30/04/2012
L'harem degli orientalisti un paradiso «coloniale»
L'harem degli orientalisti un paradiso «coloniale»
L'immaginazione dei pittori vede le odalische dedite a oziose e lussuriose attività, ma la parte di casa «proibita» era destinata alla famiglia
Dopo Barletta e Roma, in questi giorni nelle sale del Palazzo Magnani di Reggio Emilia una mostra racconta la ventata d'Oriente che ha influenzato la pittura italiana del secondo Ottocento e dei primi anni del Novecento (visitabile fino al 29 aprile). In quest'ultima tappa, arricchitasi di nuovi quadri e intitolata Incanti di terre lontane. Hayez, Fontanesi e la pittura italiana tra Otto e Novecento, sono esposte un'ottantina di opere di grandi pittori italiani, quali Domenico Morelli (1826-1901), Roberto Guastalla (1855-1912), Stefano Ussi (1822-1901), oltre ai già citati nel titolo.
Nelle loro tele raccontano un Oriente dalle venature esotiche e lontane, fatto di deserti, carovane, mercati, oasi, rovine romane. Un mondo a metà tra realtà e immaginazione. Molti di loro hanno viaggiato solo con la fantasia, come il pittore da camera Francesco Hayez (1791-1822), benché non siano mancati coloro, come Stefano Ussi e Cesare Biaseo, che hanno raggiunto le regioni nord africane, i territori dell'Impero turco, la Siria, il Libano, l'Egitto, la Palestina e la Terra Santa al seguito di spedizioni ufficiali.
Nelle loro narrazioni pittoriche un posto speciale è ricoperto dalle immagini delle donne, e in particolare quelle delle odalische dei misteriosi harem e dei bagni turchi. A loro, ai loro corpi diafani e molli, e ai loro sguardi lascivi, sono dedicate diverse tele della mostra. Ritratte nude o seminude da uomini occidentali che, in quanto tali, negli harem non hanno mai avuto accesso, rappresentano quell'esotico altrove in cui gli europei potevano proiettare le loro fantasie e sognare di fuggire dalle costrizioni del repressivo puritanesimo del tempo. Nei lontani harem d'Oriente, gli europei potevano trasfigurare i propri desideri sessuali e in ultima istanza legittimare la supremazia coloniale europea.
Finalmente senza veli e non più nascoste dietro ad alte mura di palazzi, le donne svelano i segreti nascosti di quell'oriente oscuro, che, nella nudità delle sue donne, appare finalmente penetrabile, conquistabile, sottomettibile.
Diversi studiosi, tra cui Meyda Yegenoglu in Colonial Fantasies. Towards a feminist reading of Orientalism (1998), hanno sottolineato che la donna è il soggetto su cui l'Occidente ha fatto convergere l'immagine di tutto l'Oriente, facendola diventare la rappresentazione stessa della cultura musulmana, della sua spiritualità, della sua essenza immutabile. Nei ritratti di pittori, ma anche nelle descrizioni di letterati e viaggiatori, le donne rappresentano l'alterità per eccellenza. E i dipinti della ricca mostra curata da Emanuela Angiuli e Anna Villari non fanno eccezione, malgrado alcune tele come quelle di Domenico Morelli (Una via di Costantinopoli e Odalisca) e di Cesare Biseo (Le favorite nel parco) ci restituiscano presenze più vicine alla realtà, con donne coperte da lunghi abiti e seminascoste da veli chiari attorno al capo come nuvole bianche e diafane che sembra debbano svanire ad ogni soffio, come scriveva De Amicis nel suo diario di viaggio Marocco (1876).
Nella maggioranza delle tele, le donne sono infatti ritratte svestite, inclini ai piaceri carnali, come raccontano l'Odalisca di Francesco Netti (1832-1894) o l'Odalisca di Francesco Hayez, dal volto pudico da Madonna e il corpo sensuale da concubina.
Nell'immaginazione dei pittori del tempo queste donne trascorrono le loro giornate dedite ad attività lussuriose e oziose, come suggeriscono le Fumatrici d'oppio di Gaetano Previati (1852-1920) o la Scena araba di Eugenio Zampighi (1859-1944). Sono immagini che si discostano apertamente dalla normale realtà degli harem: se infatti per gli occidentali, allora come oggi, la parola harem indica una parte della casa riservata alle donne in attesa di soddisfare i piaceri sessuali maschili, per i musulmani l'harem è la parte della casa proibita agli estranei perché destinata alla famiglia nel suo insieme, e in particolare alle donne e ai bambini, figure quest'ultime del tutto assenti nella ritrattistica orientalistica, come anche le scene di maternità. La sociologa marocchina Fatima Mernissi, cresciuta tra gli anni quaranta e gli anni cinquanta in un harem della città di Fez, ha dedicato un bello e agile libro, L'harem e l'occidente (Giunti, 2009), a spiegare questo enorme equivoco della cultura occidentale.
Da un punto di vista terminologico, la radice di harem è hrm, da cui derivano parole come haram, che sta ad indicare qualcosa di «sacro» e in quanto tale di interdetto, proibito, inaccessibile. Gli harem con decine, se non centinaia di donne, rappresentarono un'eccezione e furono prerogativa solo di ristrettissime élite. «Islamicamente parlando harim non è affatto lo spazio dove vengono recluse o segregate le donne a causa della loro inferiorità o della loro sudditanza al maschio - scriveva Giorgio Vercellin in Veli e turbanti (Marsilio, 2000) - quanto la parte incontaminata dell'abitazione, riservata alla vita privata, domestica della famiglia (allargata), e pertanto contrapposta alla vita pubblica. Vale a dire un ambiente con una portata semantica analoga a quella del témenos greco e di istituzioni consimili diffuse per tutto il Vicino Oriente antico e oltre». L'harem era quindi un luogo chiuso agli estranei di sesso maschile in cui le donne trascorrevano la gran parte del loro tempo insieme al resto della famiglia. Le uscite, limitate allo stretto necessario, erano permesse solo osservando la pratica dell'hijab, vale a dire della copertura del corpo, della testa e del volto.
Malgrado la discrepanza della pittura orientalista dalla realtà, la mostra sugli orientalisti italiani, che a Reggio Emilia si compone anche di una sezione dedicata all'Estremo Oriente, merita di esser vista. Non tanto per quello che ci dice dell'Oriente, ma per quello che ci racconta dell'Occidente, perché, come scriveva nel 1978 Edward Said in Orientalism (tradotto in Italia per la prima volta nel 1991), la cultura europea ha acquistato forza e identità contrapponendosi all'Oriente e facendone una sorta di sé complementare, e per così dire, sotterraneo. Guardando i bei dipinti di Hayez, Netti e dei tanti altri in mostra, è senz'altro questa la prima lezione che dobbiamo esser disposti a trarre. Fonte: Renata Pepicelli - il Manifesto |
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BRASILE ‘SÌ’ A CONTROVERSA RIFORMA CODICE FORESTALE, LA PAROLA A DILMA
BRASILE ‘SÌ’ A CONTROVERSA RIFORMA CODICE FORESTALE, LA PAROLA A DILMA
Tra le proteste delle organizzazioni ambientaliste, la Camera dei Deputati del Brasile ha approvato in via definitiva la controversa riforma del Codice Forestale del 1965 che sospende multe e sanzioni imposte ai proprietari terrieri che hanno disboscato illegalmente fino al 2008 e punta ad abbattere i limiti della cosiddetta ‘frontiera agricola’ a detrimento delle foreste di ecosistemi sensibili come l’Amazzonia.
“Si offre un’amnistia ai disboscatori, favorendo anche la possibilità di disastri ambientali nelle grandi città” ha denunciato il deputato dell’opposizione Ricardo Tripoli, riassumendo le principali contestazioni alla riforma.
La Camera ha accolto con 274 voti su un totale di 513 membri l’ultima versione del testo, già passato al Senato: si sono dissociati molti deputati della coalizione di maggioranza che hanno chiesto alla presidente Dilma Rousseff di porre il suo veto alla nuova legge a fronte di quella che considerano una dura sconfitta del governo per mano dei grandi proprietari terrieri e produttori agricoli rappresentati al Congresso dai ‘ruralistas’; questi ultimi sostengono la necessità di aumentare le aree destinate all’agricoltura per garantire la sicurezza alimentare dei brasiliani.
