31/03/2012
Ritrovare il primato della cultura senza demonizzare l'economia
Ritrovare il primato della cultura senza demonizzare l'economia
Trattare di cultura in rapporto all'economia sembra agli schizzinosi mescolare la spiritualità dell'umanesimo alle impurità del capitalismo. Ma ogni civiltà è stata un miscuglio di ingredienti, virtuosi e barbari. Le civiltà possono essere tuttavia migliorate, aumentando le virtù individuali (la libertà dei moderni) e quelle civiche (la libertà degli antichi), combinando merito e uguaglianza.
Vi è nelle civilizzazioni tuttavia un fondo immutabile: sono sistemi in cui si intrecciano potenza, produzione, credenze e saperi. Basta guardare al sorgere della modernità in Italia, intorno al 1500, segnata da una combinazione particolare di religione, scienza, esplorazione, commercio, espansione.
Ridurre patrimonio e produzioni culturali a merci significa mortificarne la qualità, ma depurare la cultura da qualsiasi nesso imprenditoriale, di servizio e tecnologico è altrettanto sbagliato. La vita è stata e sarà marea fluttuante e imprecisa di alto e basso, bellezza e numero, immaterialità e materialità: è il suo bello!
Proprio perché le civiltà sono sistemi, le cui componenti sono utili l'una all'altra, ogni accentuazione estrema diventa anti-sistema, buona per una ideologia più che a una politica. Ad esempio, demonizzare banche, imprese e il desiderio individuale di arricchirsi e migliorare è il contrario di quel contemperare interessi particolari e generali in cui è il segreto delle democrazie liberali. Se tutto è speculazione orrenda ne deriva che tutta la politica è in eguale misura da condannare: ma vi è mai alcunché di uniforme fra gli umani? Si salvano unicamente coloro che si autorappresentano puri da principio e per sempre, maestri nell'autoescludersi dal tutto malefico da loro configurato e nel porsi in un altrove indeterminato e raffigurato incontaminato. È un modo subdolo e partigiano di mostrarsi al di sopra delle parti, senza esserlo.
Il qualunquismo massimalistico ha una sua ragione d'essere tragica in Italia, dove — per esempio — il culto del mattone e del consumo del paesaggio è stato trasversalmente fervido — neppure un piano paesaggistico regionale è stato ancora approvato — ma tale ragion d'essere è forse anche un rimedio, offre un progetto di sviluppo equilibrato, oppure convalida, suo malgrado, il brutto concreto cui si contrappone, proponendo astrazioni illimitate, salvifiche, impraticabili?
Se tutto il fare è parimenti malefico, se la Tav in val di Susa equivale al malfamato ponte sullo Stretto, l'anima si salva ma non si elabora un'idea di sviluppo integrata, innovativa, attuabile. Non tutte le opere pubbliche sono l'inferno. Esse e i lavori privati andrebbero orientati in primo luogo al mantenimento idro-geologico, al miglioramento degli edifici contro il rischio sismico, alla loro riconversione se degradati, a una cura particolare se storicamente e artisticamente rilevanti, per non dire dei paesini di collina e montagna da salvare ripopolandoli, delle ville da riusare, e ciò per salvare o riscattare il patrimonio edilizio nazionale, impedendo che altra campagna muoia soffocata nel cemento (in questi campi servono esenzioni fiscali).
Quale potrebbe essere, allora, un'idea di crescita alternativa alla crescita abnorme? Non una crescita quale che sia (come è avvenuto), neppure la non-crescita (figlia della disperazione), neanche una crescita in cui il bene comune sia contrapposto per principio al vantaggio di singoli, imprese e banche, come avviene nei regimi autoritari volti a «perfezionare» le democrazie. Serve al contrario un contemperamento faticoso e concreto dei diversi bisogni individuali, di gruppo e generali, fra loro combinati, nello spirito della costituzione e delle leggi. Dopo i tagli indiscriminati, bisogna tornare a investire in conoscenza, bellezza, ricerca e scuola. Sono da ricostruire non solo le nostre istituzioni ma anche la cultura. Verrebbe la tentazione di dire: investiamo soprattutto in cultura, ma purtroppo i mezzi sono e saranno limitati e i bisogni della nostra società sono multiformi. Ma le priorità stanno cambiando.
Secondo un recente questionario Istat, cui hanno risposto sul web 2.500 italiani, precedono salute, istruzione e servizi (oltre il 91 per cento), in posizione intermedia sono lavoro, ricerca, patrimonio culturale, relazioni sociali (tra il 76 e l'89 per cento) e in fondo stanno benessere economico, soddisfazione per la vita, partecipazione politica, sicurezza (tra il 30 e il 44 per cento). Il benessere personale è giunto sul proscenio e con esso i beni e le produzioni culturali: la Costituzione rivive.
Il patrimonio culturale merita dunque, nell'opinione di questi cittadini, un investimento rilevante in cultura, ricerca e scuola, pari almeno a quello dei più avanzati Paesi europei come la Francia: una rivoluzione! È da sperare che il governo Monti o uno a venire, mi auguro dello stesso genere, osi elaborare un progetto di crescita in cui le varie componenti della nostra civiltà si coagulino in un sistema significativo e virtuoso. Avremmo allora finalmente quel progetto innovativo e lungimirante che negli ultimi quarant'anni è mancato, degno di una società oramai post-industriale dalla tradizione produttiva e culturale che il mondo da sempre ammira.
Pensiamo all'Italia romana: costruì vie che tagliavano campi e rivi dei valligiani di allora e che ora felicemente percorriamo; all'Italia medievale che rifece e inventò le città; all'Italia del Rinascimento, che fu non in primo luogo culturale, come idealisticamente ancora si crede, ma un laboratorio frenetico e multiforme. Partita doppia combinata a pittura non fu il segreto del nostro primato? Traiamo dunque ispirazione dalla storia passata della penisola, in cui il globo riconosce le ragioni del nostro valore. Tornare a fare contrappunto, armonioso sistema a più voci: questo si deve.
Unire ingegno alla fatica, bellezza ai lavori senza gloria, intransigenza a mitezza, profondità a lievità, dignità al coltivare (colere) in tutti i modi tutti i campi umani è un'aspirazione audace e anche possibile. Siamo in attesa, non deve passare troppo tempo, se vogliamo rialzarci.
