23/05/2013

Cile, un Paese per mille letterature

Cile, un Paese per mille letterature

 

Una geografia caratterizzata da profondi contrasti, una nazione galleggiante sulla placca terrestre, sottoposta a continui sussulti, a improvvise violenze vulcaniche. E un terzo dei 17 milioni di abitanti riunito nella capitale Santiago, dove si alternano caseggiati di legno a grattacieli che sembrano sfidare le vette innevate delle Ande.Il Cile è un Paese crogiolo di razze, nomi, volti: ispanici, europei, arabi e creoli, mentre nelle piovose latitudini del sud vivono gli indios Mapuche che respinsero l'avanzata degli Incas e poi combatterono contro i soldati spagnoli di Pedro di Valdivia. Ci chiediamo se la fragilità di questa terra, la diversità del clima e l'eterogeneità della sua gente non siano i fattori che hanno contribuito a creare la grande letteratura che il Cile vanta. E che il Salone del libro di Torino onora a partire da oggi. È un'ipotesi di lettura che cerca di capire le ragioni profonde della straordinaria fioritura di scrittori e poeti che non ha eguali in Sudamerica.


Quanto alla narrativa, i lettori italiani conoscono i bestsellers di José Donoso, Isabel Allende, Luis Sepúlveda, Francisco Coloane, Antonio Skármeta, e l'affabulazione letteraria di Roberto Bolaño, icona del racconto contemporaneo. Ugualmente note le opere di Jorge Edwards, Premio Cervantes presente a Torino, che ora pubblica Los círculos morados, primo episodio di una trilogia di tema familiare e cosmopolita. Nuove voci sono Hernán Rivera Letelier, autore del bel libro La bambina che raccontava i film (Mondadori), Alejandro Zambra, al Salone con il romanzo Modi di tornare a casa (Mondadori), grande affresco in cui domina un sentimento di sottile malinconia, reso vivo da un linguaggio essenziale, e ancora Roberto Ampuero, il padre dell'investigatore Cayetano Brulé; Román Díaz Eterovic con il romanzo L'oscura memoria delle armi e Diego Muñoz Valenzuela, autore di Fiori per un cyborg (entrambi usciti da Atmosfere Libri); Santiago Elordi, noto per i racconti La Caravana e Cartas a Dios desde un postríbulo; infine, Roberto Brodsky e Guillermo García, poeta ed editore, tutti presenti all'incontro torinese. L'elenco comprende anche le scrittrici Maria José Viera-Gallo e Lina Meruane, le quali scavano nell'interiorità femminile e denunciano una sorta di disincanto di fronte ai modelli della società moderna.


Occorre poi segnalare l'espressione della minoranza mapuche, riunita da Sebastián Queupul nel libro Poemas mapuches en castellano. Poesia orale, tesa al recupero della cultura indigena; parola che canta la natura e celebra le ritualità festive della comunità mapuche. A Torino è presente uno dei suoi maggiori interpreti, Elicura Chihuailaf, poeta, saggista e editorialista.


Fondamentale è il contributo della poesia cilena del primo Novecento che annovera rappresentanti di fama universale: Gabriela Mistral e Pablo Neruda, Gonzalo Rojas e Nicanor Parra, quest'ultimo quasi centenario, Pablo De Rokha e l'affascinante figura di Vicente Huidobro, teorico del movimento creazionista, protagonista dell'avanguardia spagnola, vissuto a Parigi a contatto con Hans Arp, Juan Gris e Pablo Picasso. Interessante è la nutrita schiera delle voci riunite nei gruppi generazionali degli anni '50, '60 (segnati dalla dittatura di Pinochet che costringe molti protagonisti al silenzio o all'emigrazione nelle università statunitensi ed europee), '70 e '80. Autori rappresentativi sono Enrique Lihn, Miguel Arteche, Juan Luis Martínez, Rodrigo Lira, Elvira Hernández e Gonzalo Millán, interprete di una scrittura «oggettiva», che denuncia la crisi dell'io carente di certezze. Possiamo continuare a citare altri nomi: Manuel Silva Acevedo, Guillermo García, Jorge Teillier, fautore di una poesia che auspica il processo di integrazione delle culture indigene, creole e isolane del sud. E ancora Teresa Calderón, Cecilia Vicuña, inventrice di un lessico composto di parole, frammenti e colori, tecnica che ricorda le opere dell'artista peruviano Jorge Eielson. Fra i tanti s'impongono i nomi di Óscar Hahn e Raul Zurita, rappresentanti di prestigio, a Torino insieme a varie autorità culturali ed editori del Paese: Alejandra Chacoff, Fernando Sáez e Vicente García-Huidobro, direttori e promotori di collane delle Fundación Pablo Neruda e Vicente Huidobro di Santiago.