Per gli oppositori della riforma, il nuovo Codice avrà “impatti irreversibili sugli sforzi contro la deforestazione e il riscaldamento globale per cui si è impegnato il Brasile”, paese che si appresta ad ospitare Rio+20, il Vertice dell’Onu per lo sviluppo sostenibile in programma a Rio de Janeiro dal 20 al 22 giugno, ma resta il sesto paese al mondo per emissione di gas nocivi.
“Le conseguenze di una disastrosa approvazione, in tutta velocità, della riforma possono avere impatti negativi anche per l’immagine e la credibilità del Brasile” ha osservato in una nota l’organizzazione ambientalista internazionale ‘Wwf’.
[FB]
Fonte misna
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SPAGNA: Rajoy ammazza la sanità. E anche il re perde consensi
SPAGNA: Rajoy ammazza la sanità. E anche il re perde consensi
E ora tocca ai pensionati. Dopo i tagli extra per la scuola, annunciati a una sola settimana dall'approvazione di una finanziaria lacrime e sangue, è il turno della sanità.
La ministra competente del governo di Mariano Rajoy, Ana Mato, ha annunciato ieri che i pensionati, al momento esentati dal pagamento dei medicinali, dovranno sborsare il 10% del loro valore fino a un massimo di 8 euro al mese se il loro reddito arriva a 18mila euro e di 18 euro se supera questo limite. I lavoratori attivi dovranno continuare a pagare il 40% del prezzo dei farmaci ricettati se guadagnano meno di 18mila euro, ma il loro contributo sale al 50% se guadagnano fino a 100mila euro (il 60% per i pochi che guadagnano più di questa cifra). Con queste misure, che saranno approvate nel Consiglio dei ministri di venerdì, il governo conta di poter risparmiare 7 miliardi di euro, il 10% del budget destinato alla salute. In altre parole, è caduto un altro tabù che neppure Aznar si era azzardato a toccare: l'universalità della sanità. Apripista, poche settimane fa, il governo catalano del partito della destra nazionalista Convergència i Unió (appoggiato anche dal Partido popular) che aveva introdotto per la prima volta il cosiddetto co-pagamento: 1 euro a ricetta.
Ma questo straordinario taglio (in un paese che già spende meno della media europea in salute: nel 2008, prima dei tagli, era il 6.5% del Pil contro una media Ue-15 del 7.3%) al governo non basta. La ministra ha annunciato anche una stretta sul cosiddetto «turismo sanitario», l'ultima fissazione della destra (gli stranieri che secondo il governo verrebbero in Spagna a farsi curare a sbafo). Naturalmente, dal governo si sono affrettati a smentire che la qualità del sistema di salute pubblico sia in pericolo. Sbugiardati già dal portavoce del Pp che nella commissione sanità del Senato aveva dichiarato: «Non siamo più in campagna elettorale, e possiamo dire quello che davvero pensiamo», e cioè: «È una bugia dire che manterremo la massima qualità spendendo meno».
Una analoga smentita c'è stata l'altroieri riguardo alla scuola. Secondo il ministro competente, José Ignacio Wert, aumentare la soglia di studenti per classe (ora potranno arrivare a 36), non sostituire i professori che si assentino per meno di 10 giorni, togliere l'obbligo di offrire almeno 2 opzioni formative in tutte le scuole e diminuire lo stipendio dei docenti aumentando le ore di lezione: «Non incide sulla qualità dell'educazione».
Il governo di Rajoy ha proprio tutta l'aria di avere fretta. Fretta di approvare il prima possibile una batteria di misure regressive senza precedenti nella storia di questo paese. Forse perché, nonostante l'ampia maggioranza parlamentare di cui gode, il Partido popular è ormai consapevole di non avere una maggioranza sociale. Dopo lo sciopero generale del 29 marzo e le elezioni in Andalusia e in Asturia, che sembravano dovessero colorare di azzurro gli ultimi feudi ancora non in mano popolare, e dove il Pp ha chiaramente ottenuto molto meno di quanto si aspettasse, Rajoy inizia a temere il peggio.
L'ultimo segnale è arrivato lo scorso fine settimana, proprio il giorno dell'anniversario della proclamazione della seconda repubblica nel 1931, quando una asciutta nota della casa reale rendeva noto che il re aveva avuto un incidente durante un viaggio «privato» in Botswana. In una spirale crescente di imbarazzo, la Zarzuela, sede del capo di stato, aveva ammesso che il re si trovava lì per una caccia di elefanti. Il Mundo di ieri rivelava che era stato un magnate saudita a pagare i 37mila euro del viaggio. Lo stesso magnate che avrebbe fatto da intermediario pochi mesi fa per garantire alla Spagna il goloso appalto per l'alta velocità tra Medina e la Mecca.
Per la prima volta si sono sentite voci critiche verso la monarchia persino nel solitamente istituzionale Psoe e i partiti di sinistra in parlamento hanno chiesto a gran voce la fine della monarchia. E per la prima volta in 34 anni, il re ieri ha chiesto scusa. La tensione sociale sta crescendo, e Rajoy e il re lo sanno.
Fonte: LUCA TANCREDI BARONE - il Manifesto |
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SIRIA PER LE STRADE DI DAMASCO E ALEPPO, DOVE IL CONFLITTO ‘NON C’È’
SIRIA PER LE STRADE DI DAMASCO E ALEPPO, DOVE IL CONFLITTO ‘NON C’È’
“Quando si passeggia per le strade di Damasco o, un venerdì, giorno di festa in Siria, si va a un parco di Aleppo, tutto farebbe pensare di trovarsi in un normalissimo paese, nella vecchia Siria che conosciamo. Sì, attorno agli edifici ‘sensibili’ c’è un cordone di sicurezza che prima non c’era, ma questo è forse l’unico segnale che avverte degli eventi in atto da oltre un anno”. Alla MISNA, a cui chiede di mantenere l’anonimato per motivi di sicurezza, una fonte ben informata raggiunta in Siria racconta le vicende del paese mediorientale dove la comunità internazionale sta cercando di far rispettare un fragile cessate-il-fuoco, passo iniziale per una possibile soluzione politica della crisi. E parla “della strana sensazione di trovarsi in un paese in guerra dove i combattimenti sono circoscritti, appaiono a volte lontani, e dove la gente a fatica affronta un argomento che pure la riguarda”.
“La tregua è rotta da entrambe le parti in quelli che sono ormai i tradizionali luoghi di confronto armato – prosegue la fonte della MISNA – ma a Damasco e Aleppo sembra quasi che il conflitto non arrivi. Almeno in apparenza. Poi però bisogna fare i conti con le decine di migliaia di sfollati interni (stime correnti indicano almeno 500.000 persone tra sfollati e profughi riparati oltreconfine, ndr) che in Siria si sono trasferiti in particolare nelle prime due città del paese, Damasco e Aleppo appunto, dove vivono in appartamenti presi in affitto o ospiti di parenti”.
Sono famiglie numerose quelle in fuga, e spesso costrette in due stanze possono vivere anche 15 persone. “Dai loro racconti – aggiunge la fonte – emerge la paura di quanto visto, il timore che il conflitto possa estendersi. Racconti a volte drammatici, di parenti uccisi da cecchini, di bombardamenti, di vendette, di minacce a intere comunità come quella che ha costretto alla fuga 5000 cristiani della città di Qusayr. La Siria è stata un esempio di tolleranza religiosa e Qusayr è un caso isolato, il conflitto rischia però di trasformarsi in aperta guerra civile e di travolgere questo antico equilibrio”.
“La parte di popolazione più impaurita, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non è la comunità cristiana” dice la fonte della MISNA raggiunta in Siria. “Sono gli iracheni, centinaia di migliaia di persone, fuggiti dal conflitto nel loro paese e che in Siria avevano trovato un rifugio ideale, migliore di quello che avrebbero trovato in Turchia o in altri paesi della regione”.
Gli iracheni in Siria vivono soprattutto nelle grandi città e si erano ben integrati con la popolazione locale: “Adesso sono loro per primi che si sentono in trappola – prosegue l’interlocutore della MISNA – che rivedono i fantasmi del passato, che temono una recrudescenza dei combattimenti. Pur in un contesto diverso, loro hanno esperienza di cosa significhi una guerra e delle devastazioni che arreca. Ma sono pur sempre stranieri in un paese che li ha accolti e che ora vedono crollare anche sotto i colpi di una massiccia campagna mediatica”.
