31/01/2012

ETIOPIA: DALL’OROMIA ALL’OGADEN E’ CORSA ALL’ORO VERDE

ETIOPIA: DALL’OROMIA ALL’OGADEN E’ CORSA ALL’ORO VERDE

 

 “La situazione per i coltivatori delle regioni di Oromia, Benishagul, Ogaden e Gambella, è drammatica. Le loro condizioni di popoli dediti perlopiù all’agricoltura sono nettamente peggiorate in seguito alla decisione del governo etiope di affittare immensi appezzamenti di terra a società di paesi ricchi, il cui scopo è quello di coltivare prodotti commercializzati su mercati che distano migliaia di chilometri dall’Etiopia”: a illustrare alla MISNA le conseguenze che l’accaparramento dei terreni (land grabbing) sta avendo sull’economia delle popolazioni indigene dell’Etiopia è Hundee Dhugassa, ex presidente dell’associazione studenti dell’Università di Jimma in esilio dal suo paese dal 2007.

“Quello in atto da almeno 15 anni – sottolinea Dhugassa – è un vero e proprio esempio di ‘neo-colonialismo agrario’ promosso con il pretesto di mettere a frutto terreni sottoutilizzati, quando la realtà è completamente diversa”. Secondo dati diffusi da organizzazioni internazionali che si sono occupate della questione, nel 2011 il governo di Addis Abeba ha allocato a società straniere circa 3,5 milioni di ettari di terra coltivabile e i progetti per il 2015 prevedono di aumentare l’estensione fino a 7 milioni, un’area grande due volte il Belgio.

 

Il prezzo degli affitti si aggira intorno agli otto dollari a ettaro, per contratti di cessione ad uso agricolo della durata di 99 anni. “Quello che accade è che le autorità corrotte di uno dei paesi più vulnerabili al mondo dal punto di vista della sicurezza alimentare, cedono a prezzi stracciati intere porzioni di territorio a colossi industriali che esporteranno il prodotto all’estero senza preoccuparsi del diritto all’alimentazione del loro stesso popolo” riassume Dhugassa in un’analisi dal titolo eloquente: “Il land grabbing e le sue disastrose conseguenze” pubblicato da diversi siti di opposizione.

 

I coltivatori, prosegue lo studioso, “sono obbligati ad evacuare i terreni con un preavviso di 30 giorni in base alle leggi varate nella riforma agraria approvata nel 1974 dal Derg, consiglio militare al potere tra gli anni ’70 e ’80 in seguito alla cacciata di Hailé Selassié, e mai sostanzialmente modificate dall’attuale governo”.

 

In cima alla lista dei conduttori per contratti di affitto ‘a lungo termine’ di quello che in molti forum viene descritto come “l’oro verde d’Etiopia” sono soprattutto società private degli Emirati arabi, ma anche saudite, come la ‘Saudi Star’, indiane come la ‘Karuturi Global Ltd’ e società a partecipazione statale originarie di diversi paesi del continente.

In un paese in cui l’85% della popolazione ha come principale mezzo di sussistenza l’agricoltura, “il rapporto con la terra diventa cruciale e privare dell’accesso ai campi intere famiglie e popolazioni equivale a condannarle a morte certa” osserva Dhugassa, per cui l’accaparramento delle terre che il primo ministro Meles Zenawi “sta avallando” è una potenziale “bomba ad orologeria che contribuirà a diffondere nel paese conflitti e instabilità politica”, e il cui impatto sui terreni e le fonti idriche “avrà gravi conseguenze sul futuro delle prossime generazioni”.

[AdL]

FONTE MISNA

SOMALIA OMICIDIO HASSAN ‘FANTASTIC’, COME MUORE LA LIBERTÀ DI INFORMAZIONE

SOMALIA: OMICIDIO HASSAN ‘FANTASTIC’, COME MUORE LA LIBERTÀ DI INFORMAZIONE

 

 “Siamo sconvolti e scioccati. Quanto accaduto dimostra ancora una volta che è la popolazione civile somala a pagare il prezzo più alto di un conflitto che ha devastato il nostro paese e da cui, ancora oggi, non si vede una via d’uscita”: sono parole dure quelle che Mohammed Amin Adow, responsabile del Network indipendente ‘Shabelle’ consegna alla MISNA all’indomani dei funerali di Hassan Osman Abdi ‘Fantastic’, direttore dell’emittente, ucciso sabato pomeriggio da uomini armati mentre rientrava a casa nel distretto di Wadajir.

 

“Hassan lavorava a inchieste sulla corruzione della classe politica somala, oltre a denunciare quotidianamente la brutalità delle azioni dell’insurrezione al Shabaab” spiega Adow, per cui il giornalista “era malvisto da entrambi gli schieramenti del conflitto” e la sua morte “aggiunge un altro, doloroso tassello alla lenta agonia della libertà di stampa in uno dei conflitti più annosi dell’intero continente africano”.

 

Nonostante le minacce, il direttore dell’emittente non aveva dato segni particolari di preoccupazione, considerato il fatto che “avvertimenti e intimidazioni sono purtroppo all’ordine del giorno per il reporter somali” aggiunge il responsabile e amico personale del reporter ucciso.

 

“I giornalisti sono convinti che si sia trattato di un omicidio mirato, messo a punto per dare un segnale a tutti gli operatori dell’informazione” osserva Suleiman Ismail, vicedirettore dell’Unione dei giornalisti somali (Nusoj), aggiungendo che “il governo deve rispondere con altrettanta chiarezza, mettendo fine all’impunità e arrestando i responsabili di crimini che fanno di Mogadiscio una ‘no man’s land’ in cui ogni criminale agisce senza timore di conseguenze”.

 

Hassan Osman Abdi – padre di tre bambini – è il primo operatore dell’informazione ucciso nel 2012 in Somalia, e il terzo direttore dell’emittente morto in un agguato dal 2007. Con oltre 40 giornalisti uccisi negli ultimi 15 anni, la Somalia detiene il triste primato di paese più pericoloso al mondo per la professione giornalistica. (Vedi anche articolo delle 10 e 41).

