28/02/2010
Malvinas, tensioni petrolifere
Malvinas, tensioni petrolifere
AMERICA LATINA. I 32 membri del Gruppo di Rio hanno firmato un documento di appoggio alle rivendicazioni argentine sulle isole che gli inglesi chiamano Falklands. Intanto, però, Londra ha iniziato le trivellazioni in cerca di greggio.
L'America Latina sta con l’Argentina nella questione delle Malvinas, ma la Gran Bretagna tira dritto. A Cancun, al vertice annuale del Gruppo di Rio, che riunisce i Paesi a sud degli Stati Uniti, i 32 presidenti presenti hanno firmato martedì un documento di appoggio alle rivendicazioni argentine sulle isole che gli inglesi chiamano Falklands. Ma mentre dalla costa caraibica la presidente Cristina Fernandez de Kirchner raccoglieva una grossa vittoria diplomatica, la petroliera Ocean Guardian, della compagnia inglese Desire petroleum, iniziava le trivellazioni alla ricerca dell’oro nero che, secondo le stime della Geological society of London, potrebbe fare dell’arcipelago una mini-Dubai.
Il documento di Cancun ha un grande significato politico, anche per l’adesione di ex colonie britanniche, storicamente più vicine a Londra che a Buenos Aires. Tuttavia, come rilevano gli analisti inglesi, non produrrà alcun effetto concreto perché i Paesi latinoamericani non possono imporre alcuna sanzione alla Gran Bretagna, né tanto meno può farlo l’Onu, visto il diritto di veto britannico. Non è un caso che tra i più strenui difensori delle ragioni argentine ci sia Luis Inacio Lula. Il presidente brasiliano, che vorrebbe per il suo Paese un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza, ne ha più volte criticato l’anacronistica composizione.
L’Argentina, attraverso il suo ministro degli Esteri, Jorge Taiana, ha protestato formalmente con il segretario delle Nazioni unite, Ban Ki-moon, definendo l’inizio delle perforazioni «l’ultima di una serie di azioni che noi crediamo illegali». Taiana ha chiesto a Ban l’apertura di una serie di negoziati per la sovranità sull’arcipelago dell’Atlantico meridionale. La risoluzione 502 dell’Onu prevede infatti una soluzione condivisa, ma i due Paesi non si sono mai seduti intorno a un tavolo.
Il problema è che da Londra non sembra esserci la minima intenzione a trattare. Il premier Gordon Brown lo ha ribadito nei giorni scorsi: le Falklands sono britanniche ed è loro diritto portare avanti le ricerche per il greggio. Non manca, però, chi fa notare, come il quotidiano The Guardian, che l’arcipelago negli ultimi 28 anni è stato solo una spesa per i sudditi di sua maestà
La posizione del Regno Unito, quindi, poco avrebbe a che fare con il petrolio e sarebbe solo un rigurgito di orgoglio imperialista. Anche se l’opzione militare non è stata nemmeno sfiorata dalle parti, le relazioni tra i due Paesi stanno vivendo il momento peggiore dal 1982, quando il tentativo argentino di occupare militarmente le isole portò a una guerra in cui la Marina britannica ebbe la meglio in poche settimane. All’epoca, lo scrittore argentino Jorge Luis Borges aveva definito la guerra delle Falklands «una battaglia tra calvi per un pettine». Oggi, anche non ci sono le condizioni per un nuovo conflitto, il petrolio rappresenta certo una folta chioma.
Andrea Fagioli fonte terra
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