30/09/2011

RIPROPOSTE Steiner, dibattiti con l'ignoto all'ombra dell'Olocausto

RIPROPOSTE Steiner, dibattiti con l'ignoto all'ombra dell'Olocausto


A vent'anni dalla prima edizione, ritorna da Garzanti «Nel castello di Barbablù» Una genealogia del nostro tempo a partire dal conflitto che oppose le rivoluzioni moderne alla borghesia liberale

 

«Sto scrivendo in uno studio di una facoltà di una delle maggiori università americane. Le pareti tremano leggermente al ritmo della musica che proviene da un amplificatore vicino e da molti altri più lontani. Il ronzio è senza fine. Poco importa che sia pop, rock o folk. Quel che conta è la diffusione dilagante della vibrazione, da mattina a sera a notte. Un ampio segmento di umanità tra i tredici e, diciamo, i venticinque anni oggi vive immerso in questa continua pulsazione».
George Steiner è a Yale, imprigionato nella vita del campus e dunque circondato da estroversi studenti americani che lo tormentano, mentre studia, con musica a tutto volume. Sta preparando un ciclo di conversazioni per la T.S.Eliot Memorial Foundation che pronuncerà, nel marzo del 1971, alla University of Kent a Canterbury. Il tema delle conferenze, poi pubblicate nel saggio Nel castello di Barbablù. Note per la ridefinizione della cultura (da poco riedito per Garzanti a distanza di oltre vent'anni dalla prima pubblicazione italiana), è proprio la metamorfosi culturale dell'età contemporanea di cui è sintomo, per quanto di non immediata decifrazione, la vita dei giovani universitari che lo circondano.


Il titolo del volume è un omaggio all'unica opera lirica composta da un ancora giovanissimo Bela Bartók: «rispetto a una teoria della cultura è come se ci trovassimo là dove si trova la Giuditta di Bartók, quando chiede di aprire l'ultima porta sulla notte». Punto di partenza della riflessione è l'idea centrale che T.S.Eliot difende negli Appunti per una definizione della cultura: «la cultura non è semplicemente la somma di diverse attività, ma un modo di vivere». Ma se è anzitutto un modo di vivere, non si possono ignorare, come invece fa lo stesso Eliot, due questioni di fondo che l'età contemporanea è costretta forzatamente a discutere e rielaborare. La prima: «a me sembra irresponsabile qualunque teoria della cultura, qualunque analisi della nostra situazione attuale che non ponga al centro della riflessione i metodi del terrore che con la guerra, la fame e il massacro deliberato, causarono in Europa e in Russia, tra l'inizio della prima guerra mondiale e la fine della seconda, la morte circa di settanta milioni di esseri umani». Qualsiasi riflessione sullo stato della cultura contemporanea che escluda dal proprio orizzonte la storia del Novecento come storia del ribaltamento di progresso in catastrofe è una riflessione non solo inconsistente, ma irresponsabile.


Partendo da questo assunto, i primi due capitoli del Castello di Barbablù tentano una genealogia della modernità partendo dal conflitto che ha opposto rivoluzioni moderne a borghesia liberale ottocentesca. Nella ricostruzione di Steiner, l'età delle rivoluzioni avrebbe scatenato un'immane energia di trasformazione che l'Ottocento avrebbe però progressivamente compresso in puro sviluppo tecnologico e industriale: «la combinazione tra l'estremo dinamismo economico e tecnico e l'alto livello di forzata immobilità sociale era destinata a trasformarsi in miscela esplosiva, stimolando nella vita artistica e intellettuale risposte specifiche e in ultima analisi distruttive». La letteratura e l'arte di quegli anni avrebbero funzionato così da vero e proprio sismografo, rendendo visibile - e si pensi anche solo ai romanzi di Flaubert - quell'immane vuoto che stava iniziando a erodere le fondamenta di una società liberale solo apparentemente trionfante.


Con il secondo capitolo, l'energia che la società borghese ha cercato di comprimere per tutto l'Ottocento esplode nelle guerre mondiali e, soprattutto, nell'Olocausto. Secondo Steiner non basta ricostruire le ragioni storiche, politiche, economiche e psicologiche di quanto è accaduto. C'è qualcosa di enigmatico e radicale nella banalità del male. Per riconoscerne le radici, bisogna piuttosto retrocedere fino all'invenzione del monoteismo ebraico e alla sua eccezione antropologica. In questo modello culturale, infatti, per la prima volta l'ideale assoluto diventa un modello regolativo. Si costringe un essere finito a un patto con un trascendente non mediato e non negoziabile. L'uomo viene così strappato dal presente e dalla coincidenza con se stesso. Un'enigmatica apertura verso il futuro diventa possibilità della giustizia. Ed è contro l'insieme di questi imperativi morali, di cui l'ebraismo è solo condensazione simbolica, che l'olocausto orienta la propria violenza.
Secondo Steiner, nello sterminio di massa del popolo ebraico, si è manifestato niente meno che «l'attuazione di un impulso suicida della civiltà occidentale». In altre parole, la modernità scatenata avrebbe provato a distruggere il senso di colpa per quello che ha fatto della vita umana: nichilismo e immanenza senza orizzonte. Nello sterminio degli ebrei si vuole annientare un simbolo preciso: la possibilità per l'uomo di essere altrimenti.


Arrivati a questo punto, Steiner non può non porsi una domanda più che legittima: «perché tanta fatica per elaborare e trasmettere cultura se la cultura ha fatto così poco per arginare l'inumano, se c'erano già al suo interno ambiguità radicate che a volte addirittura sollecitavano la barbarie?» Gli ultimi due capitoli del libro ruotano intorno a questo inquietante interrogativo. Lo sguardo ora si sposta sul presente, sul realismo catastrofico di cui è impregnato.
Perturbata da una trasformazione tecnologica permanente, la cultura, come forma di vita, muta. E qui sta la seconda questione di fondo che non può essere elusa: «come ai tempi crepuscolari delle favole ovidiane di essere mutanti, siamo in metamorfosi. Essere ignari di questi fenomeni scientifici e tecnologici, essere indifferenti ai loro effetti sulla nostra esperienza mentale e fisica significa scegliere di estraniarsi dalla ragione».
È probabile che lo sviluppo tecnologico stia per aprire porte su realtà e abissi avversi alla nostra stessa sanità mentale e al limitato deposito di riserve morali che ancora con fatica proteggiamo. Ma, continua Steiner, nonostante tutto, «è enormemente interessante vivere in questo crudele, ultimo stadio dell'avventura occidentale. Saper scorgere le possibilità di autodistruzione, e tuttavia spingere fino in fondo il dibattito con l'ignoto, non è cosa da poco».

Il manifesto di Daniele Balicco

Gli Amish «ultrà» finiscono in prigione per un carretto

Gli Amish «ultrà» finiscono in prigione per un carretto

 

Si rifiutano di esporre il triangolo rosso

 

WASHINGTON — La vita degli Amish è regolata dall'Ordine. Il «loro» ordine. Per cui a volte disobbediscono all'altro ordine, quello di uno dei 28 Stati americani dove vive questa pacifica confessione cristiano-protestante. Piccoli incidenti provocati dalla particolare visione degli Amish, contrari — in parte — a qualsiasi forma di modernità. Ed ecco che nove membri della comunità di Mayfield, Kentucky, sono finiti per qualche ora in prigione. Le foto segnaletiche li mostrano in abiti scuri, con capelli lunghi e barbette che ricordano quelle dei sette nani. Sembrano usciti da un quadro antico e invece è storia recente.


La bizzarra vicenda ha origine da un no irrevocabile. I nove si sono rifiutati di appendere ai loro calessi un triangolo catarifrangente che segnala «veicolo che si muove lentamente». E non si è trattato di un capriccio, bensì del rispetto della loro religione. Agli Amish è proibito indossare abiti dai colori vistosi o trasportare oggetti con tinte vivaci. In più la comunità non può affidare sicurezza e fiducia a qualsiasi cosa inventata da un essere umano. La protezione — in questa rigorosa interpretazione — viene dal Signore, il resto è superfluo.


La vertenza legale — iniziata ben tre anni fa — si sarebbe potuta chiudere con il pagamento di una multa e invece gli Amish hanno insistito restando abbarbicati alle loro posizioni. Qualcuno di loro ha proposto di attaccare alle carrozzelle un «triangolo» di colore grigio, meno vistoso. Un compromesso arenatosi nelle sabbie dei regolamenti: deve essere arancione, niente deroghe. L'ultima parola è toccata al giudice Deborah Crook. Sia pure a malincuore, ha dovuto prendere una decisione drastica e i nove sono stati portati in prigione dove però gli è stata risparmiata l'offesa della classica tuta arancione riservata ai detenuti. Presto i nove di Mayfield potrebbero essere seguiti da decine di loro correligionari. Sul tavolo del giudice Crook vi sono altri cinquanta casi simili e dunque c'è il rischio che scattino di nuovo le manette.


La disputa ha portato l'attenzione su una comunità operosa e pacifica che — in teoria — dovrebbe stare alla larga dai guai di questi anni tumultuosi. Da sempre, gli Amish vivono nella semplicità e si guardano bene — salvo in rare situazioni — dall'abbracciare la modernità. Il gruppo, nato in Svizzera nel 1693 per volontà di un vescovo scissionista, si è diffuso tra il territorio elvetico, l'Alsazia e la Germania. Poi a partire dagli inizi del diciottesimo secolo una forte comunità si è trasferita negli Stati Uniti. L'ultimo censimento ha stimato che ne ve siano quasi 250 mila e sono in continua crescita, tanto che nel 2024 potrebbero raddoppiare. Un boom demografico legato all'alto numero di figli: 6-7 per famiglia.

 

E recenti studi segnalano un progressivo spostamento verso l'Ovest dove è possibile acquistare terra a buon prezzo e trovare aree non minacciate dalla tecnologia. Gli Amish, infatti, vivono di agricoltura e artigianato, non usano l'elettricità — se non in casi particolarissimi —, impiegano strumenti semplici, si vestono come nell'Ottocento, non guardano la tv e leggono tantissimo. Ovviamente le auto sono bandite. Al loro posto girano con i classici calessi neri. La loro lingua è un dialetto tedesco. Quanto ai loro figli possono studiare fino ai sedici anni, poi si dedicano al lavoro. Tutto sommato, la comunità è riuscita a tirare avanti bene. Ma di questi tempi non poteva restare immune da qualche brutta sorpresa. Un «fratello» dell'Ohio al quale avevano affidato i loro risparmi li ha bruciati in investimenti sbagliati: 17 milioni di dollari in fumo. Lui ha dato la colpa alla Borsa e alle pazzie del mercato. Adesso rischia vent'anni di prigione.