[AdL] FONTE MISNA

30/01/2012

Se la calunnia è un’arma di potere

Se la calunnia è un’arma di potere

 

Un veleno senza antidoti efficaci

 

Calomniez, calomniez, il en restera toujours quelque chose, afferma una massima, attribuita da alcuni a Bacone, da altri a Voltaire, divenuta proverbiale dopo che fu resa popolare da Beaumarchais nel suo capolavoro dal celeberrimo titolo: Il Barbiere di Siviglia e, da Rossini, in una deliziosa aria dell’edizione musicale della stessa opera. In effetti, non esistono antidoti veramente efficaci per contrastare la velenosa azione delle calunnie, invenzioni subdole e malvagie,macchinate da esseri abietti per diffamare e disonorare i loro «nemici». La menzogna fraudolenta, più micidiale spesso di un pugnale acuminato, è generata quasi sempre da torbidi sentimenti— frustrazioni infeltrite, insanabile invidia, gelosia esasperata, patologica antipatia — che, a lungo occultati e repressi, esplodono improvvisamente nell’odio più bieco, spingendo l’uomo, degradato dal rancore e dalla viltà, ad avvalersi delle più infamanti bugie per compromettere e infangare la reputazione del suo rivale. Lenta e corrosiva, avallata dall’omertà compiaciuta di tanta gente «perbene» e sadicamente ampliata dal feroce cannibalismo della cosiddetta «vox populi», che raramente si identifica con la «vox Dei», la scellerata trama denigratoria del calunniatore, ordita proditoriamente nell’ombra, si espande inesorabilmente, raggiungendo gli effetti perversi perseguiti dal delinquente che li ha ideati. Tali effetti, sempre dannosi, possono rivelarsi particolarmente devastanti quando la calunnia, programmata e gestita «scientificamente» da professionisti del falso, asserviti al tiranno di turno e a gruppi di potere interessati alla rovina, all’eliminazione, del personaggio preso di mira, assume il valore legale di un atto di accusa con sentenza già pronunciata, approdando, sapientemente pilotata, sul tavolo di un magistrato inquirente, succube e complice dei promotori della diffamazione.

 

La storia, lo sappiamo bene, non è limpida acqua di fonte da bere a garganella, ma spesso, molto spesso, è un torbido intruglio, una bevanda adulterata, venefica, propinata ai popoli da inquietanti alchimisti, servi prezzolati dei regimi al potere. Nelle sue viscide pieghe, infatti, colme di vistose incongruenze e di macroscopiche mistificazioni, la storia, di tutti i tempi, ha sempre cercato di occultare le ingiustizie, le odiose prevaricazioni e i delitti, perpetrati non soltanto dai governi dispotici, ma anche da quelli «democratici », in combutta con le temibili e tenebrose consorterie politiche, economiche e religiose che, nel corso dei secoli, usando a profusione l’arma malvagia della menzogna, hanno annientato intelligenze sublimi, filosofi, poeti, liberi pensatori, gente scomoda, pericolosa per il Potere, sottraendo all’umanità la guida, la luce, di illustri Maestri (...)

 

Penso a Seneca con la stessa gratitudine di Lucilio e di tutti coloro, me compreso, che si sono avvalsi delle sue fulgide, rasserenanti Epistulae, per lenire le offese che il «profanum vulgus», incommensurabile ricettacolo di stupidità, quotidianamente infligge agli onesti, e per curare l’anima dal mal di vivere. «Alla morte affiderò — aveva scritto il filosofo in una delle sue lettere — il mio profitto. Io mi preparo coraggiosamente a quel giorno in cui, messo da parte ogni artificio, giudicherò dime stesso e farò vedere se il mio coraggio era nel cuore o sulle labbra, se fu simulazione o commedia la mia sfida gettata alla fortuna. Non conta nulla la stima degli uomini: essa è sempre dubbiosa e accordata tanto al vizio quanto alla virtù; non contano gli studi di tutta una vita: la morte sola è il giudice nostro.

«Le dispute filosofiche, le dotte conversazioni, i precetti della sapienza non dimostrano la vera forza dell’animo: anche gli uomini più vili hanno linguaggio da eroi. Le opere tue appariranno solo all’ultimo tuo sospiro».

 

Mario Scognamiglio

http://www.corriere.it/dilatua/Primo_Piano/Cultura/Libri/2012/01/20/elzeviro-scognamiglio-calunnia-arma-potere_full.shtml

 

Questa la «nuova» Libia?

Questa la «nuova» Libia?

 

A riflettori spenti, è fragoroso il silenzio dei media sulla «nuova» Libia, a meno che non si tratti di petrolio e affari o di «contenimento» dell'immigrazione. Eppure quello libico appare sempre più come un laboratorio di orrori da fare invidia ad Abu Ghraib. Non che prima, nell'era gheddafiana, le violenze mancassero. Il regime torturava e deteneva per conto dell'Occidente gli integralisti islamici. Ora va in onda la violenza degli integralisti islamici e delle milizie del Cnt, in carica grazie ai bombardamenti atlantici. E ha un sapore particolare il fatto che i nuovi crimini avvengano a Misurata, la «città martire» della rivolta.


Ieri Médecins sans Frontières (Msf), Nobel per la pace nel 1999, ha annunciato di «aver sospeso le sue attività nei centri di detenzione di Misurata perchè ai detenuti vengono inflitte torture e negato l'accesso a cure mediche d'urgenza». Le équipe mediche che lavorano nelle carceri di Misurata da agosto, «si sono confrontate da allora con un numero crescente di pazienti con ferite causate da torture subite durante gli interrogatori, svolti al di fuori dei centri di detenzione». In totale, precisa Msf, sono state curate 115 persone con ferite da tortura (tutti i casi riferiti alle autorità di Misurata). Ma non basta. «Ci hanno consegnato pazienti provenienti da interrogatori affinchè li stabilizzassimo solo per poterli nuovamente interrogare. Ciò è inaccettabile. Il nostro compito è quello di fornire cure mediche per feriti in guerra e detenuti malati, non di curare ripetutamente gli stessi pazienti per poter essere nuovamente torturati», dice il direttore generale di Msf, Christopher Stokes. 


Il caso «più preoccupante» è avvenuto il 3 gennaio scorso, quando i medici di Msf hanno curato 14 detenuti di ritorno da un centro per gli interrogatori, 9 dei quali, «nonostante le reiterate richieste di porre fine alle torture», presentavano evidenti segni di torture. E nonostante i medici avessero subito fatto presente che necessitavano del ricovero ospedaliero, tutti tranne uno sono stati nuovamente privati di assistenza medica e torturati fuori dai centri di detenzione. Il 9 gennaio Msf ha inviato una lettera ufficiale a tutte le autorità civili e militari di Misurata chiedendo ancora una volta di porre fine a ogni forma di violenza contro i detenuti. Ma «nessuna azione concreta è stata intrapresa - ha affermato Stokes -. Al contrario, la nostra èquipe ha ricevuto 4 nuovi casi di tortura. Abbiamo perciò preso la decisione di sospendere le attività mediche nei centri di detenzione». Attiva in Libia dall'inizio della guerra civile nel febbraio 2011 e presente a Misurata da aprile, nel pieno del conflitto, Msf assicura che proseguirà le proprie attività di assistenza nelle scuole e negli ospedali di Misurata, così come l'assistenza a 3.000 migranti africani, rifugiati e sfollati dentro e fuori Tripoli. 


