28/02/2010
Chi strangola il Mekong
Chi strangola il Mekong
Le dighe sul fiume Mekong sono un'enorme iattura, dal momento che metteranno in grave pericolo i mezzi di sussistenza delle popolazioni dell'immensa area interessata. Il messaggio inequivocabile non proviene dalla miriade di associazioni di base e Ong contrarie alla costruzione degli impianti idroelettrici, bensì da autorevoli esperti che a inizio febbraio si sono incontrati a Can Tho, in Vietnam, per discutere dei possibili scenari futuri dell'undicesimo corso d'acqua più lungo del Pianeta, il Mekong. Scenari da brivido. Nei sei Paesi che attraversa o tocca (Cina, Birmania, Laos, Thailandia, Cambogia e per l'appunto Vietnam) i mega sbarramenti non si contano più, soprattutto nella parte a valle, ma anche sui grandi affluenti come il Salween e l'Irrawaddy.
Ora che anche la Cina sta completando tre dighe, mentre altre 13 sono in progettazione, si rischia il punto di non ritorno. Al meeting di Can Tho sono state presentate molte testimonianze di pescatori del Mekong: affermano di non aver alcun interesse alle compensazioni previste per la loro rilocazione - che spesso avverrà in zone montane. Per loro il fiume è la vita, e se fossero costretti a spostarsi altrove non saprebbero come andare avanti. Gli esponenti della Ong americana International Rivers stimano che, a causa delle dighe, le perdite in termini di pescato oscillerebbero tra le 700mila e il milione e mezzo di tonnellate. Per l'esperto vietnamita Nguyen Huu Thien, l'idrologia del Mekong dipenderà in toto dagli undici impianti idroelettrici in costruzione in Laos e Cambogia.
Ricapitolando, centinaia di migliaia di persone dovranno lasciare le loro case (si calcola 190mila nel solo Vietnam), l'economia della regione, fatta quasi esclusivamente di pesca ed agricoltura, sarà duramente impattata e il fragile ecosistema del fiume andrà a farsi benedire, con l'estinzione quasi certa di specie rare come il pesce gatto gigante del Mekong e il delfino dell'Irrawaddy. Il tutto in un'area seriamente sotto pressione dall'innalzamento della temperatura globale per i cambiamenti climatici, i cui impatti stanno colpendo in maniera più severa proprio le popolazioni povere della regione, tra cui le comunità di contadini e pescatori delle aree rurali del Sud-Est asiatico. Il Vietnam, a causa della sua linea costiera estesa e piatta e della frequente presenza di uragani, è considerato tra i cinque Paesi più a rischio del pianeta quando si parla di surriscaldamento globale. In vari punti il Delta del Mekong è già stato sommerso dalle acque dell'Oceano Pacifico.
Tra le istituzioni più attive nel garantire finanziamenti alle grandi dighe c'è la Banca Asiatica per lo Sviluppo, impegnata soprattutto in Laos e partner nella lotta ai cambiamenti climatici della Banca Mondiale. Ovvero l'entità multilaterale che proprio in Asia, a metà degli anni Novanta, conobbe le prime proteste di massa contro i progetti idroelettrici che sosteneva con enorme zelo. Non a caso l'industria dei mega-sbarramenti conobbe anni bui e la stessa World Bank non allentò più i cordoni della borsa per opere foriere di uno sviluppo «inadeguato».
La storia del Mekong dimostra come le istituzioni finanziarie internazionali siano restie ad abbandonare una visione di sviluppo ancora incentrata sulla promozione di progetti dai costi ambientali e sociali insostenibili. Le proteste e i movimenti di base si fanno sentire e sono sempre più attivi. Ma il mondo del business e soprattutto gli interessi di esecutivi di peso come quello di Pechino, questa volta potrebbero avere la meglio sulle legittime istanze delle popolazioni locali.
di Luca Manes fonte il manifesto
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