31/12/2011
ANTROPOLOGIA Agguati neocoloniali sul corpo delle «altre»
ANTROPOLOGIA Agguati neocoloniali sul corpo delle «altre»
Un saggio di Michela Fusaschi per Bollati Boringhieri L'autrice, intervenendo sulle modificazioni genitali femminili, presenta una lucida critica di quel «dominio dell'umanitario» che costituisce uno dei laboratori delle politiche del contemporaneo Cos'hanno in comune un lifting della clitoride e una cliterodectomia? E ancora: come mai l'Africa è sempre sospesa - nell'immaginario occidentale - tra gli estetismi senili di Leni Riefenstahl e le pubblicità progresso dell'Unicef? Sono domande irritanti come queste quelle che solleva l'ultimo volume di Michela Fusaschi (Quando il corpo è delle Altre. Retoriche della pietà e umanitarismo spettacolo, Bollati Boringhieri, pp. 157, euro 15,00).
Antropologa e docente a Roma Tre, da anni si occupa di mutilazioni genitali femminili (Mgf). O meglio sarebbe dire: di modificazioni genitali femminili. In un simile slittamento semantico è già rivelato molto dell'impianto teorico e politico che sostiene l'etnografia di Fusaschi. Sostenitrice di una antropologia pubblica, dedica il suo volume a quella che un'altra antropologa ha chiamato l'«astuzia del riconoscimento» che presiede alle campagne occidentali per la messa al bando delle Mgf. Lo fa analizzando le retoriche di cui sono intessute, tutte orientate a una politica della pietà che, istituendo l'Altra - africana, perlopiù - a vittima, nel riconoscerla, la disconosce silenziandola. Campagne e progetti - globali, europei e italiani - sono sottoposti a uno scrutinio severo, che lascia emergere l'asimmetria discorsiva che decide della reazione politica e morale che accompagna l'apprensione di fenomeni forse non così distanti come le Mgf e la chirurgia intima estetica. Vittima o libera? Da un lato, domina il linguaggio dei diritti umani; l'unico capace di redimere i barbari - e salvare le barbare - dai costumi cui un'atavica «cultura» da sempre e per sempre li obbliga. Dall'altro, impera la volontà libera e sovrana dei soggetti, la mistica della scelta e dell'agency liberale (che pretende, ovviamente, di riscrivere anche la grammatica di affetti e desideri).
Vittime, da un lato; protagoniste, dall'altro. Sia chiaro: il sillogismo che vuole trasformare un critico di un certo modo di affrontare un problema in un apologeta dello stesso è tra i più fallaci in assoluto e non si applica quindi a Fusaschi: quello che è qui in gioco è un diverso modo di vedere. Relativismo? Confusione? No, un esercizio teorico (e immaginativo e pratico) necessario, che gli strumenti dell'antropologia aiutano a compiere: l'etnocentrismo critico demartiniano insegna che per familiarizzare con l'estraneo occorre defamiliarizzarsi con il noto. Il genere ritualizzato Fusaschi, che questo metodo lo pratica come un partito preso, può così istruire - a partire da un'etnografia condotta sempre qui e lì - una vera e propria critica di quel dominio dell'umanitario che - con i suoi slanci genuini e i suoi pericolosi scivolamenti neocoloniali - costituisce uno dei laboratori delle politiche del contemporaneo e, in questo caso, della produzione di corpi femminili altri. Il suo fieldwork - o terrain, a seconda delle tradizioni - è il Rwanda. Il cuore di quell'Africa nera inderogabilmente inscritta in un immaginario conradiano.
Ma è proprio in questo cuore di tenebra che Fusaschi rinviene una pratica - il gukuna - che fatica a essere inscritta nella lista delle Mgf. Si tratta di una tecnica di allungamento delle piccole labbra praticato da donne, su donne e fra donne (ciò non toglie che, in ultima istanza, esso si inscriva in un ordine simbolico patriarcale), che costituisce un vero e proprio rituale di istituzione del genere. Perché, tuttavia, il nostro senso morale è più a disagio di fronte al gukuna che a una liposcultura vulvare? È con interrogativi come questi che Fusaschi prova a raschiare le incrostazioni pietistiche e pietose, paternalistiche e maternalistiche che, ogni qualvolta si parli d'Africa (e di africane), finiscono per occupare la scena. Riuscendo così a installare la vicenda delle Mgf e quella della sua ricezione occidentale all'interno della cornice di quella che Didier Fassin chiama la «ragione umanitaria».
La circolazione di dispositivi di controllo e di affetti retoricamente e politicamente «colorati» si lascia illuminare attraverso il prisma di quella razionalità che, facendosi concreta pratica di governo, attesta di una crescente implicazione dei sentimenti morali nel calcolo governamentale. Non solo biopolitica, si direbbe con uno slogan. È infatti facile mostrare quanto complessa sia la circolazione degli affetti e del senso morale negli ingranaggi di governo e quanto situazioni politicamente urgenti assumano la fisionomia di configurazioni morali in cui il governo di sé e degli altri è continuamente sospeso a valutazioni di natura etica. Per lo più si tratta di situazioni moralmente indecidibili, in cui l'economia di torti e ragioni è difficile da stimare e neppure si lascia ascrivere a una delle parti in gioco. Piuttosto: si tratta di situazioni complesse, in cui il senso morale è costantemente preso nella tenaglia di compassione e repressione.
Una forma di governo che mescola la cura all'arbitrio e che ritaglia l'umanità secondo categorie morali che scompaginano e complicano quelle «politiche», con l'effetto di produrre nuove figure della soggettività e creare ulteriori soglie di valutazione dell'umano. Tra decenza e socialità L'urto incomponibile tra la moralità neoliberale - che riscrive e inscrive le proprie intuizioni circa sessualità e decenza nel discorso giuridico dei diritti e dei titoli - e la socialità intrattabile degli Altri e delle Altre detta il ritmo delle impasse che costellano la governamentalità neoliberale. La socialità liberale appare così governata dai due discorsi complementari che Elizabeth Povinelli ha chiamato del «soggetto autologico» e della «società genealogica». Non si tratta di hegeliane figure dello spirito, ma di reali, concrete e materiali modalità del governo degli altri e del governo di sé.
Il neoliberismo difende, da un lato, il soggetto autologico, e la sua fantasia di autonomia, minacciata dalla pesante ombra della comunità; e, dall'altro, vagheggia la società genealogica, unico vero soggetto titolato a fruire dei benefici della socialità. Un tessuto comunitario irrecuperabile e agitato nostalgicamente e un'autonomia individuale che è una pura chimera teorica, finiscono per rendere la questione della soggettività indecidibile. La produzione neoliberale del corpo diventa perciò un banco di prova decisivo per la nostra immaginazione politica e richiede - anche a prezzo della sperimentazione di un certo disagio morale - la messa in mora di molto moralismo teorico. Altrimenti si corre il rischio che la libertà - non a caso elemento definitorio perfino della forma di governamentalità in cui siamo immersi - finisca per diventare l'ennesimo significante che fluttua in un circuito discorsivo puramente citazionale, avendo perduto ogni possibile referente e uso politico. Fonte: Michele Spanò - il manifesto |
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Argentina: Il collasso e la rinascita. Nessuna lezione per l'Italia?
Argentina: Il collasso e la rinascita. Nessuna lezione per l'Italia?
Due realtà molto diverse quelle argentina e italiana. Ma con elementi di analogia che dovrebbero far riflettere
Tanto lontano dall'Italia di oggi, eppure il racconto di quella storia avvicina due realtà così diverse. La situazione sociale che stava vivendo l'Argentina dalla metà degli anni '90 non è assimilabile a quella di alcun paese europeo odierno. Veniva da 25 anni di scossoni che l'avevano lasciata con la nostalgia del sogno del paese progressista e accettabilmente egualitario che voleva essere. L'apertura economica imposta dal peronista-conservator-populista Carlos Menem (1989-1999), aveva provocato nel '95 una disoccupazione del 18% senza nessun ammortizzatore statale per i disoccupati.
Basta ricordare alcuni flash di quella fine 2001. Gli ospedali pubblici non avevano più filo di sutura e lo Stato chiuse l'assistenza per i malati di cancro. I poveri, che erano ormai il 40% della popolazione, non andavano più dal dottore per risparmiare il costo del biglietto del bus. Le scuole della Gran Buenos Aires e delle grandi città si erano trasformate in mense che davano ai bambini il loro pranzo giornaliero, sovente l'unico. Dall'aeroporto di Ezeiza partivano aerei pieni che tornavano vuoti. A Ezeiza arrivavano anche, letteralmente, camion carichi delle ricchezze degli avvoltoi XXXXX che portavano via in tutta fretta i loro fondi dall'Argentina. Le province del nord vivevano una realtà inimmaginabile fatta di miseria, denutrizione infantilie e depressione. L'Argentina stava soccombendo di fronte alla peggior rottura sociale della sua storia.
Un quadro tragico che non trova paragoni nell'Europa di oggi ma neanche trova paragoni il livello di mobilitazione che seppero mostrare gli argentini. Da anni ormai le strade e le piazze erano il teatro di manifestazioni di disoccupati, professionisti, studianti e agricoltori.
Le aperture di Menem erano state indiscriminate e elogiatissime dal Fmi, dalle agenzie di rating e dall'Europa. Era stata creata una parità assolutamente artificiosa ma di grande impatto simbolico-mediatico fra il dollaro e il peso, mentre il paese indebitava senza fine. Una festa per i creditori che lucravano alti interessi in dollari.
Le privatizzazioni di Menem attrassero le compagnie europee che molte volte, con le tangenti già pronte da pagare, mettevano le mani su colossali bottini di facili guadagni. Menem, dopo anni di popolarità alle stelle (interna e internazionale), finì per affogare nella sua corruzione e nella sua frivolezza. I conti erano appesi a un filo e arrivò il peggior rimedio possibile: una coalizione elettorale di socialdemocratici, Ucr (Unión civica radical), peronisti dissidenti e liberali consacrò il conservatore Fernando De la Rúa alla presidenza della repubblica.
Era il dicembre del '99. Lo squallido De la Rúa si presentò con un'immediata decurtazione del 13% delle pensioni e del pubblico impiego. Mentre avviava una rincorsa dissennata ai tagli di bilancio, si scoprì che il suo governo aveva pagato tangenti in senato per far passare una legge di flessibilizzazione del lavoro. Frode politica, etica, sociale. Tutto veniva presentato da De la Rùa come un «ultimo sforzo per salvare il paese dalla bancarotta».
Ogni ministro dell'economia che s'insediava annunciava «la fine dello spreco» e nuovi colpi d'accetta. Ogni colpo d'accetta era premiato con una nota positiva di Standard & Poor's e Fmi che, precisavano, era necessario ma non sufficiente. Le ricette economiche mostravano grande inventiva per imporre nuovi tagli ai servizi pubblici, istruzione e pensioni (privatizzate nel '94 con una frode incommensurabile che fu in buona parte la causa della bancarotta dello Stato) e aumentare l'Iva, senza che mai arrivasse il momento di far pagare di più le transazioni finanziarie, la vendita di imprese, i creditori o le compagnie privatizzate, protette da contratti leonini garantiti dalla Banca mondiale.
Il «tasso di rischio» che oggi affligge l'Europa, qui si chiamava «rischio paese». Lo si seguiva minuto per minuto. Nel giro di qualche giorno passò da 500 a 800, da 1000 a 1500. Il governo De la Rùa negoziava degli accordi «blindati» con il Fmi che duravano lo spazio di un mattino. Mentre De la Rùa non dava una risposta positiva che fosse una, dall'inizio del 2001 svaniva la fiducia nel fittizio un peso-uguale-un dollaro, finché prese ad accelerarsi vorticosamente il ritiro dei depositi dalle banche. Si arrivò così nel dicembre 2001al famoso «corallito», che fissava in 250 pesos alla settimana il limite massimo di ritiro dei depositi. Quelle stesse banche che si erano installate con la promessa di una «solvenza» garantita dalle loro case-madri europee, si scoprirono allora solo argentine e sostennero di non avere fondi da restituire.
Nella notte del 19 dicembre, dopo un giorno di caldo estivo e di furia popolare, il suono delle casseruole battute si fece assordante e divenne un'ondata irresistibile. Improvvisamente tutta Buenos Aires fu un unico frastuono.
