09/06/2013
Nell’Italia della crisi fioriscono agricoltori e orti fai da te
Nell’Italia della crisi fioriscono agricoltori e orti fai da te
Nelle sue uscite pubbliche lo scrittore e alpinista Mauro Corona non smette mai di ricordarlo: “una zappa ci salverà”. E forse mai come adesso la crisi, la voglia di cibo sano e il ritorno alla natura e alle relazioni non mediate dalla Rete gli danno ragione e fanno registrare il record di 1,1 milioni di metri quadri di terreno di proprietà comunale destinati stabilmente o occasionalmente da circa 21 milioni di italiani alla coltivazione di orti pubblici o adibiti al giardinaggio ricreativo.
È quanto emerge da un’analisi della Coldiretti sulla base del rapporto Istat sul Verde Urbano nel 2011 presentato in occasione di “Cibi d’Italia” il meeting organizzato dallaFondazione Campagna Amica al Castello Sforzesco di Milano all’inizio di maggio.
Il vero e proprio boom degli orti urbani, che anche la trasmissione di Radio2Caterpillar sta tentando di mappare con l’iniziativa “OrtoXmille”, non ha scopo di lucro e come ha ricordato la Coldiretti “gli orti sono assegnati in comodato ai cittadini richiedenti e forniscono prodotti destinati al consumo familiare e, oltre a rappresentare un aiuto per le famiglie in difficoltà, concorrono a preservare spesso aree verdi interstiziali tra le aree edificate per lo più incolte e destinate all’abbandono e al degrado”. Secondo il censimento effettuato dall’Istat quasi la metà, “circa il 44 per cento delle amministrazioni comunali dei capoluoghi di provincia ha previsto orti urbani tra le modalità di gestione delle aree del verde - ha spiegato la Coldiretti - con forti polarizzazioni regionali: il 72 per cento delle città del Nord-ovest, poco meno del 60 per cento e del 41 per cento rispettivamente nel Nord-est e nel Centro, con concentrazioni geografiche in Emilia-Romagna e Toscana, ma ben rappresentate anche in Veneto, Friuli-Venezia Giulia e nel Lazio. Nel Mezzogiorno, infine, risultano presenti solo a Napoli, Andria, Barletta e Palermo”.
In generale per l’analisi dell’Istat possiamo dire che ogni abitante dispone in media di 30,3 mq di verde urbano, con valori più contenuti al Centro (23 mq per abitante) e al Nord-ovest (24,3 mq), mentre nelle città del Nord-est il valore medio è quasi doppio rispetto a quelle del Centro e del Nord-ovest (45,4 mq per abitante) e anche nel Mezzogiorno è comparativamente elevato (37,1 mq tra le città del Sud e 26,7 mq nelle Isole). Nel 15% circa dei capoluoghi poi “la disponibilità di verde urbano è pari o superiore ai 50 mq per abitante, mentre nel 17,7% non si raggiunge la soglia dei 9 mq pro capite, soprattutto nelle Isole e al Sud”. Nel complesso circa un quinto delle città italiane presenta valori superiori alla media sia per densità che per disponibilità del verde urbano, tra queste Sondrio, Trento, Potenza e Matera, mentre valori notevolmente più bassi per entrambi gli indicatori caratterizzano la metà dei capoluoghi del Belpaese, quasi il 70% tra quelli del Sud.
Anche se non omogeneo, si tratta di un vero e proprio “patrimonio verde” che fotografa una tendenza in costante crescita. Così nell’Italia della crisi fioriscono agricoltori e orti fai da te come in una riedizione in chiave moderna degli orti di guerra nati al centro delle grandi città americane ed europee (famosi sono i victory gardens degli Stati Uniti e del Regno Unito che nel 1945 sopperivano al 10 per cento della richiesta di cibo) e italiane per garantire approvvigionamenti alimentari, qui nell’osservanza dell’imperativo del Duce, “non un lembo di terreno incolto”. Sono negli annali della storia le immagini del foro Romano e di piazza Venezia trasformati in campi di grano e la mietitura svolta in piazza Castello nel cuore di Torino, come forse lo diventeranno il verde pubblico e privato urbano contemporaneo, con giardini e balconi delle abitazioni trasformati in orti per la produzione “fai da te” di lattughe, pomodori, piante aromatiche, peperoncini, zucchine, melanzane, ma anche di piselli, fagioli fave e ceci da raccogliere all’occorrenza.
“Con la crisi fare l’orto è diventato una tendenza assai diffusa - ha sostenuto la Coldiretti - che ha raccolto molti appassionati che possono oggi scegliere tra le tante possibilità agricole a seconda dello spazio disponibile. A volte basta solo un balcone e poche decine di euro. Per la Coldiretti nel caso di orto su un balcone di medie dimensioni si può ipotizzare un costo che oscilla fra i 40 e i 50 euro per 2 contenitori da 80 centimetri di lunghezza, con la giusta quantità di terra e 6 piantine orticole più diverse essenze aromatiche, dove la maggior parte del costo è rappresentato proprio dai vasi che certamente non si buttano via a fine stagione, ma possono essere riutilizzati per più anni. Le singole piantine orticole possono costare fra i 25 e i 30 centesimi per confezioni multiple. “Il segreto del piccolo orto sul balcone sta nell’ottimizzare gli spazi all’interno degli stessi vasi - ha aggiunto la Coldiretti - alternando piante più alte come pomodorini, peperoni e melanzane, con alla base composizioni di prezzemolo, basilico ed erbette. L’ideale è attrezzare un lato del balcone con le orticole e l’altro con le aromatiche come timo, salvia e menta”.
Se invece si ha a disposizione un piccolo appezzamento di terreno, in appena 10 metri quadrati si possono coltivare: 4 piante di pomodori, 4 piante di melanzane, 2 piante di zucchine, 8 piante di insalata e 4 piante di peperoni per una produzione media di oltre 25 chili di verdura. “Oltre a quello sul balcone o al tradizionale a terra, a causa degli spazi sempre più ristretti nelle città - ha concluso la Coldiretti - stanno nascendo sempre nuove tipologie di orti: da quelli a parete che si appendono all’esterno e nei quali trovano spazio fragoline, peperoncini, insalatine ed erbe aromatiche o quelli pocket costituiti da mini vasi in materiale riciclabile che possono essere sistemati senza problemi anche a bordo finestra sui davanzali più stretti”.
Ma chi sono gli “hobby farmers”? Nel dettaglio l’identikit dell’agricoltore cittadino lo ha stilato la Confederazione italiana agricoltori ed è un ritratto molto preciso: ”Ha in media 45 anni, una buona istruzione, sensibilità ambientale e una buona dose di tempo libero. È diplomato nel 55 per cento dei casi e molto spesso ha una laurea (30 per cento). In genere si avvicina all’agricoltura mosso prevalentemente da input culturali. Solitamente è un insegnante (20 per cento) o un impiegato (13 per cento), meno frequentemente un operaio (10 per cento) e un imprenditore (3 per cento)”. Se è vero che è un hobby che piace anche ai giovani, gli studenti rappresentano il 5 per cento, sono soprattutto i pensionati, circa il 40 per cento, che si avvicinano al lavoro della terra innanzitutto per risparmiare in tempi di crisi economica, oltre che per una maggiore familiarità con le tradizioni contadine.
