14/12/2011

Sulle Alpi è sparita la neve

Sulle Alpi è sparita la neve

 

Ormai si spara quella artificiale perfino sui ghiacciai. E sciare sotto i duemila metri è diventato impossibile. Così quest'anno in montagna cercano di inventarsi altre attrattive: wellness, passeggiate e cene tipiche

 

Sciare sotto i 2 mila metri? Roba da secolo scorso. I dati parlano chiaro, le fonti sono autorevoli e indipendenti. Gli effetti del cambiamento climatico sulle Alpi si fanno e si faranno sentire in molti comprensori, e per intere vallate che sulla stagione bianca hanno sinora basato buona parte della propria economia. Ma la stagione si accorcia: gli impianti dovevano aprire quasi ovunque il 19 novembre, poi la data è stata spostata al 26, quando, comunque, a fronte di impianti aperti e operatori in servizio, sulle piste c'era erba. La risposta? C'è chi smantella gli impianti e cerca di riconvertirsi a forme di turismo alternativo e chi, invece, piazza i cannoni sparaneve persino sui ghiacciai, chi chiude le piste verso il fondovalle, chi cerca di salvarsi con robuste iniezioni di fondi pubblici, chi fallisce e basta.

Le Alpi, cento milioni di turisti all'anno con un indotto di 50 miliardi di euro, sono climaticamente catalogate come "hot spots", aree geografiche dove la temperatura aumenta più rapidamente che altrove (nel XX secolo l'incremento medio è stato di 1,1 gradi conto lo 0,95 globale).

Dunque, alla vigilia della nuova stagione, le cifre dell'Ocse ci dicono che 609 delle 666 stazioni sciistiche alpine beneficiano di un innevamento naturale sufficiente per almeno cento giorni all'anno, il minimo per un business sostenibile. Quindi, già oggi, 57 di queste stazioni non hanno i requisiti minimi di sopravvivenza. E non è finita qui: uno studio del Centro euromediterraneo per i cambiamenti climatici (Cmcc) fa i conti in tasca alle regioni alpine italiane, e pronostica dal 2030 in poi una perdita di 700 milioni di euro all'anno.

"Ovvio, la stagione si è accorciata di un mese", commenta Giorgio Daidola, docente di Economia e gestione delle imprese turistiche all'Università di Trento: "Ma in molti non sembrano essersene accorti. Le strutture di bassa quota dovrebbero pensare a una riconversione intelligente della propria offerta, invece che scimmiottare i colossi del settore. Penso a impianti poco impattanti e poco costosi, che possano essere aperti anche solo per due mesi senza generare deficit non ripianabili. Quanto alle alternative, basterebbe ricordarsi che in Italia l'escursionismo è tra le attività più praticate. Eppure, chissà perché, lo si collega sempre alla stagione estiva, quasi mai a quella invernale".
Invece, gli operatori non si rassegnano e finiscono col rischiare pesanti indebitamenti soprattutto per l'acquisto dei cannoni. E non solo, perché ogni metro cubo di neve programmata costa 4 euro e 3 kilowatt di energia elettrica, più tanta acqua: 3 mila metri cubi per ogni ettaro di piste. Considerando che i terreni innevabili sulle Alpi ricoprono una superficie di 23.800 ettari, ogni anno - ha calcolato il Centro Internazionale per la Protezione delle Alpi , Cipra - se ne vanno 95 milioni di metri cubi d'acqua, pari al consumo domestico annuo di una città di un milione e mezzo di abitanti.

