30/06/2012
Per fame o per soldi: l'epopea dei briganti
Per fame o per soldi: l'epopea dei briganti
Un flagello estraneo al crimine organizzato che infuriò per secoli anche al Nord
Un flagello estraneo al crimine organizzato che infuriò per secoli anche al Nord
Preparavano i bagagli e salutavano le persone care. Ma prima di mettersi in viaggio non si dimenticavano di fare testamento. Nel Settecento e nell'Ottocento succedeva in tutta Italia, da Como alla Calabria. Lo raccontano testimoni del calibro dell'intellettuale campano Giuseppe Maria Galanti o dello scienziato e patriota lecchese Antonio Stoppani, a dimostrazione dei rischi ai quali si andava incontro allora per le strade italiane. Che non pullulavano certo di Tir, né di auto guidate il sabato sera da giovani ubriachi appena usciti dalla discoteca. Ma di briganti. L'Italia ne era piena. Ne è sempre stata piena, finché quello che viene definito il «fenomeno» del brigantaggio non fu stroncato dallo Stato unitario.
La formidabile galleria tratteggiata da Enzo Ciconte nel suo volume Banditi e briganti. Rivolta continua dal Cinquecento all'Ottocento, da poco in libreria per i tipi di Rubbettino, si chiude con il bandito Giuseppe Musolino, detto il «re dell'Aspromonte». Figura a suo modo epica e di fortissima connotazione popolare, al punto da ispirare Giovanni Pascoli per un'ode rimasta poi incompiuta, muore ottantenne nel 1956: dopo quarantacinque anni di carcere e dieci di manicomio. Difficile dire se fosse davvero l'ultimo dei briganti, ma è certo che con lui scompare un mondo che per secoli ha percorso una strada parallela a quella della storia d'Italia. Un mondo fatto di violenza, coraggio, viltà, lealtà, tradimento, avidità, corruzione, egoismo, solidarietà. E le cui origini sono del tutto sconosciute. Ma non le ragioni per cui la penisola italiana ne diventa il terreno fertile. Il fatto è che a partire dal Cinquecento l'Italia è attraversata da scontri sanguinosi, senza soluzione di continuità. Ed è seguendo il filo rosso del sangue e del denaro che il brigantaggio prospera, fino a diventare, nello Stato unitario, un vero e proprio contropotere.
«Nel 1559», racconta Ciconte, «la fine delle guerre d'Italia lascia sul lastrico un numero enorme di persone, abili a combattere, ma che non sono più abituate al lavoro dei campi. Molti di costoro forniscono schiere e schiere di fuorilegge radunati in bande. Non c'è da stupirsi che anche nel Veneto del Seicento molti delinquenti siano soldati, costretti a quella scelta per integrare la misera paga giornaliera». Ma se il fenomeno è diffuso in tutta Italia, è al Sud che tocca l'apice. «La Calabria del Cinquecento produce tanti briganti perché è in quel secolo che la condizione di vita dei contadini e dei diseredati spesse volte raggiunge punte di insopportabilità tali da spingere le popolazioni a scoppi irrefrenabili d'ira violenta contro i baroni e i signori locali». Alle rivolte spesso si univano anche i frati. Una situazione nella quale, ricorda Ciconte, «giganteggia la figura di Tommaso Campanella», che tuttavia non riuscirà a «instaurare una repubblica comunista e teocratica come quella immaginata nella Città del Sole ».
Alcuni briganti sono abilissimi nell'utilizzare a proprio vantaggio i contrasti fra i poteri locali. È il caso dell'abruzzese Marco Sciarra, detto «Flagellum Dei»: nemico pubblico numero uno per lo Stato pontificio; protettissimo dalla Repubblica di Venezia. Né mancano i banditi che si fanno direttamente braccio armato dei potenti e dei nobili, qual è, per esempio, Francesco Marocco detto Tartaglia, ciociaro di Sora, al servizio di Paolo Giordano Orsini. Oppure Pietro Mancino, una specie di Francis Drake pugliese, che per conto dei francesi e del Papa è la spina nel fianco del Regno di Napoli.
Va da sé che per stroncare il brigantaggio non si esitasse a ricorrere a ogni mezzo. Ivi incluse le atrocità. «Di questi tempi è frequente», scrive Ciconte, «trovare agli angoli delle strade i cadaveri, o pezzi di essi, dei banditi orrendamente sfregiati e tagliati in quarti; è un fatto consueto, fa parte del panorama abituale perché tutti sono convinti che l'orribile spettacolo possa essere d'esempio». Un macabro rituale che si ripeterà per secoli, fino alla vigilia dell'Italia unita, nello Stato pontificio.
«Staccato il cadavere, gli spiccai innanzitutto la testa dal busto e infilzata sulla punta d'una lancia la rizzai sulla sommità del patibolo. Quindi con un'accetta gli spaccai il petto e l'addome, divisi il corpo in quattro parti, con franchezza e precisione, come avrebbe potuto fare il più esperto macellaio, li appesi in mostra intorno al patibolo». L'autore di questa sconvolgente descrizione altri non è che Giovanni Battista Bugatti, meglio noto come Mastro Titta: il boia del Papa che per ben 68 anni, dal 1796 al 1864, eseguì le sentenze capitali emesse dal tribunale dello Stato della Chiesa. Aveva 17 anni quando uccise il suo primo uomo, 85 quando chiuse una carriera durante la quale per ben 77 volte aveva squartato un cadavere: fosse quello di un brigante o di un semplice furfante.
Nemmeno le pene più atroci, come la tortura, né le leggi più infami avrebbero tuttavia spezzato il legame, inevitabile, fra briganti e alcuni strati popolari. Ci sono perfino momenti in cui le bande si fanno esercito «di liberazione». In alcune zone del Sud, come l'Abruzzo, i briganti combattono con i sanfedisti per restituire ai Borbone il regno che gli è stato sottratto dai rivoluzionari francesi. Tragica premessa per quella dolorosa pagina storica derubricata per lunghi decenni sotto la voce «repressione del brigantaggio», ma che in realtà ha assunto nel Mezzogiorno dopo il 1861 i contorni di una vera e propria guerra civile.
Nella ribellione al governo giacobino di Gioacchino Murat emergono banditi leggendari, che sono condottieri in piena regola: come Michele Pezza da Itri, detto «Fra Diavolo». Ciconte ci racconta che, con il momentaneo ritorno dei Borbone a Napoli, «mantiene il grado di colonnello, ottiene una pensione ed è nominato Duca di Cassano». Poi tornano i francesi e lo impiccano. Uno dei tanti. «Murat individua nel brigantaggio l'arma più importante usata da inglesi e borbonici contro il suo regno e decide di non accettare più quella situazione», spiega l'autore. Dà quindi una terrificante carta bianca al suo generale Charles-Antoine Manhès: «È una guerra di sterminio che voglio fare a questi miserabili». Ed è quello che accade.