A rincarare la dose, si è aggiunta ieri anche la denuncia di Amnesty international, secondo cui diversi detenuti in Libia, sospetti gheddafiani, «sono morti dopo essere stati sottoposti a tortura nelle ultime settimane». I responsabili di Ai hanno incontrato i prigionieri nelle prigioni di Tripoli, Misurata, Gharian, e hanno riscontrato «visibili segni di torture e maltrattamenti» e raccolto testimonianze di civili sottoposti a violenza fisica e anche ad elettroshock. Amnesty, che ora accusa «entità militari e di sicurezza e milizie armate», già in ottobre aveva presentato un dettagliato rapporto intitolato «Sulla nuova Libia la macchia degli abusi sui detenuti», con un quadro allarmante di casi di maltrattamenti contro soldati dell'esercito di Gheddafi, presunti lealisti o sospetti mercenari, con descrizioni di torture, migliaia di arresti senza mandato, abusi su donne, centinaia di minorenni incarcerati, strumenti di tortura rinvenuti come i tubi di gomma per la falaqa (le percosse sulla pianta dei piedi); in un centro di detenzione i delegati di Ai hanno udito «urla e il sibilo delle frustate da una cella».


Finora il numero dei detenuti libici dopo la guerra civile è imprecisato ma, da stime di ong umanitarie, dovrebbero essere almeno 15-20mila. L'ambasciatore libico all'Onu, Shalgham, ha rivelato che nella sola Tripoli ci sono 8.000 persone in carcere e tra loro civili, donne e bambini. Mercoledì Navi Pillay, la responsabile Onu per i diritti umani, ha denunciato davanti al Consiglio di sicurezza «la mancanza di controlli da parte delle autorità centrali che creano un clima favorevole alle torture e ai maltrattamenti», e ha accusato il Cnt anche della mancata sorveglianza sul ruolo della miriade di milizie armate che ormai si fronteggiano in battaglie aperte, come nel centro di Tripoli in questi giorni, a Bengasi o a Bani Walid che sarebbe addirittura stata riconquistata dai "gheddafiani". Ma ora la Nato, intervenuta a suo tempo per «proteggere i civili», assicura il segretario Rasmussen che non ha più alcuna intenzione di tornare in Libia. Fonte: TOMMASO DI FRANCESCO - il Manifesto |

Finanziamenti Scuola, addio ai fondi per l'autonomia solo un euro e mezzo per ogni alunno

Finanziamenti Scuola, addio ai fondi per l'autonomia solo un euro e mezzo per ogni alunno

 

In 10 anni i finanziamenti si sono ridotti del 93%. E così i programmi per ampliare l'offerta formativa, per l'accoglienza degli studenti stranieri e per la formazione rimangono solo su carta

 

ROMA - "Quasi azzerati i fondi destinati alle scuole per l'autonomia scolastica". L'allarme è stato lanciato dalla Flc Cgil, che chiede un incontro urgente al ministro Francesco Profumo. In oltre 10 anni, il finanziamento della legge 440/97 ("Istituzione del Fondo per l'arricchimento e l'ampliamento dell'offerta formativa e per gli interventi perequativi"), quella che finanzia l'autonomia scolastica, è stato ridotto all'osso.

Degli 87 milioni di euro previsti dal Parlamento per lo scorso anno scolastico (ma che sono stati erogati solo quest'anno), poco meno di 11 andranno direttamente alle scuole per realizzare i progetti del Piano dell'offerta formativa: una specie di elemosina se si considera che le scuole italiane sono oltre 10mila e potranno aspettarsi qualcosa come mille euro a testa.

Ecco perché la quota di finanziamento che gli istituti chiedono alle famiglie è,
come abbiamo scritto la scorsa settimana 1, in continuo aumento, arrivando a superare l'80 per cento dell'intero budget annuale, esclusi gli stipendi del personale.

Nel 2000, la parte di finanziamento che andava direttamente nelle casse delle scuole era pari a 166,7 milioni di euro, ridotti adesso del 93 per cento. "Mentre il ministro - spiegano dalla Cgil - parla di autonomia responsabile e di potenziamento della stessa attraverso la messa a punto di strumenti efficaci di programmazione, le scuole subiscono l'ennesimo scippo dei fondi a loro destinati".

E senza risorse, pur con tutta la buona volontà possibile, l'autonomia scolastica rimane scritta solo sulla carta. Soprattutto per i tanti istituti dei quartieri periferici e a rischio, dove alle famiglie la scuola non può chiedere nulla, quando non deve aiutare le famiglie dei propri alunni.

Ma non solo. Sulle ultime due direttive, in perfetto stile gelminiano, è calato il mistero: tutti ne parlano ma nessuno le ha mai viste. Lo scorso 19 dicembre, viale Trastevere emana una nota dal titolo ambizioso: "Finanziamento dei Piani dell'offerta formativa e di formazione e aggiornamento nelle istituzioni scolastiche, in applicazione della L. 440/1997 e della direttiva attuativa n. 102 del 7 novembre 2011. Anno scolastico 2011/12", che richiama una direttiva mai pubblicata.

"Tutti i siti - prosegue la Flc Cgil - hanno riportato la suddetta nota ministeriale ed hanno dato per scontata l'esistenza della direttiva 102/2011. Oggi possiamo affermare che la direttiva non esiste, non è stata mai pubblicata ed è come l'araba fenice: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa".

Con questi fondi - circa mille euro l'anno, 1,40 euro ad alunno  - secondo le nome vigenti le scuole dovrebbero "ampliare l'offerta formativa, supportare lo svolgimento di azioni di innovazione didattica ed educativa, sviluppare progetti per sostenere la formazione legata alle innovazioni introdotte dalla Gelmini".

E ancora:  "Incentivare l'accoglienza degli studenti stranieri, promuovere l'insegnamento di Cittadinanza e Costituzione, con percorsi multidisciplinari, svolgere attività di formazione e aggiornamento connesse al riordino del sistema scolastico e alla formazione in Inglese". di SALVO INTRAVAIA FONTE REPUBBLICA

Finanziamenti Scuola, addio ai fondi per l'autonomia un euro e mezzo per ogni alunno

 Finanziamenti Scuola, addio ai fondi per l'autonomia  un euro e mezzo per ogni alunno

 

In 10 anni i finanziamenti si sono ridotti del 93%. E così i programmi per ampliare l'offerta formativa, per l'accoglienza degli studenti stranieri e per la formazione rimangono solo su carta

 

ROMA - "Quasi azzerati i fondi destinati alle scuole per l'autonomia scolastica". L'allarme è stato lanciato dalla Flc Cgil, che chiede un incontro urgente al ministro Francesco Profumo. In oltre 10 anni, il finanziamento della legge 440/97 ("Istituzione del Fondo per l'arricchimento e l'ampliamento dell'offerta formativa e per gli interventi perequativi"), quella che finanzia l'autonomia scolastica, è stato ridotto all'osso.