Hahn è autore di importanti raccolte di versi di fattura classica, tra cui Esta rosa negra e Arte de morir, che guardano ai modelli spagnoli, seguendo un'esigenza di canto interiore da apporre alla violenza esterna, specie quella vissuta durante la dittatura militare; insomma una poesia che riflette dubbi e pone domande sul momento storico. Trattato di sortilegi, la sua prima antologia italiana, tradotta da Milton Fernández, è pubblicata da Rayuela di Milano. In cambio il giovane Raúl Zurita, con le sue opere Purgatorio, Anteparaíso e La vida nueva (dove è evidente il richiamo dantesco), mostra un approccio religioso alla crisi che colpisce il soggetto lirico e mette a nudo la precarietà del presente, a cui risponde evocando il mondo dell'infanzia con limpide immagini di una natura incontaminata.
Per concludere, possiamo dire che se prima la letteratura cilena guardava all'Europa, in particolare alla Francia, ora indaga dentro se stessa, scopre un nuovo linguaggio, vive una grande utopia che va alla ricerca di una propria identità.

 

http://www.ilgiornale.it/news/cultura/cile-paese-mille-letterature-917702.html

Gabriele Morelli - 

I Paesi Brics si fanno la banca per sfilare il mondo all'Occidente

I Paesi Brics si fanno la banca per sfilare il mondo all'Occidente

 

Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica creano un istituto pronto a supportare il loro sviluppo. E adesso corteggiano l’Iran e il suo petrolio

 

Il 27 marzo 2013 a Durban, in Sud Africa, s’è svolta la quinta conferenza dei Paesi BRICS, acronimo che sta per Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa. Significativa la scelta della location e il titolo del summit: «BRICS e Africa: partnership per lo sviluppo, integrazione e industrializzazione».  I cinque Paesi in questione si sono consolidati come economie e hanno creato una loro agenda per definire le priorità mondiali e una propria Banca per lo sviluppo, in apparente competizione con il Fondo monetario Internazionale e la Banca Mondiale.

 

Alcuni numeri possono far meglio comprendere lo scenario. La popolazione totale delle cinque nazioni è di poco inferiore ai 3 miliardi di persone, con una maggioranza di giovani, una classe media con un potere di acquisto equivalente ai nostri anni Sessanta  e una superficie totale che equivale a poco più di un quinto delle terre emerse dell’intero globo. Russia, Sud Africa e Brasile sono grandi esportatori di risorse naturali, minerali ed energetiche. India e Cina sono i grandi consumatori del gruppo. La Cina e l’India in particolare, consci dei loro limiti, sono alla disperata ricerca di nuovi territori che possano fornire cibo, energia, acqua pulita e materie prime per la loro crescente industria manifatturiera. In questo senso, con la creazione della banca BRICS, un nuovo elemento entra con prepotenza nella scena economica e geopolitica mondiale.  Poiché, come espresso dai documenti del summit, questa banca sarà strumento attivo per lo sviluppo e la crescita infrastrutturale delle nazioni associate o che decideranno di associarsi. La banca avrà una riserva iniziale di 100 miliardi di dollari, base che permetterà lo sviluppo di piani a breve e medio termine per la crescita delle nazioni, in particolar modo per il supporto d’iniziative di crescita in Africa. 

Esiste poi un altro elemento che gli analisti occidentali non hanno pienamente valutato. L’influenza geopolitica che la banca BRICS potrà esercitare tramite i suoi associati sarà ampia, manifesta e strutturata. La Russia è parte dell’Unione Euroasiatica, il Sud Africa parte del Sadc, la Cina ha forti legami con le nazioni asiatiche e con l’Iran. Nulla esclude che i membri della banca possano estendere l’influenza del nuovo istituto  ad altri Stati con cui hanno legami commerciali o politici.

 

E da Durban già sono uscite dichiarazioni in qualche modo politiche. I  cinque Paesi  auspicano  che si risolva in modo pacifico la situazione in Siria, Mali e soprattutto Iran.   Due sono gli aspetti che meritano attenzione nel rapporto tra i cinque grandi e la repubblica persiana.  Russia, Cina e gli altri BRICS hanno fin ora sopportato la posizione americana riguardante le sanzioni «secondarie» contro Paesi terzi che fanno affari con la repubblica islamica. Tali sanzioni violano, di fatto, alcuni aspetti delle regole in vigore nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Ogni membro del WTO può interrompere il commercio con Stati considerati minaccia per la sua sicurezza nazionale. Non è possibile invece che lo Stato che si ritiene «minacciato» possa sanzionare altri membri della stessa organizzazione che hanno deciso di continuare le attività commerciali con quello  ritenuto pericoloso. Se gliSstati BRICS dovessero portare questo tema all’attenzione del tribunale del WTO (organo per la risoluzione delle dispute tra i membri) probabilmente gli americani potrebbero avere la peggio. Le sanzioni occidentali mirano a ridurre la volontà dell’Iran nel suo sviluppo nucleare. D’altro canto, durante la conferenza di Durban, i cinque Stati hanno dichiarato che uno sviluppo nucleare per scopi pacifici è accettabile.

 

La scelta dell’Occidente di non acquistare più greggio e derivati dall’Iran ha spinto quest’ultimo a saldare i suoi rapporti commerciali proprio con i Paesi  BRICS. Per quanto il flusso di greggio in uscita dal porto di Kharg (il maggior hub per l’esportazione d’idrocarburi iraniani) sia diminuito, Cina e India sono ancora legati alle forniture mediorientali. Lo scenario si complica se consideriamo che i pagamenti tra Iran e i suoi clienti non avvengono più in dollari ma in altre monete, o persino con forme di baratto. Se la tendenza di accantonare il dollaro divenisse comune tra i membri Brics (già esistono accordi tra Cina e Russia in tal senso) la moneta statunitense perderebbe di valore. Con conseguenze imprevedibili sull’intero scenario planetario.

