30/11/2011
Ma esiste ancora la Patria?
Ma esiste ancora la Patria?
Singolare coincidenza: proprio durante l’anno in cui si è celebrato il 150° dell’Unità, l’Italia pare trovarsi sotto stretta tutela straniera. La nazione quasi torna a essere mera espressione geografica attraversata dai flussi e riflussi del mercato finanziario.
Cose che dovrebbero ridestare un nuovo orgoglio nazionale. Ma esiste ancora la Patria?
Ciò che possiamo chiamare con quel nome corrisponde sempre meno all’immagine che ne avevano i nostri progenitori degli scorsi due secoli. Ma al di là dell’attualità politica, non solo gli italiani sperimentano un senso di perdita di «un luogo dove posso sentirmi a casa, dove posso essere me stesso, dove sono accettato e amato, dove sono in contatto con le mie radici». Così definisce la patria il monaco benedettino Anselm Grün, uno degli autori cristiani più letti al mondo. In Dove mi sento a casa (Lindau) si mette in cerca della patria perduta e scova le sue nuove manifestazioni, spesso non così nuove. Secondo Grün l’uomo è sempre stato in fondo un esule in cerca di Patria, in quanto monaco è convinto che ciò che viene promesso dalla patria «sarà mantenuto del tutto solamente da Dio» e ricorda che le religioni e le Chiese sono patrie. In particolar modo il cattolicesimo è universale, valica i confini fra gli Stati e le popolazioni. Però nell’Occidente secolarizzato non mancano esuli volontari dalle patrie fondate sul culto, se «cresce il desiderio struggente di essere a casa in un gruppo ben definito», la si cerca altrove. C’è chi trova la patria nella lingua madre, chi nel dialetto locale.
Queste però sono versioni della Patria debitrici del passato, legate più o meno alle tradizioni. Lo sradicamento e il nomadismo della società postmoderna ci offrono invece patrie proiettate al futuro, indipendenti da un luogo fisico. Ad esempio le comunità virtuali dei social network, «patrie temporanee» per dirla con Grün, nelle quali si condivide tutto: dalla vita famigliare ai sentimenti religiosi, ai video di YouTube. In tanti si sentono più a casa loro su Facebook che a casa propria. Può succedere così che un ventenne italiano si senta più compatriota di un coetaneo giapponese, con cui ha in comune i gusti musicali, che di suo padre. Certo, è una patria effimera, svanisce se salta la connessione. Il saggista benedettino ci viene incontro anche in questo caso ricordandoci che «della patria ci rendiamo conto solo quando l’abbiamo perduta». Fonte il giornale
21:25 Scritto in Indice puntato | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
Facebook
Il «Timor sacro» di Pirandello jr, versione romanziere
Il «Timor sacro» di Pirandello jr, versione romanziere
Esce il romanzo del figlio del premio Nobel per la letteratura che per tutta la sua vita lavorò e sudò su queste pagine per raccontare il fenomeno di un'opera di narrativa raccontata nel corso del suo divenire
Sarah Zappulla Muscarà che di Pirandello è una delle maggiori esegete viventi ha definito «Timor sacro» (Bompiani, pp. 336, euro 14) di Stefano Pirandello «il romanzo di tutta una vita». E racchiude in poche brevi parole la verità più eloquente che si può esprimere sul conto di un libro che è una magmatica realtà di parole che descrivono il divenire di un'opera. In «Timor sacro» entrano infatti episodi di vita vissuta, personaggi con i quali l'autore fu o entrò in contatto, il rapporto col padre Luigi premio Nobel, i legami con la propria famiglia. Nondimeno e' al tempo stesso un romanzo che descrive se stesso. Nel senso che illustra il travaglio di una creazione, quella appunto di un romanzo nel suo farsi. Nel suo diventare vita. Nel suo essere storia.
E la storia infatti non è raccontabile, ne' è possibile descriverla se non per succinti capi. Perche' si tratta di un'esistenza che si specchia in una sua controfigura. Simone Gei, alter ego dell'autore, è uno scrittore impegnato nella stesura di un volume di esaltazione del fascismo, che si contrappone a Selikdar Vrioni, sfuggito alle arcaiche leggi di vendetta privata contro la sua stirpe. In questo continuo gioco di rimandi e di alternanze procede la narrazione di due «vite a specchio» che si fermano, riprendono, decollano, dibattono con loro stesse e i mille personaggi che le attraversano.
«Timor sacro» è infatti ricchissimo di vagabondaggi affabulatori riguardanti episodi realmente accaduti che si fondono come un tutt'uno, talvolta, oltre che con balzi di fantasia ed esperienze psicologiche personali. Compare così il tema della pena di morte insieme alla figura del boia e alle leggi razziali che si accavallano con il forte legame Stefano-Luigi. Figlio-padre. Entrambi scrittori. Il primo soggiogato dall'imponente statura del secondo, premio Nobel per la letteratura. E da questa forma di soggezione Stefano si affranca scrivendo il proprio romanzo, questo «Timor sacro» che costituisce la sua parola da regalare ai posteri. Il libro infatti attraversa tutta la vita di Stefano e ora vede le stampe in pubblicazione postuma (morì il 5 febbraio 1972) perch´ l'autore non smise mai di lavorarci. Di ricorreggerlo. Di aggiungere episodi e modificarne altri. Oltre agli scritti per il teatro, di Stefano Pirandello ci è rimasto «Il muro di casa» con cui vinse il premio Viareggio nel 1935, ancora vivo papà, all'alba dei suoi quarant'anni.
Lettura d'impegno che costringe il lettore a uno sforzo continuo di concentrazione per non perdersi nei mille rivoli in cui il libro appare segmentato, nel tentativo di descrivere le ansie e le domande cui si sottopone uno scrittore al momento di creare, queste pagine danno vita e voce a personaggi che hanno fatto grande la letteratura italiana di questo secolo. Da Alvaro a Bontempelli. Da Malaparte a D'Annunzio. E personaggi storici come Galeazzo Ciano e Giuseppe Bottai. O uomini di cultura come Alberto Savinio e Silvio D'Amico. In un eterogeneo svolgersi di accadimenti.
di Stefano Giani – il giornale
21:09 Scritto in libri e fumetti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
Facebook
Lotta di classe in Cina
Lotta di classe in Cina
Nel sud-est ondate di proteste e scioperi. A Wukan migliaia di persone in piazza contro la corruzione «Abbasso la dittatura»
Pochi giorni fa a Dongguan operai in rivolta, con scontri e feriti. Uno squarcio nel monolite cinese
Il tabù è rotto. A Wukan, nel sudest della Cina, migliaia di persone hanno protestato in piazza contro le requisizioni di terre forzate e la corruzione, indicando nel sistema politico della Repubblica popolare la radice ultima del fenomeno. Le immagini comparse su Weibo, piattaforma Internet per i microblog cinesi (surrogato locale di Twitter) mostrano cartelli con la scritta: «Abbasso la dittatura». Era già accaduto nel recente passato che i dimostranti se la prendessero con i dirigenti comunisti cittadini o distrettuali. Evitando però di chiamare in causa il governo centrale. Il che anzi aveva spesso consentito a Pechino di sostenere, almeno a parole, le ragioni dei promotori di singole contestazioni, visto che la lotta alla corruzione è un obiettivo spesso enunciato dai massimi leader, presidente Hu Jintao incluso.
Il messaggio che arriva da Wukan è inequivocabile: quello che avviene in questo angolo del Paese non è ascrivibile a semplici malfattori periferici, ma la manifestazione del marciume generale. A Wukan è arrivato il contagio della febbre speculativa che da alcuni anni infuria da Pechino a Shanghai a Canton. Case e terreni di singoli cittadini vengono espropriati per fare posto a progetti immobiliari promossi dalle autorità della cittadina: condomini, alberghi, centri commerciali. Nel nome dell’interesse collettivo. Solo che il più delle volte i beni requisiti vengono rivenduti a imprenditori amici dei dirigenti dell’amministrazione pubblica. Un gioco in famiglia all’interno della nomenklatura del posto.
Wukan si trova nel Guangdong, una delle province meridionali che guidano la straordinaria crescita economica nazionale di questi anni. Insieme all’effervescenza produttiva e consumistica il capitalismo comunista ha innescato tensioni sociali esplosive. Solo pochi giorni fa a Dongguan, nella stessa provincia, migliaia di operai sono scesi in sciopero contro licenziamenti e riduzioni di salario. Scontri con la polizia, dieci feriti.
