29/02/2012
Come si fabbrica l'opinione pubblica
Come si fabbrica l'opinione pubblica
Da un lato, una situazione economica e sociale inedita. Dall’altro, un dibattito pubblico mutilato, ridotto all’alternativa tra austerità di destra e rigore di sinistra. Come si definisce lo spazio dei discorsi ufficiali, per quale prodigio l’opinione di una minoranza si trasforma in «opinione pubblica»? È ciò che spiega il sociologo Pierre Bourdieu in questo corso sullo Stato tenuto nel 1990 al Collège de France e pubblicato questo mese.
Un «uomo ufficiale» è un ventriloquo che parla in nome dello Stato: assume un portamento ufficiale – bisognerebbe descrivere la messinscena del personaggio ufficiale –, parla a favore e al posto del gruppo al quale si rivolge, parla per e al posto di tutti, parla in quanto rappresentante dell’universale. E a questo punto si arriva alla moderna nozione di opinione pubblica. Cos’è questa opinione pubblica invocata dai creatori di diritto delle società moderne, delle società nelle quali il diritto esiste? È tacitamente l’opinione di tutti, della maggioranza o di coloro che contano, di quelli che sono degni di avere un’opinione.
Penso che la definizione esplicita in una società che si pretende democratica, e cioè che l’opinione ufficiale è l’opinione di tutti, nasconda una definizione latente, e cioè che l’opinione pubblica è l’opinione di quelli che sono degni di avere un’opinione. C’è una sorta di definizione censuaria dell’opinione pubblica come opinione illuminata, opinione degna di questo nome. La logica delle commissioni ufficiali è quella di creare un gruppo in grado di dare tutti i segnali esterni, socialmente riconosciuti e riconoscibili, della sua capacità di esprimere l’opinione degna di essere espressa, e nelle forme convenienti. Uno dei criteri taciti più importanti nella selezione dei membri della commissione, in particolare del suo presidente, è l’intuizione, da parte di chi è incaricato della composizione della commissione, che la persona in questione conosca le regole tacite dell’universo burocratico e le riconosca: in altre parole, qualcuno che sappia giocare il gioco della commissione in maniera appropriata, quella che va oltre le regole del gioco, che lo legittima; non si è mai così tanto nel gioco come quando si va oltre. In ogni gioco, ci sono regole e fair-play.
A proposito dell’uomo cabilo, o del mondo intellettuale, avevo utilizzato questa formula: l’eccellenza, nella maggior parte delle società, è l’arte di giocare con la regola del gioco, facendo di questo gioco con la regola del gioco un omaggio supremo al gioco. Il trasgressore controllato è la vera antitesi dell’eretico. Il gruppo dominante coopta i suoi membri su indizi minimi di comportamento, che sono l’arte di rispettare la regola del gioco fin nelle trasgressioni regolate della regola del gioco: la buona creanza, il contegno. È la celebre frase di Chamfort: «Il grande vicario può sorridere a una battuta contro la religione, il vescovo può riderne apertamente, il cardinale metterci del suo (1).» Più si sale nella gerarchia delle eccellenze, più si può giocare con la regola del gioco, ma ex officio, a partire da una posizione che sia tale da eliminare ogni dubbio.
L’humour anticlericale di un cardinale è squisitamente clericale. L’opinione pubblica è sempre una specie di realtà doppia. È quella cosa che non si può non invocare quando si vuole legiferare in campi non organizzati. Quando si dice «C’è un vuoto giuridico» (espressione straordinaria), a proposito dell’eutanasia o dei bimbi-provetta, si convocano delle persone, che si metteranno a lavorare con tutta la loro autorità. Dominique Memmi (2) descrive un comitato di etica [sulla procreazione artificiale], la sua composizione con gente disparata – psicologi, sociologi, donne, femministe, arcivescovi, rabbini, scienziati, ecc. – che hanno il compito di trasformare una somma di idioletti (3) etici in un discorso universale che colmerà un vuoto giuridico, cioè darà una soluzione ufficiale a un problema difficile che turba la società – legalizzare le madri portatrici, ad esempio. Se si lavora in questo genere di situazione, si deve invocare un’opinione pubblica. In questo contesto, si capisce molto bene la funzione affidata ai sondaggi. Dire «i sondaggi sono con noi», è come dire «Dio è con noi» in un altro contesto.
Ma la storia dei sondaggi è seccante, perché a volte l’opinione illuminata è contro la pena di morte, mentre i sondaggi sono piuttosto a favore. Che fare? Si fa una commissione. La commissione costituisce un’opinione pubblica illuminata che tradurrà l’opinione illuminata in opinione legittima in nome dell’opinione pubblica – che magari dice il contrario o non pensa proprio niente (come succede su molti argomenti). Una delle proprietà dei sondaggi consiste nel porre alla gente problemi che non si pone, nel suggerire risposte a problemi che non si è posta, quindi nell’imporre risposte. Non è questione di cercare vie traverse nella costituzione dei campioni, è il fatto di imporre a tutti problemi che sono sentiti dall’opinione illuminata e, per questa via, di proporre risposte generali a problemi sentiti solo da alcuni, quindi di dare risposte illuminate in quanto le si è generate con la domanda: si è dato vita a problemi che per la gente non esistevano, mentre la domanda era quale fosse il loro problema.
Vi tradurrò un testo di Alexander Mackinnon del 1828, tratto da un libro di Peel su Herbert Spencer (4). Mackinnon definisce l’opinione pubblica, ne dà la definizione che sarebbe ufficiale se non fosse inconfessabile in una società democratica. Quando si parla di opinione pubblica, si gioca sempre un doppio gioco tra la definizione confessabile (l’opinione di tutti) e l’opinione autorizzata ed efficiente che è ottenuta come sotto-insieme ristretto dell’opinione pubblica democraticamente definita: «È l’opinione, a proposito di un qualsivoglia argomento di cui si parli, espressa dalle persone più informate, più intelligenti e più morali della comunità. Essa viene gradualmente diffusa e adottata da tutte le persone dotate di una certa istruzione e di un sentire adeguato a uno Stato civilizzato» La verità dei dominanti diventa quella di tutti. Mettere in scena l’autorità che autorizza a parlare Negli anni 1880, si diceva apertamente all’Assemblea nazionale ciò che la sociologia ha dovuto riscoprire, e cioè che il sistema scolastico doveva espellere i figli delle classi più sfavorite. All’inizio si poneva la questione, che poi si è del tutto risolta in quanto il sistema scolastico si è messo a fare, senza esplicita richiesta, ciò che ci si aspettava da lui.
Quindi, nessun bisogno di parlarne. L’interesse del ritorno sulla genesi è molto importante perché, nella fase iniziale, si rintracciano dibattiti in cui vengono espresse a chiare lettere cose che, in seguito, possono sembrare provocazioni dei sociologi. Il riproduttore dell’autorità sa produrre – nel senso etimologico del termine: producere significa «portare alla luce» –, teatralizzandolo, qualcosa che non esiste (nel senso di sensibile, di visibile), e nel nome del quale parla. Deve produrre ciò in nome di cui ha il diritto di produrre. Non può non teatralizzare, non dare forma, non fare miracoli. Il miracolo più comune, per un creatore verbale, è il miracolo verbale, il successo retorico; deve produrre la messinscena di ciò che autorizza il suo dire, in altre parole dell’autorità in nome della quale è autorizzato a parlare. Ritrovo la definizione della prosopopea che cercavo prima: «Figura retorica attraverso la quale si fa parlare e agire una persona che viene evocata, un assente, un morto, un animale, una cosa personificata». E nel dizionario, che è sempre uno strumento formidabile, si trova questa frase di Baudelaire a proposito della poesia: «Maneggiare sapientemente una lingua, vuol dire praticare una specie di stregoneria evocatrice».
I chierici, quelli che manipolano una lingua sapiente come i giuristi e i poeti, devono mettere in scena il referente immaginario in nome del quale parlano e che parlando producono nelle forme; devono fare esistere quello che esprimono e ciò in nome di cui si esprimono. Devono insieme produrre un discorso e produrre la fiducia nell’universalità del loro discorso attraverso la produzione sensibile (nel senso di evocazione degli spiriti, dei fantasmi – lo Stato è un fantasma…) di questa cosa che sarà garante di ciò che fanno: «la nazione», «i lavoratori», «il popolo», «il segreto di Stato», «la sicurezza nazionale», «la domanda sociale», ecc. Percy Schramm ha mostrato come le cerimonie di consacrazione fossero il transfert, nell’ordine politico, delle cerimonie religiose (5). Se il cerimoniale religioso può trasferirsi così facilmente nelle cerimonie politiche, attraverso le cerimonie della consacrazione, è perché si tratta, nei due casi, di far credere che c’è un fondamento al discorso, il quale appare autofondante, legittimo, universale solo in quanto c’è la teatralizzazione – nel senso di evocazione magica, di stregoneria – del gruppo unito e consenziente al discorso che lo unisce. Da cui il cerimoniale giuridico.
Lo storico inglese E. P. Thompson ha insistito sul ruolo della teatralizzazione giuridica nel XVIII secolo inglese – le parrucche, ecc. –, che non si può comprendere completamente se non si vede che non si tratta di un semplice apparato, nel senso di Pascal, che verrebbe ad aggiungersi: è parte costitutiva dell’atto giuridico (6). Parlare forense in giacca e cravatta è rischioso: si rischia di perdere lo sfarzo del discorso. Si parla sempre di riformare il linguaggio giuridico senza mai farlo, perché è l’ultimo indumento: i re nudi non sono più carismatici. Ufficialità, o malafede collettiva Una delle dimensioni molto importanti della teatralizzazione è la teatralizzazione dell’interesse per l’interesse generale; è la teatralizzazione della convinzione dell’interesse per l’universale, del disinteresse dell’uomo politico – teatralizzazione della fede del prete, della convinzione dell’uomo politico, della sua fiducia in ciò che fa. Se la teatralizzazione della convinzione fa parte delle condizioni tacite dell’esercizio della professione di chierico – se un professore di filosofia deve aver l’aria di credere alla filosofia –, è perché è l’omaggio fondamentale del personaggio ufficiale all’autorità; è ciò che bisogna concedere all’autorità per essere un’autorità: bisogna concedere il disinteresse, la fiducia nell’autorità, per essere un vero personaggio ufficiale. Il disinteresse non è una virtù secondaria: è la virtù politica di tutti i mandatari. Le scappatelle dei preti, gli scandali politici sono il crollo di questa specie di fede politica nella quale tutti sono in malafede, la fede essendo una sorta di malafede collettiva, in senso sartriano: un gioco nel quale tutti mentono a se stessi e agli altri sapendo che anche quelli mentono a se stessi. È questa l’autorità…
note:
* Sociologo (1930-2002). Testo estratto da Sur l’Etat. Cours au Collège de France 1989-1992, Raisons d’Agir-Seuil, Parigi, 2012, in uscita il 5 gennaio.