Il crescente interesse della Banca BRICS verso soluzioni di sviluppo economico la rende un potenziale competitore del sistema finanziario occidentale. Di certo non estenderà la sua completa influenza prima di cinque anni, ma con la crisi dei Paesi occidentali e la continua pressione delle nazioni un tempo definite «emergenti» ma ormai quasi del tutto «emerse»,  l’Occidente, l’Europa e in particolare l’Italia dovranno riflettere  sul loro ruolo nel mondo, e valutare nuovi scenari e alleanze con grande attenzione.

 

http://www.liberoquotidiano.it/news/economia/1242830/I-Paesi-Brics-si-fanno-la-banca--per-sfilare-il-mondo-all-Occidente.html

di Enrico Verga

Crollo della produzione industriale, l'Italia fanalino di coda in Europa

Crollo della produzione industriale, l'Italia fanalino di coda in Europa

 

Il dato del Belpaese stona sia a livello annuo (-5,2% contro una media dell'Eurozona dell'1,7%), sia a livello mensile: a marzo l'Europa ha consolidato un recupero (+1%) rispetto a febbraio, ma le aziende italiane arrancano a -0,8%

 

MILANO - L'industria italiana ha subito la crisi economica peggio di come abbiano fatto i vicini Paesi europei, con i quali le aziende del Belpaese si devono confrontare in un mercato sempre più globalizzato. La produzione industriale in Italia è crollata del 5,2% a marzo rispetto allo stesso mese del 2012. Per Eurostat si tratta del peggior dato tra le grandi economie continentali. Giù anche Germania (-1,5%) e Francia (-1,6%). Nell'insieme dell' Eurozona il calo è stato dell' 1,7% (-1,1% nella Ue a 27), comunque un dato migliore rispetto all'Italia. Forti crescite si sono viste in Olanda (+11,1%) e nei Paesi baltici.

Detto di questo tracollo, una visione meno amara viene dai dati congiunturali, cioè dalle variazioni mensili. In questo senso si conferma in recupero la produzione industriale europea: nel mese di marzo è infatti salita dell'1% nell'Eurozona e dello 0,9% nell'Ue a 27 Paesi, rispetto al febbraio scorso, dopo i rialzi meno marcati del mese precedente. Anche in questo caso, però, stona l'Italia che cede lo 0,8% mensile. Aumenti oltre la media - invece - per Germania (+1,7%), Spagna (+2,1%), Finlandia (+3,8%), Olanda (+4,5%) e Portogallo (+5,3%). La Francia (-0,9%) fa compagnia all'Italia con il segno negativo.

 

http://www.repubblica.it/economia/2013/05/14/news/crollo_della_produzione_industriale_l_italia_fanalino_di_coda_in_europa-58757519/

22/05/2013

ANTICHI SEGRETI DI BENESSERE Neter, le 7 leggi divine del benessere

ANTICHI SEGRETI DI BENESSERE Neter, le 7 leggi divine del benessere

 

La manifestazione del visibile è governata dall’equilibrio settenario. Grazie a questa, l’essere umano può crescere interiormente, star bene e mirare alla perfezione

 

Sette, numero magico per eccellenza. 
I fanatici della numerologia lo ritengono infatti uno dei numeri più importanti. Ma pochi ne conoscono davvero il motivo.

Per padroneggiare quest’arcaico sapere, dobbiamo andare indietro di molti anni, quando, nell’antico Egitto, sorse per la prima volta il concetto di Neter.
Il geroglifico a forma di bandierina che lo rappresenta, una volta translitterato e tradotto significa sostanzialmente “dei”.
Cosa mai può coniugare, quindi, il concetto di Neter con il numero magico? Il sette è il primo numero che, a livello simbolico, forma l’armonia dopo la rottura dell’equilibrio primordiale.

Secondo Angelo Gentili, autore del libro  “Il volo dei sette Ibis”, edito dall’associazione Kemi, l’equilibrio basato sul sistema settenario possiamo trovarlo «nel mondo atomico, in cui tutti gli atomi si snodano nella loro progressione genetica per sette, sia per valenza, sia per serie di inviluppi elettronici che si pongono intorno al nucleo centrale; lo si osserva anche nel mondo minerale, in cui i sistemi di cristallizzazione si adeguano al simbolo settenario». Queste sette funzionalità che tutto governano, erano conosciute già ai tempi degli antichi Egizi quando venivano chiamate Neter (gli dei). Mentre nel Corpus Hermeticum venivano identificate come i sette governatori.

Così, i Neter, si incarnano negli elementi della scala di MendeleJeff. Le sette potenze vitali vengono anche simbolicamente rappresentate con il nome dei vari corpi celesti: Marte, Venere, Saturno e così via.
Ciò significa che più è evoluta la specie o la forma di vita, maggiori sono i Neter che conterrà e più complessa sarà la sua individualità. Queste caratteristiche vengono dunque simbolicamente espresse da figure celesti. Il rubino, per esempio, incarna tutta la potenzialità di Marte. Non a caso, queste peculiarità vengono sfruttate da millenni nella terapia con le pietre.

