat la categoria della povertà estrema, diversa dalla povertà relativa e assoluta. “La povertà assouta viene registrata dall’Istat in base all’indagine condotta annualmente sui consumi delle famiglie”, precisa il presidente Fiopsd, “ma da questa i senza dimora rimangono fuori: di certo tutte le persone in povertà estrema sono anche in povertà assoluta, mentre non è vero il contrario. Fornire i due dati separati servirà anche a calibrare meglio le politiche sulla povertà”.

“Dai un volto agli invisibili” servirà poi a tracciare un profilo più dettagliato degli homeless in Italia. Anche in questo caso gli ultimi dati disponibili sono quelli della Fondazione Zancan, secondo cui nel 1999 in strada c’erano soprattutto uomini (l’80%), di età compresa fra i 28 e i 47 anni e divisi a metà fra italiani e stranieri. Per capire cosa è cambiato, dal 20 novembre al 20 dicembre prenderà il via la seconda fase della ricerca Fiopsd, che prevede 5.500 interviste a persone senza dimora, identificate fra quelle che frequentano mense e dormitori. Nelle schede delle interviste (una bozza è disponibile sul sito
http://www.ricercasenzadimora.it/) i rilevatori dovranno compilare un “diario degli ultimi sette giorni”, riportando per ogni giornata dove l’intervista ha mangiato e dove ha dormito. Le interviste saranno condotte da soci Fiopsd, operatori dei servizi, ma si cercano anche volontari: per partecipare basta seguire le indicazioni riportate su http://www.ricercasenzadimora.it/.

Allo stesso tempo anche il Censimento 2011 cercherà di contare i senza dimora. Il rischio però è che le persone finite in strada nel corso dell’ultimo decennio vengano cancellate dai registri dell’anagrafe. Per censire gli homeless di solito si considerano come abitazioni le strutture che funzionano anche da rifugio notturno, la Fiopsd chiede invece “di partire dalla residenza fittizia e di considerare come abitazione tutte le strutture presso cui i senza dimora possono ottenerla”. (ps)

 

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ABUSIVISMO Primi in classifica

ABUSIVISMO  Primi in classifica

 

I calcoli più prudenti dicono che nell'ultimo decennio sono stati realizzati almeno 30 mila alloggi abusivi ogni anno. Nove milioni di metri cubi di cemento che distruggono l'ambiente, le città e i territori. Che sfuggono alla legalità, non pagano un euro di imposte, maestranze impiegate al nero, cantieri senza sicurezza.


Quei nove milioni sono lo specchio amaro del declino italiano. Sono la denuncia della distanza che ci separa dal mondo civile. In nessun altro paese occidentale si conosce l'abusivismo. Esiste lo Stato che fa rispettare le regole e tutela gli interessi dei cittadini onesti. Da noi ha trionfato l'Italia fai da te. In queste ore, tutte le giustificazioni con cui tentano di approvare il quarto condono edilizio sono state demolite una dopo l'altra dai migliori osservatori della realtà italiana. Eppure vanno avanti lo stesso.


«Con il condono edilizio si incassano preziose risorse». Ieri sul Corriere della Sera, Gian Antonio Stella dimostrava il carattere truffaldino di questa affermazione. I condoni servono spesso per ottenere una legittimazione formale. Si paga la prima rata e poi si rientra nell'illegalità. Di legalità avremmo invece un bisogno estremo. Enrico Fontana nei preziosi volumi Ecomafia di Legambiente ha dimostrato che gran parte degli abusi edilizi commessi negli ultimi decenni servono alla criminalità organizzata per riciclare denaro. Possibile che non lo sappiano ministri e dirigenti del Pdl? No, non è possibile, lo sanno eccome. La questione non è evidentemente giudicata importante.


«Con il condono almeno si incassa qualche risorsa, tanto nessuno demolirebbe nulla». E chi l'ha detto? Se è vero che la filiera dell'abusivismo è in mano alle organizzazioni criminali è giunto il momento di far vedere che esiste un paese che vuole la legalità. Approvi dunque il Parlamento non il quarto condono, ma un provvedimento che affida ai Prefetti e alla Magistratura il compito di eseguire le demolizioni. E se la maggioranza ha già dimostrato come la pensa, sospendendo le demolizioni che dovevano essere eseguite in Campania, perché l'opposizione non delinea con chiarezza che c'è un'alternativa al baratro che ci sta inghiottendo?


Perché la posta in gioco è proprio il futuro dell'Italia. Dopo tre condoni edilizi, se arrivasse anche il quarto nessuno potrebbe più parlare di regole, di legalità, di sviluppo ordinato del territorio, di rispetto dell'ambiente. Saremmo un paese che dichiara fallimento e ciascuno si sentirà in diritto di fare ciò che vuole: costruire dovunque, inquinare le acque, cancellare il paesaggio.


Battere i malfattori del cemento e i loro protettori politici è dunque l'ultima occasione per tentare di rilanciare il paese. La Comunità europea afferma che nel 2020 l'80 per cento della popolazione dei paesi membri vivrà in ambiente urbano. La sfida per la ripresa economica e per il futuro delle nuove generazioni passa nel saper adeguare le città alle sfide di un futuro di innovazione tecnologica, di risparmio energetico, di qualità dell'aria.