E allora indipendentemente dai dati e dai profili statistici viva l’autoproduzione cittadina che fa bene alla salute e allo spirito, massimo esempio dell’agricoltura di prossimità e della filiera corta. Ma non si tratta soltanto di un fatto di risparmio e salute, l'orto è oggi anche e soprattutto l’occasione per ricavarsi un’isola appassionatamente analogica nella frenesia digitale dei nostri tempi, fatta di centinaia di amici virtuali e di poche decine di amici reali. Di questi ultimi si sente sempre un gran bisogno anche dietro ad una zappa, con buona probabilità quella che ci “salverà”, in questi tempi di crisi economiche e relazionali.
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08/06/2013
In Italia a rischio 355 specie animali e vegetali: l'allarme rosso del ministero dell'Ambiente
In Italia a rischio 355 specie animali e vegetali: l'allarme rosso del ministero dell'Ambiente
Sono 161 i vertebrati e 194 le varietà vegetali che da domani in Italia potrebbero non esistere più. E' ciò che emerge in uno studio inserito nelle 'Liste Rosse', due volumi che saranno presentati in occasione della "Giornata mondiale della biodiversità e della settimana europea dei parchi"
vegetali che in Italia rischiano l'estinzione. Ad affermarlo le "Liste Rosse", due volumi realizzati dal ministero dell'Ambiente e da Federparchi nell'ambito della Iucn (Unione mondiale per la conservazione della natura) che saranno presentati in occasione della "Giornata mondiale della biodiversità e della settimana europea dei parchi".
Nelle "Liste rosse" è stato valutato il "rischio estinzione" per pesci d'acqua dolce, anfibi, rettili, uccelli nidificanti, mammiferi, pesci cartilaginei (squali e razze) e flora in base a categorie, criteri e linee guida aggiornate periodicamente sul sito www.redlist.org.
Secondo il presidente di Federparchi-Europarc Italia, Giampiero Sammuri, "è stato svolto un lavoro straordinario. Le caratteristiche geografiche, climatiche e storiche dell'Italia hanno consentito nel tempo l'insediamento e la permanenza di una variegata e ricca biodiversità, inclusa una gran varietà di specie endemiche e ambienti e paesaggi esclusivi. Questa ricchezza è riconosciuta a livello mondiale. Ecco perché abbiamo la responsabilità di monitorare e salvaguardare questo capitale naturale dalle tante minacce che si profilano".
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Matrimoni sempre più fragili. Aumentano le separazioni.
Matrimoni sempre più fragili. Aumentano le separazioni.
Crescono le unioni «legali» instabili. Le nozze in media durano 15 anni
Sono sempre più fragili e instabili le unioni «legali» in Italia. Nel 2011, secondo un report dell’Istat, benché il numero di separazioni e divorzi sia rimasto sostanzialmente stabile, i tassi di separazione e di divorzio in rapporto al numero di matrimoni hanno continuato il trend in ascesa che ormai si registra da 15 anni. L’interruzione dell’unione coniugale riguarda sempre di più anche i matrimoni di lunga durata e le coppie miste. In genere ci si separa consensualmente e se ci sono figli si opta per l’affido condiviso.
Nel 2011 le separazioni sono state 88.797 e i divorzi 53.806, rispettivamente +0,7% per le separazioni e -0,7% per i divorzi rispetto all’anno precedente. Rispetto al 1995 le separazioni sono aumentate di oltre il 68% e i divorzi sono praticamente raddoppiati. Questi incrementi, in un contesto in cui i matrimoni diminuiscono, secondo l’Istat sono imputabili a un effettivo aumento della propensione alla rottura dell’unione coniugale: se nel 1995 per ogni 1.000 matrimoni si contavano 158 separazioni e 80 divorzi, nel 2011 si arriva a 311 separazioni e 182 divorzi.
Le separazioni sono più frequenti al Nord: nel 2011 si va dal valore minimo di 232,2 separazioni per 1.000 matrimoni al Sud, al massimo osservato nel Nord-ovest (378,6 separazioni per 1.000 matrimoni). Gli incrementi più consistenti, però, si sono osservati nel Mezzogiorno, dove i valori sono più che raddoppiati (ad esempio, si è passati da 70,1 a 221,5 per 1.000 matrimoni in Campania e da 78 a 239,7 in Sicilia).
La durata media del matrimonio è di 15 anni per le separazioni e 18 anni per i divorzi. La decisione di lasciarsi riguarda sempre di più anche i matrimoni di lunga durata: rispetto al 1995 le separazioni decise dal venticinquesimo anno di matrimonio in poi sono cresciute di due volte e mezzo, mentre quelle al di sotto dei cinque anni sono aumentate molto meno. Aumenta dunque la quota delle separazioni riferite ai matrimoni di lunga durata (dall’11,3% del 1995 al 18,7% del 2011) e scende, in termini relativi, la quota di unioni interrotte precocemente, cioè entro i 5 anni di matrimonio (dal 24,4% del 1995 al 15,9% del 2011).
L’età media alla separazione è di circa 46 anni per i mariti e di 43 per le mogli; in caso di divorzio raggiunge rispettivamente 47 e 44 anni. Questi valori sono aumentati negli anni perché ci si sposa sempre più tardi e anche per la crescita delle separazioni con almeno un coniuge over 60.
In genere per dirsi addio si sceglie la formula consensuale: nel 2011 si sono concluse in questo modo l’84,8% delle separazioni e il 69,4% dei divorzi. La quota di separazioni giudiziali (15,2% il dato medio nazionale) è più alta nel Mezzogiorno (19,9%) e nel caso in cui entrambi i coniugi abbiano un basso livello di istruzione (21,5%).
Il 72% delle separazioni e il 62,7% dei divorzi hanno riguardato coppie con figli avuti durante il matrimonio. Il 90,3% delle separazioni di questo tipo ha previsto l’affido condiviso dei figli. Nel 19,1% delle separazioni è previsto un assegno mensile per il coniuge, nel 98% dei casi corrisposto dal marito: la quota è più alta al Sud e nelle Isole (24% e 22,1%), mentre nel Nord si attesta al 16%. Gli importi dell’assegno mensile sono, al contrario, mediamente più elevati al Nord (562,4 euro) che nel resto del Paese (514,7 euro). Nel 57,6% delle separazioni la casa è assegnata alla moglie, nel 20,9% al marito mentre nel 18,8% dei casi si prevedono due abitazioni autonome e distinte, ma diverse da quella coniugale.
L’instabilità riguarda anche i matrimoni fra italiani e stranieri. Nel 2005 sono state pronunciate 7.536 separazioni riguardanti «coppie miste» di coniugi (nel 2000 erano state 4.266), con un incremento del 76,7%. Successivamente, si è registrata una battuta d’arresto: nel 2011, le separazioni sono state 7.144. Quasi in sette casi su dieci, la tipologia di coppia mista che arriva a separarsi è quella con marito italiano e moglie straniera (o che ha acquisito la cittadinanza italiana in seguito al matrimonio), un dato che appare connesso con la maggiore propensione degli uomini italiani a sposare una cittadina straniera. In crescita anche i divorzi di coppie miste anche se l’entità del fenomeno è contenuta (4.213 nel 2011, pari al 7,8% del totale).
