31/10/2011
Bioenergia. Metteremo dei fiori nei nostri serbatoi
Bioenergia. Metteremo dei fiori nei nostri serbatoi
Quando sarà finito il petrolio continueremo a guidare automobili, viaggiare in aereo e illuminare case e strade. Con cosa? "Con un nuovo tipo di carburante tratto dalle piante che coltiveremo nei deserti e negli oceani". Parola di Robert Laughlin, premio Nobel per la fisica, che traccia la sua idea di futuro ancorata a leggi scientifiche
SAN FRANCISCO. «Proiettiamoci nel futuro: quando gli esseri umani non bruceranno più carbone, petrolio o gas naturale. Continueremo a guidare qualche tipo di auto? Viaggeremo in aereo? Da dove verrà la luce per l´illuminazione?» Comincia così l´ultimo saggio di Robert Laughlin, premio Nobel per la fisica, docente all´università di Stanford nel cuore della Silicon Valley californiana: Powering the Future (Basic Books, 2011). Puntando sulle proprie competenze, parla da fisico, non da economista né da scienziato dell´ambiente: questo gli consente di tenere i piedi per terra, ragionando su vincoli e leggi della fisica fondamentali. E sfocia su una conclusione sorprendente: dovremo continuare a fabbricarci qualcosa che assomigli a petrolio, benzina e cherosene, perché né l´idrogeno né l´atomo né il solare potranno completamente sostituirsi all´efficienza di questi carburanti. Ma li produrremo sinteticamente grazie all´agricoltura. «Non sottraendo raccolti alla stessa agricoltura che alimenta gli esseri umani; bensì coltivando oceani e deserti».
Laughlin adotta un approccio originale per riuscire a parlare alla sinistra e alla destra, agli ambientalisti e agli "industrialisti": si proietta in un futuro inevitabile, «quando i carburanti fossili nelle viscere della Terra saranno finiti», lasciando ad altri le diatribe sulla data esatta in cui ciò accadrà. Non vuole schierarsi con il partito dei "limiti dello sviluppo" che vede un esaurimento imminente del petrolio, né con gli esperti alla Daniel Yergin secondo cui l´innovazione tecnologica ci consentirà di valorizzare nuovi giacimenti e di spostare più in là il giorno dell´"ultima goccia". Tutto questo non gli sembra troppo rivelante, come spiega quando lo incontro al World Affairs Council di San Francisco.
Come si fa a evitare di schierarsi con i profeti dell´esaurimento imminente delle risorse, o con gli ottimisti del progresso tecnologico?
«Basta scegliere un orizzonte temporale un po´ più lungo, per esempio due secoli. Nell´arco di vita della nostra Terra equivale a un battere di ciglio; ma anche nella storia dell´umanità è un periodo breve: appena sei generazioni. A quel punto sarà iniziata l´Era post-fossile, su questo non c´è dubbio».
Davvero si possono escludere nuove scoperte di giacimenti finora ignoti, e nuove tecnologie che rendano economicamente sostenibili queste nuove estrazioni?
«È vero che sono state fatte nuove scoperte di giacimenti simil-petroliferi, per esempio nelle sabbie del Canada e del Venezuela. Ma lo U. S. Geological Survey ha dimostrato in modo inequivocabile che le nuove scoperte non saranno sufficienti a compensare il declino. Le riserve complessive dell´Arabia Saudita, per esempio, già entro sessant´anni entreranno in una "zona d´instabilità", e questo è un arco temporale che ci costringe a riflettere seriamente: riguarda già i nostri nipoti. È questo il problema che io mi pongo: esercito i miei studenti a interrogarsi su come vivranno i nostri discendenti».
La risposta lei la dà, com´è giusto, da scienziato della fisica.
«Spiego che non è immaginabile un futuro con aeroplani a batteria; per quanto migliori la tecnologia delle batterie ci sono delle leggi della fisica che lo impediscono. Così come non è pensabile l´aereo da trasporto a cellule solari, sempre in virtù di leggi fondamentali della fisica. Un carburante come il cherosene, usato oggi nei jet, ha caratteristiche ottimali di densità, efficienza energetica, sicurezza. A differenza dell´idrogeno che ha controindicazioni di pericolosità. In quanto al nucleare, il suo ruolo nell´equazione energetica del futuro sarà quello di un calmiere dei prezzi: qualora i costi di tutte le altre energie dovessero salire a livelli socialmente e politicamente inaccettabili, allora le opinioni pubbliche accetteranno di fare ricorso in parte al nucleare».
Di qui la conclusione del suo saggio: quando non potremo più derivare il cherosene o la benzina dal petrolio, dovremo fabbricarceli. Entra in gioco la nuova agricoltura, e anche a questa lei arriva usando le leggi della fisica.
«Sul nostro pianeta le piante hanno sequestrato CO2 dall´aria per milioni di anni. In quest´attività loro sono professionisti, noi siamo dilettanti. Perciò non ho dubbi: la risposta sarà l´agricoltura. Quando sarà finito l´ultimo giacimento di energia fossile, la nuova fonte sarà l´agricoltura, non qualche tecnologia da inventare».
I biocarburanti vengono prodotti già da tempo, con le controindicazioni che conosciamo: fanno concorrenza all´alimentazione umana, contendono gli stessi terreni coltivabili che servono a sfamarci.
«L´intera superficie attualmente arabile degli Stati Uniti non sarebbe sufficiente, se dovessimo riconvertirla solo ai biocarburanti, per darci l´autosufficienza nell´era post-carbonica. Perciò non possiamo pensare di uscirne con l´agricoltura tradizionale. Solo coltivando gli oceani e i deserti ci riusciremo. La tecnologia esiste già, è quella della sintesi sperimentata dalla Germania al Sudafrica, molto simile anche a quella che la Shell e altre compagnie usano per la conversione del gas naturale. Consentirà di produrre con l´agricoltura carburanti di sintesi con la stessa densità, efficienza energetica e sicurezza di quelli che oggi deriviamo dal petrolio. Ci saranno problemi politici da risolvere, come la sovranità sulle acque extraterritoriali e il ruolo delle correnti. Ma la vita continuerà, grazie all´agricoltura».
Fonte: FEDERICO RAMPINI - la Repubblica |
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Liberi dalla paura tra i baschi in festa per l´addio alle armi
Liberi dalla paura tra i baschi in festa per l´addio alle armi
L´organizzazione ha detto stop al sangue Ma resta l´ombra degli arsenali ancora intatti. Dopo 43 anni, per le strade di Bilbao si celebra una vittoria insperata: l´abbandono definitivo della violenza da parte del gruppo terrorista. I cartelloni reclamano indipendenza, amnistia e libertà per i prigionieri. Il negoziato sarà affidato al governo che verrà eletto
BILBAO. Le facce sono sorridenti, gli occhi lucidi per l´emozione. Non accadeva da 43 anni: cinquantamila baschi scendono in piazza, e festeggiano una vittoria insperata. Intere famiglie - nonni, genitori e figli, rappresentanti di tre generazioni - ridono, si salutano, si abbracciano; aggiungono un colore umano a un atto essenzialmente politico. Infatti, questa non è una manifestazione di protesta, è la celebrazione di una vittoria. La lotta armata è finita, l´Eta si è piegata alla volontà popolare. Il comunicato di giovedì 20 ottobre è netto: annuncia l´abbandono definitivo della violenza da parte del gruppo terrorista. È la chiusura di un capitolo lungo 43 anni scandito da assassinii, sequestri e estorsioni. Per le strade di Bilbao si celebra la svolta destinata a segnare la recente storia democratica.
Molti piangono: sono lacrime di gioia, ma anche di rabbia per il risentimento trattenuto da decenni - gli anni "insanguinati" per le oltre 800 vittime fatte dall´Eta - rinfocolato dal pensiero di chi, oggi, non è più qui a festeggiare.
La sinistra - la sinistra basca «abertzale», patriota, nazionalista in lingua euzkadi - può concedersi il primo bagno di folla. Messi al bando, i reduci della vecchia Herri Batasuna, il braccio politico del gruppo armato, sono riusciti ad uscire dallo spettro dell´illegalità, e ad incassare un risultato che a molti sembrava impossibile. Invadono la loro capitale economica e politica, si prendono per mano. Leggono comunicati nella lingua euskera e in castigliano. Inalberano schiere di cartelloni con reclami di "Indipendenza" e "Porte aperte" per le centinaia di prigionieri ancora nelle carceri, con la richiesta di "Aministia".
Il merito di tutto questo va ad un gruppo di uomini e di donne che, nel momento forse più critico del loro percorso politico, hanno avuto il coraggio di rompere con la linea radicale dell´Eta e hanno imposto una scelta di democrazia e di libertà.
Ci sono voluti cinque anni di dibattiti e confronti, di scontri e divisioni. Ma la svolta che ha segnato l´inizio della nuova era avviene nel 2009. Dichiarati fuori legge, spesso costretti alla semiclandestinità, i transfughi di Herri Batasuna elaborano un manifesto che rifiuta ogni sostegno all´attività armata e imbocca la via pacifica. Il cosiddetto accordo di Gernika viene sottoposto a referendum: l´80 per cento della base lo accoglie. Sarà parte integrante dello statuto del nuovo partito, Sortu, nato nel frattempo per partecipare alle elezioni amministrative del maggio del 2010.