(1) Nicolas de Chamfort, Maximes et pensées, Parigi, 1795.
(2) Dominique Memmi, «Savants et maîtres à penser. La fabrication d’une morale de la procréation artificielle», Actes de la recherche en sciences sociales, n° 76-77, Parigi, 1989, p. 82-103.
(3) Dal greco idios, «particolare»: discorso particolare.
(4) John David Yeadon Peel, Herbert Spencer. The Evolution of a Sociologist, Heinemann, Londra, 1971. William Alexander Mackinnon (1789-1870) ebbe una lunga carriera come membro del Parlamento britannico.
(5) Percy Ernst Schramm, Der König von Frankreich. Das Wesen der Monarchie von 9 zum 16. Jahrhundert. Ein Kapital aus der Geschichte des abendländischen Staates (due volumi), H. Böhlaus Nachfolger, Weimar, 1939.
(6) Edward Palmer Thompson, «Patrician society, plebeian culture», Journal of Social History, vol. 7, n° 4, Berkeley (California),1974, p. 382-405. (Traduzione di G. P.)
http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Gennaio-2012/pagina.php?cosa=1201lm01.02.html
un testo inedito di pierre bourdieu*
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SENEGAL PRESIDENZIALI, SI GUARDA GIÀ AL SECONDO TURNO
SENEGAL PRESIDENZIALI, SI GUARDA GIÀ AL SECONDO TURNO
A tre giorni dal primo turno delle presidenziali di domenica scorsa, i risultati provvisori diffusi finora dalle ‘commissioni regionali di censimento elettorale’ confermano l’ipotesi del ballottaggio tra il presidente uscente Abdoulaye Wade e il suo ex delfino Macky Sall. A separare i due rivali ci sarebbe una decina di punti percentuali. Terzo con un certo distacco Moustapha Niasse, candidato della principale coalizione di opposizione ‘Bennoo Siggil Senegaal’ (Bss), e a seguire il socialista Ousmane Tanor Dieng e l’ex primo ministro Idrissa Seck.
In attesa dei dati completi, previsti per venerdì, quelli riportati dall’agenzia di stampa ufficiale ‘Aps’ mettono in luce un serrato testa a testa tra l’anziano capo di Stato e il suo ex braccio destro per il controllo della regione di Dakar. Nella capitale, nelle vicine Pikine e Guediawaye, il più votato è stato Sall mentre Wade mantiene saldamente il controllo di Rufisque, uno dei suoi feudi. Nonostante il malcontento diffuso per il conflitto indipendentista irrisolto nella regione meridionale della Casamance, da Ziguinchor fino a Kédougou predomina il colore blu, quello del Partito democratico senegalese (Pds) fondato nel lontano 1974 quando Wade era all’opposizione.
Una prevalenza del ‘voto blu’ si ritrova anche in diverse zone del nord, tra cui Saint Louis, Podor e Dagana, che hanno ridato la loro fiducia al capo di Stato uscente. Fa eccezione il dipartimento settentrionale di Matam che ha preferito l’ex primo ministro Sall. Inoltre a Dakar il Partito socialista senegalese (Pss) e il suo candidato Tanor Dieng hanno perso terreno rispetto alle ultime presidenziali del 2007: un netto passo indietro che giova a Niasse e all’ampia coalizione di opposizione che lo sostiene.
Intanto è giunto il parere degli osservatori dell’Unione europea (Ue), dopo quello delle varie missioni a guida africana. Seppur riconoscendo che il voto si è tenuto in “modo adeguato”, anche grazie al senso di “responsabilità” dei senegalesi, gli inviati di Bruxelles hanno espresso critiche per “condizioni di trasparenza meno buone rispetto a quelle sperate” da ricondurre in parte al “clima di forte tensione” e alle violenze della campagna elettorale. La missione europea rimprovera soprattutto al governo di “ritardare la pubblicazione dei risultati in tempo reale: una situazione inspiegabile nell’era di internet” ha detto il capo della delegazione dei parlamentari Ue, Cristian Dan Preda, esprimendo timore di “crescente tensione e sospetto da ora a venerdì”. D’altra parte la missione europea ha riferito di 130.000 aventi diritto deceduti ma ancora iscritti nel registro dei votanti e di una partecipazione “troppo ridotta” dei giovani elettori, dai 18 ai 23 anni.
Ma a Dakar, candidati, osservatori e media guardano già al secondo turno, che se venisse confermato dovrebbe tenersi domenica 18 marzo. Secondo Sall, il ballottaggio segna “una nuova tappa cruciale nella lotta contro il terzo mandato del presidente e per la sua uscita definitiva dalla scena politica”. Stamani i titoli di apertura speculano sull’apertura di trattative in vista di possibili alleanze per il secondo turno: dietro le quinte, anche nel palazzo presidenziale, si stanno elaborando strategie politiche e di comunicazione. “Il maestro e l’apprendista si affronteranno il 18 marzo” scrive il quotidiano ‘La Tribune’ mentre per ‘Rewmi Quotidien’ “il presidente cercherà di ottenere ad ogni costo il sostegno di Tanor Dieng e Seck”.
[VV]
Fonte misna
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MALI AZAWAD: CONFLITTO E CRISI ALIMENTARE, L’ALLARME DI CARITAS
MALI AZAWAD: CONFLITTO E CRISI ALIMENTARE, L’ALLARME DI CARITAS
“Alle forze che combattono nel nord, chiediamo la fine di questo conflitto privo di senso e dalle conseguenze drammatiche. Alla comunità internazionale e ai nostri partner del mondo della solidarietà, chiediamo generosità e un sostegno ulteriore”: è l’appello lanciato, attraverso la MISNA, da Teodore Togo, segretario generale della Caritas nel paese, interpellato sull’impegno dell’organismo in merito al conflitto tra la ribellione del Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad (Mnla) e il governo centrale scoppiato nei territori settentrionali del paese da metà gennaio.
Il responsabile riferisce alla MISNA che “un appello per un’assistenza alimentare era stato rivolto prima della crisi armata. Si sapeva già del rischio di una situazione alimentare molto precaria, un problema che gli scontri e la fuga delle popolazioni hanno accentuato” sottolinea Togo.
Il personale della Caritas non ha ancora raggiunto gli sfollati sparsi nei territori di Kidal, Gao e Timbuctu – circa 60.000 secondo le stime – che stanno cominciando invece a ricevere l’assistenza di organizzazioni umanitarie internazionali. “È una situazione piuttosto complessa, nella quale alcune città sono state disertate dagli abitanti a causa dei combattimenti, e la gente si è spostata un po’ in tutte le direzioni, passando anche i confini” prosegue la stessa fonte, ricordando la sorte di altre decine di migliaia di persone rifugiate tra la Mauritania, il Niger, il Burkina Faso e l’Algeria.
Sulla situazione al fronte i protagonisti del conflitto continuano a dare versioni discordanti. La ribellione sostiene di aver attaccato nei giorni scorsi la località di Gomakoura, a 100 chilometri a nord di Segou, una località più a sud dell’ipotetica linea di demarcazione che separa le regioni settentrionali finora teatro della rivolta dal resto del paese. I ribelli sostengono inoltre di aver inflitto pesanti perdite all’esercito, mentre fonti militari dicono che la ribellione ha subito ingenti perdite e non è riuscita a prendere il controllo della località.
“Tra le variegate comunità che popolano il nord del Mali, alcune hanno affinità con la ribellione, altre invece non appoggiano la lotta armata. Le varie componenti tuareg, gli arabi, i songhai, i peul, tutti abitanti dell’Azawad, avevano trovato equilibri di convivenza. Equilibri spezzati dal conflitto di cui si auspica una rapida soluzione” ha confidato una fonte religiosa della MISNA a Segou.
[CC]
Fonte misna
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Mutui, prestiti e finanziamenti negati allo sportello un esercito di respinti
Mutui, prestiti e finanziamenti negati allo sportello un esercito di respinti
Per non essere vittima del credit crunch non basta nemmeno avere il posto fisso o essere in regola con i pagamenti Commercianti, famiglie e imprese: più di cento storie di "credito rifiutato" giunte in poche ore a Repubblica.it
Coppie alla ricerca del mutuo per la prima casa, posto fisso. Piccole ditte ben avviate con il sogno di espandersi, sempre in regola. Medie aziende specializzate, sane, ma a corto di liquidità perché lo Stato paga male e tardi. Anziani a un passo dalla pensione, poi negata per pochi spiccioli da ripianare. Le storie dei lettori, rimbalzate su Repubblica.it e qui selezionate, dopo gli approfondimenti sulla nuova stretta del credito che incombe su imprese e famiglie, ci raccontano di un´Italia che fatica, che ha bisogno di soldi per ripartire, che bussa alle banche. E che ottiene quasi sempre un "no" come risposta. Nonostante garanti e garanzie, specchiata affidabilità finanziaria, bassi insoluti, solide storie di imprenditorialità. Il credit crunch, la contrazione del credito, l´intoppo nel flusso del denaro nei canali dell´economia reale, è tutto qui. In quei 20 miliardi negati agli sportelli a dicembre, un calo record rispetto all´anno precedente. In quei prestiti sempre più cari e misurati con il contagocce. In quel grido d´allarme di imprese e famiglie in apnea. «È cruciale che l´economia non entri in asfissia creditizia, deperendo e trascinando con sé anche le prospettive del sistema bancario», ha auspicato due giorni fa il governatore della Banca d´Italia Ignazio Visco, dopo aver certificato che il 2012 sarà, ancora, un anno di recessione.