Rileggendo le notizie diffuse dalla stampa internazionale, le ricostruzioni di noti canali satellitari finanziati dai paesi del Golfo, i bilanci di un conflitto dati da una parte e poi ‘ufficializzati’ dall’Onu, la fonte della MISNA si interroga sulla verità dei fatti che arrivano all’opinione pubblica internazionale. “In Siria non c’è democrazia – sottolinea – ma non c’è nemmeno una situazione in cui l’intera popolazione è contro il regime. C’è, è vero, un generale desiderio di maggiore libertà in tutti i campi della vita sociale e politica, il bisogno di una crescita economica e di una più equa redistribuzione della ricchezza e delle risorse. Ma tutto questo non sta portando a un sostegno unanime dell’iniziativa armata e d’altra parte il regime ha dimostrato di essere in grado, almeno fino a questo punto, di resistere alle pressioni. Il flusso di armi diretto sia all’opposizione sia al regime non aiuterà però chi sta cercando di lavorare per la pace. E questo gli iracheni che in Siria avevano trovato una nuova casa lo sanno molto bene”.
[GB] fonte misna
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Metano: come risparmiare gas a partire dalle tubature
Metano: come risparmiare gas a partire dalle tubature
Il sistema Emma di controllo per la gestione ottimale delle stazioni del gas
Se applicato estesamente eviterebbe il consumo di 22,4 milioni di metri cubi/anno
MILANO - Quando il gas naturale arriva con il metanodotto dall'estero in una stazione cosiddetta di «primo salto», possiede pressioni e temperature di trasporto che non corrispondono a quelle adatte alla distribuzione in rete. In pratica la pressione deve essere diminuita, ma il procedimento comporta anche un forte abbassamento di temperatura. L'acqua contenuta naturalmente nel metano - anche se in piccole percentuali - rischia di ghiacciare tappando le tubature. Il gas deve quindi essere riscaldato per essere portato alla giusta temperatura di distribuzione. Il riscaldamento «costa» energia. Regas ha messo a punto un algoritmo in grado di fornire istante per istante la giusta quantità di calore, che varia durante le ore della giornata in base alla temperatura esterna, al volume di gas richiesto e alle stagioni. Il sistema, se applicato estesamente, farebbe risparmiare in Italia qualcosa come 22,4 milioni di metri cubi di metano all'anno.
EMMA - Il sistema di controllo è stato chiamato Emma, che sta per Energy Multivariable MAster, e ridurrebbe l'emissione nell'atmosfera di oltre 42.500 tonnellate di anidride carbonica in un anno solo nel nostro Paese, quanto un impianto fotovoltaico di 68 megawatt di potenza. Il punto di forza di Emma è che si tratta di un brevetto interamente italiano di Regas, azienda che collabora con le principali multiutilities del settore.
Paolo Virtuani
Corriere della sera
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Liberalizzazioni flop: ora aumentano le tariffe dei taxi
Liberalizzazioni flop: ora aumentano le tariffe dei taxi
Il pasticcio sulla deregulation ha consentito alla Commissione di congruità di Roma di decidere per un rincaro dei prezzi per le corse delle auto bianche: ora si paga fino al 20% in più
A fare le liberalizzazioni alla Monti, si va a finire coi servizi che costano di più. Il caso dell’aumento delle tariffe dei taxi romani è emblematico. Controparte dei tassinari è il Campidoglio (il provvedimento del governo avendo demandato ai Comuni la regolamentazione del settore) la cui Commissione di congruità, non propriamente sorda alle richieste della categoria, ha prodotto una bozza di piano tariffario. Che, agganciando i prezzi all’inflazione, determina aumenti tra il 12 e il 14 per cento (per le corse brevi, però, si toccano punte del 20 per cento).
«Nessun passo indietro sulle liberalizzazioni», aveva detto il premier il 15 marzo scorso quando, col decreto in dirittura d’arrivo, era andato a relazionare a Montecitorio: il governo non aveva ceduto, spiegava, e anzi aveva fatto in modo di «acquistare in realismo e capacità di applicazione». Tanto da annunciare anche la fase due, dato che «l’attività normativa non può dirsi mai finita» ed è necessario «continuare l’opera e andare più in là, per fare una manutenzione intelligente e adeguata». Rilette oggi alla luce delle ultime notizie, le parole del presidente del Consiglio suonano quantomeno un po’ stonate.
Esaurita la premessa, si può passare ad esaminare le misure nel dettaglio. Vanno in soffitta le vecchie tariffe 1 e 2 (rispettivamente per tragitti urbani ed extraurbani) ed entra in funzione un sistema a scatti progressivi. Aumentano lo scatto iniziale (da 2,8 a 3 euro), quello ordinario nei giorni festivi (da 4 a 4,5 euro) e quello per il turno di notte (da 5,8 a 6,5 euro). Ritocco all’insù anche per le tariffe fisse: per andare a Fiumicino il prezzo passa da 40 a 45 euro, mentre i 30 euro necessari per Ciampino diventano 35. Il diritto di chiamata attraverso le centrali radio - che ora varia dai 2 ai 6 euro a seconda di quanto tempo il taxi impiega per arrivare - viene unificato a 3,5 euro, mentre saltano i 2 euro fissi per le corse in partenza dalla stazione Termini.
Non bastassero gli aumenti, è polemica anche sul congelamento dell’introduzione della cosiddetta ricevuta automatica (a fine corsa, il tassametro produce la stampata che documenta itinerario, costo e numero di scatti). Il Pd accusa il Comune di volere favorire l’evasione e l’assessore alla Mobilità, Antonello Aurigemma, spiega che la decisione non è di competenza della Commissione, ma dell’assemblea e che comunque c’è da aspettare «tempi tecnici necessari per l’adeguamento dei tassametri». E mica si vorranno fare le cose di fretta.
di Marco Gorra
fonte libero
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29/04/2012
La schiavitù in piazza
La schiavitù in piazza
«Il mercato dei valani a Benevento» di Elisabetta Landi riporta alla luce una usanza ancora viva negli anni '50: l'annuale vendita di braccia nella città campana. Immagini di un Sud simile a quello descritto da Francesco Jovine nelle «Terre del Sacramento», e solo all'apparenza remoto
Il 5 dicembre a Motta San Giovanni, un piccolo comune affacciato sullo Ionio e il Tirreno dalle colline che dominano Reggio Calabria, è tutta una santabarbara: si celebra la patrona dei minatori, si ricordano i tanti morti nelle miniere e si rende omaggio ai sopravvissuti. La folla festante si accalca nella piazza principale, in quella stessa piazza dove, fino a qualche decennio fa, più volte all'anno i giovani disoccupati si ritrovavano ad attendere che gli emissari delle imprese minerarie del Nord passassero a portarli via, offrendo loro un futuro da talpe in miniere e gallerie. Lo stesso copione andava in onda in altri luoghi della Calabria: Petilia Policastro, Colosimi, San Giovanni in Fiore.
Dal centro alle periferie
Negli stessi anni, in decine di paesi appenninici dell'alta Calabria, della Campania, della Lucania e del Molise in giugno, mese della mietitura, all'avviso del banditore numerosi uomini si mettevano in mostra dall'alba nella piazza principale, falce in pugno, nella speranza di essere reclutati dai «caporali» per la raccolta del grano nelle Puglie.
Quello che accadeva invece nella piazza Orsini di Benevento ogni 15 agosto, in occasione della festa dell'Assunta, non aveva simili nel resto del Mezzogiorno. In quella data convenivano a frotte da tutta la provincia le famiglie più povere, che ponevano all'asta per i possidenti terrieri quanto di più prezioso avevano: i propri figli, destinati a servire un padrone per un anno intero, dall'otto settembre a quello successivo.
Abbiamo imparato a conoscere le piazze del sud Italia come fulcri della socialità, centri nevralgici della politica e degli affari, luoghi deputati all'ozio e alla festa, ai riti religiosi e alle grandi adunate. Se la vita collettiva passava da lì, si può comprendere come in determinate occasioni diventassero anche il luogo ideale dove braccia a buon mercato potevano mettersi in mostra e proporsi come operai per le fabbriche del nord o come stagionali per la mietitura in Puglia e nella piana di Sibari, per la raccolta dei pomodori o delle fragole nella piana del Sele o ancora come guardiani di pecore e vacche.
