31/08/2012
La fine del mondo non finisce mai
La fine del mondo non finisce mai
A parte il nome di una fermata del bus che a Patmos sale dalla spiaggia al centro del paese (e che segnala il luogo dove Giovanni Evangelista avrebbe scritto il famoso libro finale della Bibbia), il termine apocalisse evoca sempre meno il suo significato originale di rivelazione, la luce entro la quale si aprirebbe il libro «in cui tutto è contenuto e su cui il mondo sarà giudicato» (come canta il Dies Irae). Apocalittico è sempre più esclusivamente un disastro di grandi proporzioni, che fa pensare alla fine di tutto - ma appunto, senza nessun «senso» e nessun «dopo».
Già un bel libro di Eugenio Corsini, uscito nel 1980, aveva annunciato, sulla base di un accurato esame del testo giovanneo, che non c’era da attendere l’apocalisse, perché essa è già avvenuta con l’incarnazione, morte e resurrezione di Gesù Cristo. Ora che, periodicamente (scadenze del secolo e del millennio, incombere del 2012 o 2020 che sia, e soprattutto tsunami e catastrofi ecologiche a catena...) si riparla di apocalisse in termini sempre meno «rivelativi», sembra che, non senza qualche paradosso, il richiamo di uno studioso come Corsini sia penetrato nella cultura comune. Anche nelle chiese si sente sempre meno parlare del giorno del giudizio; all’inferno ci credono ormai in pochi (lo aspetterà la stessa cancellazione del limbo?), i predicatori se ne tengono per lo più alla larga.
La fantascienza si concentra sulla fine e mai, o quasi, sul nuovo inizio (nuovi cieli e nuova terra), che pure la fine del mondo attuale sembrava promettere.
Secolarizzazione, perdita di prospettive utopiche (anche la rivoluzione non se la passa troppo bene), riduzione ai minimi termini delle virtù teologali di fede speranza; senza che questo comporti un aumento della terza, la carità, purtroppo.
Ricordate le tre domande di Kant: che cosa posso sapere, che cosa devo fare, che cosa posso sperare? Oggi come oggi, possiamo solo sperare che il giorno della fine del mondo non piova, insomma che, come dice del resto anche Gesù nel Vangelo, il disastro finale non comporti troppo dolore, che la faccenda si sbrighi il più in fretta possibile. Ma il giudizio universale? La punizione dei malvagi e il premio ai buoni?
Bah, abbiamo in mente una bellissima vignetta del Wizard of Id, dove un carcerato, forse in attesa di esser giustiziato, viene intervistato: «Lei crede in una vita dopo la morte?». Risposta: «Again?». Di nuovo? E non con il tono di una gioiosa aspettativa.
Per quanto si possa rimpiangere la fede e la speranza «ingenua» di cui la secolarizzazione ci ha privati, non è forse tutto negativo ciò che in tal modo è accaduto. Pensiamo, per esempio, a quanta fatica faceva San Paolo per distogliere i primi cristiani dal calcolare o cercare di accelerare, con pratiche divinatorie e magiche, la seconda venuta di Cristo, e anche dall’immaginare in termini concreti quel che sarebbe successo: «Non sapete né il giorno è l’ora; verrà come un ladro nella notte»: E: «se vi diranno: eccolo qui, o là, il Messia, non credeteci...».
Certo non è bello pensare al futuro solo come a un destino della fine. Abbiamo sempre sperato nella risurrezione della carne anche come ritrovamento di quelli che abbiamo perduto, persino come recupero dei nostri stessi corpi nella loro pienezza vitale («Renovabitur ut aquilae iuventus tua»). Tra l’altro, mentre si secolarizza e si impoverisce la nostra immagine dell’Aldilà, scienza e tecnica annunciano sempre nuovi sviluppi nello sforzo di allungare la vita e forse avvicinarci all’immortalità. Certo questa dovrebbe accompagnarsi con la colonizzazione di altri mondi: biologia più astrofisica più telecinesi...
Qui stiamo solo cercando - in base a una troppo elementare «fenomenologia dell’apocalisse» - di capire che cosa cambia della nostra esperienza di viventi, e anche di credenti, con la progressiva dissoluzione delle credenze tradizionali nell’al di là. Il genio di Clint Eastwood ci si è da ultimo applicato, nel film Hereafter dando voce ai racconti di chi è morto ed è «ritornato» (ricordi di coma e simili). Ma non è difficile immaginare che anche queste esperienze siano poco più che sogni che si prolungano appunto nel coma (in greco: sonno). Si può vivere umanamente senza immaginare un dopo, e nemmeno un tribunale finale che dovrebbe saziare anche la nostra fame e sete di giustizia? Uno come Aristotele riusciva a vivere così, e non era proprio uno stupidello.
Pensava, più o meno, che la partecipazione alla vita divina si risolvesse per noi in momenti puntuali di intensità, e che per il resto l’immortalità fosse da cercare nella generazioni di figli e nipoti; oltre che nel preparare con una vita buona quei momenti divini. Non sarà più o meno quello che Gesù dice quando parla del regno di Dio che è dentro di, o in mezzo a, noi? La liquidazione del limbo potrebbe essere solo l’inizio di una liquidazione più generale di «enti» che, in quanto si pretendano oggettivamente esistenti, sono solo idolatria, come quella che San Paolo combatteva nei destinatari delle sue lettere: bellissime fonti per l’ispirazione di artisti e poeti, ma ormai cose della nostra infanzia. Forse San Paolo sarebbe più d’accordo con chi si gode il brivido della fantascienza magari vedendovi uno stimolo ad operare nell’al di qua, senza fantasticare troppo su ciò che ci capiterà in quel momento di cui non sappiamo né il giorno né l’ora.
(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 15 gennaio)
GIANNI VATTIMO
http://www3.lastampa.it/libri/sezioni/news/articolo/lstp/384015/
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La famiglia tascabile
La famiglia tascabile
Ma se fratelli, nonni e cugini diventano rari, ecco formarsi una nuova rete di relazioni che aiuta a sopravvivere. Il clan è finito: una vera rivoluzione per le case, gli acquisti, la spesa e l’organizzazione quotidiana. Tre, due, uno: Dal vicino alla mamma dell’amico, condivisione è la parola d’ordine
Le famiglie italiane sono sempre più piccole, microscopiche anzi. Tre, due, uno, questa è la formazione, gli altri restano fuori dalla porta. Addio clan, il nucleo si è scisso, diviso, “atomizzato” in mille forme nuove, e ognuno vive orgogliosamente sotto il proprio tetto. Felici? Forse, abbastanza, chissà. Figli o non figli la famiglia è diventata mini. C’è il nucleo di tre: mamma, papà e un bambino. C’è il nucleo di due: si chiama “monoparentale” e vuol dire (ottanta volte su cento) che in quell’appartamento c’è una mamma-sola e un ragazzino da crescere. E poi ci sono i numeri “uno”: nuclei unipersonali dice l’anagrafe, ossia single, soli, in Italia quasi 5 milioni di persone, una valanga, a Milano rappresentano il 40% della popolazione cittadina, e insieme ai figli unici hanno mutato per sempre relazioni, affetti, e regole del mercato. Dal macro al micro. Nel 2011 dice il Censis, «il 35% di tutte le compravendite immobiliari ha riguardato case di taglio piccolo e monolocali». Una vera mutazione antropologica, spiegano i demografi. Negli anni Cinquanta in media un bambino italiano poteva contare su circa 30 parenti, tra nonni, zii e un mucchio di cugini. Oggi chi arriva a 10 è fortunato. Il cambiamento è stato lento, all’inizio, poi sempre più veloce, repentino, e in poco più di un decennio testimoniano i dati dell’ultimo censimento Istat, l’Italia è diventata il paese delle «mini famiglie ». Che sono cresciute di numero, passando dai 20 milioni degli anni Novanta ai 24 milioni di oggi, ma il numero dei componenti si è invece assottigliato, scendendo dai 2,7 di ieri, ai 2,4 di oggi.
Un mega-mini-mondo. Quattro nonni, pochissimi cugini. Dietro ci sono la fecondità in picchiata (1,42 il tasso di figli per donna in Italia, 46,5% le coppie che hanno soltanto un bambino), i divorzi e le separazioni, gli anziani che vivono da soli. Ma anche una irresistibile voglia di autonomia. Più piccoli, più solitari, infatti, ma non per questo necessariamente più soli, ed è questa, dice Alessandro Rosina, demografo dell’università Cattolica di Milano, la vera «anomalia italiana». «Se da una parte questa scissione in piccoli nuclei ci avvicina a modelli di vita da Europa del Nord, la differenza è che le relazioni familiari in Italia sono ancora molto forti. Si sta a distanza, non più sotto lo stesso tetto, ma il contatto e il mutuo-aiuto sono tuttora fondamentali».