Simpatici e un po' strani questi Amish. Ai loro figli insegnano a vivere in comunità e non a riporre la fiducia in una sola persona. Contano gli anziani, i saggi del gruppo. Ma alla fine si sono messi nelle mani di un uomo che li ha fregati in modo brutale.

Fonte: Guido Olimpio - CORRIERE DELLA SERA |

Messico. Intimidazioni, rapimenti e massacri così i narcos uccidono il Paese

Messico. Intimidazioni, rapimenti e massacri così i narcos uccidono il Paese

 

Nel mirino anche i giornalisti: negli ultimi mesi cinque cronisti sono stati eliminati. La società civile è rassegnata. E il presidente Caldéron finora è stato impotente


CITTA DEL MESSICO. Nude, le mani e i piedi legati, il torace sfondato dai colpi. Sul collo i segni di uno strangolamento, la bocca aperta in una smorfia di dolore e di paura. Marcela Yarce e Rocìo Gonzales Trapaga, 48 anni, giornaliste da 20, sono morte così. I loro corpi sono stati trovati da due ragazzi nel parco di Iztapalapa, periferia popolare a est di Città del Messico. Era il primo settembre scorso. Due mesi fa, i corpi di tre reporter vengono scoperti in una discarica.

 

Il 15 settembre scorso i corpi di un uomo e di una donna vengono appesi come manichini dal ponte di Nuevo Laredo, al confine con il Texas, con un cartello al collo: «Ecco cosa accade a chi scrive e indaga sul narcotraffico. Giornalisti e blogger siete avvertiti. Vi seguiamo e vi controlliamo». La coppia fa parte, assieme a Marcela e Rocìo, dei 74 colleghi assassinati in Messico dal 2000, gli ultimi 20 quest´anno. Non solo qui, in questa metropoli sconfinata del paese più pericoloso al mondo. Ma ad Acapulco, Monterrey, Tijuana, Taumapilas, Nuevo Leòn, alla stessa Ciudad Juarèz, tristemente nota come la culla del femminicidio. Muore chi indaga, muore chi fa parte delle bande nemiche. Muore chi combatte e chi tradisce; chi rifiuta le protezioni, chi si ribella alle estorsioni, chi non paga i riscatti per gli ostaggi sequestrati.


Questo non è più il Messico della musica e dell´allegria, dei nachos e della tequila. È un inferno senza vita: il turismo è calato del 40 per cento. Non ci sono leggi e regole. Perché è un paese in guerra. La guerra dei Narcos. Una guerra che ha provocato una mattanza, oltre 50 mila morti in 4 anni e che tutti, rassegnati, sopportano. A occhi chiusi. Tenendo stretto quello che hanno conquistato, rinunciando a quello che hanno smarrito. Centoundici milioni di messicani resistono come possono.

 

Hanno fatto di tutto: si sono appellati alla giustizia, hanno chiesto protezione, sono scesi disperati in strada sventolando lenzuoli bianchi, hanno occupato il centro della città. Si sono arresi alla realtà.
L´ex presidente Vincente Fox ha promesso, chiesto tempo e fiducia. Il suo successore, Félipe Caldéron, ha fatto peggio: ha lanciato una sfida impossibile ai Cartelli che da dieci anni sconvolgono il paese. Ha scoperto una polizia mal pagata, corrotta e impreparata. Ha cambiato uomini e mezzi e ha schierato sul campo le Forze armate. Una scelta, criticata dagli stessi Usa, che ha solo peggiorato le cose. Il presidente Caldéron ha finito per schierarsi con i meno pericolosi, quelli che hanno tutto da guadagnare da una pace apparente e da un nuovo equilibrio: gli uomini e le donne del Cartello di Sinaloa.


Ci sono in vista le elezioni del 2012. Il leader del Partido de Acciòn nacional (Pan) ha disperato bisogno di recuperare consensi. La tattica ha provocato molti arresti tra le fila dei vincenti; «Los Zetas» hanno reagito con rinnovata violenza. Dieci giorni fa i reparti scelti della Marina messicana sono riusciti a smantellare il loro apparato di comunicazione. Qualcosa di molto sofisticato, che rendeva difficile, se non impossibile, la lotta al narco terrorismo. Ma le cose sono cambiate poco. Chi è finito dentro è stato sostituito da altre leve, in un riciclo infinito. I sette Cartelli, tra alleanze e divisioni, si spartiscono uno dei tre commerci più floridi al mondo. Cocaina, soprattutto, ma anche marijuana, anfetamina, ketamina e da un paio d´anni eroina. In ballo c´è un tesoro di 280 miliardi di dollari da produrre, gestire e trasferire là dove viene richiesto e ben pagato: negli Stati Uniti. Da dieci anni i Cartelli si sono messi in proprio, hanno sostituito i colombiani. La droga non passa più per il Messico, viene prodotta in Messico.


Non si sa chi abbia ucciso Marcela e Rocìo. Lavoravano per Contralìnea, settimanale, come recita il sottotitolo della testata, «de investigaciòn». Il direttore Miguel Badillo, chiuso nel suo ufficio al quarto piano di un palazzo anonimo del centro storico, cede ad un sorriso su un viso terreo: «Posso solo dirti che dopo aver indagato per anni sull´intreccio tra Narcos e alta finanza non solo messicana, Marcela aveva preso in mano l´ufficio delle relazioni pubbliche. Raccoglieva pubblicità. Era brava e rappresentava una delle colonne del giornale. Colpire lei significava colpire le entrate della rivista».


Gli assassini hanno voluto lasciare la loro firma. Torture, violenze e un solo colpo di pistola alla nuca. Tutto porta ancora una volta a «Los Zetas», uno dei Cartelli più feroci e sanguinari dei sette che si spartiscono il bottino della coca. Loro non sprecano proiettili. Perché sono ex militari. Nati come sicari, «Los Zetas» sono sorti da un gruppo di 70 ex sottufficiali appartenenti alle Forze speciali messicane (Gafes). Oggi sono 700. La loro diserzione è stata facile: insidiato da quello di Sinaloa, regione del Pacifico, e dal loro capo Joaquìn Gùzman Loera, detto «el Chapo», l´ultimo narco della vecchia guardia ancora libero, il Cartello del Golfo li ha comprati con 50 mila dollari al mese, il salario di un anno nelle forze armate messicane. La cattura del loro fondatore, l´ex soldato di fanteria Arturo Gùzman Decena, ha cambiato gli equilibri. «Los Zetas» si sono messi in proprio. Sono loro gli autori dei peggiori massacri che hanno insanguinato il Messico negli ultimi sette anni. Compreso l´assalto al Casinò Royale di Monterrey con 52 morti di metà agosto per aver rifiutato la protezione: 10 per cento degli incassi mensili.


Il nuovo capo de «Los Zetas», Heriberto Lazcàno «El Lazca», ha rivendicato l´azione. Nessuno ha mosso un dito. Ma la guerra è già persa. «Los Zetas» sono abili professionisti: conoscono le tecniche di guerriglia, hanno apparati di comunicazione criptati, sono stati addestrati (da agenti stranieri) ad agire contro gli uomini dei Cartelli come oggi agiscono nei confronti dei loro ex compagni. Usano pistole Hkp-7, mitragliatrici G-3 che montano lanciagranate anticarro, fucili da cecchino Remington. Armi che nessun esercito al mondo possiede e che, molto probabilmente, in quella operazione suicida «Fast and furious» orchestrata dalla Dea e dalla Cia per snidare chi guida le fila, hanno finito per ricevere, su un piatto d´argento, dagli stessi americani.


«E´ una sfida persa in partenza», scuote la testa amareggiato lo scrittore messicano Carlos Fuentes. «I Cartelli sono sempre esistiti. Ma oggi è diverso. Troppi gli avvenimenti, le contraddizioni, l´entità della crisi. È impossibile classificare l´attualità». Marcela e Rocìo cercavano di raccontarla. La guerra tra i Narcos e Caldéron le ha sopraffatte.

 

Fonte: DANIELE MASTROGIACOMO - la Repubblica |

BOLIVIA Si allarga la crisi per il parco Tipnis

BOLIVIA Si allarga la crisi per il parco Tipnis

 

Rimpasto di governo, si dimettono tre ministri. Morales stoppa il progetto ma la protesta non si fermaContinua il conflitto intorno alla strada che taglia in due una riserva naturale amazzonica

 Rimpasto di governo in Bolivia per la vertenza del Tipnis (Territorio indigeno Parco nazionale Isiboro Securè). Tre ministri hanno rassegnato le dimissioni in polemica con l'intervento della polizia che, domenica scorsa, ha disperso una manifestazione a Yucumo, a 300 km dalla capitale La Paz..

 

Alcune organizzazioni indigene (che pure hanno sostenuto l'elezione di Morales, nel 2005) protestano da metà agosto contro la costruzione di una strada che, per collegare le regioni di Beni e Cochabamba da San Ignacio de Moxos a Villa Tunari, dovrebbe attraversare la riserva amazzonica del Parque Securè. Cecilia Chacon, ministra della difesa, è stata la prima a dimettersi lunedì mattina: «C'erano altre possibilità, nel dialogo e nel rispetto dei diritti umani, la non violenza e la difesa della Pacha mama», ha scritto al presidente, ritenendo «indifendibile» l'intervento della polizia.


Lunedì pomeriggio, ha dovuto lasciare l'incarico anche il ministro dell'Interno, Marcos Farfan, che aveva autorizzato le cariche: un'operazione necessaria - aveva sostenuto il ministro del governo Sacha Llorenti - per evitare lo scontro fra due opposte manifestazioni, una a favore e l'altra contro il progetto. Qualche giorno prima, Llorenti aveva denunciato l'intromissione degli Stati uniti e di alcune Ong. E Morales aveva manifestato l'intenzione di espellere dal paese l'Agenzia degli Stati uniti per lo sviluppo internazionale (Usaid), accusandola di finanziare azioni politiche contro la nazionalizzazione degli idrocarburi, e fornendo prove di contatti diretti fra alcuni dirigenti indigeni e funzionari nordamericani.