Il governo centrale di Madrid non si fida. Si rivolge al Tribunale supremo e chiede che anche Sortu sia dichiarato fuori legge. L´organo giuridico accoglie la richiesta ma c´è un ricorso alla Corte costituzionale, che sospende la sentenza e consente alla nuova formazione di partecipare alle elezioni.
Isolati politicamente ma sostenuti dal consenso popolare, gli eredi di Herri Batasuna ottengono un successo insperato. Per la prima volta nella sua storia, la sinistra «abertzale», raggruppata sotto la coalizione Bildu, raggiunge il 25 per cento dei voti in tutti i Paesi baschi. È, soprattutto, la conferma della scelta compiuta: la gente è stanca della violenza. Nella base resta un 30 per cento che continua a sollevare critiche. La scelta però è stata compiuta, non si torna indietro.
L´ultima spinta arriva dai 750 militanti detenuti nelle carceri francesi e spagnole. L´80 per cento dei vecchi quadri dell´Eta sottoscrive il manifesto di Gernika e dichiara finita la lotta armata. È il settembre del 2011. Il tempo stringe. Da due mesi Luis Zapatero ha rassegnato le dimissioni e annunciato le elezioni anticipate per il 20 novembre. La sinistra «abertzale» vuole partecipare ma sa che la sua legittimità giuridica rischia di restare in un limbo di incertezza. Ci vuole una nuova spinta politica: una «unilaterale e definitiva» presa di posizione dell´Eta.
Sono momenti drammatici. C´è chi è tentato di giocarsi la partita con il nuovo governo, che tutti i sondaggi attribuiscono al Partido popular di Mariano Rajoy. Ma c´è anche chi teme che con la destra al potere la trattativa futura, quella che detterà le fasi per il dissolvimento delle banda terrorista, rischi di arenarsi. Il partito Sortu scioglie la struttura Ekim, i commissari dell´Eta interni usciti sconfitti nelle assemblee del febbraio 2010. L´atto finale, decisivo, ha bisogno di una impronta internazionale. Si forma un Gruppo di contatto con quattro premi Nobel per la pace e figure di spicco dell´Internazionale socialista, tra cui Pierre Joxe, ex ministro dell´Interno francese. Parigi ha avuto e avrà un ruolo determinante nei negoziati dei prossimi mesi e anni. Si arriva alla conferenza di San Sebastiàn con l´invito a dichiarare la fine della lotta armata seguita, dopo tre giorni, dallo storico annuncio da parte dell´Eta.
La strada resta in salita. Ci sono tre problemi da affrontare: le 829 vittime da tutelare, i 750 detenuti con diverse posizioni e condanne, l´immenso arsenale da consegnare. Le elezioni del 20 novembre condizionano le mosse. Il Partito nazionalista e la sinistra basca premono per un gesto immediato nei confronti dei detenuti. Ma vedere uscire uomini e donne responsabili di attentati e omicidi susciterebbe la sensibilità dei familiari delle vittime. Avrebbe un peso sul risultato elettorale. Sia Zapatero, sia il candidato del Psoe Alfredo Pérez Rubalcaba, sia quello del Pp Mariano Rajoy hanno seguito le fasi del negoziato senza interferire. Ma hanno deciso di non affrontare il tema Eta in questo scampolo di campagna e di affidare la gestione successiva del negoziato al governo che verrà eletto. Ogni mossa, temono i grandi partiti spagnoli, verrebbe letta con sospetto. Tutti penserebbero che lo Stato ha trattato la resa segretamente. Ne trarrebbero vantaggio le posizioni più radicali.
«Ci vorrà molto tempo, pazienza, memoria e perdono», prevede Inaki Soto Nolasco, il giovane direttore di Gara, il quotidiano considerato vicino all´Eta. Nel grande corteo di Bilbao, adesso sorride anche lui. Non lo faceva da anni, ammette. Poi con un ampio gesto abbraccia questo popolo raggiante: «Sono stati loro a decidere. Siamo solo all´inizio, ma è un ottimo inizio. La pace ha finalmente trionfato».
Fonte: DANIELE MASTROGIACOMO - la Repubblica |
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LIBIA/ LA NATO: MISSIONE QUASI FINITA
LIBIA/ LA NATO: MISSIONE QUASI FINITA
Fmi: la guerra è costata ai libici 35 miliardi di $
La Corte penale dell'Aja: «In corso colloqui informali per la resa di Saif Al-Islam Gheddafi»
La guerra in Libia è costata 35 miliardi di dollari ai 6 milioni e mezzo di cittadini libici, circa il 50% del Pil del Paese che nel 2010 superava i 70 miliardi di dollari. Un disastro epocale. Sono le stime denunciate del Fondo Monetario Internazionale, nel cui report si legge che il sistema bancario non può fornire i finanziamenti necessari, mettendo la Libia in grave difficoltà nel pagare le importazioni. Ma non è chiaro se servirà il sostegno del Fmi, perché la Libia conta sulle riserve petrolifere e su un patrimonio costruito negli anni. «Non ci sono richieste. Tutto dipende dalla rapidità con cui il Paese potrà disporre dei conti attualmente congelati e delle sue risorse petrolifere» ha dichiarato Masood Ahmed, direttore del Fmi in Medio Oriente e Asia centrale. Sono 160-170 i miliardi di dollari dei conti della Libia congelati durante il conflitto. E per i profitti da risorse petrolifere, la Libia dovrebbe cominciare a produrre 700.000 barili di petrolio al giorno già a fine anno.
Ieri al termine del Consiglio nordatlantico il segretario della Nato Anders Fogh Rasmussen ha confermato che la missione militare in Libia si concluderà il 31 ottobre. Fino ad allora però, ha assicurato Rasmussen, «insieme ai nostri partner, continueremo a controllare la situazione e, se necessario, continueremo a rispondere alle minacce ai civili». Nel ribadire ancora una volta con vanto come l'operazione «Unified Protector» - che, tre giorni fa, il Cnt aveva chiesto di prolungare ancora per «almeno un mese» - sia fra quelle «più di successo nella storia della Nato», condotta «in modo efficace, preciso e flessibile». Silenzio sulle stragi in di lealisti denunciate dagli organismi dell'Onu. Rasmussen ha riconosciuto che restano i nodi, a quanto pare non assicurati dai raid Nato, della «riconciliazione, diritti umani e stato di diritto», ma tranquilli ora «una Libia democratica è per tutto il suo popolo», ha concluso, assicurando che l'Alleanza «è pronta ad aiutare la Libia anche dopo, se sarà necessario e «se sarà richiesto» per la sicurezza del paese. Un versante su cui tutto sembra pronto. Da ricordare che il Consiglio nordatlantico di ieri era allargato proprio per questo ai cinque paesi non-Nato partner di Unified Protector: Qatar, Emirati Arabi Uniti, Marocco, Giordania e Svezia.
Intanto torna in evidenza la sorte di Saif Al-Islam Gheddafi. La Corte penale internazionale (Cpi) dell'Aja ha in corso «colloqui informali» per la resa del figlio dell'ex raìs, latitante e ricercato per crimini contro l'umanità. Lo ha affermato Moreno Ocampo il procuratore capo della Cpi in un'intervista alla Cnn, senza precisare con chi sia in contatto la corte che non sa dove si trovi Saif al-Islam. Che, se arriverà davanti alla Cpi, dice Ocampo, avrà «tutti i diritti e verrà protetto» e potrà difendersi dalle accuse mossegli dalla Corte. Ocampo ha reso noto di aver appreso, da contatti informali, che un gruppo di mercenari si sarebbe offerto di «trasferire Saif in uno Stato africano che non fa parte dello Statuto di Roma», che disciplina competenze e funzionamento della Corte penale internazionale. Per questo l'ufficio del procuratore del Cpi valuta anche «la possibilità di intercettare velivoli nello spazio aereo per procedere ad un arresto».
Fonte: Tommaso Di Francesco - il manifesto
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Rapporto Ilo/Onu: «Una generazione traumatizzata di giovani lavoratori precari e disoccupati»
Rapporto Ilo/Onu: «Una generazione traumatizzata di giovani lavoratori precari e disoccupati»
Nel suo rapporto "Global Employment Trends for Youth: 2011 Update", l'International labour organization (Ilo) dell'Onu lancia l'allarme sulla possibile traumatizzazione di un'intera generazione di giovani lavoratori che «Si confrontano con una pericolosa miscela di disoccupazione costantemente elevata, inattività e lavoro precario crescente nei Paesi sviluppati, così come con una moltiplicazione di lavoratori poveri nei Paesi in via di sviluppo».