I protagonisti dell’agitazione sono dipendenti della Yu Cheng, un’azienda che riunisce in sé due elementi caratteristici del nuovo corso cinese: i migliorati rapporti con quella che ufficialmente viene ancora talvolta definita «provincia ribelle», cioè Taiwan, e i sempre più stretti legami con l’Occidente. La Yu Cheng ha infatti padroni taiwanesi, e per acquirenti alcuni colossi euro-americani dell’industria calzaturiera: da Nike a Adidas a Balance. A Dongguan la Yu Cheng ha trovato l’Eldorado: inesauribili riserve di manodopera, salari bassi, e inesistenti norme per la tutela dei lavoratori. Ma c’è sempre un Paradiso più dorato di quello in cui si gode. E i proprietari taiwanesi ne hanno scovato uno in una provincia limitrofa, lo Jiangxi, con paghe ancora più striminzite. Da qui la decisione di ridimensionare le attività a Dongguan e trasferirsi altrove.
Dongguan, paradigma delle contraddizioni in cui si dibatte il boom economico cinese. Basta visitare la perla cittadina, il South China Mall. Un complesso commerciale in cui spicca la ricostruzione di un’artificiale Venezia, con tanto di Canal Grande e Basilica di S. Marco in miniatura. Il giro in simil-gondola attrae folle di bambini in gita scolastica. Ma è l’unica spesa che la maggior parte dei visitatori si può permettere, a giudicare dallo squallore desertico che domina nel resto della struttura. Negozi vuoti, alcuni senza merci, altri senza clienti. Ascensori fermi al piano. Pavimenti coperti da immondizia che nessuno raccoglie.
Il miracolo economico della Cina segna il passo. Si profila lo spettro dello stesso fenomeno che ha devastato le economie di alcuni paesi occidentali. La bolla edilizia è prossima a scoppiare. Dall’inizio del 2011 mille agenzie immobiliari hanno chiuso i battenti a Pechino (177 nel solo mese di ottobre). Per fronteggiare la minaccia il governo ha alzato i tassi ipotecari, ma la mossa rischia di rivelarsi tardiva. Fonte: Gabriel Bertinetto -l'Unità |
19:00 Scritto in Internazionale | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
Facebook
BALCANI Meglio russi che indifesi
BALCANI Meglio russi che indifesi
La protesta dei serbo-kosovari contro Belgrado, che non garantisce protezione
Dalle barricate alle firme raccolte per ottenere la cittadinanza da Mosca La protesta è cominciata in sordina, quando nei giorni scorsi a Nis, nel sud della Serbia, si è svolta una riunione delle comunità serbe che vivono in Kosovo che hanno dichiarato la loro disapprovazione verso il governo di Belgrado per non aver difeso gli interessi dei serbo-kosovari. Zlatibor Djordjevic, presidente dell'Associazione Stara Srbija (Vecchia Serbia) di Gracanica (enclave serba del Kosovo centrale), ha annunciato che già più di 21 mila firme sono state raccolte per ottenere la cittadinanza russa e «la protezione e la libertà che la Serbia non può più garantire». Il numero di adesioni è destinato a «raddoppiare»: la lista delle firme è aperta non solo ai serbi del Kosovo ma anche ai rifugiati - i più numerosi, circa duecentomila - che sono fuggiti dal Kosovo dopo l'occupazione della Nato e l'amministrazione Unmik alla fine della guerra "umanitaria" del 1999.
Qual è il punto. Il Kosovo in modo unilaterale ha proclamato nel febbraio 2008 la propria indipendenza dalla Serbia. Non solo Belgrado non la riconosce, ma divide la comunità internazionale visto che solo 80 paesi la accettano a fronte dei quasi 200 dell'Assemblea generale dell'Onu. Nel Consiglio di sicurezza Russia e Cina sono contrarie alla secessione, caldeggiata invece dagli Stati uniti, prima con la presidenza Bush e ora difesa (con la mega base Usa di Camp Bondsteel in Kosovo) anche da Obama.
Spaccata è anche la Ue, con Spagna, Romania, Slovacchia e Cipro che confermano il loro no. Vale la pena ribadire che l'autoproclamazione d'indipendenza è contro il Trattato di pace di Kumanovo che nel giugno del 1999 metteva fine alla guerra garantendo da una parte l'ingresso in Kosovo della Nato ma riconoscendo dall'altra la sovranità sulla regione di Belgrado. La missione Kfor-Nato e l'amministrazione Onu-Unmik sono state legittimate sul campo solo da quel Trattato che, fatto proprio con la Risoluzione 1244 dal Consiglio di sicurezza Onu, è "diritto internazionale". Mentre un parere non vincolante della Corte dell'Aja, pur sollecitata dalla Serbia, ha ambiguamente dichiarato l'anno scorso che quell'indipendenza «non lede il diritto internazionale».
La comunità internazionale avrebbe dunque tutti i motivi per muoversi con accortezza. Invece l'Ue, divisa, ha deciso la missione Eulex, di agenti e magistrati, ufficialmente per implementare la legalità in Kosovo, forse lo stato più corrotto del pianeta, ma di fatto per costruire un nuovo stato a stragrande maggioranza etnica albanese, grande quanto il Molise e accanto all'Albania. E dove i circa centomila serbi rimasti vivono nel terrore, dove si ripetono uccisioni e sparizioni, con le comunità serbe disperse in enclave protette ancora dai carri armati Nato e dove dal 1999 a oggi sono stati distrutti da attacchi dei kosovaro-albanesi ben 150 monasteri e chiese ortodosse. Nel nord, nell'area della città di Kosovska Mitrovica a ridosso della Serbia, vivono quasi 60mila serbi.
Da settembre sono in rivolta contro il tentativo di inventare una frontiera statale con la Serbia nelle località di Jarinje e Brnjak, e per questo hanno eretto decine di barricate e blocchi stradali contro la presenza di poliziotti e doganieri kosovari albanesi appoggiati da militari Nato e da poliziotti Eulex. In un clima di tensione crescente, con scontri e molte vittime da una parte e dall'altra. Sono appoggiati dal nuovo patriarca serbo-ortodosso Irinej e, sempre più tiepidamente, dal governo serbo e dal presidente Boris Tadic. Sottoposti ai ricatti dell'Ue che nel prossimo Consiglio del 5 dicembre deve decidere il via libera allo status di paese candidato per la Serbia, nemmeno l'adesione. E per questo insiste perché Belgrado «dialoghi» con Pristina, vale a dire alla fine riconosca l'indipendenza del Kosovo. Dunque per la prima volta Bruxelles pretende che per aderire (forse nel 2018) all'Unione europea un paese candidato, la Serbia, accetti consenziente di perdere il 15% del proprio territorio storico e fondativo, come sta scritto nella nuova Costituzione serba voluta anche dal filo-occidentale Boris Tadic.
Finora le barricate sono state l'extrema ratio per i serbi del Kosovo, «Meglio le barricate che la lotta armata» è uno dei loro slogan. Ora arriva questa protesta internazionale: la richiesta di cittadinanza russa. Che richiama l'attesa e la festa per l'arrivo «salvifico» di truppe russe a Pristina nel giugno del 1999, poche ore prima dell'ingresso delle forze Nato, truppe di Mosca che si dislocarono per breve tempo poi alla periferia senza riuscire in alcun intento di protezione dei serbi o di controllo del territorio. Ma ce n'è abbastanza perché, nel nuovo clima internazionale e in vista della rinnovata presidenza russa di Putin, panslavista e tardozarista, la questione cominci a preoccupare. Anche perché dalla Russia arrivano segnali incoraggianti verso i serbi del Kosovo. Il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov ha infatti detto: «Dal punto di vista politico, comprendiamo pienamente le ragioni che spingono i serbi del Kosovo a presentare tali richieste... e le studieremo attentamente». Mentre Dimitri Rogozin, rappresentante di Mosca presso la Nato si è spinto a definire la richiesta di cittadinanza russa dei serbo-kosovari «un'autentica benedizione», la Russia deve essere «pronta ad accoglierli» perché «potrebbero compensare in parte il nostro calo demografico». Giovedì un primo carico di 35 tonnellate di aiuti russi per i serbi del Kosovo è giunto all'aeroporto di Nis, alla presenza del ministro serbo per le questioni del Kosovo, Goran Bogdanovic e dell'ambasciatore russo Aleksandr Konuzin.
Ora Belgrado, preoccupata, corre ai ripari. Lo stesso Goran Bogdanovic ha parlato di una «azione non patriottica». Critico anche il capo negoziatore serbo con Pristina, Borislav Stefanovic che, incontrando le municipalità serbe del nord-Kosovo, ha definito la richiesta di cittadinanza russa «avventurismo romantico» perché «i serbi del Kosovo hanno solo uno stato che li può aiutare, ed è la Serbia». Solo il ministro degli esteri Vuk Jeremic riconosce che «è un grido d'aiuto verso la comunità internazionale per la repressione operata dalla comunità albanese, aiuto mai arrivato, ed è naturale che ci sia questo coinvolgimento dell'amica e partner Federazione russa. Tutti con un'occhio alle elezioni serbe della primavera 2012. Il Partito democratico di Boris Tadic è in difficoltà, soffiano sul fuoco le forze ultranazionaliste. La verità è che l'Unione europea nel vortice della crisi economica ha perso credibilità e appeal anche a Est e nei Balcani. Fonte: Tommaso Di Francesco - il manifesto |
16:00 Scritto in Internazionale | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
Facebook
SAREMO CAPACI DI ESSERE POVERI ?