Degli 87 milioni di euro previsti dal Parlamento per lo scorso anno scolastico (ma che sono stati erogati solo quest'anno), poco meno di 11 andranno direttamente alle scuole per realizzare i progetti del Piano dell'offerta formativa: una specie di elemosina se si considera che le scuole italiane sono oltre 10mila e potranno aspettarsi qualcosa come mille euro a testa.

Ecco perché la quota di finanziamento che gli istituti chiedono alle famiglie è,
come abbiamo scritto la scorsa settimana 1, in continuo aumento, arrivando a superare l'80 per cento dell'intero budget annuale, esclusi gli stipendi del personale.

Nel 2000, la parte di finanziamento che andava direttamente nelle casse delle scuole era pari a 166,7 milioni di euro, ridotti adesso del 93 per cento. "Mentre il ministro - spiegano dalla Cgil - parla di autonomia responsabile e di potenziamento della stessa attraverso la messa a punto di strumenti efficaci di programmazione, le scuole subiscono l'ennesimo scippo dei fondi a loro destinati".

E senza risorse, pur con tutta la buona volontà possibile, l'autonomia scolastica rimane scritta solo sulla carta. Soprattutto per i tanti istituti dei quartieri periferici e a rischio, dove alle famiglie la scuola non può chiedere nulla, quando non deve aiutare le famiglie dei propri alunni.

Ma non solo. Sulle ultime due direttive, in perfetto stile gelminiano, è calato il mistero: tutti ne parlano ma nessuno le ha mai viste. Lo scorso 19 dicembre, viale Trastevere emana una nota dal titolo ambizioso: "Finanziamento dei Piani dell'offerta formativa e di formazione e aggiornamento nelle istituzioni scolastiche, in applicazione della L. 440/1997 e della direttiva attuativa n. 102 del 7 novembre 2011. Anno scolastico 2011/12", che richiama una direttiva mai pubblicata.

"Tutti i siti - prosegue la Flc Cgil - hanno riportato la suddetta nota ministeriale ed hanno dato per scontata l'esistenza della direttiva 102/2011. Oggi possiamo affermare che la direttiva non esiste, non è stata mai pubblicata ed è come l'araba fenice: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa".

Con questi fondi - circa mille euro l'anno, 1,40 euro ad alunno  - secondo le nome vigenti le scuole dovrebbero "ampliare l'offerta formativa, supportare lo svolgimento di azioni di innovazione didattica ed educativa, sviluppare progetti per sostenere la formazione legata alle innovazioni introdotte dalla Gelmini".

E ancora:  "Incentivare l'accoglienza degli studenti stranieri, promuovere l'insegnamento di Cittadinanza e Costituzione, con percorsi multidisciplinari, svolgere attività di formazione e aggiornamento connesse al riordino del sistema scolastico e alla formazione in Inglese". di SALVO INTRAVAIA fonte repubblica

29/01/2012

COSTA D’AVORIODA ABIDJAN A PARIGI, GIUSTIZIA E RICONCILIAZIONE

COSTA D’AVORIODA ABIDJAN A PARIGI, GIUSTIZIA E RICONCILIAZIONE

 

Su richiesta della giustizia ivoriana, sono state riesumate le prime salme di vittime della crisi post-elettorale dell’anno scorso in una fossa comune ubicata nel quartiere di Doukouré, nel popoloso comune di Yopougon, a Abidjan. “La riesumazione viene fatta per motivi d’inchiesta. I corpi delle vittime vanno identificati. E’ solo l’inizio di un lungo processo: poi ci occuperemo di altre fossi comuni” ha detto il procuratore della Repubblica, Simplice Koffi Kouadio, precisando che “altri siti sono già stati segnalati alle autorità in diverse zone di Yopougon, ma solo ora disponiamo dei mezzi necessari per fare la luce sulle violenze post-elettorali in Costa d’Avorio” nelle quali tra dicembre 2010 e aprile 2011 circa 3000 persone sono rimaste uccise.

 

Oltre alla giustizia ivoriana anche la Corte penale internazionale (Cpi) sta indagando su presunti crimini contro l’umanità di cui sarebbe responsabile l’ex presidente Laurent Gbagbo, detenuto in Olanda dallo scorso novembre. A macchiarsi di violenze e violazioni dei diritti umani, secondo l’Onu, sono stati sia i sostenitori dell’ex capo di stato che le milizie dell’attuale presidente Alassane Dramane Ouattara.

 

Ma stamani la stampa ivoriana e internazionale si focalizza soprattutto sulla visita di Ouattara in Francia per “suggellare la riconciliazione” tra Abidjan e Parigi dopo anni di tensioni sotto la presidenza Gbagbo, dal 2000 al 2010.

“La situazione è migliorata rispetto a qualche mese fa ma il processo sarà lungo e presuppone che alcune persone vengano allontanate” hanno scritto fonti della presidenza francese, esprimendo dubbi su alcune personalità militari che sostengono la nuova amministrazione ivoriana. I media d’Oltralpe ricordano che tra Ouattara e il suo omologo francese, Nicolas Sarkozy, c’è “un’amicizia ventennale e un sostegno reciproco nei momenti difficili”.

 

Di fatto, appena arrivato a Parigi, ieri il presidente ivoriano ha dichiarato che “vengo  a ringraziare il presidente Sarkozy e il suo governo per l’intervento svolto lo scorso aprile dietro mandato dell’Onu. Senza questo ci sarebbe stato un genocidio più grave di quello in Rwanda”.  Dopo il ballottaggio delle presidenziali del 28 novembre 2010, Parigi si è da subito schierata dalla parte di Ouattara e l’intervento degli uomini dell’operazione ‘Licorne’ è stato decisivo per arrestare Gbagbo nella sua residenza di Abidjan lo scorso aprile.

 

Approfittando della visibilità che gli offre il viaggio in Francia, il presidente ivoriano ha rinnovato il suo impegno a fare la luce sulle responsabilità nelle violenze elettorali, promettendo una giustizia equa. Oggi ha incontrato il primo ministro francese François Fillon mentre alle 17 è previsto un colloquio con Sarkozy durante il quale sarà firmato un nuovo accordo di difesa e sicurezza. Seguirà una serie di riunioni con potenziali investitori e dirigenti di aziende da tempo operative in Costa d’Avorio: Parigi è il primo partner commerciale della sua ex colonia.