Gli altri paesi europei stanno investendo sistematicamente in questo orizzonte. Le loro città vengono dotate di reti tecnologiche; demoliscono autostrade urbane per costruire reti di trasporto su ferro; avviano processi di riconversione ecologica. In Italia, di fronte alle periferie più brutte e disordinate d'Europa, vogliono approvare il quarto condono edilizio! Non saremo più competitivi e perderemo investimenti preziosi.


Se il governo venisse sconfitto da una battaglia limpida su una questione così importante, l'opposizione dimostrerebbe di saper interpretare le diffuse energie che in questi giorni si esprimono contro il condono. Sarà difficile: Sesto San Giovanni è infatti l'altra faccia dell'abusivismo: Anche lì attraverso l'urbanistica contrattata si cambiavano regole e si aumentavano a piacere le volumetrie da realizzare. Molti hanno fatto credere in questi anni che cancellando regole ne avremmo giovato tutti. La crisi in atto dimostra il contrario. E' ora di prendere atto dell'errore. E' ora di chiudere la fase dell'illegalità: basta con i condoni e con la truffa dell'urbanistica contrattata. Solo le regole potranno salvarci dal declino.

Fonte: Paolo Berdini - il manifesto |

16/10/2011

Cina, l'accusa all’abate del monastero Shaolin: "Prostitute e un conto in banca da milionario"

Cina, l'accusa all’abate del monastero Shaolin: "Prostitute e un conto in banca da milionario"

 

Scoppia lo scandalo in Cina. L'abate avrebbe un figlio segreto, ville e soldi all'estero. Ma il tempio buddista, tra i più famosi al mondo, smentisce tutte le accuse. Ma l'interrogativo rimane: è un santo o un peccatore?

 

Santo o peccatore? L’interrogativo che sta animando l’interesse di molti cinesi sui giornali e in rete riguarda l’abate di uno dei monasteri più famosi al mondo, quello di Shaolin, nella provincia dell’Henan, uno dei più importanti centri del buddhismo e orgoglio della Cina. Il religioso è accusato di avere una doppia vita. Nei giorni scorsi su diversi siti internet e in vari microblog si era sparsa la voce che Shi Yongxin, trentesimo abate di Shaolin, avrebbe da diverso tempo un’amante, una giovane laureata di Pechino. Una relazione che, stando a quanto si dice in rete, andrebbe avanti da tempo, se è vero che i due avrebbero anche avuto un figlio, che ora si troverebbe in Germania. Notizie che stanno minando seriamente l’immagine seria e compassata del tempio.

 

Ma il gossip sull’abate non finisce qui: informazioni riprese da quanto detto durante una trasmissione radiofonica tedesca parlano anche di ricchezze nascoste, di auto di lusso e di ville negli Stati Uniti e in Germania. Si parla di somme che superano i 3 miliardi di dollari trasferite su conti all’estero. Shi è stato visto a bordo di auto di lusso e usare un Ipad. Mesi fa era stato al centro di un altro scandalo quando si seppe che era stato fermato dalla polizia per essere stato sorpreso con delle prostitute. Tutto in quell’occasione fu poi messo a tacere. L’abate, fecero sapere dal tempio, si era si recato da una prostituta ma solo perchè lei aveva richiesto un esercizio buddhista, non per sesso.

 

E il popolo di internet in Cina si spacca, come spesso accade in questi casi, tra innocentisti e colpevolisti. «Io non credo che Shi, un abate così conosciuto e apprezzato nel suo ambiente, - scrive un microblogger che si firma Nantanxiaoyu - possa essere coinvolto in faccende di questo genere». In molti propendono a credere alle notizie, argomentando che i dettagli sono troppi perché possa trattarsi di invenzioni. Il tempio di Shaolin, intanto, si stringe attorno al suo abate e offre una cospicua somma in denaro a chi sarà in grado di fornire elementi in grado di chiarire la faccenda. In un comunicato, il comitato che lo gestisce ha scritto che «le notizie che si stanno diffondendo sono assolutamente prive di fondamento e stanno creando danni sia all’abate che all’immagine generale del centro».

 

il giornale

Emigrazoni dall'Africa ai primordi? Falso

Emigrazoni dall'Africa ai primordi? Falso

 

Il segreto degli aborigeni “Furono i primi esploratori” Il Dna dai capelli riscrive le teorie sull’emigrazione dall’Africa

Il reperto La ciocca di capelli che ha permesso le ricerche raccontate su «Science»
Eroici Gli antichi australiani sono stati protagonisti di un’epopea unica


Anno 1923. L’antropologo britannico A. C. Haddon fa quello che tutti i suoi colleghi fanno. Raccoglie campioni umani. Anche i più innocenti, come i capelli, che spesso i «selvaggi» cedono senza discussioni. Nel carico di quella stagione c’è una lunga ciocca, regalatagli da un giovane aborigeno con cui ha fatto amicizia.