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06/06/2013
Mini e microidro: quanto è preziosa l'acqua dei piccoli impianti
Mini e microidro: quanto è preziosa l'acqua dei piccoli impianti
IL COMPARTO MINI-IDRO HA UNA POTENZIALITÀ DI CIRCA 500 MW DI SVILUPPO
Negli ultimi dieci anni gli impianti di piccola taglia in Italia sono passati dal 21 al 27% del totale della potenza installata
Quest'anno ricorre il 50mo anniversario della tragedia del Vajont, la diga-simbolo (che è tuttora in piedi) di un'epoca ormai tramontata: le grandi dighe sulle Alpi. Il settore idroelettrico, proprio quando sembrava aver raggiunto la maturità in Italia (e nel mondo le immense dighe sui fiumi tropicali vengono contestate dalle popolazioni locali e dagli ambientalisti per il loro pesante impatto) trova nuova linfa rifugiandosi in una nicchia che esiste da sempre, ma che è stata fin qui trascurata perché non in grado di dare (singolarmente) i grandi numeri: i mini e i microimpianti idroelettrici.
SVILUPPO - Negli ultimi dieci anni gli impianti di piccola taglia in Italia sono passati dal 21 al 27% del totale della potenza installata, come veniva illustrato nel convegno Rinnovabili 2.0: l'idroelettrico verso il 2015, una scommessa per il futuro del territorio dello scorso dicembre a Milano. Un settore che il decreto Rinnovabili dell'anno scorso ha premiato con una quota di incentivi maggiore rispetto ad altre fonti rinnovabili. Non dimentichiamo che, secondo i dati Gse, nel 2012 la produzione lorda idroelettrica in Italia è stata di 41.940 GWh, pari al 45% di tutte le rinnovabili. «La nuova strategia energetica sembra riconoscere il valore, come dimostra l’assegnazione al solo comparto del mini-idro di una potenzialità pari a circa 500 MW di sviluppo», ha detto al convegno milanese Flavio Sarasino, presidente di Federpern (Federazione dei produttori idroelettrici). «Inoltre, grazie alle nuove tariffe energetiche, particolarmente interessanti anche per i piccoli impianti, sarà possibile avviare il recupero dei salti sui canali irrigui e dei mulini
abbandonati presenti sul territorio italiano».
BELLO PICCOLO È - «Il futuro dell’idroelettrico, specie in Lombardia, sarà caratterizzato dalla diffusione di impianti di dimensioni sempre più ridotte nell’ottica delle smart grid», affermava Giancarlo Giudici, professore di finanza aziendale al Politecnico di Milano e coordinatore della ricerca nell'ambito dell'energia idroelettrica alla School of Management. «Ciò porterà a uno sfruttamento ai fini energetici degli acquedotti, dei canali artificiali (con recupero di magli e vecchi mulini) e degli scarichi degli impianti di depurazione delle acque reflue».
COOPERATIVE - Sulle Alpi, in Italia, 77 cooperative elettriche - spesso con impianti mini e microidroelettici - realizzano energia per oltre 300 mila utenti e producono oltre 500 milioni di kWh, come è emerso nel convegno di inizio maggio a Bolzano nell'ambito del progetto REScoop 20-20-20 in cui collaborano le cooperative di otto Paesi europei. «Le cooperative elettriche sono impegnate in continui processi di innovazione e ammodernamento delle reti di distribuzione», ha detto al convegno Ferdinando Di Centa, coordinatore delle Cooperative elettriche. Il modello REScoop è fondamentale per il successo della transizione da un sistema centralizzato di produzione dell’energia elettrica, basato su risorse fossili, a uno decentralizzato e basato su fonti pulite e rinnovabili.
Fine modulo
L'ESEMPIO DI PORCIA - Un esempio di mini-impianto idroelettrico è stato recentemente realizzato dalla Cantina Principi di Porcìa e Brugnera, presso Pordenone. «Abbiamo modificato con nuove tecnologie una turbina mini-idroelettrica che sfrutta un salto di quattro metri sul rio Buion, acque purissime che nascono da una risorgiva 100 metri prima», spiega Guecello di Porcia, direttore commerciale dell'azienda agricola. «Abbiamo realizzato anche una scala di risalita per le anguille: con un occhio di riguardo all'ambiente, riusciamo a produrre 300 mila kW all'anno».
Paolo Virtuani
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01/06/2013
Verde urbano, troppo poco in Italia
Verde urbano, troppo poco in Italia
I dati Istat: trenta metri quadrati a testa è la media. Nel Nord Est però il dato sale a 45,4, quasi il doppio che nel Nord Ovest, Torino fanalino di coda
«Non bastano, bisogna fare di più». L’ormai ex ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, aveva dichiarato che 30,3 metri quadri di verde urbano disponibili, per ciascun abitante, dei comuni capoluogo di provincia sono troppo pochi.
Il dato è emerso da un focus dell’Istatdedicato al patrimonio ambientale delle principali città nostrane diffuso qualche settimana fa, che riporta la situazione relativa all’anno 2011.
Secondo l’istituto di statistica, è il Nord Est l’area dello stivale con la maggior disponibilità di verde, con 45,4 mq per abitante; un valore quasi doppio rispetto al Nord Ovest, dove la media si attesta sui 24,3 mq. Nella capitale sabauda il dato non è incoraggiante: 21 mq di aree verdi per ciascun torinese, al di sotto sia della media nazionale che di quella per area geografica.
Se quanto a “disponibilità” – un indicatore espresso appunto in termini di superficie per abitante, che tiene dunque conto della popolosità di un comune – la situazione di Torino non è delle migliori, la città si riscatta sul fronte della “densità”. È prima tra i grandi comuni per percentuale di verde in rapporto alla superficie totale: il 14,6%, contro una media nei capoluoghi di provincia del 2,7%. Il dato torinese è superiore al valore nazionale per quasi tutte le principali tipologie di verde urbano, che includono il verde storico, le ville, i giardini e i parchi tutelati dal Codice dei beni culturali; aree a verde attrezzato, quali i giardini di quartiere; aree di arredo urbano (piste ciclabili, rotonde stradali, spartitraffico, eccetera); giardini scolastici; orti urbani; aree sportive all’aperto e altre tipologie quali orti botanici, giardini zoologici, verde incolto, e persino quello dei cimiteri.
«Il punto critico – spiega Emilio Soave, vicepresidente della storica associazione ambientalista Pro Natura – è che non ci sono aree verdi di realizzazione recente, non si è incrementata in modo significativo l’estensione. Nonché, nella dotazione del verde si includono spazi che dal punto di vista della fruizione hanno poco di ambientale, come le aree verdi dei cimiteri o degli impianti sportivi; un verde non libero, insomma». Il patrimonio arboreo di proprietà della Città di Torino è ricco, con 110 mila piante su alberate urbane e in parchi e giardini e oltre 50 mila alberi nei boschi collinari. «Il problema – chiosa Soave – sta nel fatto che spesso i parchi sono invasi dal cemento, da chioschi e strutture, sottraendo verde in senso proprio, che ha un valore aggregativo, ma soprattutto è un indicatore di qualità della vita».
Per incentivare lo sviluppo del verde in città, a gennaio il governo Monti ha approvato la legge 10, che impegna i sindaci dei grandi comuni a potenziare gli spazi urbani dedicati al verde pubblico. Perché non rimanga lettera morta, è stato anche nominato un comitato di nove saggi, per garantire l’effettiva applicazione della legge.