Alla fine, anche Llorenti, però, si è dimesso, spiegando in una conferenza stampa di non voler prestare il fianco «alla destra e all'opposizione che vogliono cancellare il proceso e infangare l'immagine del presidente». Al suo posto, Morales ha nominato Wilfredo Chavez, mentre Ruben Saavedra Soto è subentrato a Cecilia Chacon. Nella conferenza stampa per le nuove nomine, Morales ha accusato i media di soffiare sul fuoco del conflitto con false notizie. La tv Pat, vicina all'opposizione, ha amplificato le immagini degli incidenti con montaggi speciali e musiche drammatiche, mentre El Deber (quotidiano di opposizione) aveva descritto violenze inaudite e colpi sferrati a donne e bambini: «Alcuni media mentono per creare confusione nel paese», ha detto il presidente chiedendo alla stampa di fare il nome del presunto neonato dato per morto negli scontri e di rivelare dove sarebbe sepolto. Morales ha comunque definito «imperdonabile» l'accaduto e assicurato che è in corso un'inchiesta per far luce sulla dinamica degli incidenti, in accordo con i rappresentanti Onu nel paese.


Dall'inizio del conflitto, il governo ha firmato vari accordi con diverse organizzazioni come l'Assemblea del popolo guarany (Apg) e l'altroieri Morales ha annunciato la sospensione del progetto, la cui realizzazione dipenderà ora da un referendum regionale. I più accesi, però, non si fermano e annunciano di voler riprendere la marcia sulla capitale. Ieri si è svolto uno sciopero nazionale di 24 ore, proclamato dalla Centrale operaia boliviana (che riunisce i principali sindacati), in solidarietà con gli indigeni, e una manifestazione nel centro della capitale. Alcune televisioni hanno mostrato minatori con cariche di dinamite, ma non vi sono stati incidenti.


I manifestanti chiedono la rottura del contratto con l'impresa brasiliana Oas, che finanzia gran parte del progetto Tipnis, una grande arteria di 300 km, che dovrebbe entrare in funzione entro il 2014. Secondo il governo, un'infrastruttura d'importanza capitale per lo sviluppo del paese, poiché consentirebbe il transito di materie prime al confine con il Brasile e poi verso i porti del pacifico. Secondo alcune organizzazioni, invece, il progetto taglia in due i loro territori (un milione di ettari su cui vivono 15.000 indigeni amazzonici). Le popolazioni verrebbero deportate, fornendo altra terra ai coltivatori di coca (principale base di sostegno a Morales). «La nostra costituzione - ha detto però il presidente - non prevede che tutte le terre demaniali e i parchi naturali passino nelle mani solo di alcuni fratelli indigeni»

 

Fonte: Geraldina Colotti - il manifesto |

29/09/2011

MESSICO OSCURO Fiabe crudeli per i narcos

MESSICO OSCURO Fiabe crudeli per i narcos


Di Yuri Herrera, tra i migliori autori latinoamericani d'oggi, finora sconosciuto nel nostro paese, esce adesso il romanzo d'esordio, «La ballata del re di denari», spietata critica della società messicana, e non solo, in forma di anomalo noir

 

«México lindo. Libreria dell'aereoporto. Titoli in prima fila, da sinistra a destra: Storie di impunità; I complici del presidente; Paese di menzogne; La sfida di Calderón e la nuova mappa del narcotraffico; Le storie nere del narco, impunità e corruzione in Messico; Cronache di sangue; Gli stregoni del potere, e un esplosivo eccetera. Si direbbe che ci sia più entusiasmo che indignazione verso i crimini, gli scandali e le catastrofi. Non so se questa bibliografia denuncia un commercio o ne fonda un altro». Di passaggio a Città del Messico, lo scrittore argentino Andrés Neuman registra questa rapida impressione nella cronaca di viaggio Como viajar sin ver (Alfaguara 2010), e il suo colpo d'occhio sembra confermare quanto lamentano alcuni scrittori e critici messicani, tra i quali Rafael Lemus e Jorge Volpi: dagli anni '90 in poi, come osserva su «La Jornada semanal» il romanziere Hermann Bellinghausen, attorno al narcotraffico è nata una vasta produzione editoriale composta da «opere letterarie ma non proprio, giornalistiche ma non proprio, analitiche ma non proprio», insomma una narcoliteratura che secondo i suoi detrattori rischia di configurarsi come un genere redditizio e alla moda, ripetitivo e frettoloso.

Il mercato omologante
C'è tuttavia anche chi sottolinea autorevolmente l'impossibilità, perfino per una narrativa che scelga di parlare d'altro e consideri troppo «facili» le storie di sicari e polizia corrotta, di sorvolare su qualcosa che sconvolge una nazione fino alle fondamenta e ne modifica non solo quotidianità, ma anche i valori e l'immaginario, generando una sottocultura potente e invasiva.
Certo, la sovrabbondanza di narrazioni porta spesso con sé un sensazionalismo di maniera, o si affida a uno schema sempre uguale: lo confermano le molte analisi sulla rappresentazione letteraria del narco, il cui frutto sono saggi di enorme interesse, da quelli della croata Diana Palaversich (The Politics of Drug Trafficking in Mexican and Mexico-Related Narconovelas) a quelli dell'ecuadoriana Gabriela Polit (La persuasiva escritura del crimen: literatura y narcotráfico), che da anni studiano la narcoliteratura non solo messicana.


Dal magma di una letteratura di consumo che è sia riflesso immediato della realtà, sia prodotto sollecitato dall'editoria nazionale e straniera, che la impacchetta e la vende come ramificazione del thriller e del noir, spuntano però anche autori di grande spessore, lontani dall'adeguarsi alle pretese standardizzanti del mercato e capaci di trasformare il lato oscuro del Messico in una narrativa ricca di fascino, energia e novità anche formali. Uno di loro è senz'altro Yuri Herrera, nato nel 1970 nello stato di Hidalgo e laureato a Berkeley, che con due brevi romanzi (Trabajos del reino, Fondo Editorial Tierra Adentro 2004, e Señales que precederán al fin del mundo, Editorial Periférica 2009) si è imposto come uno dei migliori scrittori latinoamericani di oggi, come i lettori italiani potranno scoprire leggendo la sua opera prima, La ballata del re di denari (pp.122, euro 15), appena pubblicata da La Nuova Frontiera nell'ammirevole traduzione di Pino Cacucci, capace di fronteggiare la difficoltà di un linguaggio solo in apparenza semplice, in cui trovano spazio sia la poesia che le voci della strada.

Stereotipi e archetipi
Si sa che l'uso di registri linguistici differenti è tipico della narcoliteratura, che adopera con disinvoltura lo spagnolo quasi intraducibile della Frontiera e il gergo dei narcos, e ci si potrebbe aspettare che Herrera si adegui a una convenzione consolidata. Ma il perfetto equilibrio tra lingua popolare e secco lirismo, tra asciuttezza e musicalità, raggiunto dall'autore con un accanito lavoro di limatura, rimanda a Juan Rulfo - maestro del novecento messicano che in Pedro Paramo ha filtrato e reinventato le parole dei contadini e dei paesani - più che all'iperrealismo linguistico di tanti narcoromanzi, cui corrisponde quello di trame e personaggi modellati su una cronaca alla quale è difficile tenere dietro, tanto è rapida la sua sanguinosa evoluzione.
A questo inseguimento Herrera si sottrae non perché rifiuti di riprodurre una realtà atroce, ma perché allo stereotipo preferisce l'archetipo, raccontandoci una sorta di fabula essenziale i cui personaggi, come nella fiaba popolare, vengono identificati da pochi tratti distintivi e non hanno nomi propri, ma sono indicati dalla loro funzione: il Re, il Gioielliere, La Bimba, la Strega, il Giornalista, il Gerente, il Dottore. Il commercio della droga non è mai citato, il luogo non è specificato (ma il lettore non ha dubbi : il Re è il capo di un «cartello», la città incollata alla Frontiera somiglia a Ciudad Juárez), la rinuncia alle descrizioni è quasi totale e concede solo dettagli nitidissimi: le cicche che fioriscono dalla segatura sul pavimento come da un prato, il volantino con l'appello per una ragazza scomparsa, una gola tagliata da un'estremità all'altra...
E il punto di vista della narrazione non è quello ormai abituale del sicario e del trafficante, oppure dei loro avversari o vittime, ma appartiene a Lupo (l'unico ad avere un nome, subito nascosto dietro l'appellativo di Artista), un povero cantante di corridos che si esibisce per chi lo paga.
Stregato dalla presenza del Re e dal gesto con cui amministra una sorta di barbara giustizia, l'Artista ne diventa il cantore e si installa a «corte», in un edificio che trabocca di lotte intestine e segreti.
Suo compito è celebrare il potere del Re attraverso il ritmo di una musica antica e popolare trasformata in una sorta di tentacolare chanson de geste (ma anche in un modo per lanciare messaggi, minacce, avvertimenti) che in Messico si chiama narcorrido, o anche corrido pesado o perrón, cantato da gruppi e solisti ormai celebri, a volte al servizio dei cartéles come Beto Quintanilla o il leggendario Chalino Sánchez, ucciso nel '92 dopo un concerto.

Trame di palazzo
Corridos pesados («...non canzoncine della buonanotte, il corrido non è un quadretto da appendere alla parete. È una verità e un'arma») sono appunto quelli dell'Artista, che, rifiutati dai circuiti ufficiali, dilagano ovunque in città, carichi di ammirazione per l'uomo forte e maestoso che gli ha finalmente dato un posto nel mondo. Quanto il suo ruolo sia illusorio e fino a che punto i cortigiani, lui incluso, siano semplici oggetti, strumenti intercambiabili, l'Artista lo scopre a poco a poco, mentre osserva con occhio quasi innocente, ma attento a ogni contraddizione, le trame di palazzo, i cadaveri scannati e una donna prigioniera e ribelle che lo turba e lo inquieta. Finché un corrido sbagliato, scritto con passione e compassione, segna la sua disgrazia, spingendolo verso la libertà e costringendolo a vedere il Re così com'è veramente: «Un poveraccio tradito. Una goccia nel mare di storie umane. Un uomo senza alcun potere sulla fervente fucina che era la testa dell'Artista».
Proprio come quella del linguaggio e dello stile, nel romanzo di Herrera anche la semplicità della trama è del tutto ingannevole, e non è difficile rendersi conto che un testo così trattenuto e così alieno dal cedere a qualunque compiacimento si offre a molte letture diverse. La prima, la più immediata, è quella che vede in La ballata del re di denari un anomalo romanzo nero sui meccanismi interni e soprattutto sui miti del narcotraffico (morte, sangue, potere, denaro, donne come vuoti a perdere, machismo esasperato, intreccio fra sacro e profano). La seconda è quella proposta dalla decana del Messico letterario, Elena Poniatowska, che ha parlato di «una critica sociale dal contenuto assolutamente politico», un'allegoria della «dittatura travestita» nata a ridosso della Rivoluzione.