*Presidente del Consiglio superiore
per i Beni culturali
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Fonte: ANDREA CARANDINI* - Corriere della sera | 21 Marzo 2012
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SENEGAL TERRE RUBATE E SCELTE SBAGLIATE, PAGANO I CONTADINI
SENEGAL TERRE RUBATE E SCELTE SBAGLIATE, PAGANO I CONTADINI
“In 12 anni di politiche liberiste, la situazione del mondo rurale è notevolmente peggiorata. Non solo lo Stato ha messo fine ai sostegni finanziari e materiali agli agricoltori, ma ha anche sottratto terre a chi le coltivava da decenni per darle a politici vicini al presidente o a compagnie straniere con contratti firmati senza alcuna trasparenza”: è cupo il quadro del Senegal rurale tracciato alla MISNA da Seydi Gassama, direttore di Amnesty Senegal e esperto di questioni agricole.
Oggi il 50% dei senegalesi lavorano ancora nel settore primario ma in condizioni che si sono deteriorate e, secondo fonti locali dell’Onu, a sette mesi dai prossimi raccolti 800.000 persone patiscono già la fame. “Possiamo dire - denuncia il difensore dei diritti umani - che nell’ultimo decennio gli agricoltori sono stati abbandonati dallo Stato, sono più poveri e vivono sempre di più nell’insicurezza economica e alimentare” .
Per l’interlocutore della MISNA l’operato del presidente Aboulaye Wade e del suo Partito democratico senegalese (Pds, liberale) nel settore agricolo è un “fallimento totale nonostante i proclami di successo del potere”, ad esempio con la ‘Grande offensiva per il cibo e l’abbondanza’ (Goana).
Un fallimento da imputare alla scelta di non puntare sulle colture di cereali, che invece avrebbero consentito di migliorare la sicurezza alimentare. “Sulla carta – dice Gassama - i senegalesi sarebbero stati in grado di dare da mangiare ai senegalesi, ma la realtà è tutt’altra. Ci troviamo costretti a importare a caro prezzo riso, miglio, sorgo e granoturco per coprire il fabbisogno”. Altra scelta errata della gestione Wade è stato il disinteresse per la coltura delle arachidi, fino al 2000 fiore all’occhiello del paese, che veniva trasformata localmente in olio destinato al mercato mondiale. “Oggi - aggiunge il direttore di Amnesty Senegal - la maggioranza delle industrie di trasformazione delle arachidi sono chiuse con gravi conseguenze in termini di disoccupazione. Un tempo era lo Stato che gestiva il settore e faceva da intermediario tra i produttori e il mercato internazionale”. Un settore oggi nelle mani di pochi che trasformano in modo domestico, e non più industriale, la materia prima: un processo molto inquinante che produce olio di scarsa qualità, pericoloso per la salute umana.
Altra critica di peso al presidente uscente, che domenica andrà al ballottaggio col suo ex primo ministro Macky Sall, è di aver fatto della distribuzione di terreni fertili uno dei pilastri del clientelismo politico e della corruzione. “Nella regione molto fertile del fiume Senegal, in particolare a Mbane, proprietà di più di 50 ettari ciascuna sono state distribuite a ministri di Stato e esponenti politici, chiamati ironicamente ‘gli agricoltori della domenica’. Tutte terre lasciate a maggese che invece, se affidate a contadini competenti, potrebbero fruttare tanto” riferisce ancora l’interlocutore della MISNA.
Peggio ancora, altre centinaia di ettari sono stati dati in concessione a società straniere, per lo più italiane ma anche dei paesi arabi, e destinate alla coltura della jatropha per produrre biocarburante per i motori diesel destinato all’esportazione. Il fenomeno è conosciuto come accaparramento delle terre o land grabbing. “E’ un’altra scelta sbagliata – sottolinea Gassama - che ricade direttamente su tutti i senegalesi. In un territorio di 153.000 chilometri quadrati, è criminale distribuire terre fertili, preziose poiché rare visto che buona parte del paese è desertico, sulla base di contratti poco trasparenti. In questi anni sono andate sprecate tante risorse naturali e umane”. Il direttore di Amnesty Senegal dice di sperare che chi verrà eletto possa “riprendere seriamente in mano il paese e tener conto dei contadini nelle future scelte politiche”.
[VV]fonte misna
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Il racket delle foreste
Il racket delle foreste
La Banca Mondiale si «sveglia» alla deforestazione selvaggia e dice che il taglio illegale di legname commerciale genera un reddito di circa 10 o 15 miliardi di dollari ogni anno, in tutto il mondo - reddito che ovviamente non finisce nelle casse degli stati ma alimenta ricchezze private e corruzione. Il rapporto diffuso martedì dalla Banca Mondiale sotto il titolo Justice for Forests, «Giustizia per le foreste», spiega infatti che buona parte della deforestazione illegale è gestita dal crimine organizzato, e che una buona fetta dei profitti vanno nelle tasche di funzionari corrotti.
Guardate su scala mondiale, le dimensioni della deforestazione illegale sono impressionanti: ogni due secondo un'area di foresta grande quanto un campo di calcio finisce sotto le motoseghe, quantifica la Banca, che cita tra i paesi più toccati l'Indonesia, il Madagascar, e diversi paesi dell'Africa occidentale. Non che sia una novità - ampi studi della stessa Banca Mondiale negli ultimi 15 o vent'anni hanno documentano il fenomeno della deforestazione illegale. Questo studio si concentra però sugli strumenti legali per combattere tale scempio, cioè la battaglia al crimine organizzato. Lo studio afferma che bisogna guardare oltre il livello più basso dell'illegalità e rintracciare dove vanno a finire i profitti generati dalla deforestazione illegale. Insomma, seguire la pista del «denaro sporco», perseguire le organizzazioni criminali che profittano del taglio del legname su larga scala, confiscare i guadagni illeciti.
Spiega che in alcuni paesi il taglio illegale può rappresentare fino al 90 per cento del reddito dell'industria forestale - e si tratta ovviamente di denaro non tassato. Il nuovo rapporto quindi chiede ai governi e alle istituzioni legali di combattere questo specifico settore del crimine organizzato come si fa con altri settori di attività illegali internazionalizzati: migliorare la cooperazione regionale e internazionale tra le agenzie investigative e le magistrature, scambiare informazioni, e così via. «Dobbiamo combattere il crimine organizzato nella deforestazione illegale proprio come lo facciamo per il traffico di droga e i vari racket mondiali», ha commentato Jean Pesme, capo della divisione «Integrità del mercato» della Banca Mondiale, la divisione che si occupa di come combattere i flussi finanziari illeciti (ogni ironia sull'integrità dei mercati «leciti» è perfettamente giustificata, ma questo è un altro discorso).