[VV] fonte misna

LIBIA: TORTURE SISTEMATICHE E OMICIDI, IN CARCERE DIRITTI VIOLATI

LIBIA: TORTURE SISTEMATICHE E OMICIDI, IN CARCERE DIRITTI VIOLATI

 

Numerosi detenuti nelle mani degli uomini del Consiglio nazionale di transizione stanno subendo torture che in alcuni casi hanno condotto alla morte dei prigionieri. Lo riferisce oggi un rapporto pubblicato da Amnesty International che ha potuto visitare diversi centri di detenzione e verificare direttamente lo stato dei prigionieri.

“Dopo tutte le promesse fatte per mettere sotto controllo i centri di detenzione, è orribile scoprire che non sono stati compiuti progressi per mettere fine alle torture” ha detto Donatella Rovera, relatrice del rapporto.

 

I casi e le testimonianze raccolte da Amnesty confermano un uso generale della tortura contro persone incarcerate perché ritenute sostenitrici del colonnello Muammar Gheddafi (ucciso a ottobre), sia di nazionalità libica sia di paesi dell’Africa sub-sahariana. Molti di questi prigionieri, sottolinea Amnesty, hanno subito lesioni gravi, permanenti, diversi sono morti.

 

La conferma di quanto sta avvenendo nelle carceri libiche è arrivata anche da Medici senza frontiere (Msf) che oggi ha sospeso le sue attività nei centri di detenzione di Misurata dove operava dallo scorso agosto.

“Da allora – informa una nota dell’organizzazione umanitaria – i medici di Msf hanno assistito un numero crescente di pazienti con ferite causate da torture subite durante gli interrogatori, svolti al di fuori dei centri di detenzione”. In totale, Msf ha curato 115 persone con ferite da tortura e ha riferito tutti i casi alle autorità rilevanti. “Da gennaio, molti dei pazienti riportati nei centri per gli interrogatori sono stati nuovamente torturati”.

 

Emblematiche le parole di Christopher Stokes, direttore generale di Msf: “Ci hanno consegnato pazienti provenienti da interrogatori affinché li stabilizzassimo per poterli nuovamente interrogare. Ciò è inaccettabile”.

Ad alzare il velo sul sistematico ricorso alle torture era stata ieri Navi Pillay, Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, in un rapporto presentato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La Pillay ha citato dati raccolti dal Comitato internazionale della Croce Rossa che tra marzo e dicembre 2011 ha potuto visitare circa 60 centri di detenzione. “La maggioranza dei detenuti – ha detto – è accusata di aver sostenuto Gheddafi e molti di loro sono di origine sub-sahariana. L’assenza di controlli da parte delle autorità centrali crea le condizioni perché si compiano impunemente torture e maltrattamenti”. La Pillay ha anche ricordato il caso della città di Tawergha abitata prima del conflitto da 35.000 persone di antiche origine sub-sahariane. Tutti gli abitanti sono ora dispersi per la Libia e molti degli uomini si trovano in stato di detenzione, accusati di aver fornito sostegno logistico ai lealisti durante la battaglia nella vicina città di Misurata.

[GB] fonte misna

 

 

L´oasi dei malati di Alzheimer nasce la città dei senza memoria

L´oasi dei malati di Alzheimer nasce la città dei senza memoria

 

A Wiedlisbach, in Svizzera, sarà costruito un paese riservato a chi soffre di demenza senile Il progetto, però, ha già scatenato un forte dibattito: è giusto creare un mondo parallelo?

 

I detrattori, senza alcuna diplomazia, l´hanno già battezzato Dementiaville. Sarà il paese di malati di Alzheimer: una prigione dorata costruita solo per loro, a immagine e somiglianza della loro oscura malattia. Vivranno dentro un Truman Show con peluche, cavalli di legno, porte aperte e giardini a disposizione, anche se hanno ottant´anni. E invece che il camice bianco, i loro infermieri saranno vestiti da giardinieri, parrucchiere, commesse, come se fossero a una mascherata.


Il progetto è stato appena approvato e già ha suscitato un forte dibattito: è giusto creare per i malati un mondo parallelo? Ed è utile questa ricerca di una finta normalità? Serve ai malati credere che la realtà sia quella che loro ricordano, cioè quella datata della loro giovinezza? Markus Vögtlin, l´imprenditore svizzero che ha destinato 20 milioni di euro alla nuova città, ritiene che questa sia la giusta risposta a un problema sanitario che è sempre più anche un dramma sociale. Se in Svizzera i malati di Alzheimer sono 100mila, nel mondo sono un esercito di 18 milioni di persone e in Italia i colpiti dalla sindrome della demenza senile sono almeno 600mila. Numeri destinati a crescere in tutto il primo mondo, con l´eccezione dell´India, dove l´incidenza è di un decimo rispetto a quella dei paesi sviluppati.
Il villaggio di Wiedlisbach potrà ospitare 150 persone, distribuite a gruppi di sei nelle casette costruite in stile Anni ´50, a immagine e somiglianza di quanto già esiste da tre anni in Olanda, ad Hogewey, nei sobborghi di Amsterdam, dove il ricovero costa cinquemila euro al mese e dove, secondo Vögtlin, che è andato a studiare quell´esperienza, gli anziani malati hanno trovato una risposta ai loro disagi. Lì - su YouTube numerosi filmati ritraggono l´interno di una giornata - sono stati addirittura costruite case di due tipologie, una di stile urbano e una country. Spesso, ha raccontato l´imprenditore al Tages-Anzeiger, la malattia li trasforma in persone stanche, svogliate e aggressive: «Là invece - ha detto - ho trovato uomini e donne rilassati e contenti». Se hanno difficoltà a ricordare il presente, mentre hanno una memoria ferrata sul passato, per farli sentire meglio basta insomma farli tornare indietro nel tempo. 