E non è un caso che oggi, rimpiazzati gli italiani con gli immigrati e avendo perso le piazze ogni centralità rispetto alla vita collettiva e all'economia dei paesi (supermercati e centri commerciali di rado si trovano in centro, più spesso nelle periferie), anche i mercati informali di forza lavoro si siano spostati ai margini delle città, invisibili ai più come lo sono i loro protagonisti: gli «smorzi» dove rumeni e moldavi vengono assoldati a giornata, e al nero, dai caporali dell'edilizia; le rotonde e piazzole dove gli africani aspettano che passi qualcuno a selezionarli per il lavoro nei campi.
Per un sacco di grano
L'occasione per queste riflessioni è offerta da un libro appena data alle stampe da Ediesse. Si intitola semplicemente Il mercato dei valani a Benevento, ed è opera di Elisabetta Landi, una ricercatrice di storia orale (pp. 115, euro 10). È un libro fondato per intero su testimonianze dei protagonisti, e ha il merito di riportare alla luce una usanza proseguita sino ai primi anni '60 in tutto il Mezzogiorno, ma nonostante questo consegnata all'oblio come tanta parte del nostro recente passato: quella, per le famiglie più indigenti e numerose, di mandare i propri figli «a garzone», come «valani» (o più correttamente in dialetto beneventano «gualani»), a lavorare in condizione servile al servizio di proprietari terrieri e coloni, solitamente in cambio di vitto, alloggio (nella stalla e, per i più piccoli, nella mangiatoia) e qualche sacco di grano, quasi mai di denaro.
Sotto gli occhi di Alvaro
La trattativa, quando non ritualizzata in un evento pubblico come a Benevento, avveniva di solito in modo sotterraneo, direttamente tra le famiglie e i datori di lavoro. E la condizione di schiavitù era resa socialmente accettabile da un'antica consuetudine che né il fascismo né i primi governi del dopoguerra riuscirono a eliminare, fin quando le prime inchieste giornalistiche raccontarono il fenomeno all'Italia e lo resero intollerabile agli occhi dell'opinione pubblica.
Lo descrissero, tra gli altri, Corrado Alvaro che raccontò quanto aveva visto con i propri occhi (Il mercato degli schiavi, 1953) e Guido Piovene in Viaggio in Italia. Ma se il primo lo restituì in tutta la sua durezza soffermandosi sui protagonisti e le loro famiglie («Il ragazzo poteva avere dodici anni, indossava una camicia gialla d'una cotonina di veste femminile, orlata ai polsi e al collo di un'abbottonatura di un nastro violetto. Era quello che richiamava alla mente una madre. La madre non c'era. C'era il padre, ottuso, come sordo, in silenzio. Pareva non esistesse un rapporto fra i due, padre e figlio»), il secondo tacciò le ricostruzioni giornalistiche di «esagerazioni ed errori di tono» («Non risulta vero, ad esempio, che gli agricoltori usassero palpare i ragazzi, guardar loro i denti, come si fa con gli animali; né che i ragazzi cadessero in schiavitù. Si trattava di una vecchia pratica, veduta qui sotto luce speciale, tra gente di fondo umano e gentile»).
La piuma sul cappello
Le parole dei protagonisti fanno però piazza pulita di ogni minimizzazione o teoria giustificazionista. Gli stessi ex valani non hanno alcuna remora nel definirsi «schiavi». Ecco cosa racconta uno di loro, Vito Maio, a Elisabetta Landi: «Ho fatto il valano dal 1943 al 1950. Avevo tredici anni e mio padre mi prese e mi portò a Benevento a piazza Orsini dove si vendevano, chiamiamoli, schiavi. Sono andato a garzone a fare il pecoraro, mi pattuirono per un quintale di grano e 1.500 lire. Allora il padrone, la prima cosa che fece mi venne a guardare in bocca se avevo i denti buoni, se ero robusto con i muscoli, per vedere che forza c'avevo, perché loro dovevano sfruttare al massimo quello che potevano». Una descrizione che coincide con quella di Alvaro: «I compratori di schiavi esaminavano la dentatura, le gambe, il petto del gualano e se le sue mani fossero ancora troppo tenere, e non munite di promettenti calli».
Proviamo dunque a immaginare cosa andava in scena ogni 15 agosto nella piazza Orsini, proprio davanti al Duomo e sotto le finestre del primo ufficio di collocamento, inaugurato nel 1949: famiglie intere che portavano in mostra i loro ragazzi (resi riconoscibili da un fazzoletto legato al braccio o una penna di uccello sul cappello di paglia) con l'obiettivo di liberarsi del peso del sostentamento e ricavarne qualche ricompensa in natura; proprietari terrieri, coloni, massari, enfiteuti e chiunque avesse bisogno di un garzone, un bifolco, un pastore, un guardiano di capre o maiali che si aggiravano per la piazza fermandosi a discorrere e contrattare, controllare dentature e mani, prestanza fisica ed età; sensali che mediavano su modalità e condizioni di ingaggio; curiosi e faccendieri di vario genere che intervenivano nella contrattazione prendendo le parti ora dell'uno ora dell'altro.
Una Spoon River del sud
Il teatrino andava avanti per l'intera giornata, e nel gioco delle parti ognuna cercava di strappare il massimo su norme da rispettare e compensi, tipo e numeri di animali da accudire e visite familiari, compiti da svolgere nella tenuta agricola e uscite annuali, luogo dove consumare i pasti e ore di riposo.
Meno folcloristico ma altrettanto drammatico quanto avveniva nelle piazze dei minatori o in quelle dei mietitori. Non solo per lo sradicamento, definitivo o solo stagionale, cui questi lavoratori andavano incontro, quanto per le condizioni di lavoro ancora una volta al limite della schiavitù e per il rischio di malattie o incidenti. Basta fare un giro nel paese da cui siamo partiti, Motta San Giovanni. È qui che una lunga teoria di lapidi dei «caduti di silicosi» fa emergere una Spoon river meridionale fatta di morti silenziose e prolungate nel tempo. Tutte tranne una diventata emblematica, a quelle latitudini: Cosimo Verducci fu una delle tredici vittime nell'esplosione della santabarbara di grisù che fece tremare le fondamenta del paese di Troina, in Sicilia, il 5 dicembre del 1950, giorno di Santa Barbara, appunto.
«Musi neri» in festa
Le cronache dell'epoca lo descrivono come un quarantaduenne padre di nove figli (il più grande di 18 anni, la più piccola di due) e tutti gli anni la singolare coincidenza di date fa sì che i compaesani, portando in processione la protettrice dei minatori, venerano la santa e commemorano il loro compaesano, simbolo delle migliaia di minatori che la Calabria ha disseminato in tutto il mondo.
Ancora oggi, eredi di quella epopea e non più «musi neri» addetti a spalare il carbone e morire di silicosi, i minatori calabresi affollano le gallerie dell'alta velocità ferroviaria. Leggere, per credere, Mugello sottosopra di Simona Baldanzi (Ediesse 2011), inchiesta sulle «tute arancioni» che hanno scavato i 73,3 chilometri di gallerie dell'alta velocità tra Firenze e Bologna. Quei migranti dell'alta velocità che, proseguendo la tradizione operaia dei loro padri, ogni estate tornano al paese per la festa del minatore, facendolo rivivere come una volta.
Prima dei bastimenti
Nelle piazze dell'Appennino molisano, campano, lucano e dell'alta Calabria all'arrivo della primavera si affilavano invece le falci in attesa del caporale. Da lì partivano le «paranze», gruppi di quindici-venti persone che attraverso i sentieri della transumanza pastorale scendevano verso la cosiddetta «piana di cento miglia», dove la Murgia si addolciva in terra piatta a perdita d'occhio i cui proprietari cercavano braccia a buon mercato. Alcuni, convinti di essere in quella che chiamavano la Puglia alta, in realtà si fermavano un po' prima, nei latifondi della Basilicata. Qui, in quella che potremmo definire l'America prima dell'America tanto intenso era il fenomeno migratorio ancora prima che «i bastimenti» cominciassero a esportare italiani all'estero, i braccianti si fermavano per l'intera stagione della mietitura. Un'eco di questa epopea da sud a sud l'ascoltiamo rileggendo una perla dimenticata della letteratura italiana del '900 appena riportata alle stampe da Donzelli, Le terre del Sacramento di Francesco Jovine. Le condizioni di vita e di lavoro erano ai limiti della sopportabilità, non tutti riuscivano a sopravvivere e ogni tanto qualcuno veniva lasciato a dormir sepolto in un campo di grano.