Sveva e Giulia sono mamma e figlia, 40 anni la prima, dieci la seconda, vivono a Roma, in un piccolo appartamento del quartiere “Talenti”. Luce, sole, e il gatto Josè. «Quando ho comprato una casa nello stesso palazzo di mia madre, così, per fare un investimento, non credevo che poi sarebbe stata così importante. Invece dopo la separazione da mio marito sono rimasta sola con Giulia, e questo appartamento è diventato un approdo. E pensare che per anni non avevo fatto altro che viaggiare, fuggire, mettere distanze, volevo autonomia, indipendenza. Adesso — confessa Sveva — senza mia madre che si occupa di Giulia e la adora, non saprei come fare, visto che lavoro tutto il giorno. Però le due case sono fondamentali: c’è un momento in cui si chiudono le porte ed ognuno resta con la propria famiglia. Giulia ed io, e Clara, oggi single dopo la morte di mio padre, con i suoi libri, le sue amiche... «.
Si chiama «intimità a distanza » e sembra davvero un modo tutto italiano di concepire le relazioni familiari, se pensiamo che soltanto il 16% dei giovani quando esce di casa va ad abitare a più di 50km dalla famiglia d’origine, e che il 62% resta comunque nello stesso comune. Spiega Alessandro Rosina: «La morfologia della famiglia è cambiata, però l’impronta mediterranea resiste. Non si coabita più, ma non per questo i bambini hanno meno relazioni con i parenti, in particolare con i nonni. I quali spesso preferiscono essere autonomi fino a che possono, piuttosto che andare a vivere a casa dei figli. Ed è questo nuovo ruolo degli anziani uno dei fattori della scissione della famiglia, a cui si aggiungono i genitori-soli, nell’80% dei casi madri single. E le coppie che vivono a distanza, i Lat, living apart toghether, un fenomeno assai più diffuso di quanto si pensi». Soli però non è facile. E tantomeno essere un micro-nucleo, con un figlio unico, in un condominio senza cortile, magari in una grande città. Così nel mondo «atomizzato» delle nuove famiglie nascono le reti: solidali, di cohousing, tra anziani, tra mamme-single, tra padri-soli, tra genitori di bambini della stessa classe. «Voglia di comunità », l’aveva già definita Zygmunt Bauman.
Un affratellarsi tra «simili» laddove prima la fratellanza era data dalla nascita, dalla parentela, dall’essere in tanti sotto lo stesso tetto. Nel caldo di agosto Antonia Piscitelli, mamma over 40 di Fabrizio, 7 anni, sorveglia, affannata, 4 bambini che monopolizzano la piscina di un assolato centro sportivo. «Sono quasi sempre le donne a cercare strategie di sopravvivenza », spiega Antonia che dirige uno studio di restauro. «Ho un figlio unico, sono riuscita ad avere soltanto lui, e credo che crescere senza fratelli sia una gran perdita. Vengo da una famiglia numerosa e vedo la differenza. La scuola per Fabrizio, ma anche per noi genitori è stata fondamentale, per la socializzazione, per trovare amici con cui condividere la vita dei figli. Ci spartiamo gli accompagnamenti a scuola, a calcio, a nuoto, facciamo insieme almeno una vacanza all’anno. E i bambini dormono spesso a casa di uno o dell’altro.
Non è come avere dei fratelli, ma è molto simile... «. Attenzione alla nostalgia però. Perché seppure rassicurante, la famiglia di ieri, «era in realtà molto più chiusa all’esterno», dice Tilde Giani Gallino, già ordinario di Psicologia dello Sviluppo all’università di Torino. «Non c’è da rimpiangere nulla, ogni forma di famiglia risponde a tempi ed esigenze nuove, e sia i bambini che gli adulti riescono ad adattarsi. Sono più di 20 anni che studiamo i figli unici, sempre con il timore di vederli soffrire di solitudine, e invece loro ci hanno sorpreso, diventando bravissimi nel trovarsi degli amici-fratelli. E poi non dimentichiamo la tecnologia, la rete, il poter essere in contatto sempre... Conosco molte donne, mamme-sole che grazie ad Internet si sono incontrate, e hanno creato legami di amicizia e solidarietà ». Una comunità di relazioni dunque, al posto di una comunità di “di sangue”. Immaginando nuove architetture, nuovi modi di abitare. Antonella Sapio, psichiatra, ha curato il saggio «Famiglie, reti familiari e cohousing» edito da FrancoAngeli. «C’è un gran bisogno di condivisione, tra gli anziani, tra le coppie con i figli piccoli. Ma per non sentirsi isolati oggi lo spazio familiare — dice Antonella Sapio — deve essere condiviso ed esteso.
In questo senso il cohousing, vivere in appartamenti privati ma condividendo luoghi ed esperienze comuni, può essere una risposta. In Italia abbiamo poche e rare esperienze di cohousing, ce ne sono alcune in Lombardia, altre in Emilia Romagna, ma realizzare questo tipo di strutture abitative è difficilissimo. Anche se in realtà gli spazi ci sarebbero, penso alla dismissione dei grandi edifici pubblici, alle ex caserme... «Ma forse il cambiamento è avvenuto troppo in fretta. Lasciandoci sorpresi e impreparati a gestire questa “intimità a distanza”, questo vivere ognuno rigorosamente per sé. Per Carla Facchini, professore ordinario di Sociologia della Famiglia alla Bicocca di Milano, «il costo sociale ed economico di queste scelte sembra oggi molto alto». Il clan infatti, l’abitare insieme mescolando le generazioni, ha sempre significato «avere una pluralità di affetti e una molteplicità di aiuti, oggi invece la rete parentale si è così assottigliata che molti bambini non hanno quasi più né zii né cugini». E allora, dice Facchini, «visto che la famiglia estesa è una formula in cui non ci si riconosce più, ma il nucleo troppo chiuso non appare una soluzione felice, dobbiamo pensare a nuove forme di familiarità alternativa”.
http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/20-welfare-a-politiche-sociali/35771-italia-il-paese-delle-micro-famiglie.html Fonte: MARIA NOVELLA DE LUCA - la Repubblica |
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30/08/2012
Un Medioevo senza l’idea di denaro
Un Medioevo senza l’idea di denaro
Il recente lavoro di Jacques Le Goff (Lo sterco del diavolo. Il denaro nel Medioevo, Laterza editore, pagine 236, e 18) è di quelli che avvincono anche il lettore più esperto. Vi si afferma, senz’altro, «l’assenza di un concetto medievale di denaro» ; e, per di più, la si mette in rapporto «con la mancanza non solo di un ambito economico specifico, ma anche di vere teorie economiche» . Dire il contrario è «un anacronismo» . E ciò in una visione generale per cui «nella maggior parte della vita individuale e collettiva uomini e donne del Medioevo si comportano in modi che li rendono ai nostri occhi degli estranei» . Nel caso del denaro l’ «esotismo del Medioevo» è «particolarmente forte» e, per capirlo, lo storico deve ricorrere «alla luce dell’antropologia» . Non che il denaro non vi fosse. Anzi, vi è una «pluralità delle monete» , e una loro «grande varietà e dinamismo» . Solo, però, dal 1100 in poi vi è un’effettiva «diffusione del denaro» , e la moneta accompagna «l’evoluzione della vita sociale nel suo insieme» ; e solo ancora più tardi, dal 1300, vi sono «metodi di pagamento alternativi» al contante.
L’impulso viene dai mercanti, ma anche dalla Chiesa, che sembra voler «aiutare gli uomini del Medioevo a salvaguardare nello stesso tempo la borsa e la vita» , cioè «la ricchezza terrena e la salvezza eterna» . Per Le Goff, però, si rimane, con ciò, ancora in un’ «economia del dono» . Resta «la subordinazione delle attività umane alla grazia di Dio» anche per il denaro. Lo stesso «uso "laico"del denaro» è «condizionato da due concezioni specificamente medievali: l’aspirazione alla giustizia, che si ripercuote nella teoria del giusto prezzo, e l’esigenza spirituale della caritas» . Come sempre in Le Goff, a questo si arriva attraverso un racconto profondamente coinvolgente, che sa narrare e valutare, insieme, ciò di cui parla, ed è guidato da una rara competenza medievistica (fonti e bibliografia). Né la sua era un’impresa facile, se si pensa che in fatto di monete il Medioevo, oltre tutto, registrava spesso nelle sue contabilità valori relativi solo a monete di conto, non a denaro circolante. Si può, tuttavia, accogliere in tutto e per tutto la sua negazione di un’idea e di una prassi del denaro nel Medioevo? Si credeva un tempo che l’economia del Medioevo fosse tutta e soltanto «naturale» , cioè fondata sullo scambio di beni e di servizi. Le Goff è più sottile. Pensa non tanto alla presenza e all’uso materiale quanto all’idea del denaro, che per lui esula dall’orizzonte mentale del Medioevo, e quando vi si introduce, dal 1100 in poi, la concezione negativa che se ne aveva toglie senso alla sua rinnovata presenza. Altro che capitalismo o precapitalismo!