Lo studio sottolinea anche come le stime del reddito generato dalla deforestazione illegale non rendono appieno l'idea: dicono quanto denaro viene dal commercio di quel legname, ma non rende l'idea degli enormi costi ambientali, economici e sociali legati al taglio selvaggio: la minaccia alla biodiversità, laggravarsi del riscaldamento globale del clima, la perdita di fonti di sopravvivenza per le popolazioni rurali che vivono vicino alle foreste - e il clima di intimidazione che si crea se queste provano a protestare. Parla degli effetti della corruzione spicciola, i funzionari a basso livelli, e quella ai livelli più alti dei governi coinvolto. E insiste che proprio per le dimensioni e le ramificazioni di questa attiovità, non basta guardare a ciò che avviene sul terreno ma bisgna guardare i grandi guadagni lleciti che la deforestazione genera, per individuare chi regge i giochi. L'Unione europea ad esempio ha introdotto norme che impongono alle aziende di acquistare solo legname di cuui si possa dimostrare che è stato tagliato legalmente: questo rimanda all'affidabilità delle certificazioni, ma è senza dubbiio un buon passo e la Banca Mondiale chiede al Giappone, uno dei maggiori consumatori di legname, di fare altrettanto. Molti attivisti guardano anche alla Cina, un altro grande acquirente di legname (spesso tagliato da aziende cinesi in molti paesi del sud-est asiatico). Ma basterà una Interpol delle foreste?
Fonte: GIORGIA FLETCHER - il Manifesto |
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L'analisi dei scienziati Usa Venezia continua a sprofondare
L'analisi dei scienziati Usa Venezia continua a sprofondare
Uno studio rivela che la città lagunare tende a scivolare verso il mare soprattutto nella zona a sud di circa 3/4 mm all'anno
Venezia non ha smesso di abbassarsi: è questa la conclusione raggiunta da uno studio condotto da Yehuda Bock, Scripps Institution of Oceanography University of California, San Diego, e Shimon Wdowinski (Marine & Atmospheric Science University of Miami), in stretta collaborazione con Telerilevamento Europa. Studi precedenti avevano suggerito un arrestarsi del fenomeno della subsidenza a Venezia. Grazie al nuovo lavoro, che ha visto impiegare due diverse tecnologie insieme, Gps e interferometria satellitare, è stato possibile misurare il lento ma costante abbassamento di Venezia e della sua laguna, annota Telerilevamento Europa. Un’informazione critica, che potrà aiutare in futuro le autorità locali a migliorare i propri piani di intervento a difesa della città dalle inondazioni.
Venezia "scivola" - Lo studio ha rilevato che la città tende a "scivolare" verso il mare. Il risultato di dieci anni di rilevazioni sarà pubblicato il 28 marzo sulla rivista Geochemistry, Geophysics, Geosystems, evidenzando in sostanza come la città tende a sprofondare più nella parte sud, di circa 3/4 mm all’anno che in quella nord (2/3 millimetri), mentre il centro storico tende ad essere più stabile cedendo di circa un millimetro. La rilevazione staellitare degli spostamentio è stata fatta attraverso delle superfici riflettenti poste al suolo.
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30/03/2012
Alla conquista di Manhattan
Alla conquista di Manhattan
Fascinosa e seducente, crudele e ingiusta, l'America è frutto di grandi idee
L'America esiste, a dispetto del titolo scelto da Antonio Monda per il suo nuovo romanzo. L'America non esiste di Monda, in uscita da Mondadori (pp. 272, 18), è infatti il racconto della fantasmagoria di opportunità e di rischi che colpisce chiunque voglia calcare la scena di quell'universo sconfinato e abbacinante che è New York. New York città degli estremi che convivono a stretto contatto, magari intrecciandosi all'interno di una stessa persona: gli estremi del lusso e della miseria, della fama e dell'emarginazione, della fortuna e dell'abiezione, degli ideali e del cinismo. New York esiste. Solo a New York possono capitare storie come quelle raccontate da Antonio Monda in questo romanzo. È a New York, che l'America esiste.
Ai due ragazzi italiani, Nicola e Maria, appena orfani, che sbarcano a New York nei primissimi anni Cinquanta, si dischiudono le porte di un destino sconosciuto e impossibile nelle amatissime, ma immobili, terre dei loro padri. Un'America da temere e da conquistare. Spietata ed effimera. Superficiale ma disponibile a riconoscere ogni talento, nel mondo della boxe e in quello dell'arte, della politica. Quando arrivano in America i due ragazzi, come tutti gli emigranti, sono colpiti dall'aspetto della Statua della libertà che sembra «una donna verde con un libro, una torcia e un'assurda corona in testa». Non sanno quel che c'è scritto sul piedistallo di quel gigantesco monumento: «Datemi i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare libere, i rifiuti miserabili delle vostre spiagge affollate... e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata». L'avessero saputo, prima ancora di sbarcare a New York, avrebbero preso queste parole della poetessa Emma Lazarus per un esercizio retorico poco acconcio al dramma delle loro vite. E invece in quelle parole è scritto il destino di emigranti loro malgrado. E nel significato di quelle parole si dipanano le vicende che porteranno Nicola e Maria ad avventure e incontri, a «respirare liberi», anche nella sconfitta e nella frustrazione.
Monda, italianissimo e attaccatissimo alla sua patria come a quella New York che gli ha consentito di seguire la strada desiderata con un lavoro durissimo e in salita, conosce le ombre e gli inganni dell'America. Sa che il giovane Nicola, addestrato dal padre a riconoscere la grandezza di un Tiziano o di un Michelangelo, per imporsi nel mondo della gallerie newyorchesi dovrà sorbirsi tonnellate di paccottiglia effimera spacciata per arte, conoscere il tedio dei vernissage alla moda, il linguaggio astruso e prepotente di chi si sente all'avanguardia del mondo. Imparerà a distinguere la vera arte dalla contraffazione. Ma sa che in quell'universo in cui il falso sa spacciarsi per vero e dove la grandezza difficilmente sarà duratura come quella, resistente nei secoli, di Tiziano, si sperimentano cose nuove e affascinanti che nel pietrificato paesaggio di un'Europa sempre più stanca non riusciranno mai a emergere.