I poteños si riversarono per strada e accesero l'incendio. Il giorno dopo, imperversarono i saccheggi nei barrios più umili e alcune forze oscure scatenarono una repressione feroce - colpendo anche le intoccabili Madri della Piazza di Maggio, la coscienza della nazione -, provocando 39 morti. Quello stesso pomeriggio il presidente conservatore truccato da social-democratico, abbandonava la Casa rosada in elicottero. Subito dopo aver firmato le dimissioni.
La fuga di De la Rùa aprì la strada a un paese assembleare, 5 presidenti in 10 giorni. Scambi in natura, mense popolari, manifestazioni di ripulsa (gli «escraches») sotto le case dei responsabili della crisi e dei sostenitori riciclati della dittatura militare, marce, sempre più «cacerolazos». La sospensione dei rimborsi di un debito arrivato al 140% del pil. Il default. L'improvvisa svalutazione del peso, estremamente traumatica. Fu come cominciare tutto di nuovo. Un altro paese, un'altra storia.
Fonte: SEBASTIÀN LACUNZA - il Manifesto |
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Due presidenti per il Congo, torna l´incubo della guerra civile
Due presidenti per il Congo, torna l´incubo della guerra civile
Si insedia Kabila ma il leader dell´opposizione lo accusa di brogli. Tank a Kinshasa
Ha prestato giuramento, poi ha fatto schierare i carri armati per le strade di Kinshasa. Joseph Kabila, 40 anni, figlio dell´ex presidente Laurent, l´uomo che pose fine all´oppressione di Mobutu Sese Seko, gioca d´anticipo: si riprende le redini del potere e si autoproclama ufficialmente presidente della Repubblica democratica del Congo, al secondo mandato. Solo il dittatore dello Zimbabwe, Robert Mugabe, ieri era presente alla cerimonia. L´altra decina di paesi africani ha scelto di mandare i primi ministri. Una presa di distanza significativa. La sua elezione è contestata dal leader dell´opposizione e principale avversario Etienne Tshisekedi, 78 anni, a sua volta autoproclamato capo dell´immenso, e ricchissimo, stato africano. Anche lui, ha annunciato, giurerà come presidente venerdì prossimo in una cerimonia allo stadio dei Martiri dove ha convocato una folla oceanica.
L´ex Congo belga rischia di vivere una situazione simile a quella della Costa d´Avorio. Con due leader politici che si proclamano vincitori delle elezioni del 28 novembre scorso e con entrambi i contendenti che tirano dritto rischiando di innestare una guerra civile. Con una differenza: in Costa d´Avorio la vittoria dichiarata da Laurent Gbgabo cozzava contro la realtà dei voti che attribuiva la maggioranza dei consensi al suo rivale Alassane Ouattarà; nella Repubblica democratica del Congo si parla apertamente di brogli e la vittoria attribuita a Joseph Kabila dallo spoglio delle schede, viene messa in discussione dagli osservatori, dalla Fondazione Carter e dallo stesso cardinale Laurent Monsengwo, massimo rappresentante della Chiesa in un paese profondamente cattolico.
Per garantire libere consultazioni, l´alto prelato aveva messo in moto la più grande rete di osservatori mai vista in Africa: ben 30 mila volontari e sacerdoti si erano sparpagliati nel paese, anche nelle regioni più remote, e avevano controllato la regolarità dello spoglio. I brogli erano apparsi subito evidenti. Si denunciava la presenza di schede già riempite, ritardi nell´apertura dei seggi, intimidazioni e pressioni sui votanti. I risultati hanno avuto quattro giorni di ritardo. La Commissione elettorale indipendente parlava di difficoltà logistiche e di trasporto delle schede scrutinate. Dopo un lungo e teso conteggio, Jospeh Kabila è risultato vincitore con il 48,95 per cento dei voti; Etienne Tshisekedi si era invece fermato al 32,33. I dati sono stati contestati dall´opposizione, con manifestazioni nel paese e in molte città del mondo. Dalla comunità internazionale per ora poche reazioni. Gli Usa però hanno espresso «profonda delusione» per la decisione della Corte suprema che ha avallato il risultato elettorale.
Intanto la presa di posizione del cardinale Monsengwo ha dato vigore alle proteste di Tshisekedi. Ma gli interessi che legano Kabila alle grandi multinazionali rendono la situazione particolarmente difficile. L´ex Congo è una miniera di materie prime: tutti hanno bisogno del suo tesoro che si nasconde sotto terra e nessuno ci vuole rinunciare. Kabila, reduce da un primo mandato, rappresenta continuità e garanzia per i contratti di estrazione dei minerali; per Tshisekedi è l´ultima occasione per governare un paese che ha sempre visto all´opposizione: dietro le sbarre e in esilio. Fonte: DANIELE MASTROGIACOMO - la Repubblica |
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DOS ANOS DE VACAS FLACAS
DOS ANOS DE VACAS FLACAS
Recentemente, prima di Natale, sono stato a visitare e studiare il mercato immobiliare della Spagna, in particolar modo quello della Costa Blanca ed a parte lo scenario desolante e di profonda contrazione economica che ho potuto percepire de visu (ci si perde a contare i cartelli “se vende” o “se alquila”), sono rimasto colpito dalla superficialità delle cronache di commento dei giornali spagnoli anche in coincidenza dell'insediamento del nuovo governo di Mariano Rajoy. Tra le tante esternazioni e frasi fatte che ho avuto modo di leggere e sentire anche alla televisione spagnola, ve ne è stata una che mi ha particolarmente colpito “vienen dos anos de vacas flacas” ovvero ci aspettano due anni di vacche magre.
Sembra più un'affermazione prosaica che una valutazione di fatto macroeconomica.
Mi rendo conto infatti che sempre più persone e interlocutori legati al mondo del lavoro e dell'impresa hanno proiezioni di quello che li aspetta completamente fuorvianti o aberranti. In Italia non ne parliamo: imprenditori ed industriali ancora credono che quello che sta accadendo sia il frutto di un periodo di difficoltà transitoria di alcuni anni, dopo di che si ritornerà ad una normale situazione di crescita e prosperità economica. Niente di più lontano dalla verità. La crisi del debito sovrano è solo la prima fase del periodo di metamorfosi economica che contraddistingue le economie occidentali. Forse il “worst case scenario” lo abbiamo definitivamente schivato a fronte della exit strategy implementata dalla Banca Centrale Europea in questi ultimi mesi ovvero la giapponesizzazione dell' economia europea, con tassi di interesse a livelli pavimentale, debito continuamente consistente ma controllato e crescita modesta, se non irrisoria. Per chi continua ad interrogarsi se il 2012 rappresenta la fine del mondo così come ci è stato trasmesso dalle riletture del famoso calendario Maya, la risposta è più che affermativa.
Solo che non si tratta della fine del mondo, ma la fine di un mondo, quello economico occidentale. Fenomeni e potenzialità di consumo ormai al limite della saturazione, crescita esponenziale del ricorso al debito per mantenere un determinato tenore di vita, polverizzazione della capacità produttiva delle economie occidentali, invecchiamento costante e progressivo delle loro popolazioni associato a flussi demografici di incremento inesistenti, determinano la fine di un mondo e del suo ruolo di locomotiva planetaria. Ad esempio noi italiani o i cugini spagnoli non torneremo mai più ai fasti ed alle glorie di crescita e traino economico che abbiamo vissuto durante l'inizio degli anni novanta. A fronte di un mondo che finisce, ne abbiamo un altro che ormai sta prendendo il suo posto, mi riferisco ai nuovi players planetari destinati a sostituirsi in tutto a noi occidentali, pensate che l'indebitamento medio di un paese cosiddetto emergente (un tempo) si attesta a meno del 40% sul PIL, contro un 80% di media dell'economia occidentale.
Purtroppo non possiamo fare niente, solo assistere passivamente a questa trasformazione, al massimo tentare di prenderne parte come comparse sullo sfondo. La Cina ad esempio si sta riprendendo il ruolo di economia predominante nel mondo, ruolo che ha avuto e mantenuto sino al 1900, quando è stata scalzata dall'Inghilterra. Oltre ai superati BRIC, ora dobbiamo aggiungere anche i CIVETS (Colombia, Indonesia, Vietnam, Egitto, Turchia e Sudafrica), ai quali io mi sento di affiancare anche i nuovi paesi di frontiera di mia individuazione come i CESTUZ (Congo, Etiopia, Sudan, Tanzania, Uganda e Zimbawe), tutte nazioni che stanno implementando politiche di crescita, emersione ed affrancamento sociale delle loro popolazioni al fine di incrementare i livelli di benessere personale. Per un mondo che finisce e si spegne invecchiando lentamente, ne abbiamo un altro che sta emergendo progressivamente con energia e forze vitali destinate a far esplodere tutto il loro potenziale di consumo nei prossimi decenni. Questo è il 2012, la fine del primato economico in Occidente e la nascita di un nuovo equilibrio geoeconomico nel mondo rappresentato dall'emersione di giovani economie di frontiera ed il rafforzarsi nei prossimi anni di quelle un tempo chiamate emergenti.
Eugenio Benetazzo
Fonte: www.eugeniobenetazzo.com
14:23 Scritto in Economia, di Eugenio Benetazzo | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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Stranieri non accompagnati: 4.588 in carico ai comuni nel 2010. E' boom nel 2011
Stranieri non accompagnati: 4.588 in carico ai comuni nel 2010. E' boom nel 2011
Rapporto Anci. Erano 5.879 nel 2009: flessione del 22%. Ma il trend è in aumento nel 2011: 7.484 le segnalazioni al Comitato minori stranieri fino a novembre. Accolti da quasi l’80% dei comuni capoluogo di provincia
ROMA – Sono stati 5.879 i minori contattati e presi in carico nell’anno 2009 e 4.588 nel 2010 dai comuni italiani. E’ quanto rivela l’indagine nazionale relativa agli anni 2009-2010 promossa dall’Ufficio immigrazione dell’Anci in collaborazione con Cittalia Fondazione Studi e Ricerche dell’Anci.
Nel biennio, si è pertanto registrata una flessione che si avvicina al 22%, ma guardando l’andamento altalenante degli ultimi 5 anni e in particolare ai dati relativi alle segnalazioni dei minori stranieri non accompagnati giunte al Comitato Minori Stranieri nel corso 2011 (7.484 al 18 novembre 2011 di cui 4297 ingressi dal Nord Africa solo dal primo gennaio), si può prospettare un aumento delle ricadute sui comuni (che diverrà evidente nel prossimo censimento 2011/2012) dovuto alla considerevole entità di arrivi registrati nel corso del 2011. Quasi l’80% dei Comuni capoluogo di provincia ha accolto minori stranieri non accompagnati nel corso dell’ultimo biennio. Se solo il 7% dei comuni al di sotto dei 5 mila abitanti dichiara di aver preso in carico minori, questa percentuale cresce al 23% per quelli compresi tra 5 e 15 mila abitanti, raggiungendo il 42% con le piccole città (comuni medi, 15-60 mila abitanti), sfiorando l’80% delle città medio-grandi e il 98% di quelle grandi.
Nel 2010 la maggior parte dei minori (il 63%) si concentra nei centri superiori a 100 mila abitanti, laddove i comuni tra i 60 e 100 mila abitanti accolgono il 10,8% dei minori, quelli medi (15-60mila ) il 13,6% e quelli medio piccoli (5-15 mila) ne accolgono il 10,4%. Rispetto al 2008 e differentemente dalla tendenza registrata negli ultimi anni, in questo biennio vi è stata una diminuzione del numero dei minori presenti nei Comuni medi e medio piccoli, mentre si è registrato un aumento della presenza dei minori, (dal 43% al 62% del totale dei minori presi in carico) nei grandi comuni con popolazione superiore ai 100 mila abitanti.
Passando alla collocazione geografica, le realtà territoriali che segnalano nel 2010 il più alto numero di minori presi in carico sono i Comuni di Roma (ove si concentra il 92% del fenomeno a livello regionale), Fiumicino e del litorale sud del Lazio (19,4%); tutti i capoluoghi collocati lungo la via Emilia (Forlì-Cesena, Bologna, Modena, Reggio Emilia, Parma e Piacenza) e i Comuni della costa adriatica da Rimini a Ferrara e alcune aree montane tra Parma, Reggio Emilia e Modena in Emilia-Romagna (17,0%). In Lombardia (9,8%) le realtà comunali che hanno preso in carico minori sono diffuse in tutta la regione, lungo l’asse orizzontale (Milano-Brescia) che in quella verticale (dal Po ai Comuni alpini), mentre in Puglia (9,0%) la dislocazione dei Comuni ruota attorno ai capoluoghi di provincia. In queste 4 regioni nel 2010 si concentra più della metà dei minori (quasi il 56%), il fenomeno riguarda prevalentemente minori maschi (il 91,4% contro l’89,7% nel 2008) appena sotto la soglia della maggiore età (il 55% ha 17 anni mentre nel 2008 erano il 51,9%), provenienti soprattutto da Afghanistan (16,8%), Bangladesh (11%), Albania (10%), Egitto (8,7%), Marocco (8,7%) e Kosovo (5,9%).