Al Medioevo ne manca ogni presupposto. Perfino il mercato della terra attiene all’ «economia del dono» anche quando la moneta ritorna nell’uso corrente. Anzi, «soggiace al ruolo dominante che in tale economia è proprio della caritas, principio morale da cui il dono deriva, e continua ad assicurare la centralità della Chiesa nella vita sociale» . Eppure, c’è qualcosa in queste pagine mirabili che rende perplessi. Economia del dono o, piuttosto, del baratto? Assenza di mercato della terra anche se i valori di scambio delle proprietà, comunque espressi, mostrano fasi alterne di aumento o di ribasso? Ancora tutta fondata sulla caritas e sull’economia del dono e dei suoi presupposti etico-religiosi quella delle grandi compagnie dei finanziatori dei re d’Inghilterra o quella dei Medici, che stendono le loro agenzie in tutto l’Occidente? Ed è un’economia ancora del tutto medievale quella che inventa la partita doppia (base del moderno calcolo dei profitti e delle perdite), la cambiale e le sue girate, il deposito bancario o il conto corrente? E anche nell’alto Medioevo o nel feudalesimo l’assenza della «merce denaro» implica l’assenza delle logiche connesse a quella merce? In altri termini, non occorre il denaro perché sia presente e agisca la logica sulla quale il denaro stesso si fonda e opera; e pensare a un’umanità, un tempo, un mondo, in cui non vi siano l’economia e il relativo pensare e agire può essere un’astrazione analoga agli anacronismi a ragione deprecati da Le Goff.
Queste perplessità non vogliono, però, proporre alternative alla rappresentazione forte ed elegante di fenomeni complessi e di mille anni di storia europea dataci da Le Goff. È utile, certo, che l’antropologia e altre scienze sociali (la psicologia, in specie) aiutino a chiarire le cose, ma più certo è poi che solo la ragione storica può dominare il passato con la forza della sua logica, che lega la storia e la vita in un nesso indissolubile, e per la quale diventa piano e concreto che possono valere, per la stessa cosa, più verità.
di Giuseppe Galasso – fonte corriere della sera
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Oceani promossi a sorpresa "Salute ok, ma serve fare di più"
Oceani promossi a sorpresa "Salute ok, ma serve fare di più"
Malgrado i problemi legati all'inquinamento e alla perdita di biodiversità, un nuovo metodo di valutazione globale presentato sulla rivista Nature assegna la sufficienza allo stato dei mari del Pianeta
ROMA - Inquinamento in crescita 1, stock ittici al collasso 2, biodiversità in crisi, barriere coralline sempre più danneggiate 3. Quello arrivato nel corso degli ultimi anni dagli oceani del Pianeta è stato un lungo bollettino di notizie drammatiche. Eppure, anche mettendo insieme tutti questi fattori negativi, complessivamente lo stato di salute dei mari non è poi così catastrofico come si potrebbe temere. A certificarlo è l'Ocean Health Index, uno nuovo sistema di rivelazione messo a punto da un'ampia equipe di scienziati per valutare lo stato di salute degli oceani incrociando un vasto numero di parametri, ponendoli quindi in rapporto con le necessità umane.
La metodologia adottata dai ricercatori e la prima pagella mondiale emersa dall'applicazione di questo sistema è stata quindi pubblicata su Nature 4. Dalle votazioni finali non mancano certo i motivi di preoccupazione, ma sorprendentemente nel complesso la salute degli oceani viene promossa con la sufficienza grazie a un quoziente di 60 su 100. Risultato che ovviamente tiene conto però della media, mentre dall'esame delle singole aree geografiche emergono situazioni molto diverse tra loro, con diverse zone del Pianeta in grave sofferenza.
"L'indice per la salute degli oceani - spiega il coordinatore dello studio Ben Halpern, ecologo dell'università della California a Santa Barbara - è unico perché considera gli umani come parte dell'ecosistema oceanico: ciò significa che non siamo solo un problema, ma siamo anche parte della soluzione".
L'analisi globale dei mari ha preso in considerazione la situazione di ogni Paese costiero del mondo dal punto di vista ecologico, sociale, economico e politico. Dieci le 'materie d'esame' valutate in centesimi: tra queste la pulizia delle acque, la biodiversità, la disponibilità di cibo e l'economia costiera. La valutazione globale è come detto pari a 60 su 100, con il punteggio dei singoli Stati che varia da 36 a 86. Tra i primi della classe ci sono il nord Europa, il Canada, l'Australia e il Giappone. Il miglior punteggio in assoluto è stato ottenuto dall'isola di Jarvis, un atollo corallino disabitato nell'oceano Pacifico. Maglia nera invece per l'Africa occidentale, il Medio Oriente e l'America centrale.
I mari italiani raggiungono la sufficienza, con un punteggio medio di 60 centesimi, ma vengono bocciati per quanto riguarda il mantenimento turistico delle coste (8/100) e la loro protezione (35/100). Ottengono ottimi voti per quanto riguarda la biodiversità (86/100) e la pulizia delle acque (72/100).
"Quando diciamo che la salute degli oceani vale 60 su una scala di 100 non significa che stiamo andando male", commenta l'ecologa Karen Mcleod dell'università dell'Oregon. "Questo ci dimostra che c'è ancora un margine di miglioramento, ci suggerisce quali azioni strategiche possono fare la differenza e ci dà un punto di riferimento su cui misurare i progressi nel tempo".
http://www.repubblica.it/ambiente/2012/08/17/news/promossa_salute_oceani-41049498/
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SPAGNA - Conservatori alle prese con le condizioni imposte dalla Ue Rajoy taglia tutto, ma punta alle pensioni
SPAGNA - Conservatori alle prese con le condizioni imposte dalla Ue Rajoy taglia tutto, ma punta alle pensioni
Il governi dei Piigs cercano di far cassa sforbiciando tutte le voci più consistenti della spesa pubblica. Welfare al lumicino, dimenticate anche le grandi tragedie.Il piano di tagli del Partido Popular non conosce tregua e il bisturi di Mariano Rajoy luccica minaccioso anche sotto il solleone dell'agosto spagnolo.
Con il salvataggio del paese già dato per certo (il ministro dell'economia De Guindos prevede l'avvio del procedimento per metà settembre), il governo conservatore di Rajoy annuncia un nuovo pacchetto di provvedimenti, con il quale cercherà di assecondare le richieste dell'Unione europea, tanto più ineludibili quanto più si va avvicinando l'orizzonte del salvataggio. Tra tutte, la questione del debito pubblico: bisogna chiudere l'anno con un deficit massimo del 6,3% e Rajoy è disposto a sforbiciare ovunque pur di raggiungere l'obiettivo, ben sapendo che su questo punto si gioca la credibilità sua e della Spagna.
«Il premier», fanno sapere dalla Moncloa, «è determinato a conseguire l'obiettivo del debito, a prescindere dal salvataggio: vuole dimostrare all'Europa di saper mantenere le promesse fatte». In realtà l'obiettivo del debito non è affatto indipendente dal salvataggio, ma uno dei paletti fissati da Bruxelles per la concessione del piano di aiuti; ovvero il famigerato rescate di cui Rajoy ha, fino ad un mese fa, negato la necessità e da cui, oggi, sembrerebbero dipendere le sorti economiche della Spagna.
Un atteggiamento disinvoltamente contraddittorio che è diventato la cifra stilistica del governo del Pp. C'è contraddizione anche tra le valutazioni del ministro dell'economia, che a inizio agosto definiva le misure anticrisi adottate dal Pp «sufficienti ed adeguate», e le dichiarazioni rilasciate l'altro ieri dall'esecutivo, secondo cui «è probabile che si adottino misure molto più drastiche di quelle varate fino ad ora». Anche per la flessione delle entrate statali (-3,5%), i costi derivanti dai default delle regioni autonome e l'enorme spesa generata dal sistema della previdenza sociale, collassato sotto l'insostenibile numero di disoccupati.
L'annuncio di un nuovo «pacchetto» ha fatto comunque tremare gli spagnoli, già stremati dal costante stillicidio degli ultimi mesi e dall'aumento del costo della (+2,6% rispetto all'anno scorso). Il governo non è entrato in dettagli ed è difficile anche formulare ipotesi, dato che il Pp ha già chirurgicamente operato in tutti i settori dello Stato. Esiste un certo margine di manovra sul piano fiscale (ripristino di tasse soppresse o creazione di nuove imposte). L'opposizione vorrebbe tassare i grandi redditi, ma Rajoy è ben conscio del costo politico che avrebbe per il Pp questa eventualità e quindi esclude anche un ulteriore incremento dell'Iva (già passata dal 18 al 21%), come suggerito dal Fondo monetario internazionale.
In ogni caso non è qui che il governo può battere davvero cassa. La vera partita si gioca su un altro tavolo, più delicato e più ricco: quello delle pensioni. «L'unica spesa che resta da toccare» come hanno ammesso dall'esecutivo. La voce «pensioni» ammonta a 115 miliardi ed è esplosiva sul piano sociale. Il governo sa che il suo corso dipenderà in buona parte da come gestirà il tema, cercando di arginare la forte pressione della troika. Rajoy ha già annunciato a Bruxelles che lavorerà per ridurre il divario tra età effettiva di pensionamento ed età legale, fissata a 67 anni dal governo Zapatero tra le critiche del Pp. A rischio anche l'adeguamento dell'assegno pensionistico all'inflazione, che potrebbe restare congelato per tutto il 2013.
A questa misura si oppone fermamente Javier Doz, segretario del sindacato Comisiones Obreras: «gli accordi sottoscritti da sindacati, imprese e governo non possono essere cambiati da una nuova ondata di tagli». Doz fa riferimento al precedente pacchetto di riforme che - abbassando del 2% la quota contributiva dovuta dalle imprese alla seguridad social - ha ridotto le entrate della previdenza sociale di 6 miliardi. «Misure come questa», ha detto Doz, «hanno contribuito alla riduzione delle entrate, per cui sarebbe incoerente far pagare ai pensionati le conseguenze di una decisione sbagliata del governo». Bisognerà aspettare settembre, mese che si annuncia ben più caldo di quest'afoso agosto. Per il 15 è già stata convocata una manifestazione a Madrid dai sindacati. Lo slogan sarà «vogliono rovinare il Paese».