SAREMO CAPACI DI ESSERE POVERI ?
Anni fa, quando lavoravo nella redazione di un giornale di annunci immobiliari, conobbi un uomo che all’apparenza conduceva una vita normale. Faceva il venditore di spazi pubblicitari, veniva ogni mattina in ufficio perfettamente rasato, con l’abito, la camicia e la cravatta, l’orologio da polso e la borsa di pelle piena di contratti in bianco. Faceva i suoi giri presso i clienti, rientrava in ufficio a pomeriggio inoltrato e si fermava fino a sera per lavorare al computer.
Tempo dopo seppi che quest’uomo aveva un segreto. A causa di un divorzio oneroso era finito con le spalle al muro e non poteva più permettersi di pagare l’affitto di una casa. Aveva venduto la macchina e si era tenuto un box nel quale tornava la notte per dormire. Per l’igiene personale usava i gabinetti di una stazione. I sabati, le domeniche e i giorni di festa li passava a spasso per la città.
Di recente mi è tornata in mente la storia di quest’uomo (del quale, finito il mio lavoro nella redazione di quel giornale, non ho più avuto notizie) perché mi sono imbattuto in un libro di grande interesse dal titolo Diario di un senza fissa dimora (Raffaello Cortina Editore). L’autore è il grande etnologo e antropologo francese Marc Augé. Si tratta di un romanzo, o meglio, di un’«etnofiction», come la definisce lo stesso Augé, che racconta la storia di un vagabondo “di lusso” dei giorni nostri, un uomo che, arrivato all’età della pensione, non riesce più a far fronte alle spese e decide di fare a meno di una casa, del televisore, del cellulare e di tutto il resto, per rifugiarsi nella sua Mercedes e vivere in tutto e per tutto come un Senza Fissa Dimora.
Fin dall’introduzione del libro, Augé ci mette al corrente di un fenomeno sociale di cui, credo, molti non saranno a conoscenza: “In questi ultimi anni, molti di coloro che operano nell’assistenza pubblica e nelle organizzazioni caritative segnalano la comparsa di una nuova categoria di poveri: hanno un lavoro, ma non un reddito sufficiente per pagare l’affitto. Alloggiano dove possono: in un centro d’accoglienza, presso amici o addirittura nella propria automobile”. Si tratta, da quanto si intuisce, di un fenomeno in progressivo aumento, tanto più in tempi come questi caratterizzati da una feroce e prolungata crisi economica che forse non ha mostrato ancora il suo aspetto peggiore.
Ciò che maggiormente colpisce della vicenda messa in scena da Augé è la progressiva perdita del senso di identità e delle relazioni col mondo che gradualmente soffoca il protagonista della storia. “Non essendo io più nessuno,” – si legge a un certo punto – “credo di percepire più intensamente di quanti hanno una vita più stabile e solida della mia l’assoluta gratuità della mia presenza in città; stavo per dire sulla terra, ma avrebbe un suono troppo metafisico…”.
Credo che in giro, in questo momento, ci siano ben poche letture puntuali come questa nel tratteggiare i segni e i pericoli di un’epoca economica come la nostra. Un momento storico in cui non siamo più abituati a destreggiarci nelle situazioni di improvvisa indigenza, e in cui la povertà è qualcosa di diverso da quello che era una volta, ossia una realtà scomoda ma nella quale, in qualche modo, gli uomini riuscivano a barcamenarsi. La domanda che mi faccio da molto tempo, e che mi ripropongo dopo aver letto questo libro, è allora la seguente: assuefatti come siamo all’illusione della ricchezza, in un futuro prossimo saremo ancora capaci di essere poveri?
Andrea Pomella Fonte: www.ilfattoquotidiano.it/
13:40 Scritto in Indice puntato | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
Facebook
Quei 34 minuti in più per arrivare al Sud
Quei 34 minuti in più per arrivare al Sud
Il ritardo accumulato dal 1975 sul Roma-Palermo. Dal Pil al lavoro, cresce il divario dal Nord
ROMA — C'è un numero che da solo dice quanto il Sud sia andato indietro. Il numero è 34: i minuti che oggi impiega in più il treno per coprire la distanza fra Roma e Palermo rispetto al 1975. Trentasei anni fa bastavano (si fa per dire) 10 ore e 26 minuti. Adesso di ore ce ne vogliono almeno 11. Quasi quattro volte più del tempo che ci vuole per andare da Roma a Milano.
Quel numeretto è la sintesi di decenni di illusioni, sprechi, politiche clientelari, incapacità e collusioni di una classe politica decisamente più interessata al proprio profitto che alla soluzione dell'atavico problema di un Paese a due velocità. Un andazzo non certamente migliorato nel nuovo millennio dominato dai governi a trazione leghista, come stanno a dimostrare i dati sconvolgenti contenuti nell'ultimo rapporto sul Mezzogiorno dell'ufficio studi di Confartigianato.
Nel 1998 il Prodotto interno lordo procapite dell'Italia meridionale era superiore dell'88,7% alla media delle 20 regioni europee più povere? Ebbene, oggi quella differenza si è ridotta al 13,8%. Perché mentre il nostro Sud cresceva in dieci anni al ritmo del 29%, nei territori più derelitti del continente il Pil procapite aumentava del 114%. Sempre nel 2008, anno che ha segnato almeno in Europa l'inizio della grande crisi, la ricchezza individualmente prodotta nel Mezzogiorno risultava inferiore a quella di sette regioni spagnole, quattro greche, tre portoghesi, una rumena e una polacca. Al di sotto anche del Pil procapite della Repubblica Slovacca e di Malta.
Durante la recessione, fra il 2008 e il 2011, il Sud ha perduto 329 mila posti di lavoro, più del doppio rispetto ai 158 mila del Centro Nord. Non può dunque meravigliare che la Campania sia fra le 271 Regioni europee quella con il minore tasso di occupazione: lavora appena il 39,9% delle persone di età compresa fra 15 e 64 anni. E subito dopo ci sono Calabria e Sicilia, che precedono nell'ordine, in questa poco edificante graduatoria, l'isola francese di Réunion nell'Oceano indiano, la Puglia e la Guyana.
Per un soffio, poi, la Martinica batte in una seconda deprimente classifica la nostra Calabria. Dove il tasso di occupazione giovanile non supera il 10,7%, contro il 10,6% della piccola colonia francese. In Calabria, insomma, lavora un giovane su nove. E non va particolarmente meglio in Basilicata e Campania, se consideriamo che in queste due Regioni soltanto un giovane su otto è occupato. La Campania è la Regione meridionale dove la situazione è forse più preoccupante. Qui il tasso di attività femminile, che in Italia è fra i più modesti dell'Unione europea, è del 31,1%. Decisamente al di sotto di Sicilia (34,7%), Calabria (35,1%), Puglia (35,3%) e Basilicata (41,8%). Da notare che queste cinque Regioni del Sud Italia sono in Europa quelle con meno donne occupate. La Campania detiene poi un altro poco invidiabile primato: il numero dei maschi inattivi. Persone di età compresa fra 25 e 54 anni non più in età scolare ma non ancora in età per la pensione, che non lavorano. In Italia sono 872 mila: più di un terzo dei quali, 294 mila, nella sola Campania. In tutto il Nord non superano i 326 mila.
Va detto tuttavia che queste cifre non tengono conto di un sommerso doppio rispetto al Centro Nord. La quota di lavoro irregolare al Sud è al 18,9 contro il 9,7% della media nazionale. Secondo le stime il numero di lavoratori in nero (o in grigio) supererebbe perfino quello dei dipendenti pubblici: un milione 241 mila contro un milione 163 mila. Il settore pubblico nel Mezzogiorno assorbe il 23,9% degli occupati, contro il 16,1% del resto d'Italia.
A una inattività soltanto ufficialmente vertiginosa è associato un livello di assistenzialismo crescente, che certo non si può definire fisiologico. Le pensioni di invalidità, che nel 2003 erano 796.103, hanno raggiunto alla fine del 2010 un milione 199.593: ce ne sono 5,8 per ogni cento abitanti. Il loro numero, sottolinea il rapporto della Confartigianato, è addirittura superiore a quello «degli imprenditori e lavoratori in proprio, pari a un milione 192.000».