E’ bene tuttavia precisare che ogni forma di vita (quindi anche piante, animali, persone eccetera) possiede tali caratteristiche dominanti, contraddistinte con i nomi dei vari corpi celesti. Caratteristiche che devono essere prese in considerazione quando si sceglie la terapia più idonea alla cura di una persona.
Per tornare all’esempio del rubino – che incarna la potenza di Marte e quindi della passionalità, dell’istinto, dinamismo ed energia – possiamo affermare che è utile per le persone dal temperamento letargico e controllato. Ma non solo: Marte agisce sulle varie funzioni della tiroide e aiuta a mantenere l’equilibrio calcio-fosforo. Tra i vegetali ad azione marziana, troviamo l’aglio, la cipolla, la genziana, il rabarbaro eccetera.

Le persone, invece, governate da questo tipo di forza saranno particolarmente attive, sanguigne; agiranno impulsivamente prima di pensare… e non dovranno assumere gli stessi vegetali.
Ecco, pertanto, che conoscere aspetti significativi del mondo – se vogliamo, simbolico – ci aiuta a comprendere più facilmente quale squilibrio si è manifestato in noi e cosa utilizzare per raggiungere il benessere.

Secondo Angelo Angelini, autore del libro “Il serto di Iside”, edito dall’associazione Kemi, la pura espressione dell’intelligenza che permea l’intero Universo è basata sulle sette leggi degli “dei” perché sono il risultato della proporzione armonica rappresentata dai primi quattro numeri. Tale numero rappresenta anche i quattro piani dell’esistenza: spirituale, psichico, energetico e  fisico.
La malattia, in questi termini, viene quindi vista come causa di disequilibrio tra i vari piani della realtà. Necessitano perciò delle potenze prescritte dai Neter per riportare armonia e, di conseguenza, salute.

Seguendo tale concetto è importante non sottovalutare il pensiero della persona malata. Tutto ciò che si pensa e poi si condensa in un’emozione, interagisce con l’universo intorno a noi.
Secondo Angelo Angelini «prima di creare qualcosa noi lo pensiamo». Essere dunque consapevoli dello straordinario potere cui siamo dotati è importante per non incappare in problematiche di cui non siamo consapevoli.
Dopo un certo lasso di tempo che il pensiero permane, si densifica ricoprendosi di un involucro che lo porta a materializzarsi, «più l’idea è chiara, netta e ben delineata, e più ha la possibilità di manifestarsi», continua Angelini.

Allo stesso modo, anche i pensieri negativi possono prendere forma e materializzarsi, spesso con disastrosi effetti sulla salute: in particolare se in noi prendono radicamento emozioni negative come la rabbia, la paura, la cattiveria eccetera.
Si può calcolare il flagello mondiale che ne consegue se sono migliaia le persone a seguire determinati comportamenti tutta la vita.
Quando si parla di conoscenza di livelli così elevati, niente viene lasciato al semplice caso. Per esempio il posizionamento rispetto ai punti cardinali, il periodo di raccolta e di semina delle erbe. Se si vogliono ottenere, per esempio, virtù prettamente Yin l’erba dovrà essere colta di sera o di notte, mentre se si desidera un effetto più “attivo e caldo” (Yang), meglio la mattina o durante il giorno. 
Importante è anche la relazione – per fortuna non completamente andata in disuso – con i segni zodiacali. La pianta può, infatti, incarnare anche elementi relativi alle costellazioni (nel senso di potenzialità primarie).
Questo antico sapere,  vero gioiello della cultura umana, andrebbe protetto e riscoperto per portare maggiore conoscenza e consapevolezza nell’essere umano.

I testi citati nell’articolo

“Il serto di Iside” – Volume I e II  - Angelo Angelini Kemi associazione - €19,50
Il Serto di Iside è un prezioso volume che introduce alla riscoperta dell’antica sapienza della Terra D’Egitto, un tempo chiamata Kemi.
L’autore tocca l’argomento erboristeria con una nota alchemica. Non a caso, molti ritengono che alchimia derivi proprio da “Al-Kemi” che significa, semplicemente l’Egitto. Quest’arte dunque, a lungo dibattuta, potrebbe avere le sua radici in questa mitica terra.
Un’arte che spiega i misteri – non solo dell’essere umano – ma dell’intero Universo. Perché ogni più piccola forma di vita su questo pianeta interagisce con l’altra. Ecco che, se si vuole vivere in armonia con se stessi, è imperativo vivere in armonia con l’intero cosmo.
Angelini introduce il lettore inizialmente al principio delle sette funzionalità per poi passare alle caratteristiche che ogni simbolo/pianeta imprime all’intero Universo.
Si sposta alla descrizione dei vari organi, le loro funzionalità anche in base allo zodiaco.  La linea equinoziale, infatti, divide lo zodiaco in due settori con declinazione dei raggi solari a nord o a sud. Questi posizionamenti influiscono in tutti e quattro i piani dell’esistenza di ogni individuo. Nella terza parte del libro troviamo i riferimenti alle piante più comunemente usate in relazione ai principi planetari.
Il libro fa riferimento ad alcune conferenze tenute dall’autore negli anni ’80.
Il secondo volume completa la conoscenza di quest’arte, applicandola alla cura delle singole malattie. Entrambi i volumi sono ben fatti e di semplice lettura.