Anno 2011. Un team internazionale si dedica a quella che, scherzando un po’, è nota come «Jurassic Park science». Riscopre la ciocca, lasciata a impolverarsi in una teca, ne estrae il Dna e comincia il grande gioco dei confronti. Il risultato - come adesso è stato raccontato sulla rivista «Science» butta all’aria tutte le certezze sulla colonizzazione del Pianeta. Se i test genetici non mentono, la storia delle migrazioni umane, finora rozzamente rappresentate come una serie di linee che dall’Africa prima salgono in Europa e poi piegano verso l’Asia, sono clamorosamente sbagliate.
Il succo della scoperta è che gli aborigeni di oggi sono i discendenti diretti dei primi esploratori. I loro antenati, infatti, non hanno perso tempo. Usciti dal continente primigenio, hanno subito seguito la rotta Est, senza tappe intermedie, fino a raggiungere l’Australia, mentre gli avi di quelli che sarebbero diventati europei e asiatici stavano ancora muovendo i primi passi, non oltre quello che è oggi il Medio Oriente. E’ successo, all’incirca, 70 mila anni fa, vale a dire almeno 24 mila anni prima che iniziassero le altre migrazioni. Così, se sono arrivati a destinazione in un tempo remotissimo, già 50 mila anni fa, ora gli aborigeni possono vantare l’«albero genealogico» più straordinario.


Il merito è di quel ragazzo gentile di cui si è perso il nome e di cui sopravvive solo la ciocca. I suoi mattoni di Dna sono stati sovrapposti a molti altri genomi, un migliaio di persone selezionate dai 5 continenti, e si è visto che tra il suo popolo e i Sapiens più antichi c’è una differenza davvero minima, pari a meno dell’1%. «Mentre i predecessori di europei e asiatici stavano seduti da qualche parte in Africa o nel Medio Oriente, quelli che sarebbero diventati gli aborigeni si muovevano rapidamente, attraversando terre sconosciute in Asia e solcando il mare, fino all’Australia ha spiegato il coordinatore dello studio, Eske Willerslev, biologo evoluzionista all’università di Copenhagen -. E’ stato un viaggio davvero incredibile, che deve aver richiesto eccezionali capacità di sopravvivenza e coraggio».


I «Jurassic Park scientists» sentono crescere l’emozione. Vogliono continuare a indagare e decifrare le successive «fughe» dall’Africa della nostra specie. E poi vogliono buttare un occhio su un altro grande mistero: la colonizzazione delle Americhe. Quando si è verificata e come? Sono nascoste anche lì altre sorprese? Di sicuro i musei di tutto il mondo sono ricchi di reperti vergini, che la scienza del Dna non ha ancora sondato con i propri test.


Ma intanto una prova indiretta dell’antichità degli aborigeni arriva da un altro set di analisi, stavolta sul più enigmatico gruppo di esseri che hanno condiviso la Terra con noi umani, i Neanderthal e i Floresiensis: i Denisova. Il Dna ha svelato che parte dei loro geni è passato in molte popolazioni asiatiche, fino agli abitanti della Nuova Guinea. Sarebbero stati loro i protagonisti della «seconda grande ondata», intorno a 30 mila anni fa, invadendo le pianure della Siberia e poi scendendo verso Sud, senza però mai incontrare i primi australiani. Ora gli aborigeni del XXI secolo, dopo decenni di discriminazioni e persecuzioni, possono quindi vantare di essere tra gli sponsors della ricerca guidata da Willerslev.
La loro organizzazione si chiama «Goldfields Land and Sea Council» e da pochi giorni, grazie a qualche capello e alle lunghe sequenze disegnate dal Dna, si sente custode di una tradizione più che unica. Seguendo le «vie dei canti», si arriva dritti all’alba della nostra specie.

di Gabriele Beccaria - Fonte: La Stampa [scheda fonte]

 

La democrazia è stanca

La democrazia è stanca

 

La crisi ha mostrato i limiti della politica di fronte allo strapotere dell'economia e i movimenti popolari denunciano la distanza dei sistemi occidentali dai loro cittadini. Il modello rappresentativo non è più inattaccabile.

 

Con gli indignados di Wall Street, il malcontento popolare scatenato dalla crisi interessa ormai tutto lo spettro politico e geografico, dagli Stati Uniti alla Grecia. A prima vista si tratta di due casi ben distinti tra loro. Mentre la Grecia di Papandreou è in crisi a causa di uno stato clientelare e inefficiente che si è indebitato a più non posso, gli Stati Uniti di Obama sono vittima dei mercati finanziari che hanno portato l’economia al collasso. Per semplificare, potremmo parlare in un caso di un fallimento statale, nell’altro di un fallimento del mercato.

 

Tuttavia, visti i tempi che corrono, Grecia e Stati Uniti si assomigliano ben più di quanto si potrebbe immaginare. Atene e Washington sono entrambe culle della democrazia. La Grecia inventò la democrazia diretta, gli Stati Uniti la democrazia rappresentativa. Questo ideale, illustrato a meraviglia in due testi di una somiglianza impressionante – l’orazione funebre di Pericle e il discorso di Lincoln a Gettysburg – oggi è rimesso completamente in discussione.