Il calvario delle Puglie
Un contadino-operaio lucano di San Fele, intervistato in un vecchio libro di uno studioso di cultura orale del salernitano, Giuseppe Colitti, L'altra America (Edizioni scientifiche italiane, 1991), racconta «il calvario delle Puglie» nell'immediato dopoguerra: «Vedevo le paranze che prendevano dalle Puglie e salivano sopra: erano stanchi, avevano già fatto un mese, quaranta giorni di mietitura, e ognuno di quelli portava tre o quattro falci, se mai ne spezzavano una; e mietevano, come mietevano! La notte li vedevi dormire a terra... E si mangiava poco e male, in quell'epoca. Eppure mietevano». Un'altra contadina lucana aggiunge: «Erano trattati malissimo. La notte dormivano fuori, scalzi, li ho visti io. Ti facevano veramente pena». Non di rado qualcuno non faceva ritorno.
Se qualcuno, leggendo queste storie, pensa di rivivere un déja vu, non pensi al passato, ma piuttosto al presente. È ciò che accade nella cronaca di tutti i giorni, e continua a ripetersi nelle nuove piazze della schiavitù migrante. Oggi si chiamano piazzole, ed è tutto dire.
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Fonte: Angelo Mastrandrea - il Manifesto |
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Meno credenti, più atei convinti così il mondo volta le spalle a Dio
Meno credenti, più atei convinti così il mondo volta le spalle a Dio
Studio su 30 paesi, crollo tra i giovani. In Italia fedeli calati del 10% in venti anni. Nel nostro paese resiste la fascia d´età degli over 68, dato dimezzato due generazioni dopo. Religiosità in crescita nelle zone dove in nome di un credo si combatte e si muore. Da noi il 41% delle persone dichiara di seguire una religione ma non si considera spirituale
Caratteri maiuscoli rossi su copertina nera. "Dio è morto?" si chiedeva la rivista americana Time l´8 aprile 1966. Solo per ribaltare l´argomento, tre anni più tardi, con una copertina bianca solcata dai raggi del Sole: "Dio è resuscitato?". Tom Smith, sociologo dell´università di Chicago, ricorda quella confusione di impulsi nell´America dei tardi anni ´60 come il punto di partenza della più lunga ed estesa analisi sociale sulla salute di Dio nel mondo.
Dopo le prime due tappe del 1991 e del 1998, il rapporto "Religion" dell´International Social Survey Programme sulla "Fede in Dio nel mondo attraverso gli anni e le nazioni" è arrivato oggi alla sua terza edizione. Sessantamila persone in 42 paesi dal Cile al Giappone hanno raccontato ai ricercatori il loro rapporto con la spiritualità. In una mappa che pure si presenta con colori distinti e contrastanti, contraddizioni e inversioni di rotta, la conclusione generale è che il declino della religiosità nel mondo è lento ma costante.
La fede in calo
I numeri dello stillicidio parlano chiaro: i credenti tra il 1991 e il 2008 sono calati in 14 dei 18 paesi che hanno partecipato a entrambe le indagini. La percentuale degli atei viceversa è cresciuta in 15 nazioni. Per quanto riguarda l´Italia, nel corso dei vent´anni gli atei sono cresciuti del 3,5% e i credenti hanno registrato un declino della fede per nulla trascurabile: il 10,5%. Come se stesse progressivamente prendendo forma l´immagine di Pasolini che nel 1973 vedeva la parola "Jesus" una volta per tutte legata a una marca di jeans.
Il bastione della terza età
Il bastione della fede resta la fascia degli over 68. In Italia ad esempio dichiara di credere in Dio il 66,7% delle persone con più di 68 anni contro il 35,9% dei giovani al di sotto dei 28 anni. Basta dunque saltare due generazioni per tagliare a metà il bacino della fede degli italiani. E il fenomeno è ancora più netto nella cattolicissima Spagna, dove la religiosità balza dal 65,4% degli anziani al 21,8% dei giovani. In maniera del tutto speculare viaggia il numero di coloro che dichiarano di "Non credere e non aver mai creduto". In Italia sono il 12% tra gli under 28 contro un misero 0,5% tra gli over 65. «La fede in Dio - spiega Smith - cresce molto probabilmente tra i più anziani per via dell´approssimarsi della morte».
gli effetti del comunismo
Il comunismo avrà fallito dal punto di vista economico ma il lavoro di spugna sulla spiritualità degli individui sembra aver funzionato bene nei paesi del blocco socialista. Pur con due importanti eccezioni (la Polonia e la Russia), le nazioni dell´Europa dell´est si ammassano in fondo alla classifica dei credenti. L´ex Germania dell´est ha anche il record di atei convinti (52,1%), seguita dalla Repubblica Ceca (39,9%). E sempre fra i tedeschi orientali la religiosità raggiunge uno striminzito 12,7% tra gli over 68 ed è addirittura ferma allo zero tra i giovani con meno di 28 anni.
fede e conflitti
C´è un aspetto che impressiona tra i dati del rapporto. I paesi in cui la religiosità è in aumento sono spesso quelli in cui per la fede si combatte e si muore. Israele ad esempio è secondo solo alle Filippine per il numero di persone che dichiarano di "credere fermamente in Dio" e i credenti sono aumentati del 23% tra il ´91 e il 2008. Cipro è al quarto posto. Scendendo di poco si incontra l´Irlanda del Nord. Nella classifica dei paesi più vicini alla religione ci sono ovviamente gli Stati Uniti. Paese che è forse azzardato definire in guerra per la propria fede. Ma in cui sicuramente - fanno notare i ricercatori dell´università di Chicago - «c´è un´intensa competizione tra le religioni principali e tra le varie confessioni cristiane».
la forma di dio
Il Dio in cui credono gli intervistati (in maggioranza, ma non esclusivamente cristiani) è soprattutto un Dio-persona, che si preoccupa per le sorti dell´umanità. Per tre italiani su quattro è in grado di compiere miracoli. E quando nel 2008 Tom Smith ha provato a domandare a un campione di americani a quale figura familiare si sentirebbero di associare Dio, la maggioranza ha scelto "padre" a "madre", "padrone" a "sposo", "giudice" piuttosto che "amante" e "re" piuttosto che "amico".
il paradosso italiano
La parte italiana dei dati è stata raccolta da Cinzia Meraviglia dell´Istituto di Ricerca Sociale dell´università del Piemonte Orientale, mentre il rapporto sul nostro paese è stato curato da Deborah De Luca dell´università di Milano. «In Italia - spiegano le due ricercatrici - il 41% delle persone dichiara di seguire la religione cattolica ma di non considerarsi una persona spirituale. Come se la fede fosse un valore culturale, le cui radici vanno cercate nella tradizione e nell´abitudine». Si spiega così come mai il 76% degli italiani abbia un crocefisso o un altro simbolo religioso in casa, ma solo il 23% vada a messa regolarmente. Nel nostro paese la Chiesa è anche l´istituzione di cui ci si fida di più accanto alla scuola (anche se l´80% degli intervistati ritiene che il Vaticano non debba dare indicazioni di voto o fare pressioni sui governi). Ma allo stesso tempo il 61% degli italiani dichiara di avere un proprio modo personale di comunicare con Dio, senza passare per Chiesa e riti religiosi.
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Fonte: ELENA DUSI - la Repubblica |
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Somalia, energia solare "europea" per aiutare le comunità rurali
Somalia, energia solare "europea" per aiutare le comunità rurali
Oltre 280.000 persone hanno avuto accesso ai servizi sociali, dalla scuola alla salute: un'iniziativa della Commissione Europea, in collaborazione con Adra Uk. Cambiamenti visibili, nell'aumento della frequenza scolastica e nell'irrigazione dei campi
BRUXELLES - Le energie rinnovabili possono essere la soluzione per aiutare le zone rurali dell'Afric a imboccare la via dello sviluppo? L'accordo annunciato ieri a Bruxelles 1 tra la Commissione Europea e l'Onu parte proprio da quest'assunto, peraltro non condiviso da tutti gli attori locali e internazionali. Molti esperti sostengono che l'Africa debba utilizzare tutte le fonti di energia a propria disposizione, senza puntare sulle rinnovabili in particolare.