APERTURA - Giuseppe Grosso
MADRID
APERTURA - Giuseppe Grosso - MADRID
http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20120822/manip2pg/03/manip2pz/327522/
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29/08/2012
Ora la recessione fa paura anche in Cina
Ora la recessione fa paura anche in Cina
Crescono del 7%, ma per i loro ritmi equivale a una crisi. Il partito teme rivolte e prepara nuove privatizzazioni
Se speravate nella Cina cercate scampo altrove. Non sarà lei a salvarci dalla crisi.
Anzi forse c'infliggerà il colpo fatale. I dati parlano chiaro. Il gigante ha i piedi d'argilla e rischia di crollare travolto dal proprio peso e dalle proprie inadeguatezze politico sociali. Per capirlo basta esaminare gli indicatori economici e demografici. Il primo dato cruciale è quello sulla crescita. Il colosso rosso, abituato in passato a tassi a due cifre è fermo nel secondo quadrimestre del 2012 al 7,6 %. In Italia e in Europa ci leccheremmo i baffi. In Cina quel numero fa rabbrividire. In una nazione dove c'è ancora tantissimo da costruire per garantire ai cittadini l'accesso ai beni primari il dato segnala una crisi di sistema. Evidenziata ancor di più dalle stime dell'indice Pmi-Hsbc. Il dato misura gli ordini dell'industria manifatturiera ed è considerato sintomo di allarme se non supera quota 50. Nelle ultime settimane l'indice, già fermo a luglio al 49,3, è precipitato al 47,8, il punto più basso da novembre. «Il livello delle scorte è ai massimi, mentre gli ordini sono al livello più basso dal dicembre 2008. Gli ordinativi esteri sono al livello più basso dal gennaio 2009. È difficile trovare spunti positivo in questi dati»- sintetizza una nota di Westpac Bank. Leggi recessione dietro l'angolo.
Il dato che rischia di trasformare questi due sintomi in una diagnosi infausta è quello demografico. Oggi i cinesi con più di 60 primavere sul groppone sono il 13,3 %. La generazione emergente, quella sotto i 14 anni, rappresenta il 17 % con un netto calo rispetto al 23 di 12 anni fa. Messi insieme questi dati rivelano una realtà paradossale. La nazione che per prima ha superato la barriera del miliardo di abitanti, arrivando oggi al miliardo e 340 milioni, è un paese per vecchi. Un paese dove le industrie avranno presto difficoltà a trovare quelle maestranze tra i 17 e i 24 anni considerate il naturale motore delle economie in sviluppo. Il paradosso non è casuale. È figlio delle politiche avviate nel 1978 quando, per timore di non riuscire a sfamare i nuovi nati, la dirigenza comunista impose la legge del figlio unico.Oggi quella legge rischia di rivelarsi l'autentico peccato mortale del colosso d'argilla. Nessun correttivo economico o stimolante della crescita è in grado di correggere i danni di una struttura sociale in cui la mancanza di forze fresche determina un aumento del costo del lavoro ed in cui un numero decrescente di giovani lavoratori è condannato a pagare le pensioni e i costi sociali di una moltitudine di anziani. Una moltitudine che grazie alle migliorate condizioni di vita sopravvive, tra l'altro, assai più a lungo.
La comprensione dei problemi dell'economia cinese aiuta a capire quanta preoccupazione aleggi ai vertici dell'establishment politico a poche settimane dal 18° congresso del partito comunista del prossimo autunno. A conti fatti molti dirigenti pensano o auspicano che l'appuntamento sia l'ultimo dell'era comunista. Solo abolendo l'ideologia e aprendo al mercato si potrà infatti regalare un po' d'aria a uno sviluppo condannato altrimenti a implodere. Solo privatizzando e sottraendo l'economia al controllo dello stato e dei gerarchi di partito, trasformatisi in corrotti e avidi oligarchi, si riusciranno ad affrontare le esigenze della nazione. Che non sono poche. Se non si riuscirà ad attenuare il tremendo divario sociale che divide poche migliaia di nuovi miliardari da centinaia di milioni di non garantiti, in lotta per acqua e cibi non inquinati, la Cina rischia di trasformarsi in uno sterminato focolaio di rivolte. Per capirlo basta ricordare i sei giorni di tumulti che ad autunno sconvolsero il villaggio di Wakun nel sud del paese. Quella rivolta, una delle poche registrate dai media cinesi, fu definita il risultato delle contraddizioni di una società in cui i ricchi se la godono mentre le classi lavoratrici muoiono di smog e non riescono, a causa dell'aumento dei prezzi a trovare un buco in cui vivere.
Ma dietro la sollevazione di Wakun si nascondono secondo gli esperti almeno 150mila insurrezioni annue soppresse nel silenzio. Un silenzio che rischia ora di esplodere trascinando il paese nel caos e nell'ingovernabilità.
http://www.ilgiornale.it/news/esteri/831629.htmlGian Micalessin -
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28/08/2012
SAGGI Quell'ambiguo rapporto tra guerra e medicina
SAGGI Quell'ambiguo rapporto tra guerra e medicina
Da Laterza una analisi storica di Giorgio Cosmacini Dai medici «civili» che operavano per l'esercito romano alla sanità militare di stampo napoleonico, fino alle scoperte nate da esigenze belliche
«Cantami, o diva, del Pelide Achille l'ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei». Così suonano i versi che danno inizio all'Iliade, il racconto della guerra combattuta tra gli Achei e i Troiani nel XIII secolo a.C., che Omero, vissuto circa 500 anni dopo, trasfigura poeticamente nell'epocale conflitto tra i Greci e i popoli dell'Asia Minore. L'approccio omerico la dice lunga sul destino delle genti greche: nuove venute, esse non avrebbero avuto altra possibilità di sopravvivenza che non derivasse dal battersi a oltranza con quanti si erano già insediati in feconde pianure o in porti naturali che favorissero lo svolgimento di prosperi commerci nel Mediterraneo. La guerra dunque come ineluttabile necessità associata al vivere, ma anche come cifra di una realtà esterna fatta di opposizioni e contraddizioni per cui, all'alba del pensiero presocratico Eraclito, vissuto tra il 520 e il 460 a.C., farà di Pólemos, la Guerra, l'essenza stessa del divenire o vita.
Fu, questa, una visione del mondo così radicata da divenire contenuto di senso comune: la distruzione di uomini e di cose, voluta dalla guerra, è necessaria perché vengano altri uomini, si presentino altre cose. Tutto questo produce conseguenze speculative che corrono a vari livelli: la vita è impastata di morte, giacché la guerra, sua fida ancella, elimina quanti impediscono ad altri di vivere e che, meno valorosi o semplicemente più sfortunati, lasciano il loro posto ai vincitori. Di qui un'idea che ha le gambe tanto lunghe da attraversare l'intera storia dell'Occidente dall'esaltazione dell'eroismo (e della morte) in battaglia al dissennato elogio della guerra proclamata da Filippo Marinetti, apostolo del futurismo, «sola igiene del mondo». Ma di qui anche il rapporto stretto e antichissimo tra medicina e guerra articolato in una relazione che, se da un lato prevede la riparazione dei danni riportati dai combattenti, sottraendo così alla guerra parte del suo errore, dall'altro consente ai medici e chirurghi di studiare in vivo complesse fenomenologie patologiche, nonché di sperimentare terapie che, per il loro contenuto innovativo, richiederebbero, in una situazione non bellica, i tempi lunghi, talora lunghissimi, della sperimentazione clinica.
In questa prospettiva si muove il bel libro di Giorgio Cosmacini, Guerra e medicina. Dall'antichità a oggi (Laterza 2011, euro 20), in cui viene esaminata l'evoluzione della guerra e della sua terribile arte in parallelo con lo sviluppo della medicina nel suo complesso. Come si è già accennato, il rapporto tra i due contesti disciplinari nasce dalla ovvia necessità della riparazione dei danni, manifesti in forma di ferite, lesioni, traumi, nonché dall'urgenza di intervenire sulle patologie associate, dalle malattie infettive alle sindromi psichiatriche. A questo riguardo, nella sua analisi, Cosmacini esplora la progressiva transizione dalla presenza di singoli medici, reperibili nei conflitti più antichi, come il semidivino Macàone, figlio di Asclepio ed insigne chirurgo, ricordato nell'Iliade, a figure istituzionali inserite nelle strutture di unità combattenti. Questo inserimento ha luogo nella tarda classicità quando l'impero romano predispone la costruzione e l'allestimento di veri e propri ospedali militari, i valetudinaria, in cui è possibile non solo ospitare centinaia di soldati feriti e/o malati ma nei quali ai locali di degenza si affiancano dispensari, sale operatorie, strutture in cui sono attivi medici che spesso prestano la loro opera esclusivamente nell'esercito. Come dire che la medicina castrense romana è all'origine della sanità militare, ma non può tuttavia identificarsi con l'istituzione sanitaria militare propriamente detta quale noi la conosciamo. I medici attivi nei valetudinaria non appartenevano infatti all'esercito, come non vi appartenevano gli inservienti e gli infermieri, un personale, questo, di origine servile. In concreto, un medico poteva sì esercitare la professione nella struttura, ma non era obbligato a farlo.