La democrazia diretta è stata la prima a degenerare in populismo, demagogia e ingovernabilità. Non stupisce che, vedendo la tragica fine di Socrate, obbligato a bere la cicuta, i padri fondatori degli Stati Uniti non abbiano voluto parlare di democrazia e abbiano preferito descrivere il loro sistema politico come “governo rappresentativo”, in altre parole un regime nel quale più che permettere alla popolazione di autogovernarsi le si accorda il potere di eleggere e destituire i suoi stessi governanti in modo regolare, per tutelare le proprie libertà.

 

Malgrado tutte le sue carenze, questo sistema di governo ha avuto un enorme successo. Almeno nella nostra comunità politica e geografica, la democrazia rappresentativa ha trionfato sia sul fascismo che sul comunismo, e anche se su di essa continuano a incombere minacce populiste e nazionaliste l’abbinamento di governi rappresentativi ed economie di mercato in genere ha dato luogo a società aperte, rispettose delle libertà e della diversità.

Il problema nasce dal fatto che la democrazia rappresentativa è diventata non solo inestirpabile dall’esterno, ma anche dall’interno, perché la democrazia diretta non è un’alternativa valida per governare società complesse come le nostre. In questo processo, la democrazia si è sclerotizzata proprio nel suo punto centrale, la rappresentatività dei governi nei confronti delle domande dei governati.

 

Crisi di sistema

Col tempo, questi governi si sono fatti prendere in trappola da due fattori: da un lato, i partiti hanno trasformato i nostri sistemi politici in partitocrazie, governate da una classe politica che non rende conto a nessuno del proprio operato e non è trasparente; dall’altra, i mercati hanno sottomesso il potere politico ai loro interessi, diventando una sfera di potere autonomo e indipendente. Il risultato è che l’interesse collettivo è relegato in secondo piano, come principio ispiratore delle politiche pubbliche, mentre l’obbligo di rendere conto del proprio operato diventa inefficace come meccanismo di controllo dei cittadini. Così, mentre dal punto di vista quantitativo le democrazie trionfano nel mondo, dal punto di vista qualitativo si sono considerevolmente deteriorate.

 

In maggioranza, i nostri paesi oggi sono democrazie sotto tutti gli aspetti, ma sono ben lungi dall’avere le qualità della democrazia alle quali aspirano i cittadini. Nei periodi di crescita economica, quando i problemi di redistribuzione erano più facili a risolversi, la tensione implicita tra efficacia e rappresentatività si risolveva facilmente a favore della prima e a discapito della seconda. Ma quando la crisi economica ha colpito con tutta la sua forza, i nostri sistemi politici sono stati messi letteralmente a nudo: la loro incapacità di amministrare l’economia (vuoi per incompetenza, vuoi perché le questioni vanno al di là della sfera nazionale) è ormai sotto gli occhi di tutti, come pure la loro insufficienza rappresentativa e la loro sottomissione ai poteri dei mercati, i cui eccessi si dimostrano incapaci di regolamentare.

L’ideale democratico ateniese è fallito, ed erano occorsi secoli e secoli perché fosse messo a punto. Quanto alla democrazia rappresentativa, anche se non è sottoposta a un attacco dall’esterno, entrerà in una grave crisi interna se non riuscirà a regolamentare la crisi della rappresentanza e a governare efficacemente i mercati nell’interesse generale. Da Atene a Wall Street, l’ideale della democrazia sta lottando per sopravvivere. (traduzione di Anna Bissanti)

 

 

Fonte: José Ignacio Torreblanca -El País (da Presseurop)

"Occupy Wall Street"

"Occupy Wall Street"

 

Qualunque cosa pensiate delle proteste di Occupy Wall Street, voi allenati alle news dall'economia globale, dovete ammettere che la cosa comincia a fare un certo effetto. Le massicce manifestazioni a New York, il gruppo di hacker Anonymous, i violenti pestaggi della polizia con arresti di massa, i camion WikiLeaks mentre il movimento arriva anche da noi con manifestazioni a Roma contro la Banca d'Italia, sono forse la facciata "mediatica" della faccenda. Ammesso che il tutto sperabilmente non degeneri in violenza il messaggio pero' e' gia' gravido di serie conseguenze collaterali in quanto sintomo di un fenomeno non piu' occultabile: il capitalismo e' nel pieno della sua piu' pericolosa e patologica involuzione. 

Per questo Wall Street Italia da oggi avra' in prima pagina il logo di Occupy Wall Street in alternanza alla testata: per enfatizzare con i nostri 500.000 utenti unici (al mese) che WSIcapisce e in parte appoggia chi protesta contro gli abusi compiuti negli ultimi anni in nome del mercato finanziario. Vogliamo dire a chiare lettere che le lobby di banchieri e politici hanno piena responsabilita' per la crisi economica attuale, dovrebbero pagarne loro le colpe, anche se sappiamo che da questo caos si uscira', eventualmente, solo grazie a un netto ridimensionamento della finanza/casino' e al varo di nuove leggi e criteri di trasparenza e controllo rigidi, a livello globale di G20 o anche piu'. Loro cercheranno di insabbiare tutto ma non bisogna mollare.