Il problema si ripeterà quando arriverà l'esercito piemontese. Ma «non c'è bisogno dei soldi dei Borbone per accendere la rivolta», commenta Ciconte. «Molti li accendono i galantuomini che con la coccarda tricolore s'insediano nei posti di potere e comandano più di prima... Altri li accende la chiamata alle armi delle quattro classi più giovani e poi una successiva chiamata, per il solo Mezzogiorno, di 36 mila uomini con una ferma che ha durata quinquennale... I giovani meridionali non hanno alcuna intenzione di vestire la divisa del re piemontese. Molti per non fare il soldato si fanno briganti... I boschi pullulano d'altri giovani. Sono i soldati borbonici che rientrano nelle loro case... Gli ufficiali trovano un posto nel nuovo esercito, i soldati no... Ad essi s'aggiungono i soldati dell'esercito meridionale garibaldino che viene sciolto. Molti di loro diventeranno provetti capibanda». Ma senza subire, a quanto pare, il fascino della via mafiosa al crimine.
«Tra brigantaggio, mafia, camorra e 'ndrangheta», afferma Ciconte, «non c'è alcun nesso. In Calabria il brigantaggio non ha interessato l'attuale provincia di Reggio Calabria. In Abruzzo, Puglia e Basilicata ci sono stati briganti, non mafiosi. In Campania il brigantaggio interessa le province di Terra di Lavoro e dei Principati e non la città di Napoli, che è il cuore della camorra». In Calabria «lo scenario delle gesta brigantesche è identico a quello delle lotte contadine. Si può arrivare a dire che... briganti e moti contadini hanno scacciato da quelle terre la 'ndrangheta, ne hanno impedito la formazione».
Fonte corriere della sera
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Il trucchetto delle mangrovie
Il trucchetto delle mangrovie
Da un lato, il ministero delle foreste del governo indonesiano sostiene che le mangrovie sono un ecosistema importantissimo: tanto che il governo si appresta a varare una strategia per la «gestione sostenibile» di questi alberi che, capaci di crescere con le radici a mollo nell'acqua salmastra, crescono lungo le coste marine e le proteggono. D'altro lato il ministero della pesca e degli affari marittimi dello stesso governo indonesiano ha messo nelle sue previsioni di bilancio la conversione di altri 675mila ettari di mangrovie in terreni coltivabili (lo riferisce Irin news, agenzia d'informazione dell'Unnifio Onu per gli affari umanitari): così, un terzo delle mangrovie rimanenti in Indonesia scompariranno. Un ministero protegge, l'altro taglia.
La contraddizione delle mangrovie è sintomatica. l'Indonesia ha circa un quarto delle foreste di mangrovie al mondo. Le sta perdendo, però, al ritmo del 6% annuo; il mondo intero ha perso metà delle mangrovie nell'ultimo mezzo secolo. L'importanza di questo strano albero è riconosciuta. Le mangrovie crescono nelle zone costiere calde e umide, spesso attorno alla foce dei fiumi; le radici vanno sott'acqua e formano con quelle degli alberi vicini un groviglio inestricabile. Questo intrico di radici nell'acqua salmastra ha diversi meriti. Uno è proteggere le coste dall'erosione, e in particolare dall'azione degli uragani tropicali: gli alberi infatti riducono l'energia delle onde di mareggiata e dei venti, proteggendo i villaggi appena all'interno. E non è cosa da sottovalutare, in un paese come l'Indonesia formato da 17.500 isole di cui circa 6.000 abitate, dove la metà degli oltre 230 milioni di abitanti vive lungo le coste, oltretutto in una regione vulnerabile ai cicloni tropicali (23 nel solo 2011). Non solo. L'intrico di radici forma un habitat accogliente per una infinità di molluschi, granchi e piccoli organismi, diventando così un vivaio per molti pesci e altra fauna acquatica.
L'albero fornisce foglie e cortecce utili agli umani. Molluschi eccetera aiutano a decomporre foglie e altro materiale organico, che finisce depositato sul fondo in strati di torba che trattiene grandi quantità di carbonio. Così le mangrovie finiscono per immagazzinate tra 5 e 8 volte più anidride carbonica sottoterra che sopra (nelle foglie), e più vecchia è una foresta, più profondo è lo strato di torba sottostante. Ciò significa che le mangrovie sono essenziali nella lotta al cambiamento climatico: fanno meno dell'1% delle foreste tropicali mondiali, ma la loro distruzione produce 10 volte più di tutte le emissioni di carbonio dovute a deforestazione (che è la seconda fonte di emissioni dopo i combustibili fossili).
Insomma, sull'importanza delle mangrovie è difficile obiettare. Nel 2007 il governo indonesiano ha istituito due centri per la protezione di questi alberi, a Bali e a Medan (Sumatra), che hanno ripiantato rispettivamente 8.000 e 10mila nuove mangrovie tra il 2010 e 2011; per quest'anno l'obiettivo è ripiantarne altre 12mila. Numerose ong sono mobilitate in piccooli progetti. Le mangrovie sono entrate inoltre nel mercato del clima, con paesi europei che finanziano progetti per ripiantarle (ottenendo in cambio «crediti di carbonio» per ripulire la propria fedina climatica). Ma tutto questo non impedisce che continuino a scomparire: perché la pressione a guadagnare terre per l'agricoltura intensiva è fortissima. Un acro di foresta di mangrovie è valutato 84 dollari; lo stesso acro, ripulito e trasformato in piantagione di palma da olio, vale 20mila dollari, spiegava un funzionario del ministero delle foreste (alla National Public Radio, il 30 aprile). Così, un ministero fa piani per proteggere e l'altro fa piani di «sviluppo agricolo»: indovinate quale vince.
Il manifesto
TERRA TERRA - Marina Forti
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Balcani, dalla guerra al bio
Balcani, dalla guerra al bio
L'agricoltura biologica sta prendendo piede nei Balcani, regione che è stata più spesso sulla scena per le cronache di conflitto o di una difficile fase di ricostruzione. Certo, resta una «nicchia», ma sempre più importante: «L'agricoltura biologica nei Balcani rimane ancora marginale ma negli ultimi anni siamo di fronte a una maggiore consapevolezza dei consumatori e a una crescita di tutto rilievo di questo settore», afferma Matteo Vittuari, docente di politiche per lo sviluppo presso l'Università di Bologna. Vittuari è l'autore di un libro sul tema del biologico nei Balcani pubblicato dall'Osservatorio Balcani e Caucaso (Obc), il principale centro di approfondimento in Italia dedicato al sud-est Europa, con sede a Rovereto, e progetto della Fondazione Opera Campana dei Caduti
Ma chi sono i protagonisti del biologico nei Balcani? Luisa Chiodi, direttrice di Obc, li definisce «dei pionieri» («e con il libro vogliamo esserne portavoce», aggiunge). E' una realtà «costituita da attori locali che con coraggio - e nonostante le difficoltà infrastrutturali, economiche e di sostegno istituzionale - si impegnano per sviluppare il grande potenziale delle aree rurali dei Balcani».
Il libro rende conto di una situazione differenziata. Nei Balcani, spiega Matteo Vittuari, «la Croazia sul biologico è il capofila: 1.150 produttori certificati, più di 23.000 ettari coltivati a biologico, la fiera di settore Eko-Etno promossa ogni anno dal 2003 e scaffali dedicati al bio nella grande distribuzione». In Serbia invece è un fenomeno più recente, nota il ricercatore bolognese: il primo regolamento sull'agricoltura biologica è del 2006, nel 2010 i produttori hanno raggiunto le 130 unità per una superficie agricola di 8.500 ettari. Quanto alla Bosnia Erzegovina, che porta ancora le profonde ferite del conflitto, la storia del biologico qui dimostra come a volte la società civile si muova più rapidamente della politica. L'approvazione di una legge quadro continua a essere rinviata ed è grazie a iniziative individuali che sta crescendo il biologico bosniaco. E' il caso dei produttori di funghi bio di ?elinac, o della farina di grano saraceno, delle tinture e del miele dell'azienda Heljda Eko di Sarajevo. Oppure dei sei produttori che erano presenti nel 2010 e 2011 a BioFach di Norimberga, tra le più grandi fiere internazionali del settore. Il libro presenta inoltre approfondimenti su Macedonia, Montenegro, Kosovo e Albania.