La posizione dell'Unione Europea. E' decisamente favorevole allo sviluppo delle rinnovabili e si basa anche su esperienze in itinere, o appena concluse, estremamente positive, e una di queste, emerse dei vari incontri tenuti nel corso dell'iniziativa "Boosting Energy for Sustainable Development", ieri e oggi a Bruxelles, è il progetto "Somalia Energy and Livelihoods Project", partito nel 2007, in via di conclusione, finanziato dalla Commissione Europea con un milione e mezzo di euro, e con mezzo milione dalla ong Adra Uk. Del progetto hanno beneficiato 281.700 persone. E la ricaduta indiretta, assicura Minyu Mugabi, di Adra, è ancora maggiore: per esempio "ci sono decine di tecnici che si sono formati grazie a questo progetto e che adesso lavorano in altre zone della Somalia.
Il progetto. Si è sviluppato nel Somaliland e nella regione somala di Puntland. Zone rurali, di pastori e, nella costa, di pescatori. Zone dove ancora oggi il 95% della popolazione povera non ha accesso all'elettricità, il che significa che le donne e le ragazze spendono tutta la giornata a raccogliere la legna, o ad andare a prendere l'acqua per le basilari necessità domestiche.
I cambiamenti. L'energia solare ha cambiato tutto questo per molti di loro: "Avere la luce elettrica ha permesso alle donne e alle ragazze di andare a scuola: di giorno non possono farlo, hanno troppo da fare. - spiega Mugabi - I servizi sociali e in particolare l'istruzione sono stati tra i nostri primi obiettivi". E non importa se le allieve sono spesso costrette a seguire le lezioni sedute sul pavimento: "Spesso non ci sono abbastanza soldi per comprare sedie e banchi", dice Mugabi.
La conservazione dei medicinali. Un altro problema che il progetto ha risolto per le comunità che ne hanno beneficiato è quello della conservazione dei medicinali: "Molti muiono solo per questo, per malattie banali: per la mancanza di frigoriferi, che dipende dalla mancanza di energia elettrica", spiega l'operatore di Adra. Ma dare alimentazione elettrica per i frigoriferi è servito anche alle cooperative di pescatori: in moltissime zone la pesca è la sola attività economica florida.
L'irrigazione dei campi. L'energia elettrica è servita in molti casi per irrigare i campi, per fare arrivare l'acqua nei villaggi, alleviando così il gravoso impegno delle donne. Hanno avuto l'acqua 20.000 persone, 6400 studenti sono stati messi in condizione di andare a scuola e 12.600 pazienti di poter usufruire efficacemente delle cure ospedaliere. Adesso il progetto si conclude, ma Minyu Mugabi è fiducioso: "Le comunità rurali continueranno a finanziare le iniziative intraprese, del resto lo hanno già fatto nella parte iniziale, unendo le loro forze a quelle della Ue e di Adra".
dal nostro inviato ROSARIA AMATO fonte repubblica
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Merli e rose canine
Merli e rose canine
di Giovanna Curone e PierAndrea Saccardo
Presentazione
Tutto in una notte
Aurora, Martina e Corrado: una famiglia travolta dal mito del consumismo e dal dramma della droga costretta alla fuga fino al riscatto finale. Attraverso un percorso fatto di avventure drammatiche, scopriranno che la salvezza passa attraverso la coscienza di se'
Narrativa
2a edizione 11/2010
Formato 15x23 - Copertina Morbida - bianco e nero
216 pagine
http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=547203
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28/04/2012
FUORI DAL GHETTO AMORE E LOTTA, LA LEZIONE DI EDELMAN A VARSAVIA
FUORI DAL GHETTO AMORE E LOTTA, LA LEZIONE DI EDELMAN A VARSAVIA
Il libro testimonianza sull'insurrezione dei giovani ebrei polacchi nella capitale occupata dai nazisti
Il 1° maggio del 1943, nel ghetto di Varsavia in cui un pugno di giovani donne e uomini era insorto contro l'armata nazista, si cantò l'Internazionale. C'era l'amore nel ghetto, e c'era la lotta. La lotta, Marek Edelman, il leggendario vicecomandante di quella inaudita insurrezione, la raccontò già alla fine della guerra, quando aveva 26 anni. Per raccontare l'amore avrebbe aspettato molto a lungo, forse per pudore, e quando lo fece aveva 89 anni.
Non ci si aspetta di trovare il desiderio sessuale e l'amore nel ghetto della strage quotidiana, della fame, del terrore e della deportazione. Ma non ci si aspettava nemmeno di trovarci la lotta, la resistenza. Non se l'aspettavano i nazisti, gonfi di onnipotenza militare e di ferocia, e furono tenuti in scacco per venti giorni da pochi combattenti malissimo in arnese. Il mondo non aveva ancora assistito a una ribellione contro la macchina da guerra tedesca. Furono due scandali, l'amore e la lotta nel ghetto, le cose escluse dal conto che invece avvennero, l'una nutrita dell'altro. E se raccontò l'amore solo dopo aver aspettato tanto, Edelman gli attribuì il riconoscimento più alto.
Edelman era figlio del Bund, il partito degli ebrei socialisti che si prendeva una cura materna della vita dei suoi e compensava l'intransigenza col nemico con l'anticipazione di una solidale vita comune. Il Bund, in dissenso coi sionisti, non cercava una patria diversa dalla terra in cui la sua gente viveva, a cominciare da quella Polonia che annoverava la più vasta comunità ebraica. Shmuel Zygielboym, rappresentante bundista presso il governo polacco in esilio a Londra, aveva speso ogni forza perché il mondo volesse reagire, e almeno riconoscere la tragedia del suo popolo, e quando seppe della fine dell'insurrezione del ghetto scrisse una lettera e si uccise. «Non mi è stato dato di cadere come loro, assieme a loro. Ma appartengoa loroe alle loro tombe... La mia vita appartiene al popolo ebraico in Polonia, quindi gliela dono. Desidero che quei pochi salvati finora dei milioni di persone che facevano parte dell'ebraismo polacco arrivino a vivere il giorno della liberazione assieme alle masse polacche... Credo che sorgerà una simile Polonia e un simile mondo». Marek Edelman non volle mai lasciare la Polonia, malgrado l'infamia delle persecuzioni antisemite si protraesse nel regime sovietico e toccasse anche lui, finché venne il momento di ricominciare a lottare.
«I pochi salvati finora», aveva scritto Zygielbojm, e la parola torna nell'ultima riga del resoconto di Marek del 1945: «Noi, i salvati, lasciamo a voi / lettori / il compito di non far morire la loro memoria!». I salvati del Bund dall'insurrezione Edelman li nomina uno per uno, nel 1945: sulle dita di una sola mano. Non possiamo leggere la parola senza risentire l'eco del titolo di Primo Levi, a sua volta un calco biblico, sui sommersi e i salvati. Levi l'aveva evocato già in Se questo è un uomo, e poi l'aveva estratto per farne il centro della sua riflessione inesauribile. Edelman ha dato sempre l'impressione, e non era uomo da simulare, di sapere che cosa fare, ogni giorno, del proprio tempo di superstite, quando era un oscuroe benemerito cardiologoa Lodz, quando prese il suo posto senza settarismi nella resistenza al regime e poi in Solidarnosc, quando rifiutò di lasciarsi trasformare in un monumento e si pronunciò senza reverenze contro la viltà e l'ingiustizia, che si trattasse di ricordare l'inerzia per Auschwitz e nei confronti di Sarajevo assediata o di riconoscere il diritto dei palestinesi.
Ma non era un uomo senza rimpianti e senza ripensamenti, al contrario.