Purtroppo, per ora, qualsiasi pretesa di razionalità sembra essere sparita.

La situazione e' davvero grave e per questo la gente di Occupy Wall Street e altri movimenti fanno bene a protestare, avendo individuato lo scioccante scollamento tra la vita di tutti i giorni dei cittadini e cio' che i "potenti" mandano in scena sui mercati globali. WSI racconta dal 2007 che lo scenario attuale per un Paese come l’Italia puo' avere effetti ben più devastanti di quelli, già terribili, derivati dall'incapacita' dei politici che ci governano. 

Senza parlare qui del caso specifico italiano (non finiremmo piu') diciamo solo che nessuno dei rimedi messi in atto da Fed e Bce, Fmi e Ue, i salvataggi delle banche a suon di migliaia di miliardi (3 trilioni? 4 trilioni? 5 trilioni? andavano investiti sui cittadini e sull'economia....), dopo due ondate di gigantesche immissioni di liquidita' e lo stampaggio di tonnellate di nuova moneta, niente di tutto cio' sta davvero funzionando. C’è anzi una generale impressione di impotenza, mancanza di leadership a tutti i livelli, pochezza di idee e troppa finanziarizzazione a scapito dell'economia e del lavoro. E poi, nessuno dei presunti "capi" dice la verita'. Il che non prelude affatto bene. 

Per colpa dei banksters (la gang dei banchieri globali piu' speculativi) i governi devono correre a metterci una pezza approvando nuove drastiche e inique manovre finanziarie che lasciano intoccati i ricchi mentre colpiscono duramente non solo i bilanci famigliari ma i sogni di benesssere di milioni di persone normali. Il principio di legalita' e di "law & order" e' calpestato, preso a schiaffi e sputacchiato perfino in queste ore da progetti di nuovi condoni fiscali, patrimoniali e altri obbrobri del genere. E' una tirannia, questa della super-lobby dei potenti, che contrapponendosi al popolo continua a perpetrare "azzardo amorale" e ruberie come se nulla fosse. Ci stanno rovinando la vita, tanto loro cosa ci perdono? Lo vedremo, 
cosa ci perdono.

Ora e' venuto il momento di ricominciare tutti a essere radicali senza pero' correre il rischio di diventare estremisti. Prima che si auto-distrugga - come prevedeva Marx - il capitalismo va riformato, non foss'altro perche' l'alternativa e' gia' reperibile nei libri di storia alla voce "fallimento". Per questo ci vogliono nuove regole chiare che limitino l'eccesso di speculazione senza pero' alterare il funzionamento di base dei mercati finanziari. La speculazione (nel 95% dei casi avida e corrotta) va sottoposta a norme severe di controllo anche se e' evidente che nessuno vuol farsene carico, nemmeno Barack Obama il quale in teoria avrebbe potuto ma non ha fatto nulla. Insomma, e' inutile punire i cittadini che chiedono verita', funzionalita' e trasparenza dal sistema bancario, ben altre e in altre direzioni dovrebbero essere le punizioni. Vogliamo tornare finalmente a un minimo di buon senso? Per questo, senza ipocrisie, applausi a Occupy Wall Street e agli altri movimenti. Se sono bravi potrebbero risvegliare le coscienze di un po' di anime morte.

* direttore e fondatore di Wall Street Italia

 

Fonte: Luca Ciarrocca - Wall Street Italia |

Reprimere o rieducare: il labirinto del carcere

Reprimere o rieducare: il labirinto del carcere

 

 La quarta dimensione esiste. Un mondo che sta dentro a quello in cui viviamo, eppure invisibile ai più poiché da esso separato. È L'universo della detenzione, in altre parole la galera, pianeta tanto antico nella sua invenzione quanto concettualmente contraddittorio nella sua stessa esistenza: da un lato la «separazione» come suo momento fondamentale per proteggere la società dai cattivi (e guarda un po' come questo termine per noi sinonimo di «malvagio» sia appunto figlio medievale del latino captivus, prigioniero), dall'altra il fatto che ogni prigione non può comunque prescindere da un contatto con l'esterno anche solo perché contenente persone appartenenti alla stessa famiglia umana.

Lo studio e la narrazione di questo pianeta, compiuti con la precisione di un saggio pieno di dati e la prosa chiara di un racconto pieno di fatti, sono l'obiettivo del volume curato da Domenico Alessandro De' Rossi e scritto a otto mani con Luciano Bologna, Fabrizio Colcerasa e Stefania Renzulli. Il libro, un'analisi di tutto ciò che riguarda «storia, architettura e norme dei modelli penitenziari», aiuta a riflettere sulla Giustizia e sull'Uomo, riproponendo quel principio che la società teorica ha impiegato secoli a elaborare («Per una giustizia giusta è necessario che la certezza della pena sia unita a quella del suo fine, volto al recupero e reinserimento del condannato») ma che la società reale traduce ancora — a meno che non si tratti di imputati dal colletto bianco — nel desiderio di prenderli e, come si dice, buttare la chiave.