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30/12/2011
L'inquisizione dei riformati. Calvino bruciò l’eretico Michele Serveto
L'inquisizione dei riformati. Calvino bruciò l’eretico Michele Serveto
L' Inquisizione è da molti anni al centro dell'interesse degli storici. Tra i lavori di un certo rilievo a essa dedicati troviamo la Storia dell'Inquisizione di Carlo Havas (Odoya) e La logica dei roghi di Nathan Wachtel (Utet). Ma, all'interno del grande tema dell'Inquisizione, una vicenda che merita un'attenzione a sé è quella di Michele Serveto, l'uomo mandato a morte da una strana alleanza tra la Chiesa di Roma e quella della Riforma. Serveto nasce nel 1511 a Villanueva in Spagna, un piccolo villaggio a novanta chilometri da Saragozza, da una famiglia di nobiltà minore del Nord dell'Aragona.
Figlio di un notaio e fratello di un sacerdote, a 14 anni Serveto è al servizio di Juan de Quintana, un francescano minorita, dottore all'Università di Parigi (Quintana è anche un eminente membro alle Cortes di Aragona, interessato alla figura di Erasmo da Rotterdam e, almeno in un primo momento, non ostile a Martin Lutero). Serveto compie i suoi studi all'Università di Tolosa. Viaggia al seguito di Quintana e nel 1530 assiste a Bologna all'incoronazione di Carlo V (di cui Quintana era divenuto, da poco, confessore) da parte del papa Clemente VII. Incoronazione che siglò la pace tra Impero e Chiesa, mettendo fine alle guerre d'Italia.
Nel 1531 Serveto dà alle stampe De Trinitatis Erroribus, nel quale contesta la dottrina della Trinità formulata 12 secoli prima per debellare l'eresia di Ario, al Concilio di Nicea (325). L'anno successivo, nel 1532, l'Inquisizione di Saragozza istituisce un primo processo contro Serveto e a Tolosa verrà emesso un decreto per il suo arresto. Ma lui riuscirà a sottrarsi; nel 1537 studierà medicina all'Università di Parigi applicandosi con profitto al tema della circolazione del sangue (alla fine del XIX secolo, Robert Willis, medico scozzese, scrisse che gli studi di Serveto in questo campo erano da considerarsi «eccellenti»). «Non per niente», ha osservato Adriano Prosperi, autore di un libro indispensabile per comprendere a fondo questa vicenda, Tribunali della coscienza (Einaudi), e curatore dell'altrettanto indispensabile opera in quattro volumi Dizionario storico dell'Inquisizione (Edizioni della Normale Superiore di Pisa), «Serveto fu attirato dallo studio della circolazione sanguigna; il sangue nella Spagna del suo tempo era concepito come il veicolo dell'impurità dei marrani e il sigillo della nobiltà dei cristiani in quanto nutriti del corpo stesso di Cristo…
Non c'è separazione in lui tra ricerche mediche e discussioni teologiche: parlando del sangue e del processo di respirazione e inspirazione, Serveto parlava nello stesso tempo il linguaggio della fisiologia e quello della religione». Ma la condanna Serveto l'aveva ricevuta per la rilevazione degli «errori della Trinità». Criticare la dottrina della Trinità, osserva ancora Prosperi, «significava mettere al centro del dibattito teologico della Riforma quell'eresia di Ario che era stata all'origine della più antica e grave lacerazione interna della Chiesa cristiana; significava soprattutto riaccendere il dissidio che da secoli opponeva ebrei e musulmani da un lato e cristiani dall'altro». C'era stata fino ad allora una sola proposta altrettanto radicale, «quella di chi, prendendo alla lettera la tesi luterana della giustificazione per la sola fede, aveva negato valore al battesimo degli infanti: li chiamarono "anabattisti" o "catabattisti" e li punirono con la morte».
Pratica, Serveto, dal 1542, la professione di medico a Vienne. Qui a Vienne, nel 1553 è arrestato, processato e condannato. Riesce a fuggire, ma viene arrestato nuovamente a Ginevra, la città di Calvino. Dove viene processato ancora una volta, condannato a morte e, nel giro di pochissimo tempo, mandato al rogo. Proprio così: un martire della libertà di pensiero bruciato vivo non già da cattolici oscurantisti obbedienti alla Chiesa di Roma, ma dal principe dei riformatori, Giovanni Calvino.
Lo scontro tra Serveto e Calvino fu particolarmente aspro. Serveto fu accusato di essersi espresso in modo scurrile. Rispose che espressioni violente erano state usate anche nei suoi confronti e aggiunse: «È piuttosto comune ai giorni nostri, durante una disputa, che ognuno difenda la propria posizione considerando che la parte avversa sia già sulla strada della dannazione». Calvino gli rinfacciò «l'abitudine di citare sfacciatamente autorità alle quali non aveva mai guardato con attenzione». «Quel genio di Serveto», scrisse il grande riformatore, «così orgoglioso delle sue competenze linguistiche, sapeva leggere il greco quanto un ragazzino che ha appena imparato l'alfabeto». Il che, per inciso, non era affatto vero. Nel processo si discusse di tutto, compresa un'ernia per la quale Serveto era stato operato all'età di cinque anni con qualche conseguenza sulla sua successiva vita sessuale. E quando Serveto aveva sostenuto la tesi che i bambini non potevano compiere peccato mortale, Calvino si era augurato «che i pulcini, così teneri e innocenti come li dipinge, gli estirpassero gli occhi centomila volte».
Nella disputa parve che Serveto avesse la meglio, tant'è che il Consiglio decise di sospendere il processo e di inviare la documentazione alle altre città svizzere perché dicessero la loro. A questo punto così Serveto si rivolse ai giudici ginevrini: «Vi supplico umilmente che poniate fine a queste lungaggini e mi liberiate dall'accusa. Voi vedete bene che Calvino è alle strette, non sapendo cosa dire, e per il suo solo piacere desidera che io marcisca in prigione. I pidocchi mi mangiano vivo. I miei abiti sono laceri e non ho di che cambiarmi, non una giubba o una camicia». La risposta fu che il Consiglio deliberò solo di fornire all'imputato alcuni abiti. A sue spese, per giunta. Passarono alcuni giorni e l'accusato tornò alla carica: «Onorati signori, oggi sono tre settimane da quando ho chiesto udienza e non sono riuscito a ottenerla. Vi supplico per amore di Gesù Cristo di non rifiutarmi quello che non rifiutereste a un turco che cercasse giustizia nelle vostre mani… Per quanto riguarda l'ordine che avete impartito per provvedere alla mia pulizia, niente è stato fatto e io sto anche peggio di prima; il freddo mi affligge molto, a causa delle coliche e dell'ernia, procurandomi altri malanni che mi vergogno persino a descrivere».
Il responso delle città svizzere fu negativo per Serveto, ma non omogeneo. Tant'è che la sentenza finale lo colpì solo per due capi di imputazione: il rifiuto della Trinità e quello del battesimo ai bambini. Ma fu ugualmente la condanna al supplizio, quel supplizio toccato in sorte a tanti eretici messi a morte dall'Inquisizione.
Calvino racconta come Serveto ricevette la notizia. «Sulle prime rimase ammutolito poi emise dei sospiri tali che si sentiva per tutta la stanza; quindi si mise a gemere come un pazzo e non ebbe più padronanza di sé. Alla fine le sue grida aumentarono mentre si batteva continuamente il petto e urlava in spagnolo "Misericordia, misericordia!"».
Quando tornò in sé chiese, come prima cosa, di vedere Calvino. Il quale così riferisce l'incontro. «Quando gli chiesi cosa avesse da dirmi rispose che desiderava chiedermi perdono. Allora io protestai, ed è la verità, che non avevo mai provato alcun rancore personale nei suoi confronti … Avevo usato tutta l'umanità possibile, fino a quando, amareggiato dai miei buoni consigli, non scagliò contro di me tutta la sua rabbia e aggressività. Gli dissi che sarei passato sopra a tutto quello che riguardava la mia persona. Avrebbe fatto meglio a chiedere perdono a Dio che egli aveva così vilmente bestemmiato nel tentativo di cancellare le tre persone nell'unica essenza, dicendo che quelli che riconoscono Dio il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, come realmente distinti, hanno creato un infernale cane a tre teste… Quando però vidi che tutto questo non dava alcun risultato, non volli essere più saggio di quanto consentisse il mio Maestro. Allora, seguendo l'esempio di San Paolo, mi ritirai dall'eretico che si era autocondannato». In quel momento Serveto capì che il suo destino era definitivamente segnato. Chiese di essere ucciso «con la spada», perché aveva paura di cedere alla sofferenza e di ritrattare tutto. Neanche questo gli fu concesso. Il 27 ottobre del 1553 fu condotto su «una catasta di legno ancora verde», sulla testa gli fu messa una corona di paglia e foglie cosparsa di zolfo e gli fu dato fuoco. Ci volle del tempo prima che morisse. E molti tra i ginevrini presenti aggiunsero legna alla pira.
La storia è stata approfondita e raccontata cinquecento anni dopo da Roland H. Bainton nel libro Vita e morte di Michele Serveto, pubblicato nel 1953 e adesso — per la prima volta — in Italia, dall'editore Fazi.
Bainton, un pastore protestante pacifista nato in Inghilterra e poi emigrato in America, si batté per l'obiezione di coscienza già ai tempi della Prima guerra mondiale e proseguì sulla stessa strada fino ai tempi della guerra del Vietnam (tanto che la Cia lo accusò di essere un comunista). Non aveva, Bainton, una particolare simpatia nei confronti di Calvino, anzi scrisse a un amico di provare «orrore» nei suoi confronti. E, in un altro suo libro, sostenne che se Calvino aveva mai scritto qualcosa in favore della libertà religiosa, doveva essersi trattato di «un errore di stampa». «Non riuscivo a capire», disse, «come potesse considerarsi cristiano un regime che liquidava i suoi oppositori».
Nonostante ciò, nella sua biografia di Serveto si sforzò di comprendere le ragioni di Calvino e di spiegare come Serveto stesso non fosse del tutto incolpevole. In questa vicenda, scrisse, «Calvino si rivela più chiaramente che altrove come una delle ultime grandi figure del Medioevo. Per lui era perfettamente chiaro che qui erano in gioco la maestà di Dio, la salvezza delle anime e la stabilità del cristianesimo». Ma la condanna a morte di Michele Serveto «ha posto la questione della libertà religiosa per le Chiese evangeliche in un modo che non aveva precedenti». Calvino scrisse un libro per spiegare il suo comportamento nel caso Serveto. Ma subito dopo a Basilea fu pubblicato un altro libro anonimo (attribuibile a Sebastiano Castellione) che contestava le tesi di Calvino. Nel Novecento, agli inizi degli anni Cinquanta poco tempo dopo la fine della Seconda guerra mondiale, Bainton ne traeva la seguente morale: «La storia di Calvino e Serveto vuole farci comprendere che i nostri slogan per la libertà vanno continuamente ripensati daccapo. La severità di Calvino, e persino la preoccupazione per la vittima, era figlia dello zelo per la verità. La morte non gli sembrava una pena troppo dura per chi avesse travisato la verità di Dio. Oggi ognuno di noi sarebbe il primo a scagliare una pietra contro l'intolleranza di Calvino, ma dovremmo fermarci a riflettere perché, proprio noi che siamo esterrefatti di fronte a un uomo che brucia a causa della religione, siamo quelli che non esitano a ridurre in cenere intere città per preservare la nostra civiltà». E il riferimento andava a Berlino, Hiroshima e Dresda, rase al suolo dagli inglesi e dagli americani nella fase finale della guerra.