SILVIA CAPRIOGLIO
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27/05/2013
Bandiere blu. La carica dei 135
Bandiere blu. La carica dei 135
La FEE svela i riconoscimenti 2013. Quattro comuni in più rispetto all'anno scorso. 248 i litorali ok. Liguria al top con 20 località nella lista, sul podio Marche e Toscana. Novità Trentino
Un'estate al mare vicino a casa. Senza problemi. Il sogno di molti, in questi tempi di crisi. Un sogno non difficile da realizzare, almeno stando al responso della FEE (Foundation for Environmental Education), che in questa edizione del 2013 delle Bandiere Blu - la 27ma - ha "promosso" 248 spiagge e 135 comuni, rispettivamente 2 e 4 in più rispetto all'edizione dell'anno precedente. Riconoscimento anche per 62 approdi turistici, uno in più rispetto al 2012. L'Italia - nell'ambito di un'iniziativa che si svolge - sin dalla sua istituzione nel 1987 - in diversi Paesi di tutto il Mondo, ormai oltre 40, consegue il 10 per cento dei litorali premiati.
In dettaglio, anche quest'anno vince la Liguria, che per la prima volta tocca quota 20 comuni premiati, grazie alle new entry di Framura (SP) e San Lorenzo al Mare (IM), ma la novità assolutà è costituita dalla prima volta del Trentino Alto Adige (ovviamente, sono ammessi anche litorali lacustri), con la splendida Levico Terme. Sul podio, con la regione dell'estremo nord-ovest, le Marche, a quota 18 (più due, grazie a Fermo e Pedaso) e la Toscana, a 17 (più uno, Carrara). A seguire, l'Abruzzo, che mantiene quota 14, con una new entry marina, Francavilla a Mare e un'uscita lacustre, Scanno. Confermano piazzamento, numero e collocazione delle bandiere Campania (13), Puglia (10) ed Emilia Romagna (8). La Sardegna sale di uno, a quota 7, grazie a Tortolì, ma in un'ipotetica graduatoria per numero di singoli litorali - le bandiere in uno stesso comune possono essere assegnate a una o più spiagge, e in molti casi le località dell'isola hanno più riconoscimenti - sarebbe messa meglio, al pari di Marche e Toscana. Nessuna novità per il Veneto, a 6 sigilli, né per il Lazio, a 5. La Sicilia scende a 4, perdendo Pozzallo (RG). A 3 si trovano il Molise, con la novità Campo Marino e la Calabria, che perde 3 vessilli (Marina di Gioiosa Ionica, Cariati e Amendolara. Friuli VG e Piemonte stabili a 2, stessa cosa per Basilicata e Lombardia a quota 1, con la citata singola new entry assoluta del Trentino. In tutto, 9 comuni nuovi e 5 esclusioni. Per queste ultime, però, la FEE stessa spiega che spesso si tratta di mancata canditatura, piuttosto che di constatata inadeguatezza: in buona parte dei casi, siamo di fronte a comuni commissariati, dove l'agenda, purtroppo, non ha tra le priorità assolute la promozione turistico-ambientale.
Come da manifesto dell'iniziativa, il riconoscimento premia quelle località le cui acque di balneazione risultano eccellenti. Il tutto, secondo i risultati che, nel corso degli ultimi quattro anni, le ARPA (Agenzie Regionali per la Protezione dell'Ambiente) hanno effettuato nell'ambito del Programma Nazionale di monitoraggio, condotto dal Ministero della Salute, in collaborazione con il Ministero dell'Ambiente. I Comuni hanno potuto presentare direttamente tali risultati, in quanto oramai c'è piena corrispondenza tra quanto richiesto dalla FEE e quanto effettuato dalle ARPA, in termini di numero di campionamenti e di indicatori microbiologici misurati. E come nelle precedenti edizioni, molto rilievo è stato dato alle attività di educazione ambientale e gestione del territorio che le Amministrazioni hanno messo in atto al fine di preservare l'ambiente e al tempo stesso promuovere un turismo sostenibile. In tal senso, si sono presi in considerazioni indicatori come l'esistenza ed il grado di funzionalità degli impianti di depurazione; la gestione dei rifiuti, con particolare riguardo alla riduzione della produzione, alla raccolta differenziata e alla gestione dei rifiuti pericolosi; le iniziative promosse dalle amministrazioni per una migliore vivibilità nel periodo estivo; la valorizzazione delle aree naturalistiche eventualmente presenti sul territorio; la cura dell'arredo urbano e delle spiagge; la possibilità di accesso al mare per tutti i fruitori senza limitazioni. Da non dimenticare l'azione di sensibilizzazione intrapresa affinché i Comuni portino avanti un processo di certificazione delle loro attività istituzionali e delle strutture turistiche che insistono sul loro territorio.
http://viaggi.repubblica.it/articolo/bandiere-blu-la-carica-dei-135/227207
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26/05/2013
Agricoltori metropolitani all’opera a Roma
Agricoltori metropolitani all’opera a Roma
Nella Capitale sono oltre 100 i giardini e gli orti condivisi, per combattere la crisi ed educare i bambini alla natura. E un ritorno alla semplicità
Fagioli, piselli, cicoria, asparagi, peperoni e rape. Non è la ricetta di una zuppa ma sono solo alcuni dei molti prodotti coltivati negli orti urbani di Roma. Sono oltre 100 gli spazi verdi condivisi, fra giardini e orti a opera di cittadini e associazioni che in prima persona ne curano la realizzazione e la gestione contro il degrado delle aree verdi urbane. Il primo orto urbano è partito nel giugno 2010 a Garbatella. I motivi del loro proliferare sono molteplici: combattere la crisi, educare i bambini alla natura. E soprattutto un ritorno alla semplicità e alla condivisione.
Come nel caso del progetto Eut-orto, l’orto urbano coltivato dagli ex lavoratori Eutelia in via Ardeatina 524. Uniti dal dramma della perdita del lavoro, circa venti cassintegrati della ex-azienda delle tlc hanno deciso di reagire attraverso un progetto comune. Da settembre 2010 gli ex dipendenti coltivano infatti i loro prodotti all’interno dell’Istituto Agrario Garibaldi. Su un vasto spazio di circa 800 ettari operano inoltre circa settecento studenti e molti ragazzi con disagi sociali. I partecipanti non utilizzano nulla di chimico: concimano con il letame e adottano le tecniche antiche dell’agricoltura. La primavera è il periodo in cui c’è la massima presenza di contadini perché si semina di più, ma il lavoro avviene tutto l’anno. Alcuni hanno intrapreso percorsi affini: si dedicano alla creazione di dolci utilizzando alcuni prodotti della terra oppure coltivano piante a uso erboristico e medicinale.
«Oltre ad un risparmio economico - spiega Marco, ex lavoratore Eutelia - mangiamo anche cose naturali, che si conservano più a lungo e con un sapore più intenso di ciò che si acquista generalmente al supermercato. E’ il terzo anno di vita del progetto ma l’entusiasmo è sempre vivo». E da questa esperienza potrebbero nascere nuove attività, come la gestione di casali per il raccolto oppure la creazione di una rete allo scopo di servire le mense scolastiche. Per ulteriori sviluppi del progetto sono però necessari maggiori fondi da parte delle istituzioni.