Una presenza pubblica tanto pesante e invasiva non produce però servizi migliori e più efficienti. Ne sanno qualcosa le imprese, che devono sopportare costi burocratici enormi (il tempo medio per avviare un'attività qui è più lungo di un terzo) e ritardi astronomici nei pagamenti: le aziende sanitarie meridionali onorano i propri impegni mediamente in 425 giorni, a fronte di 193 giorni nel Centro Nord. In Calabria si arriva a 809 giorni. Nel Mezzogiorno l'indice della «qualità della vita dell'impresa» elaborato dalla Confartigianato sulla base di 42 parametri che vanno dal mercato del lavoro ai servizi pubblici locali mostra condizioni decisamente peggiori. La maglia nera spetta alla provincia di Crotone, ma nelle ultime dieci posizioni di questa particolare lista troviamo altre dieci province del Sud: Catanzaro, Taranto, Benevento, Catania, Carbonia Iglesias, Cosenza, Napoli, Vibo Valentia e Caserta.
Ma ne sanno qualcosa, dello stato dei servizi pubblici, anche i cittadini. Come dimostra un lunghissimo elenco di indicatori contenuto nello studio della Confartigianato. Al Sud i pensionati costretti a lunghe code alla posta per ritirare ogni mese i loro soldi sono il 68,2%, contro il 39,1% nel Centro Nord. I cittadini in coda alle Asl sono invece il 58%, a fronte del 42,3%. Le interruzioni di elettricità senza preavviso sono più del doppio che nel resto d'Italia. Le irregolarità nella distribuzione dell'acqua, il triplo. La raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani è al 19,1%, meno della metà del Centro Nord, dove tocca il 40,4%, e con tariffe più alte del 20%. Gli studenti quindicenni «con elevate competenze in lettura» sono il 17,5%, rispetto al 31,9% rilevato nelle altre Regioni. Il tasso di abbandono degli studi universitari raggiunge il 22,3%, 6,1 punti in più. Il cosiddetto «indice di attrattività» dell'università, del resto, è fortemente negativo: -21,1%.
I bambini che hanno accesso ai servizi per l'infanzia sono il 4,8%, contro il 16,8% nel Centro Nord. Una causa di lavoro dura in media 1.031 giorni per il solo primo grado di giudizio, a fronte di 521 giorni nella parte rimanente del Paese. I contenziosi civili sono 1.279 ogni 100 mila abitanti, il triplo rispetto al Centro Nord: il record ce l'ha il giudice di pace della Campania, che deve far fronte a 80,9 ricorsi per ogni 1000 abitanti, tre volte in più del dato nazionale. Per non parlare dello stato delle infrastrutture. La dotazione del Mezzogiorno è l'80% di quella media italiana, già decisamente carente.
Logica ma triste conseguenza di questa situazione è che la gente se ne vada via. Se dal 2000 al 2010 la popolazione del Mezzogiorno è aumentata di 285 mila unità, le proiezioni demografiche dicono che entro il 2030 il Sud perderà 956 mila residenti, con una flessione del 4,6% che riporterà il numero degli abitanti al di sotto della fatidica soglia dei 20 milioni. Fonte: Sergio Rizzo - Corriere della Sera | 21 Novembre 2011
11:00 Scritto in Altra italia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
Facebook
ISTAT Vendite al dettaglio in calo a settembre -0,4% su agosto e -1,6% sull'anno
ISTAT Vendite al dettaglio in calo a settembre -0,4% su agosto e -1,6% sull'anno
E' la quinta flessione consecutiva. In termini congiunturali c'è stata una contrazione anche per gli alimentari (-0,2%)
ROMA - Vendite al dettaglio in calo per il quinto mese consecutivo: l'Istat ha reso noto che a settembre sono diminuite dello 0,4% (dato destagionalizzato) rispetto ad agosto e dell'1,6% (dato grezzo) su base annua. L'Istituto di statistica rileva tra l'altro che in termini congiunturali c'è stata anche una contrazione per gli alimentari (-0,2%), mentre per i prodotti non alimentari si è registrato un -0,4%. Su base tendenziale invece le vendite di prodotti alimentari sono aumentate dello 0,7%, mentre quelle di prodotti non alimentari sono scese del 2,5%.
Nei primi nove mesi del 2011 le vendite al dettaglio hanno segnato, rispetto allo stesso periodo del 2010, una flessione dello 0,7%. In questo caso il settore alimentare è rimasto quasi fermo (+0,1%), mentre il 'non food' è diminuito dell'1,2%.
A settembre le dinamiche delle vendite per forma distributiva hanno registrato su base annua un lieve aumento (+0,2%) per la grande distribuzione e una significativa diminuzione (-2,8%) per le imprese operanti su piccole superfici. Per quanto riguarda il valore delle vendite di prodotti non alimentari, a settembre i cali annui di maggiore entità riguardano i gruppi calzature, articoli in cuoio e da viaggio (-6,7%), elettrodomestici, radio, tv e registratori (-4,6%) ed Abbigliamento e pellicceria (4,2%).
Nella media del trimestre luglio-settembre 2011 l'indice è sceso dello 0,6% rispetto ai tre mesi precedenti.
Fonte repubblica
09:01 Scritto in Consumatori, economia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
Facebook
29/11/2011
Lirica: «Don Giovanni», il seduttore drammatico e metafisico
Lirica: «Don Giovanni», il seduttore drammatico e metafisico
Andrà in scena al Teatro alla Scala il 7 dicembre. A lungo creduta comica, l'opera di Mozart apre alla modernità
Una diffusa corrente tende a fare di Don Giovanni una sorta di mito fondamentale come lo sono Ulisse e Faust. È da credere invece che la folgore del capolavoro di Mozart abbia irraggiato anche retroattivamente sussumendo in sé l'eteroclito contenuto leggendario. Chi non vede ciò dimentica la sostanza metafisica dell'opera di Mozart della quale i contenuti comici non sono negabili ma che opera comica non è a differenza di quella di Bertati e Gazzaniga onde Lorenzo Da Ponte ricaverà il libretto della propria, a tratti addirittura parafrasticamente.
Nel titolo del libretto Da Ponte definisce Don Giovanni dissoluto e tanto specifica nella celebre aria del «catalogo», ove il servo Leporello snocciola alla sua dama sinceramente innamorata e di lui creduta sposa abbandonata una sorta di ritratto alla stregua delle sue conquiste femminili. Non si tacerà il sadismo della circostanza che un «servo» possa umiliare una dama avendola in sua mercè e «giovane cavaliere» non è soltanto un dissoluto quanto l'espressione al massimo grado di una forza che non incontra ostacoli e tutti li infrange. Don Giovanni non ha ricordi, vive in un eterno presente e nell'ossessione di manifestare tale forza. Nella terribile introduzione lenta alla sinfonia ricavata da un'apparizione della statua del Commendatore alla fine dell'atto secondo Mozart mette il suo pubblico sull'avviso: in musica non si era mai ascoltato qualcosa di siffatto. Anche il Commendatore uomo nell'introduzione dell'atto primo divenuto statua è un principio metafisico opposto e più forte di quello di Don Giovanni.
Il Don Giovanni era commissionato per Praga ove Mozart era già il beniamino delle scene per il successo riportato dalle Nozze di Figaro : ma il librettista Da Ponte aveva già troppi impegni e non sarebbe venuto a capo dell'impresa se non ci fosse stato Il convitato di pietra di Giovanni Bertati con musica del Gazzaniga, datosi con enorme successo al San Moisè di Venezia nel gennaio 1787, e che Da Ponte come già detto sfrutta fino alla parafrasi il che ovviamente Mozart non fa.
Il Don Giovanni andò in scena il 29 ottobre 1787 riportandovi un trionfo. Mozart ne affrontò anche una versione viennese che all'inizio non piacque con aggiunte variamente giudicate e delle quali solo una, il duetto tra Zerlina e Leporello, va a giudizio unanime espunta. L'aria di Don Ottavio, checché si dica della sua collocazione drammatica, è troppo bella perché la si tocchi.
L'opera si principia dopo la Sinfonia con la prima apparizione della figura di Leporello, il servo di Don Giovanni. Molti vuole che ne sia uno «specchio»: in realtà Leporello non ha la forza neanche del male, è un sordido personaggio sleale e mentitore per istinto. Di notte egli attende il padrone che si è insediato nelle camere di donna Anna per insidiarla. Lì un trambusto pazzesco dove Don Giovanni è fuggente di fronte a una furia d'inferno che tale Donna Anna è e tale resterà per tutta l'opera nei recitativi accompagnati, massima cura del direttore d'orchestra nelle arie e negli ensemble.
Qui si apre un caso: Donna Anna insegue il cavaliere non per fermarlo ma per conoscerne l'identità e dunque è stata violata? Ne è caduta innamorata come voleva con ingegno Hoffmann? L'Ottocento propendeva per questa interpretazione che oggi si tende per motivi contestuali a respingere.