Ma alla luce del percorso compiuto da Lupo, del suo interrogarsi su quel che c'è dietro «il muro delle cose», e di un finale in cui l'Artista recupera il suo nome e riconosce se stesso, verrebbe da dire che questo è anche un poetico e sinistro romanzo di formazione, da accostare, nonostante le molte differenze, a Fiesta en la madriguera (Anagrama 2010), la notevole opera prima di un coetaneo di Herrera, Juan Pablo Villalobos - in Italia la pubblicherà Einaudi Stile libero - che racconta la vida narco attraverso lo sguardo di un bimbetto, figlio del capo di un cartello: una conferma del fatto che, con scrittori così, la giovane letteratura messicana si è ormai lasciata alla spalle la riduttiva e insufficiente etichetta della narcoliteratura.

Un contesto più ampio
La lettura più convincente è però forse l'ultima, che non esclude le altre e le inserisce in un discorso più ampio, usando la «messicanità» del romanzo per parlare del rapporto tra Potere e Arte in un contesto che non è solo latinoamericano, perché si riferisce a quello che il grande critico e scrittore messicano Carlos Monsìvais definiva «l'episodio più grave della criminalità neoliberale».
È così che La ballata del re di denari, nato da un humus apparentemente locale, acquista una universalità che induce chiunque sia oggi consapevole dell'intreccio fra politica, criminalità, corruzione e produzione di cultura in un mondo globale, a riflettere e a interrogarsi sulla possibilità di resistere alla sua crescente egemonia. E quella di un'Arte che sappia fare a meno dei Re potrebbe essere una scelta strategica.

il manifesto
di Francesca Lazzarato

La Grecia resta al buio

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CRISI Scioperi, paese paralizzato e la gente non paga la luce per evitare la tassa sulla casa
La troika torna ad Atene: altri tagli in cambio di aiuti. Ma la gente non ne può più, pubblico impiego il più tartassato

 

 ATENE.Le strade di Atene diventano ogni giorno più calde per effetto delle nuove tasse e dei tagli, per la concessione di un nuovo prestito internazionale per salvare la patria, o perlomeno le sue banche. La tassa straordinaria sulle case sta incontrando una disobbedienza civile crescente, grazie al successo del movimento «Non pago, non pago». E sta cominciando a dividere anche i ministri socialisti. Il vicepresidente del governo Pangalos ha dichiarato in televisione: «Non ho i soldi per pagare, non posso pagare, che venga (il ministro delle Finanze) Venizelos ad arrestarmi!». Se è poco credibile un ministro senza 7.500 euro in tasca da pagare per le tante case avute in eredità, è vero che migliaia di famiglie rischiano la rovina e di rimanere senza luce. Perché la tassa verrà riscossa insieme alla bolletta della luce e la compagnia elettrica Deh già registra perdite.

 

«L'industria delle tasse» sembra non avere fine, visto che il ministro Venizelos ha annunciato una nuova tassazione per i redditi delle persone fisiche per il 2011 fino a dichiarazioni di soli 5.000 euro annuali. Altre tasse arrivano anche per i giovani con meno di 30 anni ed i pensionati sopra i 65 anni, per far entrare nelle casse dello stato altri 2,50 miliardi di euro dei mancati obiettivi imposti dalla troika (oggi di ritorno ad Atene) al governo di Papandreou per la concessione dei prestiti.
Ci sarà ancora un aumento nella tassazione dei carburanti, delle sigarette e dei liquori. Nel frattempo i greci collezionano ogni tipo di ricevuta: un modo per non far scattare altre tasse, dato che il ministero pretende ora che le ricevute delle persone fisiche e le famiglie arrivino al 50-60% dei redditi dichiarati.


Nelle piazze è già autunno caldo. La protesta della società cresce a macchia d'olio. Il presidente della associazione dei tassisti ha avvertito il ministro dei Trasposti che «dovrà passare sopra i cadaveri dei 50.000 tassisti» per liberalizzare il settore e far entrare le grandi società. Atene è paralizzata da due giorni da continui scioperi dei tassisti e dei lavoratori di tutti i mezzi dei trasporti pubblici, dai treni e gli autobus fino alla metropolitana leggera, con i dirigenti sindacali a cercare alleanze fra avvocati, farmacisti, ingegneri civili, notai. Da parte sua il governo ha mobilitato senza successo pullman interurbani e pochi trenini per i turisti e per il trasposto dei passeggeri da e per l'aeroporto di Atene e il porto del Pireo.


Alle pacifiche proteste dei pensionati e dei lavoratori nei comuni e nelle autonomie locali, dei dipendenti delle sezioni tributi, dogane ed altri del ministero delle Finanze, si sono aggiunte centinaia di occupazioni di sedi comunali. In alcuni casi, i lavoratori hanno bruciato gli avvisi per pagare la tassa straordinaria per le case, mentre le scuole occupate hanno superato le 550, la maggior parte nella regione di Attica - Atene. Anche le università continuano a essere occupate, anche se gli studenti rischiano di pedere molti esami e i rettori sono pronti a rivolgersi al tribunale supremo per fermare l'inizio della privatizzazione delle facoltà.


Gli ospedali saranno paralizzati oggi a causa di uno sciopero di quattro ore, una marcia di protesta arriverà davanti il ministero della Sanità, mentre altre manifestazioni sono previsti nel settore per il 13 ed il 15 ottobre, giorno dello sciopero generale del settore pubblico e privato proclamato dalle due uniche centrali sindacali Adedy e Gsee.
Il 5 ed il 19 ottobre sarà il turno dei maestri in sciopero di riempire le strade intorno al ministero della Pubblica Istruzione, a due passi dalla piazza Syntagma, dove stazionano sempre gli instancabili Indignati.


Sotto assedio sono stati ieri quattro ministeri: Finanze, Pubblica Istruzione, Ambiente e Trasporti, perché il pubblico impiego è il più tartassato. Nel prossimo consiglio dei ministri, il governo proporrà nuovi livelli per gli stipendi dei funzionari, con l'obiettivo di ridurli almeno del 20 per cento, e nuovi licenziamenti per un altro 3 per cento. Il ministro Venizelos ha detto che fino alla fine dell'anno saranno messi in mobilità 30.000 statali, avvertendo indirettamente che se le amministrazioni non forniranno i dati, lui procederà licenziando.


Quasi 135.000 statali a tempo pieno, 27.000 nei comuni e nelle autonomie locali e 35.000 con contratti a tempo determinato o pagati con ritenuta d'acconto, rischiano di trovarsi per strada per tutto il 2012.

Fonte: Argiris Panagopoulos - il manifesto |

Cina: La modernizzazione forzata del Xinjiang

Cina: La modernizzazione forzata del Xinjiang

 

Investimenti a tutto spiano nell'edilizia, nell'industria, nelle infrastrutture. Così Pechino CinaInvestimenti a tutto spiano nell'edilizia, nell'industria, nelle infrastrutture. Così Pechino vuole cambiare il volto della regione più povera. Attacchi separatisti sono repressi dalle autorità nell'ambito della campagna «Colpire duro»

 

KASHGAR.Le due bande incrociano i loro passi sotto le luminarie in stile Las Vegas di Renminxi Lu, la via che taglia a metà Kashgar: a nord i quartieri abitati dagli uiguri, a sud quelli degli han. Pugni, calci, poi la fuga, subito interrotta dai poliziotti che caricano sulle camionette i ragazzi han. Da quando, alla vigilia dell'ultimo ramadan, due attentati uiguri hanno ucciso una quindicina di persone in questa città sull'antica Via della Seta, la tensione tra le comunità sfocia spesso in scontri come quello a cui abbiamo assistito l'altra sera. Risse e aggressioni che svelano quanto sia precario l'equilibrio sul quale il governo di Pechino sta costruendo una zona economica speciale destinata a cambiare per sempre il volto di quest'oasi ai margini del deserto del Taklamakan.

 

Il rumore continuo di trapani e martelli ha soppiantato il suono di dutar e rawap, gli strumenti a corda dei musicisti uiguri, scomparsi dalle strade. Le gru e gli scheletri dei grattacieli incombono perfino sull'area alle spalle della moschea di Id Gah, nella città vecchia, ma la trasformazione che stravolgerà l'intero Xinjiang sta prendendo forma qualche chilometro a sud e arriva fino a Khotan, la città della giada verso il confine con l'India che tre mesi fa è stata collegata a quella che i cinesi han chiamano «Kashi» con una ferrovia.


Il progetto, annunciato dal Partito comunista (Pcc) nella primavera dell'anno scorso, si chiama «assistenza associata»: diciannove province della Cina hanno unito le loro forze «per aiutare» il Xinjiang, tuttora una delle aree più povere della Repubblica popolare. Il piano prevede una durata quinquennale e investimenti nei settori dell'edilizia, dell'industria e delle infrastrutture. Per i leader del Pcc, «lo sviluppo e la stabilità del Xinjiang hanno un valore strategico per l'intera Cina». Per questo a fare da apripista sono state chiamate decine di aziende di stato, che tra il 2011 e il 2015 raddoppieranno gli investimenti in campo petrolifero, petrochimico, minerario ed elettrico, portandoli a 991 miliardi di yuan (112 miliardi di euro).


Le cifre reali probabilmente non saranno rese pubbliche presto, perché quello dell'equilibrio demografico nella regione (fermo a 10milioni di uiguri e 8,4 milioni di han, secondo i dati ufficiali del 2010) è un tema estremamente delicato, ma è evidente che per sostenere una crescita così impetuosa sarà necessario l'afflusso di milioni di immigrati dall'interno del Paese. Una parte delle case che li accoglieranno sono già pronte: migliaia di villette con tetto a spiovente, pannello solare e ampio cortile tutte uguali, protette da telecamere a circuito chiuso e mura di cinta. Casermoni di 20 piani, pagode e laghetti artificiali come nei paesi d'origine nello Shandong, Guangzhou, Zhejiang, spuntati dove prima c'erano solo cotone, grano e girasoli. I campi per fare spazio ai nuovi arrivi sono stati confiscati, previo indennizzo, ai contadini uiguri. E non si contano le dispute territoriali che alimentano il risentimento contro l'autorità tra una popolazione in gran parte rurale che si vede cancellato sotto gli occhi il proprio modello di vita.


Con la crisi che smorza la domanda da Europa e Stati uniti, la Cina sta riorientando le sue esportazioni: uno dei mercati su cui puntare di più ora è quello centroasiatico, di cui il Xinjiang costituisce la porta d'ingresso. Le opportunità di investire in una regione con manodopera a bassissimo costo e ricevere dal Xinjiang manufatti a prezzi stracciati sono state illustrate nell'Expo centroasiatico appena conclusosi a Urumqi, il capoluogo regionale.