Nicola ha molta fortuna. Incontra artisti, attori, registi famosi, ricche ereditiere. E Maria impara subito il linguaggio dell'amore in un mondo dove, come il suo Nathan, sprofondare ai margini della società e del mondo può consegnare un destino di disperazione, di miseria, di vagabondaggio. Ma nell'altalena dei destini, i due giovani italiani a New York (quella di Brooklyn e quella di Manhattan, così vicine e così diverse, separate in fondo solo da un ponte leggendario e famosissimo) faranno l'apprendistato in una vita tutta diversa se la tragedia della morte dei loro genitori non li avesse colpiti e non li avesse costretti alla grande traversata verso il nuovo mondo. Un nuovo mondo davvero, fatto di facce, parole, circostanze, architetture, forme completamente diverse. Di popoli che si ritrovano in America, sospesi tra l'attaccamento alle proprie tradizioni e la ricerca di nuove strade. L'America esiste, con i suoi drammi e con la sua velocità. Monda ce ne racconta la grandezza e la miseria, mescolate e fuse in un insieme inscindibile. L'America esiste. Fascinosa e seducente, crudele e ingiusta, ma esiste, frutto di una grande idea. E niente è più concreto e materiale di una grande idea.
Pierluigi Battista fonte corriere della sera
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SÃO TOMÉ E PRINCIPE LAND GRABBING, CENTINAIA DI ETTARI DI TERRA A SOCIETÀ STRANIERE
SÃO TOMÉ E PRINCIPE LAND GRABBING, CENTINAIA DI ETTARI DI TERRA A SOCIETÀ STRANIERE
Sta sollevando proteste e polemiche la decisione del governo di São Tomé e Principe di cedere centinaia di ettari di terra a società straniere. Lo scrive il quotidiano online ‘Tela Non’ riferendo i racconti di diversi agricoltori locali costretti ad abbandonare appezzamenti di terra coltivati da anni.
A beneficiare di nuove concessioni è stata una società svizzera, la Satocao, a cui sono andati 2500 ettari di terra corrispondenti alle antiche tenute di Santa Catarina e Santa Margarida sull’isola di São Tomé. E’ inoltre in corso un processo di individuazione di terre incolte da affidare alla belga Agripalma, a cui sarebbero stati promessi 5000 ettari.
Secondo le testimonianze raccolte da ‘Tela Non’, rappresentanti della Satocao accompagnati dalla polizia hanno preso possesso delle terre nonostante la presenza decennale di contadini locali che hanno protestato negando di aver mai lasciato incolto quanto avuto in gestione.
Il direttore generale dell’Agricoltura, Argentino Pires dos Santos, ha sostenuto che alla nuova redistribuzione si è proceduto soltanto dopo un processo di ispezione delle terre distribuite. Ma questo processo, sottolinea il quotidiano, sta generando polemiche e rischia di rendere ancora più problematico l’accesso alla terra, già questione di primaria importanza per un arcipelago che ha un territorio di 964 chilometri quadrati e circa 183 mila abitanti.
[GB] fonte misna
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I predatori dell'oceano
I predatori dell'oceano
Altroché pirateria: è un saccheggio in grande stile quello che si consuma lungo le coste dell'Africa occidentale. Un affare nell'ordine di grandezza del miliardo e mezzo di dollari l'anno. È la pesca illegale: l'oceano di fronte all'Africa occidentale è uno dei più pescosi del pianeta, con grandi riserve di cernie, dentici, sardine, maccarelli, gamberi. Ma proprio per questo è anche zona di incursione per intere flotte di enormi pescherecci stranieri che fanno razzia, pescando anche in zone protette, nel mare sottocosta riservato alla pesca artigianale, magari con reti a maglie più piccole di quanto prescritto e comunque senza licenze. Una pesca selvaggia, possibile un po' grazie alla corruzione di cui si accompagna, un po' perché i paesi che ne sono vittima, dalla Costa d'Avorio alla Sierra Leone, Mali e altri, non hanno il personale e gli equipaggiamenti per fermare i pescherecci abusivi. Tanto che un alto funzionario della Fao, David Doulman, ieri dichiarava all'agenzia Reuters che «la pesca illegale in Africa occidentale è fondalmentalmente fuori controllo».
Un'organizzazione ambientalista londinese, la Environmental Justice Foundation, in uno studio ha cercato di descrivere questo saccheggio. Gran parte della pesca illegale è condotta da grandi pescherecci battenti bandiera cinese, sudcoreana o di paesi europei, spiega (li definisce Iuu, illegal, unreported, unregulated - illegali, non segnalati e privi di licenze). Pesce proveniente dall'Africa occidentale è stato visto ad esempio nei mercati di Londra, in scatole «con il logo della Cnfc, azienda statale cinese proprietaria di numerosi pescherecci Iuu che operano nel golfo di Guinea». L'Unione europea fa sapere che sta studiando un sistema di certificazioni per impedire che roba pescata illegalmente finisca sul mercato.
Lo studio spiega come il pesce preso illegalmente sottocosta (zona riservata alla pesca locale) viene poi travasato in altomare su altri pescherecci con magazzini frigoriferi, spesso cinesi o europei, che poi lo rivenderanno come se l'avessero pescato in altomare. È un giro d'affari notevole: gli Stati uniti e l'Unione europea stimano che la pesca illegale ammonti ogni anno al valore di 23 miliardi di dollari in tutto il mondo. E la proporzione più alta di questa pesca illegale, il 37 per cento, avviene proprio nel mare dell'Africa occidentale.
I paesi coinvolti non riescono a fermare questo saccheggio in parte per la mancanza di mezzi: poche motovedette e poco personale per intercettare le flotte illegali. In parte perché le norme non sono adeguate, le multe ridicole. Peggio ancora, per la corruzione: si parla di pescherecci che si comprano l'impunità "oliando" autorità doganali e di sicurezza con tangenti di solito di qualche migliaio di dollari.
I pescatori locali sono i più direttamente danneggiati, perché i grandi pescherecci drenano il meglio: e considerato che la pesca rappresenta circa un quarto dell'occupazione in Africa occidentale, secondo la Fao, è chiaro che le incursioni di pescherecci illegali sono la causa diretta dell'impoverimento delle popolazioni costiene dalla Mauritania in giù. A volte i pescatori locali diventano parte dell'impresa illegale: con le loro barche più piccole fanno da tramite in zone troppo vicine alla costa per entrarvi con i grandi pescherecci. La Reuters cita il caso di pescatori senegalesi con le loro piroghe: escono dal porto di St. Louis, vengono issati a bordo da un peschereccio sudcoreano e portato per migliaia di chilometri, fino ai terreni di pesca del Gabon: la mattina sono calati in mare, pescano sottocosta, la sera tornano a bordo e ricevono un prezzo scontato per il loro pescato. Inutile biasimarli, in fondo sono l'ultima pedina di un gigantesco affare illegale.