In questo libro, scrive adesso — nella prefazione — Adriano Prosperi, «i due nomi del biografo (Bainton) e del biografato (Serveto) formano un tutto inscindibile; l'eretico e ribelle spagnolo mandato al rogo nel Cinquecento e l'appassionato storico e combattente per la libertà di coscienza del XX secolo formano una di quelle coppie che nascono in certi casi quando lo storico incontra un altro essere umano al di sopra dei secoli e sa restituirgli vita e giustizia». Da sempre la figura dell'eretico mandato al rogo da Calvino è stata al centro di dibattiti. Dai toni aspri, talvolta. Serveto, scrisse Charles Donald O'Malley, aveva un «talento per le avventatezze» e «molti guai se li andava a cercare». Ma altri due studiosi, Alexander Gordon e Henri Tollin, dimostrarono che la sua teologia e il suo uso del latino erano stati di grande valore. Infine, relativamente ai toni particolarmente aspri della controversia tra Serveto e Calvino, Peter Hughes (in un saggio riportato nel libro edito da Fazi) ha scritto: «La presunta insolenza di Serveto va giudicata secondo lo stile politico del tempo; se la denigrazione a mezzo stampa fosse stata un crimine, Calvino avrebbe potuto essere condannato innumerevoli volte».
Un altro studioso che si appassionò al libro di Bainton è stato Angel Alcala, al quale si deve la versione spagnola (1973) del testo. Anche Alcala fu colpito dal fatto che il libro di Bainton in fin dei conti esortava a «imparare, dall'intolleranza di Giovanni Calvino, la lezione sulla libertà di coscienza». Siamo qui sul terreno che per certi versi vedeva assieme il nuovo Papa, Calvino, e i tradizionali pontefici dell'Inquisizione. Con l'uccisione di Serveto, osserva Prosperi, «il conflitto ufficiale tra le Chiese svelava la realtà sotterranea di una tacita alleanza nel combattere l'eresia come minaccia di dissoluzione di ogni potere ecclesiastico». Le polizie cattolica e calvinista «collaborarono nel caso di Serveto obbedendo all'istinto di conservazione dei poteri ecclesiastici uniti davanti agli eretici radicali che ne demolivano le stesse basi». Cosa che era già accaduta qualche anno prima con un ex monaco benedettino e profeta al quale lo stesso Prosperi ha dedicato un rilevante saggio: L'eresia del Libro Grande. Storia di Giorgio Siculo e della sua setta (Feltrinelli).
Nell'affaire di Giorgio Siculo era stata la denunzia dell'esule Pier Paolo Vergerio a mettere l'eretico nelle mani dell'Inquisizione. Ma il processo a Serveto fu molto più clamoroso, «suscitò una reazione vasta e diffusa perché, nella città che era il rifugio degli esuli per ragioni di fede, fece riapparire il volto della Roma papale, con la sua pretesa di imporre l'obbedienza a una verità proclamata dall'alto». A conferma di ciò, a Ginevra giunsero da Roma «imbarazzanti riconoscimenti» come quello di Roberto Bellarmino, che addirittura elogiò il comportamento di Calvino. Da allora in poi, prosegue Prosperi, «l'ombra di Serveto visitò a lungo gli incubi delle Chiese riformate europee».
Ed è qui che le vite di Bainton e di Serveto si intrecciano ancora una volta. Bainton «era pur sempre il ministro di una Chiesa nata dalla Riforma e per lui si pose in modo speciale il problema di capire tutti i protagonisti del dramma che si consumò allora a Ginevra». E a questo proposito il prefatore esorta a tenere ben presente una circostanza che ai lettori italiani potrebbe sfuggire: «Nell'Europa riformata la polemica che si accese subito contro la sentenza capitale non si è mai placata, nemmeno dopo che col Novecento a Ginevra fu deciso di erigere un monumento alla vittima di quel rogo». Bainton, come si è detto, scavalca la questione guardando a Calvino non già come Max Weber, cioè il fondatore dell'età moderna, bensì come «una delle ultime grandi figure del Medioevo».
Secondo Bainton «la morte di Serveto ebbe un effetto positivo: quello di porre la questione della libertà religiosa all'intero mondo della Riforma prima che a ogni altro, come dire che dagli errori si può imparare». Bainton «si sentiva libero dai risentimenti e dalla violenza delle controversie tra le Chiese». Il problema della libertà religiosa «gli appariva come un aspetto fondamentale della storia e della realtà del mondo contemporaneo alle prese coi regimi totalitari e in particolare col comunismo sovietico, come sottolineò nella premessa al libro (La lotta per la libertà religiosa, edito in Italia dal Mulino) che dedicò all'argomento e dove riassunse i risultati delle sue ricerche». Quello di Bainton, scrive Prosperi, «era uno sguardo da lontano, attento a non alterare nulla delle vicende concrete e delle idee degli uomini del Cinquecento… le parole conclusive del libro di Bainton invitano il lettore a riflettere e a sfuggire alla facile scelta di stare oggi per allora dalla parte giusta».
Scrive Prosperi che l'eredità intellettuale di Serveto fu raccolta, difesa e approfondita specialmente qui da noi. Anche «il Serveto martire trovò tra gli italiani uomini capaci di dar vita a una battaglia di scritture per denunziare l'abuso della forza in questioni di coscienza». Esuli che «dovettero fare i conti con la violenza di Chiese in conflitto tra di loro ma solidali nel reprimere coi roghi le dottrine di Serveto… uomini come Bernardino Ochino, Camillo Renato, Giorgio Biandrata, Valentino Gentile, Gian Paolo Alciati reagirono non solo in difesa di Serveto ma per rivendicare il diritto alla libertà religiosa». Con loro Matteo Gribaldi, professore di diritto a Padova, e il senese Mino Celsi. «La causa della libertà, il diritto di professare le proprie idee, la convinzione, allora espressa dall'umanista savoiardo Sebastiano Castellione, che uccidere un uomo non era affermare un'idea», scrive ancora Prosperi, «furono le convinzioni sostenute e portate avanti con grave rischio personale da italiani esuli, perseguitati, cancellati dalla memoria del nostro Paese ma eredi di una cultura che pur sempre in Italia aveva avuto la sua culla». Era «una piccola pattuglia di sopravvissuti alla fase della prima diffusione dell'eresia radicale in Italia, quando le sue tesi venivano discusse animatamente nelle piazze e nelle botteghe delle città italiane». Qui «le dottrine antitrinitarie e anabattiste avevano attecchito rapidamente rivelando una carica eversiva tale da preoccupare autorità ecclesiastiche e poteri politici».
Si tenne addirittura una sorta di concilio segreto, a Venezia, nel 1550, mentre il Concilio di Trento stentava a riprendere. Concilio segreto che si concluse fissando come dottrine comuni la negazione della Trinità e della natura divina del Cristo, il rifiuto del battesimo dei bambini e quello di accettare uffici e magistrature dal potere politico. Erano anni (fino al 1559 quando l'Indice ne decise la distruzione) in cui i libri di Serveto venivano tradotti e passavano di lettore in lettore. Al punto da farne un modello di riferimento.
Un'attenzione particolare, in questo saggio introduttivo, Adriano Prosperi la dedica al rapporto tra Bainton e Delio Cantimori, lo studioso che alla fine degli anni Trenta scrisse quello che ancora oggi è considerato un capolavoro storiografico in questo campo: Eretici italiani del Cinquecento (Einaudi). Bainton lo incontrò una prima volta nel 1932. Tra i due, osserva Prosperi, «c'era una divisione non solo di stile ma anche di metodo e di personalità: se Bainton era portato al racconto delle vite, Cantimori era attento alle dottrine, ai percorsi delle idee». Ma Cantimori ebbe un ruolo decisivo nell'approccio di Bainton ai temi di cui si stava occupando: fu Cantimori a spiegargli che per gli italiani «la parola "religione" equivale non a "cristianesimo" ma a "frequenza alle cerimonie cattoliche"».
Delio Cantimori fu uno storico diversissimo dal collega statunitense, ma quest'ultimo si sentì in dovere di lodare e condividerne l'atteggiamento di simpatia e di distanza con cui l'italiano aveva affrontato la vicenda degli eretici. Tra i due era nato un rapporto di amicizia e di confidenza. «Un dialogo», scrive Prosperi, «da "cavalieri antiqui", cittadini di Paesi nemici e di fede tanto diversa quanto il cittadino della democrazia americana poteva esserlo dal suddito fascista e poi comunista di una dittatura europea».
Lo storico americano, ricorda il prefatore del libro, fu tra i primi a conoscere la conversione di Cantimori dal fascismo al comunismo. Accadde all'incirca nel 1938. Bainton fu sconcertato da quella decisione e ne chiese conto allo storico italiano, che, comprensibilmente, non volle spiegargliela per lettera. Rinviò ogni chiarimento al giorno che si fossero incontrati di persona. Dovevano passare molti anni, quasi venti, si rividero a Londra nel 1957. Cantimori, riferisce Prosperi sulla base dei ricordi di Bainton, gli disse che per lui «il Partito comunista era il solo che poteva realizzare in Italia una rivoluzione simile a quelle puritana, americana e francese… e questo perché il Pci era — secondo lui — l'unica forza politica italiana che non sarebbe scesa a patti con la Chiesa». Parole che dimostrano quale sproporzione ci fosse in Cantimori — e in quasi tutti gli storici — tra la capacità di analizzare la realtà a cui si applicava per ragioni di studio e quella di comprendere a fondo il mondo negli anni in cui si trovò a vivere.
di Paolo Mieli - 14/12/2011
Fonte: Corriere della Sera [scheda fonte]
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I primi quarant'anni di Medici Senza Frontiere "Umanitarismo in rivolta contro le ingiustizie"
I primi quarant'anni di Medici Senza Frontiere "Umanitarismo in rivolta contro le ingiustizie"
Il 21 dicembre del 1971, a Parigi, in un ufficio composto solo di una stanza, nasceva quella che oggi è la più grande organizzazione medico-umanitaria indipendente del mondo, con 30.000 persone impegnate in 427 progetti dislocati in 60 paesi. In tutti questi anni MSF ha attraversato i conflitti e i principali stravolgimenti geopolitici adattando approcci e modalità operative a obiettivi e situazioni sempre mutevoli
ROMA - Medici Senza Frontiere compie 40 anni. L'organizzazione umanitaria Premio Nobel per la Pace nel 1999 nasceva infatti il 21 dicembre 1971, per volontà di un gruppo di medici e giornalisti, in un appartamento di boulevard Saint-Marcel a Parigi, composto solo di una stanza, anche se la vera e propria costituzione ufficiale avvenne nella sede del giornale Tonus, a Clichy, banlieue a nord della capitale francese. Reduci dall'esperienza avuta in Biafra o in Bangladesh, quel gruppo di dottori e cronisti decidevano di fondare un'organizzazione indipendente, in grado di curare e, qualora questo non fosse stato sufficiente, dare anche testimonianza sulle condizioni delle popolazioni soccorse. Oggi è la prima organizzazione medico-umanitaria indipendente al mondo, con 30.000 persone impegnate in 427 progetti in 60 paesi.
Un inizio in controtendenza. Curiosamente, la principale novità introdotta da MSF fu quella di curare. Negli anni '70, va ricordato, l'attenzione alle cure mediche sembrava infatti troppo irrisoria negli ambienti umanitari, focalizzati principalmente sulle politiche di sviluppo, per avere un impatto effettivo. Venivano privilegiate le campagne di prevenzione e di vaccinazione.
I primi interventi sul campo. All'inizio, MSF forniva risorse umane mediche ad altre organizzazioni (Croce Rossa Internazionale, Terre des Hommes ecc.). A partire dal 1976 in Libano e poi presso i rifugiati cambogiani in Tailandia, MSF inizia a sviluppare le proprie operazioni sul campo. Negli anni '80, le azioni di soccorso diventano più professionali e l'organizzazione internazionalizza l'attività di reclutamento, crea nuove sezioni, moltiplica le proprie capacità operative.
Il quadro operativo di oggi. MSF è oggi presente in oltre 60 Paesi. Specializzata nelle situazioni di emergenza, nell'assistenza a rifugiati e vittime di conflitti, catastrofi naturali o risposta a epidemie, MSF è diventata uno degli attori di maggior rilievo nel panorama medico umanitario.
"L'umanitarismo in rivolta". Dall'esperienza sul campo, i "French Doctors" hanno regolarmente preso posizioni forti che hanno profondamente segnato la storia dell'azione umanitaria. Dal dirottamento degli aiuti in Etiopia, alla sospensione della richiesta di fondi per lo tsunami, dalla denuncia del genocidio in Ruanda a quella dei bombardamenti sui civili in Cecenia, MSF non ha mai smesso di rivendicare un'azione umanitaria indipendente e civile. Ciò che Philippe Biberson, ex presidente di MSF, qualificò durante la consegna del Premio Nobel per la pace nel 1999 come "umanitarismo di rivolta contro l'ingiustizia e la persecuzione".