Il geometra a riposo / "Non avrebbero rischiato nulla così ho perso un pezzo di pensione"
La Cassa di previdenza dei geometri mi ha comunicato che dal 2 febbraio 2011 potevo andare in pensione (14mila euro lordi annui), ma dovevo prima sanare dei contributi non pagati che, grazie ad Equitalia, sono saliti a circa 38mila euro. Mi sono rivolto a diverse banche, ma non ho ottenuto il prestito. Eppure non avrebbero corso alcun rischio: la Cassa avrebbe versato nel conto corrente le mensilità, la banca avrebbe prelevato la rata. Ora la Cassa mi ha notificato il respingimento della pensione. Sono disperato e non so come vivere. Paolo Brufani
Il dirigente / "La banca non ci sconta più le fatture è una stretta che farà male all´azienda"
Sono un professionista amministratore di una piccola azienda operante nel settore della verniciatura. Nel giro di qualche mese mi sono visto ridurre in maniera significativa da due banche gli affidamenti autoliquidanti (quelli di cui la banca rientra direttamente con l´incasso delle fatture anticipate). E questo nonostante la percentuale degli insoluti nel corso degli ultimi 5 anni fosse molto al di sotto della media di sistema. La stretta del credito avrà ripercussioni sulla vita dell´azienda e di una dozzina di persone che lì dentro ci lavorano. Domenico Ansalone
Il commerciante / "Negati i soldi per un frigo i capitali servono per Bot e Btp"
Ho aperto nel 2006 una piccola enoteca con vendita di vini e prodotti tipici della Maremma. Con fasi alterne riesco a sopravvivere. Nel mese di novembre ho avuto la necessità di chiedere un piccolo prestito di 10mila euro (devo cambiare il banco frigo e alcune parti di mobilio per allargare l´attività). Ma la banca me lo ha rifiutato, nonostante io sia proprietario sia del fondo dove svolgo l´attività, sia di una casa dove abito. Il direttore di mi ha detto: «Mi dispiace, ma le banche oggi preferiscono acquistare Bot che dare i prestiti alle piccole aziende». Leonardo
L´artigiano / "Per comprare i locali della ditta ho chiesto i soldi a un garante privato"
Sono il titolare di una piccola ditta. Da 10 anni in affitto, pagavo regolarmente 700 euro al mese. Ho deciso di fare il grande passo e comprare i locali dove svolgo la mia attività. Mi sono rivolto alla mia banca che mi calcola una rata da 450 euro, ben più bassa dell´affitto. La banca ha fatto di tutto per non darmi il mutuo, nonostante avessi portato un garante con una liquidità sul suo conto corrente di 4 volte il costo dei locali. Alla fine ho dovuto ricorrere al prestito del mio garante. Non si può far ripartire l´economia in questo modo. Danilo
L´industriale / "Il progetto d´investimento piaceva ma nessun istituto aveva i fondi"
Ho 64 anni e una lunga esperienza di aziende, quelle che ho fatto io e quelle di altri imprenditori. Avevo deciso, con la mia compagna, di crearne una nuova. Il piano prevedeva il nostro lavoro e quello di altre quattro persone, con un investimento di 380mila euro. Avevamo capitale proprio e di terzi per 250mila euro. Il resto l´ho chiesto a banche locali, cooperative e grandi banche, offrendo garanzie ben più alte; risposta: «Bello, ma non abbiamo soldi, non possiamo darti nulla». Dunque, sei persone in meno a lavorare. Fausto Santiccioli
La piccola impresa / "Sani e senza fidi, se mi gira chiudo e mi metto in nero su web e mercatini"
Piccola azienda con otto dipendenti, dopo la crisi ridotti a quattro, ben funzionante ma senza fido, senza carta di credito, con un libretto di assegni alla volta. Però le banche continuano a pretendere il saldo immediato del pregresso, rifiutandosi di rateizzarlo in tempi sopportabili. Se lo stress non mi uccide, continuerò ancora un po´, se un giorno mi alzo dalla parte sbagliata del letto chiudo tutto e mi metto a lavorare in nero sul web e nei mercatini. Così ci saranno altri quattro disoccupati e un´azienda che paga tante tasse in meno. Tuttoplease
L´imprenditore / "Anno nero: lo Stato paga tardi e nessuno anticipa il dovuto"
Sono titolare di una piccola impresa specializzata nel settore impiantistico con 10 dipendenti. Da ormai due anni siamo in gravissima difficoltà finanziaria per i ritardi di pagamento della società pubblica per la quale lavoriamo da oltre un decennio. Il ritardo nei pagamenti ha raggiunto ormai i 18 mesi e non riusciamo più a trovare banche disposte a farci delle anticipazioni. Nonostante un bilancio in utile dal nostro primo anno di attività (1986), vedo un 2012 nerissimo col rischio di chiusura dell´attività per assoluta mancanza di liquidità. Eddy
Il dipendente anziano / "Lavoro fisso e niente mutuo per noi ma la Bce presta miliardi alle banche"
Io e mia moglie siamo due impiegati paracomunali a tempo indeterminato di 30 e 35 anni, senza prestiti attivi o pendenze.
Da circa un anno cerchiamo di ottenere un mutuo per la costruzione della nostra prima casa di circa 240mila euro e non riusciamo ad averlo, nonostante garanti e case in garanzia. È veramente uno scandalo che la Bce abbia prestato miliardi di euro alle banche a tassi bassissimi senza accertarsi che queste poi reinvestano i soldi facendo girare l´economia, prestandoli alle aziende in difficoltà o finanziando i cittadini. Andrea Scorza
Fonte: Valentina Conte - la Repubblica | 20 Febbraio 2012
19:18 Scritto in Altra italia, economia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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28/02/2012
Appunti dai paesi delle tenebre. Una lunga maratona nel dolore
Appunti dai paesi delle tenebre. Una lunga maratona nel dolore
A faccia a faccia con gli «ultimi degli ultimi», dall'Etiopia all'India
L'inviato di «Panorama» Giovanni Porzio viaggia leggero. Nel suo zaino c'è l'essenziale: computer, macchina fotografica, biancheria di ricambio, mappe, qualche giornale. Ma quando rientra dalle escursioni negli angoli più remoti del mondo, la sua andatura non è più tanto sciolta come alla partenza: perché le sue scarpe, con tutto il sangue che s'è attaccato alle suole vagabondando da Gaza al Guatemala, dall'Etiopia al Pakistan, dall'India all'Afghanistan al Messico, pesano come macigni.
In Un dollaro al giorno (editore Marco Tropea) sono infatti condensate le cronache di questa lunga maratona della sofferenza umana. Il titolo è stato suggerito all'autore da un semplice dato della Banca mondiale, secondo cui un miliardo e mezzo di abitanti della Terra vive (o sopravvive) con un dollaro al giorno, mentre soltanto un terzo dell'umanità avrebbe accesso all'acqua potabile.
L'altra inesorabile calamità sono le guerre, tema che Giovanni Porzio affronta con coraggio e competenza grazie anche alla sua trentennale esperienza di war correspondent e che adesso, riferendosi ai conflitti del Medio Oriente, sintetizza in una frase: «La macchina bellica israeliana ha colpito la Striscia di Gaza con la potenza di uno tsunami».
Mettendo piede a Gaza, l'autore sa benissimo che l'attacco è costato la vita a 295 persone (civili), di cui ottantanove bambini: ma non sa che parte della popolazione della città smantellata continua a vivere entro le mura del cimitero.
«Ci siamo rassegnati alla realtà» - gli dice una signora cinquantenne, vedendolo smarrito -. « Noi dormiamo sulle tombe. Mangiamo sulle tombe. I bambini giocano a nascondino fra le tombe. Ed io ci stendo i panni ad asciugare».
Neanche in Etiopia c'è un'atmosfera idilliaca: con un reddito annuo pro capite di centosessanta dollari, il Paese figura fra le nazioni più povere del mondo: e la carestia degli anni Ottanta - la peggiore del secolo - gli ha dato il colpo di grazia. Angosciose le condizioni della gente, che abita in capanne di fango e sterco seccato, giorno e notte flagellate dagli Chellama , «i venti delle tenebre». Allo sfoltimento della popolazione ha contribuito inoltre una guerra inutile contro il Fronte popolare per la liberazione dell'Eritrea.
Due anni fa, madre natura si è accanita anche contro il Pakistan con una spaventosa inondazione che ha provocato lo straripamento dell'Indo: nell'allagamento che ne è seguito su tre milioni e mezzo di ettari sono stati travolti e uccisi duemila contadini e oltre un milione di capi di bestiame. Una vera catastrofe per un Paese dove quaranta milioni di abitanti vivono con meno di un dollaro al giorno e il cinquantotto per cento delle donne e il trentacinque per cento degli uomini sono analfabeti.
Al giornalista che aveva chiesto a un gruppo di bambini di cosa vivessero, la risposta è schietta e sconcertante: «Rubiamo e mendichiamo». Sono infatti migliaia quelli che non hanno mai messo piede in una scuola. Li trovi invece spesso nelle discariche dove scavano tra i rifiuti tossici alla ricerca di materiale riciclabile. E non sono pochi - apprendo - quelli che si accasciano stecchiti sul posto di lavoro.
Nella sua analisi, Giovanni Porzio scrive che «i problemi dell'Afghanistan impallidiscono di fronte alla polveriera pachistana» e ricorda l'assassinio di Daniel Pearl alla fine del gennaio 2002, il cui cadavere venne trovato quattro mesi dopo, decapitato. Da sempre sotto il controllo dei militari e di una «ristretta cerchia di dinastie», tra cui quella dei Bhutto, il Pakistan non è pronto per l'adozione di un sistema democratico, da cui è lontano anni luce.