Secondo il rapporto «La sfortuna della generazione che arriva sul mercato del lavoro in questo periodo di grande recessione non si traduce solo nel malessere attuale suscitato dalla disoccupazione, dal sotto-impiego e dagli stress dei rischi sociali legati alla disoccupazione e all'ozio prolungato, potrebbe anche avere delle conseguenze a lungo termine, sotto forma di rimunerazioni più basse in futuro e di sfiducia verso il sistema economico e politico».
L'organizzazione del lavoro dell'Onu sottolinea che «Questa frustrazione collettiva tra i giovani è stata uno dei motori dei movimenti di protesta che hanno avuto luogo in tutto il mondo quest'anno, perché diventa sempre più difficile per i giovani trovare altro che un lavoro a tempo parziale o un impiego temporaneo».
Il rapporto spiega da questo punto di vista cosa e perché è davvero successo in Medio Oriente ed Africa del Nord: «Nel corso degli ultimi 20 anni, circa un giovane su quattro si è ritrovato disoccupato, malgrado i progressi compiuti in materia di educazione dei ragazzi e delle ragazze». E' qui che è scaturita la scintilla che ha infiammato le rivolte arabe
Il numero assoluto dei giovani disoccupati sarebbe però leggermente diminuito dopo il picco raggiunto nel 2009: da 75,8 à 75,1 milioni alla fine del 2010, cioè il 12,7%, e dovrebbe scendere a 74,6 milioni nel 2011, il 12,6%. Pero il rapporto attribuisce questo miglioramento al fatto che sempre più giovani si ritirano dal mercato del lavoro e non lo cercano nemmeno più: «Questo è particolarmente vero per le economie sviluppate e per l'Unione europea». Una tendenza particolarmente forte nell'ex tigre celtica del turbocapitalismo, l'Irlanda, dove il tasso di disoccupazione giovanile nel 2010 era del 27,5 % contro il 18,5 del 2007, ma che sarebbe in realtà del 46,8% perché un bel pezzo di disoccupazione è dissimulata nel sistema educativo.
Durante la crisi, l'espansione della manodopera giovanile è stata ben inferiore alle attese del 2010: nei 56 Paesi che hanno dati credibili il mercato del lavoro ha accolto 2,6 milioni di giovani, molto meno del previsto dalle tendenze a lungo termine pre-crisi. La percentuale di coloro che cercano lavoro da oltre 12 mesi nei Paesi sviluppati è molto più elevata tra i giovani che tra gli "adulti": in Italia, Grecia, Slovacchia e Gran Bretagna i giovani sono da due a tre volte più a rischio disoccupazione di lunga durata degli adulti.
Tra il 2007 e il 2010 il tasso di lavoro a tempo parziale tra i giovani è aumentato in tutti i Paesi sviluppati, esclusa la Germania, con punte del 17% in più in Irlanda e dell'8,8% in Spagna, lasciando pensare che il lavoro precario sia l'unica opzione a disposizione dei giovani. Alla fine del 2010 praticamente tutti I giovani avevano un lavoro a tempo parziale in Canada, Danimarca, Olanda e Norvegia. Eppure la percentuale di giovani lavoratori che vorrebbe lavorare di più supera quella degli adulti in tutti i Paesi europei, escluse Germania ed Austria.
I Paesi in via di sviluppo a basso reddito sono prigionieri di un circolo vizioso povertà-lavoro: «Se si studia la disoccupazione giovanile in maniera isolata - spiega l'Ilo - si potrebbe credere a torto che la gioventù dell'Asia del Sud o dell'Africa sub sahariana esca bene dal rapporto rispetto a quella delle economie sviluppate. Infatti il rapporto elevato occupazione-popolazione per i giovani delle regioni più diseredate vuole semplicemente dire che questi giovani non hanno altra scelta che lavorare. A livello mondiale, si hanno molti più giovani che sono intrappolati nella loro condizione di lavoratori poveri che giovani senza lavoro o che cercano un impiego».
Il rapporto propone una serie di iniziative politiche per promuovere l'occupazione giovanile, quali: «Elaborare una strategia integrata di crescita e di creazione di l posti di lavoro basata sui giovani; migliorare la qualità degli impieghi rafforzando le normative sul lavoro; investire nell'insegnamento e in una formazione di qualità e, forse ancora più importante, perseguire politiche finanziarie e macroeconomiche che puntino a togliere gli ostacoli alla ripresa economica».
José Manuel Salazar-Xirinachs, direttore esecutivo del settore lavoro dell'Ilo, spiega che «Queste nuove statistiche riflettono la frustrazione e la collera che sentono milioni di giovani nel mondo. I governi si devono sforzare di trovare delle soluzioni innovative per intervenire sul mercato del lavoro, per esempio affrontando il divario di competenze tra l'offerta e la domanda, offrendo un accompagnamento alla ricerca di lavoro, una formazione al mestiere di imprenditore, delle sovvenzioni per le assunzioni, ecc. Queste misure possono veramente fare la differenza ma, alla fine dei conti, maggiori posti di lavoro dovranno essere creati grazie a delle misure esterne al mercato del lavoro per togliere gli ostacoli alla ripresa della crescita, soprattutto accelerando il recupero del sistema finanziario, la ristrutturazione e la ricapitalizzazione delle banche, al fine di rilanciare il credito alle piccole e medie imprese e realizzando dei veri progressi per riequilibrare la domanda mondiale».
Fonte: Greenreport.it
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La pensione non basta: oltre 300 mila richieste di prestiti da 60enni
La pensione non basta: oltre 300 mila richieste di prestiti da 60enni
Fonte: Redattore Sociale |
Roma - Il credito al consumo non conosce limiti d'eta': secondo l'analisi di Prestiti.it (www.prestiti.it) il 6,5% delle richieste di prestito personale arriva da pensionati. La percentuale, convertita in numeri, diventa sbalorditiva: circa 360.000 italiani in pensione, nell'ultimo anno, hanno avuto necessita' di ricorrere al credito al consumo. Quasi mille anziani al giorno, quindi, a rappresentare un fenomeno con cui e' ormai necessario fare i conti.
"Se pensiamo che il 46,5% dei pensionati italiani- dichiara Marco Giorgi di Prestiti.it- riceve una pensione inferiore a 1.000 euro (dati Istat) ci rendiamo conto di come il ricorso ai prestiti personali sia una scelta utile per dilazionare le spese e pianificare meglio i pagamenti". Secondo Prestiti.it il pensionato che fa domanda di prestito ha in media 62 anni - eta' abbassata dalla presenza di richieste provenienti dai baby pensionati - cerca un finanziamento di circa 16.000 euro e vorrebbe rimborsarlo in 67 mesi, quindi piu' di 5 anni e mezzo. Le richieste arrivano prevalentemente da uomini, che rappresentano ben il 75% del totale; le donne, dal canto loro, vorrebbero una cifra piu' bassa, pari a 14.500 euro.
La somma e la durata del prestito si convertono in una rata media mensile che oscilla, quindi, attorno ai 300 euro. Un numero cosi' alto di richiedenti rivela come il ricorso ai finanziamenti sia ormai un'abitudine anche fra i piu' anziani, ma dall'altro racconta come la congiuntura economica abbia messo in difficolta' una fetta considerevole della popolazione italiana. A ulteriore riprova di questo e' il fatto che piu' di un quarto del campione chiede un prestito per liquidita' (26%), per avere, cioe', una maggiore disponibilita' di contante con cui affrontare le spese quotidiane; seguono, nell'ordine, le richieste di chi ha bisogno di denaro per ristrutturare casa (22,8%), e per comprare un'auto (12%). L'11,1%, poi, ha bisogno di un prestito per consolidare i propri debiti, vale a dire per riunire i finanziamenti gia' in corso creando un unico prestito.
A livello regionale, le aree in cui la percentuale di richieste da parte di pensionati supera notevolmente la media nazionale sono la Campania e la Puglia: qui arrivano a rappresentare il 7,6% del totale. È dai pensionati campani, in particolare, che arriva ben il 14% del totale nazionale. Per quanto riguarda gli importi, guidano la classifica la Basilicata (con 21.000 euro), la Sardegna (20.000 euro) e la Lombardia (18.500 euro). Decisamente inferiori le somme richieste in Emilia Romagna (14.500 euro) e Friuli Venezia Giulia (15.500 euro). (DIRE)
© Copyright Redattore Sociale
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30/10/2011
Vendiamo il paradiso a prezzi scontati
Vendiamo il paradiso a prezzi scontati
Che vuol dire quella fila biblica che ha paralizzato Roma per accaparrarsi elettrodomestici scontati da Trony? Che vuol dire quell'incasso di due milioni e mezzo di euro in piena crisi in una giornata sola? L'Italia che si dice bipolare e invece è manichea, ha offerto ieri due letture diametralmente opposte: altro che crisi, hanno esultato i liberisti, notando l'exploit di consumi. Che «ressa di schiavi» sotto effetto della crisi nera, hanno commentato gli altri, da sinistra.
Lasciamo a casa le tesi precostituite e ragioniamo: un società impoverita, è vero, non spende così tanto in generi non di prima necessità.