Realizzato all'interno del progetto di cooperazione decentrata Seenet, il volume sull'agricoltura biologica nei Balcani è stato presentato presso la sede della Regione Veneto a Venezia lo scorso primo giugno. L'iniziativa intende stimolare una cooperazione europea basata su scelte politiche, produttive e di consumo che ripartono dalle risorse locali, dalla valorizzazione del capitale umano e delle relazioni sociali, nonché dei saperi tradizionali e delle ricchezze dei territori. Il bio nei paesi del sud-est Europa raccontato attraverso interviste ad esperti, schede di approfondimento, analisi statistiche e normative tenendo in particolare considerazione il percorso di questi paesi verso l'Unione Europea. Il tutto in cartaceo o su un Ebook scaricabile gratuitamente dal web (http://www.balcanicaucaso.org/Dossier/Balcani-bio).
Ed è importante: mostra che dopo anni di marginalizzazione dall'agenda politica, anche nell'Europa sud-orientale assistiamo a un graduale ripensamento del ruolo dell'agricoltura e delle aree rurali. Un'attenzione ai territori che questa volta non ha però drammatici connotati nazionalisti. Tutt'altro.
TERRA TERRA - Davide Sighele fonte il manifesto
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Crolla il mercato della casa Compravendite in calo del 19,6%
Crolla il mercato della casa Compravendite in calo del 19,6%
Nel periodo gennaio-marzo il settore residenziale è stato colpito dalla flessione più massiccia da quando, nel 2004, l'Agenzia del territorio ha iniziato a monitorare il settore immobiliare con cadenza trimestrale. Possibile una contrazione ulteriore nei prossimi sei mesi
MILANO - Crolla il mercato della casa nel primo trimestre del 2012: le compravendite del settore residenziale hanno registrato una flessione del 19,6% rispetto al primo trimestre del 2011 passando da 136.780 a 110.021. Lo rende noto l'Agenzia del Territorio nella nota sull'andamento del mercato immobiliare, precisando che si tratta per le case della più brusca caduta tendenziale dall'inizio del monitoraggio trimestrale (2004). Il mercato immobiliare "potrebbe registrare un'ulteriore contrazione anche nel secondo e terzo trimestre" del 2012 a causa della congiuntura economica negativa. E' quanto ha affermato il direttore centrale dell'Osservatorio del mercato immobiliare e dei servizi estimativi dell'Agenzia del Territorio Gianni Guerrieri, presentando la nota sull'andamento del mercato nel primo trimestre 2012.
Il settore residenziale con 110.021 transazioni registrate nei primi tre mesi dell'anno rappresenta il 45% circa dell'intero mercato immobiliare per numero di compravendite e il calo del 19,6% subìto interrompe il trend di crescita rilevato negli ultimi due trimestri del 2011. Altrettanto significativa è la flessione registrata nel settore delle pertinenze (box e cantine), pari a -17,4%: le compravendite passano da 107.593 a 88.894. Continua la contrazione degli scambi anche nei settori non residenziali con il terziario che perde il 19,6% delle transazioni (da 3.259 a 2.618), seguito dal commerciale (-17,6%; da 7.916 a 6.521). Diminuzioni più contenute si rilevano nel settore produttivo (-7,9%) con le compravendite che passano da 2.474 a 2.279. Secondo l'Agenzia del Territorio, "non è ravvisabile una correlazione" tra i dati di riduzione del mercato immobiliare nel primo trimestre 2012 e l'introduzione dell'Imu, la nuova tassazione sugli immobili, decisa con il salva Italia, "praticamente nell'ultimo trimestre 2011".
Il crollo del mercato immobiliare registrato nei primi tre mesi del 2012 a livello nazionale non lascia immuni le otto principali città italiane: il calo più consistente rispetto al primo trimestre 2011 si è registrato a Palermo (-26,5%) e a Genova (-21,8%). A Roma e Firenze le transazioni sono diminuite rispettivamente del 20,6 e del 21,1 per cento, molto elevati i cali anche a Bologna (-18,4%) e Torino (-18,1%). Più contenuta la flessione delle compravendite a Milano (-10,7%) e a Napoli (-9,8%).
Fonte repubblica
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29/06/2012
SUD SUDAN SENZA IL PETROLIO COSTRETTI A PRESTITI E CONCESSIONI
SUD SUDAN SENZA IL PETROLIO COSTRETTI A PRESTITI E CONCESSIONI
Prestiti esteri o da banche private ma anche la vendita di concessioni petrolifere e minerarie: sono le misure per far cassa ipotizzate dal governo del Sud Sudan, alle prese con lo “shock senza precedenti” determinato dal blocco delle esportazioni di greggio.
La possibilità di ricorrere a prestiti o a vendite di concessioni è stata evidenziata dal ministro delle Finanze, Kosti Manibe Ngai, nel discorso con il quale mercoledì ha presentato in parlamento il disegno di legge di bilancio per l’anno fiscale 2012-2013.
Nel documento le spese dello Stato sono fissate a sei miliardi e 400 milioni di sterline, circa un miliardo e 30 milioni di euro. Solo al pagamento degli stipendi dovrebbero essere destinati due miliardi e 900 milioni di sterline.
Il blocco delle esportazioni di greggio è stato deciso a gennaio nell’ambito di un contenzioso sulle tariffe per l’uso degli oleodotti del Sudan, indispensabili per raggiungere i mercati internazionali. La misura ha privato gli ex ribelli al potere a Juba di circa il 98% delle entrate, costringendoli a trovare in tempi brevi nuove fonti di finanziamento. Secondo Manibe, infatti, le riserve di valuta estera a disposizione dello Stato “non dureranno tutto l’anno”. Si spiega così l’ipotesi della richiesta di prestiti e della vendita di concessioni per lo sfruttamento delle risorse naturali. “Questi prestiti – ha detto il ministro – non sono garantiti e potrebbero non essere offerti a tassi d’interesse accettabili; se non dovessero esserci nuove fonti di finanziamento, saremo costretti a disporre un’ulteriore riduzione delle spese”.
Il Sud Sudan è diventato indipendente da Khartoum nel luglio scorso, dopo una guerra civile ultraventennale. Il controllo dei pozzi di petrolio e le tariffe richieste da Khartoum per l’uso degli oleodotti hanno alimentato tensioni sfociate a marzo e aprile in bombardamenti e scontri lungo la frontiera comune.
[VG]
Fonte misna
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BRASILE A cena con un re
BRASILE A cena con un re
Il Cacique del popolo Kuikuru mangia lentamente e non tralascia la conversazione. E' curioso di ciascuno di noi e s'informa. Non è una cena di gala, come meriterebbe un capo come lui, ma un pasto collettivo nel verde cortile del nostro piccolo condominio in stile coloniale, a Rio de Janeiro.