Di fronte a cambiamenti così impetuosi, fa impressione sentire uiguri già rassegnati a rimanerne ai margini. «Come al solito, i posti di lavoro ben remunerati e gli incarichi dirigenziali, verranno assegnati agli han», sostiene Ekber, 30enne insegnante presso una scuola uigura di Kashgar. Nel cotonificio Yageer, che nell'«area di nuovo sviluppo» alle spalle dell'aeroporto lavora a pieno ritmo con le macchine dell'italiana Savio, quasi tutti gli operai sono uiguri. I loro salari? Partono da 300 yuan (circa 35 euro) al mese.


Oltre alle restrizioni alla pratica religiosa, le «discriminazioni» sul lavoro rappresentano l'altra fonte di risentimento che alimenta l'indipendentismo, una minaccia intollerabile per Pechino in una regione grande 1/6 dell'intera Cina, con frontiere con otto Stati e ricca di petrolio, carbone e uranio. Già in passato, quando la dinastia Qing spedì per la prima volta un numero consistente di coloni e soldati nel sud della regione, i musulmani si ribellarono. Nel 1865 presero Kashgar e il loro leader, Yakub Beg, si autoproclamò sovrano di un regno indipendente che fu riconquistato dalle truppe Qing soltanto 13 anni dopo. Nel 1884 il Xinjiang fu annesso ufficialmente all'impero cinese. Da allora le rivolte nel nome dell'islam non sono mai cessate.


Dopo gli attacchi del luglio scorso, è stata lanciata la campagna anti-terrorismo «Colpire duro», denominazione utilizzata già nel 1996 per un'offensiva contro il separatismo che finì per causare un inasprimento dello scontro. Nelle intenzioni del governo «Colpire duro» terminerà alla fine di questo mese: nelle vie d'accesso a Kashgar e nelle strade del centro sono ben visibili i posti di blocco di polizia ed esercito, mentre i rambo delle forze speciali Swat presidiano il centro commerciale e il ristorante colpiti due mesi fa. Agenti uiguri disperdono gli assembramenti di ragazzi uiguri che si riuniscono a chiacchierare intorno a Id Gah. E sono arrivate le prime quattro condanne a morte per i fatti del 30 e 31 luglio.


La rivendicazione del «Turkestan islamic party» sembrerebbe rafforzare la tesi dei funzionari locali del Pcc, che hanno puntato l'indice contro «terroristi addestrati in Pakistan». Ma per gli uiguri quest'accusa mira a giustificare l'inasprimento della repressione verso qualsiasi forma di dissenso. «Come potremmo andare in Pakistan - dice Muradil, un camionista di Kashgar - se per noi uiguri ottenere il passaporto è quasi impossibile?». Però ormai in molti credono che esistano gruppi, autoctoni, pronti a compiere azioni armate. E Muradil sottolinea che tutti gli arrestati, una decina, «hanno un'età compresa tra i 18 e i 25 anni». Come in occasione dei moti di Urumqi nel 2009 (200 morti) anche a Kashgar sarebbero stati i giovani i protagonisti della rivolta, in questo caso violenta e premeditata.


Un grattacapo non da poco per il nuovo segretario regionale del Pcc, il 57enne Zhang Chunxian. Succeduto nella primavera dell'anno scorso, proprio mentre veniva lanciato il programma di «assistenza associata», a quel Wang Lequan che aveva tenuto in pugno il Xinjiang per 15 anni. Dagli uiguri Zhang si è fatto apprezzare non solo come goloso di tunur kawap - gli spiedini di carne di capra cotti in forni di pietra che ha gustato ripreso dalle tv locali - ma anche per le politiche di sostegno statale ai gruppi più svantaggiati (uiguri) che nell'ultimo anno hanno riversato nella regione oltre 100miliardi di yuan (più di 10 miliardi di euro).


L'autorevole Caijing sostiene che «nel contesto della globalizzazione e della modernizzazione, il Xinjiang ha urgente bisogno di una nuova esperienza politica e nuove idee per governare». E Zhang, sottolinea la rivista economica, ha provato a cambiare l'approccio «mantenere la stabilità è il nostro obiettivo prioritario», sostenendo che la «stabilità» non può essere usata per sequestrare la società.
All'interno del partito si starebbe discutendo della necessità di superare la mentalità «noi contro loro» e di modernizzazione per tutti i gruppi etnici. Per Caijing «immaginare una distribuzione ragionevole della ricchezza e permettere alla minoranza uigura di condividere i frutti dello sviluppo è il fattore che determinerà il successo o il fallimento del rapido sviluppo del Xinjiang».
Come dice Ekber: «Noi giovani uiguri di Kashgar non possiamo più aspettare».

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ESTREMO OVEST
Una regione ad autonomia limitata

 Musulmani e turcofoni, gli uiguri - una delle 55 minoranze etniche della Cina - sono una popolazione centroasiatica. Vivono nella «Regione autonoma uigura del Xinjiang», nel Nord-Ovest della Repubblica popolare. Circa il 90 per cento degli uiguri si concentra nel Sud del Xinjiang, nell'Altisheher, le «sei città» ai margini del deserto del Taklamakan che rappresentano la culla della loro cultura. Alle coppie uigure - in deroga alla politica del figlio unico - è permesso avere due figli (per quelle che risiedono in città) o tre (per i contadini). Il loro ingresso all'università è agevolato da un sistema di quote e dalla possibilità di accedervi con votazioni ai test d'ammissione più basse rispetto agli han. La pratica religiosa subisce forti restrizioni: ai minori non è consentito entrare in moschea, gli imam sono scelti dallo Stato, i permessi per il pellegrinaggio alla Mecca accordati col contagocce. Quella del Xinjiang è un'autonomia limitata: le decisioni più importanti sono prese dal segretario regionale del Pcc.

 

Fonte: Michelangelo Cocco - il manifesto

ECONOMIA Risorse per i servizi sociali dimezzate "Un salasso per anziani, malati e disabili"

ECONOMIA Risorse per i servizi sociali dimezzate "Un salasso per anziani, malati e disabili"

 

L'allarme dalla Conferenza Stato Regioni. Nel 2012 tagli ai finanziamenti nazionali,  ma anche ai ai bilanci regionali e comunali. "Sarà una guerra tra poveri, molte categorie a rischio"

 

ROMA - Meno posti negli asili nido, ma anche un calo dei servizi per anziani e disabili. Nel 2012 le risorse per i servizi sociali saranno dimezzate non solo per la mancanza dei finanziamenti nazionali, ma anche per i pesanti tagli ai bilanci regionali e comunali. L'allarme arriva dall'ultima riunione degli assessori regionali e comunali 1alle Politiche sociali e sindaci, che ricordano che dal 2010 tra Regioni e Comuni sono stati già eliminati oltre 10 miliardi a cui si aggiungono quelli dei ministeri. Questi ultimi contengono anche spese finalizzate per servizi sociali ed altre attività come, ad esempio, il sostegno agli affitti. In sostanza secondo gli amministratori locali le manovre finanziarie e particolarmente quelle che si susseguono dal 2010 hanno  "cancellato i fondi nazionali".

"Una guerra tra poveri". Il mancato rifinanziamento del Fondo per le non autosufficienze ha tolto benefici ad oltre 50.000 anziani così come i tagli subiti al Fondo minori e famiglie, impediranno la conservazione dei benefici in atto: almeno 20.000 nuovi nati non avranno la possibilità di entrare nei nidi di infanzia o di avere servizi dedicati. "Sarà una guerra tra poveri  -  spiega l'assessore Lorena Rambaudi che, per la Conferenza delle Regioni, coordina la Commissione politiche sociali - . Anziani, immigrati, disabili sono le categorie che verranno colpite dai tagli, ma  è ancora difficile fare previsioni

specifiche sui servizi che verranno tagliati. Saranno scelte dolorose per gli amministratori che dovranno scegliere dove intervenire. Noi non volgiamo essere i liquidatori dello stato sociale".

Famiglie a rischio. Le nuove misure economiche porteranno senz'altro a un impoverimento delle famiglie, soprattutto quelle con figli. Fra le emergenze anche la diminuzione delle prestazioni per i disabili e la riduzione dell'assistenza domiciliare e residenziale agli anziani e ai non autosufficienti. Per loro saranno diminuiti anche i supporti per il lavoro di cura privato, con l'aumento di uso inappropriato del Pronto Soccorso. Fra l'altro la limitazione della spesa sanitaria, che con l'aggravio dei  tagli al sociale, avrà diretta influenza sui costi dei servizi integrati per minori, disabili e anziani. Tutto questo, avvisa la Conferenza delle Regioni, porterà all'aumento "delle marginalità che andrà ad influire sull'incremento del disadattamento". Per affrontare la situazione la Conferenza delle Regioni  propone di riprogettare il sistema attuale "ma con una sufficiente disponibilità di risorse".

Ripensare il Welfare. "Si può riprogettare il Welfare, risparmiando risorse, quando è possibile. Siamo prontio a razionalizzare al massimo il settore  -  conclude Rambaudi  - Il sistema può essere 'ripensato', ma ricordando che i tagli non possono essere eccessivi, perché questo è un settore dove non ci sono sprechi di risorse".

La politica degli ultimi anni. Negli ultimi anni la distribuzione della spesa sociale tra le diverse aree di assistenza è stata a favore di minori e famiglia con il 40,2% a cui sono seguiti gli anziani con il 22,5%, i disabili con il 21,1%, gli interventi per il disagio e la marginalità con il 16,2%.

I dati. Se i tagli verranno confermati diminuiranno i posti nelle scuole, ma anche molti servizi. In particolare, nel triennio 2006-2008, sono stati: 260 mila i bambini accolti negli asili nido e servizi per la prima infanzia 40 mila i nuclei familiari e oltre 1 milione le persone singole seguite dai servizi sociali; -90 mila i disabili assistiti a domicilio e supportati nella scuola e nella formazione professionale; 400 mila gli anziani seguiti a domicilio di cui 250 mila nelle strutture residenziali; 280 mila le prestazioni di aiuto a persone appartenenti a fasce di disagio sociale.

 

Valeria pini fonte la repubblica

28/09/2011

In Vietnam la vita valeva 33 dollari

In Vietnam la vita valeva 33 dollari

 

Nell’opera autobiografica Mettimi in un sacco e portami a casa lo scrittore americano Timmy O’Brien racconta la sua esperienza di soldato in Vietnam.