Dal Carcere Mamertino, in cui furono rinchiusi e talora giustiziati migliaia di prigionieri da Vercingentorige a San Pietro, fino ai penitenziari-modello di Butner (North Carolina) o Halden (Norvegia), immersi nel verde e con foresterie per parenti in visita, gli autori raccontano un lungo viaggio che attraversa l'Inquisizione e Beccaria, i Piombi di Venezia e San Vittore, il codice fascista del '31 («La pena deve essere mezzo di repressione, espiazione, emenda, prevenzione generale») e l'attuale legge Gozzini tanto all'avanguardia quanto tremendamente sotto applicata. Il tutto per ricordare, lungi da qualsiasi sequela buonista, ad esempio il semplice dato per cui il 70% dei detenuti che scontano una pena in una galera «normale» torna a delinquere una volta fuori, mentre la recidiva si riduce al 18 (diciotto) per cento quando si applicano pene alternative. Il che significa, rilevano gli autori, che il «criterio di sicurezza» dovrebbe essere determinato da qualche considerazione un po' più ampia che non il tempo necessario a segare una sbarra. Eppure in Italia, nonostante gli indulti, il popolo dei galeotti è quasi triplicato in vent'anni, dai 26mila del '91 ai 70mila di oggi: c'è ancora molta strada da fare.

Se poi qualcuno pensasse che magari è facile far tanti bei discorsi sui diritti e sulla dignità dei detenuti quando la vittima del reato non sei tu, forse può bastare rinviarlo alle ultime righe della nota iniziale in cui — senza enfasi, quasi in un post scriptum — proprio De' Rossi si sofferma a ricordare «con commozione» sua sorella Giovanna: una «anziana signora trucidata nella sua casa nel dicembre 20009 da mano ancora ignota».

 

Fonte: Paolo Foschini - Corriere della Sera |

IL TEMPO DEI MOVIMENTI

IL TEMPO DEI MOVIMENTI

 

 «Non c'è sostituismo che tenga», mi diceva una volta Hans Magnus Enzensberger. Per sostituismo intendeva l'atteggiamento di chi pensa di potersi sostituire a movimenti che non sono emersi. Ma in realtà per molti anni proprio di sostituismo abbiamo vissuto, ectoplasmatici Ersazt di movimenti assenti.
Eppure ufficialmente la grande recessione è cominciata più di tre anni fa: la sua data d'inizio convenzionale è fissata al 15 settembre 2008 quando fece fallimento la banca newyorkese Lehman Brothers. Ma è più vecchia almeno di un anno: la crisi dei mutui subcrime era scoppiata già nell'estate 2007 portando a nazionalizzare un paio di banche inglesi (Lloyds e Royal Bank of Scotland). Per quattro anni i popoli d'Europa e d'America hanno quindi subito gli effetti della recessione, la contrazione del potere d'acquisto, la precarizzazione della vita.


Eppure la protesta è rimasta flebile, sporadica, quando non è stata semplicemente ignorata come in Grecia l'anno scorso. Più il tempo passava e più era stupefacente (e preoccupante) quest'atonia silenziosa, questo fatalismo sottomesso. Come se si fosse ammutolita la capacità dei popoli di esprimere lo scontento, la rabbia. Eravamo arrivati a invidiare i giovani arabi, a sognare una piazza Tahir a Roma, Madrid o Parigi.
Ma dimenticavamo che gli effetti sociali e politici delle crisi non sono mai immediati. I popoli non sono palle di biliardo che rimbalzano contro le sponde dei bilanci statali sotto i colpi delle recessioni. Scordavamo quel che era successo nel più rivangato precedente della nostra crisi, la Grande Depressione ufficialmente scoppiata col crollo di Wall street il 29 ottobre 1929.


Franklin Delano Roosevelt fu eletto ben tre anni dopo quel crollo, ma nel primo anno di potere (1933) adottò una politica fiscale assai ortodossa e si dedicò soprattutto a salvare le banche (come un altro presidente dei nostri tempi). La situazione sociale divenne esplosiva solo nel 1934, ben cinque anni dopo l'inizio della crisi. Fu solo allora che scoppiarono i grandi scioperi degli scaricatori di porto sulla costa est, dei camionisti a Minneapolis, dei 325.000 tessili nel sud. E fu solo sulla spinta di queste lotte che nel 1935 fu varata la Social Security e fu approvato il Warner Act che rendeva più facile per i lavoratori sindacalizzarsi.
Dimentichiamo che anche in Francia cominciarono solo nel 1934 i grandi scioperi che avrebbero portato nel 1936 alla vittoria del Fronte popolare, con le 40 ore e le ferie pagate. E persino la mitica socialdemocrazia svedese salì al potere nel 1932, tre anni dopo lo scoppio della crisi, e dopo lotte durissime.