Durante il regno di Marco Aurelio, Galeno (!28- 200 d.c.), celeberrimo dotto e medico personale di Marco, fu invitato dall'imperatore ad accompagnarlo in una spedizione contro i Barbari assiepati a ridosso del limes settentrionale. Galeno, nel timore che la sua vita fosse messa a repentaglio e intimorito dai prevedibili disagi di una campagna, si rifiutò di seguire l'imperatore, il che restò senza conseguenze. Se la presenza auspicata da Marco Aurelio fosse stata obbligatoria, la cosa avrebbe avuto il significato di una diserzione, anche perché, in quel caso, Galeno sarebbe stato inquadrato nell'esercito come ufficiale. Paradossalmente era proprio la forma della legione a rendere impossibile la formazione di un corpo di sanità militare. La legione era una macchina militare perfetta, capace di sopportare la fatica di lunghissime marce, ma una volta arrivata in un sito, il suo campo veniva strutturato come una città nel cui contesto si articolavano strutture di servizi tipicamente cittadine qual era appunto l'ospedale militare nel quale cura e assistenza non erano avvertite come compiti militari. Occorsero secoli perché nascesse un corpo vero e proprio di sanità militare in cui il personale medico e paramedico ha gli stessi gradi (ufficiali, sottufficiali e graduati di truppa) in vigore nei reparti combattenti. L'innovazione più profonda si deve a Napoleone che affiancò agli ospedali militari situati nelle retrovie unità ospedaliere mobili, pronte ad accorrere tempestivamente sui luoghi degli scontri. Era inevitabile che il personale sanitario divenisse parte integrante dell'esercito e che ne adottasse l'articolazione gerarchica.
Nel tracciare la storia di questa reciproca integrazione Cosmacini mette in luce processi che evidenziano la trasformazione delle campagne di guerra per influenza della sanità e il parziale snaturamento di questa, subordinata alle esigenze della condotta bellica. L'esistenza di comandi sanitari predisposti secondo l'ordine gerarchico di un esercito,dalle unità minori a quelle divisionali e di armata toglie alla sanità militare la mobilità operativa auspicata da Napoleone, ma nello stesso tempo appesantisce l'organico militare vero e proprio. Dal nostro punto di vista non si tratta di un male, perché tutto quel che rallenta e ostacola una guerra è di per sé un fatto positivo indipendentemente da chi siano il vincitore e il vinto. Il vero danno lo riceve d'altronde la sanità perché finisce con il burocratizzarsi, smarrendo la sua reale natura che le impone di non riconoscere sopra di sé altre priorità che non siano il benessere e la cura degli esseri umani.
Con l'onestà intellettuale che lo distingue, con la competenza di medico e di clinico che gli è universalmente riconosciuta, Cosmacini non può certo passare sotto silenzio il fatto che molte scoperte, come quella degli antibiotici, hanno la loro causa prima nella necessità di rispondere a esigenze belliche. La sanità civile dovrebbe esser grata alla guerra, ma il male non può generare il bene. I presunti doni della guerra autorizzerebbero semmai la sanità a dire con Virgilio timeo Danaos et dona ferentes (temo i Greci anche quando portano i doni, ossia temo la guerra anche quando mi porta innovazioni farmacologiche).
Semmai c'è una cosa da dire: la vera sanità è quella di quanti, dai Medici senza frontiere a Emergency identificano la guerra come il peggiore dei morbi e la contrastano facendo delle strategie di pace i loro strumenti privilegiati.
IL MANIFESTO APERTURA - Franco Voltaggio
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LIBIA A UN ANNO DALLA CADUTA DI TRIPOLI
LIBIA A UN ANNO DALLA CADUTA DI TRIPOLI
E’ stata una giornata di celebrazioni e di memoria quella trascorsa ieri a Tripoli dove sono stati ricordati i martiri dello scorso anno in coincidenza con il primo anniversario della caduta di Tripoli.
Un anno fa i ribelli del Consiglio nazionale di transizione entravano nella capitale della Libia dando la spallata definitiva al già barcollante regime di Muammar Gheddafi. Il rais sarebbe stato ucciso qualche mese dopo nella sua Sirte, i figli alcuni catturati, alcuni uccisi, altri in fuga. “A un anno da quei giorni, i caffè di Tripoli sono rimasti aperti fino a tarda notte, la gente ha intonato canti, ha ricordato” dicono fonti locali della MISNA.
Intanto si aspetta che il Congresso nazionale (parlamento) dia il via libera al governo che dovrà traghettare il paese in questa fase di transizione. E si fanno i conti con preoccupanti segnali di destabilizzazione.
Dopo gli attentati del fine settimana a Tripoli, un’altra autobomba è stata disinnescata ieri a Mansoura, un quartiere della capitale libica. A Bengasi invece, un ordigno è stato fatto esplodere in prossimità dell’auto di un diplomatico egiziano. Si è trattato di un messaggio, ha detto un portavoce dei servizi di sicurezza interni, perché la quantità di esplosivo utilizzata era tale che non avrebbe potuto causare grossi danni. Non è un caso, forse, che al Cairo abbiano trovato rifugio molti esponenti del regime di Gheddafi e che il governo egiziano stia valutando proprio in queste settimane come comportarsi.
[GB]
http://www.misna.org/altro/a-un-anno-dalla-caduta-di-tripoli-21-08-2012-813.html
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EGITTO Il Cairo chiede 3,8 miliardi di euro al Fmi
EGITTO Il Cairo chiede 3,8 miliardi di euro al Fmi
Lungo via Qasr al-Aini sono tornate le proteste. Il palazzo del governo aveva già rischiato di andare in fiamme nelle manifestazioni contro l'esercito dello scorso dicembre. A scaldare gli animi degli attivisti è arrivata la richiesta del governo egiziano di un nuovo e più ingente prestito al Fondo monetario internazionale (Fmi). «Le politiche degli organismi internazionali hanno impoverito gli egiziani e portato l'economia al collasso» - ha denunciato l'attivista, Haitham Mohamadeen. Dopo la visita di ieri al Cairo del direttore generale del Fmi, Christine Lagarde, il primo ministro, Hesham Qandil, ha annunciato l'avvio di negoziati con l'organismo internazionale per un aumento del prestito che dovrebbe passare da 3,2 a 4,8 miliardi di dollari (3,8 miliardi di euro). «L'Egitto si trova di fronte a sfide considerevoli, incluso il bisogno di crescita economica e di ridurre la spesa pubblica» - ha detto Lagarde, a margine dell'incontro con le autorità egiziane. Lagarde ha sottolineato due necessità immediate: controlli sui piani finanziari di gestione del prestito e di ovviare all'assenza di un parlamento eletto.
Nonostante la chiusura dell'Assemblea del popolo, imposta dalla Corte costituzionale con la sentenza dello scorso 14 giugno, la Costituente sta per concludere i suoi lavori. Secondo il ministro dei rapporti con il parlamento, Mohamed Mahsoub, una prima bozza di Costituzione dovrebbe essere pronta entro metà settembre per indire un referendum popolare consultivo nel prossimo autunno. I lavori dei costituenti sono stati quanto mai celeri, ma ci sono almeno cinque temi oggetto di controversia. Il primo è l'articolo sui poteri della magistratura. Il ministro della giustizia, Ahmed Mekki, ha presentato un disegno di legge che mette il sistema giudiziario sotto il controllo del suo ministero. Secondo i giudici della Corte costituzionale si tratta di un tentativo di togliere «indipendenza» ai giudici e sottoporli al controllo dell'esecutivo. «La giurisprudenza egiziana prevede la separazione dei poteri esecutivo e giudiziario. E vogliamo mantenere le cose così come stanno» - ha dichiarato Mohammed Mahiuddin, esponente laico dell'Assemblea costituente.
L'altro articolo che non è stato ancora approvato dalla Costituente egiziana riguarda le elezioni amministrative. In particolare, la controversia ha oggetto la nomina oppure l'elezione dei presidenti delle ragioni. Fino a questo momento sono stati il presidente della Repubblica o i militari a scegliere i governatori. Ma l'articolo più controverso della nuova Costituzione riguarda la legge islamica. I Fratelli musulmani vorrebbero che la sharia - e non «principi», come recita in modo generico la Costituzione vigente - sia annoverata tra le fonti di diritto.
D'altra parte, i Costituenti hanno discusso anche la nuova forma di governo. L'articolo non è stato ancora approvato, ma le componenti liberali si sono espresse a favore di un sistema semi-presidenziale. La Costituente si prepara anche a limitare i poteri dell'esercito e a sottoporre il budget militare al Consiglio nazionale di difesa, presieduto dal presidente della repubblica. Ma il timore di attivisti e politici indipendenti è che una nuova legge di emergenza, sul modello della norma in vigore per trent'anni durante il regime di Hosni Mubarak, possa di nuovo annullare i principi generali approvati nella nuova Costituzione.