Nel chiasso sopraggiunge il Commendatore, il padre di Donna Anna con i suoi. Inevitabile il duello non voluto da Don Giovanni. Il Commendatore giace nel suo sangue spegnendosi la scena sopra una musica arcana. Don Giovanni fugge e Donna Anna rientrata aggiunge un secondo motivo al suo essere una furia d'inferno: la necessità della vendetta sull'uccisore del padre morto.
Giunge in quel mentre da Burgos Donna Elvira. Sedotta da Don Giovanni s'è creduta e si crede sua sposa. Don Giovanni la abbandona nelle mani di Leporello che per metterla a giorno della vera situazione le snocciola e le canta l'aria del catalogo.
Illustrazione di Giancarlo Caligaris
Si celebrano nozze villerecce. Facciamo la conoscenza con un altro personaggio femminile. La contadinella Zerlina, sensuale e astuta, va in sposa a un rozzo contadino, il bruto Masetto. Don Giovanni la concupisce. Ordina che per lo sposalizio sia aperto il castello, la dispensa, la cantina e si apparta con Zerlina strappando un consenso all'invito Masetto. Mette in opera le sue arti di seduzione che culminano con il celebre duetto «Là ci darem la mano», ove Zerlina finge con se stessa una riluttanza che non prova. Ma Donna Elvira sopraggiunge come un'altra furia per salvare Zerlina e mentre Don Giovanni tenta fingerla pazza canta un'Aria in uno stile haendeliano e inamidato «Ah fuggi il traditor» di un sottile sapore comico.
Giungono Donna Anna e il suo promesso sposo Don Ottavio. Non fanno a tempo a chiedere a Don Giovanni di porsi a loro disposizione all'opera della vendetta che torna Donna Elvira. Il suo aspetto nobile si impone, mentre Don Giovanni tenta invano di farla passare per pazza.
Donna Anna resta sola con Don Ottavio e qui viene uno dei recitativi accompagnati più grandi della storia del teatro musicale «Don Ottavio son morta!». Ella riconosce l'assassino del padre e narra allo sposo con incomparabili figuralismi («Di svincolarmi di torcermi e piegarmi») come andò quella notte. Il tutto che culmina con la maestosa aria «Or sai chi l'onore». Qui Ottavio ha finalmente voce con la squisita aria «Dalla la sua pace». Lungi dall'essere un personaggio privo di personalità, è un'anima nobile e sensibile di perfetta tessitura tenorile.
Don Giovanni dà ordine di scatenare la festa. Zerlina e Masetto han agio di ricomporre i loro dissidi («Batti batti bel Masetto» con delicate ornamentazioni di violoncello obliato). La festa incomincia accompagnata da tre orchestre due di carattere popolare; Donna Anna, Donna Elvira e Don Ottavio si presentano in maschera e vengono galantemente invitati. Qui si ha una vera sospensione del tempo e i tre cantano un sublime Ensemble non privo di caratteri addirittura religiosi («Protegga il giusto ciel»).
Nella calca sempre più agitandosi la situazione Don Giovanni tenta di chiudere Zerlina in una camera ma stavolta ella chiama soccorso. Cessano le tre orchestre per il ballo e riprende le sue funzioni quella in buca. Tutti accorrono, tutti sono adesso minacciosi a Don Giovanni. Egli si fa strada armato e provvisoriamente si salva.
Con l'atto secondo siamo a una delle operazioni più infami tramate da Don Giovanni. Vuole possedere la cameriera di Elvira e a questo scopo muta d'abito con Leporello. Artatamente fa credere a Elvira in un ritorno di fiamma e la pone tra le braccia di Leporello, li fa allontanare e intona la canzonetta destinata alla cameriera accompagnata dal mandolino «Deh vieni alla finestra». Masetto ha radunato un gruppo dei suoi per far giustizia sommaria. Don Giovanni sempre fingendosi Leporello li disperde. «Metà di voi qua vadano». Si ritrova solo col villano e gli toglie il fiato con le battiture. Zerlina lo soccorre.
Leporello è sempre con Elvira. Vorrebbe liberarsene ma non può. Càpitano nell'atrio del palazzo di Donna Anna e qui incomincia il grandioso Sestetto. I personaggi tranne Don Giovanni son tutti riuniti al buio. Leporello non trova la porta. Quando viene riconosciuto lo prendono per il padrone e dapprima proprio Donna Elvira, che ben avrebbe avuto di che accorgersi dell'inganno, invoca pietà, «lo sposo suo» con sordidi accenti implora salva la vita trova la porta giusta e si dilegua.
Don Ottavio canta la sua (divenuta) seconda splendida aria «Il mio tesoro intanto», mentre Elvira sola non riesce a far sì che in cuor suo la pietà sia superata dal desiderio di vendetta «Mi tradì quell'alma ingrata». Ed eccoci alla scena chiave del cimitero. Nella notturna aria chiara Don Giovanni vi capita e mentre scherza con Leporello sente queste solenni parole pronunciate da una voce di basso con accompagnamento di fiati tra i quali tre tromboni: «di rider finirai pria dell'aurora». Don Giovanni crede a uno scherzo riconosce la statua equestre del Commendatore e per ancora schernirla ordina a Leporello di invitarla a cena per quella sera. La statua accetta.
Con funzione intercalare rispetto alla catastrofe Donna Anna canta a Don Ottavio l'unica sua aria lirica di tutta l'opera «Non mi dir bell'idol mio che io son crudel con te». Ed eccoci allo strepitoso finale ove l'essenza medesima di Don Giovanni si mostra fino in fondo. Apparato solenne, orchestra privata che rallegra il banchetto, Leporello dissente, il tutto in pieno stile comico. Entra improvvisa Donna Elvira: vuol portare l'estrema preghiera a redimersi a Don Giovanni. Questi si prende gioco di lei. Mentre ella fugge caccia un grido disumano: è la statua del Commendatore che entra. Leporello non osa agire, lo fa Don Giovanni. Con accenti arcani la statua dice di aver accettato un invito, sarà Don Giovanni capace di accettarne un altrettale? Don Giovanni accetta. Qui è l'estrema manifestazione della sua forza, porge la mano in pegno alla terribile stretta, vien preso da un gelo inaudito ma rifiuta di pentirsi. Precipita all'inferno accolto da un coro diabolico. Per tutto il corso dell'Ottocento l'opera si terminava qui sull'accordo di Re maggiore indi: è stata ripristinata la mi accordale corrente per ciascun personaggio.
Paolo Isotta corriere della sera
21:00 Scritto in libri e fumetti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
Facebook
CONGO Nel cuore verde dell'Africa che rischia di scomparire
CONGO Nel cuore verde dell'Africa che rischia di scomparire
Viaggio nella riserva di Dzanga Sangha, una delle più grandi foreste del continente, che sta per morire. Alberi abbattuti, animali in pericolo, popolazioni minacciate di estinzione. Parte una campagna del Wwf
DZANGA SANGHA - Le ferite della foresta si vedono solo dall'alto. Il Cessna a sei posti che decolla da Yaounde, la capitale del Camerun, impiega due ore e mezza per sorvolare il bacino del Congo fino alla riserva di Dzanga Sangha, 50 chilometri al di là del confine, nella Repubblica Centrafricana.
Sulle mappe questo spazio è segnato in verde perché è considerato una massa di vegetazione compatta, una salda barriera tra le megalopoli in espansione e i deserti che avanzano. Ma le mappe mentono.
Appena l'aereo raggiunge i 600-700 metri di quota, appaiono le lacerazioni che sfregiano il tessuto fitto degli alberi. Sono piccole strade dall'aria innocua, piste in terra battuta costruite per catturare qualche briciola di un tesoro naturale che appariva infinito. Anno dopo anno però si sono moltiplicate fino a formare una ragnatela.
Ogni via ha generato grappoli di case e attorno alle case si sono allargate radure in cui la protezione umida offerta dal mantello verde ha ceduto il passo alla morsa arida del sole. Squarci che di tanto in tanto si dilatano: sono segherie che hanno rubato altro spazio chiedendo impianti di produzione elettrica, che a loro volta hanno bisogno di altre strade per far passare i camion, i materiali, gli operai.
"Questi operai spesso si trasformano in disperati all'assalto della foresta", spiega Bryan Curran, un antropologo che lavora nella riserva di Dzanga Sangha. "Nel villaggio qui vicino, a Bayanga, ormai ci sono 4 mila persone: per l'80 per cento vengono da fuori. Erano stati chiamati da una società che aveva deciso di aprire uno stabilimento di lavorazione del legno: nel 2005 ha chiuso e loro si sono trovati senza niente. Cosa pensa che abbiano fatto? Si sono procurati un'arma e hanno cominciato a cacciare di frodo".
Una pila di questi fucili, strumenti artigianali confiscati ai bracconieri, si trova nel deposito delle eco guardie, 42 persone chiamate a sorvegliare 466 mila ettari di foresta. Il risultato di questa missione impossibile è evidenziato dall'enorme catasta di zanne sequestrate, una piccola parte dell'avorio diretto ai mercati clandestini. Con i prezzi attuali ogni chilo vale più di un anno di lavoro nei campi. Un'attrazione che diventa fatale quando ai disperati si aggiungono i trafficanti armati di kalashnikov.