Il capo Tabata e la sua gente, uomini, donne, bambini e vecchi, hanno viaggiato due interi giorni dalla regione del grande fiume Xingu, nel Mato Grosso, per arrivare a Rio, invitati dal governo del Brasile che con la presenza dei popoli nativi nei loro costumi tradizionali vuole dimostrare la propria cura della natura e dei suoi primi abitanti e custodi.
Arrivati a Rio, però, le autorità non hanno trovato di meglio che stipare centinaia di persone arrivate da ogni angolo dell'Amazzonia nel «sambodromo», usato di solito nel carnevale dai gruppi di samba per concentrarsi e partire. Un'orrenda struttura di cemento grigio, spoglia, priva di servizi adeguati e soprattutto senza neppure un letto. Così, quelle stesse persone che al mattino sotto le tende della «Cupola do Povos» fanno da fiore all'occhiello al Brasile, alla sera sono costrette a ritirarsi sotto gli archi di cemento del sambodromo e dormire per terra, senza neppure potersi lavare. Sono abituati, avrà pensato qualche funzionario del governo. Ma una cosa è dormire al villaggio nelle amache o sulle stuoie, un'altra sdraiarsi sulle mattonelle fredde di un palazzaccio di Rio. Le stesse persone, gli stessi gesti, che al villaggio sono segno di armonia e dignità, qui diventano segni di miseria, espropriazione, perdita d'identità.
A peggiorare la situazione ci si è messo un vento freddo che si è levato sabato ricordandoci che da questa parte del pianeta è inverno. Così abbiamo trovato ieri sera capo Tabata e la sua famiglia: la pelle d'oca sotto le pitture tradizionali in rosso e nero, i bambini che battevano i denti, la prospettiva di dormire sul pavimento e non saper come trovare almeno qualche coperta. Così il piccolo condominio d'intellettuali amici dell'Amazzonia in cui vivo si è mobilitato. Iara, antropologa, ha spedito sua figlia a comprare coperte, Beth, documentarista, ha saccheggiato i materassini che aveva in casa, tutti gli altri hanno preparato una cena adeguata per accogliere un re.
Tabata racconta piano del suo popolo. Caccia, piccola agricoltura, soprattutto pesca: «Un tempo facevamo con le frecce, oggi usiamo maschera e fucile subacqueo» mette subito in chiaro il cacique, in modo che soprattutto io, arrivato fresco dall'Europa, non mi faccia troppe illusioni esotiche.
Tabata è un grande capo che ha cambiato la cultura del suo popolo con un azzardo che nessun politico moderno rischierebbe: ha riguardato il senso della vita e della morte e un tabù radicato che a uno sguardo esterno sarebbe sembrato immodificabile. Il tabù è quello per cui da una famiglia Kuikuru non possono nascere gemelli. Quando accadeva, solo il primo nato veniva fatto sopravvivere, il secondo era subito ucciso e sepolto. E' durato per secoli, finché non è arrivato Tabata a capo del suo popolo e finché sua moglie non ha partorito due gemelli. Alla vigilia del parto Tabata si è ritirato in una profonda riflessione, poi ha riunito gli anziani del villaggio e ha comunicato la sua decisione: i miei gemelli vivranno e da oggi vivranno tutti i gemelli e le gemelle che nasceranno nel nostro popolo. Rischiava la sua autorità, forse la sua vita. I vecchi hanno accettato, la tradizione si può cambiare, anche quella che sprofonda nei secoli. Oggi Tabata è un grande capo, che ha deciso un nuovo inizio, ha avuto il coraggio di scegliere la vita contro la morte per il suo popolo. E' una persona così che il governo brasiliano prima attira a Rio e poi fa dormire per terra.
Dopo la cena Tabata è partito, ma senza fretta. Prima ha abbracciato lungo tutte e tutti noi, uno per uno, e per ciascuno ha avuto una parola gentile. Se n'è andato nella notte fredda di Rio camminando come cammina un re.
Il manifesto
TERRA TERRA - Riccardo Dello Sbarba
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Il progetto di sicurezza alimentare nell'Egitto dove dilaga la malnutrizione
Il progetto di sicurezza alimentare nell'Egitto dove dilaga la malnutrizione
L'INIZIATIVA DELLA FAO
Il tasso di disoccupazione giovanile e femminile è stimato a circa il 25 per cento, molto al di sopra della media nazionale. Allo stesso tempo, indagini sulla salute pubblica hanno mostrato come la malnutrizione sia la causa alla radice di circa un terzo delle malattie che colpiscono il bambini sotto i cinque anni. Si punto sull'aumento della produzione alimentare, l'educazione alla nutrizione per donne e giovani
ROMA - La FAO 1 ha annunciato oggi il lancio di un nuovo progetto di sicurezza alimentare e nutrizionale in favore delle donne e dei giovani egiziani. Il progetto è finanziato dal governo italiano. Il tasso di disoccupazione giovanile e femminile in Egitto è stimato a circa il 25 per cento, molto al di sopra quindi della media nazionale pari al 10 per cento. Allo stesso tempo, indagini sulla salute pubblica hanno mostrato come in Egitto la malnutrizione sia la causa alla radice di circa un terzo delle malattie che colpiscono il bambini sotto i cinque anni d'età. Il progetto mira a migliore la sicurezza alimentare e nutrizionale attraverso l'aumento della produzione alimentare, l'educazione alla nutrizione per donne e giovani ed il rafforzamento delle capacità delle istituzioni nazionali e decentrate.
L'auto aiuto. Il progetto avvierà delle Scuole Agricole di Campo e di Vita per Giovani ed Orti Comunitari Modello che offriranno a giovani e donne l'opportunità di gestire la propria microimpresa di produzione alimentare. Essi impareranno a coltivare alimenti e ad allevare piccoli animali e potranno così migliorare il reddito delle proprie famiglie vendendo i prodotti alimentari in surplus. Ulteriore formazione sulla produzione di fertilizzanti organici, inoltre, permetterà alle famiglie di evitare l'acquisto di costosi fertilizzanti. La formazione includerà anche temi quali: la trasformazione e la conservazione di alimenti; la gestione del budget familiare; la registrazione delle spese; microcredito ed opportunità di risparmio; tecniche di miglioramento nella preparazione e nelle pratiche di consumo di alimenti; sicurezza e igiene degli alimenti.
L'educazione alla nutrizione. Il progetto prevede una componente di educazione alla nutrizione. In particolare, in associazione con le comunità locali, verranno intraprese una serie di iniziative educative e di comunicazione (Behaviour Change Communication programs) volte a promuovere migliori pratiche alimentari. Allo scopo di ridurre la malnutrizione minorile, queste iniziative promuoveranno la diversificazione e l'igiene degli alimenti, la pianificazione familiare, l'allattamento al seno e pratiche complementari di allattamento. Il progetto utilizzerà anche radiodrammi, spot radiofonici, video ed eventi per promuovere messaggi di educazione alla nutrizione, mentre Cucine Comunitarie offriranno alle donne l'opportunità di incontrarsi regolarmente ed utilizzare le conoscenze acquisite per preparare pasti sani con frutta e verdure prodotte nei loro orti.
La formazione per funzionari del governo. A loro volta, anche personale dei governi locale e nazionale e lavoratori delle comunità locali riceveranno corsi di formazione sulla produzione di alimenti e sulla nutrizione. Ciò permetterà loro di acquisire familiarità con temi legati appunto alla nutrizione, alla salute, alle pratiche di miglioramento delle abitudini alimentari e ai metodi di produzione familiare di alimenti.