"Il volo dei Sette Ibis" – Angelo Gentili – Kemi associazione - €19,50
 Angelo Gentili, percorre un percorso analogo a quello di Angelini partendo dalla Trinità in qualità di espressione ternaria della dualità. Nell’antico Egitto erano rappresentati come due gemelli: Shu e Tefnut. Alla stregua di fuoco e terra che, unendosi, formano l’acqua, così i gemelli formano il primo visibile, dando finalmente vita alla trinità. Trinità che, nell’alchimismo posteriore divengono Zolfo, Mercurio e Sale. L’autore fa riferimento all’essere umano anche in qualità di microcosmo, esatta rappresentazione in miniatura del macrocosmo. I Neter di cui abbiamo parlato nell’articolo, quindi, in qualità di principio cosmico, si manifestano anche nelle varie parti del corpo umano.
Gentili passa anche a qualche accenno di alchimia prima di entrare nel “vivo” dell’argomento proposto dal libro: il simbolismo del regno vegetale.
Secondo l’autore, infatti, ogni cosa esistente in natura è un glifo della scienza divina.
Il principio vitale governa ogni cosa, dalla creatura apparentemente più insignificante a quella più evoluta. La terza parte è dedicata alla spiegazione della forza intrinseca di ogni singolo pianeta e delle relative piante.
Alla stregua di “Il serto di Iside”, anche questo manuale offre informazioni chiare anche per il lettore completamente a digiuno di tali argomenti.
 

http://www.lastampa.it/2013/05/14/scienza/benessere/medicina-naturale/neter-le-leggi-divine-del-benessere-9STnuqlzwF8cFJ3cUpGTrL/pagina.html

LM&SDP

Dalla Genesi l’armonia con l’arte

Dalla Genesi l’armonia con l’arte

 

« I n principio Dio creò il cielo e la terra...». Comincia così il Libro dei libri. La fonte di ispirazione più straordinaria dell’arte di tutti i tempi. Poi è arrivato il ’900 e il dialogo fra arte e fede si è interrotto. «C’è stata una frattura. L’arte è anda­ta per altre strade, a volte anche bla­sfeme. E la Chiesa si è ritirata in mo­delli legati al passato. Ora, anche at­traverso questa prima partecipazione alla Biennale di Venezia, vogliamo ria­prire la strada, aprirci a nuovi codici linguistici, a nuove forme espressive, per tornare all’antico binomio di ar­te e fede sorelle fra di loro», passando anche attraverso la «qua­si certa» presenza all’E­sposizione universale di Milano.

Sono le parole con le qua­li il cardinale Gianfranco Ravasi ha presentato ieri il Padiglione della Santa Se­de all’Esposizione Inter­nazionale d’Arte della Biennale di Venezia 2013. Padiglione che si ispira al citato testo biblico col ti­tolo Genesi. In Principio, scelto proprio dal presi­dente del Pontificio Con­siglio della Cultura. E non a caso l’esposizione vaticana si apre con un trittico di Tano Festa (pittore della scuola romana, morto nel 1988) realizzato nel 1964 (quarto centena­rio della morte di Michelangelo) per la XXXII Biennale di Venezia e dedi­cato al tema della Creazione così co­me interpretato da Buonarroti nella Cappella Sistina.

I primi 11 capitoli della Genesi sono stati la fonte di ispirazione affidata ai tre artisti (scelti da una prima rosa di dodici) chiamati a realizzare le opere per il Padiglione. «La Genesi come e­lemento germinale della nostra sto­ria », ha spiegato il cardinale Ravasi, e capace di illustrarla nelle sue caratte­ristiche essenziali, con l’ingresso del male e del peccato, oltre che con la ca­pacità creativa e generativa dell’uomo, in prosecuzione del gesto creazionale di Dio.

Così, ha aggiunto il cardinale, sono sta­te individuate tre tematiche affidate a ognuno dei tre artisti, al di fuori di o­gni logica liturgica: la Creazione è sta­ta affidata a Studio Azzurro, storico gruppo artistico milanese; la De-crea­zione, intesa come peccato, diluvio, guerra, dissacrazione, al fotografo di nazionalità ceca Josef Koudelka; la Ri-Creazione e la speranza insita in essa, all’artista australiano, naturalizzato negli Usa, Lawrence Carroll.

L’impegno e l’opera degli artisti coin­volti sono stati presentati dal curato­re del Padiglione, il direttore dei Mu­sei Vaticani Antonio Paolucci e dalla responsabile della direzione esecutiva Micol Forti, curatrice della Collezione d’Arte Contemporanea dei Musei va­ticani. Proprio Forti ha sottolineato il particolare coinvolgimento degli au­tori nel realizzare opere apposita­mente progettate per il Padiglione e per i suoi spazi. Studio Azzurro ha pen­sato a un’installazione interattiva. Il ti­tolo è In Principio (e poi) . Si estende su 120 metri quadrati ed e­voca un grande solido di pietra, che si dischiude e al cui interno immagini im­materiali si animano al contatto delle mani dei vi­sitatori evocando gli atti della Creazione. In questo contesto l’uomo si pone come 'portatore di sto­rie', di narrazioni perso­nali, che attraverso la tec­nica multimediale concor­rono al grande racconto delle origini.