Al tono epico del suo rapporto della rivolta del ghetto fa da contraltare in questo volume della preziosa Giuntina ( Il ghetto di Varsavia lotta) una prefazione di Wlodek Goldkorn che toglie di mezzo la maniera, e anzi ripaga la franchezza scontrosa di Marek con una franchezza propria. Goldkorn racconta sobriamente le contraddizioni, i rimpianti, gli scarti della memoria, perfino qualcosa che si chiamerebbe pentimento se questo nome non fosse da noi sovraccaricato e deformato dagli abusi, di un Edelman che ha allontanato da sé l'alone leggendario dell'eroismo per ripensare ogni volta a ciò che le circostanze rendono giusto o sbagliato, senza che le circostanze mutate diventino un pretesto all'indulgenza o all'arroganza.
Edelman che ricorda di aver escluso dalla fuga tentata le prostitute che hanno nutrito i combattenti e curato i feriti, che rintraccia mezzo secolo dopo la cantante bandita come donna da tedeschi, che parla con comprensione dei poliziotti ebrei che allora furono complici dei nazisti. È, quest'ultimo, l'esempio più ambiguo e insieme netto. Le prime azioni temerarie dei giovani nel ghetto furono tutte rivolte contro capi e agenti ebrei che attuavano gli ordini tedeschi. Chi ha la colpa del collaborazionismo delle vittime? I nazisti tedeschi.
Ciò non toglie che si possa non collaborare. E che nella lotta bisogna colpire chi collabora. La comprensione arriverà molto dopo. Allora dominava l'esasperazione per gli inermi schiacciati e per il ghetto che "non credeva", non voleva credere che fosse possibile.
Questo libro restituisce dunque il rendiconto pressoché quotidiano della inaudita insurrezione del '43, sconvolgente e sconcertante, quasi un'impresa di ragazzi della via Pal che sfidano invece della banda dell'orto botanico la più potente macchina da guerra mai montata.E le mette a confronto, nella testimonianza di Goldkorn, l'altro Edelman, quello dei ricordi intimi e delle intime dimenticanze della estrema vecchiezza, ma fedelissimo, più che all'ideale della propria gioventù, alla consegna di restare a guardia delle tombe dei suoi.
Lasciatemi aggiungere qualche parola su Goldkorn, che conoscete anche come l'inviato e il responsabile della cultura dell' Espresso. Goldkorn, già curatore per Sellerio di due libri con Edelman, Il guardiano e, appunto, C'era l'amore nel ghetto, è più che un cronista e uno studioso, e anche più che un amico devoto di Edelman. È a sua volta un militante di quel Bund che non esiste più se non in qualche incontro di vecchietti sparuti con una storia colossale alle spalle. Si può essere militanti di qualcosa che non esiste più - o di qualcosa che non esiste ancora: e forse solo di questo. Edelman, di cui le circostanze fecero prima un eroe precoce e poi una leggenda vivente e scorbutica, si fidava di Goldkorn, di cui le circostanze hanno fatto, dalla Polonia dei suoi avi bundisti e dell'antisemitismo rinnovato dal regime comunista contro il '68, alla Germania degli studi, a Israele e all'Italia di cui divenne cittadino, uno Zelig delle cause giuste. Uno che sa mettersi nei panni altrui senza smettere i propri, e che ha imparato che alla persecuzione bisogna tagliare le unghie prima che diventino artigli. Che ha sentito cantare i canti del Bund di Scholem Anski, e raccontare com'era seducente Hendusia Himelfarb a diciassette anni, quando Marek le disse: «Vieni con noi», e lei rispose: «Non posso lasciare i bambini soli, piangeranno», e salì con loro sul vagone per Treblinka.
Fonte: Adriano Sofri - la repubblica | 1
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Mozambico-Italia, la cooperazione silenziosa che aiuta i pescatori a sfruttare meglio
Mozambico-Italia, la cooperazione silenziosa che aiuta i pescatori a sfruttare meglio
L'incontro di diverse istituzioni nazionali, l'UNIDO (Agenzia Onu) e strutture pubbliche mozambicane per una nuova collaborazione scientifica nel settore ittico, centrale nell'economia del paese, con 500 mila addetti
REGGIO CALABRIA - Questa in Mozambico è una di quelle forme di cooperazione un po' in ombra, che spesso non vengono neanche prese in considerazione dal sistema mediatico, ma che invece costituiscono il flusso costante di aiuti concreti che - con tutte le difficoltà e gli errori - la Cooperazione italiana e internazionale mette in atto ogni giorno. Dal sito di AfricaNews 1 - punto di riferimento sul web italiano, realizzato prevalentemente da chi vive in Africa, dedicato a tutti coloro che vogliono sapere cosa sta realmente accadendo in Africa, un mondo, dove nonostante tutto, ci sono progressi enormi - Dalle pagine web del sito, dunque, di apprende della collaborazione fra un'agenzia Onu, istituzione italiane e dl Mozambico, per migliorare le condizioni nella pesca in quel paese, con 120 mila tonnellate di pescato, l'80% delle quali attribuite a pissole imprese familiari.
L'incontro. Grazie al supporto di UNIDO 2, l'Instituto Nacional de Investigação Pesqueira (IIP) del Mozambico, accolto dal Distretto della Pesca di Mazara del Vallo 3, ha incontrato l'Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Sicilia 4 (IZS), l'Istituto per l'Ambiente Marino Costiero del Consiglio Nazionale delle Ricerche 5 (IAMC-CNR) e il Consorzio Universitario della Provincia di Trapani 6 (CUPT). E' stato il punto di partenza per incoraggiare ulteriori analisi, che portino all'individuazione di specifiche opportunità di cooperazione scientifica nel settore della pesca è stato il memorandum di intenti per le attività comuni ai tre istituti, da portare avanti nei prossimi mesi con l'obiettivo di incoraggiare ulteriori analisi.
Scambio di conoscenze. In questo contesto, si inserisce la possibilità di una partnership tra l'Instituto Nacional de Investigação Pesqueira (IIP) e l'Istituto per l'Ambiente Marino Costiero del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IAMC-CNR): attraverso un programma di interscambio di ricercatori, i due istituti di ricerca avrebbero così l'opportunità di scambiare know-how e conoscenze.
Supporti tecnico-scientifici. La ricerca in questo settore, infatti, è fondamentale per valutare la consistenza e la capacità produttiva degli stocks pescati e la sostenibilità bio-economica delle tecnologie e delle modalità di pesca impiegate. In aggiunta agli studi sulla biologia e sull'ecologia delle specie che costituiscono risorse da pesca, le attività di ricerca sono anche finalizzate a fornire supporto tecnico-scientifico alle amministrazioni e alle imprese, nell'ottica della gestione innovativa dei processi di cattura e di valorizzazione del pescato.
Superamento dei vecchi modelli. Il futuro accordo di cooperazione scientifica, dunque, sarà improntato all'obiettivo generale di contribuire al superamento del vecchio modello di sfruttamento delle risorse da pesca, basato sulla massimizzazione delle quantità pescate, individuando un modello di sviluppo che tenga conto della qualità e del valore economico del pescato e di una riduzione degli impatti della pesca sulle risorse e sull'ecosistema.
La realtà della pesca in Mozambico. Il Mozambico è fortemente dotato di risorse ittiche e circa 500.000 persone traggono il loro sostentamento da questa attività. La pesca in mare rappresenta più del 90% della produzione ittica totale del Mozambico, potendo contare su 120.000 tonnellate di pescato, di cui l'80% formato da catture ad opera di pescatori su scala artigianale. Il governo ha mostrato interesse per l'espansione delle esportazioni dei prodotti della pesca, tanto che sono stati messi a disposizione degli incentivi, a cui si va ad aggiungere una legislazione che consente la creazione di zone franche per investimenti orientati all'export.