O’Brien rappresenta uno dei numerosi veterani di guerra statunitensi che hanno faticato a lasciarsi alle spalle la traumatica esperienza della guerra. O’Brien si sofferma soprattutto sulle violenze e sulle ingiustizie verso la popolazione civile a cui egli ha assistito impotente. Questi ricordi dolorosi hanno spinto l’autore a raccontare la sua esperienza personale in un libro.

Il conflitto del Vietnam, conclusosi il 30 aprile 1975 con l’entrata dei Vietcong a Saigon e l’evacuazione dell’ambasciata Usa, immagini rimaste nella memoria collettiva anche grazie al fatto che all’epoca non esisteva il giornalismo «embedded», ha prodotto una memorialistica piuttosto impressionante da parte di personaggi coinvolti a vario titolo nel medesimo, dallo sceneggiatore Michael Herr al segretario alla guerra Robert McNamara. Mettimi in un sacco e spediscimi a casa di Tim O’Brien appartiene a questo genere di opere. Al contrario diInseguendo Cacciato, altro celebre titolo dell’autore, non è strettamente un romanzo ma appunto un memoir, in cui il protagonista Timmy racconta in prima persona - e però con le doti narrative di un romanziere - la sua esperienza di combattente. […]


Ma dopo aver accarezzato l’ipotesi di disertare, Timmy finisce in Vietnam. È il 1969. L’escalation del conflitto iniziato sotto Kennedy con l’invio di poche decine di consiglieri militari è già cominciata. Dopo un corso rapido volto a familiarizzare i nuovi arrivati con il combattimento nella giungla, il lancio di granate e la neutralizzazione di mine antiuomo e trappole esplosive che costano a militari e civili la vita, le braccia o le gambe, Timmy viene assegnato alla compagnia Alpha.

 

E allora scopre la paura, e la cattiveria. Se prima della guerra i suoi eroi erano stati personaggi immaginari come Alan Ladd in Il cavaliere della valle solitaria o Humphrey Bogart in Casablanca, tra le palme e le risaie del Vietnam Timmy scopre come nell’orrore della guerra nemmeno il famoso motto «grazia sotto pressione» adottato da Hemingway serva a distinguere i vigliacchi dai coraggiosi: «Un vigliacco muore mille volte, un uomo coraggioso una volta sola. Anche questo mi sembra sbagliato. Si è vigliacchi una volta per tutte? Eroi una volta per tutte? È più probabile che gli uomini a volte si comportino da vigliacchi e altre volte con coraggio, ciascuno in varia misura, ciascuno con varia coerenza». Comandati a proteggere un piccolo villaggio che campa grazie alla laguna su cui è stato edificato, Timmy e i suoi commilitoni fanno amicizia con i bambini del posto, ai quali danno i biscotti delle razioni «K» in cambio di gamberi. I soldati nuotano nella laguna, pescano, lanciano ciottoli sulle acque calme e talvolta passeggiano sulle spiagge addirittura disarmati, come se quell’angolo di Vietnam fosse una sorta di paradiso preservato dalla violenza dell’uomo.


Ma una sera assistono impotenti al bombardamento del villaggio da parte dell’artiglieria americana. Si tratta di un errore. Le famiglie delle vittime, dopo l’inchiesta di rito, verranno risarcite: venti dollari per ogni ferito, trentatré dollari e novanta cents per ogni morto. Timmy sfiora la strage di My Lai, commessa da un battaglione della sua stessa compagnia. Viene mandato nelle retrovie, e poi congedato. Molti suoi commilitoni faranno non poca fatica a reinserirsi nella vita civile, dopo gli orrori visti o commessi durante la permanenza in Vietnam. Lui potrà contare sulla scrittura, che com’è noto in certi casi evita le cure psichiatriche. Insomma: sono cambiati fucili e uniformi, clima e paesaggio, ma a tratti sembra davvero di leggere la storia dolente ma priva di retorica di un reduce da Baghdad o da Kabul, arruolatosi dopo aver ascoltato quand’era bambino tanti racconti di veterani del Vietnam.

Tim O’Brien, Mettimi in un sacco e spediscimi a casa, Piemme, pp. 219, € 16,50.

di Giuseppe Culicchia - Fonte: La Stampa [scheda fonte]

Le due Americhe

Le due Americhe

 

Negli Usa la forbice sociale si allarga: 46 milioni di persone vivono di stenti mentre 400 miliardari possiedono l´equivalente dell´intero Pil canadese


NEW YORK.  Christine Lagarde del Fmi lancia l´allarme su una crisi che può «creare 44 milioni di nuovi poveri nel mondo». C´è un luogo dove questo pericolo è già diventato realtà. È la nazione (ex) più ricca del mondo, l´America. "Living in poverty", vivere nella povertà, è il titolo di una serie speciale lanciata dalla Cnn. È il problema quotidiano per 46 milioni di cittadini degli Stati Uniti. Tanti sono, secondo il Census Bureau, gli americani scesi sotto la soglia della povertà, 11.139 dollari di reddito annuo per un single o 22.314 per un nucleo familiare.


«Sono il 15% dei nostri connazionali, è un livello straordinariamente elevato, stiamo entrando in un paesaggio sociale pre-anni Sessanta» dice Alice O´Connors della University of California-Santa Barbara. Il riferimento agli anni Sessanta vale per diverse ragioni. Il 1964 è l´anno dell´ultima grande riforma di sinistra, la Great Society di Lyndon Johnson, che propone la "guerra alla povertà" come sfida nazionale. Gli anni Sessanta sono anche un era di rivolte in tante metropoli americane, evocati di recente dal sindaco di New York Michael Bloomberg che teme una rinascita di tensioni.

 

Gli anni Sessanta sono infine la "casella di partenza" alla quale molti americani sono tornati. Perché a fianco all´aumento dei poveri l´America vive un impoverimento del ceto medio. Se prendiamo il reddito "mediano" e cioè quello della categoria più numerosa (la definizione di ceto medio per eccellenza), oggi il dipendente maschio adulto guadagna 48.000 dollari annui, in termini reali lo stesso potere d´acquisto dello stipendio mediano nel 1969. Sulla percezione del proprio status pesa l´allargamento delle diseguaglianze. Basta passare nella categoria sopra i 100.000 dollari di reddito annuo, e qui secondo il Census Bureau "gli effetti della recessione scoppiata nel 2008 sono già stati riassorbiti, il potere d´acquisto è tornato ai livelli pre-crisi".


La divaricazione tra le due Americhe diventa ancora più stridente se ci si concentra sulla punta della piramide. Prendiamo il 2% dei maschi adulti che stanno in cima alle classifiche degli stipendi. Ebbene, in confronto al reddito mediano che è tornato ai livelli del 1969, rispetto a quell´anno gli americani al top hanno visto aumentare i propri guadagni del 75%. Ancora più su troviamo la Top 400, la lista Forbes dei Paperoni d´America. I 400 miliardari hanno visto la loro ricchezza salire del 12% quest´anno. Questa esasperazione delle diseguaglianze non ha precedenti in America dagli anni Venti, un periodo di capitalismo predatore, che sfociò sul crac del 1929 e sulla Grande Depressione. Dalla fine della seconda guerra mondiale le diseguaglianze sociali "estreme" erano tipiche di paesi meno sviluppati: dall´India all´America latina.


Come si spiega che gli Stati Uniti siano diventati la società diseguale per eccellenza? Dov´è finito l´American Dream, il sogno di una mobilità sociale in ascesa che doveva sollevare tutti verso un tenore di vita decoroso? Una chiave d´interpretazione me la fornisce Robert Reich. Docente all´università di Berkeley, già ministro del Lavoro durante la presidenza di Bill Clinton, Reich è un punto di riferimento della sinistra democratica. Di recente ha pubblicato "Aftershock, il futuro dell´economia dopo la crisi" (in Italia da Fazi editore). «Una causa – mi dice Reich – è l´indebolimento del movimento sindacale americano. Rispetto agli anni Sessanta quando organizzavano oltre un terzo del mondo del lavoro, oggi nel settore privato i sindacati rappresentano appena il 7% dei dipendenti. E l´offensiva per indebolirli continua. Dopo il settore privato ora è il pubblico impiego nel mirino della destra, con operazioni come quella avvenuta nel Wisconsin: dove governa la destra viene abrogato il diritto alla contrattazione collettiva». Per Reich la dilatazione delle diseguaglianze rischia di continuare anche in futuro. «Tutto dipende – dice – dalla ripartizione della ricchezza, quanta parte andrà ai profitti e quanta parte al lavoro».


Nell´America di oggi infatti non basta più un lavoro per proteggerti dalla povertà. Lo sottolinea Charles Blow sul New York Times guardando da vicino i dati del Census Bureau: «Tra quei 46 milioni di poveri la maggioranza non sono affatto disoccupati. Anzi i due terzi degli americani che vivono sotto la soglia di sussistenza hanno un posto di lavoro. La metà hanno addirittura un posto a tempo pieno». Questa è la vera campana a morto per l´American Dream, se neanche il lavoro è un´assicurazione contro la povertà.

 

E´ un campanello d´allarme in particolare per i giovani. La caduta di reddito più pesante nel 2010 è quella che ha colpito la generazione tra i 16 e i 24 anni: meno 9%. Il 45% della fascia compresa tra i 25 e i 34 anni si trova sotto la soglia della povertà, ed è aumentato del 25% il numero di coloro che devono abitare sotto lo stesso tetto dei genitori. Tutta colpa del degrado della scuola? Questa è una tesi molto diffusa tra gli esperti. La sposa un celebre rapporto McKinsey intitolato "L´impatto economico del divario di risultati nelle scuole d´America". Rilancia questa tesi un saggio in uscita il mese prossimo, a firma del presidente di Gallup, Jim Clifton. Con il titolo "La prossima guerra del lavoro", Clifton illustra uno scenario di competizione globale in cui i colossi emergenti, Cina in testa, surclasseranno l´Occidente nell´unica guerra che conta: quella per generare milioni di nuovi posti qualificati e ben remunerati. Anche Clifton accusa gli Stati Uniti di avere accumulato ritardi nella formazione, soprattutto al livello della scuola superiore. Non tutti concordano, però. Il premio Nobel dell´economia James Heckman sostiene che l´ossessione sulla formazione professionale ci sta portando fuori strada.