'De-Creazione' è una se­quenza di 18 fotografie di cui 9 gigantografie di oltre due metri e mezzo di base, attraverso la quale Koudelka (noto per le immagini scat­tate a Praga durante l’occupazione del 1968) mostra l’intervento distruttivo e deformante dell’uomo sull’ambien­te col silenzio desolante che resta dopo il passaggio di guerre e la dismissione di impianti industriali.

La speranza della Ri-Creazione è affi­data alla capacità di Lawrence Carroll di ridare vita ai materiali di recupero, con processi artistici di rigenerazione o, meglio, di trasfigurazione. Posta al­la fine del percorso di visita, l’installa­zione di Carroll si chiama Another Li­fe ed è stata realizzata, ha detto Micol Forti, «con oggetti che hanno già avu­to una loro vita e che stanno aspet­tando la possibilità di una vita nuova». I l Padiglione, ha spiegato Paolucci, è realizzato negli spazi, realizzati dal Sansovini, dell’Arsenale mili­tare che custodiva le artiglierie della flotta della Serenissima. Il costi dell’o­perazione sono stati illustrati da mon­signor Pasquale Jacobone del Pontifi­cio Consiglio della Cultura: si tratta di 750 mila euro complessivi (300 mila per affitti e utenze; 300 mila per gli ar­tisti; 150 mila per strutture espositive, allestimenti e servizi) tutti coperti da sponsorizzazioni. Insomma, «molto meno di quanto vociferato da alcuni media nelle settimane scorse».

Il cardinale Ravasi ha poi tenuto a ri­cordare che se si tratta della prima vol­ta alla Biennale, la Santa Sede ha par­tecipato a quasi tutte le edizioni del­l’Esposizione Universale, comin­ciando dalla prima nel 1851 a Londra per volere di Pio IX. Già nel 1958 si pensò di partecipare alla Biennale, ma l’idea virò nella presenza di arte sacra in vari Padiglioni.

Per l’Esposizione di Milano «ho già chiesto alla Diocesi di dar vita a una Commissione apposita e... faremo u­na conferenza stampa». Con questo Padiglione «abbiamo iniziato un per­corso. Un germoglio che speriamo sbocci in una nuova arte liturgica». E per la prossima Biennale? «Devo ve­dere cosa ne pensa Papa Francesco». Intanto la Biennale 2013 si apre il 1° giugno (fino al 24 novembre) e per singolare evenienza il padiglione ac­canto a quello della Santa Sede è dell’Argentina.

 

Roberto I. Zanini

http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/dalla-genesi-armonia-con-arte.aspx

Msf: in Niger rischio malaria e malnutrizione

Msf: in Niger rischio malaria e malnutrizione

 

In aumento i casi con la stagione delle piogge, nel 2012 sono morti al giorno 7 bambini su 10mila

 

Malaria e malnutrizione sono un binomio devastante che provoca una vera e propria strage di bambini nel Niger, flagellato da guerra e povertà. Nel 2012 un’indagine retrospettiva condotta da MSF a Madaoua e nei distretti di Bouza, lo scorso anno, ha rivelato un tasso di mortalità tra i bambini sotto i cinque anni pari a 7 decessi al giorno ogni 10.000 bambini: tre volte oltre la soglia di emergenza. Più della metà dei decessi erano dovuti alla malaria. Anche se non è possibile estrapolare queste cifre per l’intero Paese, i risultati mostrano la gravità della situazione umanitaria in alcune zone. Il numero di bambini gravemente malnutriti che dovrebbero essere curati nella regione del Sahel nel 2013 ammonta a 1,4 milioni: 1 bambino su 5 in Niger. L’organizzazione medico-umanitaria Medici Senza Frontiere (MSF) ha assistito a un aumento del numero di casi di malnutrizione in molti dei suoi progetti nel Sud del paese, nel corso del primo trimestre dell’anno, rispetto allo stesso periodo del 2012. Il numero dei casi di malaria trattati dall’organizzazione in alcune località è aumentato considerevolmente nelle ultime settimane.  

 

Con la stagione delle piogge in arrivo e gli ulteriori picchi di malnutrizione e malaria previsti, MSF ritiene che sia indispensabile fornire un approccio integrato, che si concentri sulla prevenzione e sulla cura, per ridurre l’impatto delle crisi mediche e nutrizionali sui bambini sotto i cinque anni in Niger. Nel 2012, un precoce lungo picco di malaria ha causato un notevole aumento del numero di bambini malnutriti che sono stati ricoverati per malaria grave e curati in ospedale. 

