15/08/2012
CIBO Sale l'indice dei prezzi, l'allarme della Fao
CIBO Sale l'indice dei prezzi, l'allarme della Fao
L'indice globale dei prezzi alimentari è salito drasticamente nel mese di luglio, ha annunciato ieri la Fao: e la notizia spinge molti a evocare una nuova crisi alimentare, come quella che provocò tumulti e proteste in mezzo mondo nel 2007-2008.
Il Food Price Index, calcolato ogni mese dall'organizzazione dell'Onu per l'alimentazione, misura la variazione mensile dei prezzi sul mercato internazionale delle derrate calcolato su un «paniere» che include cinque categorie di merci: cereali, semi oleaginosi, prodotti caseari, carne e zucchero.
Lo scorso luglio dunque questo indice è salito del 6%, dice la Fao, dopo tre mesi in cui sembrava calare. Per la precisione ha raggiunto quota 213 punti, 12 punti più che in giugno: è ancora lontano dal precedente picco del febbraio 2011 (238 punti) e ancor più dal record assoluto, i 274 punti dell'aprile 2008. Ma è un segnale allarmante, avverte la Fao, perché sintomo di un quadro di grande instabilità - in quella che l'ecologo Lester Brown definisce «la nuova geopolitica della scarsità di cibo».
A determinare l'aumento dell'indice globale in luglio è stato il rincaro dei prezzi di cereali e zucchero. Più in dettaglio vediamo che hanno inciso da un lato la prospettiva di un pessimo raccolto di mais negli Stati uniti a causa della siccità (che hanno spinto il prezzo del mais ad aumentare del 23% in luglio), dall'altro un crollo nel raccolto di canna da zucchero in Brasile provocato da grandi piogge fuori stagione. Bastano i cattivi raccolti in due paesi a far salire i prezzi su scala mondiale? Sì, se si tratta dei maggiori produttori in un mercato ormai ancorato a poche grandi derrate.
Gli Stati uniti producono circa il 40% dei mais raccolto ogni anno in tutto il mondo. Per ironia, quest'anno il ministero Usa dell'agricoltura prevedeva un raccolto record, 376 milioni di tonnellate. A metà luglio ha abbassato la previsione a 329 milioni di tonnellate, ma ormai le stime più realistiche (che prendiamo da Lester Brown) dicono che saranno ben 100 milioni le tonnellate mancanti. La causa è la combinazione di alte temperature (la prima parte del 2012 è stata la più calda da quando esistono misurazioni, negli Stati uniti) e piogge sotto la norma. Ancora in maggio-giugno la siccità era limita alla parte sud-occidentale degli Stati uniti, ma poi si è estesa a tutto il Midwest e le grandi pianure del nord, che sono le regioni dell'agricoltura intensiva: a metà luglio oltre il 60% del territorio Usa era a secco, la siccità più estesa da oltre mezzo secolo. Un rapporto dell'Accademia nazionale delle scienze degli Usa sul cambiamento del clima paragona le condizioni attuali a quelle che portarono alla grande siccità degli anni '1939: ovvero il disastro umano (oltre che economico) che fu la Dust Bowl, letteralmente «scodella di polvere», che ridusse alla fame i coltivatori dei grandi stati agricoli del Midwest.
Rispetto ad allora, il mercato delle derrate alimentari è diventato molto più interdipendente. Così, la siccità e il rincaro del mais non sono solo un affare statunitense. Dei tre grani più usati nella nostra alimentazione (grano, riso e appunto mais), il raccolto mondiale di mais è di gran lunga il più importante (900 milioni di tonnellate annue, contro 700 e 460 milioni per grano e riso). La differenza è che non viene direttamente mangiato dagli umani ma serve soprattutto per alimentare gli animali da allevamento, dai bovini al pollame: in breve, nei prossimi mesi vedremo in tutto il mondo rincari di carne, uova, prodotti caseari.
Si aggiunga che il prezzo del grano e della soia sono già oggi quasi il doppio di sei anni fa. E il grano è l'altro cereale a rischio più immediato, considerate le condizioni di grande caldo e clima secco nella regione del Mar Nero - Russia, Ucraina e Kazakhstan, che fanno insieme un quarto della produzione mondiale. Nel 2010, quando i raccolti di grano in questa regione crollarono, il governo russo limitò l'export per evitare un rincaro troppo forte sul mercato interno, e questo fece schizzare in alto il prezzo sul mercato internazionale. Inoltre il monsone è stato pessimo in India, e anche in Australia - alto grande produttore di cereali - le piogge sono state scarse. Si aggiunga, infine, che sull'oscillare dei prezzi giocano le speculazioni, e che il peso dei rincari sarà sentito di più dai paesi più dipendenti dalle importazioni: l'allarme della Fao è più che giustificato.
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TAGLIO MEDIO - Marina Forti
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