Dalle pagine di Un dollaro al giorno l'India emerge coi colori cupi del Bihar, lo Stato più povero e feudale del Paese, in cima alla graduatoria mondiale per rapine, omicidi e sequestri di persona e anche per il mercato del sesso e di organi umani. I mediatori comprano una minorenne per venti dollari e la rivendono a cento per destinarla ai bordelli di lusso di Bombay. Non so quale credito attribuire all'affermazione che in Asia «le schiave del sesso» sarebbero più di un milione, né tanto meno valutare quale sia la percentuale di quelle che esercitano la professione nelle alcove indiane.
Sono d'accordo con Giovanni quando scrive che «Calcutta è sempre un pugno allo stomaco». Vagamente ricordo che Winston Churchill, dopo la sua prima visita alla smisurata, brulicante metropoli, scrisse alla madre: «Sono contento d'esserci venuto: così non ci metterò più piede per il resto della mia vita». Secondo l'Onu, dal 1980 in poi sarebbero «sparite» quaranta milioni di donne, mentre ogni giorno «vengono abortiti sette milioni di feti femminili».
Una grande crisi ha investito la campagna, dopo che il quarantanove per cento degli agricoltori (che avevano contratto grossi debiti) avevano chiuso le proprie aziende: decisione che gettò nel panico il mondo rurale e si concluse con il suicidio di quasi duecentomila contadini fra il 1997 e il 2009, con una media di diciassettemila ogni anno o, se si preferisce, uno ogni mezz'ora.
Spinto dalla sua insaziabile curiosità, Giovanni Porzio sbarca infine su tutt'altro continente, nel Centro America, e va a raccogliere, in Guatemala, le testimonianze dei «ragazzi della strada»: organizzazione fondata da Padre Gerard, un religioso salesiano di origine belga, reduce dal Nicaragua, dove aveva militato con i sandinisti e con i preti della sinistra rivoluzionaria.
All'Associazione era stato appioppato il nome angelico di «Limpieza Social», cioè «pulizia sociale»: solo che los niños de la Calle non erano i ragazzi della via Paal e ricorrevano nella loro attività agli stessi metodi brutali dei banditi: sequestri, stupri e omicidi. La media si aggirava dai tredici ai diciassette delitti al giorno: nei ritagli di tempo venivano consolati da un miniesercito di «anziane ragazze» che si contentavano della mancia. Il quarantotto per cento dei crimini era legato al traffico di stupefacenti. Le scarpe da tennis appese ai fili della luce indicavano gli antri dove si faceva spaccio di coca.
La scorribanda del collega-amico sta per concludersi. Diamo un'ultima occhiata all'Afghanistan che ho frequentato per oltre trent'anni e che - scrive Giovanni - «rimane un Paese onorato, a un passo medioevale, dove il rispetto dei diritti umani è un concetto sconosciuto». Ma a Bazarak, poco lontano da Kabul, c'è la tomba di Ahmad Shah Massud, il leone del Panshir, e per me è questo l'Afghanistan che mai sarà dimenticato. Vicino c'è pure la miniera di smeraldi di cui il grande condottiero tagiko era pure il disinteressato comproprietario e di cui non s'è mai parlato nelle nostre lunghe conversazioni notturne.
A sud c'è il nuovo Stato del Sudan meridionale, che è costato al Paese cinquant'anni di guerre e tre milioni di morti. Grande otto volte l'Italia, è popolato da 597 tribù (per un totale di quarantatré milioni di abitanti) che parlano quattrocento dialetti e, per capirsi, ricorrono probabilmente al poco inglese che conoscono. Il campo profughi di Kakuma ospita sedicimila orfani di guerra che si sfidano con kalashnikov di legno.
Ed ecco infine il Messico di Ciudad Juarez, città di frontiera dirimpettaia a El Paso dove centinaia di donne vengono regolarmente stuprate e uccise: come Silvia Rivela Morales, cui gli assassini hanno tranciato il seno sinistro e reciso il capezzolo destro. Anche per questo Ciudad Juarez è stata battezzata capitale mondiale del crimine. Nell'ottobre del '29 ci fece una capatina il capo-mafia Al Capone e una foto d'epoca ricorda il suo ingresso al Cafè Lobby col famoso borsalino in testa.
Qui, nei primi decenni del Novecento, vennero uccisi settanta giornalisti stranieri. « Pobre Mexico - esclamò più di un secolo fa il Presidente Porfirio Diaz - così, lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti».
Ettore Mo
Fonte corriere della sera
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I Leoni di Misurata: «Tawargha non c'è più»
I Leoni di Misurata: «Tawargha non c'è più»
La città abitata prima dai neri libici, accusati di essere sostenitori di Gheddafi, è ridotta a una ghost town. I suoi 40 mila abitanti costretti alla fuga e chiusi in campi profughi, vittime di attacchi indiscriminati Ci dice un anziano cheikh della città: «Questa è la nuova Libia libera e democratica?»
TAWARGHA - «Tawargha non c'è più». Firmato: i Leoni di Misurata.
C'è la firma in bella evidenza, scritta con la bomboletta spray sulle pareti di una casa sventrata, sull'epurazione etnica che ha colpito i quarantamila abitanti di pelle nera della città di Tawargha. Ed è una firma che continua a perseguitarli, visto che la settimana scorsa una banda di miliziani bianchi di Misurata è riuscita ad entrare anche nel campo profughi allestito all'interno dell'Accademia navale di Tripoli, uccidendo 7 persone e ferendone altre 15, nella più totale impunità. Sulla strada di Sebha, invece, è stata bloccata una banda di miliziani, armati fino ai denti, che volevano dar la caccia ai superstiti rifugiatisi in città. Sì, perché nemmeno nei campi profughi quelli di Tawargha sono al sicuro.
La città intanto continua a bruciare, tutti i giorni da sei mesi a questa parte, per via dei predoni che si aggirano ancora fra le macerie, nella speranza di portar via quel po' che è rimasto dopo i ripetuti attacchi dell'agosto scorso: brandelli degli infissi in ferro, anche se anneriti, e qualche suppellettile che può essere ancora usata. Nemmeno ai tempi della guerra in Bosnia o del Kosovo s'era vista una tale furia devastatrice: cieca, disumana, sprezzante. In pratica, non c'è una sola casa o edificio pubblico che non sia stato prima sventrato dagli Rpg, poi bruciato e infine devastato e saccheggiato. Un lavoro di fino, allo scopo di cancellare questa città dalle carte geografiche. E impedire che ai suoi abitanti venga voglia di tornarci.
La vendetta dei miliziani
La versione ufficiale è che a Tawargha stazionava la famigerata 32ma Brigata di Khamis Gheddafi, che ha guidato il lungo assedio di Misurata e ne ha firmato le peggiori atrocità. Ma non si capisce perché siano state attaccate anche le scuole, gli ospedali e i negozi; né perché le donne, i vecchi e i bambini di Tawargha siano stati costretti alla fuga a piedi, per ottanta chilometri, per sfuggire alla vendetta dei miliziani che davano loro la caccia.
«Se fra di noi ci sono degli ex soldati oppure dei civili che hanno appoggiato Gheddafi e si sono resi responsabili di qualche crimine è giusto che paghino - ci dice l'anziano cheikh responsabile del più grande fra i campi profughi allestiti a Tripoli -. Ma è assurdo che sia un'intera città a pagare. Per vendicare i duemila martiri di Misurata è giusto che si puniscano i qurantamila abitanti di Tawargha? E' questa la nuova Libia libera e democratica?»
Sulla vicenda, però, le autorità preferiscono tacere o mantenere un basso profilo, nonostante le ripetute denuncie di Amnesty International e di Human Rights Watch, che vanno avanti da mesi. Il bilancio di questa terribile epurazione etnica si aggrava infatti giorno dopo giorno: perché ai morti e ai feriti dell'attacco di agosto - un migliaio, pare, ma non ci sono cifre precise - vanno aggiunti gli «scomparsi», molti dei quali sono stati rapiti nei campi profughi, anche nelle ultime settimane, ed affollano le prigioni segrete di cui sono dotate le varie milizie, a Tripoli e non solo. D'altronde, solo a denti stretti qualcuno ammette che a Tawargha si è «esagerato»: «E'soprattutto una questione di onore - ci confessa un amico dentista, fra i meno esaltati fra i sostenitori della rivoluzione contro il regime di Muammar Gheddafi -. Quelli di Tawargha hanno ucciso e stuprato. E secondo la mentalità libica in questi casi la vendetta è considerata non solo legittima ma sacrosanta. Da qui l'accanimento delle milizie di Misurata». In realtà,nessuno è in grado di esibire prove di questi crimini. E di fronte all'insistenza del cronista c'è chi si lascia scappare che, in fondo, non ha molto senso preoccuparsi per la sorte di quelli di Tawargha, perché tanto sono «neri» ed è giusto che se tornino «in Africa, da dove sono venuti».
Che ci sia un problema razziale lo ammettono gli stessi profughi, anche se non davanti alla telecamera, per paura di ritorsioni. Preferiscono affidare il loro messaggio disperato ai versi di una canzone, che i bambini hanno imparato a memoria e vogliono cantarci a tutti i costi prima che andiamo via. «La Libia era un paese solo - intonano col sorriso sulle labbra - unito da Nord a Sud, da Est a Ovest. E allora perché quelli di Misurata ci attaccano a colpi di Rpg? Perché ci hanno costretti a lasciare la città dove siamo nati? Perché ci danno la caccia anche qui?».
Una storia occultata
Quella di Tawargha è la pagina più buia e la meglio occultata nella storia della cosiddetta «rivoluzione del 17 febbraio». Ma è anche la spia delle profonde divisioni che lacerano oggi il paese e rischiano di paralizzarlo a lungo. Divisioni razziali, anche, come dimostrano gli scontri delle ultime settimane nell'oasi di Kufra, nel sud-est, fra i tubu (neri) e gli zwai (bianchi).