Le numerose campagne. In 40 anni, MSF ha attraversato i conflitti e i principali stravolgimenti geopolitici (il crollo del blocco sovietico, l'11 settembre 2001, la multi-polarizzazione delle relazioni internazionali), adattando approcci e modalità operative a obiettivi e situazioni sempre mutevoli. A partire dagli anni '90, MSF si è impegnata in diverse campagne per favorire l'accesso alle cure dei più indigenti nel mondo attraverso la Campagna per l'Accesso ai Farmaci Essenziali e contribuendo agli sforzi della ricerca sulle malattie dimenticate (malaria, farmaci antiretrovirali pediatrici ecc.) attraverso la creazione del Drugs Neglected Diseases Initiative (DNDi).
L'impegno come strumento politico. L'impegno umanitario è diventato un obiettivo e uno strumento di politica internazionale, utilizzato dagli Stati e dalle organizzazioni internazionali per nascondere la natura e le debolezze dei loro politici, o strumentalizzato, talvolta militarizzato, per "conquistare i cuori e le menti". La moltiplicazione delle operazioni militari-umanitarie negli anni '90 e 2000 ha oscurato l'immagine di chi porta avanti azioni umanitarie agli occhi di vari attori locali, mettendo in dubbio la loro neutralità e indipendenza, mettendo in pericolo la loro sicurezza.
L'aumento delle Ong e dei budget. In 40 anni, l'aiuto internazionale è cambiato radicalmente con l'aumento delle ONG, delle campagne di mobilitazione internazionale fortemente mediatizzate, l'esplosione di un sempre maggior numero di attori e dei budget... Alla frammentazione delle azioni e la mancanza di coordinamento tra enti risponde oggi l'aumento di organismi di controllo e direzione, spesso legati ai donatori e alle loro agende politiche.
MSF, 30.000 persone per 427 progetti. Oggi lavorano per MSF 30.000 persone nei 427 progetti sparsi in tutto il mondo. Le tecniche e le modalità d'intervento vengono sempre messe in discussione e migliorate, man mano che le patologie si diversificano e si complicano (forme resistenti di tubercolosi, livelli diversi di terapie per il virus HIV, sviluppo di malattie cardiovascolari, ecc...). Non soggetta agli attori della scena internazionale, in quanto indipendente dai loro finanziamenti, MSF continua a negoziare quotidianamente spazi di lavoro e di cure per raggiungere le popolazioni più bisognose o colpite da crisi. |
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SPAGNA Santa austerità, santa flessibilità
SPAGNA Santa austerità, santa flessibilità
Opposizione rituale del Psoe. Solo Cayo Lara, di Iu, parla della «illegalità» di una parte del debito pubblico. Oggi i ministri Tono moderato e soft, contenuto nettamente neo-liberista. Tasse, nucleare...
Retorica da buon padre di famiglia, molto fair play e un programma nettamente neo-liberista. Nel discorso con il quale Mariano Rajoy, leader del conservatore Partido popular e trionfatore delle elezioni anticipate del 20 novembre (più per la debacle socialista che per meriti propri), si è presentato ieri alla Camera dei deputati da presidente in pectore del nuovo governo spagnolo, non ci sono stati annunci ad effetto, ma la conferma di quanto era emerso durante la campagna elettorale: per lo stato sociale e per i diritti dei lavoratori tempi difficili. Con toni felpati ed esibendo moderazione e volontà di dialogo, Rajoy ha messo in chiaro la linea della legislatura che si apre: diminuzione della spesa pubblica nel nome della santa austerità e «modernizzazione» del mercato del lavoro nel nome della santa flessibilità.
Questa è la sostanza della ricetta per «far fronte alla crisi», con la quale l'uomo che sostituirà al palazzo della Monclora il socialista Rodrìguez Zapatero ritiene di poter raggiungere l'obiettivo prioritario di diminuire il drammatico tasso di disoccupazione di oltre il 20 % e tornare a far crescere l'economia. L'annuncio dei sacrifici, però, vale per molti ma non per tutti. Da un lato, un ammontare di tagli di almeno 16 miliardi di euro nella spesa pubblica; dall'altro, la promessa agli imprenditori di un pacchetto di misure di alleggerimento fiscale «per stimolare la crescita», perché «sono loro a creare occupazione». Certamente non sarà più l'amministrazione dello stato a farlo, dal momento che il futuro premier ha affermato chiaramente che bloccherà il turnover degli impiegati pubblici. Praticamente ignorato il settore della ricerca e dell'innovazione, nel quale, evidentemente, non verrà investito più nemmeno un euro.
L'economia è stata la protagonista assoluta della prima giornata dedicata al «dibattito di investitura», in cui oltre al prossimo capo del governo hanno preso la parola il leader socialista Alfredo Pérez Rubalcaba, il suo avversario sconfitto del 20 novembre, e i portavoce degli altri principali gruppi di opposizione. Una discussione tutto sommato tranquilla, in cui le critiche più forti si sono sentite per bocca del coordinatore di Izquierda Unida, il comunista Cayo Lara, che esibiva sul bavero della giacca la spilletta verde del movimento in difesa dell'istruzione pubblica. Contro l'ossessione dell'austerità, è stato l'unico ad accenare alla possibilità di dichiarare illegittima una parte del debito pubblico attraverso un auditing indipendente, criticando «il sequestro della democrazia da parte dei mercati».
A nome del Psoe, Rubalcaba ha offerto a Rajoy una generica disponibilità a collaborare «per il bene del paese», accompagnata però da alcune significative prese di distanza dalle intenzioni dei populares.
Le maggiori differenze sono emerse in relazione al tema delle imposte, che i socialisti vorrebbero aumentare «per le grandi ricchezze» e per le società d'investimento a capitale variabile, e a quello del mercato del lavoro, che il Psoe ritiene di avere già sufficientemente «riformato». Rubalcaba si è riferito, inoltre, ad alcune leggi-simbolo in materia di diritti civili, chiedendo al leader conservatore di ritirare il ricorso presso la Corte costituzionale contro il matrimonio gay. Senza però ricevere risposta. Chiara, invece, la scelta a favore dell'energia nucleare da parte di Rajoy, che ha tacciato di demagogia la possibilità difesa dai gruppi di sinistra e dagli ecologisti di una chiusura graduale e ordinata delle centrali atomiche.
La sessione d'investitura continuerà oggi: nel pomeriggio il voto di fiducia delle Cortes, garantito dall'ampia maggioranza assoluta del Pp. Se tutto andrà come previsto, il neo-premier annuncerà domani i nomi dei ministri. Ancora incertezza sul delicato portafoglio dell'economia, che potrebbe andare a Luis de Guindos, un cinquantenne che fu sottosegretario del governo di José María Aznar per poi passare al servizio dell'immancabile Lehman Brothers. Pochi dubbi, invece, sulla presenza del sindaco di Madrid, Alberto Ruiz Gallardón, con fama di moderato, a cui potrebbe andare il ministero degli interni, e della quarantenne Soraya Santamaría, vicinissima a Rajoy, possibile vice-premier.
Fonte: JACOPO ROSATELLI - il Manifesto |
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AMIANTO: Un killer che in Italia miete tremila vittime all'anno
AMIANTO: Un killer che in Italia miete tremila vittime all'anno
Si nasconde in tubature, rotaie, rivestimenti di tetti e garage, l'amianto è un killer che miete circa 3.000 vittime ogni anno in Italia, almeno 1.200 per mesotelioma. L'impiego dell'amianto è stato bandito dal nostro Paese da quasi 20 anni ma ne restano nell'ambiente 5 quintali per ogni cittadino. L'Italia è stata il secondo paese produttore europeo e tra i principali consumatori di amianto. Secondo le stime del Cnr e di Ispesl ci sono ancora 32 milioni di tonnellate di amianto sparse per il territorio nazionale e un miliardo circa di metri quadri di coperture in eternit sui tetti. Secondo il Registro Nazionale Mesioteliomi i più colpiti sono gli operai che lavorano la fibra, seguiti dai famigliari e dagli abitanti delle zone vicine ai grandi centri di pericolo, come Casale Monferrato. L'Agenzia dell'Oms per la ricerca sul cancro (Iarc) classifica l'amianto come sicuramente cancerogeno per l'uomo, capace di provocare tumori della pleura (mesoteliomi), del polmone, della laringe, dell'ovaio.
Fonte: il Manifesto | 18
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Se anche la Cina è alle prese con i subprime
Se anche la Cina è alle prese con i subprime
La Cina, per la quarta volta quest’anno, si è detta pronta ad aiutare l’eurozona: ma Pechino è ancora il grande e credibile player mondiale che ha trascinato la crescita degli ultimi anni? Il ministro per il Commercio cinese ha reso noto che gli investimenti diretti stranieri in Cina a novembre sono calati per la prima volta dal 2009: gli 8,8 miliardi di dollari totali rappresentano infatti una diminuzione del 9,8 per cento rispetto all’anno precedente. In particolare, quelli dagli Stati Uniti sono scesi del 23 per cento a 2,74 miliardi di dollari. Di più, sempre dati governativi parlano di un trend tutt’altro che ottimistico per l’export cinese nel 2012, della diminuzione del margine di crescita commerciale in dicembre, del calo del 2 per cento dell’export cinese in ognuno degli ultimi tre mesi di quest’anno, a fronte di un aumento delle importazioni del 5 per cento rispetto all’export.
Quindi, il deficit commerciale comincia a fare capolino anche in Cina, la locomotiva del mondo rallenta e rimanda sinistri scricchiolii. Sempre in novembre, la massa monetaria M2 è calata del 12,7 per cento, il peggior arretramento da dieci anni a questa parte. I nuovi prestiti sono calati del 5 per cento sulla basa mese-su-mese e la Banca centrale ha allentato di molto la cinghia, tagliando nettamente le richieste di riserva per le banche per la prima volta dal 2008. Insomma, anche in Cina comincia a scarseggiare la liquidità. Lo confermava ieri il China Daily, che dava notizia del fatto che i due principali creditori provinciali del paese, la Hunan Provincial Expressway Construction Group e la Guangdong Provincial Communications Group stanno ritardando i pagamenti di 3,11 miliardi di yuan di interessi, mentre il totale accumulato da parte dei principali 11 debitori del paese è di 30,16 miliardi, nonostante all’inizio di novembre 55 province cinesi fossero tornate sui mercati di capitale per racimolare fondi. La Borsa di Shanghai ha perso il 30 per cento da maggio ad oggi e addirittura il 60 per cento dai picchi del 2008, in termini reali più o meno quanto perso da Wall Street tra il 1929 e il 1933.
Insomma, il grande capo dei Brics non scoppia affatto di salute ma il mercato non sembra prezzare in maniera seria questa situazione e sottovaluta la probabile reazione dei Brics all’avvitarsi della crisi: ovvero, scaricare merci e innescare uno shock deflazionario per il resto del mondo. Tanto più che, a dispetto delle richieste statunitensi, Pechino sta pensando a una svalutazione dello yuan il prossimo anno, a fronte del continuo apprezzamento in area 4 per cento di quest’ultimo trimestre. E, in effetti, a fronte di riserve per 3,2 triliardi di dollari, la Cina conosce da tre mesi un continuo calo, nonostante il surplus commerciale: insomma, i soldi cominciano a prendere il volo verso l’estero. E le riserve non possono essere reintegrate per stabilizzare il sistema bancario interno, poiché significherebbe rimpatriare denaro ora investito in debito Usa e dell’eurozona e così spingere ulteriormente al rialzo lo yuan. I consumi sono scesi dal 48 al 36 per cento del Pil dalla fine degli anni Novanta, mentre gli investimenti sono cresciuti del 50 per cento: un tasso insostenibile che ora reclama il conto.
I ricchi cinesi, non potendo investire all’estero e con gli interessi bancari al -3 per cento in termini reali, compravano due, tre appartementi come investimento per immobilizzare il loro capitale. Ora però, a fronte di una ratio tra stipendi e costo delle vita al livello mortale di 1:18, molti di quegli appartamenti, quasi sempre sfitti, stanno gonfiando una bolla interconnessa direttamente con il sistema bancario. Si svende quindi, soprattutto nelle città costiere. Per l’Fmi i prestiti sono raddoppiati raggiungendo il 200 per cento del Pil negli ultimi cinque anni, inclusi quelli fuori bilancio: stiamo parlando di un intensità di crescita del credito doppia rispetto a quella dei cinque anni che precedettero la bolla dell’indice Nikkei a fine anni Ottanta o quella legata ai subprime tra il 2002 e il 2007 negli Stati Uniti. E, infatti, nella nuova classifica mondiale degli istituti bancari in base al loro market cap, si scopre che le prime tre sono cinesi: ICBC, CCB e Agricoltural Bank of China hanno surclassato tutti, con i due giganti Usa Wells Fargo e JP Morgan rispettivamente al quarto e sesto posto. Accadde così anche al Giappone nel 1991, poi fu crisi nera.