Fonte repubblica
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28/06/2012
Tomaso Kemeny La poesia è viva (e alimenta la vita)
Tomaso Kemeny La poesia è viva (e alimenta la vita)
Per nostra fortuna di lettori, esistono ancora libri di poesia che ci comunicano un fortissimo senso di vitalità e di gioia. Sono rari, e per questo i benvenuti, da festeggiare.
E da festeggiare oggi c'è un libro come questo appena uscito di Tomaso Kemeny, illustre anglista e protagonista delle vicende poetiche degli ultimi decenni, intitolato Poemetto gastronomico e altri nutrimenti (Jaca Book, pagg.146, euro 13). Il testo che dà il titolo al volume, che in apparenza ha l'aria di una performance virtuosistica e stravagante, è in realtà un monumento all'idea di poesia del mitomodernismo, il movimento lanciato anni fa proprio sulle colonne di questo giornale e di cui Kemeny è un interprete decisivo.
Kemeny, che con il suo La Transilvania liberata, onirico e utopico, è diventato un ispiratore anche politico del risveglio nazionale nel paese d'origine dei suoi avi, l'Ungheria, qui tocca tasti e toni diversi, festosi, ebbri, dionisiaci, e si consacra alla celebrazione della civiltà italiana, in particolare della sua musica, del suo vino e della sua cucina. In lui si risveglia Dioniso, con l'allegria del Bacco in Toscana di Francesco Redi, ma con la voce di Gioacchino Rossini, una originalissima voce poetica fatta di note acute e gravi, di romanze e cabalette, che prepara: «spaghetti con mozzarella/ riunendoli in una padella/ alla salsa di pomodoro» e da lì tutta una serie di ghiottonerie. Insieme a Dioniso, ispirano il poeta Eros e Demetra che offre «maccheroni con le sarde, per la gioia/ delle maliarde, lasagne al prosciutto/ a chi patisce un recente/ lutto». Il poeta, leggero «come mongolfiera» chiama a raccolta i vini insieme ai cibi, e sfilano nei versi Barolo e Sciacchetrà, Vernaccia a Valpolicella, Frascati e Greco di Gerace. Mai la poesia italiana contemporanea si era abbandonata a ritmi più orgiastici e scatenati.
Il resto del volume contiene poesie sparse, di non minore intensità e novità. Kemeny si stringe ai suoi maestri, da Byron (da lui magistralmente tradotto) a Foscolo sino a quelli novecenteschi, Breton e Joyce, ed evoca l'ombra di Henry Miller, che la cultura tetra e perbenista di oggi sembra avere rimosso. Troviamo canti corali sul ritorno della Primavera, poesie di amore cosmico come quella dall'attacco bellissimo: «Ai primi fremiti dell'aurora/ ti bacio e il mondo s'infiora», versi sobriamente commossi dedicati agli affetti familiari, alla moglie Luisetta, ai figli Giorgio e Alessandra. Kemeny abbraccia davvero l'universo, in questo libro, con una varietà e ricchezza di stili che lascia ammirati.
E questo poeta così attratto dalle superfici fisiche, sensuali della vita, così radicalmente laico e trasgressivo, così carico di una ironia giocosa che non cancella nessun entusiasmo vitale, è capace di innalzare una preghiera come questa: «Vieni tu che sei incorporeo e sei tutti i corpi/ vieni gloria inespressa di tutte le cose/ non abbandonare la terra alla desolazione/ sii la porta di tutte le nostre aurore».
fonte il giornale
di Giuseppe Conte - 19 giugno 2012, 08:00
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Niger “TUTTO TRANNE SVILUPPO” …UNA TESTIMONIANZA DA NIAMEY
Niger “TUTTO TRANNE SVILUPPO” …UNA TESTIMONIANZA DA NIAMEY
“Del buon uso del popolo nigerino
…Siamo, senza dubbio, un paese sicuro, un paese d’avvenire con prospettive certe di crescita, un clima propizio per gli affari e un notevole impegno a lottare contro la corruzione, i traffici illeciti e il riciclaggio di denaro sporco…Potete essere sicuri di trovare in noi dei partners affidabili, impegnati e aperti, un popolo disciplinato e lavoratore, impegnato a mettere solide basi per uno sviluppo economico sostenibile. La nostra ambizione è quella di far rinascere il Niger…
E’ la conclusione del discorso che il presidente del Niger, Mahamadou Issoufou, ha pronunciato al Forum Internazionale di Londra per gli investimenti in Niger il 14 giugno scorso. Appena due giorni prima aveva incontrato il nuovo presidente della Francia, François Hollande.
Quest’ultimo aveva promesso che i lavori di sfruttamento dell’uranio nel nuovo sito in Niger sarebbero stati accelerati. Questo nuovo cantiere farà del Niger uno dei paesi principali di esportazione del minerale di uranio al mondo. La compagnia francese Areva, statale, ringrazia.
Anche i politici ringraziano per la nuova manna. Peccato nessuno parli delle condizioni di lavoro degli operai nel nuovo cantiere, fino a 12 ore al giorno e di un recente sciopero di denuncia delle condizioni di lavoro. Peccato pochi denuncino i danni, praticamente irreversibili, sulle persone, la terra e l’acqua in tutta la zona e l’espulsione dei Tuareg. La militarizzazione dell’area non è casuale e non è solo giustifica con la lotta al terrorismo internazionale. Essa è sostanzialmente funzionale agli interessi di Areva e delle ditte ad essa collegate. Qualche settimana fa questa l’impresa è stata condannata a risarcire la famiglia di un impiegato (francese) che, esposto senza le dovute precauzioni alle radiazioni di uranio, è deceduto a causa di un tumore.
Le velleità di avere riparazioni analoghe per le decine di nigerini che hanno subito la stessa sorte non hanno superato la cronaca giornalistica. Forse anche questo ha fatto parte dell’accordo tra i due presidenti per sveltire i tempi di finitura del cantiere di Imouraren. Il neo-colonialismo continua e prospera con la benedizione delle élites locali che sguazzano nei milioni che vengono loro elargiti. Il popolo è ‘disciplinato e (soprattutto) lavoratore’, per gli interessi della Francia e dell’Occidente.
Anche le spese militari, con buona pace della carestia in atto nel paese, le scuole inesistenti, la sanità soffocata dai debiti e dall’incuria, sono state recentemente aumentate. L’Assemblea nazionale del Niger ha rettificato verso l’alto la spesa destinata alla difesa per l’anno in corso. Essa passa a 2,47 miliardi di dollari, con un aumento di 84 milioni rispetto al precedente bilancio. Con buona pace e tranquillità di tutti, visto che al parlamento il potere gode della maggioranza assoluta e il popolo appare lontano. Sullo sfondo l’arrivo di una cinquantina di esperti militari dell’Occidente completano il quadro o quasi. Infatti sembra che gli Stati Uniti abbiano basi aeree militari occulte in grado di monitorare i movimenti dei gruppi terroristici che operano nel Sahel. Il deserto è diventato, ormai da tempo, una imponente autostrada per armi, droga, traffici umani e soprattutto lucrativi affari per chi può permettersi di farli, politici compresi.