L´Alzheimer è una malattia degenerativa progressiva, causata dalla morte dei neuroni, cioè le cellule del cervello. Accade che non sia più possibile fissare nuove informazioni - neppure banali, tipo ricordarsi di avere bevuto il caffè, o di essersi lavati i denti, o di avere parlato con qualcuno - e che progressivamente l´unico mondo reale resti quello legato al passato. Se la fase iniziale è un lieve decadimento cognitivo, con amnesie che all´inizio possono attribuirsi anche alla vecchiaia, via via la malattia si trasforma in un pericolo, con il paziente che rischia di perdersi anche nella sua stessa casa, di finire sotto un tram, di lasciare aperto il rubinetto del gas, e che diventa apatico oppure aggressivo.
Spiega Elio Scarpini, neurologo del centro Dino Ferrari del Policlinico di Milano: «La gestione di un malato di Alzheimer è pesantissima, ma direi che più che gli aspetti architettonici è importante la preparazione del personale. Questo progetto mi sembra un po´ un´americanata, credo che i veri bisogni di questi pazienti e dei loro familiari siano altri. Più che creare un piccolo mondo dorato e finto, ha senso occuparsi dell´assistenza domiciliare». Brigitta Martensson, della Swiss Alzheimer Association, giudica il progetto di Wiedlisbach una buona cosa per le persone che vivono uno stato avanzato della malattia: «Vivere liberi in spazi riconosciuti - dice - consente di vivere senza ansia». Il Truman Show può iniziare. Anche se alla fine, in fondo, questa città da Grande Fratello non è molto diversa da una grande clinica specializzata.

Fonte: CINZIA SASSO - la Repubblica

Matrimonio CINO-AMERICANO

Matrimonio CINO-AMERICANO

 

In Occidente le relazioni tra il principale dei paesi «emergenti» e la superpotenza in declino viene di solito definita come una «sfida». Ma a chi e in che senso? E soprattutto, sarà proprio così?Le relazioni tra Cina e Stati uniti sono oggetto di grande preoccupazione nei discorsi che attraversano il mondo (bloggers, media, politici, burocrati internazionali). L'analisi dominante interpreta la relazione come quella tra una superpotenza in declino, gli Stati uniti, e un paese «emergente» in rapida crescita, la Cina. Nel mondo occidentale, questa relazione è di solito definita in termini negativi, la Cina viene vista come una «sfida». Ma sfida a chi e in che senso? Alcuni vedono l'«emergenza» cinese come il ritorno a una posizione centrale nel mondo, che questo paese aveva nel passato e che ora starebbe recuperando. Altri considerano che sia un avvenimento molto recente - la Cina acquisirebbe un ruolo nella geopolitica in movimento e nelle relazioni economiche mondiali del sistemamondo moderno.

 

Dalla metà del XIX secolo, le relazioni tra i due paesi sono state ambigue. Da un lato, in quel periodo, gli Stati uniti avevano cominciato ad espandere le proprie vie commerciali verso la Cina. Avevano iniziato ad inviare dei missionari cristiani. Alla svolta del XX secolo, avevano proclamato la politica della «porta aperta», che più che contro la Cina era diretta contro le potenze europee. Gli Stati uniti volevano la loro parte del bottino. Comunque, poco dopo, gli Usa parteciparono, a fianco delle altre potenze occidentali, a sedare la ribellione dei Boxer contro l'imperialismo esterno. In patria, il governo Usa (e i sindacati) cercarono di impedire che i cinesi immigrassero negli Stati uniti. Dall'altro lato, a malincuore, c'era un certo rispetto nei confronti della civiltà cinese. L'estremo oriente (Cina e Giappone) era la destinazione preferita per l'opera missionaria, più dell'India e dell'Africa, e questa scelta veniva giustificata con la supposizione che la cinese fosse una civiltà «più alta».

 

Deve aver pesato anche il fatto che né la maggior parte della Cina né del Giappone furono mai colonizzate direttamente e che di conseguenza non c'era nessuna potenza coloniale europea che cercasse di fare proseliti per riservare la colonia ai propri cittadini. Dopo la rivoluzione cinese del 1911, Sun Yat-Sen, che aveva vissuto negli Stati uniti, nei discorsi pubblici era diventato un personaggio simpatico. E all'epoca della seconda guerra mondiale, la Cina era vista come un alleato nella guerra al Giappone. Per questo, furono gli Stati uniti ad insistere perché la Cina ottenesse un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell'Onu. Certo, quando il partito comunista cinese ha conquistato la Cina continentale e fondato la Repubblica popolare cinese (Rpc), la Cina e gli Stati uniti sembravano diventati feroci nemici. Nella guerra di Corea, erano su fronti opposti e fu l'attiva partecipazione militare della Cina a fianco della Corea del nord a far sì che la guerra finisse in un'impasse.

 

Tuttavia, dopo un lasso di tempo relativamente breve, il presidente Richard Nixon andò a Pechino in un viaggio famoso, incontrò Mao Zedong e stabilì de facto un'alleanza contro l'Unione sovietica. Il mondo geopolitico sembrava essersi capovolto. In seguito all'accordo con la Rpc, gli Stati uniti ruppero le relazioni diplomatiche con Taiwan (pur rimanendo garanti contro un'invasione della Rpc attraverso gli stretti). E quando Deng Xiaoping divenne il leader della Cina, il paese avviò un processo di lenta apertura alle operazioni di mercato e di integrazione nei flussi commerciali dell'economia-mondo capitalista. Quando il crollo dell'Unione sovietica ha reso irrilevante qualsiasi alleanza CinaUsa contro di essa, la relazione tra i due paesi non è veramente cambiata. È diventata, se non altro, ancora più stretta. La situazione attuale vede la Cina con un significativo surplus nella bilancia dei pagamenti verso gli Usa, gran parte del quale investito nei buoni del tesoro Usa, cosa che permette così agli Stati uniti di continuare a spendere grandi quantità di risorse nelle sue molteplici attività militari nel mondo (in particolare in Medioriente), e al tempo stesso di essere un buon cliente delle esportazioni cinesi.

 

Ogni tanto, la retorica a cui fanno ricorso entrambi i governi per definire l'altro si indurisce un po', ma non ha nulla a che vedere con la retorica della Guerra Fredda tra Stati uniti e Unione sovietica. Comunque, non è mai molto saggio prestare troppa attenzione alla retorica. Negli affari mondiali, la retorica di solito ha come primo scopo di produrre effetti all'interno del proprio paese, piuttosto che riflettere la vera politica nei confronti del paese a cui è ostensibilmente rivolta. Bisogna prestare maggiore attenzione alle azioni dei due paesi. Fate attenzione a ciò che segue: nel 2001 (appena prima dell'11 settembre), al largo dell'isola di Hainan, un aereo cinese e un aereo statunitense sono entrai in collisione. Molto probabilmente l'aereo statunitense stava spiando in Cina. Alcuni politici statunitensi erano favorevoli a una risposta militare. Il presidente George W. Bush non era d'accordo.