Anche gli orti didattici presso il Centro Culturale Michele Testa di Tor Sapienza stanno avendo un grande successo. Il progetto denominato Sarzan alle porte della città è nato operativamente il 14 febbraio 2011. L’obiettivo è associare più fasce di età attraverso un comune denominatore, la terra. La peculiarità emersa è l’interculturalità dell’iniziativa attraverso la partecipazione di bambini rom. «Il nostro obiettivo primario –spiega Paola, organizzatrice– è concentrarci su questi bambini per la loro integrazione. E dare voce ai loro bisogni, ai loro desideri e a tutto quello che normalmente rimane non detto e non visto».
Il lavoro dei genitori e dei bambini è stato decisivo. «Durante la piantumazione –aggiunge Paola– abbiamo visto i genitori rimboccarsi le maniche. Spesso il dialogo tra ragazzi e adulti è complesso. Con il giardino abbiamo visto sorrisi che si accendevano e toni che si abbassavano». I bambini si sono appassionati da subito. «Il regalo più bello –conclude- scaturisce osservandoli: sbalordirli con le piccole cose».
AGOSTINA DELLI COMPAGNI
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24/05/2013
Autostrade come centrali l’energia dal vento sollevato dai camion
Autostrade come centrali l’energia dal vento sollevato dai camion
Turbine sui guard-rail: finanziata l’idea di tre giovani italiani
ROMA — Erano tre amici al bar, anzi a cena a Verona. E quella sera del 2010 hanno immaginato il modo più stravagante e — forse — geniale di produrre energia. Utilizzando il vento creato dal passaggio dei camion in autostrada. Avete presente quel piccolo ciclone che avvertite quando guidate e un Tir vi sorpassa? Quella forza in grado di spostare la nostra automobile è tutta energia sprecata, per ora. Sono passati tre anni esatti, dalla intuizione serale, il primo test ha dato risultati molto positivi e l’Enel giovedì scorso ha deciso di investire 250 mila euro nella Atea, la startup di Giovanni Favalli, Stefano Sciurpa e Gianluca Gennai, con l’impegno di aggiungerne altri 400 mila fra un anno se le cose dovessero andare bene. Ma non è solo una questione di soldi: se il più grande operatore elettrico d’Italia, presente in 23 paesi del mondo, investe nell’Atea, una piccola società di La Spezia, portandola a bordo di Enel Lab, questa storia probabilmente va presa molto sul serio perché un giorno potremmo vedere le nostre autostrade costeggiate di piccole turbine eoliche ad asse verticale e soprattutto la smetteremo di imprecare per il traffico di camion in autostrada.
A distanza di — circa — diecimila anni dalla prima barca a vela, l’energia eolica non smette di stupire. Le gigantesche pale che connotano (per alcuni deturpano), il panorama di molte regioni soprattutto meridionali non sono più lo standard. Sono infatti in corso progetti e test con aquiloni collegati a generatori di corrente, gigantesche vele che trainano le navi cargo negli oceani, oppure pale fissate in mezzo al mare grazie a sfere di cemento grandi come cupole in grado di accumulare l’energia prodotta. In questo contesto che vede impegnati i grandi centri di ricerca del mondo, a cominciare dal Mit di Boston e da colossi industriali come la Siemens, arriva questo piccolo progetto made in Italy che potrebbe cambiare tutto. I test sono stati più che incoraggianti.
Grazie a un accordo con la Serenissima Trading una pala eolica ad asse verticale (prodotta a Zagabria e rifinita “a mano” a La Spezia) è stata installata per qualche tempo sulla autostrada Brescia-Padova. Prima era stata condotta una campagna di misurazione del vento prodotto dai veicoli pesanti progettando e installando un sistema — “Air Fighter” — , che prevedeva l’uso di 10 anemometri installati sul ciglio autostradale in grado di registrare per ogni minuto la velocità media del vento, il picco e la varianza oltre a una serie di dati di minore importanza. Dall’analisi della enorme mole di dati raccolti in due mesi emersero due considerazioni: che il vento aumenta quando ci sono i camion (e quindi crolla il sabato e la domenica, con la circolazione dei mezzi pesanti vietata), e che i valori misurati sono paragonabili a quelli riscontrati nelle torri eoliche di grandi dimensioni.
Nel maggio 2012 vede pertanto la luce la prima installazione eolica autostradale nei pressi del casello di Desenzano, direzione Venezia. Per motivi sperimentali l’installazione viene montata su di un carrello semovente e dotata di un sistema di raccolta dati su chiavetta Usb. Il report finale recita: «I risultati ottenuti sono subito estremamente incoraggianti: 9 Kwh di energia prodotta giornalmente con una turbina di potenza nominale pari a 2,2 Kw e un diametro di vela di 1,2 metri». I tre amici modificano quindi, in modo artigianale, l’impianto originale e ottengono un incremento di energia prodotta del 30 per cento passando dai 9 Kwh ai 12 Kwh giornalieri, il che, considerando a titolo cautelativo 250 giorni di produzione utile, rappresenta una produzione annua pari più o meno al consumo energetico di una famiglia italiana. Questo raccontano i tre soci a ottobre quando si iscrivono al concorso per essere ammessi al programma Enel Labs. Atea entra in finale in extremis assieme ad altri dodici progetti: il giorno della finale non sono tra i favoriti per i sei premi finali, ma a sorpresa la giuria aggiunge un premio e Atea adesso ha la sua grande occasione.
Il prossimo passo è imminente. Una turbina molto più potente (9,2 Kw) sarà installata di nuovo nei pressi del casello di Desenzano. Se anche stavolta andrà bene, l’anno prossimo il sogno è un piccolo parco eolico autostradale con dieci macchine a 50 metri una dall’altra e collegate in rete. I tre soci non stanno nella pelle: «Dopo ore e ore passate in autostrada, ci sembra di vivere un sogno ».
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FONTE: RICCARDO LUNA. LA REPUBBLICA |
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12/05/2013
Il «terzo pilastro» per garantire l'assistenza in tempo di austerity
Il «terzo pilastro» per garantire l'assistenza in tempo di austerity
ROMA — Un esercito di 115 mila imprese che operano nel terziario sociale, per lo più (il 52%) impegnate nel settore dei beni e dei servizi di tipo culturale, ma presenti anche nei settori della sanità e dell'assistenza (27%) oltre che nell'educazione. Ecco il patrimonio da cui partire per fondare il nuovo sistema del welfare in Italia, secondo un progetto promosso dalla Fondazione Roma e il Centre for the Anthropology of religion and cultural change dell'Università Cattolica del Sacro Cuore e presentato ieri a Roma. «Il welfare, che fin dal 1800 è stata la caratteristica distintiva dell'Europa rispetto al mondo sviluppato — spiega il presidente della Fondazione, Emmanuele Francesco Maria Emanuele — non esiste più, vittima delle politiche di austerity imposte dai governi. Ma la crisi può rappresentare una preziosa occasione di crescita e cambiamento, mettendo in campo le risorse di quello che io chiamo Terzo pilastro, una galassia di soggetti diversi che costituisce un antico patrimonio, tutto italiano: dobbiamo imparare a destatalizzare socializzando».