«Tensioni ce n'erano anche ai tempi di Gheddafi - ci spiega Hassen Chkae, alla testa di una delegazione di tubu che protesta a Bengasi, davanti alla sede del Cnt, il Consiglio nazionale transitorio - ma non erano mai degenerate. Adesso invece le nuove autorità hanno dato le armi agli zwai, che ne approfittano per attaccarci. E noi dobbiamo difenderci». Al momento gli scontri hanno già fatto un centinaio di vittime. E il conflitto rischia di allargarsi, visto che i tubu vivono anche dall'altra parte della frontiera, in Ciad, e gli zwai hanno il sostegno tacito delle tribù bianche della costa, che sogna di liberare la nuova Libia dai neri del sud.
Gli appunti per questo articolo e per l'altro in basso nella pagina fanno parte di un reportage su "Libia ieri oggi e domani" che la Rai manderà in onda nelle prossime settimane, all'interno della trasmissione La storia siamo noi.
Fonte: AMEDEO RICUCCI (*) - il Manifesto | 24 Febbraio 2012
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Cina. Nel partito comunista è guerra senza esclusioni di colpi
Cina. Nel partito comunista è guerra senza esclusioni di colpi
Conflitto tra riformisti e conservatori per il controllo del Paese. Il futuro leader Xi Jinping è all’estero per essere riconosciuto guida in Patria: portando i liberali verso la vittoria
Mercato, Borsa e Hollywood l´assalto alle stanze del potere dei nuovi padroni di Pechino. Ora si posizionano le pedine della grande successione decennale fissata in autunno
Il nuovo imperatore della Cina ha lasciato gli Stati Uniti ed è volato in Europa senza l´ossessione di sedurre l´Occidente. La missione di Xi Jinping, fisico, sorriso e modi alla Mao Zedong ma testa, storia e progetti alla Deng Xiaoping, oggi è infatti conquistare i cinesi. Come già dieci anni fa con Hu Jintao, in America e nella Ue va in scena la liturgia delle presentazioni: il prossimo leader di Pechino, ieri a Dublino e domani a Istanbul, deve accreditarsi statista internazionale per essere riconosciuto guida in patria. La vera partita si gioca però nei palazzi a ridosso della Città Proibita, nelle caserme e nelle regioni più remote della nazione. E´ qui che la Cina posiziona in queste ore le pedine della grande successione decennale del potere, fissata in autunno.
Fino a pochi giorni fa tutto appariva deciso: Xi Jinping presidente al posto di Hu Jintao, Li Keqiang successore del premier Wen Jabao e i neomaoisti rossi di Bo Xilai, star nazionalista esplosa a Chongqing, a cinturare i riformisti di Wang Yang, governatore illuminato del Guangdong. A sorpresa è invece esplosa la «bomba di Chengdu» e la trasferta di Xi Jinping rivela il suo significato più profondo: chiarire ai cinesi perché, con la prima generazione di leader comunisti cresciuti dopo la morte di Mao, la svolta riformista e capitalista della Cina sarà irreversibile. L´effetto politico del mistero di Wang Lijun è dirompente. L´ex capo della polizia di Chongqing, braccio armato di Bo Xilai, è scomparso dopo essersi rifugiato per un giorno nel consolato Usa. Da allora foto e notizie su Bo Xilai, eroe populista della nostalgia rivoluzionaria, sono state bandite dai media di Stato. Una rivelazione e una consuetudine che spaventano i cinesi. Wang Lijun si è rifugiato dagli americani per evitare di essere catturato dallo stesso Bo Xilai, di cui avrebbe rivelato abusi e corruzione. Solo una volta certo di essere sotto la protezione degli avversari del suo capo, inviati da Pechino, ha rinunciato alla fuga negli Usa.
La consuetudine riguarda proprio Bo Xilai: ignorato da stampa, partito e governo, è riapparso solo ieri per proclamare vanamente la propria innocenza ricorrendo alla metafora del fiore di loto, non inquinato dal fango su cui cresce. Wang Lijun in «vacanza rieducativa», protetto dai riformisti, e Bo Xilai nell´oblìo dell´epurazione, dato in pasto ai conservatori. È sopra questo shock che scorre la missione all´estero di Xi Jinping, per chiarire che non sarà il leader di una tecnocrazia risucchiata nel passato maoista. Lo stop a Bo Xilai equivale infatti al via libera a Wang Yang, leader del ricco Guangdong delle industrie: aperture, affari, mercato e controllo del quoziente del benessere al posto di campagne patriottiche, lotta alla ricchezza, stato di polizia e nazionalizzazioni. Xi Jinping fotografato al fianco di Obama e Bo Xilai cancellato dalle foto con il premier canadese Harper: un minaccioso ko che rivoluziona gerarchie e corsa ai nove posti che contano, a Pechino e nel mondo, nel prossimo decennio. Perché anche nella sempre più potente Armata di liberazione del popolo si consuma una decisiva resa dei conti.
Il generale Liu Yuan, altro «principe rosso» riformista, ha estromesso il suo rivale conservatore Gu Jushan, umiliato con l´accusa di una maxi-truffa. In una Cina anchilosata sull´eterno referendum pro o contro Mao Zedong, emerge dunque con chiarezza che ceto medio e nuovi ricchi sono decisi a voltare pagina, frenando i restauratori di Bo Xilai e appaltando la sostenibilità della crescita ai capitalisti di Wang Yang. I maoisti avevano tentato di abbattere il modello-Guangdong diffodendo rivolte operaie e contadine, facendo scoppiare la ribellione a Wukan e sollevando lo scandalo Foxconn-Apple. Al foto-finish i denghiani hanno calato l´asso di Chengdu e chiarito il futuro della nuova super-potenza economica, proiettata a conquistare il mondo piuttosto che roccaforte ideologica impegnata a rinchiudersi nell´autoritarismo. Xi Jinping ha così potuto compiere il suo simbolico pellegrinaggio personale tra Usa ed Europa, che riscrive il passato nazionale per scongiurare rigurgiti rivoluzionari.
Un viaggio anti-maoista sulle orme di stesso, di suo padre Xi Zhongxun, riformatore epurato dal Grande Timoniere, e del suo maestro Hu Yaobang, accantonato alla vigilia del massacro di piazza Tiananmen e appena riabilitato da Wen Jiabao. Ma pure una missione per rilanciare globalmente la visione di Deng Xiaoping, riapparso sul giornale del partito che dopo uno strano silenzio ne ha celebrato a sorpresa il ventesimo dalla morte. Nella Cina che deve convertirsi dall´export al consumo cresce la paura di un´altra Rivoluzione Culturale. Per questo le élites sommerse degli affari stoppano Bo Xilai, canzoni patriottiche e Libretto rosso, per puntare su Wang Yang, indici di Borsa e Audi nere. E il nuovo imperatore Xi Jinping, figlia a Yale e moglie pop-star, può concedersi match dei Lakers, Studios di Hollywood e maglietta con l´autografo di Beckham. La guerra di Pechino non è finita: ma i prìncipi liberali che vogliono imporre il modello-Cina al resto del pianeta, sembrano a un passo dalla vittoria. Fonte: GIAMPAOLO VISETTI - la Repubblica |
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Imprese, la burocrazia costa 3 miliardi "Per pagare le tasse servono 36 giorni"
Imprese, la burocrazia costa 3 miliardi "Per pagare le tasse servono 36 giorni"
Italia maglia nera dell'Ocse in materia di fisco: secondo un rapporto di Confartigianato il tempo necessario per adempiere gli obblighi di legge è il 53% in più della media. Dal 2008, 189 nuove norme che hanno complicato i processi
MILANO - Oltre al peso delle tasse, gli imprenditori devono sopportare anche le tortuosità burocratiche per pagarle. Perdendo oltre un mese di lavoro: per l'esattezza 36 giorni, il 53,2% in più della media Ocse. E così, invece di semplificarsi, il "mostro" della burocrazia fiscale si complica. Dal 2008 ad oggi - calcola Confartigianato - sono state emanate 189 norme che hanno complicato la gestione fiscale, in pratica una legge a settimana. Una situazione quasi drammatica, soprattutto se parametrata alle sole 33 norme che hanno semplificato la burocrazia e le 75 che hanno avuto impatto zero.
E così la politica di semplificazione sembra una chimera e per una norma che semplifica - dice il rapporto Confartigianato - ne vengono emanate 6 che complicano la vita agli imprenditori. In particolare, la confederazione artigiana ha esaminato 18 provvedimenti varati tra il 29 aprile 2008 e il 26 gennaio 2012 che contengono complessivamente 297 modifiche di carattere fiscale. Di queste solo l'11,1% riduce il carico burocratico per le imprese, il 25,3% sono neutre, il 42,8% presenta un modesto impatto dal punto di vista burocratico, il 14,5% un impatto medio e il 6,4% inasprisce fortemente il carico di burocrazia fiscale sulle imprese. Il risultato è che circa 2 norme fiscali su 3 (63,6%) promulgate in questa legislatura hanno aumentano le complessità burocratiche per le imprese.
In base all'indice di complicazione di ciascuna normativa, tra il 2009 e il 2011 la pressione "burocratica" fiscale sulle imprese è aumentata del 51%. Non c'è da stupirsi quindi se, per adempiere ad appena tre procedure fiscali, gli imprenditori sono costretti a bruciare ogni anno quasi 3 miliardi di euro. Un record negativo tra i Paesi dell'Ocse, dove gli imprenditori impiegano in media 186 ore per rispettare il loro dovere di contribuenti. "Mi auguro - sottolinea il presidente di Confartigianato Giorgio Guerrini - che i provvedimenti che il Governo sta per varare contribuiscano a sfrondare la giungla di burocrazia in cui sono costretti a dibattersi i nostri imprenditori. Dopo tanti annunci vogliamo finalmente toccare con mano gli effetti dello snellimento della normativa fiscale".
FONTE REPUBBLICA
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27/02/2012
Se il relativismo teme la verità
Se il relativismo teme la verità
Rinunciando alla ricerca del fondamento, la filosofia diventa un optional morale
Uno spettro si aggira per l'Europa. Non è, come scriveva Marx nel 1848, il comunismo, che ormai solo qualche imbroglione tenta di estrarre dal ripostiglio del passato e agita come uno spauracchio per i bambini. Oggi i fantasmi che saltano fuori dalle tenebre, come nel tunnel dell'orrore dei luna park, per spaventare i visitatori e gratificarli col brivido dello spavento, sono i nemici del relativismo, tutti coloro che hanno la sfrontatezza di usare ancora la parola «verità». Relativismo, parola malleabile e adattabile a piacere come un chewing gum, appare il sinonimo di libertà, tolleranza, civiltà; un distintivo che ogni benpensante deve portare all'occhiello, a scanso di equivoci.