Mitragliatori contro machete perché in Camerun le guardie forestali sono disarmate. "Per prendere i bracconieri abbiamo un'unica possibilità: sorprenderli mentre riposano", racconta Anourou Ousman, che per 100 dollari al mese rischia la vita tutti i giorni. "Li seguiamo per ore senza farci vedere, finché si fermano. Appena hanno posato i mitragliatori abbiamo a disposizione una manciata di secondi: dobbiamo bloccarli prima che riescano a riprendere le armi. Non sempre va bene. Un mio amico è morto due mesi fa: lo hanno catturato e torturato".
E i pericoli non sono legati solo al bracconaggio, ricorda David Hoyle, direttore del Wwf Camerun. Alla pressione dell'industria del legno si è aggiunta quella delle società che cercano ferro, oro, bauxite, diamanti, petrolio. Nel mondo la fame di materie prime aumenta e nella partita si è inserita la Cina con un crescendo impressionante di investimenti. Poi ci sono le coltivazioni di olio di palma: sono arrivate richieste per un milione di ettari, un milione di ettari di foresta da radere a zero.
Assieme agli alberi rischia di scomparire la cultura dei bayaka, i pigmei che per secoli hanno vissuto usando le piante come dispensa e farmacia. Tra le centinaia di vegetali utilizzati dal popolo delle foreste ci sono il kokò, un'erba dal vago sapore di fagioli; le liane che contengono un'acqua simile a quella distillata; il bossò, una corteccia che si usa per curare le carie; il mokata, un viagra naturale.
Per cancellare questa enorme ricchezza naturale basta poco: con qualche colpo di machete e mezz'ora di motosega si trasformano in parquet alberi secolari facendo salire il conto delle emissioni serra. La deforestazione è responsabile del 13 per cento dei gas che minacciano la stabilità climatica - precisa Riccardo Valentini, direttore del Dipartimento scienze forestali dell'università della Tuscia - e il bacino del Congo perde ogni anno 700 mila ettari di verde.
"Per salvare questo patrimonio dell'umanità stiamo lanciando anche in Italia, con l'arrivo di Yolanda Kakabadtse, l'ex ministro dell'Ambiente dell'Ecuador che si è battuta per inserire nella costituzione la difesa della natura come misura del benessere, la campagna per la protezione del cuore verde dell'Africa", annuncia Isabella Pratesi, responsabile Wwf per la conservazione.
"Il bacino del Congo è l'Amazzonia africana: con i suoi 2 milioni di chilometri quadrati, sette volte l'Italia, è la seconda foresta pluviale al mondo. Ospita 10 mila specie vegetali, 400 specie di mammiferi, 1.000 di uccelli, 1.300 di farfalle e specie simbolo come il gorilla, il leopardo, lo scimpanzé, l'elefante delle foreste. Non possiamo lasciarlo distruggere dai bracconieri e da chi vuole strappare alla terra le ultime gocce di petrolio". dal nostro inviato ANTONIO CIANCIULLO fonte repubblica
19:03 Scritto in Internazionale | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
Facebook
Marocco, vincono gli islamici sconfitti i partiti vicini al monarca
Marocco, vincono gli islamici sconfitti i partiti vicini al monarca
Astensione al 55%, i giovani della Primavera: "Nulla cambia" . Ironia sul web "Ora potremo risparmiare sulle lamette per la barba"
RABAT - Quando i primi risultati elettorali sono arrivati nella redazione di Lakome, nel centro di Rabat, nessuno si è stupito. Gli islamici moderati hanno vinto, l´affluenza, secondo i dati ufficiali, è stata attorno al 45 per cento. Tutto come previsto: né una delusione, né una sorpresa, per il giornale on line vicino al movimento della protesta giovanile. «Questa è la democrazia, con o senza l´islam», ha dichiarato il vincitore Abdelilah Benkirane, leader del partito di Giustizia e Sviluppo Pjd. «Questa è una vittoria ottenuta con un milione di voti, su 22 milioni di aventi diritto», dice Najib Chouki, cronista di Lakome e punto di riferimento fra i ragazzi del movimento "20 febbraio".
Secondo il ministero dell´Interno, il partito guidato da Benkirane ieri sera aveva già conquistato 80 seggi sui 395 della Camera (e potrebbe arrivare a 100), contro i 47 nella passata legislatura. Al Pjd ci tengono a sottolineare che «l´Occidente non avrà nulla da temere», non c´è pericolo di derive fondamentaliste. Ma i risultati sono ben lontani dalle richieste dei giovani che avevano manifestato sull´onda della "Primavera araba" e che avevano invitato al boicottaggio del voto. Il partito islamico dovrà allearsi con i partiti al potere fino a ieri, primo fra tutti l´Istiqlal, al secondo posto con 45 seggi.
Il suo leader Abbas El Fassi si è subito detto disponibile a una coalizione, e pronti a un´alleanza sarebbero i socialisti dell´Usfp (almeno 29 seggi), gli ex comunisti del Pps (11 seggi) e forse persino i berberi del Movimento popolare (22 seggi). Ma «nessun partito aveva un vero programma», spiegano i militanti del movimento, «se non una generica lotta alla corruzione». Ai giovani marocchini il cambiamento appare quasi privo di significato. Non bastano le dichiarazioni pragmatiche dei vincitori sull´omosessualità, che «va praticata in privato», sull´aborto, «possibile in casi circoscritti», sulla pena di morte, «prevista dal Corano, ma che si può non applicare», sul velo, che «è una scelta individuale», e persino sull´alcol, a cui vanno aumentate le tasse e imposti limiti «per ragioni di bilancio e di salute».
Se l´analista Driss Aissaoui lo definisce «un voto di rottura», per la redazione di Lakome non cambia niente nella politica marocchina, che resta controllata dal re.
Non è un caso se la maggiore organizzazione islamica di base, Giustizia e carità, ha invitato i membri a non votare. L´appello è stato in parte ascoltato, nonostante i mezzi anche bruschi con cui le squadracce dei partiti tradizionalisti cercavano di impedirlo. Nei seggi di Rabat venerdì non c´era affollamento, qualche breve fila si è formata all´ora di chiusura degli uffici. Secondo molti osservatori internazionali, la percentuale di affluenza diffusa dal ministero dell´Interno appare credibile. Ma i dati percentuali nascondono le cifre assolute dei votanti, modeste anche dopo l´ammissione al voto dei diciottenni.
Per i giovani scontenti l´appuntamento è in piazza: oggi è prevista una manifestazione nelle maggiori città, per il 4 dicembre la mobilitazione nazionale nella "Giornata della collera". Ieri, invece, era il giorno dell´ironia: «La gente si è scatenata su Twitter», dicono a Lakome: «oltre a segnalare brogli e compravendita di voti, c´era chi invitava a "comprare birra, finché è ancora possibile" e chi si consolava: "Adesso almeno possiamo risparmiare sulle lamette da barba"».
Fonte: GIAMPAOLO CADALANU - la Repubblica | 27 Novembre 2011
12:02 Scritto in Internazionale | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
Facebook
Bolletta boom: mai così cara in Italia
Bolletta boom: mai così cara in Italia
Secondo i dati di Confartigianato, aumento record, + 26, 5% in dodici mesi. Per le famiglie costo di quasi 2.500 euro l'anno
MILANO - La bolletta energetica pesa sempre di più sulle tasche degli italiani. Lo rivela un'analisi di Confartigianato : a settembre 2011 si è toccato il picco più alto degli ultimi 20 anni, 61,9 miliardi, pari a un’incidenza del 3,91% sul Pil. Ogni famiglia si trova quindi a pagare una bolletta energetica di 2.458 euro all’anno. Il record storico di settembre era stato sfiorato nel 2008, quando la bolletta incideva per il 3,74% del Pil, con un impatto di 58,6 miliardi di euro.
INCIDE L'AUMENTO DEL PETROLIO - A far esplodere il costo dell’energia, aumentato del 26,5% negli ultimi 12 mesi, ha contribuito l’aumento del prezzo del petrolio che a settembre 2011 si è attestato a 108,56 dollari al barile, più 143% rispetto a marzo 2009. Inevitabili le ripercussioni sui prezzi dei carburanti, dei trasporti e del gas. E il nostro Paese fa registrare aumenti ben superiori a quelli medi europei. Infatti, tra ottobre 2010 e ottobre 2011, in Italia il prezzo del gas è aumentato del 12,2%, mentre nell’area Euro la crescita si è fermata al 10,1%. Ad allontanarci dai prezzi medi registrati in Europa è anche l’aumento del prezzo di carburanti e lubrificanti: tra ottobre 2010 e ottobre 2011 la variazione è stata del 17,4%, vale a dire 3,3 punti in più rispetto al 14,1% dell’area Euro. In particolare, da novembre 2010 ad oggi, la benzina senza piombo ha fatto registrare un rincaro del 15,3%, mentre il prezzo del gasolio auto è salito, nello stesso periodo, del 22,1%.