Vuol dire che poi non stiamo così male. Però è vera anche un'altra cosa: mentre il centro commerciale fa il suo boom di incassi, chiudono in un anno a Roma ben 5mila negozi. Non vi dice niente? Se la gente dorme in macchina pur di accaparrarsi un televisore scontato, vuol dire che la crisi picchia, ma i soldi poi non mancano.
Come giudicare invece sul piano psicologico e morale, la corsa? È un esorcismo popolare contro la crisi, va capito; è il vuoto di tempo e la voragine di aspettative che colpisce una società pur indaffarata. Ma è anche la miseria del consumismo come modello di vita e orizzonte di futuro. Un i-phone in saldo non può valere ore di fila a piedi, in auto, una nottata fuori.
Prima si facevano questi sacrifici per acquistare indulgenze presso santi e madonne; oggi per acquistare distrazioni presso gli ipermercati. Ditemi voi se è un progresso e se siamo davvero passati dall'infanzia alla maturità.
di Marcello Veneziani - Fonte: il giornale [scheda fonte]
21:51 Scritto in Altra italia, Consumatori, Indice puntato | Link permanente | Commenti (1) | Segnala
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Giù le mani da Nietzsche Non è un Rambo da Borsa
Giù le mani da Nietzsche Non è un Rambo da Borsa
Due giorni fa eravamo a festeggiare un compleanno in contumacia: eravamo a Sils Maria nella casa di Friedrich Nietzsche a celebrare il suo compleanno, il 167º. Colpisce la piccola stanza dove soggiornava il profeta di Zarathustra. La grandezza di un destino nel piccolo spazio di una camera. Il cielo in una stanzetta. Eravamo con il suo principale medium, Sossio Giametta, traduttore dell'intera opera di Nietzsche che festeggiava a sua volta, con un nascente Premio Nietzsche a lui assegnato, le nozze d'oro con Zarathustra, cinquant'anni di traduzioni e opere su di lui. Eravamo con altri studiosi e appassionati, poi con Mina e Lisanna e il circolo La Torre di Chiavenna che ha organizzato a Piuro il primo seminario su Nietzsche, dove il pensiero si calava nel paesaggio e si prolungava nelle passeggiate nei luoghi nietzscheani dell'Engadina.
Qui Nietzsche ritrovò Zarathustra che aveva incontrato per la prima volta sul mar ligure camminando verso Zoagli, e qui, sul lago di Silvaplana, presso Surlej, su un masso a forma di piramide ebbe in forma d'estasi l'illuminazione dell'Eterno Ritorno. Qui a Sils-Maria Nietzsche visse solitario l'estate del suo pensiero per otto fertilissimi anni tra il 1881 e il 1888. È bello vedere quel paesaggio con gli occhi di Nietzsche, le cime della Volontà di potenza e i tramonti dell'Amor Fati, le passeggiate di Zarathustra al mattino e al meriggio e gli Eterni Ritorni del sole.
Come è lontano quel Nietzsche solitario di Sils-Maria dal Nietzsche tempestoso indicato come il mandante filosofico di tanti orrori storici e altrettanti errori di pensiero della nostra epoca. Come è noto, Nietzsche fu prima considerato il padre putativo del fascismo e del nazismo. Poi, più recentemente, del superuomo di massa e perfino di Borsa, dei rambo più spietati e dei macho palestrati, del delirio estetico e dionisiaco, tra sesso, fumo e trasgressione. E fu considerato il Deicida per eccellenza, il filosofo della Morte di Dio e dell'avvento del nichilismo. E non solo, videro in lui il distruttore di tutti i valori e il primo ispiratore della negazione della realtà e della verità nel nome della superba volontà di potenza.
Per cominciare, Nietzsche non è il compendio del Novecento e dei suoi orrori. Il suo pensiero impolitico guarda oltre l'abisso della storia e delle ideologie; e il Novecento, soprattutto nella prima metà, fu invece un secolo versato interamente nella storia e nelle ideologie. Lui stesso disse che lo si comincerà a comprendere nel Novecento ma lo si comprenderà appieno solo a partire dal terzo millennio. Il suo pensiero va oltre la storia e i suoi scenari, la sua stessa idea di Grande Politica mira a oltrepassare la storia e l'umanità del suo tempo.
In secondo luogo, Nietzsche non uccide Dio ma ne descrive la morte nella nostra epoca. E anche del nichilismo Nietzsche è sismografo ed è profeta, nel senso che lo vede e lo prevede; ma non lo invoca, semmai se ne fa una ragione. Pochi mesi fa Benedetto XVI ha indicato in Nietzsche il profeta dell'ateismo e del nichilismo, e del rifiuto superbo dell'umiltà e dell'obbedienza; ma tornando in Germania il Papa ha poi detto che sono più vicini a Dio i non credenti irrequieti, piuttosto che i credenti di routine. In questa luce, Nietzsche sarebbe più vicino a Dio rispetto ai farisei e ai credenti spenti che seguono la fede per forza d'inerzia. E fu questa, del resto, l'idea di pensatori cristiani come Max Scheler e Gustave Thibon, ma anche di Sciacca e Del Noce.
Quanto al superuomo di massa della nostra epoca, non so quali legami pur vaghi ci possano essere tra Zarathustra e Superman, tra Dioniso e Vasco Rossi o Jim Morrison, tra il filosofo dell'Amor fati o l'asceta dell'Eterno Ritorno e i Rambo, i Palestrati, gli uomini di Borsa, o perfino Erika e Amanda Knox. Certo, la volontà di potenza di Nietzsche non basta a spiegare la natura umana, accanto a essa vibrano altre volontà anche opposte: per esempio, la volontà di annientarsi, che poi Freud chiamerà istinto di morte, pulsione suicida; la volontà di trascendersi in una dimensione superiore e impersonale; la volontà di amare e perfino di annullarsi nell'amare; e, sotto tutte, la più umile e primaria volontà di vivere, che aveva descritto Schopenhauer che come Nietzsche fu Biosofo più che filosofo. Pensatore della vita più che della logica.
Ma oggi Nietzsche è inchiodato soprattutto a una citazione, «Non esistono fatti ma interpretazioni» che vorrebbe essere il riassunto cinico di un'epoca che nega la verità, la realtà, e insieme nega le regole, per affidarsi solo all'arbitraria e soggettiva interpretazione personale. In realtà, Nietzsche in quel passo polemizzava con il positivismo del suo tempo, con il feticismo assoluto dei fatti; intendeva negare che i fatti isolati dal contesto, dalle cause e dai soggetti che li vivono, potessero da soli spiegare la realtà. Perfino San Tommaso, maestro di metafisica e realismo, dice che la verità è il combaciare di intelletto e realtà, non basta la sola fisica dei fatti a spiegare la vita, il mondo, le cose. Analogamente Nietzsche non invoca la distruzione dei valori ma la loro trasvalutazione e aggiunge un'osservazione decisiva: in mancanza di valori tocca a noi essere valorosi, cioè di caricarci sulle nostre spalle tutto il peso della perdita di valori. Il mare, i monti, il pensiero di Nietzsche ondeggia tra questi estremi. Non è la storia ad accogliere la sua solitudine, ma la natura, il ritmo del cosmo, la disperata allegria dell'uomo che tramonta ed eternamente ritorna....
di Marcello Veneziani il giornale
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Cinese, la nuova lingua globale
Cinese, la nuova lingua globale
Nel 2015 diventerà l´idioma più studiato del pianeta. Ha già superato l´inglese e per i top manager è ormai diventato indispensabile. Tanto che molti giovani decidono di trasferirsi a Pechino per impararlo. Perché da sempre chi domina la ricchezza impone anche il modo di comunicare. Entro dieci anni ogni modello di personal computer e di telefono avrà tastiere doppie "La Cina avrà il potere finanziario e l´Occidente vuole conoscerla e capirla". Cinquemila insegnanti inviati nel mondo per aprire centinaia di nuove scuole. Ma le difficoltà restano: l´alfabeto è complicato e spesso non si riesce a impararlo
Pechino. Mandarino contro inglese. Oriente e Occidente non si fronteggiano solo sui mercati finanziari e nella corsa al riarmo. La Cina acquista i debiti di Europa e Stati Uniti, domina il commercio, si prepara a sostituire euro e dollaro con lo yuan, prossima valuta mondiale di riserva, ma prima di tutto punta a conquistare la comunicazione del secolo.
Dieci anni fa nessuno avrebbe immaginato che il putonghua avrebbe superato la Grande Muraglia. Nel 2011, senza che nessuno se ne accorgesse, l´ennesimo primato è battuto: dall´inizio di ottobre il cosiddetto cinese è la lingua che il maggior numero di stranieri ha iniziato a studiare. Un boom senza precedenti, per quantità e rapidità. Nel 2000 erano poco più di due milioni i non cinesi che tentavano di imparare gli ideogrammi del mandarino. Oggi sono 50 milioni e la domanda è talmente forte che scuole e università si scoprono spiazzate. La Cina diventa la seconda potenza economica del pianeta e il "cinese" è già la prima potenza linguistica.