Sono invece i caschi blu nigerini a morire. E’ alle 18 ora locale del venerdì 15 giugno quando i corpi dei 7 militari arrivano all’aeroporto di Niamey. Erano stati uccisi in un’imboscata al confine tra Liberia e Costa d’Avorio lo scorso 8 giugno. Sette bare che tornano alla polvere dalla quale erano venute.
Allo stesso tempo l’Unione Europea contribuisce alle spese generali del paese con una somma di 22 milioni di euro e di altri 10 milioni di euro come contributo per la crisi alimentare. Naturalmente l’Unione Europea accorda un’importanza particolare ai settori sociali, all’educazione e alla salute.”
[Padre Mauro Armanino, Niamey]
Fonte misna
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La geografia delle baraccopoli popolate da richiedenti asilo
La geografia delle baraccopoli popolate da richiedenti asilo
Le sacche metropolitane di marginalità fotografate dalle Caritas 1 di Roma, Firenze e Milano in collaborazione con il Centro Astalli 2 (progetto finanziato dal Fondo Europeo per i Rifugiati): 520 interviste a richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale in 8 insediamenti spontanei. Il sistema italiano non garantisce un'adeguata accoglienza
ROMA - Ponte Mammolo, a Roma; Slataper a Firenze; ex scalo ferroviario di Porta Romana, a Milano. Eccole le baraccopoli italiane del terzo millennio: ad abitarle migliaia di richiedenti asilo e rifugiati (1.500 solo nella Capitale) in gran parte disoccupati (l'88%) e incapaci di esprimersi adeguatamente in italiano.
La ricerca. A fotografare le sacche metropolitane di marginalità è una ricerca curata dalle Caritas 3 delle tre città in collaborazione con il Centro Astalli 4 (progetto finanziato dal Fondo Europeo per i Rifugiati): 520 interviste a richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale in 8 insediamenti spontanei di Roma, Milano e Firenze.
Gli insediamenti spontanei. Nelle grandi città italiane molti rifugiati vivono infatti in "insediamenti spontanei": vere isole di emarginazione, spesso a pochi metri da stazioni e centri commerciali. In questi insediamenti le condizioni abitative sono "al di sotto di ogni standard minimo accettabile in relazione alla salute e alla sicurezza". La situazione più problematica è quella di Roma, dove si stima che negli insediamenti spontanei vivano complessivamente 1.200-1.500 persone. Nella Capitale sono state monitorate la baraccopoli di Ponte Mammolo, la tendopoli della Stazione Ostiense (poi sgombrata nell'aprile 2012) e alcuni edifici della Romanina, Collatina e del Centro Ararat a Testaccio (un centro culturale autorizzato). A Firenze, oggetto della ricerca sono stati gli edifici in via Luca Giordano e Slataper. A Milano la tendopoli dell'ex scalo ferroviario di Porta Romana.
L'accoglienza inadeguata. Stando alla ricerca, il sistema italiano non garantisce un'adeguata accoglienza a tutti coloro che ne avrebbero diritto: "Troppo disomogenee sono le misure messe in campo, troppo episodici e parziali gli interventi per l'integrazione". E i posti disponibili sono insufficienti. "Si deve fare di più, puntando soprattutto sulle misure che favoriscano l'inclusione lavorativa (oltre l'88% degli intervistati attualmente non è occupato) e la formazione (il 42% conosce troppo poco la lingua italiana)". I rifugiati (oltre il 75% degli intervistati è titolare di protezione internazionale e l'11,3% ha ottenuto la protezione umanitaria) sembrano aver maturato una profonda mancanza di fiducia nei confronti di uno Stato che "commette ingiustizie" e non riesce a "garantire ai rifugiati gli stessi diritti che hanno negli altri Paesi europei".
Gli interventi emergenziali. Non è tutto. Negli anni si è infatti assistito al ciclico ripetersi di emergenze, "affrontate con la moltiplicazione di servizi di bassa soglia gestiti centralmente dallo Stato, che il più delle volte non hanno visto alcun coinvolgimenti degli Enti locali sul cui territorio le persone venivano dislocate". Il risultato? "Il fatto che circa il 37% degli intervistati è arrivato in Italia con gli sbarchi del 2008 e oggi vive in un insediamento spontaneo rivela che tali interventi hanno aumentato la probabilità che il titolare di protezione internazionale "esca dai radar" dei percorsi d'integrazione".
di VLADIMIRO POLCHI fonte repubblica
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Mancati pagamenti tra imprese in cinque mesi crescita del 47 %
Mancati pagamenti tra imprese in cinque mesi crescita del 47 %
Alla base il crollo dei consumi, la stretta ai prestiti bancari e i crediti della Pubblica amministrazione congelati. I dati elaborati da Unimpresa su 130 mila aziende
E' allarme rosso sui mancati pagamenti fra le imprese: nei primi 5 mesi del 2012 sono cresciuti del 47%. Le aziende non incassano più e le fatture da pagare restano nel cassetto. Lo rivela un'indagine di Unimpresa che individua tre motivi in particolare: il crollo dei consumi, la stretta ai prestiti bancari e i crediti della Pubblica amministrazione congelati.
L'indagine è stata condotta incrociando i dati delle 130.000 associate di Unimpresa, raccolti nelle 60 sedi sul territorio nazionale, con le informazioni estrapolate da alcune basi dati pubbliche e provate. Dallo studio emerge un quadro sostanzialmente omogeneo in tutta la Penisola, con una crescita della percentuale di mancati pagamenti leggermente più alta al Mezzogiorno (49,4%) rispetto al Centro-Nord (45,3%). Quanto ai settori economici, in cima alla "classifica" c'è l'edilizia, poi il commercio, l'artigianato, la piccola industria e l'agricoltura.
La spirale negativa, si legge nella nota di Unimpresa, si fonda su tre ragioni principali, che hanno portato, tra altro, il Paese in recessione. La crisi ha anzitutto fatto crollare i consumi, modificando i comportamenti delle famiglie che ricorrono alla spesa low cost ormai in maniera sistematica per arrivare alla fine del mese: nel carrello della spesa finiscono solo le offerte speciali e i prodotti scontati, con il risultato di un crollo del fatturato che parte dal piccolo commercio e dalla grande distribuzione e arriva a investire l'intera filiera produttiva, trasporti inclusi. La seconda ragione sta nella crisi di liquidità innescata dalla stretta al credito da parte delle banche.
Il terzo fattore che contribuisce a bloccare i pagamenti fra le imprese è il congelamento dei crediti che le stesse imprese vantano nei confronti della pubblica amministrazione: una montagna di 70 miliardi di euro non erosa dalle recenti manovre del Governo, ambiziose ma di difficile attuazione.
Secondo il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi, "siamo sempre più vicini al baratro: dobbiamo constatare giorno dopo giorno che si stanno avverando tutte le nostre previsioni".
"E mentre il Paese affonda prendiamo atto che al Governo interessano di più le faccende internazionali. E' chiaro che la svolta passa anche per una ricetta unica dell'Unione europea, ma nel nostro Paese esistono malattie particolari che richiederebbero medicine ad hoc. E si tratta di misure urgenti, senza le quali - afferma - alle fine di quest'anno potremmo fare i conti con un quadro devastante. A nostro giudizio il ciclo economico può ripartire anche ricorrendo a importanti investimenti pubblici, da rilanciare in tempi rapidissimi", conclude Longobardi.