Fonte: Mauro Bottarelli - Il Riformista |
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29/12/2011
Nietzsche: i giorni più tragici del genio che sfidò il mondo
Nietzsche: i giorni più tragici del genio che sfidò il mondo
Friedrich Nietzsche non era una mente, ma un clima. Il barometro agiva su di lui come un destino: aveva una sensibilità meteorologica intensissima, ed era così indifeso davanti allo svariare delle luci e delle temperature, che a volte scorgeva in se stesso una debolezza radicale, dalla quale non avrebbe mai saputo liberarsi. Se il clima aveva un'influenza simile su di lui, si trattava di scegliere un clima. Non sopportava quello della Germania dove era nato, né quello di Basilea, dove aveva insegnato per anni. Allora, per il resto della sua vita, emigrò nella Francia meridionale e in Italia: Mentone, Nizza, Genova, Sorrento, Messina, i laghi lombardi, Venezia, Roma, Torino — oltre che l'incomparabile Sils-Maria, in Engadina. Ma, anche lì, trovava nemici: la nebbia, le nuvole, l'umidità, il caldo, il freddo, l'eccesso o l'assenza di luce. Non sopportava l'inimicizia della natura: se il cielo era coperto, una tenaglia lo stringeva attorno alla testa, gli impediva di respirare, di pensare, di sentire, di scrivere, di camminare. La vita diventava tragica, come se fosse Aiace o Edipo, e potesse vivere soltanto nell'atmosfera irrimediabile della tragedia. Ancora una volta fuggiva: e poi di nuovo fuggiva; alla caccia di quel freddo mite e di quell'aria stimolante, che gli permettevano di scrivere.
Alla fine del 1883, Nietzsche giunse a Nizza, dove abitò tutti gli altri inverni della sua vita, fino al tremendo inverno del 1888, a Torino, quando piombò nella follia. Il clima di Nizza gli piaceva e lo incantava indicibilmente. Il cielo era luminoso e limpidissimo, senza una nuvola: l'aria secca e vivificante: il mare di un blu tropicale: nelle notti, i chiari di luna facevano vergognare e arrossire i lampioni a gas: sentieri portavano nelle colline: le arance gialle occhieggiavano tra i rami: la natura aveva una eleganza mondana, libera e grandiosa, che entrava e possedeva la città: l'inverno, i colori erano impastati di un luminoso grigio-argento; e anche se qualche volta le montagne vicine si incipriavano di bianco, non sembrava una malvagità, ma una specie di maquillage della bellissima incantatrice meridionale. Non c'era sosta, non c'era requie: durante l'anno, Nizza aveva duecentoventi giorni assolutamente tersi e sereni; senza rivali in Europa, nemmeno sulla riviera ligure. Settimane dopo settimane, il cielo splendeva puro da mattina a sera. «Nizza mi incanta sempre — diceva — come se non l'avessi mai vista». Il 21 giugno 1885, a St. Jean, vide delle splendide siepi di geranio, verdi e con i fiori rossi.
Così Nietzsche, che non aveva ancora compiuto i quarant'anni, si sentiva ringiovanire; e gli sembrava che Nizza lo proteggesse. Il nome non derivava forse dal greco antico Nikaia, e da Nike, che significava Vittoria? La testa era diventata più libera di anno in anno: lo spirito vivace sopportava con maggior leggerezza il proprio fardello — il tremendo fardello a cui è condannato ogni filosofo; i pensieri erano ardimentosi e veloci, e la mano vergava parole rapidissime sulla carta. Abitò quasi sempre alla Pension de Génève, petite rue St. Etienne. La stanza era lunga e larga: il letto era tre volte più grande del suo letto tedesco; e dalla alta finestra guardava gli enormi eucaliptus, grandi edifici rossastri, la bella curva della Baie des Anges, lo square des Phocèens, la Corsica nella lontananza; e gli pareva di aver afferrato una piccola parte — non più della coda — di quella felicità che gli era sempre sfuggita.
Soffriva terribilmente di solitudine. Credo che ne soffrisse sempre, anche quando era bambino, anche negli anni di insegnamento a Basilea, circondato da professori e studenti che lo ammiravano, e nei tempi dell'amicizia con Richard e Cosima Wagner — i giorni della felicità e della fiducia. Ma la parola solitudine non basta, per comprendere l'istinto profondo di Nietzsche. Era troppo orgoglioso per credere che qualcuno «potesse amarlo». Allora, con una specie di furore demoniaco, recideva ogni rapporto con qualsiasi essere umano: non desiderava essere affine a nessuno, né vivo né morto: non voleva sentire nessuna voce di risposta; sempre soltanto l'eco della sua molteplice voce, ripetuta migliaia di volte. Era un'esperienza terribile, che poteva distruggere l'uomo più duro, e tanto più lui, che era tanto gracile e fragile. Così, via via, la solitudine cresceva, fino a coprire l'ultimo orizzonte: egli era l'uccello selvatico perduto nei cieli: il remoto isolano che nessuna lettera raggiungeva: il fuggiasco e l'esule; o il filosofo, trincerato nella sua tana o nel suo antro infernale. «Una filosofia come la mia — diceva — è come una tomba. Non si riesce a vivere insieme a lei».
Quando lasciò Basilea per peregrinare in Italia, accusò gli amici di averlo abbandonato. Non era vero: lui aveva abbandonato gli amici; anzi, tutto il genere umano, che aveva cancellato con un gesto. Nessuno — ripeteva — gli faceva un cenno d'affetto, nessuno aveva bisogno di lui, nessuno si preoccupava di curarlo, nessuno cercava di scoprire quali sentimenti si nascondessero dietro i suoi libri. «Ho avuto l'impressione — scrisse alla madre — che tutto il mondo, in lungo e in largo, tacesse; nessuna farfalla in forma di lettera si è persa in volo fino a giungere alla mia abitazione». «Intorno a me — ripeteva a un'amica — s'è fatto davvero il vuoto: non c'è nessuno che abbia un'idea della mia condizione... Non ho sentito per dieci anni nemmeno una parola che penetrasse fino a me. È una cosa che astrae da ogni rapporto umano, e crea un'intollerabile tensione e vulnerabilità. È come essere un animale continuamente ferito». Mentre accumulava solitudine sulle sue spalle, cercava sempre più affetto: il calore dell'amicizia, come quella con Franz Overbeck, suo antico collega a Basilea, che intiepidisce e addolcisce le parti più desolate dell'epistolario. Soprattutto desiderava amici più giovani. Quando morì Heinrich von Stein, provò un immenso dolore: perché aveva sperato che la sua esistenza giovanile così fresca e fervida fosse riservata proprio a lui per il futuro.
Dopo il 1886, ebbe l'impressione che la sua vita si trovasse come in un pieno meriggio. Si gettò dietro le spalle i libri della sua giovinezza e della sua maturità — Aurora, Gaia scienza — che restano, in realtà, i suoi capolavori. Si prefisse un compito: creare un immenso sistema filosofico, che desse compattezza e coerenza a tutto ciò che aveva, fino allora, sparsamente pensato. Non si faceva illusioni: forse non avrebbe creato nessun sistema: avrebbe trovato soltanto un pertugio attraverso il quale fissare l'ineffabile; e, in ogni caso, il compito sarebbe stato uno di quegli strumenti di tortura che si usavano anticamente. Aveva bisogno di rinunciare completamente a se stesso e di non pensare più al suo io: trovando calma, disciplina, quiete, una precisione quasi militaresca, e trasformando gli eventi fortuiti in un destino. Per tutto questo, gli era necessaria una solitudine ancora più estrema di quella che aveva conosciuto fino allora. Lentamente, cominciò a prepararla e a costruirla. Ma fu il supremo dei suoi fallimenti: perché, in fondo a questa solitudine volontaria, trovò la lacerazione e la frantumazione della follia.
La solitudine aveva un altro nome: malattia. Era il suo vero nome. Ci furono mesi in cui Nietzsche era malato per tre settimane, giorno dopo giorno. In altri casi, subiva attacchi improvvisi di tutte le sue malattie congiunte, che lo lasciavano sconvolto e distrutto, sull'orlo della catastrofe. Aveva violentissimi assalti di emicrania, che gli impedivano di pensare: dolori alla schiena, che gli impedivano di viaggiare: insonnia, vomito, giramenti di testa, raffreddori, spossatezza, svogliatezza, eccitabilità, depressione, disperazione. Tutto quanto proveniva dall'esterno lo faceva ammalare: la cosa più piccola cresceva fino a diventare mostruosa; e solo in circostanze favorevoli, con un'estrema attenzione e accortezza, riusciva a raggiungere un equilibrio fragilissimo. E poi c'erano gli occhi, i debolissimi occhi: macchie, offuscamenti, arrossamenti, lacrimazioni, veli che si muovevano davanti allo sguardo, anche se il tempo era bello e sereno. La quasi cecità accresceva l'angoscia della solitudine — sebbene, in modo per noi inconcepibile, egli riuscisse a leggere e a scrivere moltissimo. Non so se egli conoscesse le cause della sua malattia, doppia come quella di Leopardi: sia organica sia psicologica. Da un lato soffriva di sifilide, che aveva contratto non sappiamo quando: dall'altro di psicosi maniaco-depressiva, che lo gettava dall'esaltazione della paranoia alla «ostinata nera orrenda barbara malinconia», di cui decenni prima aveva parlato Leopardi.
Il 5 aprile 1888 Nietzsche giunse, per la prima volta, a Torino, lasciando le rive del mare. In pochi giorni, l'antica capitale sabauda lo affascinò completamente: come mai, fino allora, nessun luogo della terra, nemmeno Venezia, Nizza e Sils-Maria. Le molte lettere che dedicò a Torino sono, forse, le più belle pagine che siano mai state dedicate a una città moderna; e, certo, le più belle conosciute da Torino, che viveva un momento felicissimo della sua storia, folto di nuove costruzioni e di librerie colte. Nietzsche, che adorava il clima di Sils-Maria, non avrebbe mai creduto di ritrovare, in quella città di pianura, la stessa aria secca, stimolante, elastica, energica, trasparente, ispirata dell'Engadina, di cui aveva bisogno, se voleva muovere il suo stile vibrante e flessibile.
Le montagne nevose erano vicinissime; e Nietzsche amava le larghe strade che sembravano correre diritte verso le nevi come verso le loro madri. Amava i viali pieni di splendidi alberi dalle foglie verdi e brillanti, che correvano oltre il corso del Po: il cielo e il grande fiume di un tenero azzurro, come in un Claude Lorrain che non aveva mai visto. Nella città, costruita nel Seicento e nel Settecento, c'era dovunque un'aria di corte: una calma, un silenzio e una quiete aristocratiche, e un'«unità di gusto» che si estendeva al colore giallo o rosso-crema dei palazzi. Nietzsche non aveva requie: attraversava piazza San Carlo, piazza Carignano e piazza Madama: modulava col piede i nobili selciati delle strade, attraversava le vaste piazze, che emanavano un senso straordinario di libertà, percorreva i lunghissimi e ampli portici, che proteggevano i suoi occhi dal sole, ed entrava nei gloriosi caffè, dove diventò presto un intenditore di gelati, spumoni e pezzi duri.
Passò una pessima estate a Sils-Maria, che, per una volta, lo tradì col freddo, i temporali e la tempesta. Fu sovente ammalato. Ma poi la sua Perla Perlissima, come la chiamava, aprì a ventaglio la sua antica e seducente coda di pavone dai colori meridionali. Il tempo toccò «una sublime perfezione terrena».
Comparve una meravigliosa atmosfera estiva: tutti i colori in pieno splendore, un blu di lago e di cielo, l'aria tersa, mentre le montagne bianche fin quasi a fondo valle esaltavano in ogni modo l'intensità della luce. Il 21 settembre 1888 Nietzsche era di nuovo a Torino, fuggendo l'Engadina e la Lombardia alluvionate. Ritrovò, in chiave autunnale, la bellezza amata in primavera. Ma il tono delle sia pur bellissime lettere è cambiato: si avverte, nella descrizione della vita quotidiana, un di più di esaltazione, un'euforia, un incanto alcoolico, che rivelano come il pendolo della psicosi tendesse pericolosamente verso l'alto, verso il culmine dell'abisso.