Questi precedenti ci insegnano che perché i popoli si facciano sentire e protestino è necessario un tempo di reazione che si misura non in mesi ma in anni. Non sappiamo se nella lunga crisi attuale questo tempo è già giunto. Certo, le avvisaglie si moltiplicano. Non ci sono state solo le grandi proteste greche. Le città inglesi sono state infiammate dalle rivolte spontanee. I giovani di Spagna occupano da mesi le strade. Persino negli Stati uniti d'America dove finora si erano levati solo i queruli strepitii del Tea Party, si levano oggi voci alternative. Ed è straordinario quanto timore suscitino nei potentissimi banchieri di Wall Street queste poche migliaia di inermi manifestanti. A dimostrazione che l'unico modo per far venire i potenti a più miti consigli è mostrargli i limiti della loro potenza.
E ora tocca all'Italia. Già l'altro ieri c'era stata la prova generale della tendopoli davanti a Bankitalia. Ma la vera speranza è che da oggi non ci sia più bisogno di nessun sostituismo, perché là fuori la gente reale, i popoli si muovono davvero e fanno sentire la lor voce profonda.

 

Fonte: Marco d'Eramo - il manifesto |

La «bestemmia» di Jalil

La «bestemmia» di Jalil

 

DEL BOCA «Se il nostro colonialismo è stato buono, no ai risarcimenti»


In questi giorni il presidente del Cnt Mustafa Abdel Jalil, proprio nel centenario dell'avventura coloniale italiana in Libia, rivolto al ministro della difesa italiano, nonché post-fascista, Ignazio La Russa in visita a Tripoli, ha riletto la storia libica. Dichiarando che l'Italia coloniale è stata meglio di Gheddafi perché « ha rappresentato un periodo di grande sviluppo nelle infrastrutture e costruzioni, nell'agricoltura, e la legge permetteva processi giusti». Su questo e sugli sviluppi della guerra abbiamo rivolto alcune domande allo storico del colonialismo italiano Angelo Del Boca.

Cosa pensa di queste dichiarazioni dil Jalil?

Che non abbia riletto bene la storia del suo paese. Perché dire che il colonialismo italiano è stato meglio di Gheddafi è quasi una bestemmia. Basta citare solo alcuni avvenimenti. Per esempio la costruzione di 15 campi di concentramento nei quali sono morte almeno 40mila persone per fucilazioni, mantenimento inadatto, malattie. Poi almeno altre 60-70mila persone che sono cadute nella difesa del proprio paese. Dai miei calcoli sono morti, durante i nostri trenta anni d'occupazione, circa 100mila libici, su una popolazione allora di 800mila abitanti. Vuol dire che un ottavo della popolazione ha combattuto per difendere il proprio paese. Sui «processi equi e giusti», ricordiamo che i processi erano spaventosamente barbari. Omar al-Mukhtar, leader della resistenza in Cirenaica, venne processato in modo farsesco e poi impiccato davanti a 20mila persone perché «ricordassero». La feroce repressione ha riguardato migliaia e migliaia di persone, l'impiccagione era lo strumento del terrore, c'erano forche da uno a dieci posti. Nella piazza del pane a Tripoli ce n'era una da otto-dieci posti, e lì ogni tanto impiccavano un po' di libici. Tra i responsabili del massacro,il generale Graziani che nel dopoguerra in Italia divenne presidente del Msi. La Russa se lo ricorda bene. Con Graziani c'era anche Badoglio. Fu lui a «creare» i 15 campi di concentramento. «Io so perfettamente - scriveva in una sua lettera - che la creazione di questi campi e l'ammasso di tutta la popolazione cirenaica, vorrà dire forse la liquidazione dell'intera popolazione, ma non possiamo fare diversamente».


Se questo è quello che pensa la nuova Libia, perché dovrebbe esserci un Trattato che prevede un ricco risarcimento per le colpe del colonialismo italiano?
Viste le dichiarazioni di Jalil, direi che dobbiamo prendere atto che il colonialismo italiano è stato «buono», «generoso», «giusto». E quindi non vale più la pena che noi diamo quel risarcimento previsto dal Trattato di Bengasi del 2008 di ben cinque miliardi di dollari in 20 anni, chiesto per tanti anni e finalmente ottenuto da Tripoli. Ora che Gheddafi non c'è più e non lo chiede più, il suo successore invece dice che è tutto diverso. Allora non dobbiamo dargli più una lira.


Quanto è rappresentativo della nuova Libia questo «pensiero» del presidente del Cnt?
Non sono in molti a condividerlo, almeno tra l'emigrazione politica che conosco. Fino a qualche tempo fa, con il concorso della Cirenaica, si era stabilita una «giornata della vendetta» per i crimini del colonialismo italiano. Abolita con la firma del trattato di Bengasi. Temo che Jalil e Jibril, ministri del governo Gheddafi passati agli insorti, insistano ora per una nuova tutela da parte dell'Italia nel momento in cui si evidenzia, a guerra non finita, il predominante ruolo militare dell'integralismo islamico. Lo dimostra il fatto che il potere militare di Tripoli è in mano al comandante Belhaji, jihadista della prima ora in Afghanistan e inizialmente legato, per sua ammissione, ad Al Qaeda. Avremo delle sorprese. Sono infatti gli stessi che Gheddafi reprimeva violentemente per conto dell'Occidente che lo considerava un argine all'integralismo islamico.