TERRA TERRA - Paola Desai il manifesto
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Africa RIFIUTI ELETTRONICI, MINACCIA CRESCENTE PER SALUTE E AMBIENTE
Africa RIFIUTI ELETTRONICI, MINACCIA CRESCENTE PER SALUTE E AMBIENTE
L’ambiente e la salute umana stanno registrando i primi impatti negativi della crescita esponenziale del settore dell’informatica e della telefonia mobile: nel 2017 la quantità di rifiuti elettronici ed elettrici prodotti dall’Africa supererà quella dell’Europa.
I dati relativi alla situazione attuale sono preoccupanti: un recente studio pubblicato dal Programma Onu per l’ambiente (Unep) rivela che l’85% dei rifiuti proviene dal consumo sui mercati interni africani e il rimanente 15% giunge dall’estero, soprattutto dal vecchio continente, in particolare da Francia, Germania e Gran Bretagna. Le quantità di scarti aumentano di pari passo con l’acquisto di beni tecnologici da parte dei consumatori africani: in un decennio il numero di utenti della telefonia mobile si è moltiplicato per 100 e quello dei possessori di un computer per dieci. Ogni anno, da soli, cinque paesi dell’Africa occidentale – Benin, Costa d’Avorio, Ghana, Liberia e Nigeria – producono tra 650.000 e un milione di tonnellate di rifiuti elettronici.
Al di là dei danni a medio e lungo termine per gli ecosistemi locali, nell’immediato pone problema il contatto diretto degli abitanti, stabiliti nelle vicinanze delle discariche a cielo aperto, con sostanze nocive alla salute umana. La ricerca svolta dall’Unep conferma che la raccolta, la riparazione e la rivendita di questi pericolosi rifiuti rappresentano una vera e propria attività lavorativa che impegna anche minorenni, in cerca di materiali preziosi (oro, rame o argento) contenuti nei prodotti elettronici fuori uso. Sulla base di alcuni dati della ricerca emerge che a Accra (Ghana) e Abuja (Nigeria) almeno 30.000 persone sopravvivono grazie ai ‘tesori’ raccolti nelle discariche. Esperti in questioni ambientali e sanitarie suggeriscono ai governi coinvolti di istituire strutture ‘ufficiali’ per limitare i danni ed esercitare maggiore controllo sulle attività di trattamento dei rifiuti svolte finora in modo informale.
Per cercare di arginare il fenomeno in continua espansione, l’Unione internazionale delle telecomunicazioni (Uit) e l’agenzia Onu per le tecnologie dell’informazione hanno appena firmato con il segretariato della Convenzione di Bâle – che dal 1992 vieta la circolazione di rifiuti pericolosi –un accordo per controllare i movimenti transfrontalieri.
[VV] fonte misna
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Troppi rischi e scarsa trasparenza è ora di dire basta ai derivati di Stato
Troppi rischi e scarsa trasparenza è ora di dire basta ai derivati di Stato
Il rimborso da 2,6 miliardi di euro versato dal governo italiano a Morgan Stanley dovrebbe fare riflettere e suggerire uno stop alle scommesse con soldi pubblici. Non solo. Siccome nell'analisi dei bilanci vale il principio dello scarafaggio (se ne vedi uno, ce ne sono molti) il Tesoro dovrebbe essere più trasparente nel dare conto delle posizioni aperte, nel comunicare il rischio controparte e la sua concentrazione
MILANO - Prima notizia: lo Stato italiano ha dovuto pagare 2,6 miliardi di euro alla banca d'affari americana Morgan Stanley per coprire la perdita su un derivato di cui non si conosceva l'esistenza.
Seconda notizia: lo abbiamo appreso avant'ieri da un'agenzia americana, Bloomberg, che lo ha scoperto dai bilanci della banca.
Terza: Il Sole-24Ore non se n'è accorto (per amor di buoni rapporti con il Governo in questo momento?).
Quarta: Repubblica e Corriere hanno ripreso l'articolo di Bloomberg, ma il Corriere è riuscito a infarcire di errori e inesattezze un titolo già criptico: "XX Settembre: meno oneroso chiudere i contratti che rinnovarli. Il Tesoro esce dei derivati anni '90". Voglia di minimizzare?
Secondo Bloomberg, chiudere i contratti non è stata una decisione del Tesoro, ma di Morgan Stanley, in virtù di una clausola (Termination clause) che tipicamente dà diritto a chiudere una posizione se la perdita della controparte, in questo caso l'Italia, eccede le garanzie e i margini stabiliti. Significa anche che, senza questa clausola, la perdita dello Stato sarebbe rimasta occulta. Una perdita poi, è una perdita. Se compro un titolo a 10 euro, e poi crolla a 6, venderlo non è "meno oneroso" di tenerlo, "rinnovandolo": ho sempre perso 4 euro. Né importa se ho acquistato il titolo nel 2010 o "negli anni '90": continuo ad aver perso 4 euro. Dare l'impressione che questo derivato sia un retaggio del passato è ingannevole: il Tesoro ha consapevolmente deciso di tenerlo in portafoglio fino a ieri.
Nell'analisi dei bilanci vale il principio dello scarafaggio: se ne vedi uno, ce ne sono molti. Il Tesoro dovrebbe essere obbligato a pubblicare tempestivamente e regolarmente (ogni tre mesi, come le società quotate) la posizione in derivati dello Stato ai prezzi di mercato (mark-to-market), cioè ai prezzi ai quali le banche sarebbero disposte a chiudere le posizioni; non certo sulla base di valutazioni interne (mark-to-model). Bisognerebbe sapere se, come stima Bloomberg, le perdite nette dello Stato in derivati ammontino veramente a 24 miliardi di euro (presumo a prezzi di mercato): sarebbe un punto e mezzo di Pil. Ed è debito pubblico sommerso.
L'informativa sulla posizione in derivati dovrebbe essere estesa a tutte le amministrazione pubbliche, vista la storia dei danni che i derivati hanno fatto agli enti locali. Perfino l'indagine di due anni fa della Banca d'Italia, peraltro occasionale, fatta a seguito dei vari scandali scoppiati nella Penisola, si limitava a censire i derivati con banche residenti in Italia. Ma è noto che il Tesoro, come altre entità pubbliche, operano direttamente con controparti estere, senza passare per eventuali filiali italiane. Dunque, era una foto, peraltro ingiallita, che riprendeva solo la punta dell'iceberg.