Ciò che colpisce, in queste ultime lettere, folgorate dalla luce della follia, è il fatto che Nietzsche vi ripeteva le parole che aveva sempre scritto. Ma ora tutto veniva stravolto. Nei suoi grandi libri, aveva avuto una sensibilità così fine e ramificata da ripetere tutte le voci e i suoni del mondo: mentre, nelle vie di Torino, egli era letteralmente Buddha, Alessandro Magno, Giulio Cesare, Shakespeare, Voltaire e Napoleone. Nietzsche era stato Dioniso e Gesù Crocifisso: Dioniso nel Crocifisso e il Crocifisso in Dioniso. Ora tutto si avverava: sotto le spoglie di Nietzsche, Gesù saliva sulla croce, dileggiato e deriso: Dioniso era fatto a brandelli dai Titani e smembrato in un numero infinito di individui; ed entrambi si trasformavano, venivano salvati, salvavano, mentre — Nietzsche commentava — «il mondo è trasfigurato, poiché Dio è sulla terra. Non vedi come i cieli gioiscono? Ho appena preso possesso del mio regno».
La notizia della follia di Nietzsche si diffuse rapidamente tra gli amici e i conoscenti. Franz Overbeck lasciò la stazione di Basilea la sera del 7 gennaio 1889, e il giorno seguente, dopo 18 ore di viaggio, era a Torino, cercando l'abitazione di Nietzsche nella città sconosciuta. Voleva riportarlo a casa. Finalmente riuscì a entrare nella stanza, dove Nietzsche aveva «pensato, scritto riso e delirato» per mesi. Stava rannicchiato nell'angolo di un sofà, col volto terribilmente emaciato.
I due amici si abbracciarono lacrimando: poi Nietzsche si lasciò ricadere sul sofà, sconvolto da sussulti di pianto. «Forse proprio in quell'attimo — scrisse Overbeck — gli si spalancò davanti l'abisso sul cui ciglio ora si trova, o dove piuttosto è già precipitato». Poi Nietzsche si sedette al pianoforte, dove cantava a voce spiegata in preda alla frenesia ed esaltandosi sempre di più. Proclamava di essere «il pagliaccio della nuova eternità», e rendeva la sua gioia con le espressioni più triviali, o con balzi e danze scurrili, o con smorfie da istrione. Overbeck ebbe una impressione atroce: quello spettacolo incarnava con terribile efficacia l'idea orgiastica della follia sacra, sulla quale era fondato il teatro antico. Adesso, tutto era finito: tutto quel possente mondo tragicomico — Eschilo, Aristofane, Le Eumenidi, Le Rane, Le Nuvole — si esprimeva attraverso la sua scurrile degradazione. Nel mondo moderno, Dioniso, l'antichissimo dio dell'estasi e della lacerazione, era diventato un pazzo, sottoposto, come il professor dottor Friedrich Nietzsche di Basilea, a un processo di «paralisi progressiva».
Tutto l'epistolario del filosofo tedesco
Di Nietzsche la casa editrice Adelphi ha pubblicato il quinto e ultimo volume dell'epistolario.
Si intitola Epistolario 1885-1889: l'edizione è condotta sul testo critico di Giorgio Colli e Mazzino Montinari, con traduzione e cura di Giuliano Campioni e Maria Cristina Forni
(pp. XIV-1360, 100).
Il filosofo tedesco Friedrich Wilhelm Nietzsche nacque a Röcken il 15 ottobre 1844 e morì a Weimar il 25 agosto del 1900. Nel 1888 andò ad abitare a Torino, dove scrisse L'anticristo, Il crepuscolo degli dei ed Ecce Homo (testo pubblicato postumo). Nel 1889 subì il crollo mentale che lo portò alla follia.
di Pietro Citati – Corriere della sera
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LIBIA /· E ora il New York Times trova le «vittime civili» dei raid Nato
LIBIA /· E ora il New York Times trova le «vittime civili» dei raid Nato
IL MINISTRO USA PANETTA: «TRANSIZIONE LUNGA E DIFFICILE»
Un paio di giorni fa il procuratore generale della Corte penale internazionale, l'argentino Luis Moreno Ocampo, ha annunciato che ci sono fondati «sospetti» (sospetti?) che il linciaggio di Gheddafi padre e figlio, Muammar e Mutassim, e lo scempio dei loro cadaveri siano «crimini di guerra».
Iniziativa tardiva ma apprezzabile, oltre che dovuta. Vedremo se servirà ad aprire la strada per indagare anche sui «sospetti» di altri «crimini di guerra». Ad esempio quelli commessi dai « freedom fighters » dopo la caduta del Colonnello (già documentati da Amnesty, Human Rights Watch , Croce rossa) e, ancor più difficile, quelli sulle «vittime civili» causati dalle 9700 «missioni» Nato nei 7 mesi di «guerra umanitaria». I «tragici errori», gli «effetti collaterali» già sperimentati dalla Nato in Serbia, Iraq, Afghanistan. Ma questa volta ci avevano raccontato che le operazioni erano state impeccabili, quasi perfette, una guerra aerea modello resa «pulita» dall'alta tecnologia, dalla meticolosa pianificazione degli obiettivi (il bilancio della «missione», finita il 31 ottobre, parla di 5900 «obiettivi militari distrutti»), dal contenimento nelle azioni per evitare vittime civili.
«Abbiamo condotto tutta l'operazione in modo molto attento, senza vittime civili confermate», aveva garantito in novembre il segretario generale Nato, il danese Rasmussen. Una della tante balle (a cominciare da quelle di al Jazeera all'inizio della guerra) che hanno infarcito il « regime change» libico. Ora è l'insospettabile New York Times che dopo aver condotto «un esame sul terreno in 25 diversi luoghi dei bombardamenti aerei sulla Libia», intervistato «sopravissuti, dottori, testimoni», letto e visto «rapporti medici, certificati di morte e fotografie», ha trovato «prove credibili su decine di civili uccisi dalla Nato», «almeno 40 e forse più di 70», oltretutto «un conto non completo». Prove inconfutabili tanto che, racconta il giornale, «due settimane dopo che il New York Times ha fornito alla Nato un memorandum di 27 pagine con tutti i dettagli di 9 diversi attacchi» condotti dagli aerei dell'Alleanza con civili morti e feriti, «la Nato ha cambiato la sua posizione» e la sua portavoce a Bruxelles, Oana Lungescu, ha dovuto riconoscere che effettivamente «da quanto voi avete raccolto sul terreno, appare che civili innocenti possano essere stati uccisi o feriti, nonostante l'estrema attenzione e precisione».
«Noi lamentiamo profondamente la perdita di qualsiasi vita umana» e, assicura, «siamo pronti a lavorare con le autorità libiche per fare ciò che esse ritengano giusto». Cioè niente. Perché le nuove «autorità libiche» sono lì grazie (anche o esclusivamente) ai raid Nato, e, come ovvio, non hanno alcun interesse a indagare gli «errori». Di fronte al dossier circostanziato del NYT la Nato ha dovuto cambiare una versione ufficiale ostinatamente mantenuta anche dopo «incontri privati» con due organismi «indipendenti e occidentali» quali Human Rights Watch e Campaign for Innocent Victims in Conflict ( Civic ), che avevano portato prove «lampanti dell'esistenza di civili morti nei raid Nato», come nota Fred Abrahamson, di HRW .
Ma è tutta la campagna di Libia che fin dall'inizio è stata avvolta «da un'atmosfera di impunità» e di reciproche congratulazioni Nato-insorti per il lavoro fatto, bello e pulito. I barbari erano solo e tutti dall'altra parte, il bene ha trionfato. E trionferà anche se «la transizione sarà lunga e difficile». L'ha detto il ministro della difesa Usa Leon Panetta giunto ieri in visitalampo in una Tripoli scossa da proteste e milizie in armi. Le nuove autorità libiche - il Cnt di Abdel Jadil e il governo provvisorio di el-Keib - dicono che ci vogliono tempo e soldi, i 150 miliardi di dollari congelati all'estero, per avviare la transizione democratica. Giovedì il Consiglio di sicurezza ha revocato le sanzioni contro la Banca centrale libica e la Lybian Arab Foreign Bank , e gli Usa hanno sbloccato 30 miliardi di dollari congelati al governo Gheddafi. Solo questione di soldi?
Fonte: MAURIZIO MATTEUZZI - il Manifesto |
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I veri invalidi? In “stato di estremo disagio”. Cittadinanzattiva critica l’Inps
I veri invalidi? In “stato di estremo disagio”. Cittadinanzattiva critica l’Inps
Campagna Vip, “Very Invalid People”. Per l’organizzazione, l’Inps agisce “nel totale disprezzo delle norme” e rende difficile la vita ai cittadini. Le richieste: “Annullare le Linee operative Inps, sono un palese abuso di potere”
ROMA – Tempi di attesa lunghissimi per il riconoscimento delle minorazioni e una restrizione dei requisiti sanitari per la concessione dell’indennità di accompagnamento attuata dall’Inps “nel totale disprezzo delle norme”. Cittadinanzattiva, sulla base delle segnalazioni raccolte, torna a denunciare lo stato di “estremo disagio in cui versano tutti quei cittadini che, del tutto legittimamente, aspirano al riconoscimento delle indennità economiche correlate al riconoscimento delle minorazioni civili.”
L’associazione spiega che non è in discussione “l’impegno delle Istituzioni al fine di limitare ogni assegnazione indebita delle indennità, in una logica di trasparenza e di legalità. Tuttavia, le nuove procedure per il riconoscimento delle minorazioni civili, contenute nella leggi e nelle direttive dell’Inps, nonché le modalità di svolgimento dei Piani straordinari di verifica delle invalidità, stanno provocando gravissimi effetti sulla vita dei soggetti interessati” afferma Cittadinanzattiva.
Tra i problemi principali i tempi lunghissimi per il riconoscimento delle minorazioni civili e delle indennità correlate “a causa dell’inefficienza delle procedure informatiche e della moltiplicazione dei passaggi burocratici: dopo la visita della commissione Asl integrata con un medico dell’Inps, sono obbligati ad ulteriori accertamenti in contrasto con gli obiettivi di semplificazione e di rispetto della dignità della persona; sono costretti ad attendere a lungo i verbali degli accertamenti sanitari e a fare i conti con procedure di pagamento bloccate da tempo; e, in generale, incontrano numerosi ostacoli all’esercizio del diritto di accesso alle indennità.” Secondo Cittadinanzattiva le azioni intraprese dallo Stato si svolgono al di fuori del rispetto delle norme comprimendo i diritti dei cittadini realmente invalidi: “riducono arbitrariamente i requisiti previsti dalla legge per l’assegnazione delle indennità correlate al riconoscimento delle minorazioni civili – si legge nella nota - appaiono strumentalizzate per il raggiungimento di un obiettivo non dichiarato, ovvero il massimo contenimento possibile della spesa assistenziale”.
Infine, Cittadinanzattiva denuncia la restrizione dei requisiti sanitari per la concessione dell’indennità di accompagnamento, attuata dall’Inps “nel totale disprezzo delle norme, attraverso la comunicazione interna del direttore generale Inps e le Linee guida operative del 20 settembre 2010”. “Questi atti rappresentano un palese abuso di potere, non soltanto perché riducono le garanzie per i cittadini di accedere ai benefici previsti dalla Legge, ma anche perché reintroducono criteri di assegnazione dell’accompagnamento più restrittivi che erano stati già bocciati dal Parlamento nel corso dell’approvazione del Decreto legge 31 maggio 2010, n. 78, poi convertito nella Legge 30 luglio 2010 n. 122 – denunciano - .In sostanza, viene aggirata una decisione del Parlamento sovrano, scaturita dalle vibrate proteste delle organizzazioni di tutela dei diritti degli invalidi”.
Alla luce di tutto questo l’associazione chiede che contro il fenomeno delle assegnazioni indebite delle indennità, “lo Stato avvii azioni ad hoc anche nei confronti dei propri funzionari che violano le norme e non soltanto attraverso controlli, in molti casi vessatori, nei confronti dei cittadini”. Inoltre si sollecitano i ministri competenti e l’Inps a riferire in Parlamento sulle difficoltà che oggi vanificano il procedimento di riconoscimento delle minorazioni civili da parte dei cittadini, nonché sui provvedimenti che si intendono adottare per la loro risoluzione.