È la madrelingua di 850 milioni di individui e altri 190 milioni lo parlano perfettamente come secondo idioma, pari al 70% dei cinesi. L´inglese, che ha dominato l´ultimo secolo, è compreso oggi da 340 milioni di madrelingua, oltre che da 510 milioni di non anglofoni.
Per governi e multinazionali il problema non è però il confronto assoluto dei numeri. Conta la tendenza e negli ultimi cinque anni tutto lascia presagire che entro il 2015 il mandarino, più ancora dello spagnolo, ultimerà la rincorsa all´egemonia culturale nell´economia e nella politica. «Il risultato - dice il professor Li Quan dell´università Renmin di Pechino - è storicamente scontato. Chi domina la ricchezza, da sempre impone il linguaggio. Ormai è chiaro che la Cina avrà il potere commerciale nel lungo periodo e l´Occidente si rende conto della necessità di conoscerla e di capire come funziona. L´ascesa del mandarino e il tramonto dell´inglese sono lo specchio popolare della realtà».
Non che la Cina si sia affidata alla curiosità delle persone e alla necessità dei mercati. Nessun governo ha investito tanto per imporre la propria lingua agli altri. Il primo Istituto Confucio all´estero ha aperto nel 2005. In cinque anni ne sono seguiti 315 in 94 Paesi e quest´anno gli stranieri iscritti ai corsi di mandarino hanno sfondato quota 230 mila. Un´esibizione impressionante del nuovo soft power di Pechino: 5 mila insegnanti inviati e mantenuti in ogni angolo della terra, con l´ambizione di aprire mille scuole Confucio entro il 2015. Negli Stati Uniti si parla già di "febbre cinese", la destra conservatrice lancia l´allarme sul «rischio di sconnessione dal Vecchio Continente», ma la stessa Europa guarda sempre più verso Oriente.
Un rapporto della Bce ha certificato che il mandarino è già la «lingua più ambita dalle imprese», che un neolaureato in grado di parlarlo accorcia di un terzo l´attesa per il primo impiego e che le multinazionali germaniche iniziano a inserire la conoscenza del cinese come pre-requisito per un colloquio di lavoro.
Sarebbe però un grosso errore limitare lo sguardo all´Ovest. E´ in Asia e nei Paesi in via di sviluppo che la lingua degli antichi funzionari imperiali (mandarino deriva da mantrin, ossia "ministro" delle dinastie prerivoluzionarie) si sta affermando quale lingua franca alternativa all´inglese. Il Pakistan da quest´anno l´ha resa obbligatoria nelle scuole. Il presidente russo Medvedev ha proclamato il 2010 anno della lingua cinese in Russia. In Corea del Sud e Giappone gli iscritti ai corsi di mandarino crescono del 400% all´anno, mentre gli ex satelliti sovietici dell´Asia centrale stanno sostituendo il cinese al russo.
Kazakhstan, Turkmenistan e Azerbaigian, serbatoi energetici di Pechino, dal 2012 offriranno agli studenti lezioni ed esami universitari sia nella lingua nazionale che in mandarino, mentre nessuna capitale dell´Africa è più sprovvista di un Istituto Confucio. Il simbolo dell´imminente passaggio di consegne linguistico è però la Gran Bretagna, culla dell´idioma mondiale successivo alle guerre mondiali del Novecento. Fino a due anni fa, 300 mila cinesi emigravano tra Oxford e Cambridge per laurearsi in inglese. Oggi sono oltre mezzo milione, possono concludere gli studi nella propria lingua madre, mentre tutti gli atenei più prestigiosi si contendono docenti di mandarino a colpi d´ingaggio. «Siamo davanti ad un´epocale rivoluzione del linguaggio umano - dice Zheng Wei, docente della facoltà di lingue di Pechino - ma le difficoltà restano: il mandarino è complicato e non è affatto scontato che chi afferma di studiarlo, riesca a impararlo».
Gli stessi cinesi hanno atteso fino al 1956 per arrendersi. Prima dell´ordine di Mao Zedong, teso a rafforzare l´identità nazionale, nel Dragone si contendevano il potere linguistico il cantonese, lo shanghaiese, il mandarino, il tibetano e altre decine di dialetti regionali. Il partito comunista optò infine per il linguaggio da sempre proprio del potere e nell´ultimo mezzo secolo il mandarino s´è imposto anche a Taiwan, a Singapore (dove è parlato da un quarto della popolazione) e alle Nazioni Unite, adottato tra le sei lingue ufficiali. Resta lo scoglio della difficoltà. Priva di alfabeto, organizzata per ideogrammi, la lingua comune dei cinesi obbliga a memorizzare migliaia di termini e di segni, ognuno dotato di quattro significati differenti a seconda dell´intonazione con cui viene pronunciato. Arte e creazione, per i calligrafi, abituati a misurare intelligenza e tasso culturale di un individuo in base alla grazia dei segni.
«L´industria della comunicazione - dice Wang Ying, dirigente del colosso Lenovo - ne sta prendendo atto. I cinesi scrivono sempre meno a mano e gli stranieri stentano a impugnare i pennelli. Entro dieci anni ogni modello di computer e di telefono avrà tastiere doppie mandarino-cinese. Ma può non essere azzardato prevedere che entro il secolo sarà l´umanità stessa a semplificare il proprio modo di comunicare, riducendo a due gli idiomi correntemente utilizzati».
Mandarino contro inglese, dunque, e non è solo una contesa culturale. Da quest´anno il primo ha conquistato il record di incremento in Giappone, Corea del Sud, Usa, Ue, Africa e Brasile. L´inglese perde terreno anche a favore dello spagnolo, in Europa si assiste al ritorno del tedesco, mentre le imprese editoriali lamentano l´insufficienza di libri, insegnanti e risorse per l´apprendimento del "cinese". L´Unesco stima un fabbisogno globale di docenti prossimo ai 20 mila all´anno e Pechino la scorsa settimana ha chiesto ai propri emigrati di prestarsi a tenere corsi serali in istituti superiori e atenei stranieri. Un anno senza pratica e senza esercizio, l´assenza di soggiorni in Cina, e i risultati sfumano. «Il problema - dice il professor Li Quan - è che non c´è gara tra la passione dei cinesi che studiano inglese e quella di questi che si applicano al mandarino. Il risultato è che la Cina comprende l´Occidente, ma non viceversa. E´ tempo per certificare i livelli progressivi di conoscenza del mandarino con attestati riconosciuti e da rinnovare, come avviene per l´inglese».
Non sapere il mandarino è il nuovo incubo di uomini d´affari e professionisti e per la Cina è un successo senza precedenti. Perfino i contratti iniziano ad adottare gli ideogrammi e nelle trattative politiche e commerciali le delegazioni di Pechino pretendono di esprimersi nella lingua madre. E´ lo scenario per il 2050: due miliardi di parlanti mandarino, opposti a 500 mila di anglofoni. Quattro a uno, come il peso economico, il valore della valuta e le proprietà detenute all´estero. Pochi oggi sanno dire grazie ad un cinese, ma nessuno ignora cosa vuol dire «thank you». Non sarà più così. Lezione numero uno: «Xie Xie». Meglio procurarsi un manuale made in China, Pontida compresa, se si ambisce ad un posto di lavoro. Altrimenti si ingrosseranno le file degli analfabeti sopravvissuti alle crisi dei debiti sovrani: e anche ordinare un espresso al bar cinese sotto casa, potrebbe diventare un´impresa.
Fonte: GIAMPAOLO VISETTI - la Repubblica
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L'APPELLO Rifugiati ruandesi costretti al rimpatrio
L'APPELLO Rifugiati ruandesi costretti al rimpatrio
Le Ong: in Ruanda rischio persecuzione
L'Unchr sta pensando di applicare la clausola di cessazione dello status di rifugiato per i ruandesi in esilio. Oltre 100 mila rifugiati, è l'allarme di Reporters senza frontiere e dell'Icva, rischiano di essere perseguitati se costretti a tornare nel paese d'origine
KIGALI - Dal prossimo anno, se l'agenzia dell'Onu per i rifugiati dovesse confermare la decisione presa, i rifugiati ruandesi nel mondo potrebbero vedersi revocata la protezione internazionale. In questo modo, si vedrebbero costretti a tornare in Ruanda dove, secondo molte organizzazioni dei diritti umani, potrebbero subire le persecuzioni di un governo da più parti descritto come dittatoriale e illiberale. E' l'allarme di Reporters senza frontiere 1 e dell'Icva 2, rischiano di essere perseguitati se costretti a tornare nel paese d'origine.
Clausola di cessazione. In base all'articolo 1.C della Convenzione di Ginevra 3, la carta siglata nel 1951 che accorda la protezione internazionale ai rifugiati, uno Stato che ospita persone vittime di persecuzioni può invocare la cosiddetta clausola di cessazione dello status di rifugiato, qualora sia appurato che nel paese d'origine siano sopraggiunte condizioni di sicurezza e di stabilità. Nel caso del Ruanda, d'accordo col governo del presidente Paul Kagame, l'Agenzia dell'Onu per i rifugiati 4(Unhcr) sta facendo pressione sugli stati che ospitano rifugiati ruandesi, particolarmente Repubblica del Congo, Repubblica Democratica del Congo (RDC) e Uganda (dove risiedono 100 mila dei 125 mila rifugiati ruandesi nel mondo), affinché questi invochino la clausola in questione entro la fine dell'anno.