Il Tesoro dovrebbe comunicare regolarmente anche il rischio controparte e la sua concentrazione. In questo caso lo Stato Italiano ha perso la scommessa; ma se l'avesse vinta, come poteva essere certo che Morgan Stanley avrebbe avuto i soldi per pagarla? Questo è il rischio controparte. Ed è enorme: oggi, non più di sette banche controllano il mercato mondiale dei derivati over-the-counter (negoziati direttamente e non in un mercato regolamentato). Per questa ragione, dopo Lehman, è diventata buona prassi esigere il versamento bilaterale dei margini: chi potrebbe subire una perdita per la variazione di valore del derivato, non importa se la banca o il cliente, versa alla controparte un deposito a garanzia. Quale è la politica del Tesoro?
Credo che i cittadini italiani abbiano il diritto di sapere quale sia complessivamente l'esposizione in derivati dello Stato, e con quali banche; soprattutto perché ognuno di noi si accolla 32.500 euro di debito pubblico.
La trasparenza è il primo passo. Il secondo dovrebbe essere la liquidazione di tutte le posizioni in derivati dello Stato. I derivati non vanno demonizzati: sono strumenti utilissimi per la gestione del rischio. Non sono loro a causare guasti, ma il loro abuso: i farmaci sono utili, anche se qualcuno li usa per suicidarsi e per doparsi. Si potrebbe argomentare che se lo Stato ha perso la scommessa è perché i tassi a lunga sono scesi; pertanto la perdita sul derivato implica che il Tesoro ha pagato meno interessi sui Btp. Quindi era una buona copertura del rischio: se avesse pagato di più perché i tassi erano saliti, avrebbe guadagnato sul derivato. Corretto, se lo Stato fosse un privato.
Ma lo Stato non è un privato. Chi, con quali diritti e responsabilità, sulla base di quali considerazioni, e con quali limiti di rischio, ha il potere di "scommettere" volumi ingenti di denaro dei cittadini? Nel settore privato, alla fine, gli azionisti guadagnano o perdono: per questo assegnano precise responsabilità e limiti di rischio, verificano che siano rispettati, e sanzionano chi li prevarica. Regole contabili e regolamentazione assicurano poi che anche i terzi siano informati dei rischi. Ma per uno Stato tutto questo non vale. Per questo dico sì ai derivati; ma no a quelli di Stato.
di ALESSANDRO PENATI fonte repubblica
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29/03/2012
Platone pone l'Amore alla base della sapienza. Senza la passione non esiste vera cultura
Platone pone l'Amore alla base della sapienza. Senza la passione non esiste vera cultura
«Sarebbe bello se la sapienza fosse qualcosa che può scorrere, al semplice contatto, dal più pieno al più vuoto di noi, come attraverso un filo di lana l'acqua scorre dalla tazza più colma a quella più vuota»: l'ironica battuta di Socrate, indirizzata al tragediografo greco Agatone, tocca uno dei nodi cruciali del Simposio di Platone. Il sapere non è un dono (come ci vorrebbe far credere una certa pedagogia edonistica che ha sfasciato, negli ultimi decenni, la scuola e l'università), né si può comprare (anche in una società dove tutto si può acquistare, compresi i parlamentari): la conoscenza e la scelta di una vita retta presuppongono uno sforzo interiore, una partecipazione attiva, una ricerca continua.
Non a caso il protagonista assoluto di questo famoso dialogo platonico è Eros. Di lui discutono i sette personaggi (otto se includiamo anche la sacerdotessa Diotima, che interviene indirettamente nel dibattito attraverso le parole riportate da Socrate), offrendone diverse definizioni. Sospeso tra corpo e anima, tra pura voluttà e bellezza morale, tra umano e divino, tra sofferenza e felicità, tra separazione e unità, tra particolare e universale, Amore si caratterizza soprattutto per essere espressione di una mancanza, di una privazione.
Spetta ad Aristofane, infatti, introdurre una delle immagini più poetiche evocate nei miti platonici. Gli esseri umani delle origini erano caratterizzati da una forma sferica: un doppio corpo composto da una doppia faccia, da quattro mani e da quattro piedi. Distinti in tre sessi (uomo-uomo, donna-donna e uomo-donna), furono separati da Giove, che li tagliò in due come punizione per aver attaccato gli dei. Così Eros non è altro che la ricerca della propria metà: una ricerca che spinge gli amanti a ritrovare l'unità perduta.
Diotima, subito dopo, colloca in una dimensione diversa e più alta il tema della privazione attraverso il mito del concepimento di Eros. Durante la festa per la nascita di Afrodite, Poros (dio dell'ingegno) si concede, ubriaco di nettare, a Penia (dea della povertà): dalla loro unione viene alla luce Eros, destinato, a causa delle opposte qualità dei suoi genitori, a perdere e ad acquistare ogni cosa. Né mortale né immortale, né ricco né povero, Amore, nel suo ruolo di «mediatore», riesce a rappresentare simbolicamente la condizione del filosofo, sempre sospesa tra ignoranza e sapienza. Infatti tra gli dei, che non cercano la sapienza perché la posseggono, e gli ignoranti, che non la cercano perché credono di possederla, il vero filosofo, amante della sapienza, cercherà di avvicinarsi a essa, rincorrendola tutta la vita.
Eros, attraverso la generazione, può rendere immortale l'essere mortale. Ma Amore non genera solo figli. Oltre a fecondare i corpi, feconda anche le anime che partoriscono, a loro volta, le virtù. Un'anima gravida passa dalla bellezza dei corpi alla bellezza interiore di un'altra anima. E dall'unione tra anime belle si può dar vita a quei filosofi, «amici del Bene», in grado di reggere lo Stato, la città ideale più volte evocata da Platone.
Non bisogna, però, lasciarsi ingannare dalle apparenze. Un corpo non bello può contenere al suo interno un'anima di straordinaria bellezza. È l'esempio di Socrate stesso, che Alcibiade, nelle appassionate e commoventi pagine finali, paragona a un Sileno: si tratta di una statuetta che nell'antica Grecia rappresentava all'esterno un'immagine comica (un satiro) e all'interno raffigurava una divinità. Qui Platone ci invita a esplorare il Sileno, a penetrare al suo interno, a diffidare sempre e comunque di ciò che vediamo in superficie. Il tesoro di Socrate è custodito «dentro» di lui.