 

La malaria e la malnutrizione sono strettamente correlate. I mesi dell’hunger gap (il periodo che intercorre tra un raccolto e l’altro), quando la malnutrizione raggiunge il picco, coincidono con la stagione delle piogge, quando le zanzare si riproducono e il numero di casi di malaria aumenta vertiginosamente. Le malattie si combinano in un circolo vizioso: i bambini malnutriti hanno un sistema immunitario debole, quindi i loro corpi sono meno in grado di combattere malattie come la malaria, mentre i bambini affetti da malaria hanno maggiori probabilità di diventare severamente malnutriti. «È necessaria un’azione urgente per impedire che i bambini continuino a morire per queste cause prevenibili», afferma Luis Encinas, responsabile dei progetti di MSF in Niger. «Per affrontare la malnutrizione e la malaria, abbiamo bisogno di approcci innovativi, e dobbiamo lavorare su due livelli contemporaneamente: prevenzione e cura». 

 

Negli ultimi anni, i metodi adottati per la lotta contro la malnutrizione hanno subito variazioni, finendo per includere la prevenzione come elemento chiave, e MSF ritiene che sia indispensabile fare lo stesso per la malaria, implementando le nuove strategie che si sono già dimostrate efficaci. MSF ha in programma di attuare una nuova strategia in alcune aree del Niger, nota come chemioprofilassi antimalarica stagionale (SMC), in cui ai bambini viene fornito un ciclo completo di cure a intervalli durante la stagione di picco della malaria. Questa strategia è stata attuata con successo da MSF in Ciad e Mali nel 2012, riuscendo a ridurre del 66% il numero di casi di malaria non grave nel Mali, e del 78% in Ciad.  

 

L’insicurezza in Niger, peggiorata nel corso del 2012 e all’inizio del 2013 a causa dei conflitti nella regione, può ostacolare la distribuzione degli aiuti umanitari nel Paese. È quindi fondamentale preparare in anticipo le strategie alternative, che possono essere attuate anche nelle condizioni più difficili.Per far fronte a questa emergenza cronica, nel 2012 MSF ha avviato una serie di attività in Niger volte a migliorare l’accesso alle cure sanitarie per i bambini sotto i cinque anni e le donne in gravidanza. Le équipe di medici nelle regioni di Zinder, Maradi e Tahoua gestiscono programmi nutrizionali ambulatoriali in circa 37 centri sanitari. I pazienti gravemente malnutriti che hanno avuto bisogno di cure ospedaliere sono stati ricoverati in degenza nei centri nutrizionali negli ospedali di Zinder, Magaria, Madarounfa, Guidan Roumdji, Madoua e Bouza. Nel 2012, più di 90.000 bambini affetti da malnutrizione acuta e 390.000 bambini con malaria sono stati curati in strutture sanitarie gestite da MSF e i suoi partner. Medici Senza Frontiere, nata nel 1971, è la più grande organizzazione medico-umanitaria indipendente al mondo. Nel 1999 è stata insignita del Premio Nobel per la Pace. Opera in oltre 60 paesi portando assistenza alle vittime di guerre, catastrofi ed epidemie. 

http://www.lastampa.it/2013/05/03/scienza/ambiente/focus/msf-in-niger-rischio-malaria-e-malnutrizione-GBHJAwkDsE36c90hVEdcuN/pagina.html

Slovenia, dal miracolo al crac

Slovenia, dal miracolo al crac

 

Ieri era un piccolo paradiso dei Balcani. Oggi, declassata da Moody’s, la Slovenia è a rischio eurocrisi. Ecco la recessione a un passo da noi. Crescita al 7%, occupazione e disavanzo a livelli svizzeri


LUBIANA. Lo struscio crea ancora folla a ogni ora, tra la piazza Presernov Trg e i tre ponti sulla Ljubljanica, quell’angolo stupendo dove non sai se sentirti a Salisburgo o a Venezia. Giovani, coppie di pensionati dignitosi come a Vienna ti passano accanto, tra comitive scolastiche, turisti cinesi, nuovi ricchi russi che esibiscono ricchezza ad alta voce, e jeunes filles en fleur slovene illuminate dal sole di primavera. Imperium, il department store neoclassico con le griffes italiane e francesi, non offre saldi.


 I bancomat funzionano, non vedi nessuna coda da panico alle banche, e tra i multicolori palazzi Jugendstil o art déco della via Miklosiceva devi guardare i possenti taxi Bmw o i postmoderni camioncini sudcoreani che lustrano ogni strada e marciapiede meglio che a Vienna, per capire che non sei più nel tempo in cui Robert Musil e Stefan Zweig narrravano con uomini senza qualità e mondi di ieri il sereno ingannevole del tramonto degli Asburgo. E i dolci ristoranti in stile anni Venti segnalati da Gault et Millau, tutti pieni, non ti fanno ancora sentire né a Cipro né ad Atene, né a Madrid né nel nostro Sud. Solo scrutando attento i volti, cogli accenti di apprensione, ma celata e composta. Slovenia, primavera 2013: il piccolo, civilissimo paese del rischio eurocrisi alle porte di casa nostra, non vuole e non sa inquietarti. Devi passare un giorno in città con la “piccola Merkel locale” chiamata a salvarlo, la dura 42enne tecnocrate madre di tre figli appena scelta come nuova premier, per capire che la sfida è dura, e ormai siamo quasi tutti indifesi.