L'indagine mette in evidenza i quattro motivi della crisi del sistema sociale in Italia: innanzitutto «i servizi offerti non raggiungono lo scopo, dal momento che spendiamo male», spiega il professore di Sociologia della Cattolica, Mauro Magatti, che ha curato la ricerca. Si interviene poi troppo tardi: «Più per mettere una pezza che per prevenire»: senza una chiara idea di investimento sulle persone si può avere solo un «welfare riparativo e non generativo», afferma Magatti. In terzo luogo, il nostro è un sistema che tende ad essere «inadeguato a fronteggiare i nuovi rischi e bisogni sociali». Infine, «il welfare viene visto come il luogo dello spreco e della richiesta di risorse dello Stato», mentre dovrebbe diventare «il posto dove ricostituire i legami sociali». A questi problemi va aggiunto il taglio delle risorse, ma anche «la frantumazione dei valori che prima costituivano le basi dell'Italia: famiglia, scuola, religione, politica», come sottolinea il presidente del Censis Giuseppe De Rita. Ecco quindi che l'unica via d'uscita è l'impresa sociale, perché fortunatamente «questa è la società della conoscenza e non delle conoscenze», in cui non «vale chi è raccomandato ma chi sa portare avanti un progetto concreto in tutti i campi, anche in quello sociale», conclude De Rita con tono fiducioso.
Qualche esempio concreto? Il caso della Cooperativa Apriti Sesamo del Consorzio Nausicaa di Roma: una «impresa sociale di comunità» che lavora nei servizi alla famiglia e ai bambini in interazione con le amministrazioni. Oppure l'incubatore sociale creato dalla Caritas diocesana di Palestrina, che avvia progetti che creano posti di lavoro. O ancora, il Punto comune allestito dal comune di Soriano nel Cimino, in provincia di Viterbo: uno sportello unico a cui possono rivolgersi tutti, dalle famiglie ai neo imprenditori. «Ma tanti settori restano ancora inesplorati», come elenca Johnny Dotti, presidente di Welfare Italia: il mercato delle case pignorate dalle banche per sofferenze bancarie, che potrebbero essere usate per fondazioni immobiliari sociali, «un affare che vale tre volte l'Imu»; il settore delle badanti, un milione di piccole imprese familiari spesso sommerse «che valgono 10 miliardi»; il welfare aziendale e integrativo, che «vale 14 miliardi». Perché il welfare, conclude Dotti, ha «un valore sociale, ma anche economico».
FONTE: VALENTINA SANTARPIA, CORRIERE DELLA SERA |
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11/05/2013
Avvocati di strada, 700 volontari per difendere i diritti più deboli
Avvocati di strada, 700 volontari per difendere i diritti più deboli
Sono lo studio legale più grande d'Italia, ma anche quello che fattura di meno. L'associazione "Avvocato di strada" ha presentato il suo Rapporto 2012. In tredici anni ha aperto 31 sedi in tutta Italia. I clochards oggi sono spesso persone "normali": il pensionato al minimo, l'imprenditore che ha fallito, il padre separato, il licenziato di 45 anni che ha enormi problemi a rientrare nel mercato del lavoro
ROMA - Sono lo studio legale più grande d'Italia, ma anche quello che fattura di meno. La battuta è dell'attore Mario Perrotta, che su Rai 3 ha dedicato anche a loro uno dei suoi "paradossi italiani". E un po' paradossale lo è davvero l'associazione "Avvocato di strada", che ha presentato a Roma il suo Rapporto 2012. Nata nel 2000 per rispondere alle esigenze dei senza fissa dimora di Bologna, come "costola" dell'associazione "Piazza Grande", in tredici anni ha aperto 31 sedi in tutta Italia e coinvolto qualcosa come 700 volontari. "Pensiamo da sempre che difendere i diritti dei più deboli significhi difendere i diritti di tutti", osserva l'avvocato Antonio Mumolo, il presidente.
Il clochard della porta accanto. Ed è sempre più vero, visto che i clochards oggi sono spesso persone "normali", che piano piano perdono lavoro, casa, affetti. "Ormai - spiega Mumolo - il senza fissa dimora non è più quella persona che finisce in strada anche perché ha altre problematiche, dalla dipendenza a droga o alcol, ai problemi psichici. Ormai è normale, e non lo era fino a tre anni fa, incontrare il pensionato al minimo, l'imprenditore che ha fallito, il padre separato, il licenziato di 45 anni che ha enormi problemi a rientrare nel mercato del lavoro. Hanno finito tutti i risparmi, hanno chiesto aiuto a tutti gli amici - conclude Mumolo - e qual è la prospettiva? La strada, la macchina, il dormitorio".
Boom di richieste. Le richieste di assistenza legale crescono, anche se il 2012 è stato particolare per l'impatto della cosiddetta "Emergenza Nordafrica": 2575 le nuove pratiche aperte, nel 2011 erano state 2360. Di queste, il 45% riguarda il complicato ginepraio delle leggi sull'immigrazione, il 34% sono pratiche di diritto civile, l'11% di diritto amministrativo e il 10% di diritto penale. Gli extracomunitari hanno rappresentato il 64% del totoale degli assistiti, l'8% i comunitari e il 28% gli italiani. "Ma le provenienze variano molto da città a città - ha spiegato Mumolo - se al Sud dove l'organizzazione delle reti di assistenza è più scarsa, gran parte delle richieste provengono dai migranti, al Nord, come a Bologna, è più frequente intercettare gli italiani che finiscono in strada".
Quali le cause? I motivi per i quali i senza tetto finiscono in uno degli sportelli di "Avvocato di strada" sono vari. Gli immigrati, quasi sempre, perché non hanno un permesso di soggiorno e vorrebbero regolarizzarsi. Ma è interessante vedere che tra le pratiche di diritto civile la maggioranza è ancora legata al diritto alla residenza: "Un problema 'storico', sul quale nonostante esista una giurisprudenza consolidata continuano a esserci problemi - ha denunciato Mumolo - i Comuni e le Anagrafi rendono complicato l'ottenimento della residenza: ma questo nega a chi vive in strada diritti fondamentali, dal voto alle cure mediche, all'assistenza sociale e previdenziale, oltre a essere un ostacolo nella ricerca di lavoro". Seguono questioni riguardanti il diritto al lavoro, problemi di sfratti, divorzi, potestà gentioriale.
Altro grandissimo problema: le multe. Su 298 pratiche di diritto amministrativo, 81 riguardano sanzioni per mancanza di titolo di viaggio sui mezzi pubblici, 68 cartelle esattoriali per mancato pagamento di imposte, tasse e tributi. "Con l'azienda di mezzi pubblici di Bologna abbiamo fatto un incontro - ha detto Mumolo - e trovato un accordo: l'azienda non va in esecuzione se noi forniamo loro una relazione controfirmata dai servizi sociali che certifichi l'indigenza". Insomma, contemperare i vari interessi in campo si può. Ma l'associazione Avvocato di Strada si è anche battuta, spesso vincendo, quando invece le sanzioni riguardano regolamenti discriminatori: come quelli che vietano di dormire sulle panchine o di "oltraggiare" con la propria presenza sporca e trasandata i centri storici delle città.