RINCARI ANCHE SUI TRASPORTI - Differenze fra Italia ed Eurozona anche per il capitolo trasporti: negli ultimi 12 mesi i prezzi in Italia hanno mostrato un’impennata del 7,7%, vale a dire 3,2 punti in più rispetto all’aumento del 4,5% dell’area Euro. Confartigianato mette in evidenza che in alcune zone d’Italia i prezzi dei trasporti hanno subito incrementi superiori all’8%: la maglia nera va a Potenza con un aumento del 10,5%, seguono Venezia con il 9,1%, Verbania con il 9%, Trento con l’8,8%, Pescara e Piacenza con l’8,4%, Varese con l’8,1 e Mantova con l’8%.
Redazione Online corriere della sera
11:00 Scritto in Consumatori | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
Facebook
Quindicimila tragedie in dieci anni la fabbrica dei lutti non chiude mai
Quindicimila tragedie in dieci anni la fabbrica dei lutti non chiude mai
Al Nord il primato degli incidenti: sono il triplo che al Sud. Nel 2010 per la prima volta dal dopoguerra il conto dei morti è sceso sotto quota mille. L´identikit di chi perde la vita: età media 37 anni, italiano in 7 casi su 10
Fabbrica Italiana Morti (di)Lavoro. Se fosse un acronimo si chiamerebbe così, e non soltanto – come scriviamo stancamente da anni – «dramma», «piaga», «scia». Per assurdo siamo persino riusciti ad associarla al bianco, inteso come colore (morti bianche) – mai così inadatto.
È un laboratorio che non chiude mai. Che uccide non stop e pianta le sue croci (tre al giorno, una ogni otto ore) in un cimitero che ospita eserciti sconfitti di operai, muratori, contadini, facchini, autisti, magazzinieri. Usciti di casa la mattina, e mai più tornati. Prima di aggiornare le ultime statistiche - qui e sempre tradotte, a proposito, con il termine «bollettini di guerra» - vediamo chi sono questi italiani che la morte va a prendere sul posto di lavoro.
Quasi esclusivamente uomini, smettono di vivere, in media, a 37 anni. Il che, con l´attuale aspettativa di vita fissata a 70,1 anni, significa che gli omicidi professionali - come qualcuno riterrebbe più appropriato chiamarli - comporta una perdita di vita pari a 43 anni. La provenienza. Sette su dieci sono italiani, ma i tre stranieri stanno diventando quattro: anzi, in alcuni settori, tipo quello, martoriatissimo, delle costruzioni, quasi cinque. Quando non muoiono finiscono sul letto di un ospedale, con perdite che vanno dalla contusione curabile al danno permanente.
Ma come è potuto succedere? In agricoltura e nell´industria (soprattutto lavorazione di metalli), schiacciati da macchinari e attrezzature meccaniche. Nell´edilizia, cadendo dall´alto. Che parlando di mattone e ponteggi è il più ricorrente tra gli incidenti (uno su quattro, 71mila nel 2010, di cui 215 mortali). In termini sociali - volendo anteporli a quelli umani e affettivi - questa sfilza di infortuni e decessi comporta una spesa complessiva di 371 milioni di euro. Per dire delle sole costruzioni.
Se conteggiamo anche gli altri settori si arriva tranquillamente ai due miliardi di euro l´anno. Il punto, però, è un altro. È vero che i dati ufficiali dell´Inail registrano un progressivo calo degli incidenti - gli infortuni complessivi nei primi sei mesi di quest´anno sono stati 372mila, un 4% in meno rispetto allo stesso periodo del 2010; 428 i casi mortali con un sostanziale pareggio (-0,7%, 3 morti in meno) rispetto all´anno precedente. È vero anche che nel 2010 le morti sul lavoro (980) sono scese, per la prima volta dopo dieci anni, sotto le mille (dato più basso dal dopoguerra). Ma è altresì vero che in Italia di lavoro si continua a morire. E che - come dice Napolitano - l´idea che si tratti di inevitabili tragiche fatalita «va rifiutata».
Non ci si può fermare lì. Se nel decennio 1998-2008 il lavoro in Italia ha ucciso 15 mila persone, se gli operai morti in cantiere e in azienda tra il 2003 e il 2004 sono una volta e mezza più dei militari che hanno perso la vita nella Guerra del Golfo in un periodo ben più largo (2003-2007), se tutto questo accade bisogna andare a fondo. La sicurezza, per esempio. E la formazione. In questi settori le aziende investono sempre di meno. Con la crisi degli ultimi tre anni stime prudenti parlano di un taglio del 40%. E di un crescita importante, sebbene non quantificabile, di ricorso al lavoro nero e al caporalato, terreno di coltura della mancanza di sicurezza, e dunque dell´infortunio. Il sacrario dei morti sul lavoro accoglie ogni giorno le sue vittime.
Giovani alle prime armi e veterani del mestiere. Stabilizzati e «fantasmi»: centinaia di migliaia di immigrati sfruttati per una manciata di euro l´ora, costretti a dormire in luoghi fatiscenti e persino a pagare tangenti ai mercanti di braccia che, da Nord a Sud, fanno da intermediari con imprese stressate dalla folle corsa al ribasso per l´aggiudicazione degli appalti. Dice ancora l´Inail che quando diventa arma il lavoro colpisce le sue vittime più al Nord che al Sud: 225 mila infortuni e 214 morti contro i 71mila e i 132 del Mezzogiorno, sempre quest´anno. Così funziona la fabbrica dei morti. Fonte: PAOLO BERIZZI - la Repubblica |
09:00 Scritto in Altra italia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
Facebook
28/11/2011
IL CASO Burundi, ucciso volontario italiano morta anche una suora croata
IL CASO Burundi, ucciso volontario italiano morta anche una suora croata
Secondo la ricostruzione della Misna, i due lavoravano all'ospedale di Kiremba, assaltato da malviventi per una rapina. Ferita anche una suora italiana, operata nella notte: le sue condizioni non sono preoccupanti. Arrestati i due presunti assassini.
ROMA - Una suora croata e un volontario italiano sono stati uccisi ieri a Kiremba, a nord del Burundi. Lo ha riferito oggi alla Misna padre Michele Tognazzi, missionario Fidei Donum, raggiunto telefonicamente a Kiremba. Nell'assalto è rimasta ferita anche una suora italiana, che si trovava con il cooperante italiano. E' stata ricoverata ed operata durante la notte, ma le sue condizioni non sono preoccupanti, rende noto la Farnesina. I presunti assassini sarebbero già stati arrestati. Si tratta di due uomini di 20 e 24 anni, ha riferito il portavoce della polizia Pierre-Chanel Ntarabaganyi all'agenzia France Presse. "Siamo sicuri si tratti dei due assassini", visto che "abbiamo le prove", ha aggiunto.
Anche il ministero degli Esteri ha confermato la morte del volontario italiano, ucciso insieme alla suora croata. I due, identificati dalla Misna come Madre Lukrecija Mamic e Francesco Bazzani, lavoravano entrambi all'ospedale di Kiremba, che è finanziato dalla diocesi di Brescia. Bazzani, di origini veronesi, si occupava in particolare del settore amministrativo. Aveva 59 anni ed era in Burundi con l'Ascom dal 2010. Prima lavorava come odontotecnico. Sempre vicino a Kiremba era già stato rapinato, sei mesi fa. "Noi eravamo in pensiero - ha raccontato la sorella, Rosanna - gli chiedevamo di stare attento, ma lui diceva che non dovevamo preoccuparci. Mio fratello non era una persona che andasse allo sbaraglio".
E' stato un colpo di fucile al bacino a ucciderlo: il proiettile avrebbe provocato un'emorragia risultata fatale al volontario italiano, ha riferito Giovanni Gobbi, presidente dell'Ascom di Legnago. In Burundi Francesco coordinava il personale, "costituiva concretamente le nostre orecchie, i nostri occhi e la nostra bocca a Kiremba", ha raccontato ancora Gobbi. "Era molto aperto, generoso, un uomo straordinario e mai stanco di fare, di dare una mano. Infaticabile, Bazzani lavorava gratuitamente, volontario a 360 gradi. Percepiva solo un rimborso spese e qualcosa per vivere lì, in quella terra dimenticata".
Un'altra suora, l'italiana Carla Brianza, originaria della provincia di Brescia, è rimasta ferita alle mani. "Due uomini armati sono entrati nella casa delle Ancelle della carità, la congregazione delle due suore, con lo scopo di mettere a segno una rapina - ha riferito alla Misna padre Michele - hanno subito ucciso la suora croata, quindi si sono impossessati dell'auto e sono fuggiti trascinando a bordo suor Carla e Francesco, volontario originario dell'associazione Ascom di Legnago, in provincia di Verona".