Infine, anche l'ultimo tassello del team presidenziale sta per essere completato. Mohammed Morsy ha annunciato i nomi dei suoi vice: una donna, un copto e un salafita. A far parte dell'ufficio di presidenza, oltre al giudice Mahmoud Mikki, nominato due settimane fa, ci saranno Pakinam el-Sharkawy, docente di scienza politica all'Università del Cairo e Samir Marcus. Quest'ultimo è un filosofo cristiano, esponente de «la terza corrente», movimento politico che unisce partiti liberali, di sinistra e annovera politici come Amr Moussa e Amr Hamzawi. L'ultimo dei quattro è Emad Abdel Ghafour, uno dei leader del partito salafita el-Nour (Luce).
http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20120823/manip2pg/07/manip2pz/327598/
TAGLIO MEDIO - Giuseppe Acconcia
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Le imprese italiane pagano l'elettricità 10 miliardi in più l'anno rispetto all'Ue
Le imprese italiane pagano l'elettricità 10 miliardi in più l'anno rispetto all'Ue
Confartigianato: non solo crediti non pagati, gli imprenditori massacrati dal caro bollette. Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna le regioni più colpite
Da una parte i crediti non pagati, dall'alto le bollette più care d'Europa: così lo stato italiano uccide aziende e imprenditori. Degli 80 miliardi di euro che l'Erario deve alle imprese si sapeva, ma ora Confartigianato lancia un altro allarme: gli imprenditori italiani pagano ogni anno per l'elettricità 10 miliardi in più rispetto alla media europea. Molto dipende anche dalle tasse, visto che la pressione fiscale sulla bolletta energetica delle imprese italiane copre il 21,1 per cento del totale.
Nord massacrato - I dati sono angoscianti: nel 2011 le aziende del Nord, le più colpite dal caro-bolletta, hanno sborsato 5,8 miliardi di euro in più rispetto ai colleghi dell'area Ue, mentre nel Centro e nel Mezzogiorno si sono pagati rispettivamente 1,7 e 2,5 miliardi in più. Nel dettaglio, la regione più penalizzata è la Lombardia (2,2 miliardi in più) seguita a ruota da Veneto (+ 1 miliardo), Emilia Romagna (+904 milioni) e Piemonte (+851 milioni). "Il costo dell’energia elettrica per uso industriale è una delle tante zavorre che frenano la corsa delle imprese italiane", sottolinea il presidente di Confartigianato Giorgio Guerrini. Tra le città, Milano la più tartassata (si pagano 555 milioni di euro in più rispetto alla media europea) davanti a Brescia (+467 milioni), Roma (+447 milioni), Torino (+343 milioni), Bergamo (+293 milioni). Ogni azienda italiana paga in media l’energia elettrica 2.259 euro all'anno in più rispetto alle aziende europee. Il divario con l'Europa sta aumentando se si pensa che tra 2010 e 2011 i rincari per le bollette industriali dell'elettricità sono stati dell’11% contro il +5,9% della media dell'Unione europea.
http://www.liberoquotidiano.it/news/economia/1068987/Le-imprese-italiane-pagano-l-elettricita-10-miliardi-in-piu-l-anno-rispetto-all-Ue.html
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27/08/2012
La magia del Tibet scuote i ricordi Cultura e destino di una civiltà
La magia del Tibet scuote i ricordi Cultura e destino di una civiltà
Nei punti strategici della mia casa, conservo oggetti legati ai miei soggiorni in Tibet. La «psicometria» è una delle arti sensitive dei monaci. Concentrandosi su un oggetto, a volte senza nemmeno toccarlo, il monaco «maestro» capta la storia di colui a cui è appartenuto o appartiene: in certi casi, riesce a far proprio, medianicamente, il pensiero altrui. La psicometria conferma che siamo tutti collegati, al di là dello spazio e del tempo, da una sorta di filo d'Arianna che percorre il labirinto di una creatività comune.
L'amore. Ciascuno porta, dentro di sé, una memoria genetica in cui le vite che hanno preceduto la nostra e di cui la nostra è fatta - dei padri, dei loro millenni - hanno stratificato sentimenti ed emozioni. Un uomo e una donna si attraggono e si innamorano quando esiste, fra loro, un'identità di sentimenti ed emozioni già vissuti da altri, nel tempo, stimolati dal presente. Allora il richiamo è irresistibile. E il bacio, l'amplesso non sono che un modo per ricordare, vivere insieme identità memorabili.
Le visioni. L'ultima volta che mi sono recato in Tibet è seguita alla morte di mio padre. Credo sia l'ultima edizione del Libro tibetano dei morti, appena ripubblicata dall'editore SE, a cura di Giuseppe Tucci, che me l'ha riportato alla mente. Intendevo allora incontrare il monaco maestro, Tashi, per averne vicinanza e conforto. Ho fissato con una piccola telecamera questo incontro. Nessun taglio nella pellicola. Tashi mi venne a dire: «Provo molto dolore per la morte di tuo padre». Io non l'avevo informato, nessuno l'aveva informato ed erano tre anni che non ci si vedeva. La mia prima visione si era verificata proprio con Tashi. Uno dei «poeti» della matematica, Georg Cantor, sostiene che queste visioni portano «al di là di ogni limite», in quella dimensione di infinito contesa fra filosofia e teologia, contrastata dalla fisica, ma possibile e multiforme. Ciascuno se la porta confusamente dentro di sé e può testimoniare di aver provato, almeno qualche volta nella vita, percezioni e precognizioni che hanno smentito l'ordine logico da cui ci sentiamo imprigionati.
Il monastero si specchiava nella natura dell'Himalaya, tutta vertigini ed eccessi. Avevo fatto amicizia, appunto, con Tashi, a cui bastava fissarmi per leggermi negli occhi domande e desideri. Egli si dichiarava pronto a trasformarli in visioni che - mi assicurava - avrebbero avuto la concretezza della realtà. Insisteva. Io facevo resistenza, per un'istintiva paura.
Lo seguivo nel Gön-kang, l'antro cappella di ogni monastero, dove dimorano gli Yi-dam, gli dei tutelari. Mi conduceva a una finestrella da dove si respirava il cielo, la mente colmandosi delle altezze vertiginose: era come se venissi proiettato in quelle distanze. Tashi modulava i gesti, in silenzio, ma i gesti avevano un loro cifrario e così mi indicava che là c'era il Nepal e là si stendeva l'India. Brillavano le stelle, la luna scivolava per i canaloni di ghiaccio, la notte in cui, accanto a Tashi e di fronte alla finestrella, provai nostalgia della nascita delle cose, della mia stessa nascita; la provai afferrando un raggio lunare che rendeva di cristallo una farfalla che mi parve chiusa nel suo sonno, posata sopra un mattone e che d'improvviso prese a riflettere minuscoli bagliori di verde, rosa, oro: un annuncio dell'alba imminente. E subito quel momento si trasformò in visione: la «visione della mia nascita». Tornato in Italia, mia madre mi confermò l'esattezza di ogni dettaglio.
La grande repressione delle guardie rosse. Sul finire degli anni Sessanta. Rivedo la distesa dei monaci a terra. Molti avevano il volto sfigurato, gli occhi tumefatti. Immobili. Si difendevano dal loro dolore con la dignità del pudore, un'immobilità assoluta, mistica. Di fronte, le farfalle che in questa terra sono grandi, di un'incredibile varietà di forme e colori, disseminate a centinaia davanti al monastero, già sveglie, muovevano impercettibilmente le ali, ma non osavano sollevarsi. Formavano un immenso prato vibratile, soggiogate dal timore di turbare, alzandosi in volo, quel momento privilegiato della dignità.
di Alberto Bevilacqua – Corriere della Sera
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AMERICA LATINA CRESCONO LE CITTÀ MA ANCHE IL DIVARIO SOCIALE
AMERICA LATINA CRESCONO LE CITTÀ MA ANCHE IL DIVARIO SOCIALE
Entro il 2050 nove latinoamericani su 10 vivranno in città, secondo il nuovo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per gli insediamenti umani (Un-Habitat) che definisce la regione la più urbanizzata del pianeta. Una crescita, quella delle città – il cui numero è aumentato sei volte in mezzo secolo – che è stata “traumatica, a volte violenta, a causa della sua velocità contraddistinta dal deterioramento dell’ambiente e, soprattutto, da una profonda disuguaglianza sociale”.
L’America Latina è ritenuta fin dagli anni ’70 l’area del pianeta più marcata dal divario sociale – con il 20% della popolazione più ricca che gode di un ingresso pro capite quasi 20 volte superiore al 20% dei più poveri. Tra il 1990 e il 2009 la disuguaglianza è cresciuta in particolar modo in Colombia, Paraguay; sul fronte opposto si situano invece Venezuela, Uruguay, Perù e Salvador.
A pagare il prezzo più alto della disuguaglianza restano i giovani e le donne, in uno scenario profondamente marcato dal cosiddetto ‘lavoro informale’: un fenomeno che ha contribuito anche a mantenere alto il tasso di povertà che nei centri urbani interessa globalmente 124 milioni di persone, principalmente in Brasile (37 milioni) e Messico (25 milioni).