Il Simposio ci propone, insomma, un'ermeneutica che investe anche i generi letterari. Il comico — al contrario di quanto sosterrà più tardi Aristotele — non può essere separato dal tragico: «Socrate li costringeva ad ammettere che lo stesso autore deve saper comporre commedie e tragedie, e chi con la sua arte è tragediografo deve essere anche commediografo». Nei testi e nella vita l'alto e il basso, la tragedia e la commedia interagiscono continuamente tra loro. Non a caso l'immagine del Sileno sarà rilanciata con grande successo nel Rinascimento da autori come Erasmo, Rabelais, Bruno.
Così come, indipendentemente da un'adesione alla metafisica platonica, il mito di Amore-filosofo ritornerà più volte in tante riflessioni dedicate alla natura della filosofia. Senza Eros, infatti, senza quella travolgente passione che scuote il corpo e l'anima, sarebbe difficile immaginare l'avventura della conoscenza. di Nuccio Ordine – fonte corriere della sera
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COLOMBIA ASSASSINATO LEADER COMUNITARIO, SI BATTEVA PER LA TERRA
COLOMBIA ASSASSINATO LEADER COMUNITARIO, SI BATTEVA PER LA TERRA
Rapito cinque giorni fa insieme al figlio Samir di 15 anni, è stato rinvenuto morto, con segni di tortura e ferite da arma da fuoco Manuel Ruiz, leader della comunità rurale di Apartadocito, nel nord-ovest della Colombia, che si batteva per la restituzione ai ‘campesinos’ delle terre sottratte con la forza dai gruppi armati illegali.
La Commissione interecclesiale di Giustizia e Pace ha denunciato in un comunicato che Ruiz era stato sequestrato dai paramilitari con il figlio a Mutatá, nel dipartimento nord-occidentale di Antioquia, poco dopo aver subito un fermo da parte della polizia locale. Accanto al suo cadavere ne è stato rinvenuto un altro, non ancora identificato.
Secondo il ‘defensor del pueblo’ (ombudsman) Volmar Pérez, a compiere il rapimento sarebbe stato il gruppo neo-paramilitare delle ‘Aguilas Negras’ che opera nelle regioni del Bajo Atrato e nel dipartimento di Chocó, al confine con quello di Antioquia. Da tempo bersaglio di minacce di morte, il leader comunitario aveva effettuato una telefonata poco dopo il sequestro con l’ufficio di Pérez riferendo che si trovava relegato in una fattoria e che i suoi rapitori chiedevano un riscatto equivalente a circa un migliaio di euro per il suo rilascio.
Secondo il ‘Movimento nazionale delle vittime dei crimini di Stato’ (Movice) dal 2005 al 2011 sono stati almeno 66 gli omicidi accertati di rappresentanti dei ‘desplazados’ (sfollati a causa del conflitto interno) che si battono per la restituzione delle terre rubate; 26 solo fra il 2010 e il 2011. Dall’inizio del 2012 lo Stato colombiano ha ricevuto circa 9000 richieste di esproprio e riassegnazione di terre sottratte dai gruppi armati in diverse zone del paese.
[FB]
Fonte misna
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GRECIA: Venizelos eletto presidente del Pasok, lascia le Finanze
GRECIA: Venizelos eletto presidente del Pasok, lascia le Finanze
ATENE - Evangelos Venizelos è stato eletto presidente del Pasok e si è dimesso da ministro delle Finanze, carica che potrebbe essere assunta ad interim dal premier Lucas Papadimos. Si accelerano dunque i tempi per le elezioni anticipate in Grecia, che probabilmente saranno convocate entro la prima settimana di maggio. I socialisti del Pasok, che insieme con la Nuova Democrazia di Samaras alimentano un clima di anticomunismo, si preparano a dare battaglia per guadagnare una percentuale a due cifre e fermare l'ormai certa avanzata delle sinistre.
Candidato unico alle primarie del partito socialista, Venizelos ha ottenuto il 97% dei voti con 230.105 preferenze, 236.151 in tutto le persone che sono andate domenica nei quasi 800 seggi per eleggere il nuovo presidente del Pasok, meno di un quarto del milione che avevano votato la prima volta per Papandreou, ma più del doppio dell'affluenza che si aspettavano i dirigenti del partito. Una dimostrazione che lo stato clientelare del Pasok sta ancora in piedi. L'ex premier Giorgos Papandreou gli passa le consegne e ora sarà più libero di dedicarsi alla Internazionale Socialista, di cui è presidente.
La campagna elettorale si annuncia piena di incognite, Venizelos e Samaras devono fare i conti anche con i due partiti formati dai deputati espulsi per non aver firmato il secondo Memorandum della troika: «Contratto Sociale» di centrosinistra e «Greci indipendenti» del conservatore Kamenos (estromesso da Nea Dimocratia) che tenta di guadagnare terreno sull'estremista di destra Karatzaferis. Quest'ultimo perde ulteriori pezzi dai neofascisti di Xrisi Avghi, che hanno scelto come roccaforte il quartiere disagiato di Atene Agios Panteleimonas dando la caccia agli immigrati.
In questo clima di lotte intestine, la situazione economica si aggrava dopo i trionfalismi di Papadimos e Venizelos per il supposto taglio del debito greco. Il governatore della Banca Centrale di Grecia, Probopoulos, nel suo rapporto sulla politica monetaria per il 2012, ha messo in guardia sull'urgenza di nuovi tagli e sull'aumento della disoccupazione al 3% per il 2012 con la recessione che arriverà al 4,5%. Da parte sua il Fmi chiede dalla Grecia di tagliare altri 14 miliardi dalle già sue magre finanze, mentre la Commissione europea insiste per una nuova decurtazione degli stipendi del 22%, tanto quando prevede il secondo Memorandum. Dando però luce verde ai 25 miliardi da offrire alle banche greche.
Papadimos, i due partiti che lo sostengono (Pasok e Nuova Democrazia) e la troika puntano sulle elezioni per evitare il meno peggio da una esplosione sociale senza precedenti, e hanno già avviato una campagna diffamatoria contro la sinistra rea di voler distruggere il paese portandolo fuori da euro e Ue.