 

Gordon Lafer dell´università dell´Oregon si spinge fino a denunciare «l´impostura del dibattito sulla qualità dell´apprendimento, che in fin dei conti sposta la responsabilità sui lavoratori: sono troppo poco istruiti, ecco perché non trovano lavoro, dunque la colpa non è certo delle imprese americane». Altri hanno indicato che la vera radice delle diseguaglianze americane è politica. "Winner-Take-All Politics", come l´hanno definito Jacob Hacker e Paul Pierson, è un sistema politico squilibrato in favore delle lobby del denaro: produce regole fiscali che aumentano le diseguaglianze, un´imposizione "regressiva" che redistribuisce alla rovescia. Ma quando Barack Obama ha provato a mettere all´ordine del giorno una tassa sui milionari, per riportare il sistema fiscale a un minimo di equità, la destra gli ha risposto con il vecchio slogan di Ronald Reagan: «Questo è incitamento alla lotta di classe, è socialismo». La forza d´intimidazione di questa cultura di destra spiega forse il vero mistero americano: malgrado i timori di Bloomberg, pur all´apice delle diseguaglianze non ci sono in questo momento veri movimenti di protesta di massa.

 

Fonte: FEDERICO RAMPINI - la Repubblica |

Iva, la tassa sui poveri: a loro costa il 60% in più che ai contribuenti ricchi

Iva, la tassa sui poveri: a loro costa il 60% in più che ai contribuenti ricchi

 

Consumatori: 12 euro il rincaro del metano.  Uno studio del Centro Europa Ricerche confronta il suo impatto sulle classi di reddito


ROMA - Peserà soprattutto sui redditi bassi, su chi - lo voglia o no - impegna buona parte delle sue entrate in consumi. E l´aumento sarà minimo solo all´apparenza, perché se è vero che l´aliquota sale di un punto solo, è altrettanto fuori dubbio che quel balzo rischia di mettere in moto il volano dell´inflazione, di provocare un ulteriore aumento di prezzi senza creare, d´altro canto, alcun intralcio agli evasori.


La scelta del governo di contrastare il debito pubblico alzando l´Iva dal 20 al 21 per cento non è una scelta equa. Lo dimostra uno studio di Corrado Pollastri, ricercatore del Cer (Centro Europa Ricerche), che mette a confronto i redditi delle famiglie e i maggiori esborsi legati all´imposta.


Di per sé l´Iva è regressiva: incide maggiormente sulle famiglie povere, su quei soggetti che consumano del tutto o in gran parte le risorse per acquistare beni e servizi. E anche se a versarla sono le imprese, il costo finale viene scaricato in gran parte sul consumatore finale. Considerando tutti i beni e tutte e tre le aliquote presenti sul mercato, sostiene lo studio, già prima della manovra si poteva dire che per ogni mille euro di reddito le famiglie più povere (quelle che vivono con un reddito di nemmeno 8 mila euro l´anno) dedicano 143 euro all´Iva, le più ricche si fermano a 77. Ora con l´aumento dell´aliquota al 21 per cento i più poveri «sacrificheranno» all´Iva ulteriori 5 euro ogni mille di reddito, i più ricchi solo 3,2. Una sofferenza che pesa, nel primo caso, circa il 60 per cento in più.


Gli effetti della novità si manifesteranno in molti casi con un po´ di ritardo. Il rincaro varato dalla manovra, infatti non riguarda i beni primari, ma una miriade di altri consumi che comunque entrano nel carrello-base delle famiglie: bevande e vino, ma anche abbigliamento, calzature e servizi vari. I prezzi di alcuni beni sono già aumentati - la benzina prima di tutto, o le sigarette (dai 15 ai 20 centesimi in più a pacchetto) - ma altre mini-stangate sono in arrivo. «Basta aspettare che gli effetti del maggior costo dell´energia si abbattano sul trasporto e quindi sul prezzo dei prodotti finali» spiegano Adusbef e Federconsumatori. Ai centralini delle associazioni non sono arrivate particolari segnalazioni, ma già si sa che riscaldare casa con il metano, quest´anno, costerà in media 12 euro l´anno in più.

 

E non è finita qui: lo studio del Cer mette in evidenza come, oltre ai rincari diretti, ne possano arrivare anche di indiretti. «In un mercato non perfettamente concorrenziale, un incremento simultaneo dei prezzi potrebbe indurre comportamenti opportunistici delle imprese oligopolistiche» si legge nel rapporto. Qualcuno potrebbe approfittarne per alzare i listini più di quell´1 per cento di Iva ordinato dalla manovra. Comunque sia, la misura non colpisce gli evasori: il commerciante, l´artigiano o il professionista possono applicare al prezzo l´imposta maggiorata, ma se non rilasceranno scontrino o ricevuta, lo Stato non ne vedrà gli effetti. Le famiglie pagano, ma non è detto che il gettito aumenti. Non solo: il prelievo sui consumi è finalizzato a motivi di cassa e non a finanziare operazioni di crescita (per esempio non genera riduzioni del prelievo sul lavoro). Sembra quindi siano state le caratteristiche distributive dell´imposta (basso impatto medio pro capite, amplia platea, prelievo indiretto) «a far preferire l´opzione Iva rispetto a forme di prelievo più esplicitamente penalizzanti per segmenti della base elettorale di riferimento della maggioranza di governo».

 

Fonte: LUISA GRION - la Repubblica

27/09/2011

Molto meglio i piaceri del «giovane» Goethe che l’arte trasgressiva

Molto meglio i piaceri del «giovane» Goethe che l’arte trasgressiva

 

Un sondaggio recentissimo indica che ancora oggi Johannes Wolfgang Goethe viene considerato il più grande dei tedeschi. Badate bene, non degli scrittori tedeschi, ma di tutti i figli di quella grande nazione che è la Germania. Un libro appena uscito (John Armstrong, Come essere felici in un mondo imperfetto. La vita e l’amore secondo Goethe, Guanda, pagg. 476, euro 23) ci aiuta a ripensare Goethe essenzialmente come essere umano, ci racconta la sua avventura nel mondo, ci illustra come il figlio di un borghese della Germania settecentesca, defilata e divisa, sia diventato una figura chiave dell’Europa a cavallo tra XVIII e XIX secolo, una specie di maestro illuminato capace di agire, di comprendere tutta la realtà e di restare come un monumento vivente al centro della cultura occidentale.
Goethe scrisse alcuni libri di straordinaria bellezza.

 

Armstrong predilige I dolori del giovane Werther e Faust. Io aggiungerei almeno Le elegie romane, Divan occidentale-orientale e quel romanzo d’amore duro come un diamante e ardente come una fiammata che è Le affinità elettive. Bastano per parlare di un gigante della letteratura, uno da mettere nella famiglia di Dante e Shakespeare. Ma Goethe ebbe anche una vita straordinaria. Se il peccato più grande, come si dice in versi memorabili di Jorge Luis Borges, è non essere felici, Goethe non peccò. Fu felice. O meglio, pensò che la vita di un uomo si compie nella ricerca della felicità, e si regolò di conseguenza. Fu anche fortunato. Era ricco, di bell’aspetto, visse a lungo, poté lavorare sino agli ultimi giorni della sua esistenza. Amò l’Amore, conobbe donne sublimi e donne plebee (con qualche predilezione carnale per quest’ultime) e fu continuamente innamorato. Non si capacitava del fatto che gli artisti si compiacessero di prediligere la sregolatezza, il disordine, il buio, che pensassero che tutto è male. Lui vedeva intorno a sé la violenza, l’avidità, la pazzia, l’imperfezione delle cose, ma invece di abbandonarsi a esse o di considerarle inevitabili, cercò sempre la via per uscirne e per superarle.


Fu un borghese e un sapiente, amante del decoro, sottilmente vicino al potere per influenzarlo e volgerlo a fini più alti. Fu ministro del Duca di Weimar, si occupò di strade e di canali, oltre che di teatri e di rappresentazioni. Diresse i suoi interessi anche verso la scienza. Studiò la natura e la teoria dei colori, osò entrare in conflitto con Newton, in nome di una concezione organicistica e panteistica della natura stessa. Insofferente della mitologia germanica, vide ordine e bellezza nel mondo greco e romano, amò l’Italia sino a dedicarle un libro di viaggio di una incomparabile freschezza.

Nonostante, o forse a causa del suo precoce essere diventato una figura da pantheon e da museo, Goethe ha trovato detrattori, che lo hanno accusato di egoismo borghese, di insensibilità, di servilismo. Che hanno definito freddezza la sua calma olimpica, ricordando che si faceva chiamare dalla moglie, la povera Christiane, «Signor Consigliere Privato», che si mise a letto ammalato quando lei morì e si alzò tranquillo soltanto dopo il funerale. Fra questi detrattori spicca per brillantezza partigiana e sulfurea il romanziere di origine ungherese Stephen Vizinczey, il quale in un saggio compreso nel suo I dieci comandamenti di uno scrittore, fa letteralmente a pezzi l’autore del Faust, chiamandolo «genio» e «leccapiedi», in un crescendo di terroristiche invettive.

 

Alla fine del saggio, il livore si manifesta in pieno, con l’affermazione che sarebbe stato meglio per Goethe morire giovane come Kleist o pazzo come Hölderlin.


Per un uomo del Novecento, l’artista deve vivere in sé la crisi, l’insoddisfazione, l’incompletezza, lo scacco. È divenuto un luogo comune. E lo vediamo ancora oggi, non c’è sedicente artista, anche il più modesto, che non si senta trasgressivo parlando di insensatezza, di impossibilità e di follia. Goethe rappresenta un modello diverso. Della passione, conosce l’abisso e le geometrie. Del male, conosce tutta la mefistofelica potenza di seduzione e di oscurità. Ma lui vola più alto. Insegue la costruzione della propria vita di essere individuale che cerca la felicità sulla terra, nei rapporti sociali, nell’equilibrio e nella luce.


Nel suo libro, John Armstrong ricostruisce la morte di Goethe, il 22 marzo 1832, senza riferire quelle sue ultime parole che sembrarono così coerenti con tutta la sua filosofia: «Più luce». Ce lo mostra più umano, seduto su una poltrona, impaurito, in preda a terribili dolori al petto, mentre con le dita continua a tracciare lettere sulla coperta che ha sulle ginocchia. Se fosse vera questa versione, il più grande di tutti i tedeschi è morto scrivendo. Lui che aveva usato la scrittura in tutte le sue forme per essere se stesso e conoscere il mistero del mondo, non si è arreso neppure di fronte all’ultimo respiro. Non ha mostrato debolezza, e ha affrontato il terrore della morte con il fare: con lo scrivere, per l’ultima volta.