Chi è il "cattivo"? Altro dato interessante, quello delle pratiche riguardanti il diritto penale. "Innazitutto ci tengo a sottolineare che, per fortuna, in tanti anni di lavoro non ci è mai capitato di difendere in sede di processo un senza fissa dimora per un reato serio e grave, come potrebbe essere un omicidio". Al contrario, sono i senza fissa dimora che spesso e volentieri, e se trovano un avvocato disposto ad ascoltarli, hanno molte cose da denunciare: aggressioni, minacce, insulti, molestie. Su 254 pratiche di diritti penale, 38 vedono i "cloahards" nei panni della vittima, in 35 casi invece sono loro ad essere denunciati per reati contro la persona (minacce, diffamazione), oppure reati legati agli stupefacenti o contro il patrimonio o i pubblici ufficiali. Il Rapporto è scaricabile al'indirizzo dell'associazione "Avvocato di strada". Per collaborare con l'associazione basta mettersi in contatto con loro. La regola fondamentale è prestare la propria opera in modo totalmente gratuito.
http://www.repubblica.it/solidarieta/volontariato/2013/05/02/news/avvocati_di_strada-57906233/
di CINZIA GUBBINI
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03/05/2013
Efficienza energetica in edilizia. Eco-condomini contro la crisi
Efficienza energetica in edilizia. Eco-condomini contro la crisi
Secondo uno studio di Legambiente e AzzeroCo2, basta dimezzare i consumi negli edifici condominiali. Il modello cui guardare è quello del Green Deal introdotto nel Regno Unito. Stando ai primi calcoli, l'intervento su 200mila alloggi all'anno (14mila condomini circa) metterebbe in moto investimenti per 3miliardi di euro, creando almeno 120 mila nuovi posti di lavoro per tutto il periodo 2014-2020
UN NUOVO sistema di incentivo per la riqualificazione energetica che consenta di dimezzare i consumi negli edifici condominiali. E' la proposta presentata da Legambiente e AzzeroCo2 per fare il punto sugli obiettivi delle direttive europee in materia di efficienza, analizzando le prospettive e i limiti degli strumenti vigenti e valutando proposte per una riqualificazione del patrimonio edilizio italiano.
Con un occhio particolare agli edifici condominiali, dove vivono circa 24 milioni di persone in Italia e dove molto spesso i consumi energetici sono più alti della già elevata media nazionale, in particolare se costruiti dopo gli anni 50, gli esperti spiegano quanto siano necessarie nuove politiche di riqualificazione energetica in ambito edilizio nel nostro Paese.
Secondo le stime di Istat e Cresme, sono infatti oltre un milione gli edifici con più di cinque alloggi a gestione condominiale e purtroppo, per chi ci abita, le speranze di ridurre la spesa per la bolletta energetica sono pochissime, visto che gli strumenti in vigore risultano inefficaci e spesso impossibili da applicare.
"Ecco perché - spiega il vice presidente di Legambiente Edoardo Zanchini - occorre introdurre un nuovo sistema di incentivi che si applichi allo specifico dei condomini, se si vuole offrire una possibilità reale di riduzione della spesa energetica alle famiglie e, contemporaneamente, aggredire la parte più consistente dei consumi energetici che provengono dall'edilizia".
In particolare, il modello a cui guardare è quello del Green Deal introdotto nel Regno Unito, che permette di realizzare interventi a costo zero per le famiglie, interamente ripagati con il risparmio ottenuto dai consumi. Secondo una ricerca realizzata dall'Istituto di ricerca Ambiente Italia "Lo scenario dell'efficienza energetica in edilizia. L'utilizzo dei Titoli di efficienza e delle ESCO per la riqualificazione dei complessi edilizi", che ha messo in evidenza i risultati prodotti dagli incentivi per l'efficienza energetica in Italia ma anche i limiti, a partire dal 1998, attraverso le detrazioni fiscali (36-41%) sugli interventi di ristrutturazione edilizia, sono stati effettuati complessivamente interventi su oltre 5,5 milioni di abitazioni, senza però alcun vincolo di tipo energetico.
Nel 2007 sono state introdotte detrazioni pari al 55% per interventi di efficienza energetica in edilizia che hanno mosso oltre 1,6 milioni di interventi tra sostituzione di infissi, caldaie, pannelli solari termici, pompe di calore, ma tutto ciò non è bastato, occorre fare di più, anche perché, sebbene le detrazioni del 55% siano state uno strumento di successo, esse scadono a giugno 2013, non sono legate a risparmi reali e presuppongono redditi da detrarre, quindi comportano difficoltà economiche per molte famiglie, specialmente in un periodo di recessione.
Il sistema di incentivo legato ai Titoli di efficienza energetica (TEE) ha mosso pochissimi interventi di riqualificazione in edilizia ed è sostanzialmente fallito. L'ultimo introdotto, il conto energia termico, finanziato attraverso le bollette del gas, prevede incentivi per gli interventi di efficienza energetica dell'involucro per i soli edifici pubblici, ma non è basato sul risparmio ottenuto bensì sul costo dell'intervento e presenta dei limiti di attuazione legati al patto di stabilità e alle difficoltà degli enti locali di trovare risorse.
"Gli ostacoli economici delle famiglie - spiega Beppe Gamba, presidente di AzzeroCO2 - a realizzare interventi di questo tipo possono essere superati (creando anche occupazione) con l'intervento diffuso delle Energy Service Company (ESCo) che investono in proprio e recuperano l'investimento con il risparmio realizzato in bolletta. Ma perché questo meccanismo virtuoso possa diffondersi occorrono nuovi strumenti e un Fondo di Garanzia per il credito alle imprese. Confidiamo che nel nuovo Parlamento si possano affrontare in modo costruttivo questi temi".
La soluzione ideale, secondo gli esperti, sarebbe quella di introdurre una nuova scheda nel sistema dei titoli di efficienza energetica (TEE), basata sui valori derivanti dalla certificazione energetica delle abitazioni prima e dopo l'intervento, che premierebbe la riqualificazione globale dell'edificio. Gli interventi di miglioramento delle prestazioni energetiche potrebbero essere realizzati da ESCo, in accordo con le imprese di costruzioni, che si impegnano a garantire il raggiungimento dei risultati.
Sulla base di una simulazione effettuata su edifici condominiali a Milano, Roma e Bari il rientro medio attraverso gli incentivi varia in un range del 31-36%, cui si aggiunge il vantaggio legato al meccanismo delle ESCo e dunque la possibilità di legare agli interventi dei contratti di gestione del riscaldamento condominiale per il cofinanziamento degli interventi. Gli inquilini beneficerebbero così, da subito, di una riduzione in bolletta e del migliore comfort estivo e invernale. E, a seconda dell'intervento e del contributo, avrebbero una riduzione delle bollette per il riscaldamento pari a circa il 50% entro un massimo di 11 anni, per una cifra che varia dagli 800 e ai 1300 euro l'anno.