Nel coro retorico e mediatico, il relativismo - al pari dei concetti a esso contigui o opposti,quali tolleranza e verità - viene spesso radicalmente svisato nel suo significato più alto e profondo. Il relativismo, correttamente inteso, non è la negazione della verità e men che meno del significato e della necessità della sua ricerca. Esso è un indispensabile sale, non una pietanza; è un correttivo irrinunciabile nella ricerca della verità, che impedisce di credersene possessori definitivi, pervenuti a una piena e indiscutibile conoscenza della verità e autorizzati a imporla agli altri. Questo relativismo - rivolto a tutti i dogmatismi, a tutte le parole d'ordine e a tutte le opinioni dominanti del momento, soprattutto alle proprie convinzioni - è la base della tolleranza e della libertà.
Ma c'è un altro relativismo che oggi detta legge come un dogma pacchiano, rinunciando a priori a cercare - certo a tentoni, perché nell'esistenza umana non è possibile altrimenti - una qualsiasi verità; rinunciando ad affermare qualsiasi valore, ponendo tutte le scelte morali sullo stesso piano, come in un menu in cui ognuno sceglie secondo i suoi gusti e le reazioni delle sue papille gustative. Chi si rifiuta di considerare l'etica come un supermarket è bollato, con intolleranza, quale retrogrado e reazionario. Tale relativismo è l'opposto di quel dubbio critico rivendicato, nella «Lettura» del 5 febbraio da Giulio Giorello quale elemento costitutivo della libertà e della ricerca.
È giusto e doveroso invece contestare il relativismo quale optional universale applicato alle scelte morali. Non occorre pensare a Benedetto XVI, bersaglio obbligato nel baraccone di tiro a segno del Circo mediatico. Sono alcuni filosofi del tutto estranei alla Chiesa e ad ogni Chiesa ad aver smascherato questo falso, pappagallesco e intollerante relativismo, vero lupo camuffato da agnello; ad esempio (ma non è certo il solo) Tito Perlini, figura di rilievo della sinistra minoritaria e critica italiana, una delle teste pensanti della nostra cultura che hanno capito più a fondo le trasformazioni epocali degli ultimi decenni. Ogni pensiero, religioso o no, che pretenda di essersi impossessato della verità come ci si impossessa di un oggetto o della formula di un esperimento è una retorica menzognera che facilmente degenera in dogmatismo persecutorio, come l'Inquisizione e tutti i fondamentalismi d'ogni genere. Ma ogni filosofia che rinuncia a essere ricerca della verità e del significato della vita si riduce a un mero protocollo di un bilancio societario, magari - in nome del rifiuto della verità - truffaldinamente falsificato.
Non possiamo vivere senza distinguere tra ciò che - almeno per noi - è relativo e ciò che - almeno per noi - è un assoluto. Pratiche religiose, morali sessuali, consuetudini del più vario genere, tradizioni anche profondamente sentite e radicate sono relative e relativi sono i doveri e i divieti che esse proclamano. Uccidere un bambino o schiavizzarlo in un lavoro bestiale, mandare gli ebrei ad Auschwitz non sono scelte relative, giustificabili o no a seconda del contesto sociale e culturale, ma sono - o almeno dobbiamo considerarli - un male assoluto. Probabilmente per la natura, per la forza di gravità e il moto degli astri, i Lager e i Gulag non contano più dell'estinzione dei dinosauri, ma per noi sì.
La crescente mescolanza di culture, costumi, religioni e civiltà, con i loro valori diversi, devono indurci a fare il massimo sforzo possibile per mettere in discussione noi stessi e i nostri valori, pronti ad abbandonarli se altri si rivelano più credibili; pronti a considerare relativo ciò che eravamo abituati a considerare e a sentire come immutabile, proprio perché, come è stato detto, ci saranno sempre purtroppo eschimesi pronti a rimproverare i neri del Congo di andare in giro poco vestiti. Ma - afferma Todorov, altro pensatore illuminista che non ha nulla da spartire con le Chiese - dobbiamo stabilire alcuni, pochissimi, valori non più discutibili, ad esempio l'uguaglianza di diritti e la pari dignità di ogni persona indipendentemente dalla sua identità politica, etnica, religiosa, sessuale. Questo valore, ad esempio, per noi non è «relativo», lo viviamo come una verità esistenziale e morale. Poco importa se alcuni lo ritengono dato da un Dio su un monte o elaborato dalla coscienza umana come i due postulati fondamentali dell'etica di Kant, non meno universali dei dieci comandamenti.
Senza questa consapevolezza, il relativismo si degrada a indifferenza e ad arbitrio che, col pretesto di rispettare ogni opinione, può autorizzare la più atroce barbarie: io penso che non sia lecito sterminare gli ebrei, linciare i neri, mettere in manicomio i dissidenti politici o decapitare gli omosessuali, tu pensi invece di sì, ognuno ha diritto alla propria opinione e siamo tutti persone rispettabili. E invece va detto che chi pensa sia lecito trafficare con gli organi strappati a bambini o eliminare i disabili non è una persona rispettabile; è un porco o, nella migliore delle ipotesi, un imbecille condizionato da coatti pregiudizi sociali o razziali.
Ogni vero liberale crede, criticamente e senza presunzione, in un criterio di verità. In un incisivo articolo sul «Sole 24 Ore» del 15 gennaio Massimo Teodori, polemizzando giustamente contro tante prepotenze clericali, si richiama in generale al relativismo. Ma quando cita, con un profondo consenso che condivido pienamente, il divieto - vigente in Gran Bretagna - della clonazione umana considerata «eticamente inaccettabile», egli proclama un valore che non considera relativo come tanti altri.
Naturalmente è difficile individuare i valori da giudicare non più negoziabili, ma è in questo cammino e in questa ricerca che si gioca la più alta avventura della coscienza umana. Il relativista, per il quale tutto è interscambiabile, è invece - scrive Perlini - intollerante verso ogni ricerca di verità, in cui vede un pericolo per la propria piatta sicurezza, che egli si convince sia l'esercizio della ragione, così come scambia l'indifferenza etica per democrazia. Un liberale a 24 carati quale Dario Antiseri ha sottolineato come l'autentica fede, proprio perché afferma di credere nella verità e non di sapere cosa sia la verità, si offre al dialogo senza la pretesa di possedere la chiave dell'assoluto. La fede, peraltro, a differenza di tante ideologie aiuta a non innalzare ad assoluto qualsiasi realtà umana, storica, sociale, politica, religiosa, ecclesiastica; può essere una difesa contro ogni idolatria e dunque contro ogni totalitarismo, che si presenta sempre come un falso assoluto che esige cieca obbedienza. I fondamentalismi di ogni genere - soprattutto, ma non soltanto quelli religiosi - hanno perseguitato anche sanguinosamente questa libertà e questa verità. Il buon relativismo impedisce che la ricerca della verità si snaturi in tirannide spirituale e materiale. L'autentico illuminismo, fondamento della nostra civiltà inviso ai fondamentalisti clericali e anticlericali, è quello espresso da un genio della laicità quale Lessing, quando scriveva di non pretendere di possedere la verità, che spetta solo a Dio, e rivendicava per l'uomo la ricerca della verità - che non la raggiunge mai definitivamente ma è pur sempre ricerca di verità.
Certo, anche l'affermazione di una verità può essere strumento della volontà di potenza, come Nietzsche ha visto genialmente, e ciò accade quando si presume di «avere» la verità come presumono i fondamentalismi di ogni genere, trionfalmente bigotti o trionfalmente atei, aggressivamente e pateticamente impari alla vita. Non si può essere fanatici della verità, che può essere talora crudele e devastante; talvolta può essere umanamente doveroso tacerla o smussarla a chi può esserne dolorosamente ferito, ma ciò ha a che vedere con l'amore o almeno col rispetto degli altri e non con la sicumera relativista per la quale non esistono il vero e il falso. È giusto rimproverare ad esempio alla Chiesa cattolica tanti no da essa pronunciati, come dice il libro di Sergio e Beda Romano, ma in certi casi, insegna Camus, è con un no, con una posizione «contro» qualcosa che cominciano la libertà e la dignità. Troppe brave persone sono convinte, come ho sentito dire una volta a una signora al caffè, che Einstein sostenesse che tutto è relativo...
Claudio Magris23 febbraio 2012 | 17:14
http://www.corriere.it/cultura/12_febbraio_23/magris-relativismo-teme-verita_c996db80-5e07-11e1-ab06-25238cfc8ce3.shtml
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L'informazione sempre più vittima della guerra
L'informazione sempre più vittima della guerra
Marie Colvin del Sunday Times e il fotografo francese Remi Ochlik sono rimasti uccisi ieri sotto le bombe che hanno colpito il Media Centre a Homs, la città più martoriata della Siria. Prima di loro, sempre in Siria, erano morti Gilles Jacquier di France 2 e il giornalista americano Anthony Shadid.
Conoscevo Marie Colvin, giornalista americana residente da molti anni in Gran Bretagna, dove lavorava per il settimanale britannico. L'avevo incontrata la prima volta a Baghdad, nel dicembre del 1990. Eravamo alla vigilia della prima guerra del Golfo, l'ultimatum stava per scadere. Forse per esorcizzare la paura della guerra a Baghdad, oramai quasi senza cibo, si celebravano feste e matrimoni e ferveva la vita culturale. Infatti noi ci siamo incontrate a teatro. C'era, con lei, Patrick Cockburn, altro grande reporter che ho incrociato spesso in Iraq.
Marie l'ho rivista qualche anno dopo quando, con altri giornalisti, eravamo alla ricerca di un aereo per passare dall'Etiopia all'Eritrea via Gibuti, lo spazio aereo eritreo era chiuso. Alla fine ce l'abbiamo fatta su un vecchio aereo russo con i sedili divelti, che volava bassissimo per non essere intercettato. Appena mi vedeva Marie mi chiedeva de il manifesto, prima di me, a Baghdad, aveva incontrato anche il nostro Stefano Chiarini, morto ancora prima di lei.