Le potenzialità del mercato. L'accesso preferenziale di cui questo paese gode sui principali mercati degli Stati Uniti e dell'Unione Europea, costituisce un incentivo per le industrie ad alto tasso di manodopera, come quella della lavorazione del pesce. Inoltre, il rafforzamento degli scambi economici con lo Zimbabwe, il Malawi e lo Zambia offre al Mozambico la possibilità di accedere ai principali mercati regionali, ampliando così i potenziali mercati per l'importazione e l'esportazione di prodotti ittici.
fonte repubblica
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Da Canton a Shanghai. La grande frenata del dragone cinese
Da Canton a Shanghai. La grande frenata del dragone cinese
La crescita è ferma all’8,1% e rischia di calare ancora. Come dal nulla sono comparsi 23 milioni di disoccupati inurbati. Il Pil rallenta, la bolla edilizia rischia di scoppiare, molte aziende chiudono e crescono le tensioni sociali. Il tutto all’ombra della lotta di potere ai vertici
Chi salverà i nostri salvatori? Abituati da qualche anno a cullarci nella confortante illusione che la Cina comunista faccia da argine agli sconquassi finanziari del capitalismo internazionale, scopriamo a poco a poco che quel bastione si sta sgretolando. Non crolla, ma mostra crepe profonde. La crescita produttiva rallenta. La bolla edilizia si è gonfiata a dismisura e rischia di scoppiare. Il calo delle esportazioni non è compensato da un parallelo sviluppo del mercato interno. Molte aziende chiudono, la disoccupazione sale, e raggiungono livelli mai toccati prima le tensioni sociali nelle aree che avevano trainato la formidabile espansione dello scorso decennio, da Canton a Shanghai.
Come se non bastasse, tutto ciò avviene mentre ai vertici, dietro le quinte di una rappresentazione rituale di unità e armonia, infuria una furibonda lotta tra fazioni. Il cui episodio più drammatico è stata l’espulsione dal Comitato centrale di Bo Xilai, astro nascente della politica nazionale. Uno che non potendo puntare alla carica di leader supremo, aspirava a diventare comunque l’eminenza grigia di Xi Jinping, il giorno in cui in ottobre il congresso comunista lo eleggerà al posto dell’attuale capo di Stato e del partito Hu Jintao. La fine politica di Bo avviene sullo sfondo di vicende inquietanti: dal tentativo di fuga all’estero del suo ex-braccio destro Wang Lijun, all’arresto della moglie Gu Kailai coinvolta nell’omicidio di un uomo d’affari inglese a Chongqing.
L’Occidente ha un solo motivo per consolarsi. Pechino per ora non ha alcuna intenzione di ritirare le ingenti somme investite nei titoli pubblici americani e di vari Paesi europei. L’interdipendenza economica globale è così fitta e ramificata che un’eventuale bancarotta dei più importanti Stati del mondo capitalista avrebbe ripercussioni disastrose sulla tenuta del sistema comunista cinese. L’Occidente ha però molti motivi di preoccuparsi, almeno tanti quanti ne hanno a Pechino, per l’attuale congiuntura economica nella Repubblica popolare.
Qualche dato. Nell’ultimo trimestre il prodotto interno lordo è cresciuto dell’8,1%. Per chi sulle due sponde dell’Atlantico ha fatto il callo alla crescita zero o alla recessione, sembra il paradiso. Ma il dato va visto in relazione ai tre mesi precedenti, quando il tasso era dell8,9%, per non parlare del 9 o 10% degli anni passati. La Banca Mondiale avverte che «un graduale rallentamento proseguirà nel 2012», assieme a un calo dei consumi e degli investimenti interni, «mentre la domanda esterna rimane debole». In altre parole, le aziende estere colpite dalla crisi acquistano e investono di meno in Cina, e questo danneggia fortemente un Paese la cui crescita economica è basata principalmente sulle esportazioni.
Ardo Hansson, esperto di Cina presso la Banca Mondiale, mette in guardia verso «la correzione in atto nel mercato immobiliare». Un eufemismo fumoso dietro al quale si staglia nitida la gigantesca bolla speculativa in procinto di scoppiare. Negli Usa e in Europa ne abbiamo visto gli effetti nefasti nel 2008. Accade ora che nella Repubblica popolare i prezzi delle case, dopo una vertiginosa corsa al rialzo, siano in rapida traiettoria discendente.
Sullo sviluppo edilizio la Cina ha fondato buona parte dell’impetuosa crescita all’inizio del terzo millennio. Qui nel 2010 sono stati realizzati rispettivamente la metà e il 60% della produzione di acciaio e di cemento dell’intero pianeta. Stupefacente allora notare il divario tra la mole di costruzioni avviate o completate nel corso del 2011 e il venduto. A fronte di 3,6 miliardi di metri quadri edificati, solo 709 milioni sono quelli commercializzati. Neanche il 20%. Non sorprende così che i prezzi siano in caduta libera. Nella sola capitale l’ultimo dato disponibile è un meno 35%. Chi era salito sul carro del credito agevolato per investire nel mattone, si ritrova ricoperto di debiti con un capitale pesantemente svalutato.
Fra il 2008 e il 2009 i milioni di miliardi di dollari pompati dalle banche per alimentare prestiti a buon mercato sono stati anche lo strumento delle autorità per tamponare le tensioni sociali in aumento. Fino a quel momento le compagnie straniere erano presenti in forze nelle zone costiere della Cina meridionale, fin dai tempi di Deng Xiaoping le più esposte agli investimenti esteri. Attirate dai bassi salari, dai ritmi di lavoro forsennati, dalle inesistenti tutele sindacali. A Canton, Shenzhen, Shanghai e dintorni accorrevano masse di contadini poveri in cerca di un posto in fabbrica. Dal 2008 la festa, se qualcuno l’aveva vissuta come tale, è finita. Le autorità locali si sono trovate a fronteggiare l’emergenza di 23 milioni di lavoratori inurbati rimasti disoccupati. Le ditte straniere e le loro consociate cinesi chiudono i battenti o si trasferiscono in altri Paesi asiatici in cui la manodopera costa ancora di meno. Fonte: Gabriel Bertinetto -l'Unità | 15 Aprile 2012
15:00 Scritto in economia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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Olanda, il governo si dimette
Olanda, il governo si dimette
Il Patto di stabilità europeo manda in crisi l'Olanda. Il premier (di centrodestra) Mark Rutte ha annunciato ieri che si va verso elezioni anticipate dopo il fallimento delle trattative, cominciate il 5 marzo scorso, tra la coalizione di governo e il partito populista di Geert Wilders sulle misure da adottare per riportare i conti pubblici in linea con gli obiettivi fissati con l'Unione europea. Per Rutte, dopo il fallimento dei negoziati su una manovra da 18 miliardi per rispettare i parametri europei, «sembra evidente» che si vada a elezioni anticipate. Rutte è a capo di un governo di minoranza di centrodestra che si è retto finora solo grazie all'appoggio esterno del Pvv di Wilders. Per questo il ricorso alle urne sembra ora essere l'unica strada percorribile dopo la frattura intervenuta con il leader del partito anti-immigrazione. Il graduale allontanamento di Wilders dalla coalizione aveva spinto il governo olandese, uno dei più forti sostenitori della linea di rigore in Europa insieme a Berlino, a chiedere l'appoggio dei laburisti nell'approvazione del fiscal compact. Wilders però non pare temere le urne e ha dichiarato che «prima si andrà a votare e meglio sarà». «Questo pacchetto di tagli», ha aggiunto il leader del partito di estrema destra, «era inaccettabile, per il nostro partito e per la nazione. È tempo che gli olandesi votino».
AAA, austerity cercasi A rompere il già fragile equilibrio tra i partiti di governo e il Pvv è stato il confronto sulle misure da prendere per riportare in linea con il Patto di stabilità Ue il rapporto deficit-Pil che nel 2011 è stato pari al 4,7% (28 miliardi di euro). Per far scendere il rapporto deficit-Pil sotto il 3%, come richiesto dalle regole Ue, l'Olanda deve mettere in cantiere una manovra da 16 miliardi di euro. L'Olanda è uno dei quattro Paesi dell'Eurozona a godere ancora di una tripla A dopo l'ondata di bocciature e declassamenti arrivate dalle agenzie dei rating, ma il suo alto debito ha di recente spinto Fitch a lanciare un warning. Ora il premier Rutte, rompendo le trattative, ha addossato ai populisti la responsabilità di far saltare la manovra economica e di portare il paese alle urne. E il ministro delle Finanze olandese, Jan Kees de Jager, partito immediatamente per l'Olanda dal vertice del Fmi a Washington, ha avvertito che il paese rischia di dover pagare almeno 4 miliardi di euro di tassi di interesse più alti per rifornirsi sui mercati internazionali.
Fonte: MARINA DALLA CROCE - il Manifesto | 22 Aprile 2012
09:00 Scritto in Internazionale | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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