Dopo di che, è l'annuncio dell'Unhcr, a partire dal 30 giugno 2012 il processo di rimpatrio dei rifugiati ruandesi prenderà avvio, dato che in Ruanda la situazione politica sarebbe tornata alla normalità.
In Ruanda diritti umani in pericolo. "Ma di quale normalizzazione stiamo parlando? - è la reazione netta di Reporters senza frontiere all'annuncio della strategia dell'Unhcr - Nel 2010, il presidente Kagame è stato rieletto con il 93% dei voti in un'elezione dove i suoi principali oppositori politici non hanno potuto partecipare, perché uno è tuttora in carcere (Victoire Ingabire nda) e l'altro, che vive in esilio, è riuscito a salvarsi in seguito a un attentato. Le autorità ruandesi - chiosa RSF - non tollerano le critiche, la stampa indipendente è costantemente minacciata e i rifugiati ruandesi sono in pericolo anche fuori dal paese".
L'allarme delle ong internazionali. L'attuazione della clausola di cessazione dello status di rifugiato per i ruandesi all'estero ha messo in allarme il mondo delle Ong. Nel corso della riunione della Commissione esecutiva dell'Unhcr, tenuta a Ginevra a inizio ottobre, l'Icva (il Consiglio internazionale della agenzie di volontariato, una coalizione che racchiude più di 70 Ong nazionali e internazionali) non ha perso l'occasione per mettere al corrente l'agenzia Onu del rischio che la sua decisione potrebbe avere su migliaia di persone. "Le Ong riconoscono che applicare la clausola di cessazione è un'azione appropriata ed efficace qualora nel paese di origine i motivi di pericolo per la vita dei rifugiati siano cessati - sottolinea il documento dell'Icva - Tuttavia, parlando del Ruanda, le Ong sono fortemente preoccupate circa la persistente violazione dei diritti umani. Forzare il rimpatrio dei rifugiati, infatti, potrebbe voler dire condannarli alla persecuzione, tanto più che il Ruanda è un paese da cui la gente continua a fuggire ancora oggi".
Chi sono i rifugiati ruandesi. Nel 1994, in seguito al genocidio che sconvolse il Ruanda con il massacro di 800 mila Tutsi da parte della maggioranza Hutu, oltre 100 mila ruandesi di etnia Hutu abbandonarono il paese temendo la vendetta e la persecuzione del governo ruandese e dei membri del Fronte patriottico ruandese (RPF), le forze militari Tutsi che liberarono Kigali. Molti dei fuggitivi, senz'altro, erano gli autori dei massacri o ne erano stati complici e, una volta superato il confine con l'attuale RDC, hanno dato origine al movimento delle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (FDLR), un gruppo armato che ancora oggi continua a seminare il panico nell'est del Congo, in particolare in Nord e Sud Kivu. Tra i rifugiati ruandesi attualmente in esilio, tuttavia, la stragrande maggioranza è composta da persone che all'epoca del genocidio erano solo dei bambini o che comunque non si erano macchiati di alcun tipo di strage. Nonostante le pressioni del governo ruandese e gli incentivi di Unhcr e Stati ospitanti, secondo le ong, la maggior parte dei rifugiati non vuole tornare in Ruanda.
Il programma di rimpatrio volontario. A partire dal 2009, in seguito alla riduzione delle capacità delle FDLR nell'est del Congo e a migliori relazioni tra il Ruanda e la stessa RDC, l'Unhcr ha iniziato a prendere in considerazione l'ipotesi di rimpatriare i rifugiati ruandesi. Da allora, basandosi sull'assunto che attualmente quello governato da Paul Kagame è un paese stabile e sicuro, l'agenzia delle Nazioni unite ha dato avvio a un processo di rimpatrio volontario dei rifugiati e di smantellamento degli ex combattenti delle FDLR.
Se, da un lato, il disarmo delle FDLR è giudicato all'unanimità un processo positivo per la stabilità del Congo, dall'altro, sottolineano le ong dell'Icva, la maggior parte dei rifugiati non vuole tornare in Ruanda nonostante gli incentivi dell'Unchr e le pressioni del governo di Kigali.
Le riserve delle Ong. Per queste ragioni, si legge nel documento dell'Icva, "le Ong nutrono serie riserve circa la revoca dello status di rifugiato indiscriminatamente all'intera popolazione di rifugiati ruandesi anche perché, allo stato attuale, sia in Ruanda che nei paesi ospitanti ci sono ostacoli considerevoli che impediscono l'applicazione della clausola di cessazione in maniera da rispettare i diritti umani dei rifugiati".
di DANILO GIANNESE fonte repubblica
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Sicurezza sul lavoro La Ue mette in mora l'Italia
Sicurezza sul lavoro La Ue mette in mora l'Italia
Con una lunga e dettagliata lettera Bruxelles segnala l'apertura di un procedimento contro il nostro Paese
L'Italia non rispetta le direttive europee in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro. Con una lunga e dettagliata lettera di "messa in mora", recapitata il 30 settembre scorso al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, la Commissione europea ha aperto un procedimento di infrazione contro l'Italia. Facendo a pezzi, in sei punti, il Testo Unico sulla sicurezza, proprio nella parte riformata dal decreto Sacconi il 3 agosto 2009. Si scopre così che la tanto contestata norma "salva manager", quella che deresponsabilizza i datori di lavoro nel caso di incidente e che il ministro del Welfare Maurizio Sacconi disse pubblicamente - sull'onda dei processi Thyssen e Eternit - di aver stralciato, è in vigore. Mimetizzata dentro una complessa ragnatela di articoli e commi, ma ancora lì nel Testo Unico.
Tutto nasce dalla petizione di un operaio metalmeccanico di Firenze, Marco Bazzoni. A novembre del 2009, a titolo individuale e senza organizzazioni alle spalle, ha scritto alla Commissione europea, convinto che il decreto Sacconi appena approvato violasse alcune disposizioni dell'Ue. La Commissione ha dichiarato ricevibile la petizione a marzo del 2010. Poi i tecnici che si occupano di affari sociali e lavoro per mesi hanno passato al setaccio il Testo Unico, parlando anche con i funzionari del ministero del Welfare. A settembre di quest'anno, è stata decisa "la costituzione in mora" contro l'Italia <<
Per ritrovare la "salvamanager" bisogna fare le acrobazie da un articolo all'altro del nuovo Testo Unico. Il presupposto di partenza è che i datori di lavoro e i dirigenti possono delegare e subdelegare specifiche funzioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro (art. 18), mantenendo comunque l'obbligo di vigilare sul delegato. Obbligo che si considera pienamente assolto (art. 16 comma 3) in caso di adozione e ed efficace attuazione del modello di verifica e controllo. Eccolo il passaggio che ha insospettito la Commissione. A valutare se i dirigenti abbiano correttamente vigilato e siano da ritenere non penalmente responsabili in caso di incidente, a valutare cioè se il modello di verifica e controllo sull'operato dei delegati alla sicurezza sia stato efficace, non è un soggetto terzo come l'Ispettorato del Lavoro, e nemmeno un giudice in sede di accertamento penale, com'è stato fino a prima della riforma. E' un organismo paritetico (art 51), costituito proprio da associazioni di datori di lavoro, quindi con un obiettività di giudizio quantomeno limitata. Una "salvamanager" più complicata e leggermente depotenziata rispetto a quella inserita nella bozza del decreto Sacconi, che aveva efficacia retroattiva applicandosi ai processi in corso, ma comunque considerata un escamotage dalla Commissione a vantaggio dei capi delle aziende. E non è l'unico profilo di irregolarità ravvisato nel Testo Unico.
La normativa italiana sarebbe in contrasto con la direttiva europea - si legge nella lettera di messa in mora - anche per l'obbligo di disporre di una valutazione dei rischi per la sicurezza e la salute durante il lavoro per i datori che occupano fino a 10 dipendenti e per la proroga dei termini impartiti per la redazione del documento di valutazione dei rischi per le nuove imprese o per modifiche sostanziali apportate ad imprese esistenti. Il Testo Unico (art 28) concede infatti al datore di lavoro ben 90 giorni dall'inizio dell'attività per elaborare il documento sulla valutazione del rischio. Troppi, secondo la Commissione.
Le altre quattro contestazioni riguardano l'obbligo di valutazione del rischio di stress legato al lavoro, l'applicazione della normativa su sicurezza e salute per le cooperative sociali e le organizzazioni di volontariato della protezione civile, le disposizioni di prevenzione incendi per gli alberghi con oltre 15 posti letto, esistenti in data aprile 1994. Adesso il governo italiano ha due mesi di tempo per trasmettere alla Commissione le proprie osservazioni. Dopodiché, in caso di chiarimenti non sufficienti, avrà un po' di tempo (si parla di altri due mesi) per modificare il Testo Unico ed evitare il ricorso per inadempimento alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea, con relative possibili e onerose sanzioni.
