26/07/2010
Ho visto morire Konigsberg Le memorie di un vinto
Ho visto morire Konigsberg Le memorie di un vinto
Königsberg (letteralmente ‘colle del Re’) non esiste più. L’antico capoluogo della Prussia orientale, centro di cultura celebre per avere dato i natali a Immanuel Kant, dal 1945 ha cessato di far parte della Germania ed è diventato territorio russo con il nome di Kaliningrad (città di Mikahil Kalinin, stretto collaboratore di Stalin e capo di Stato sovietico dal 1919 al 1946). Un volume da poco edito da Mursia nella collana «Testimonianze fra cronaca e storia» ne racconta la caduta sotto l’assalto dell’Armata Rossa (6-9 aprile 1945), e la cancellazione della sua identità storica.
Si tratta delle memorie di un ‘vinto’, Hans Deichelmann (pseudonimo di Hans Schubert 1906-1951): Ho visto morire Königsberg (pagine 321, euro 19,00). La traduzione in italiano è merito del ricercatore cremonese Artemio Focher, professore di lingua e letteratura tedesca alla facoltà di Musicologia di Palazzo Raimondi, al quale si deve anche la stesura delle note storico- critiche.
Deichelmann-Schubert era un medico dell’Ospedale centrale tedesco, con docenza all’Università di Königsberg, distaccato per quanto possibile, e amaramente ironico, nei confronti del regime hitleriano. Dopo avere portato in salvo moglie e figlia a Gottinga, decise, proprio nei giorni dell’offensiva, di fare ritorno a Königsberg ormai devastata, obbedendo all’imperativo del dovere. Le sue pagine raccontano, giorno dopo giorno, da allora al marzo 1948, l’imporsi di una brutale occupazione sovietica, che deluse le speranze della popolazione stremata dalla guerra e smentì, diffondendo il terrore, le promesse seguite all’attesa liberazione dal totalitarismo nazionalsocialista.
E’ trasparente, nella cronaca puntuale della tragedia — accanto al rassegnato rimpianto per la ‘piccola patria’ materialmente distrutta (fin dai bombardamenti del 1944) e spiritualmente avvilita — la preoccupazione dell’autore di sottolineare l’infierire dei vincitori nei confronti di «centinaia di migliaia di innocenti» che non portavano la responsabilità della follia nazista. Uomini e donne «preda della disperazione» negli ultimimesi di guerra, disillusi nei confronti degli estremi slogan della dittatura, desiderosi di disfarsi delle uniformi brune del partito, in cambio di quelle grigie della più presentabile Wehrmacht o di abiti civili; famiglie private progressivamente del gas, delle linee telefoniche, della corrente elettrica e dell’acqua potabile.
L’invasione di Königsberg nell’aprile 1945 dopo tre mesi di combattimenti (prima della fine di Hitler e della caduta di Berlino), da parte delle truppe sovietiche, non comportò riguardi per nessuno.Non per i comunisti tedeschi, accusati dai nuovi padroni «di avere collaborato con la Gestapo, perché altrimenti non sarebbero più vivi »; né per gli ebrei «che nelle baracche dei Lager si immaginano un qualche riconoscimento adeguato al martirio da loro sofferto sotto il regime nazista e che ora invece, in seguito a interrogatori sensibilmente severi, non possono che rimanere amaramente delusi». «Omicidio e fame» diventano protagonisti.
Uri,Uri, dawei (una specie di ‘sbrigatevi’, fra russo e tedesco storpiato) è il comando che accompagna le vessazioni, a cominciare dalle marce forzate attorno alla città che, per molti— lasciati senza cibo e costretti a bere alle pozzanghere — comportano la morte per sfinimento. Si moltiplicano le violenze dei soldati russi sulle donne e gli aborti; aumentano i bambini rimasti soli o pietosamente raccolti da religiosi in orfanotrofi di fortuna; le condizioni igieniche sono pessime e le malattie, soprattutto gastrointestinali, fanno altre vittime.
Deichelmann-Schubert può narrare la sua esperienza diretta dall’interno dell’ospedale ove è tornato a lavorare e dove gli strumenti e i farmaci scarseggiano, gli spazi sono sempre più insufficienti e a stento si riesce a provvedere al cibo. E un racconto che, nei suoi ‘fotogrammi’, illumina un contesto nel quale non è difficile avvertire una sorta di continuità nel «totale disprezzo dell’essere umano e del valore della sua persona » (Friedrich Hoffman, prefazione). Sotto una diversa bandiera e, stavolta, con i civili tedeschi quali vittime designate.
di Gianpiero Goffi
http://www.cremonaonline.it/eventi-e-spettacoli/letture/recensioni/le-memorie-di-un-vinto-1.31580
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Commenti
ho letto tante balle!!!
Scritto da: fabio | 15/12/2010
le balle sono quelle a cui crede il sig. fabio, le favole dei buoni comunisti
Scritto da: giovanni | 02/01/2011
Comunque i due regimi, quello socialista nazionalista (di Hitler) e quello Socialista sovietico erano esattamente la stessa cosa. Ambedue criminali.
E criminali sonop oggi quelli che la pensano alla stessa maniera: i neo socialnazionalisti. e i neo comunisti. RE' la stessa roba e ambedue si ispirano a due pazzi scatenati e anche ottusi come Hitler e Stalin. Tutti e due figlòi della stessa ideologia socialista e nazionalsocialista.
Giorgio Montanari
Scritto da: giorgio montanari | 13/04/2012
Le due guerre mondiali combattute nel XX secolo sono in effetti due grandi guerre civili europee.
L'implicita dimostrazione, se ve ne fosse bisogno, è data proprio dalla perdurante acrimonia reciproca dimostrata da coloro che mi hanno preceduto nel commento.
I fatti storici dimostrano che contro l'impero di mezzo messo in piedi dai tedeschi, si scatenò a partire dalla fine del 1800 la precisa strategia britannica di ostacolare un impero ed una ideologia che stava dimostrando di prevalere non solo in Europa ma nel mondo.
Gli inglesi sottovalutarono i terribili effetti delle armi di distruzione ed offesa messe in atto dai tedeschi e questo fu l'origine della disfatta anche del loro impero mondiale.
Dunque lo scontro non deve essere limitato a comunisti contro fascisti, che rappresenta un capitolo fondamentale della seconda guerra civile europea, ma all'intero quadro di scontro imperiale tra gli anglosassoni, i tedeschi ed i russi, a cui si affiancaro gli altri imperi del giapponese, cinese etc.
I risultati si contano con le decine di milioni di morti. Morti invano perchè alla lunga nè rivoluzioni nè guerre possono sostituire il risultato della lenta ed inesorabile crescita dei popoli più disciplinati e socialmente compatti.
Le democrazie più o meno imperfette di oggi sorreggono imperi millenari che sono inevitabilmente risorti (Impero Europeo Continentale, Cina, Russia etc.)
Guai a quegli sciocchi che pensando di avere una ideologia vincente vogliono ancor oggi soffiare sulle particolarità culturali e sociali, instigando al nazionalismo, alle divisioni ed a nuove guerre.
Onoriamo i nostri morti e le nostre tradizioni, prima di tutto spiegando alle nuove generazioni che esiste una sola razza ed un solo punto di riferimento valido: la razza umana.
Federico
Scritto da: federico | 27/06/2012
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