Secondo i sondaggi i tre partiti di sinistra (Kke, Sinistra democratica, Syriza) insieme ai verdi superano il 40%, ma perderanno il premio di maggioranza di 50 seggi sui 300 del parlamento, a causa della loro divisione. Un altro 2-3% sarà disperso con i partiti minori della sinistra extraparlamentari, dopo la mancata collaborazione di Syriza con la piccola Antarsya. Il presidente di Syriza, Tsipras, invoca invano l'unità della sinistra, mentre la Sinistra Democratica di Kouvelis ha aperto le porte alla massa di ex militanti ed ex dirigenti di Pasok che scappano dal partito di Venizelos. Infine Kke segue la sua politica isolazionista, organizzando le proprie manifestazioni con servizi d'ordine che evitano la contaminazione dal resto delle forza di sinistra. Fonte: ARGIRIS PANAGOPOULOS - il Manifesto | 20 Marzo 2012
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ISTRUZIONE Prestiti universitari, il rischio è che scoppi la prossima bolla
ISTRUZIONE Prestiti universitari, il rischio è che scoppi la prossima bolla
NEW YORK Tra i mille volti di Occupy Wall Street c'è anche quello degli studenti che da mesi cercano di far sentire la loro voce per denunciare un sistema d'istruzione sempre più caro e scadente. Secondo gli ultimi numeri pubblicati in un rapporto del Project on Students Debt, un ramo dell'organizzazione no profit The Institute for College Access and Success, due terzi degli studenti laureati nel 2010 ha accumulato durante il college un mutuo personale pari a circa 25mila dollari, aumentato del 5% rispetto all'anno precedente. Un debito preoccupante, che raggiunge la cifra globale di oltre 700 miliardi di dollari, superando negli Usa il debito delle carte di credito. E le previsioni di alcuni settori della finanza sono tutt'altro che positive: ad agosto, infatti, Moody's Analytics, società controllata dall'agenzia di rating Moody's, aveva ipotizzato che quella dei prestiti universitari potrebbe degenerare fino a essere la prossima bolla speculativa a scoppiare, dopo internet negli anni Novanta e il mercato immobiliare nel 2008.
Gli studenti che ora possono permettersi di andare al college sono aumentati rispetto a dieci anni fa, è vero, ma con essi sono lievitate anche le rette universitarie. Tuttavia il sistema di istruzione non è migliorato. I tagli alla scuola pubblica attuati a New York, in California e in molti altri stati, hanno portato al sovraffollamento delle aule e all'annullamento di molti corsi, lasciando scuole e università in tutto il Paese in uno stato di forte disagio. E mentre, fino a qualche anno fa, la laurea poteva essere una garanzia di impiego, dopo la crisi economica del 2008 il mercato del lavoro è ancora incerto e i giovani che riescono a finire il college si ritrovano con un titolo di studio, ma senza lavoro e con una montagna di debiti sulle loro spalle. Così molti studenti, preoccupati per un futuro professionale sempre più incerto, hanno deciso di unirsi al movimento di Zuccotti Park, invocando uno sciopero del debito e chiedendo alle istituzioni di stabilire un sistema di prestiti universitari con interessi a tasso zero. «Chiediamo prestiti, sperando in una carriera fortunata dopo la scuola, e ne usciamo indebitati fino al collo, con un mercato del lavoro che è il peggiore in anni di storia americana», ha raccontato Paola Martinez, laureanda in scienze politiche, che con un figlio di un anno e un mutuo consistente, è diventata uno dei volti simbolo della protesta universitaria di New York.
L'ultima mobilitazione a livello nazionale è avvenuta due settimane fa in occasione della giornata per il diritto all'educazione, in cui gli studenti delle università di New York, dalla pubblica Cuny (City University of New York) alla prestigiosa Columbia hanno marciato davanti al Dipartimento dell'educazione a Lower Manhattan fino al ponte di Brooklyn, per chiedere al sindaco Bloomberg una moratoria sugli aumenti delle rette universitarie (incrementate a partire da novembre, di 300 dollari a semestre per i prossimi cinque anni) e sui debiti contratti. ma. al.
fonte il manifesto
TAGLIO MEDIO - ma. al. - NEW YORK
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A tavola il made in Italy tira ancora Esportazioni per 30 miliardi nel 2011
A tavola il made in Italy tira ancora Esportazioni per 30 miliardi nel 2011
Lo scorso anno ha registrato il miglior risultato di sempre sul fronte dell'export per il comparto agro-alimentare. Crescono a due cifre i settori dei latticini e del vino. A livello paese spicca il +10% verso gli Stati Uniti
Nel 2011 le esportazioni di olio d'oliva sono cresciute dell'11%
MILANO - Il made in Italy sulle tavole mondiali nel 2011 ha toccato il suo massimo storico di diffusione oltrepassando per la prima volta quota 30 miliardi (+8%) superando una voce di peso come quella rappresentata da autovetture, rimorchi e semirimorchi ferma a 25 miliardi.
E' quanto emerge da un'analisi della Coldiretti sulla base degli andamenti registrati dall'Istat nel commercio estero agroalimentare lo scorso anno, dalla quale si evidenziano peraltro numerose curiosità come la crescita boom del 19% nell'export della birra italiana in Gran Bretagna o del 20% del formaggio in Francia.
A crescere all'estero - sottolinea Coldiretti - sono stati i settori piu tradizionali del Made in Italy come i formaggi, a partire da grana e parmigiano reggiano che sono i piu esportati con una crescita del 21 per cento ma anche il vino (+12%), l'olio di oliva (+9%), la pasta (+8%), i prodotti da forno (+7%) e di salumeria (+7%). Se il comparto più dinamico è quello dei formaggi e latticini, che nel complesso fanno segnare un incremento del 15% per l'aumento delle vendite all'estero dovuto, oltre che al grana padano e parmigiano reggiano (+21%), anche al gorgonzola +13% e al pecorino, in ripresa con l'8% dopo una difficile crisi. Stabile - precisa la Coldiretti - il comparto frutticolo, dovuta soprattutto alle mele (+22%) che hanno controbilanciato il forte calo delle esportazioni di frutta estiva e agrumi mentre fortemente negative sono state le esportazioni di ortaggi (-8%), colpite anche dalla psicosi ingiustificata del batterio killer.
Tra i principali Paesi di destinazione dell'agroalimentare tricolore si sono verificati aumenti in valore verso la Germania (+5%), la Francia (+9%) e il Regno unito (+3%), con un incremento medio nell'Unione Europea del 6%. Crescono però a ritmi molto più sostenuti le richieste nei Paesi extraeuropei (+15%), tra i quali spicca soprattutto il ruolo degli Stati Uniti (+10%) ma va segnalato anche il boom del vino italiano in Cina con una crescita del 65%.
"Le performance positive registrate sui mercati internazionali dal settore piu rappresentativo dell'economia reale dimostra che il Paese può tornare a crescere solo se investe nelle proprie risorse che sono i territori, l'identità, la cultura e il cibo - afferma il presidente della Coldiretti Sergio Marini - e l'agroalimentare e una leva competitiva formidabile per trainare il Made in Italy nel mondo".
Fonte repubblica
11:00 Scritto in economia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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