[FB]
http://www.misna.org/economia-e-politica/crescono-le-citta-ma-anche-il-divario-sociale-23-08-2012-813.html
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Una guida per risparmiare / Benzina, bollette, alimentari, vacanze, farmaci e telefono
Una guida per risparmiare / Benzina, bollette, alimentari, vacanze, farmaci e telefono
Dai costi delle bollette alla benzina, dagli alimentari ai farmaci: tutte le mosse per comprare al meglio e non assottigliare il proprio reddito a fine mese
La crisi c’è e si sente. Ma guai a lasciarsi andare al pessimismo: un atteggiamento che rischia di mortificare l’intero mercato dei consumi. Con qualche «trucco» e qualche accortezza, si possono evitare rinunce, specie in campi come salute e cibo. Qui di seguito troverete una serie di «dritte» per far fronte alle esigenze principali della nostra giornata-tipo: dalla spesa al mercato all’acquisto dei farmaci; dal pieno di benzina alla scelta delle vacanze. Senza dimenticare il pieno di benzina e il pagamento delle bollette.
ALIMENTARI
Una volta bastava, forse, dare un’occhiata agli scaffali delle offerte. Oggi è meglio scegliere quali offerte ci interessano di più prima di andare in un supermercato o nell’altro.Come si fa a tener d’occhio tutti i supermercati? Una mano arriva da alcuni siti web congegnati appostaper confrontare i prezzi dei prodotti che preferiamo ( li digitiamo noi, assieme al territorio in cui ci troviamo), e loro - i siti online - ci invitano a scegliere il prodotto più vantaggioso tra quelli che abbiamo sotto casa. Con tanto di marchio e descrizione. Klikkapromo.it e Risparmiosuper.it sono i comparatori online più conosciuti e funzionali in Italia. C’è poi Doveconviene. it che offre anche un sistema di avviso via mail.Non si sceglie solo tra supermercato e supermercato, ma anche, semplicemente, tra mercato e mercato. Persino le applicazioni sugli smartphone, oggi, permettono di consultare i volantini dei mercati del weekend ( quelli dove il risparmio è assicurato, a cielo aperto) più vicini a casa nostra.Un’alternativa che punta di più sulla qualità. Comprare il cibo direttamente da chi lo produce? È questo il vantaggio indovinato dai «Gas» (gruppi di acquisto solidale). I prodotti, acquistati all’ingrosso, scendono notevolmente di prezzo perché le aziende locali non implicano costi sul trasporto, e perché non ci sono intermediari. L’importante è che si proceda «in gruppo». I gruppi d’acquisto solidale in Italia sono più di cinquecento e si organizzano in rete: attraverso il sito retegas.org, avviene lo scambio di informazioni tra i gruppi e la collaborazione si diffonde più rapidamente. Si può aderire a un gruppo già esistente (sono suddivisi per zone, con indirizzi email e altri recapiti) o crearne di nuovi.Stessa faccia, prezzi diversi? I prodotti dei discount sfidano da anni i grandi marchi. Nel reparto «prima colazione», ci sono i sosia più riusciti dei prodotti portati alla ribalta dalle pubblicità. Le catene di supermercati mettono sugli scaffali, col loro marchio, cereali e biscotti molto simili a quelli più conosciuti con altri marchi: e gli ingredienti sono praticamente uguali (soprattutto se il produttore è lo stesso). Il risparmio? Oscilla tra 14% al 34%...
SALUTE
Il mercato dei «coupon» online offre anche prestazioni mediche di vario genere. Cliniche e liberi professionisti che si convenzionano con servizi di acquisto collettivo (Groupon, americano, quello più popolare), e forniscono prestazioni low-cost. Dai ginecologi agli ortopedici, gli sconti offerti arrivano a oltre il 70%. Anche i mercati online (come eBay) offrono aste a basso costo su servizi simili. Non mancano le contestazioni da parte delle rispettive categorie professionali. E non mancano anche i casi di cronaca che danno ragione a chi nutre più di qualche remora a farsi curare in rete.Ma se rispettano le regole del proprio Ordine, se si basano su una «pubblicità trasparente» e le offerte online sono ben organizzate, il Ministero della Salute stesso le considera valide possibilità per risparmiare in sicurezza.Certo, si impone la cautela. E bisogna tener presente che i servizi vengono venduti ma senza fissare il giorno, che va poi prenotato a parte. E spesso le date a disposizione sono limitate.E in farmacia?Il «farmaco generico» (un prodotto, cioè, che contiene lo stesso principio attivo di un altro più noto, ma senza la copertura di quel marchio) ha avuto un incremento sul mercato dal 13% al 50% negli ultimi dieci anni. Un risparmio che può arrivare al 30% per il consumatore.Nel frattempo, proliferano anche le catene odontoiatriche. Vital Dent e The Smile Factory in prima fila. Si tratta di reti internazionali (in Italia, 40 studi per Vital Dent e 13 sedi per The Smile Factory) di cliniche specialistiche: un franchising bastato sulla riduzione di quasi il 40% in media per alcune prestazioni (che vanno dalla pulizia dei denti all'impiantologia e servizi più articolati). Alcuni specialisti raccomandano di diffidare delle competenze e dei materiali offerti a buon mercato; le recensioni sull'igiene e la sicurezza di molti di questi servizi, d'altro canto, incoraggiano ad approfittarne. Soprattutto in tempo di crisi.
BOLLETTE
Come può risparmiare su luce e gas una famiglia di 4 persone che vive in un appartamento di 120 metri quadri in una grande città come Milano? Affidandosi alle offerte online dei big del mercato energetico confrontate dal sito sostariffe.it .Ipotizzando che il consumo di energia elettrica si attesti attorno ai 3.900 Kilowattora annui e che quello di gas si avvicini ai 1.450 metri cubi all’anno si può infatti ricorrere alle tariffe monorarie bloccate proposte sul web. Edison offre la proposta «Luce Zero Sorprese»: 2.750 Kilowatt costano 815,84 euro con un risparmio di 88,5 euro sulla tariffa di maggior tutela dell’Autorità per l’energia (quella per chi non ha mai cambiato operatore pari a 904 euro). Con 18 euro in più dallo stesso operatore si possono acquistare 3.200 Kilowatt e così stare più tranquilli in caso di sforamento. Ottima anche la proposta di Enel: 3.900 Kilowatt a 832,21 euro (risparmio di 72 euro). La stessa quantità di energia è vendita da Eni con «Eni Free» a 865 euro. Non abbiamo preso in considerazione le tariffe biorarie perché nonostante le proposte siano interessanti, molto spesso per pigrizia o negligenza ci si dimentica di utilizzare gli elettrodomestici tra le 19 e le 7 del mattino quando il prezzo dell’energia è più conveniente.Passando al gas, Enel «e-light» gas ci fa pagare i nostri 1.450 metri cubi che utilizzeremo anche per il riscaldamento 1.160 euro (con un risparmio di 150 euro sulla tariffa di maggior tutela dell’Authority). Seguono i 1.180 euro di e.On «gas click». Molto vicine anche le offerte di Edison ( «Web Gas») ed Eni («link») che si attestano rispettivamente a 1.227 e 1.229 euro.Più che agli sconti online, però, bisogna affidarsi al proprio senso di responsabilità. Un risparmio del 30% della bolletta si può conseguire anche coi vecchi consigli della nonna. Primo, spegnere la luce quando non è necessaria. Secondo, sostituire le lampadine a incandescenza con quelle fluorescenti a basso consumo. Terzo, comprare apparecchi a maggiore efficienza energetica (Classe A+ e A++). Quarto, non lasciare gli apparecchi in standby, responsabile di almeno il 10% del consumo complessivo.
TELEFONO
Telefonare è una delle nostre attività preferite. Ma risparmiare si può, identificando quali tipi di chiamate e servizi usiamo più spesso. Occorre mettere al primo posto i nostri bisogni. Se utilizziamo il telefonino soprattutto per parlare con fidanzate, mogli e, soprattutto, con la mamma che è sempre in pensiero, allora quello che ci vuole è un’opzione tariffaria che ci dia chiamate illimitate verso un solo numero di cellulare. Ad esempio, Tim con 2 euro a settimana offre «Tutto Compreso»: chiamate illimitate verso un altro cellulare Tim e 60 minuti gratis verso fissi e mobili d’Italia. Wind ha l’opzione «Noi 2 Unlimited» che con 1 euro a settimana offre chiamate illimitate verso un numero Wind. Vodafone invece in tutti propri pacchetti offre 500 minuti gratis al giorno verso un numero Vodafone. Se, invece, il rapporto con i nostri affetti non richiede una presenza «telefonica» costante, sarà più opportuno orientarsi verso un abbonamento costo fisso mensile con un congruo numero di chiamate, sms e navigazione Internet gratis. «Top Sim 400» di Tre a 15 euro al mese propone 400 minuti di telefonate, 100 sms gratis e 2 Gigabyte di traffico dati. Il piano «Tim senza scatto » per ricaricabile a 23,14 euro al mese garantisce 514 minuti, 1.000 sms e 1 Gigabyte di traffico (oltre alla possibilità di scegliere due opzioni). PosteMobile «0Pensieri Medium» a 24 euro dà 500 minuti, 500 sms e 1 Gigabyte. Vodafone offre invece «Smart 300+» (25,16 euro al mese): 300 minuti, 300 sms e 500 Megabyte. I più pazienti possono aspettare il prossimo 21 settembre quando partirà Bip Mobile, il nuovo operatore mobile virtuale (si chiama così il rivenditore di traffico che si appoggia a una rete di una grande società, in questo caso Tre). «Contiamo di proporre tariffe del 50% più basse rispetto ai concorrenti», spiega il manager di Bip Mobile, Fabrizio Bona, aggiungendo che «il piano tariffario sarà semplice: solo due tariffe, una per la voce e l’altra per i dati». Una delle voci su cui si può risparmiare davvero sono gli sms. Registrandosi su siti comeVodafone.it e Rossoalice.it si possono mandare 10 sms gratis al giorno attraverso il computer o il cellulare connesso alla Rete.