Perché quello di Sirte, oltre che un assedio non raccontato dai media, è particolarmente crudele per i raid Nato e per l'accanimenro degli insorti?
Dicono che è la città di Gheddafi. In realtà è nato a Gasbwadi, lontana 15 chilometri e già caduta da giorni. Sirte però era la località che Gheddafi prediligeva ed infatti l'aveva ricostruita. Quando l'ho vista per la prima volta era un villaggio di poche capanne, oggi è una città di 100mila abitanti. L'accanimento contro questa città è per punire Gheddafi. Ma quella popolazione disperata e in fuga non ha niente a che fare con il raìs, non è neanche della sua tribù composta per altro da poche migliaia di uomini.


A questo punto, dov'è Gheddafi?
Non è a Sirte, non nel villaggio presso Tripoli o a Radames come dicevano. È ancora in Libia. Altrimenti i paesi confinanti lo avrebbero annunciato, come hanno fatto per il resto della famiglia che si è rifugiata in Algeria o in Niger, dichiarando un'accoglienza «umanitaria». La Nato ripete che Gheddafi non è l'obiettivo della campagna. In realtà lo è perché solo con questa operazione «finale» si potrà dire finita la guerra. Ma ogni giorno c'è un luogo dove si combatte. A fine agosto si combatteva perfino a Bengasi.Questo dimostra che non si è trattato di una insurrezione generale contro di lui. Alla fine i «pochi» lealisti di Gheddafi erano in realtà centinaia di migliaia.

Fonte: Tommaso Di Francesco - il manifesto |

In Italia gli ultra 85enni sono curati poco e male

In Italia gli ultra 85enni sono curati poco e male

 

Studio “Salute e benessere dell'anziano”, condotto dalla Società italiana di gerontologia e geriatria, sulla popolazione anziana di 6 Asl. Un atteggiamento sbagliato: sottovalutare i rischi significa un maggiore ricorso all’ospedalizzazione

 

MILANO – In Italia gli ultra 85enni sono curati poco e male. Su un campione di 2.200 infartuati, solo il 41% degli over 85 ha ricevuto le cure per evitare ricadute, contro il 77% di quelli tra i 65 e i 69 anni. E solo al 7% è stato controllato il livello del colesterolo “cattivo”, rispetto al 26% dei secondi. È quanto emerge dallo studio “Salute e benessere dell'anziano”, condotto dalla Società italiana di gerontologia e geriatrica e finanziato dalla Fondazione Sanofi-Aventis (gruppo farmaceutico francese), sulla popolazione anziana di sei Asl (due al nord, due al centro e due al sud). Che ai più vecchi siano dedicate meno attenzioni lo dimostra anche il dato su quanto le Asl spendono pro capite ogni anno per farmaci e esami diagnostici: 453 euro per i pazienti over 85, contro i 1.016 euro per chi ha tra i 65 e i 69 anni. Lo studio viene presentato domani al congresso nazionale di fisioterapia a Pacengo del Garda (Verona). “Le cure per gli anziani non sono inutili - afferma il presidente Niccolò Marchionni -: se applicate, si riduce del 60% il rischio di infarto o di morte”.

Anche le donne con una frattura al femore subiscono la negligenza del sistema sanitario. Su 700 casi di ultra 65enni, soltanto al 14% delle pazienti con più di 85 anni sono stati raccomandati farmaci. Percentuale inferiore di quella delle donne di età compresa tra i 65 e i 69 anni, pari al 29%. Lo stesso dicasi per gli esami, che sono stati prescritti al 9% delle prime e al 13% delle seconde, tanto che la spesa annuale per farmaci e diagnostica per le più anziane è di 1/3 rispetto alle altre. "Chi segue trattamenti adeguati, il 74% delle volte previene il rischio di aggravamenti” dichiara Marchionni.

Per condurre l'indagine sono stati incrociati i dati di quattro database “che di solito non vengono confrontati tra loro” ammette Marchionni. Si tratta dell'anagrafica degli assistibili asl (nome, cognome, data di nascita, codice fiscale), del registro farmaceutico territoriale (consumi di farmaci e risorse), delle schede di dimissione ospedaliera e della specialistica diagnostica ambulatoriale.

Difendere la salute degli anziani non impoverisce la società, anzi. “Il 25% della popolazione italiana è anziana e consuma oltre il 50% delle risorse sanitarie sanitarie: questo perché, anziché ricevere le cure farmacologiche necessarie, vengono sottovalutati o lasciati perdere e quindi finiscono all'ospedale più spesso - spiega il presidente -. Ma il ricovero ha un costo complessivo maggiore rispetto alla prevenzione”. A penalizzare questa fascia di età, secondo Marchionni, è anche “l'atteggiamento fatalistico dei medici, che non credono nei risultati dei trattamenti su chi è prossimo alla fine della vita”. (Chiara Daina)

 

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