 

di Giuseppe Conte il giornale

Il giallo della Groenlandia "ristretta"

Il giallo della Groenlandia "ristretta"

 

"I ghiacci del Paese si sono ritirati del 15%", afferma la nuova edizione del prestigioso Times Atlas di Murdoch. Gli scienziati di Cambridge lo contestano e gli autori ammettono l´errore. E il tycoon incassa un´altra brutta figura.    La superficie persa sarebbe pari a quella di Gran Bretagna e Irlanda sommate. Una gaffe imbarazzante: forse hanno scambiato la calotta glaciale per neve 


LONDRA. È scoppiata, di nuovo, la Guerra Fredda. Stavolta non ci sono in campo missili atomici, bensì solo scienziati che combattono attorno a pezzi di carta. Ma il conflitto produce ugualmente un gelido confronto. Non potrebbe essere altrimenti, visto che si svolge ai confini del circolo polare artico.


L´oggetto del contendere è la Groenlandia, una nazione (o meglio un protettorato danese - ma forse in procinto di diventare presto un paese indipendente) composta quasi interamente di ghiaccio. E proprio questa è la ragione del conflitto: il ghiaccio. Pareva trattarsi di una clamorosa "ritirata" di ghiaccio. Invece a battere in ritirata è l´atlante più prestigioso del mondo, il Times Atlas of the World, "padre" di tutti gli atlanti, da un secolo punto di riferimento numero uno degli appassionati di geografia di tutto il pianeta: costretto ad ammettere di avere sbagliato.


Partiamo dall´inizio. Una nuova edizione dell´atlante (ne esce una rinnovata all´incirca ogni decennio), presenta una Groenlandia più piccola di com´era nella precedente versione del libro, pubblicata nel 1999. Considerevolmente più piccola, in effetti: la sua massa di ghiacci si sarebbe ristretta del 15 per cento. E va bene che questa isola piantata nel grande Nord della terra, quasi appiccicata al continente americano, è essa stessa grande quasi come un continente, due milioni e 200mila chilometri quadrati, circa metà dell´Unione Europea, per avere un termine di paragone; ma il restringimento equivale alla perdita di un territorio grande, per fare un altro paragone, come Gran Bretagna e Irlanda messe insieme. Come mai la Groenlandia si è rimpicciolita così tanto? L´Atlante del Times non lesina la risposta: a causa di un «allarmante e accelerato» cambiamento climatico, che ha aumentato notevolmente il ritmo dello scioglimento dei ghiacci negli ultimi dodici anni, cioè dalla mappa dell´edizione precedente.

 

Sennonché la pubblicazione della nuova edizione ha suscitato immediate critiche da un gruppo di autorevoli studiosi: sette ricercatori dello Scott Polar Research Institute della Cambridge University, secondo i quali «è indubbio che il cambiamento climatico è in atto e che numerosi ghiacciai si sono ritirati nel corso dell´ultimo decennio, ma in nessun caso si può parlare di un restringimento della Groenlandia simile a quello descritto su questa nuova mappa». In una lettera all´editore dell´Atlante, gli scienziati in questione indicano che al massimo si è rimpicciolita dello 0,1 per cento - niente a che vedere con il 15 per cento annunciato. Sui giornali di ieri è dapprima giunta la risposta dei responsabili dell´Atlante, che difendono le proprie cifre. «Siamo il meglio che esiste in campo geografici e siamo assolutamente fiduciosi dell´esattezza dei nostri rilevamenti», ha affermato un portavoce della Times Atlas. "Abbiamo usato dati cartografici forniti dallo Us Snow and Ice Data Centre di Boulder, Colorado, che utilizzano sofisticate tecnologie radar per misurare la permanenza del ghiaccio. Abbiamo confrontato l´estensione della superficie ghiacciata della Groenlandia nel 1999 con quella del 2011. Possono sempre esserci dei margini di generalizzazione, ma la nostra cartina è categoricamente giusta».


Poi però proprio lo Snow and Ice Data Centre ha unito la sua voce alle proteste dei ricercatori britannici, smentendo l´atlante. Ieri pomeriggio Harper&Collins, la casa editrice del Times Atlas (e di una miriade di altri libri), ha dovuto piegarsi alla verità: «In un comunicato stampa che accompagnava l´uscita dell´atlante, abbiamo erroneamente dato l´impressione che i ghiacci della Groenlandia si siano ridotti del 15 per cento. Ciò non è esatto. Ma le mappe del nostro atlante corrispondono ugualmente alla realtà». Una mezza ammissione di errore, che secondo gli esperti non sta in piedi. L´ipotesi è che gli autori dell´atlante, studiando i rilevamenti via satellite, abbiano scambiato il ghiaccio per neve e concluso che si era sciolto. Come che sia, una gaffe imbarazzante per il Times Atlas: va bene che la gente non si fida più dei giornali, ma se non si può fidare nemmeno degli atlanti.


Il bello, o il brutto, è che Harper&Collins è di proprietà di Rupert Murdoch, il magnate dell´editoria, proprietario anche del News of the World, il tabloid più venduto d´Inghilterra, chiuso questa estate dopo l´arresto del suo ex-direttore e dell´amministratore delegato per lo scandalo delle intercettazioni illecite di telefonini di vip, vittime di delitti e vedove di guerra. Un tempo Murdoch non sbagliava una mossa, ora non ne fa più una giusta: non solo a Londra, ma perfino tra i ghiacci della Groenlandia.

Fonte: ENRICO FRANCESCHINI - la Repubblica |

Io, ladro di biciclette a 74 anni sono povero lo faccio per campare"

Io, ladro di biciclette a 74 anni sono povero lo faccio per campare"

 

Roma, pensionato in manette. "Con 280 euro non mangio".    Ho sbagliato, lo so Prima facevo il barbiere, ho lavorato trent´anni poi le spese erano troppe e ho chiuso: ora i soldi non bastano mai. Mio figlio non è come me: è una persona perbene, ha studiato e lavora. Si vergogna di me ma almeno non devo chiedergli nulla

 

Roma. «CHE vuole che le dica? Con poche centinaia di euro di pensione a non si campa». Qui non si tratta di non sapere come arrivare alla fine del mese, di come sbarcare il lunario. Qui si tratta di mangiare i primi quindici giorni e poi di rimanere a pancia vuota. «Per questo, quando ho chiuso la mia attività di barbiere, ho iniziato a rubare biciclette».
«È la cosa più facile che c´è, anche se oggi i tempi sono cambiati». Spalanca le braccia prima di essere ammanettato C. F. 74 anni, più vecchio e malandato rispetto al protagonista dell´indimenticabile film di De Sica, ma come lui ugualmente disperato. Sabato pomeriggio è stato arrestato fuori da un oratorio, nel quartiere romano di Prati, dagli agenti diretti da Bruno Failla, mentre rubava la seconda mountain bike della giornata. La prima l´aveva già nascosta in un giardinetto lì vicino. Un´azione fulminea che però è stata notata da un gruppo di quattordicenni - i proprietari delle bici - che ha avvertito la polizia. Così il professionista del grimaldello è finito per l´ottava volta in due anni a Regina Coeli per furto aggravato. La sua prima denuncia per ricettazione risale al maggio del 1986.


«Ho sbagliato, è vero. Ma con 280 euro al mese chi riuscirebbe a vivere? Fino a 17 anni fa facevo il barbiere, ho lavorato trent´anni». Poi le spese erano più delle entrate, così ha chiuso bottega. Sì, i soldi della pensione sono arrivati. «Ma non ci facevo niente, come non ci faccio niente oggi. Quindi mi sono detto: ma a sessant´anni che posso fare? Come campo?». In quel momento la disperazione ha deciso per lui e ha portato via la prima bicicletta, la cosa più facile al mondo da rubare.
L´ultima volta che per C. F. si sono spalancate le porte di Regina Coeli è stato quattro mesi fa: il 15 maggio fu sorpreso dai carabinieri a tranciare la catena di una bici, sempre a Prati, dove metteva a segno la maggior parte dei suoi furti. Tentato furto di una Wurt da donna. Il mazzo di chiavi alterate, di tutte le misure, usate per forzare lucchetti e blocchetti di accensione di motorini furono, allora come sabato pomeriggio, la prova schiacciante che lui non era accovacciato lì, come sosteneva, per allacciarsi una scarpa.


«Comunque i tempi sono cambiati». Quando ha iniziato, le bici si trovavano aperte, lasciate senza lucchetti fuori dai negozi o nei parchi. Oggi hanno lucchetti, catenelle, catenacci, doppio triplo spessore, antifurti che scattano, una cosa da non crederci, manco fossero Porsche. Ci vuole il triplo del tempo per portarle via, se non sei uno bravo. «E poi anche i soldi, non sono mica più quelli di una volta. Dieci anni fa sì che si guadagnava bene a rivenderle. Oggi invece rischi la galera per quanto? Settanta euro». I guadagni sono ridotti all´osso e occorre avere occhio, mestiere, intuito nella scelta del "pezzo" da rubare e da "piazzare".


«Se va bene una buona bicicletta la vendi per 50 euro; per una commerciale non prendi più di 30, ma proprio se la persona che te l´accetta ti vuole bene. Con un casco ci fai 10 euro. Poi ci sono le bici al titanio e quelle elettriche che le puoi rivendere a 400 euro».


Alla fine arriva anche il momento del pentimento, del rammarico. «Mio figlio non è come me. Lui è una persona perbene, ha studiato tanto e io sono orgoglioso di lui. Fa un lavoro importante, lo so che si vergogna di me e fa anche bene. Ma un padre - almeno per l´educazione che ho ricevuto io - non deve mai chiedere soldi al proprio figlio. È il padre che deve mantenere moglie e figli... che crede che non mi vergogni per quello che faccio quando penso a lui? Mi sono ridotto a fare l´accattone, il ladro e lui invece è il mio orgoglio, così bravo nel suo lavoro. E poi anche dentro casa le cose non vanno più, una mortificazione continua. Ogni volta che esco a fare un giro e poi torno a casa mia moglie mi guarda con la faccia di disgusto, è tutto un litigio. "Guarda che sono uscito a fare un giro", ma lei non mi crede più. Ormai lo sa che quando torno vuol dire che m´è andata bene e quando non torno sto al carcere. Che debbo dire a questo punto? Ho 74 anni, in cella alla mia età non mi ci tengono, devo dire che non lo farò più? E certo che non lo faccio più, questa è l´ultima, giuro. Proverò a vivere con i miei soldi e quando finiscono... pazienza. Ecco, butto il mazzo di chiavi. Basta: con le biciclette ho chiuso». Fonte: FEDERICA ANGELI - la Repubblica |