BENZINA
Fino a domani mattina le principali catene di distribuzione carburanti applicheranno gli sconti previsti per i weekend estivi. Nelle stazioni Eni IperSelf (non presenti in autostrada) la verde costa 1,69 euro al litro e il diesel 1,59 euro, con sconti superiori al 9% rispetto al prezzo di vendita applicato al rifornimento servito (cioè effettuato dal benzinaio) e rilevato da QuotidianoEnergia . Superofferte anche da Esso che ha tagliato di 21 centesimi il prezzo ma solo negli orari di chiusura delle stazioni SelfPiù aderenti: il ribasso applicato può superare l’11 per cento.Tagliodi 16 cent anche da Ip su tutta la rete sia in modalità self service che servito. Rispetto alle rilevazioni di QE lo sconto è dell’8,5% per la verde e del 9% per ildiesel. Riduzioni dei prezzi sono previste anche da Q8 e da Shell, quest’ultima sulla rete autostradale.Chi non aspetta il fine settimana per fare il pieno può ricercare un distributore «no logo», ossia le cosiddette «pompe bianche» non appartenenti alla rete della grande distribuzione carburanti e che, quindi, non sopportano i costi pubblicitari dei marchi più noti. Queste stazioni di rifornimento sono situate anche presso i centri commerciali di catene come Auchan, Carrefour, Conad Leclerc e Coop. Secondo i dati forniti da QuotidianoEnergia , lamedia dei prezzi applicati presso i distributori «no logo» è di 1,760 euro al litro per la verde (con un risparmio minimo del 5,5% sui grandi marchi) e di 1,635 euro al litro per il diesel (-6,8% sui big del gasolio). La mappa aggiornata suwww.pompebianche.it.Il vero risparmio, tuttavia, inizia sempre dal comportamento di guida. Ecco, quindi, qualche consiglio per limitare i consumi. Innanzitutto, evitare brusche accelerazioni e brusche frenate, soprattutto quando si guida nei centri cittadini. Controllare sempre la pressione degli pneumatici: gomme gonfie al punto giusto consentono al veicolo di muoversi con minore sforzo. Se l’aria condizionata è in funzione, i finestrini devono restare rigorosamente chiusi. Se è necessario aprirli, bisogna avere l’accortezza di spegnere il condizionatore. Infine, spegnere il motore anche per brevi soste, come quelle al semaforo.
VACANZE
Belli i tempi andati del last minute. Per un periodo, l’incrocio tra il boom delle compagnie aeree low cost e il lancio di offerte dedicate a chi prenotavaall’ultimo istante ha favorito gli amanti della vacanza senza troppa programmazione. Oggi il panorama è cambiato, anche le compagnie «senza fronzoli» cercano di pianificare il «carico» dei propri voli. E non sempre volare low cost è più conveniente. Le tariffe migliori si spuntano volando su percorsi su cui queste aziende gestiscono un traffico massiccio ( vedi Ryanair e Easyjet per l’inghilterra) e viaggiando senza bagaglio.Il vero segreto per cogliere al meglio le nuove caratteristiche del mercato delle vacanze, dunque, è affidarsi alla tecnica dei due tempi:prenotare il volo con grande anticipo e l’albergo all’ultimo minuto. Naturalmente ci si accolla un certo rischio e sicuramente non è la tecnica più consigliata se si punta a ferie in altissima stagione e nelle località più gettonate. Ma se la vostra meta è, ad esempio, nella convenientissima, e non affollatissima, Sicilia o in località di montagna, la tecnica paga. Il rischio vero è che un contrattempo costringa a cambiare data del volo. In tal caso ci si può tutelare acquistando biglietti aerei che consentono di variare la data. Per scegliere l’aereo ci si può affidare a siti come Volagratis. com o Skyscanner.it. Per scegliere l’hotel, invece, meglio aspettare la settimana precedente alla partenza e consultare comparatori comeTrivago.it, o siti specializzati come Venere. com, Expedia.it o Booking.com. Molti albergatori offrono sconti notevoli quando mancano pochi giorni e si rischia di restare con le stanze vuote. Attenzione alle recensioni dei lettori: meglio fidarsi di quelle non troppo positive o negative e provare comunque a contattare l’hotel prima per informarsi sui dettagli.Infine, si diffondono le offerte di viaggi «a coupon» su siti come Groupon o Groupalia (ma attenti alle disponibilità) che si basano su vendite massicce via web concentrate in pochi giorni. E poi ci sono i gruppi di acquisto, che permettono di risparmiare fino al 40%. Più siamo, più alte saranno agevolazioni e sconti: è la (nuovissima) idea diAcquistovacanze.it. Tutta da sperimentare.
Maddalena Camera Simonetta Caminiti Gian Maria De Francesco - Dom, 12/08/2012 - 18:47
http://www.ilgiornale.it/news/economia/guida-risparmiare-benzina-bollette-alimentari-vacanze-829434.html
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Grazie a dieci anni di euro la vita costa il 25% in più: e la colpa è dello Stato
Grazie a dieci anni di euro la vita costa il 25% in più: e la colpa è dello Stato
L'allarme della Cgia di Mestre: dal 2002 inflazione galoppante. Al Sud i maggiori aumenti, ma al Nord carovita più pesante. Gli aumenti maggiori non dai negozianti ma da bollette, trasporti e affitti
In dieci anni di euro il costo della vita per gli italiani è crecuto del 25 per cento e l’impennata non ha riguardato gli alimentari, l’abbigliamento/calzature o la ristorazione, ma soprattutto le bevande alcoliche e i tabacchi, le ristrutturazioni/manutenzioni edilizie, gli affitti delle abitazioni e i combustibili/bollette domestiche, nonchè i trasporti. A confermarlo sono i dati statistici elaborati dall’Ufficio Studi della Cgia di Mestre, che sottolineano come i più colpiti dall'inflazione galoppante siano state le regioni del Sud.
Caro Mezzogiorno - In Calabria si è registrato l'incremento regionale più elevato: +31,6 per cento. Seguono la Campania, con il +28,9%, la Sicilia, con il +27,6%, e la Basilicata, con il +26,9%. Le meno interessate dal 'caro prezzi', invece, sono state la Lombardia, con un’inflazione regionale del +23%, la Toscana, con il +22,4%, il Veneto, con il +22,3% e, ultimo della graduatoria, il Molise, dove l’inflazione è lievitata "solo" del 21,7 per cento. "E' opportuno sottolineare che il maggior aumento dei prezzi registrato nel Sud non deve essere confuso con il caro vita. Vivere al Nord - spiega Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre - è molto più gravoso che nel Mezzogiorno. Altra cosa, invece, è analizzare, come abbiamo fatto noi, la dinamica inflattiva registrata in questi ultimi dieci anni. La maggior crescita dell’inflazione avvenuta nel Sud si spiega con il fatto che la base di partenza dei prezzi nel 2002 era molto più bassa rispetto a quella registrata nel resto d’Italia. Inoltre - prosegue Bortolussi - a far schizzare i prezzi in questa parte del Paese hanno concorso anche il drammatico deficit infrastrutturale, la presenza delle organizzazioni criminali che condizionano molti settori economici, la poca concorrenza nel campo dei servizi e soprattutto un sistema distributivo delle merci molto arretrato e poco efficiente".
I prodotti più colpiti - L’euro ha fatto esplodere i prezzi delle bevande alcoliche e dei tabacchi (+63,7%), quello delle manutenzioni/ristrutturazioni edilizie, gli affitti, i combustibili e le bollette di luce, acqua e gas e asporto rifiuti (+45,8%), nonchè dei trasporti (treni, bus, metro +40,9%). Pressochè in linea, se non addirittura al di sotto del dato medio nazionale, gli incrementi dei servizi alberghieri e della ristorazione (+27,4%), dei prodotti alimentari (+24,1%), del mobilio e degli articoli per la casa (+21,5%), dell’abbigliamento/calzature (+19,2%). "A differenza di quanto è stato denunciato sino ad ora - conclude Bortolussi - con l’avvento dell’euro non sono stati i commercianti a far esplodere i prezzi, bensì i proprietari di abitazioni, le attività legate alla manutenzione della casa, le aziende pubbliche dei trasporti, i gestori delle utenze domestiche ed, infine, lo Stato con gli aumenti apportati agli alcolici e alle sigarette. Ricordo che sul totale della spesa media famigliare, che nel 2011 è stata pari a quasi 30.000 euro, i trasporti, le bollette e le spese legate alla casa hanno inciso per quasi il 50% del totale, mentre la spesa alimentare solo per il 19 per cento".
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