 

Ha più o meno chiesto scusa ai cinesi, ottenendo alla fine la restituzione dell'aereo e dei 24 aviatori statunitensi che erano stati catturati. Nei vari sforzi che gli Stati uniti fanno per ottenere l'appoggio delle Nazioni unite per le operazioni più varie, sovente i cinesi dissentono. Ma finora non hanno mai posto il veto a una risoluzione sostenuta dagli Usa. La prudenza da entrambe le parti sembra essere stata la forma di azione preferita, malgrado la retorica. Allora, a che punto siamo? La Cina, come tutte le grandi potenze attualmente, ha una politica estera multiforme, impegnata con tutte le parti del mondo. La questione è quali siano le priorità. Credo che la priorità numero uno siano le relazioni con il Giappone e con le due Coree. La Cina è forte, certo, ma potrebbe essere immensamente più forte se facesse parte di una confederazione del nordest asiatico. La Cina e il Giappone hanno bisogno uno dell'altro, prima di tutto come partner economici e in secondo luogo per essere sicuri che non ci sarà nessun tipo di scontro militare. Malgrado alcune occasionali fiammate nazionalistiche, si sono visibilmente mossi in questa direzione.

 

La mossa più recente è la decisione comune di commerciare tra loro utilizzando le rispettive monete, tagliando così fuori l'uso del dollaro, per proteggersi contro le sempre più frequenti fluttuazioni del valore del dollaro. In più, il Giappone fa i conti con l'incertezza dell'ombrello militare Usa, che potrebbe non durare per sempre e, di conseguenza, deve venire a patti con la Cina. La Corea del sud è di fronte agli stessi dilemmi del Giappone, a cui va aggiunto lo spinoso problema di come comportarsi con la Corea del nord. Per la Corea del sud, la Cina è il vincolo cruciale dei nordcoreani. E per la Cina, l'instabilità in Corea del nord sarebbe una sfida immediata per la propria stabilità. La Cina può svolgere per la Corea del sud il ruolo che ormai gli Stati uniti non possono più avere. E nei difficili aggiustamenti tra Cina e Giappone in vista della collaborazione a cui i due paesi mirano, la Corea del sud (o una supposta Corea unita) può svolgere un ruolo di mediazione essenziale. Poiché gli Stati uniti sono consapevoli di questi sviluppi, non è ragionevole supporre che stiano cercando di venire a patti con il tipo di nordest asiatico confederale che si sta costruendo? È possibile analizzare la postura militare degli Stati uniti nell'Asia del nordest, del sudest e del sud non come una seria posizione militare ma come uno stratagemma di negoziato nel gioco geopolitico in via di svolgimento nel prossimo decennio. Cina e Stati uniti sono rivali? Sì, fino a un certo punto. Sono nemici? No, non sono nemici. Sono collaboratori? Lo sono già di più di quanto ammettano, e lo saranno sempre di più man mano che il decennio avanza.

Fonte: IMMANUEL WALLERSTEIN - il Manifesto |

28/01/2012

Gran caffè Cirenaica

Gran caffè Cirenaica

Libro di Di Francesco Dedo , edito da Robin

 

Quadretti. Come in un balletto, il cui palcoscenico è un bar, scorrono quarant’anni di vita di personaggi che entrano in scena, il Gran Caffè Cirenaica, talvolta solo per un quadro, talaltra in diverse istantanee, in storie che si intreccia...no tra di loro.
Dagli anni venti agli anni sessanta, episodi di vita quotidiana dei frequentatori del bar che riaffiorano alla mente di un anziano cameriere, che nel locale ha trascorso la sua vita. Storie di piccola umanità, che commuovono o fanno sorridere, storie di ogni giorno, storie di sempre.
Tre grandi momenti della storia d’Italia, il ventennio, la guerra, il ritorno alla vita con la ricostruzione, visti attraverso il filtro di piccole storie di gente comune; piccole storie se rapportate a quella dell’Italia intera, grandi storie per il modo in cui attraversano la vita ed i sentimenti di coloro che siedono ai tavolini del caffè, e che il cameriere Aurelio fa rivivere nella loro luce.
Piccole emozioni, che attraversano anche la mente ed il cuore del lettore.

 

Titolo del Libro: Gran caffè Cirenaica

Autore: Di Francesco Dedo

Editore: Robin

Collana: La biblioteca del tempo

Genere: letteratura italiana: testi

ISBN: 8873719023 9788873719021

 

http://www.unilibro.it/find_buy/Scheda/libreria/autore-di_franco/isbn-9788873719021/gran_caffe_cirenaica_.htm

Un quinto degli europei ha tendenze antisemite

Un quinto degli europei ha tendenze antisemite

 

BERLINO  Ricerca commissionata dal parlamento tedesco Secondo lo studio, Internet gioca un ruolo importante nella diffusione di stereotipi

 

Un latente antisemitismo, intessuto di antichi stereotipi negativi sugli ebrei, e rafforzato da molta ignoranza, affligge un quinto degli europei. Questa piaga non è una novità: negli ultimi due decenni, la quota di antisemitismo misurata da diversi sondaggi d'opinione nel nostro continente è rimasta pressoché costante, attorno al 20 per cento. La Germania, in un confronto della diffusione dell'antisemitismo nei diversi paesi europei, si colloca, come l'Italia, a metà della scala, vicino alla media. In Polonia, Ungheria i valori sono molto più alti.
Uno studio della fondazione Friedrich Ebert sul razzismo e l'intolleranza in Europa, pubblicato nel marzo scorso, attestava ai due paesi del tramontato Asse nazifascista tassi di pregiudizio antisemita quasi identici: alla domanda se gli ebrei abbiano troppa influenza nei rispettivi paesi, assentivano il 19,7% dei tedeschi e il 21,2% degli italiani (la percentuale era più bassa in Olanda e Gran Bretagna, rispettivamente 5,6% e 13,9%, saliva al 27,7% in Francia, fino a punte esasperate in Polonia, 49,9%, e Ungheria, 69,2).


Ma mentre in Italia pochi si indignano per il persistere di questa ossessione, e molti fanno spallucce, in Germania fa scandalo che, a 70 anni dallo sterminio sistematico degli ebrei, ci siano ancora deficienti che, negli stadi di provincia, minacciano «camere a gas» per gli avversi tifosi, o che ragazzini delle scuole elementari per offendere un compagnano gli urlano «ebreo», come se fosse un insulto. La classe politica, qui, non può far finta di non accorgersene. E così nel 2008, con l'approvazione di tutti i gruppi parlamentari, il Bundestag ha nominato una commissione indipendente di esperti col compito di studiare il fenomeno dell'antisemitismo in Germania.
Il primo «Rapporto sull'antisemitismo» - altri ne seguiranno in futuro - è stato consegnato al parlamento già nel novembre scorso. Ieri lo studio di 200 pagine è stato presentato alla stampa dal vicepresidente del Bundestag Wolfgang Thierse, dal presidente del gruppo di esperti Peter Longerich, docente all'università di Londra, e da Juliane Wetzel, del centro di studi sull'antisemitismo della Technische Universität di Berlino.