Si chiede poi che il Parlamento avvii una formale indagine conoscitiva sulle attuali procedure di riconoscimento delle minorazioni civili e sulle relative criticità/difficoltà di accesso riscontrate dai cittadini, eventualmente con l’istituzione di una specifica Commissione parlamentare d’inchiesta. Infine Cittadinanzattiva propone che sia promossa una rapida e attenta azione di valutazione della gestione Inps 2010-2011 (in particolare del Presidente e del Direttore Generale), relativa alle nuove procedure di riconoscimento delle minorazioni civili, in termini di trasparenza, efficienza ed efficacia del servizio reso ai cittadini e che l’Inps annulli immediatamente la comunicazione interna del direttore generale Inps e le Linee guida operative del 20 settembre 2010, con riguardo ai criteri di riconoscimento dell’indennità di accompagnamento, ripristinando così le vigenti previsioni di legge.
“Ciò garantirebbe il rispetto della volontà del Parlamento, il quale si era già espresso sull’argomento (bocciando l’emendamento al Decreto legge 31 maggio 2010, n. 78, poi convertito nella Legge 30 luglio 2010 n. 122, che tentava di restringere i criteri per la concessione dell’indennità di accompagnamento) – spiegano – chiediamo che l’Inps istituisca presso i propri uffici un tavolo permanente e paritetico di confronto, composto dalle Organizzazioni civiche di tutela del diritto alla Salute, dalle Organizzazioni di tutela dei diritti delle persone con disabilità, dai rappresentanti dei Ministeri coinvolti, nonché dai rappresentanti dell’Inps, volto a individuare le misure necessarie per superare le criticità del sistema e a formulare proposte di miglioramento condivise.”
Fonte: Redattore Sociale | 20 Dicembre 2011
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28/12/2011
Il marketing della bontà
Il marketing della bontà
Pubblicità Progresso compie quarant'anni. Luci e ombre di un settore, quello della comunicazione sociale, che in Italia, passato il periodo d'oro degli anni '70, si è adagiato su formule poco efficaci e coinvolgenti. Ma nuovi modelli emergono
Pubblicità Progresso ha compiuto nel 2011 quarant'anni, un arco di tempo nel corso del quale questa sigla è diventata in Italia una specie di simbolo della pubblicità sociale, principalmente a causa della modesta attività sviluppata dallo Stato in tale ambito. Nata come associazione senza fini di lucro, Pubblicità Progresso da alcuni anni è stata trasformata in una fondazione, ma il suo principale obiettivo rimane comunque la realizzazione e la promozione di campagne incentrate su temi sociali per stimolare individui e organizzazioni ad agire per il bene comune. Parlare della sua storia può dunque servire per tentare un bilancio del ruolo effettivamente giocato nel nostro paese dalla pubblicità sociale dal 1971 ad oggi.
Campagne di successo
Per celebrare il proprio compleanno, Pubblicità Progresso ha dato vita a diverse iniziative, tra le quali una campagna pubblicitaria istituzionale, un convegno e una mostra. E ha pubblicato anche un voluminoso libro, curato da Roberto Bernocchi e Rossella Sobrero: Pubblicità Progresso. La comunicazione sociale in Italia (Rai-Eri, pp. 360, euro 16). Sebbene si tratti di un testo chiaramente celebrativo, esso contiene informazioni utili per ricostruire un pezzo importante della storia della pubblicità sociale in Italia, che in effetti esisteva nel nostro paese già prima della nascita di Pubblicità Progresso, ma che fino ad allora aveva un ruolo marginalissimo. Veniamo così a sapere che per la creazione di questo organismo, all'inizio degli anni '70, fu preso a modello l'Advertising Council statunitense, nato trent'anni prima, nel 1941, su iniziativa delle agenzie di pubblicità, degli editori e delle grandi imprese. Anche Pubblicità Progresso venne promossa dalle maggiori organizzazioni professionali operanti nel settore pubblicitario, con l'intento di migliorare l'immagine che gli italiani avevano del mondo delle imprese e della pubblicità. Erano infatti anni, quelli, in cui le critiche rivolte al sistema delle imprese e alla comunicazione pubblicitaria - accusata di manipolare le coscienze individuali - erano particolarmente forti.
Gli operatori del settore pubblicitario si ponevano inoltre l'obiettivo di spingere lo Stato italiano a investire nell'ambito della pubblicità sociale, naturalmente per poterne ottenere dei vantaggi economici. Obiettivo in parte raggiunto, in quanto negli anni successivi lo Stato commissionò alle agenzie pubblicitarie alcune campagne di tipo sociale, di entità comunque modesta, se confrontata con quelle abitualmente promosse negli altri paesi avanzati.
Con tutti i suoi limiti, non c'è dubbio che Pubblicità Progresso abbia saputo dare vita a un modello comunicativo che è servito negli ultimi decenni da guida per le campagne sociali di numerosi enti pubblici. Ma soprattutto con i suoi messaggi ha avuto il merito di sensibilizzare gli italiani rispetto ad alcuni problemi sociali particolarmente rilevanti, dall'Aids al razzismo, dalla promozione del volontariato alla prevenzione degli incidenti domestici. Sono però in particolare alcune sue campagne ad essere rimaste scolpite nella memoria collettiva - quelle caratterizzate dagli slogan «Donate sangue», «Il verde è tuo: difendilo», «Chi fuma avvelena anche te. Digli di smettere». Si tratta di campagne degli anni '70 e probabilmente il loro successo è dovuto almeno in parte alla possibilità di emergere facilmente in un panorama mediatico decisamente meno affollato rispetto ad oggi. Ma è soprattutto il carattere innovativo del loro linguaggio, rispetto al contesto pubblicitario italiano, ad avere catturato con forza l'attenzione del pubblico.
Di recente Emanuele Gabardi ha curato un volume (Social advertising. Campagne pubblicitarie per un mondo migliore, Franco Angeli, pp. 176, euro 21) dove viene analizzata una vasta gamma di campagne sociali uscite negli ultimi anni in Italia e si affronta sin dall'inizio il tema della perdita di efficacia dei messaggi firmati da Pubblicità Progresso. Gabardi ha portato ad esempio un annuncio stampa appartenente alla celebre campagna contro il fumo uscita negli anni '70, nel quale il tristissimo sguardo di un bambino fotografato in primo piano era accompagnato dalla scritta «Qualcuno ha deciso che un bimbo deve morire. E forse sei stato tu», e ha sostenuto che non si tratta di un messaggio particolarmente scioccante, ma che all'epoca ha rappresentato una forte provocazione per gli italiani. Secondo Gabardi, però, Pubblicità Progresso ha presto esaurito la forte spinta propulsiva che la caratterizzava all'inizio.
Stimoli emotivi
Le campagne degli ultimi anni sono state infatti scarsamente efficaci e coinvolgenti. Un fenomeno legato, oltre che alla qualità notoriamente scarsa della pubblicità italiana, alla mancanza di coraggio dei committenti. Si continuano infatti a impiegare toni misurati e soft, mentre di solito all'estero per le campagne su temi sociali si fa ricorso a linguaggi forti, spesso conturbanti, dal momento che convincere le persone della bontà di un certo comportamento è decisamente più difficile che spingerle a cambiare la marca di pasta preferita.
È necessario pertanto impiegare messaggi che siano in grado di scuotere le coscienze, come insegnano decenni di esperienze condotte a livello internazionale - fare ricorso, insomma, a quello che è stato chiamato fear arousing appeal. Coloro che rifiutano questa impostazione partono dal presupposto che una sensazione di angoscia possa comportare un atteggiamento di rigetto. Un rischio reale, e tuttavia inferiore a quello di non essere nemmeno presi in considerazione dal pubblico.
D'altra parte, ancora Gabardi ha giustamente sottolineato come il linguaggio che colpisce le persone sul piano emotivo non sia l'unico possibile nell'ambito della pubblicità sociale. In alcuni casi si può tentare, per esempio, la via del dialogo, del ragionamento e dell'informazione concreta sui problemi sociali. Questo comunque non giustifica quanto è accaduto in Italia e cioè, come nota lo studioso, «le numerose campagne banali e insignificanti che hanno caratterizzato la comunicazione degli ultimi decenni».
A questo proposito Gabardi cita una dichiarazione di Emanuele Pirella, probabilmente il miglior pubblicitario che la pubblicità italiana abbia avuto negli ultimi anni: «Ci sono pubblicità di enorme efficacia - in Inghilterra, Svezia o America - che risultano estremamente dure, forti, apparentemente sgradevoli. In questi casi nessuno si traveste da giovane, nessuno si mette a fare la paternale, ma si cerca di portare avanti un discorso più frontale e virile sui rischi che la droga, certe malattie, certe atrocità o certe situazioni fanno correre. Se mai accettassi un progetto del genere, mi comporterei dunque in controtendenza rispetto a tutto quello che si è visto finora in Italia».
Quando Pubblicità Progresso propose negli anni '70 i suoi primi messaggi, comunicare non era in ogni caso così difficile come è diventato in seguito. Numerosi sono infatti gli ostacoli per chi intende comunicare nell'attuale situazione «ipercomunicativa» della cultura sociale, che si caratterizza per una elevatissima quantità di messaggi in circolazione, spesso direttamente concorrenti. Un altro problema inoltre, come ha scritto la ricercatrice Ariela Mortara nel volume curato da Gabardi, è che «l'investimento in pubblicità sociale è raramente sufficiente a raggiungere quell'effetto soglia necessario affinché il messaggio ottenga l'effetto desiderato e questo perché, soprattutto in televisione, lo spazio riservato alle comunicazioni di questo tipo è residuale». Si pensi ad esempio che nel 2009 gli investimenti in pubblicità sociale costituivano solamente l'1,7% degli investimenti pubblicitari complessivi sui mezzi classici.
L'influenza della strada
Che fare dunque per trasmettere efficacemente messaggi che stimolino le persone ad agire per il bene comune? Innanzitutto, occorre utilizzare linguaggi in grado di colpire perché originali e piacevoli, anche per farsi perdonare quell'intrusione che i messaggi pubblicitari praticano sempre nella vita quotidiana degli individui. Questo tuttavia non basta: è necessario infatti anche comunicare attraverso un approccio di comunicazione integrata, basato cioè sull'impiego complementare e coordinato di più strumenti comunicativi. Rientrano in questo quadro gli strumenti del cosiddetto «marketing non-convenzionale» (marketing tribale, guerrilla marketing...), molto adatti alla comunicazione sociale anche perché economici. Essi tuttavia non possono rappresentare il perno centrale di una strategia comunicativa, perché sono solitamente legati a una specifica situazione o a una particolare iniziativa, e dunque non riescono a costruire con le persone una relazione duratura, indispensabile per chi vuole comunicare valori e modelli di comportamento.
Nonostante questo, le forme di comunicazione non convenzionale saranno in grado di rappresentare in futuro uno strumento significativo per la comunicazione sociale. Tali forme guardano spesso a quelle che sono le creazioni «nate nella strada», cioè frutto dell'invenzione di giovani irregolari, spesso schierati contro il sistema capitalistico, e dunque non è paradossale che i pubblicitari prendano spesso a modello quello che ha fatto in Inghilterra un graffitista originale come Bansky.
Ironici spazi urbani
Di recente Feltrinelli ha pubblicato nella collana Real Cinema il film in dvd Exit Through the Gift Shop, diretto dallo stesso Bansky, autore anche del volume Wall and Piece, da poco tradotto in italiano (L'ippocampo, pp. 240, euro 19.90), ma pubblicato in Inghilterra nel 2005. Si tratta di un volume illustrato che raccoglie i principali interventi effettuati negli scorsi anni da Bansky e che mostra come lo stile dell'artista si caratterizzi per la sua originalità e la sua capacità di sfruttare tutti gli spazi urbani per comunicare in maniera ironica e sorprendente, inducendo il passante a riflettere. Non sono cioè graffiti di tipo tradizionale, ma si configurano come veri e propri messaggi pubblicitari di tipo sociale. Ci sono, ad esempio, dei tipici bobby inglesi che si baciano sulla bocca o dei poliziotti in tenuta antisommossa che al posto del volto hanno una disorientante faccia da cartone animato con un largo sorriso. D'altronde, Bansky è convinto di riuscire a rendere con il suo lavoro il mondo un luogo dall'aspetto migliore. Quello che dovrebbero fare anche i messaggi di Pubblicità Progresso e più in generale i messaggi della pubblicità sociale. Fonte: VANNI CODELUPPI - il Manifesto | 2
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