Fonte repubblica
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27/06/2012
Ernst Jünger nel grembo segreto della madre terra
Ernst Jünger nel grembo segreto della madre terra
All’inizio del De anima, discutendo le concezioni dei pensatori presocratici che ponevano a principio di tutte le cose o l’acqua (Talete) o l’aria (Anassimene) o il fuoco (Eraclito), Aristotele constata: “Tutti gli elementi hanno avuto un avvocato difensore, tranne la terra”. Nemmeno Aristotele, tuttavia, intende prendere le parti del più povero degli elementi. Per oltre duemila anni la tradizione razionalistica occidentale ha lasciato la terra – fredda, secca, ricettacolo delle determinazioni materiali, sensibili, inferiori, e perciò svalutate rispetto a quelle nobili ed elevate dello spirito – senza avvocati.
Questo lungo abbandono è stato interrotto nel Novecento da tre eminenti difensori: Heidegger, Schmitt e Jünger. Il primo ha valorizzato la terra come categoria filosofica nel saggio L’origine dell’opera d’arte (1935/36). Il secondo ha messo in luce il radicamento terrestre dell’uomo e del diritto nel racconto Terra e mare (1942), scritto per la figlia Anima, e nel trattato sul Nomos della terra (1950). Il terzo ha riabilitato la dimensione ctonia e tellurica dell’Essere nel saggio Al muro del tempo, che fu in parte tradotto da Evola e che ora Adelphi pubblica integralmente in una superlativa versione di Alvise La Rocca e Agnese Grieco, curata da Roberto Cazzola (pagg. 283, lire 34.000).
Si tratta, dopo Il lavoratore, del più importante testo speculativo di Jünger. Uscì nel 1959, alla fine di un “decennio filosofico” di intense riflessioni e straordinaria produttività, ma segnato dalle insistenti visite dell’”angelo della malinconia”. A descrivere tale situazione ricorrono nei suoi diari due parole: tristitia, cafard. In una lettera del 1958 di Gretha, la prima moglie, si legge: “Le depressioni perdurano. È un continuo girare in circolo su se stesso, che coinvolge praticamente tutto… Una pesantezza plumbea grava su lui e sulla casa… Non so che ne sarà di tutto ciò… Comunque, poco o nulla si può cambiare. Posso solo tentare di arginare queste ondate di tetra malinconia”.
Michael Klett, il suo editore, ricorda che “per un anno intero si alzava la mattina e, vestito come per andare in società, passava la giornata seduto in poltrona con lo sguardo fisso davanti a sé”. Per uscirne, a volte si metteva a osservare intensamente un fiore; oppure marciava per ore e ore nella pioggia, nel vento o nella neve, fino allo stremo; e si sottoponeva a una regola di vita monastica. Al muro del tempo sgorga dunque da un abisso. Ma la scrittura converte il de profundis in audaci slanci speculativi. Che cosa sono il tempo, la storia, il destino? Come può l’uomo, che li attraversa e ne è attraversato, conferire loro un barlume di intelligibilità? Inanellando pensieri e ragionamenti che spaziano da un capo all’altro dello scibile, dall’ astrologia alla metafisica, dalle scienze naturali alla storiografia, dal mito alla filosofia della storia e alla teologia, Jünger scruta il divenire del cosmo e i suoi ritmi per determinare il senso dell’apparizione principesca dell’uomo. Che posto occupano nell’evoluzione del Tutto le res gestae, le magnifiche sorti e progressive? Jünger guarda alla storia del genere umano come a un capitolo della storia della terra: “rinaturalizza” la storia, riporta il tempo della vita umana al suo letto geologico e considera l’umanità come un’efflorescenza della crosta terrestre.
Ad aprire questa prospettiva è l’astrologia. Non tanto per il preteso influsso degli astri sulla nostra vita, ma perché l’astrologia ci familiarizza con le rivoluzioni celesti e i cicli della terra, ristabilisce un collegamento – occultato dalla civilizzazione tecnica – con il ritmo del grande orologio primordiale. Il tempo e la storia dell’uomo eccedono, è vero, la naturalità, eppure affondando in essa le loro radici.
E se la comparsa del genere umano rende unica la terra, osservato dalle immense distanze cosmiche con cui l’astronomia ci sgomenta esso appare come un breve respiro della natura. Se, come insegna Vico, la storia è un factum, un prodotto dell’uomo, è altrettanto vero che quest’ultimo è parte della terra, un brulichio che anima la superficie del globo.
Proprio nell’anno di pubblicazione dell’opera, Jünger diede vita a un progetto che lumeggia questo suo sforzo speculativo. Con Mircea Eliade fondò e diresse fino al 1971 la rivista Antaios, che ambiva a fornire una “mitografia delle forze cosmiche”. Essa raccolse una straordinaria serie di indagini sul mito, la religione, l’arte, la cultura, sotto il patrocinio di Anteo, il gigante che diventava invincibile quando poggiava i piedi sulla Madre terra, e che Eracle riuscì ad uccidere solo sollevandolo dal suolo.
La Terra è dunque il grembo che genera l’uomo, il fondo da cui egli trae le sue forze ed energie, la nutrice che lo alimenta e lo protegge. È una sorta di “trascendenza naturale” che fa da contrappeso alla Tecnica, quando quest’ultima diventa fattore di nichilismo, cioè quando consuma ed erode le risorse simboliche e naturali dell’uomo, provocando impoverimento, diminuzione, perdita.
A rigore, dal punto di vista della Tecnica e del Lavoratore non si dà nichilismo: “Semplicemente si scorge il Nuovo e vi si prende parte”, senza voltarsi indietro e preoccuparsi di che cosa ne derivi, un’edificazione o una distruzione. Qui invece la prospettiva è mutata: le trasformazioni e le accelerazioni cui la Tecnica sottopone l’uomo appaiono sotto il segno dei prossimi Titani, sono prodromi di una nuova età del ferro sfavorevole allo spirito. Qui “Dio si ritira” (L. Bloy), e lo svanire della fede, la sparizione dell’Antico, non lascia come risultato il nulla, bensì “un vuoto, con la sua potenza di risucchio”, dunque un’inquietudine e un bisogno. È quanto occupa le ultime riflessioni jüngeriane, le Prognosi per il XXI secolo (ora nel primo supplemento dei Sämtliche Werke, Klett-Cotta, pagg. 624).
Eppure, come in Oltre la linea, Jünger guarda con ottimismo alla transizione verso la nuova epoca, fiducioso che lo spirito non soccomberà. E coniuga la dottrina gioachimita dei tre Evi storici, del Padre, del Figlio e dello Spirito, con l’antica concezione astrologica, basata sulla precessione degli equinozi, secondo cui dopo l’Età dell’Ariete e quella dei Pesci entreremmo nell’Era dell’Acquario, che sarà “una grande epoca dello Spirito”.
Si capisce allora la conclusione cui Jünger approda: vero interlocutore della Terra non è l’intelletto con i suoi titanici progetti, ma lo Spirito come potenza cosmica. E si capisce il temerario intento segretamente sotteso a tutta l’opera: risalire all’indietro le tappe che Comte aveva assegnato allo sviluppo del sapere umano, dalla scienza alla metafisica fino a ritrovare la religione e il mito, con le loro potenti immagini.