Gli esperti hanno cominciato il loro lavoro nel 2009, e da allora hanno esplorato le più diverse sfere della vita sociale e della cultura: lavoro, tempo libero, media. Secondo loro internet gioca un ruolo importante nella diffusione di stereotipi antisemiti. Sul web, oltre ai neonazisti e ai soliti negatori dello sterminio nei Lager, si muovono con disinvoltura anche islamisti, che usano argomenti antisemiti per mobilitare e radicalizzare giovani di origine araba o turca.
Nonostante i relativamente nuovi apporti di area islamista, per la commissione l'antisemitismo sistematico e militante resta in grandissima parte appannaggio dell'estrema destra: «Il 90% dei reati con una motivazione antiebraica viene commesso da persone con questa provenienza», si va dalle scritte oltraggiose alla profanazione di cimiteri ebraici, danneggiamenti, aggressioni.


Resta da capire meglio come antisemitismo e ostilità razzista nei confronti degli stranieri e di altre minoranze si condizionino e rafforzino a vicenda: ovvero come meccanismi di discriminazione e stigmatizzazione tipici dell'antisemitismo si possano applicare a sempre nuovi gruppi di vittime. Nella Germania dei nostri giorni è soprattutto agli immigrati che i neonazisti danno la caccia, o a senzatetto col passaporto tedesco ma considerati «asociali»: tra queste due categorie si contano dal 1990 a oggi 148 vittime di omicidi.

TAGLIO MEDIO - Guido Ambrosino il manifesto

CARESTIA IN SAHEL, PER RELATORE ONU “UN FALLIMENTO DI TUTTI”

CARESTIA IN SAHEL, PER RELATORE ONU “UN FALLIMENTO DI TUTTI”

 

“I segnali d’allarme ci sono tutti. Siccità, scarsi raccolti e aumento dei prezzi del cibo hanno portato la regione del Sahel e dell’Africa occidentale sull’orlo di una crisi umanitaria. Non dobbiamo aspettare che la gente muoia di fame”: è l’appello lanciato da Olivier De Schutter, relatore speciale dell’Onu per il diritto all’alimentazione, dopo l’emergenza segnalata negli ultimi mesi dai governi di Niger, Mali, Ciad e Mauritania. L’esperto esprime preoccupazione anche per il Senegal e il Burkina Faso dove purtroppo le autorità hanno “reagito con lentezza”.

 

In base ai dati ufficiali sei milioni di persone sono già colpite dall’insicurezza alimentare in Niger, altri 2,9 milioni in Mali e 700.000 in Mauritania. Sia a Nouakchott che a N’Djamena i raccolti di cereali sono del 50% inferiori rispetto all’ultimo anno. In attesa dei prossimi raccolti, non prima di maggio, questi paesi non possono contare su grandi riserve: dovranno importare dal mercato internazionale cibo sempre più costoso. Dallo scorso novembre, in Niger il prezzo del miglio è aumentato del 37% e gli altri cereali alla base dell’alimentazione locale hanno subito rincari del 40% rispetto alla media regionale degli ultimi cinque anni.

 

Ma, in realtà, insiste De Schutter, “quello che appare come una calamità naturale non è altro che un sintomo del nostro fallimento a prepararci meglio e a reagire più velocemente sin dai primi segnali”. In riferimento alla grave crisi che l’anno scorso ha colpito i paesi del Corno d’Africa, il relatore avverte che la comunità internazionale “non deve commettere ancora lo sbaglio di rispondere tardi” visto che nel Sahel “abbiamo la chance e la responsabilità di salvare vite umane”.

 

Secondo l’esperto Onu sono necessari sia interventi a breve termine per offrire assistenza immediata sia azioni sostenibili sul lungo termine. “La malnutrizione cronica nell’area non è dovuta solo a una mancanza di cibo ma è anche il risultato di pratiche errate, dell’accesso limitato ad acqua potabile, a servizi igienici e a cure”.

[VV]

Fonte misna

Banca d'Italia "Indebitato il 27,7% delle famiglie"

Banca d'Italia "Indebitato il 27,7% delle famiglie"

 

 

 Roma - Nel 2010 "il reddito familiare medio annuo, al netto delle imposte sul reddito e dei contributi sociali, e' risultato pari a 32.714 euro, 2.726 euro al mese". Lo rileva la Banca d'Italia nel supplemento al Bollettino che indaga sui bilanci delle famiglie italiane nel 2010.

 

Il reddito equivalente, una misura che tiene conto della dimensione e della composizione del nucleo familiare, si e' attestato sui 18.914 mila euro per individuo, un valore inferiore, in termini reali, dello 0,6 per cento a quello osservato con l'indagine sul 2008.  "Il 10 per cento delle famiglie piu' ricche possiede il 45,9 per cento della ricchezza netta familiare totale (44,3 per cento nel 2008)",sottolinea la Banca d'Italia, spiegando che "la concentrazione della ricchezza, misurata in base all'indice di Gini, e' risultata pari a 0,62, in lieve aumento rispetto alla precedente rilevazione del 2008 (0,61)". La ricchezza familiare netta, data dalla somma delle attivita' reali (immobili, aziende e oggetti di valore) e delle attivita' finanziarie (depositi, titoli di Stato, azioni, ecc.) al netto delle passivita' finanziarie (mutui e altri debiti), presenta un valore mediano di 163.875 euro.

 

Secondo la Banca d'Italia "la percentuale di famiglie indebitate e' pari al 27,7 per cento". L'indebitamento, come in passato, risulta piu' diffuso tra le famiglie a reddito medio-alto, con capofamiglia di eta' inferiore ai 55 anni, lavoratore indipendente o con elevato titolo di studio. Le passivita' sono costituite in larga parte da mutui per l'acquisto e per la ristrutturazione di immobili. Il debito residuo per le famiglie che usufruiscono di almeno un finanziamento corrisponde in media a poco piu di un'annualita di reddito; il valore sale a quasi due annualita considerando le sole famiglie con mutui per l'acquisto di immobili. L'incidenza mediana della rata annuale complessiva per il rimborso dei prestiti sul reddito familiare e del 12,4 per cento. La vulnerabilita finanziaria, convenzionalmente identificata da una rata per il rimborso dei prestiti superiore al 30 per cento del reddito, riguarda l'11,1 per cento dei nuclei indebitati e si concentra presso le famiglie con entrate modeste. Il fenomeno appare stabile rispetto al passato.(DIRE)

 

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