Fonte: FABIO TONACCI - Repubblica.it |
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29/10/2011
La grande fuga da Bangkok
La grande fuga da Bangkok
Immaginate una metropoli di 9 milioni di abitanti, in fuga di fronte al nemico che avanza. La metropoli è Bangkok, capitale thailandese, il nemico qui è l'acqua: una gigantesca massa d'acqua che ha già fatto straripare i fiumi e allagato un terzo del paese, e ora scende inesorabile verso sud lungo il corso del Chao Phraya, il fiume che taglia proprio Bangkok prima di buttarsi nel Golfo del Siam. Dunque gli abitanti della capitale thailandese sono in fuga. Migliaia di persone, colonne di auto, camion, furgoni, ogni possibile veicolo. Decine di barchette e zattere improvvisate - perché ormai numerose zone della capitale sono già allagate, in una anticipazione di ciò che sta per arrivare. E dire che fino a due giorni fa le autorità ripetevano che Bangkok, o almeno la sua parte centrale, sarebbe stata risparmiata dalla furia dell'acqua grazie alle barriere di sacchi di sabbia costruire in fretta e furia da centinaia di soldati e di volontari - o alla decisione strategica di lasciar straripare il fiume in alcuni punti a monte per deviare il flusso.
Solo martedì la giovane primo ministro Yingluck Shinawatra - la prima donna capo del governo in Thailandia - ha parlato dagli schermi tv per dire che no, neppure Bangkok è al riparo, neppure il centro, è probabile che l'acqua travolga quelle barriere. Insediata da appena due mesi, in perenne corsa per dimostrare di non essere stata eletta solo in virtù del facoltoso e potente fratello - l'ex premier Thaksin Shinawatra - ora Yingluck è alle prese con la sua prima crisi: una vera e propria emergenza nazionale, un terzo del paese alluvionato e una capitale prossima a essere travolta. Ed è già al centro di molte critiche per aver tardato tanto a prendere sul serio l'alluvione che dura ormai da settimane: da luglio sulla Thailandia si sono abbattute piogge monsoniche di intensità eccezionale, che hanno gonfiato i fiumi in ondate di piena che hanno sommerso campi, villaggi, intere città.
Il bilancio umano è già di oltre 360 morti. I giornali parlano di famiglie intere accampate da settimane su terrapieni o rare colline, o sui tetti delle loro case, dove si arrangiano con gli aiuti di associazioni caritatevoli o organizzazioni internazionali. Dicono che le misure di igiene pubblica sono inesistenti, raccontano di serpenti in agguato, e di coccodrilli usciti dagli allevamenti. Ma il governo ha pensato che bastasse mandare l'esercito a costruire terrapieni di sacchi di sabbia, magari allagare alcune zone rurali per salvarne altre (urbane): solo che neppure questo ha impedito che interi distretti industriali fossero sommersi. Ora le ondate di piena stanno per raggiungere Bangkok, dove il massimo della piena è previsto per il fine settimana. E qui la situazione è peggiorata dall'alta marea stagionale: l'alluvione potrebbe durare tra 2 settimane e un mese prima di defluire.
«È una crisi, perché se tentiamo di resistere a questa massiccia quantità d'acqua, una forza della natura, non potremo vincere», ha detto la premier. Crisi, ha detto Yungluck Shinawatra. Ma ancora rifiuta di dichiarare lo stato d'emergenza: il governo ha semplicemente annunciato cinque giorni di ferie, in tutte le zone alluvionate, perché gli abitanti possano mettersi in salvo. A Bangkok non se lo sono fatti ripetere: chi può fugge, chi è costretto a restare ha fatto scorte di cibo e acqua. Mentre i giornali cominciano a discutere di cosa ha trasformato la «forza della natura» in una catastrofe: impreparazione, e ancor prima decenni di deforestazione, colate di cemento a soffocare le sponde dei fiumi, manomissioni del territorio e dei fiumi... Ma intanto la piena avanza, inesorabile: immagini aeree o satellitari mostrano un mare che stringe ogni giorno di più l'assedio attorno alla capitale, e finirà per sommergerla.
Fonte: Paola Desai - il manifesto |
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LA FESTA È GIÀ FINITA
LA FESTA È GIÀ FINITA
«Il piano Ue fa volare le borse», titolava ieri in prima La Stampa. E, al pari del giornale della famiglia Agnelli, quasi tutti i quotidiani italiani hanno scelto di dedicare l'apertura di prima pagina alle borse spinte dal «vento caldo» del piano salva-stati della Ue. Ma la festa appena incominciata sembra già finita: ieri le borse hanno ripiegato e, ancora una volta, la peggiore è stata Piazzaffari che ha lasciato sul terreno l'1,78%.
L'andamento delle quotazioni in Italia è stato condizionato soprattutto dalle pessime notizie provenienti dal debito pubblico italiano. All'asta dei Btp decennali, per la prima volta dal 1997, è stato sfondato il muro del 6% di rendimento. La domanda tiene, sostengono gli analisti. Sta di fatto che oltre al 6,06% al quale sono schizzati i decennali, anche per le scadenze più brevi c'è stata una forte salita.
I Btp a tre anni sono stati collocati al 4,93%, il livello più alto degli ultimi undici anni. Berlusconi per la prima volta sembra essersi reso conto che l'aumento dei tassi di interesse sul debito italiano avrà pesanti conseguenze sui conti pubblici. «Siamo in una situazione di grande tensione per quel che riguarda gli spread sull'emissione dei titoli del debito pubblico » e «questo graverà ulteriormente sulla nostra finanza», ha dichiarato parlando agli Stati generali del Commercio estero. In realtà, per questo governo il forte innalzamento dei rendimenti è una novità: per quasi tre anni e mezzo, infatti, i tassi pagati sui bond italiani sono stati estremamente bassi con dannazione per chi li comprava, ma con grande gioia per il ministro dell'economia che, nonostante l'esplosione del debito pubblico, non spendeva più di tanto per il pagamento degli interessi. Un segnale netto della crescita dei tassi era stato avvertito alcuni mesi fa: un po' per volta era cresciuto lo spread con i Bund del debito pubblico tedesco.
Fino a superare i 400 punti base. Ovvero il 4%. L'aumento del differenziale derivava un po' dalla grande domanda di Bund tedeschi da parte degli investitori in cerca di sicurezza, masoprattutto dalla crescita dei rendimenti sui titoli italiani. Gli interventi della Bce (che ha acquistato titoli italiani e spagnoli sul mercato secondario) ha contribuito a rallentare la corsa all'insù e a ridurre i differenziali sui tassi.Ma è stato sufficiente che la Bce stringesse un po' la borsa, perché i rendimenti italiani riprendessero a salire. Per settimane fonti governative hanno cercato di minimizzare e tranquillizzare. In pratica (in parte con ragione) sostenevano che l'aumento dei tassi riguardava unicamente i Btp sul mercato che stavano perdendo valore, producendo così un aumento dei tassi,ma non un maggiore esborso del tesoro, visto che gli interessi pagati erano fissi.
La prova era che nelle aste per i nuovi bond gli interessi pagati erano inferiori a quelli di mercato. Da alcune settimane, tuttavia, anche i tassi dei bond di nuova emissione stavano salendo rapidamente. A questo punto l'ultima speranza era un accordo in sede Ue per allentare la tensione sulla Grecia e indirettamente su altri paesi in difficoltà. Tipo l'Italia. L'accordo è stato raggiunto tre giorni fa, il fondo salva-stati aumentato da 440 a mille miliardi e c'è stata anche una approvazione (solo formale, però) degli impegni presi dall'Italia. Ma non sembra essere servito a nulla: ora i tassi di interesse stanno crescendo, lo spread con i Bund tedeschi è riaumentato a 382 punti base e, quel che peggio, l'onere del servizio del debito pubblico nei prossimi mesi e nei prossimi anni è destinato a crescere enormemente. Con una conseguenza pesante: saranno vanificati tutti i sacrifici imposti a milioni di persone con lemanovre correttive varate dal governo. Ilmercato normalmente è una brutta bestia che però tende ad assumere atteggiamenti realisti. Insomma, non scommette contro un paese per il gusto della scommessa, ma perché «specula», cioè prevede che quel paese è destinato a finiremale. Magari perché governato male.