* * *
Tratto da Repubblica del 21 marzo 2000.
di Franco Volpi fonte la repubblica
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MALI TRA I RIFUGIATI DI MBERRA, LA STORIA DI DEIJA
MALI TRA I RIFUGIATI DI MBERRA, LA STORIA DI DEIJA
“Primo: la crisi in Mali non era inattesa. La caduta di Muammar Gheddafi e l’ingresso di uomini armati provenienti dalla Libia ha condotto a una destabilizzazione della regione. Secondo: gli attacchi del 17 gennaio nel nord del Mali e la contemporanea ondata di rifugiati verso i paesi limitrofi sono stati condotti sulla base di piani molto precisi e di azioni coordinate”. Raggiunta dalla MISNA a Nouakchott, in Mauritania, Federica Biondi fa questo preambolo prima di arrivare al cuore della questione di cui si occupa quotidianamente come capo missione di Intersos: i rifugiati che sono fuggiti dalle violenze nel nord del Mali.
“In Mauritania – dice ancora Biondi – attualmente sono registrati 71.044 rifugiati, provenienti per lo più da aree rurali e in parte da Timbuctù. Sono quasi tutti tuareg tranne un 10% di arabo-berberi. Arrivano passando dall’estrema punta sud-orientale della Mauritania e da lì vengono trasferiti al campo di Mberra. Attualmente ne arrivano circa 300 nuovi al giorno: un dato inferiore ai 1700 del periodo in cui la crisi era nella sua fase più critica, ma ancora alto che testimonia di una situazione volatile e instabile”.
Se in Mauritania sono arrivati i tuareg, nella zona di Mopti, non lontano dalla linea di divisione che di fatto ha spezzato il Mali in due parti – con il nord controllato da gruppi ribelli e il sud mantenuto da Bamako – si è concentrata la massa di sfollati interni. “Questi sono per lo più di etnie nero-africane – precisa la rappresentante di Intersos – con la sporadica presenza di tuareg che tendono comunque a mantenere un profilo molto basso”. Gli attacchi nel nord, ad opera di gruppi di matrice tuareg e di gruppi islamisti con una forte presenza araba, hanno rimarcato divisioni storiche che seguono le linee dei vari gruppi etnici che popolano questa parte dell’Africa.
Tra i rifugiati maliani in Mauritania ci sono più donne che uomini ma il dato più evidente è la forte presenza di minori di 18 anni che sono il 61% del totale: “Proprio a loro – aggiunge Biondi – stiamo cercando di garantire l’accesso all’istruzione primaria e stiamo fornendo assistenza anche ad alcune categorie di persone considerate vulnerabili”.
Cosa questo significhi, la rappresentante di Intersos lo lascia “raccontare” a Deija, una storia tra tante di quotidiana disperazione. “Deija è una giovane ragazza di 16 anni nata a Timbuctù. Orfana e costretta a sposare un cugino, il marito è scomparso senza lasciare traccia alla fine del 2011 e quando la città è caduta nelle mani dei ribelli, spaventata dalle violenze è fuggita clandestinamente con i fratelli verso la Mauritania, insieme ad altre famiglie nella stessa situazione. Entrata in Mauritania è ora al campo dei profughi maliani a Mberra. Lì vive al riparo di una sola tenda, ricevuta all’arrivo a Fassala, che ospita l’intera famiglia di nove persone”. A Deija sono rimaste le lacrime e il ricordo di una vita trascorsa nella paura, per una sedicenne costretta a crescere in fretta.
[GB]
Fonte misna
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Una strategia contro la fame
Una strategia contro la fame
Ricadute locali di un'emergenza globale. Nel Sahel sono minacciate da fame e sete diciotto milioni di persone e moltissimi animali. Il quotidiano britannico The Guardian riferiva l'allarme della Fao, che annunciava giorni fa un'invasione di locuste (il cui habitat ideale, fra l'altro, sono aree degradate dall'eccesso di pascolo). I nutrizionisti lanciano l'allarme: si annunciano mesi di carestia ancora peggiori, soprattutto in Niger. In Burkina Faso sono arrivati dal Mali in guerra un milione di rifugiati.
Eppure, qualche spiraglio esiste. Nello stesso Niger, sono state create per tempo banche di cereali in molti villaggi remoti. E dal Senegal, ancora il Guardian ci offre una bella storia. Che come al solito ha come angeli benefattori gli alberi.
Il coltivatore Abdou Sall vive a Kaffrine, il bacino delle arachidi in Senegal. La produzione di questa derrata importante si è ridotta di due terzi in 15 anni nel distretto, attanagliato dalla carenza di piogge. Ma Sall dice che i suoi alberi l'hanno protetto dalla fame: «Anche l'anno scorso è piovuto poco ma ho avuto meno problemi di altri. Quando ha piovuto, l'umidità nei miei campi si è mantenuta più a lungo».
Il miracolo si chiama Fmnr, ovvero «Farmer-managed natural regeneration» (rigenerazione naturale gestita dagli agricoltori). Sall la pratica dal 2009. Consiste nel proteggere, affinché possano diventare alberi, le pianticelle che nascono spontaneamente e che invece sono tagliate subito perché si teme che competano con le colture alimentari. Invece tutto il contrario.
In Senegal la tecnica è nuova, ma in Etiopia ha funzionato bene, rinverdendo 2.800 ettari. In Niger la riforestazione (ne parlò terra terra anni fa) ha popolato 5 milioni di ettari con 200 milioni di alberi. Non per niente nel distretto Kantche che ha una elevata (per il livello del Sahel) densità di popolazione e una elevata (idem) densità di alberi negli appezzamenti agricoli, nel 2011 ha prodotto un surplus di cereali, anche se inferiore agli altri anni. Sarà grazie agli alberi?
Scienziati internazionali hanno approvato la pratica durante una recente conferenza mondiale di agroforestry a Narobi. Il maggese (la non coltivazione) rigenera fino all'80-90% della sostanza organica nei suoli, ha spiegato l'agroecologo Roland Bunch. Ma oggi l'80% dei contadini africani ha meno di due ettari da coltivare e non può lasciarne a riposo una parte. Occorre dunque aiutare i suoli con gli alberi. Alberi come la Faidherbia albida ad esempio fissano l'azoto nel suolo.
Dopo tre o quattro anni, dicono i tecnici, un ettaro a Fmnr ha circa 40 alberi, rispetto ai sei o sette che sopravvivono dove gli agricoltori tagliano tutto. E sembra essere abbastanza da fare la differenza. Gli alberi riducono la forza del vento che raschia via lo strato superficiale del suolo e le loro foglie aggiungono materia organica al suolo. Sall dice che non usa più fertilizzanti.
Il missionario australiano Tony Rinaudo che ha «inventato» la Fmnr dice che la gran parte delle piante indigene in Africa rinasce dopo il taglio, e che tutto quel che l'agricoltore deve fare è selezionare le piantine più forti, proteggerle e tagliare il resto (che serve come legna da ardere). La tecnica è migliore della piantagione di alberi: nell'Africa dell'Ovest moltissimi progetti di riforestazione sono falliti. Lo stesso Sall dice che non gli va di piantarne, ne sopravviveva solo il 5%. Meglio fare con gli spontanei.
Che fra l'altro hanno frutti e foglie e semi commestibili: tamarindo, la dolce Cordyla Pinnata, il baobab, la Balanites Aegyptica che produce un frutto dal gusto simile all'albicocca, mentre olio si ricava dal seme.
Il manifesto
TERRA TERRA - Marinella Correggia
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