Di fatto, quindi, se acquistate uno skipass giornaliero, sappiate che il 40 per cento del suo costo servirà a coprire le spese per fabbricare "polvere" finta. Pagherete quasi la metà del prezzo per permettervi il lusso di sciare in qualsiasi condizione, anche se la neve - quella vera - è totalmente assente. Una lotta contro il destino, giacché "la tendenza è questa", conferma Luca Mercalli, presidente della Società meteorologica italiana: "Ci possono essere inverni molto innevati, come quello di tre anni fa, ma sono eccezioni. Ciò dovrebbe essere più che sufficiente a scoraggiare l'investimento su comprensori minori a bassa quota".
Eppure, il Trentino copre con i cannoni il 91,2 per cento delle sue piste, la Valle d'Aosta l'80, il Piemonte il 66,7. E anche l'Alto Adige, che pure per primo ha capito l'importanza di un "pacchetto inverno" complementare allo sci da discesa, garantisce la neve programmata in tutti i suoi 54 comprensori.

Sforzi enormi, forse anche paradossali visto che gli sciatori veri e propri rappresentano meno di un quarto del popolo dell'inverno. Secondo il Ciset, Centro internazionale di studi sull'economia turistica, è tutto il modello che va ripensato. Le donne, ad esempio, cercano una molteplicità di stimoli: dal relax all'enogastronomia, dalle attrattive storico-artistiche ai paesaggi da cartolina. "Si può diversificare l'offerta, e noi lo facciamo", replica Franz Perathoner, direttore del colosso Dolomiti Superski: "Ma la neve resta l'attrattiva principale. Quando manca, puoi inventarti quello che vuoi, ma i turisti restano a casa, sarebbe stupido negarlo".

 

Eppure, c'è chi ha scelto di non lottare contro il meteo. Capofila delle stazioni "riconvertite" è la Gschwender Horn presso Immenstadt, nella Germania meridionale. Situata tra gli 850 e i 1.450 metri su un'estensione di 120 ettari, già agli inizi degli anni Novanta era data per spacciata. Lì si è deciso di smantellare gli impianti e rinaturalizzare la zona: ci sono voluti diversi anni, ma ne è valsa la pena: il comprensorio sciistico agonizzante si è trasformato come d'incanto in un'area ricreativa che ora punta su una fitta rete di sentieri, anelli per lo sci di fondo e itinerari per le ciaspole. Anche Macugnaga, ai piedi del Monte Rosa, potrebbe seguire una strada simile: registrata negli ultimi 15 anni una perdita costante del 50 per cento degli incassi, la società ha commissionato uno studio di riposizionamento che suggerisce un drastico cambio di rotta: piste da slittino, percorsi per gli amanti delle racchette da neve, centri wellness, un albergo di ghiaccio, più un collegamento minimetro - il Walser Express - con la vicina Zermatt, in Svizzera.

E proprio in Svizzera, due anni fa, il governo del Canton Ticino ha preso atto "dell'impossibilità di continuare a sostenere nel tempo società in difficoltà", e ha sospeso i finanziamenti pubblici alle due piccole aree sciistiche di Bosco Gurin e Carì, spingendole così verso il fallimento. Scegliendo, invece, di puntare tutto sulla stazione di Airolo, concentrandovi le risorse cantonali e cancellando i contributi pubblici a tutte le altre. Condanna a morte? Non esattamente: è stato creato un fondo per incentivare la ristrutturazione dell'attività o, dovesse fallire la riconversione, lo smantellamento degli impianti.

Il Cai parla dello sci su pista come di una "monocultura" da cui è bene slegarsi e propone una strategia multifunzionale che coniughi i segmenti del turismo escursionistico, naturalistico, congressuale, più il wellness, passato da "lusso accessorio" a elemento imprescindibile dell'offerta.

Da parte sua, Il Wwf ha chiesto - sinora inascoltato - una moratoria di cinque anni sui progetti di nuovi impianti di risalita e la riconversione di tutti quelli con sviluppo prevalente sotto i 1.500 metri. Le alternative? Piscine, ecomusei, piste di pattinaggio, reti di sentieri. Ringrazierebbero anche i cultori della biodiversità, che sulle Alpi conta 30 mila specie animali e 13 mila vegetali.

 

di Paolo Cagnan l’espresso

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