A circa otto chilometri dall'ospedale, un complesso all'interno del quale si trova la casa delle ancelle della carità, i malviventi, temendo di essere catturati dalla polizia che li stava inseguendo, hanno fermato l'auto e fatto scendere i due ostaggi: "Francesco è stato ucciso a bruciapelo - prosegue padre Michele - suor Carla è riuscita invece ad afferrare con le mani la canna del fucile che gli era stato puntato contro. Un gesto che ha recuperato secondi preziosi e ha contribuito a salvarle la vita, perché a quel punto l'aggressore per liberarsi dalla presa ha usato un coltello colpendole le mani e allontanandosi quindi insieme al complice".
Secondo la testimonianza di un medico italiano sul posto, il dottor Gianfranco Formicola, raggiunto da Repubblica, si tratta di un'azione dimostrativa di un nuovo gruppo, il Fronte di Liberazione del Sud del paese, che si è formato pochi giorni fa. Per farsi conoscere, avrebbe scelto di colpire dei bianchi.
AUDIO 1
Negli ultimi mesi, sono stati diversi i casi di sequestro di volontari 2 che operano in diverse parti del mondo. Due sono italiani: il 23 ottobre, in Algeria, è stata rapita Rossella Urru 3 insieme a due colleghi spagnoli. Rossella ha 27 anni, è di Oristano, e lavora con il Cisp, comitato italiano per lo sviluppo dei popoli. Francesco Azzarà 4, di Emergency, è stato sequestrato in Sud Darfur il 14 agosto mentre andava in aeroporto per accogliere un collega. Dopo una serie di contatti iniziali che lasciavano sperare per il meglio, i tempi per il suo rilascio si sono allungati.
Fonte repubblica
21:05 Scritto in Internazionale | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
Facebook
DECALOGO PER L´AGRICOLTURA
DECALOGO PER L´AGRICOLTURA
Per quale trauma, forse databile con la povertà delle campagne d´inizio Novecento, in questo Paese quando si parla di agricoltura nella migliore delle ipotesi siamo distratti e nella peggiore infastiditi? Ne è un sintomo il malcelato recalcitrare di chi ogni tanto ha in sorte il ministero delle Politiche agricole e forestali, ma anche il disinteresse che l´intera società civile manifesta nei confronti dell´attuazione delle sue politiche.
L´agricoltura parrebbe fuori dall´italico radar. Ma almeno, il nuovo ministro del governo Monti, Mario Catania, è un dirigente del Mipaf da più di trent´anni e sicuramente conoscerà l´importanza del settore, soprattutto la necessità di un rapporto forte con la Commissione Europea. Nell´augurargli buon lavoro dobbiamo tuttavia constatare che, dal 2008, egli è il quarto ministro dell´Agricoltura del nostro Paese, e anche questo la dice lunga sull´attenzione della politica verso la questione agroalimentare.
Nemmeno in questo momento storico, in cui la società civile si mobilita su questioni cruciali come quella dell´acqua pubblica o del consumo di suolo, quella miccia prende fuoco: sull´agricoltura non ci entusiasmiamo. E questo vale ovviamente anche a livello europeo. Per esempio, se si chiede in giro che cosa è la Pac, pochi sapranno rispondere. Pac sta per Politica agricola comune, le normative europee in tema di agricoltura. Non mi sembra una cosa normale non saperne niente. Perché se ci dicessero che non capiamo niente di cibo, ci offenderemmo. Ma come si può avere una cultura del cibo se si ritiene l´agricoltura un argomento poco interessante? Oggi l´esodo dalle campagne ha toccato il suo punto più drammatico, allora perché non riflettere sul fatto che una nuova idea di agricoltura può favorire progetti di vita per tanti giovani chiamati non a fare la vita grama dei vecchi contadini, ma un lavoro moderno, dignitoso e gratificante? Stiamo parlando di migliaia di nuovi posti di lavoro, di sostenibilità, quindi di assoluto bisogno di nuove politiche agricole.
Ora la Pac, che esiste dagli anni ´50, è in fase di revisione: dopo un lungo iter di consultazioni è stata presentata, ad ottobre, la proposta legislativa che dovrà passare attraverso un processo di co-decisione che coinvolge il Parlamento e il Consiglio d´Europa. Questo processo sarà piuttosto lungo prima che la nuova normativa entri in vigore, presumibilmente a inizio 2014, quindi c´è un po´ di tempo per partecipare, cercare i nostri parlamentari, raccogliere firme se necessario, fare dibattiti... insomma le cose normali di quando le cose ci stanno a cuore.
C´è poi un ulteriore motivo per occuparsi della Pac. Tutti i cittadini dell´Unione pagano tasse che vengono destinate ai vari settori di attività: dall´agricoltura all´educazione, alla salute. Ora, rispetto al budget totale a disposizione della Ue, circa il 40% viene destinato alle politiche agricole. Ma la domanda è: a quale agricoltura vanno questi soldi? Prevalentemente all´agricoltura di quantità, quella dell´agrobusiness, dei grandi mercati internazionali, delle monocolture, della grande distribuzione organizzata, delle grandi aziende di capitale. Con qualche lieve miglioramento rispetto al passato, anche la proposta presentata a ottobre sembra andare in questa direzione. Grosso modo l´80% del budget sarebbe ancora destinato a questo tipo di agricoltura e solo il 20% andrebbe alle produzioni sostenibili e di piccola scala.
Noi di cosa abbiamo realmente bisogno? Proviamo a fare un elenco, che vale per l´Italia come per il resto d´Europa (oltre che del mondo, ma il mondo non ha ancora un organismo di governo planetario, a meno che non si voglia ritenere che il Wto e la Banca Mondiale svolgano questa funzione):
1) abbiamo bisogno di garantire la fertilità dei suoli;
2) abbiamo bisogno di incentivare l´agricoltura nelle zone a rischio idrogeologico perché le attività forestali e agricole prevengono il degrado del territorio, mantenendo le comunità nelle loro sedi naturali a prendresi cura dei paesaggi;
3) abbiamo bisogno di ridurre le emissioni di CO2, in larga percentuale addebitabili agli allevamenti intensivi, al trasporto di generi alimentari per le grandi distribuzioni, agli sprechi energetici che il sistema alimentare globale impone;
4) abbiamo bisogno di ridurre gli sprechi, perché un terzo del cibo prodotto finisce direttamente nella spazzatura e questo è innanzitutto immorale, secondariamente stupido;
5) abbiamo bisogno di proteggere le risorse come gli oceani, le acque interne e l´aria da un processo di inquinamento chimico che non può più essere tollerato;
6) abbiamo bisogno di invertire la tendenza delle malattie "da benessere" come l´obesità, il diabete, i disordini cardiocircolatori, i tumori, causate in buona parte dall´inquinamento, dall´alimentazione di cattiva qualità, dalla presenza di chimica legalizzata nel nostro cibo quotidiano;
7) abbiamo bisogno di mitigare i cambiamenti climatici;
8) abbiamo bisogno di proteggere le culture locali, che hanno in sé molte informazioni utili in questi tempi di crisi ambientale, sociale ed economica;
9) abbiamo bisogno di proteggere le economie locali, e i mercati di prossimità, che possono rivitalizzare le nostre aree rurali e farle tornare ad essere luoghi di benessere, di produzione di reddito, di occupazione giovanile;
10) abbiamo bisogno di mantenere alte le bandiere del turismo, che non si nutre solo di visite alle città d´arte ma soprattutto di paesaggi agrari e di territori accoglienti.
E chi fa tutto questo, tutti i giorni, senza ricevere nessun compenso? L´agricoltura di qualità, che ha come obiettivo primario il cibo per le persone e non le merci per i mercati e che, nella stragrande maggioranza dei casi, è un´agricoltura di piccola scala. Ecco, noi vorremmo che la nuova Pac destinasse molto di più a questo tipo di agricoltura, e non soltanto il 20%. Se iniziamo a insistere in ogni occasione possibile, su questi argomenti, qualche passo importante si può ancora fare.
Non è solo una questione di bisogni: è anche una questione di diritti. Provate a trasformare l´elenco di prima in un elenco di diritti, vedrete che si fa in fretta. E il diritto principale, che li racchiude tutti, si chiama "sovranità alimentare". Ecco di cosa si stanno dimenticando, a Bruxelles: che abbiamo diritto a un cibo «salubre, culturalmente appropriato, prodotto attraverso metodi sostenibili ed ecologici». E questo, l´agricoltura orientata all´industria, semplicemente, non lo può fare. Fonte: CARLO PETRINI - la Repubblica
21:00 Scritto in Indice puntato | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
|
Facebook