Frequentando le stesse aree ci si incontra spesso, ma poi il lavoro a volte ti porta da altre parti. Così lei era andata in Sri Lanka dove, nel 2001, colpita da una scheggia di una granata, aveva perso un occhio. Questo brutto incidente tuttavia non l'aveva indotta ad abbandonare il lavoro e così l'ho ritrovata a Kabul con una benda nera sull'occhio.
Non si è mai fermata: Palestina, Cecenia, Libia e poi, alla fine, Siria. La Siria era stata a lungo blindata dalle autorità prima di permettere l'accesso dei giornalisti. Le dittature temono l'informazione, non vogliono testimoni dei loro massacri. Così si alimenta la propaganda di guerra di tutte le parti in conflitto.
La morte di giornalisti come Marie, del giovane Remi - che ha vinto un World press photo per una foto fatta in Libia -, di Gilles e Anthony sono non solo una grave perdita ma anche una sconfitta dell'informazione. Una informazione sempre più vittima delle guerre.
Nei teatri di guerra o di conflitto non serve l'esperienza per avere maggiori probabilità di uscirne vivi e molti giovani che vogliono intraprendere questo mestiere spesso rischiano la vita per un articolo o una foto che forse non saranno mai pubblicati. Ne abbiamo incontrati tanti in questi anni, alcuni sono anche riusciti a farsi strada, ma a quale prezzo? I giornalisti non hanno protezione, nessuno è interessato a proteggerli, meglio speculare sulle informazioni che avere testimoni. L'informazione ha un prezzo troppo alto soprattutto nel momento in cui le testimonianze sono sottopagate. COMMENTO - Giuliana Sgrena
Il manifesto
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Lavoro: aumentano i precari Donne pagate il 20% meno
Lavoro: aumentano i precari Donne pagate il 20% meno
Un operaio metalmeccanico al lavoro in un altoforno. Dal rapporto sulla coesione sociale preparato da Inps, Istat e Ministero del Lavoro emerge un Paese frantumato, dove lo stipendio medio arriva a 1.286 euro netti al mese e a crescere sono solo i contratti atipici
MILANO - Più precari e più discriminati. Sono i lavoratori italiani descritti nel rapporto sulla coesione sociale messo a punto da Inps, Istat e Ministero del Lavoro. Uno studio che fotografa una situazione difficile dove, nel 2011, le donne guadagnano il 19,2% in meno degli uomini e dove un pensionato su due ha un reddito, da pensione, inferiore ai mille euro. Ma non basta: nei primi sei mesi dello scorso anno, rispetto allo stesso periodo del 2010, gli occupati assicurati Inps sono cresciuti di appena 5mila unità, ma solo il 19% dei nuovi rapporti di lavoro attivati aveva un contratto a tempo indeterminato. Nel primo semestre 2011 sono stati attivati, infatti, 5.325.000 rapporti di lavoro dipendente e parasubordinato, ma il 67% delle assunzioni è stato formalizzato a tempo determinato, mentre l'8,6% ha riguardato contratti di collaborazione e il 3% l'apprendistato: 687mila contratti hanno avuto la durata di un giorno.
Nel complesso il numero di dipendenti con contratto a tempo indeterminato risulta in discesa (-0,5%) e si attesta a quota 10.563.000. Il calo è molto più marcato per i lavoratori sotto i 30 anni (-7,9%). Le donne con un lavoro standard sono oltre 4.193.000, in crescita dello 0,5% rispetto al 2010, mentre i colleghi maschi (6.369.000) registrano un calo dell'1,1%. Il lavoro a tempo parziale riguarda in prevalenza l'universo femminile: nelle forme tipiche di part time, orizzontale verticale e misto, le donne rappresentano, nel 2011, rispettivamente il 74,2%, il 70,3% e il 76,7% dei lavoratori con contratto a orario ridotto.
In particolare, il numero medio di contratti di lavoro per lavoratore, dato dal rapporto tra le assunzioni registrate e i lavoratori interessati nel primo semestre 2011, è stato pari a 1,46. Nel "pianeta" del lavoro dipendente si contano nella media del primo semestre 2011 12.425.000 occupati assicurati Inps con una lieve crescita nel Nord Ovest (+0,7%) e nel Nord Est (+0,5%) e una variazione negativa nel Sud e nelle Isole (-1,4%). A pagare il conto più salato sono, ancora una volta, i lavoratori dipendenti under 30: negli ultimi 4 anno sono passati dal 21,4% al 17,6% del totale, mentre è cresciuto il peso relativo della quota femminile (dal 39,6% al 41,2%). Una progressione che però non si riflette sulle retribuzioni: le lavoratrici dipendenti italiane guadagno in media 1.131 euro netti al mese, il 19,6% in meno rispetto ai 1.407 dei dipendenti italiani uomini. Gap molto elevato anche tra italiani e stranieri, con una media di 1.286 per i primi (uomini e donne) e di 973 euro netti per gli immigrati. Il divario di genere è più accentuato tra gli stranieri con 1.118 euro per gli uomini e 788 per le donne.
Dati preoccupanti anche sul fronte dei pensionati. Nel 2010 in Italia erano 16,7 milioni: il 49,4% dei pensionati ha un reddito da pensione inferiore a 1.000 euro, il 37,4% ne percepisce uno tra 1.000 e 2.000 euro, mentre il 13% dei pensionati ha un reddito da pensione superiore a 2.000 euro.
Sempre riguardo ai giovani, sono 2,1 milioni, in Italia, i cosiddetti 'Neet' (Not in education, employment or training), ovvero coloro che non lavorano nè studiano. Il 38% dei 'Neet' ha un'età compresa tra i 20 e i 24 anni e il 14% è di nazionalità straniera, evidenzia il rapporto. La maggioranza è costituita dalle ragazze (1,7 milioni) a fronte di 938mila ragazzi.
Preoccupante l'abbandono degli studi: nel 2010 la quota di giovani 18-24enni che hanno abbandonano prematuramente gli studi o qualsiasi altro tipo di formazione è pari al 18,8%. Si tratta di un valore nettamente superiore a quello dell'Unione europea a 25 paesi (13,9%) e ancora lontano dall'obiettivo stabilito dalla Strategia Europa 2020 della Commissione europea, che intende portare gli abbandoni sotto la soglia del 10%.
Per le donne rimane difficile conciliare lavoro e casa: il 71,3% del lavoro familiare delle coppie è ancora a carico delle donne. In media, giornalmente, guardando all'insieme del lavoro e delle attività di cura, la donna lavora 1 ora e 3 minuti in più del suo partner quando entrambi sono occupati (9 ore e 9 minuti di lavoro totale per le donne contro le 8 ore e 6 minuti degli uomini). Per le coppie con figli il divario di tempo sale a 1 ora e 15 minuti.
L'Italia, sottolinea ancora il rapporto, è uno dei Paesi più vecchi al mondo, con un'aspettativa di vita pari a 79,2 anni per gli uomini e a 84,4 per le donne, con un guadagno rispettivamente di circa nove e sette anni in confronto a trent'anni prima. Ci si sposa sempre meno e sempre più tardi: in Italia sono stati celebrati circa 231 mila matrimoni (anno 2009), 16 mila in meno rispetto all'anno precedente. L'età media di chi convola a nozze per la prima volta è di 33,1 anni per gli uomini e di 30,1 anni per le donne (anno 2009), con uno spostamento in avanti di circa 6 anni rispetto al 1980.
Ma neppure la maggiore maturità sembra tenere a riparo dalle brutte sorprese: l'nstabilità coniugale è in aumento, con quasi 4 matrimoni su 10 (il 37,3%) che finiscono in separazioni. Nel 2009, in particolare, le separazioni legali sono state circa 86mila (+2,1% rispetto a un anno prima) e i divorzi 54mila, in aumento dello 0,2%.
Fonte: GIULIANO BALESTRERI - Repubblica.it |
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Rc auto, addio rimborsi per il "colpo di frusta"
Rc auto, addio rimborsi per il "colpo di frusta"
Stop alla norma anti-carrozzieri, niente commissioni per il pieno con bancomat fino a 100 euro Negli emendamenti al decreto liberalizzazioni stretta sulle truffe alle compagnie
ROMA - Vita dura per i furbetti dei risarcimenti. Fingere il classico colpo di frusta da tamponamento non basterà per essere indennizzati. Così come simulare astruse microlesioni dopo un incidente d´auto, senza esami medici obiettivi, a nulla servirà se si puntava al riconoscimento del danno biologico. La stretta contro le frodi sull´Rc auto arriva in forma di emendamenti al decreto sulle liberalizzazioni - ribattezzato Cresci-Italia dal premier Monti - ora in commissione Industria al Senato e atteso per il 29 febbraio in Aula, dove il governo porrà, con ogni probabilità, il voto di fiducia entro il 2 marzo.
Mano meno generosa, dunque, sulle lesioni «di lieve entità» che non saranno più risarcite con la consueta facilità senza un severo riscontro medico-legale della lesione subita, come stabilito da un paio di emendamenti bipartisan (Pd-Pdl-Udc) approvati ieri. Non solo. Chi tenta di raggirare le assicurazioni, provocando il danneggiamento della propria vettura o auto-infliggendosi mutilazioni fisiche, rischia da 1 a 5 anni di carcere, pene più severe delle attuali (da sei mesi a 4 anni). Chi invece gira in auto senza essere in regola con l´assicurazione sarà iscritto nell´elenco veicoli non coperti da Rc auto e avrà tempo 15 giorni per pagare, prima che il suo nominativo passi alla polizia e al prefetto. Norme severe per una vera e propria lotta alle frodi, indiziate numero uno (secondo le assicurazioni) delle alte tariffe. In tema, anche un altro emendamento approvato ieri che introduce due nuove banche dati - l´anagrafe testimoni e quella danneggiati - da affiancare all´esistente banca dati sinistri dell´Isvap per meglio monitorare i truffatori.