Certo, c'è la speculazione che, tuttavia, non gioca al buio. Quando negli ani '90Georges Soros si accanì contro la sterlina e la lira, prese di mira due paesi le cui economie erano fragili. Non a caso, dopo le manovre correttive (la famosa stangata da 90mila miliardi di lire del 1992 di Ciampi-Amato), la speculazione portò a casa i guadagni e si rivolse verso altre direzioni. In questi ultimi mesi di stangate ne sono state approvate per importi superiori a quelle di quasi 20 anni fa, ma non è servito a nulla. I mercati non hanno fiducia. nella capacità di questo governo. Intanto l'euro che era risalito sopra quota 1,42 sul dollaro, ieri ha invertito la direzione. Una bella svalutazione della moneta comune in una fase di bassa congiuntura sarebbe unamanna. Favorirebbe il sostegno delle esportazioni. Secondo Berlusconi, «c'è un attacco all'euro che come moneta non ha convinto nessuno, perché non è di un solo paese ma di tanti che però non hanno un governo unitario, né una banca di riferimento». Il problema vero è che in Europa c'è solo una banca di riferimento - la Bce- mentre tutto il resto è nulla. Secondo il presidente, poi, l'euro «è una moneta strana, attaccabile dalla speculazione internazionale ». Dimentica che è stato l'euro a condurre le danze valutarie per una volontà precisa: con l'alto valore della moneta si è tentato di contenere l'inflazione.
Fonte: Galapagos - il manifesto
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Polmonite: il 50% dei malati la «prende» in ospedale
Polmonite: il 50% dei malati la «prende» in ospedale
Reparti e day hospital sono un ricettacolo di batteri. E il 18 % di chi la contrae in questo modo, muore
ROMA - Quasi il 50% delle polmoniti viene contratto in ospedale. E' il risultato allarmante presentato oggi di una ricerca condotta sulle polmoniti: lo studio, che ha coinvolto circa 2.000 pazienti di 55 reparti di Medicina Interna di ospedali in tutta Italia, è stato presentato oggi al 112° congresso nazionale della Società Italiana di Medicina Interna (SIMI). Il simposio, che si svolge a Roma, si conclude il 25 ottobre.
RICOVERI LUNGHI PERICOLOSI - «Rimanere in ospedale a lungo è pericoloso perché reparti e day hospital possono rivelarsi un ricettacolo di batteri – commenta Francesco Violi, presidente SIMI, direttore della I Clinica Medica al Policlinico Umberto I e professore ordinario di Medicina Interna all’Università La Sapienza -. I ricoveri più lunghi del dovuto possono complicare le degenze con malattie e infezioni che portano, nei casi più gravi, fino alla morte». «E’ meglio - raccomanda Violi - frequentare l’ospedale meno possibile e lo stesso vale per i visitatori, soprattutto per i bambini. Dovremmo cercare di orientarci sempre più verso le cure domiciliari, che in alcune regioni sono molto carenti. A beneficiarne non sarà solo il malato, ma anche le casse della sanità pubblica».
INFEZIONI IN REPARTI E DAY HOSPITAL - Dai dati emersi durante il convegno, al quale stanno partecipando oltre 2 mila medici, il 18% delle polmoniti è “nosocomiale” ossia si contrae per un’infezione acquisita in ospedale; il 30% coinvolge soggetti che hanno frequenti contatti con le strutture sanitarie: day hospital, istituti di riabilitazione o per malati cronici anziani. Il restante 51,6% dei pazienti si ammala fuori dagli ospedali, “in comunità” precisano gli esperti della SIMI.
ALTO TASSO DI MORTALITA' - Un dato ancora più allarmante è che il tasso di mortalità di chi contrae la polmonite in ospedale è del 18%, quasi pari a quello dei soggetti che vengono contagiati durante un day hospital o altre procedure terapeutiche e diagnostiche in strutture sanitarie (il 17%). La mortalità, però, di chi si ammala di polmonite fuori dall’ospedale (Cap) è bassissima: solo il 7%. Chi prende la polmonite durante un ricovero impiega inoltre più tempo per guarire: 19 giorni contro i 15 di chi contrae la malattia fuori dai centri clinici.
ìLA LOTTA CONTRO I BATTERI IN OSPEDALE- «Le forme più gravi di polmonite sono causate da batteri che si sviluppano in reparti e day hospital - ricorda Mario Venditti del dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive al Policlinico Umberto I e docente alla Sapienza di Roma - perché lì gli antibiotici vengono usati in forti dosi e questi germi si selezionato diventando più resistenti». «Durante un day hospital, per esempio – precisa Venditti - si possono acquisire batteri che poi vengono portati a casa, con il pericolo di contagiare anche familiari e amici di questa stessa grave forma della malattia che, per guarire, ha bisogno dell’uso di molti più farmaci». Per curare queste polmoniti, sottolineano i medici della SIMI, servono farmaci più efficaci di quelli comunemente usati per questa patologia.
http://www.corriere.it/salute/11_ottobre_22/polmonite-contratta-ospedale-di-frischia_8ba5a9d0-fcac-11e0-92e3-d0ce15270601.shtml
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28/10/2011
Quei ragazzi down: campioni nella vita. E nello sport
Quei ragazzi down: campioni nella vita. E nello sport
Le bellissime storie di Valerio, Alex e tanti altri. Una vittoria contro i pregiudizi
L'orgoglio e la felicità di avere un figlio down. Di dare e ricevere amore da un bambino uguale a tutti gli altri. Sì, uguale, nonostante i pregiudizi che vorrebbero questi bimbi diversi dai loro coetanei cosiddetti «normali». Sul Corriere della Sera di qualche giorno fa c'era la storia bellissima di mamma Stefania e papà Roberto e del loro Valerio, 25 anni, un giovane pieno di interessi. Compresi quelli sportivi: vela, nuoto, bowling. Ma Valerio non è un caso isolato: basta cliccare sui siti delle associazioni che raccolgono le testimonianze di famiglie con all'interno persone down per dare un colpo di spugna a tutti i luoghi comuni. E bene a ha fatto il comune di Fiesole a inserire nel proprio sito la storia di un suo concittadino down, campione nella vita.
E nello sport. Axel, infatti, a soli 17 anni ha conquistato due medaglie d'oro agli Special Olimpics di Atene e ancora fresco è il ricordo di quando l'anno scorso ha portato a casa due medaglie d'oro e una di bronzo ai campionati nazionali della Fisdir (Federazione italiana sport disabilità intellettiva e razionale). «Alex - si legge nel sito www.comune.fiesole.fi.it - in acqua è andato veloce come un pesce così da poter vincere due ori strepitosi, uno sui 100 stile libero e l'altro sui 50 farfalla agli Special Olimpics di Atene, le Olimpiadi per atleti con disabilità mentale. Un successo raggiunto insieme alla sua squadra, la A.S. Special Team di Prato».
In segno di riconoscimento al giovane nuotatore l'amministrazione comunale di Fiesole ha consegnato ad Axel una targa in onore dei suoi successi. La cerimonia si è tenuta il 20 luglio scorso nella Sala Consiliare del Municipio di Fiesole.
«Axel ad Atene ha raggiunto un altro grande risultato - dice Ralph, papà del giovane campione -. Non solo per quanto riguarda lo sport, ma anche per aver vissuto un'esperienza all'estero con altri atleti speciali come lui, lontano dai suo ambienti quotidiani e dovendo affrontare tanti appuntamenti impegnativi per prepararsi al meglio per la gara. La speranza ora è che anche i ragazzi affetti dalla sindrome di Down possano gareggiare alle Paraolimpiadi in una categoria specifica, cosa che attualmente non c'è».
La passione per l'acqua al giovane fiesolano, affetto dalla sindrome di down, è nata fin da bambino. La prima volta che Axel è entrato in una piscina è stato all'età di tre mesi.
«Volevo che Axel imparasse a nuotare gli stili come tutti gli altri bambini - racconta mamma Camilla - e così ho iniziato a cercare qualcuno che credesse in lui, che intravedesse almeno, quella che per noi era una chance per Axel. Ho girato cinque, sei piscine a Firenze ma niente. Poi, seppi che a Prato c'era una struttura, un'associazione che 'allenava' una squadra di ragazzi con disabilità e così iniziammo a Axel a Prato tre volte la settimana. I primi risultati acquisiti come campione junior nei 50 delfino e 50 stile libero, cominciarono ad attutire un po' le fatiche e insieme facevano aumentare la nostra incredulità nel fatto che non trovassimo a Firenze una piscina, ma soprattutto un allenatore che alleggerisse le trasferte a Prato. Poi - continua la mamma del giovane nuotatore - quest'anno una delle gioe più grandi: la convocazione nella nazionale italiana arrivata inaspettata anche per la sua età, e le Special Olimpics ad Atene, dove Axel è salito sul podio per ben due volte applaudito da migliaia di persone, in un'atmosfera singolare, quella di centinaia di famiglie, genitori fratelli che stanno acclamando comunque i loro campioni.
Si respirava un'etica e un rispetto che stupiscono a un livello tanto profondo, perch´ tutti stanno partecipando, qualcuno può anche vincere, ma con una consapevolezza ed uno stile che fa riflettere. È bello vedere che l'atleta che ha lottato con Axel per la medaglia d'oro e che è arrivato secondo gioisse e si congratulasse con lui stringendogli la mano perch´ lo spirito che accomuna questi atleti è onorare il loro giuramento: 'Che io possa vincere, ma se non riuscissi, che io possa tentare con tutte le mie forze'». Senza dimenticare che, anche imparare a perdere, può rappresenta una grande vittoria.
di Nino Materi il giornale
21:00 Scritto in libri e fumetti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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