Dai calcoli effettuati finora, l'intervento su 200mila alloggi all'anno (14mila condomini circa) metterebbe in moto investimenti per 3miliardi di euro, creando almeno 120 mila nuovi posti di lavoro per tutto il periodo 2014-2020.
http://www.repubblica.it/ambiente/2013/04/04/news/eco_condomini-55801762/
di SARA FICOCELLI
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02/05/2013
Sorpresa: giù i rifiuti elettrici ed elettronici. Colpa della crisi, torna l'arte di arrangiarsi
Sorpresa: giù i rifiuti elettrici ed elettronici. Colpa della crisi, torna l'arte di arrangiarsi
Rapporto Raee 2012: per la prima volta diminuisce la raccolta di questo genere particolare di rifiuti - che ha un contenuto al tempo stesso prezioso e pericoloso. Le ragioni? Meno consumi e l'aumento di "canali di raccolta informali"
ROMA - La crisi morde anche l'elettronica e i mille apparecchi che ci riempiono le case. L'indicazione non viene dai venditori ma dai raccoglitori: sono i rifiuti l'indicatore che permette una misurazione più precisa degli umori dei consumatori. La flessione dei Raee (rifiuti elettrici ed elettronici), non ci racconta infatti solo una realtà che già conoscevamo, la difficoltà a mettere mano al portafoglio, visto il suo contenuto ridotto.
IL RAPPORTO RAE (PDF)
Il fatto che per la prima volta la raccolta di questo genere particolare di rifiuti - che ha un contenuto al tempo stesso prezioso (per la presenza di metalli pregiati) e pericoloso (per la presenza di sostanze molto tossiche) - sia diminuita ha anche un'altra spiegazione, legata all'antica arte dell'arrangiarsi. I comunicati ufficiali parlano eufemisticamente di "canali di raccolta informale". Vuol dire che, visto l'aumento dei prezzi delle materie prime, i metalli pregiati come il rame contenuti nei Raee sono diventati improvvisamente più interessanti. E così il numero di persone che si dedicano a una raccolta amatoriale, per arrotondare i bilanci, è cresciuto.
I dati contenuti nel Rapporto annuale 2012 sui Raee testimoniano che l'obiettivo europeo di una raccolta di 4 chili pro capite è stato comunque
raggiunto, ma la flessione del 2012 rispetto al 20111 è pari all'8,5%. Un andamento netto anche se non uniforme.
Nella classifica dei 5 raggruppamenti in cui vengono divisi i Raee, al primo posto per volumi raccolti figurano tv e monitor, con 76.501 tonnellate (meno 9,22% rispetto al 2011). Seguono frigoriferi e apparecchiature refrigeranti, con meno 6,62%; i grandi elettrodomestici, con meno 12,74%; i piccoli elettrodomestici, con meno 3,66%. L'unico segmento in aumento è quello delle lampade e lampadine: 1.036 tonnellate, con un più 7,72%.
Nella classifica delle Regioni, la Valle d'Aosta si conferma come la più virtuosa con una media pro capite di 8,2 chili, al passo con i migliori standard europei. La Lombardia invece è quella che raccoglie di più in assoluto. Mentre nel Centro i numeri migliori sono quelli della Toscana e nelle isole il primo posto va alla Sardegna, con 5,40 chili per abitante.
"Nel 2012 il Parlamento europeo ha approvato la direttiva sui Raee che stabilisce misure più severe per combattere l'export illegale e fissa nuovi obiettivi rispetto ai quantitativi minimi di raccolta: queste sfide rappresentano una buona occasione per rilanciare migliorando il quadro normativo", osserva Danilo Bonato, presidente del Centro di coordinamento Raee.
http://www.repubblica.it/ambiente/2013/04/19/news/rifiuti_raee_rapporto-56993533/
di ANTONIO CIANCIULLO
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28/04/2013
Sparatoria a Palazzo Chigi: feriti 2 carabinieri
Sparatoria a Palazzo Chigi: feriti 2 carabinieri
Luigi Preiti ha fatto fuoco sui militari: il brigadiere Giangrande in prognosi riservata. Letta: «Ognuno faccia il suo dovere»
Sparatoria davanti a Palazzo Chigi: feriti due carabinieri
Mentre il nuovo governo giurava al Quirinale, un uomo sparava davanti a Palazzo Chigi: feriti due carabinieri. Uno ha subito un grave danno midollare ed è in prognosi riservata. Preso l'attentatore: è Luigi Preiti, un calabrese 49nne rimasto senza lavoro. Il pm: "Non è uno squilibrato"
SPARI A PALAZZO CHIGI
L'aggressore: «Obiettivo i politici, deciso 20 giorni fa»
http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/sparatoriapalazzochigi.aspx
Spari a Palazzo Chigi, feriti due carabinieri L'aggressore confessa: "Puntavo ai politici"
Durante il giuramento del governo Letta, un uomo in giacca e cravatta ha fatto fuoco davanti alla sede del governo. Poi ha tentato la fuga: fermato. È un calabrese di 46 anni, Luigi Preiti, disoccupato. Due militari colpiti, uno ha lesione importante alla colonna vertebrale. Folla fatta allontanare dal Colle. Il ministro dell'Interno Alfano informato durante la cerimonia. "Poi voleva suicidarsi, ma ha finito i colpi". "Gesto isolato"
http://www.repubblica.it/politica/2013/04/28/news/titolo-57605338/
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26/04/2013
Bimbi: cure ortodontiche crollate del 40% nel 2012
Bimbi: cure ortodontiche crollate del 40% nel 2012
La crisi economica spegne anche il sorriso di 2 milioni di bambini, mettendo a rischio la salute della loro bocca. È l'allarme degli esperti riuniti a Roma, dal 18 al 20 aprile, per il XX Congresso Nazionale del Collegio dei Docenti di Odontoiatria. Una famiglia su tre non può più permettersi di affrontare il costo di una cura ortodontica adeguata, così rinuncia o ritarda a mettere l'apparecchio ai propri figli, prendendo d'assalto le strutture pubbliche ormai al collasso: secondo stime recenti, le richieste di prestazioni tramite Ssn sono infatti cresciute del 20% in un solo anno.
Il 90 per cento degli under 14, pari a 5 milioni di bimbi, avrebbe bisogno dell'apparecchio per i denti ma nel 2012 le terapie ortodontiche sono crollate del 40%, così circa due milioni di bimbi rischiano danni ai denti per colpa della crisi economica. Il costo medio minimo per un apparecchio ortodontico e una terapia adeguata fra i 6 e i 14 anni è di 3.000-6.000 euro, e oggi molti genitori non possono più permetterselo: cresce la richiesta di dilazioni di pagamento e prestiti, così come l'accesso all'odontoiatria pubblica che rischia di esplodere.
Le richieste al Ssn sono aumentate del 20% ma i 3.500 dentisti che operano nelle strutture pubbliche, erogando circa 4 milioni di prestazioni ambulatoriali all'anno sono ormai al limite. Per favorire l'accesso alle cure riducendo il carico economico sulle famiglie a costo zero per lo Stato, il Collegio dei professori universitari, le Associazioni dei professionisti e le imprese del settore, hanno approvato il primo documento programmatico con cui si richiede la possibilità di detrarre dalle imposte le spese dentistiche e concedere benefici fiscali agli studi che investono in innovazioni tecnologiche per combattere così anche la piaga dell'evasione ancora consistente a fronte di un fatturato di 6 miliardi di euro di spesa complessiva da parte degli italiani. Il provvedimento servirà anche a ridurre l'abusivismo: sono infatti circa 15mila i professionisti falsi o abusivi che oltre a evadere le tasse costituiscono un evidente e grave pericolo per la salute dei cittadini.
http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/tagliospesedentistiche.aspx
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