Oltre il bastone, anche la carota. Il capitolo "assicurazioni" del decreto è stato, difatti, corretto e arricchito in alcuni punti sensibili per il consumatore-assicurato. Il taglio del 30 per cento ai risarcimenti, qualora chi ha subito il danno si rechi dal proprio carrozziere di fiducia per le riparazioni al veicolo, rifiutando che sia l´assicurazione a sbrigare la pratica presso i suoi tecnici di riferimento, è stato cancellato, come da richiesta di tutti i partiti politici (sul punto il governo è stato battuto). Buone notizie anche per chi fa benzina e spende meno di 100 euro, pagando con le carte (di credito o debito). Le transazioni saranno gratuite per acquirente e venditore, come previsto dalla legge di Stabilità entrata in vigore il primo gennaio. Norma poi incomprensibilmente "sospesa" dall´articolo 27 del Cresci-Italia.
Per quanto riguarda gli sconti sull´Rc auto, passa l´articolo che li prevede a patto di installare la scatola nera in auto. Mentre la proposta di estendere il bonus anche a chi accetta di avere a bordo l´alcoltest è stata "derubricata" a ordine del giorno. Novità anche sul fronte Isvap, l´Istituto che vigila sulle assicurazioni, che potrà sanzionare le compagnie che non presentano la relazione annuale comprensiva del numero di sinistri sottoposti ad approfondimenti per scovare possibili frodi e quello di denunce e querele avviate. L´attestato di rischio, infine, documento fondamentale per chi vuole cambiare compagnia, sarà inviato solo ed esclusivamente online, quindi in forma più veloce.
Fonte: Valentina Conte - la Repubblica
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26/02/2012
Per chi ama il "gusto" dei libri Torna l'appuntamento con le video recensioni
Per chi ama il "gusto" dei libri Torna l'appuntamento con le video recensioni
Continuiamo a raccontare un libro in poche battute. Questa settimana la video recensione è dedicata a "Toccare i libri" di Jesús Marchamalo. Perchè leggere, oltre che un gusto, è anche un "vizio". Bon appetit! Guarda il video bloghttp://blog.ilgiornale.it/mascheroni/
Torna l’appuntamento con le video recensioni: raccontare un libro in due minuti in una location ispirata all’argomento di cui si parla.
La video recensione di questa settimana è dedicata a "Toccare i libri" di Jesús Marchamalo, un piccolo saggio sul "vizio" di leggere. E la location non poteva che essere una "strana" libreria…
Guarda il video bloghttp://blog.ilgiornale.it/mascheroni/
La lettura è un gusto. Bon appetit!
di Luigi Mascheroni – il giornale
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Facebook, se la nostra vita è quotata in Borsa
Facebook, se la nostra vita è quotata in Borsa
I rumors che da diversi mesi volevano in fase di preparazione le procedure per il collocamento in borsa di Facebook, Inc. sono stati confermati il 1° febbraio 2012 quando alla Security Exchange Commission (SEC), l’ente governativo che si occupa del mercato azionario negli Stati Uniti, è stata consegnata la documentazione S-1, valida per l’offerta pubblica iniziale (IPO) che dà avvio sostanzialmente alla quotazione in borsa del social network prevista per maggio 2012.
Gli analisti ritengono che verranno messe in vendita azioni per un valore complessivo di 10 miliardi di dollari, una valutazione monster se consideriamo che nella storia sono state soltanto 13 le compagnie in grado di vedere coperta un’offerta iniziale così elevata nel momento in cui hanno deciso di quotarsi per la prima volta sul mercato. Nato nel 2004 per merito della mente di Mark Zuckerberg, all’epoca studente diciannovenne presso l’università di Harvard, nel giro di 8 anni, Facebook ha raggiunto una dimensione mondiale testimoniata da numeri surreali: quasi 845 milioni di utenti che, come rileva The Economist, ne fanno la terza “nazione” al mondo per numero di abitanti (dietro solo a Cina e India); 483 milioni di utenti attivi al giorno; una probabile capitalizzazione di mercato che si aggira tra i 90 e i 100 miliardi di dollari; 3,711 miliardi di entrate nel 2011 (1,974 miliardi di dollari nel 2010) con utile netto di 1 miliardo di dollari (606 milioni di dollari nel 2010).
Dal punto di vista finanziario, questi numeri fanno girare la testa. Ma nel documento S-1 c’erano anche numeri che facevano riflettere, in particolare un’infografica suddivisa in quattro quadranti che di Facebook danno la cifra in termini sociali e umani: 2,7 miliardi di “Mi piace” e di commenti giornalieri; 250 milioni di foto caricate ogni giorno; 100 miliardi di “amicizie” che intercorrono tra i suoi 845 milioni di utenti.
Queste quattro informazioni sono il vero capitale del social network creato da Zuckerberg. Il valore economico-finanziario di Facebook sono una conseguenza del suo successo sociale. È popolare, semplice, ci permette di usare il web diventandone protagonisti e ci permette di avere a disposizione uno strumento di comunicazione non a pagamento (“È gratis e lo sarà sempre.” è la promessa che troverete sulla sua homepage). Il più grande social network al mondo è considerato un ottimo investimento per la quantità enorme di relazioni sociali che è capace di mettere in atto. Tutto il resto, vale a dire entrate, ricavi, numero di investitori non sono che una semplice conseguenza di un fenomeno prima ancora sociale che economico.
Detto ciò, possiamo affermare che Facebook fa i soldi con le nostre vite. È un po’ estrema come affermazione, ma nella sostanza è così. Quella che si avvia ad essere la più rilevante IPO per le società attive nel settore del web (pensate che il precedente record appartiene niente poco di meno che a Google che nel 2004 lanciò un’offerta pubblica iniziale di “soli” 1,9 miliardi di dollari) venderà azioni delle nostre vite, costituite da idee e pareri (commenti o “post”), foto e video personali. Si sta verificando un mutamento dell’economia che diventa sempre più astratta e contemporaneamente più reale. È paradossale ma è così. I 250 milioni di foto caricati ogni giorno su Facebook sono materialmente niente altro che files, cioè contenitori di informazione digitalizzata le cui informazioni codificate al loro interno sono leggibili attraverso dei software. Ma sono allo stesso tempo ricordi, momenti reali della nostra vita che assumono un valore finanziario nella misura in cui vengono comunicati, condivisi, socializzati sulle piattaforme web di social networking.
Lo sbarco in borsa di Facebook ci pone dinanzi ad una serie di scenari. Il primo riguardala nostra concezione di privacy. Siamo disposti ad accettare l’utilizzo del nostro patrimonio intellettuale ed emotivo da parte di terzi in cambio della possibilità che ci è data di promuovere le nostre idee all’interno della comunità di un social network? Il secondo scenario riguarda, invece, il mutamento che il social network presumibilmente subirà per venire incontro alle esigenze degli investitori.
Al momento è difficile capire comunque quanto il nostro rapporto con Facebook potrà essere influenzato dalla presentazione di questa IPO, ma è verosimile che una volta in borsa, la società: a) sperimenterà dei nuovi sistemi per gli annunci pubblicitari, mettendo in pratica politiche più invasive che andranno a sfruttare alcune informazioni presenti nei profili per rendere le pubblicità più attinenti agli interessi dei diversi utenti o rendere più permeabili i profili personali dall’esterno del social network; b) riguardo il capitolo delle acquisizioni, per rafforzare la sua posizione di mercato si servirà delle risorse ottenute dalla vendita delle azioni per integrarsi ulteriormente con la tecnologia mobile (non è un caso che a fine 2012 verrà lanciato il Facebook-fonino, assemblato da HTC); c)dovrà trovare il giusto punto di equilibrio tra l’interesse degli azionisti e la sua natura innovativa. La capacità di produrre nuove idee avrà infatti a che fare con un grande azionariato che mirando ai propri interessi chiederà risultati sempre crescenti e, se possibile, nel breve periodo.
Si tratta di conseguenze che incideranno senz’altro sul nostro stile di vita e sulla nostra percezione di privacy, producendo un trade-off tra necessità di apparire e comunicare da una parte e diritto di vedere preservata la nostra intimità dall’altra. Quanto siamo disposti a rinunciare a parte della prima in favore della seconda e viceversa? Qual è il punto di equilibrio ottimale? Inoltre queste considerazioni non riguardano soltanto Facebook ma valgono per tutto il mondo dei social media e dei social network che sta modificando in modo lento ma radicale il web, una volta utile per interfacciare le persone con dei portali che conferivano dati e informazioni, mentre oggi la necessità è interfacciare tra di loro le persone in modo che le informazioni utili emergano senza controlli e si diffondano in modo virale.
Il diritto che Facebook ha nell’utilizzare i nostri ricordi e gli spaccati della nostra esistenza per dare un valore finanziario alla sue azioni in borsa non è altro che l’occasione per riflettere sul nostro mutato rapporto con il web che punta sempre più sulla valorizzazione delle relazioni. La legittima aspirazione a veder preservata la privacy “combatte” con la capacità che ognuno di noi ha, in quanto portatori di esperienze, di produrre innovazione e benessere per tutti. Guardiamo, ad esempio, aOpenIdeo, una piattaforma costruita per il project management partecipato con il fine di produrre innovazione sociale. Senza l’esistenza di Youtube, di Facebook e dei social network in generale, questo strumento non sarebbe potuto neanche essere concepito perchè si basa principalmente sulle capacità relazionali delle persone.
Capire come sovrapporre i diversi scenari in modo che ognuno di questi dia un contributo a realizzare un futuro dove il diritto alla privacy sia equilibrato dalle potenzialità in termini di innovazione e di valorizzazione della sfera relazionale delle persone, offerte dai social network, è la sfida posta dallo sbarco in borsa di Facebook che ha avuto, ed ha, un merito indiscutibile e cioè quello di aver insegnato chel’umanità può essere connessa e relazionarsi senza che un’autorità decida il come, il quando o il perchè. È uno spazio di libertà che dobbiamo soltanto imparare a conoscere.
Fonte: Pasquale Mormile - Unimondo.org | 16 Febbraio 2012
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