«Siamo e vogliamo restare un paese di punta in Europa, ma alcuni errori in passato sono stati fatti, adesso non c’è tempo per recuperare gli anni sprecati, quel che è perduto è perduto», mi dice la premier Alenka Bratusek scendendo senza scorta dall’austera e vecchiotta Renault blindata, blazer rosso gonna nera e scarpe stile Louboutin, mise perfetta, davanti al piccolo palazzo del governo a un passo da caffè letterari e discoteche. «Vogliamo farcela da soli, senza consigli o imposizioni di qualche trojka o di altre istituzioni del genere, e siamo convinti che l’austerità è necessaria ma da sola non basta. Tra Nord e Sud dell’eurozona occorrono compromessi, il Nord deve capire che noi qui a Sud abbiamo bisogno di un po’ di tempo in più, per sistemarci da soli senza pesar su di loro e tornare alla crescita».
Gli errori del passato pesano come macigni, mi fa notare Mi ha Jenko, columnist di Delo, passeggiando per il bel centro, lo ascolto ammirando i palazzi asburgici con i bow-window. Esci da Lubiana e lo vedi: a Maribor città industriale del passato comune jugoslavo, oggi in declino come Detroit.

 

O a Koper, l’antica Capodistria, con un porto perfetto che però Bmw, Audi, o i big dell’export norditaliano non ce la fanno a utilizzare appieno: la ferrovia a tratti è a binario unico, come ai tempi in cui si gridava “Bratstvo i Jedinstvo”, fratellanza e unità, in nome di Tito, senza crederci.


«Qui non abbiamo avuto Solidarnosc come intellettuale collettivo gramsciano per svoltare dopo l’89, e nemmeno la “rivoluzione di velluto” di Havel», ti ricordano altri amici giornalisti camminando tra una chocolaterie viennoise e un negozio di Tod’s. Secessione morbida da Belgrado, trasformismo da gattopardi al potere. Privatizzazioni giocate tra amici tra i big della politica e dell’economia di Stato, banche pubbliche indebitate per salvare imprese pubbliche decotte, sento dire da fonti d’un importante paese Nato, e col passato troppa poca resa dei conti. Solo Giorgio Napolitano, nel 2010, insieme ai presidenti sloveno e croato chiese rispetto di Storia e dolori comuni, dal fascismo alle foibe. L’unico eroe nazionale del momento, mi dicono i ragazzi dell’università libera dei Punk, cricca di contestatori, è Goran Klemencic, reduce da Harvard, responsabile delle inchieste sui politici corrotti.


«Ho fretta, per il paese, non per me», mi dice Alenka Bratusek. M’incontra arrivando di corsa dall’ultimo
discorso di sacrifici sudore e lacrime in Parlamento. «A Bruxelles ho spedito due documenti fondamentali, perché capiscano che facciamo sul serio: il programma di consolidamento dei conti pubblici, e quello di rilancio dell’economia». Scommessa difficile, «perché noi come piccolo paese industriale votato all’export soffriamo subito del minimo rallentamento o recessione dei nostri primi partner, da voi italiani alla Germania». Addio all’ultimo “Mondo di ieri”, crescita del Pil fino al 7 per cento annuo, debito disavanzo e disoccupazione a livelli svizzeri. La finanza allegra tra banche e industrie parastatali oggi pesa con un buco oltre i 7 miliardi, più o meno il 20 per cento del Prodotto interno lordo.


Troppe privatizzazioni, troppe mani che lavano l’altra tra banche pubbliche ad aziende decotte. E il conto si paga, dicono i dossier sul tavolo della giovane premier che ostenta calma. Disavanzo volato dall’1,9 per cento del Pil del 2008 al 7,8 per cento stimato per quest’anno. Debito pubblico triplicato dal 2008 all’anno scorso, Pil passato da una crescita quasi cinese al crollo (-7,8) del 2009 e al -2,3 dell’anno scorso. Disoccupazione più che raddoppiata in 4 anni.
«Non c’è scelta, dobbiamo muoverci in corsa», ammette la premier, «meno uscite e più entrate». Col rischio di prolungare la recessione, di svuotare il centro di Lubiana o trasformarlo in un deserto di saldi e saracinesche abbassate? Per gli sloveni quelle immagini viste nell’Italia della porta accanto diventano scenario possibile. «Dobbiamo ricapitalizzare le banche e organizzare una bad bank per salvare solo le aziende valide, non le decotte, costerà 900 milioni di euro ma forse invece la metà se le privatizzazioni avranno successo», promette Alenka, blindandosi d’ottimismo. «Ma attenzione a non puntare al consolidamento e basta, guai a lasciare la crescita per strada».

I dossier si accumulano sul suo tavolo mentre la saluto, arriva una delegazione francese. Privatizzazioni in corsa, dalla seconda banca del paese alla compagnia aerea, «e oggi per fortuna ho colto il sì dei potenti sindacati del pubblico impiego a tagli retributivi, vogliamo farcela da soli, mi creda», sorride. Accenna appena al fastidio verso Moody’s spietata che ha declassato la Slovenia a livello junk proprio mentre l’ultima asta internazionale, poi alla fine andata benino, era in corso. La suspence del futuro incerto scende sulla bella Lubiana con la luce del tramonto, mentre dalle Ribarnica, le pescherie-trattorie di pesce lungo il fiume, salgono profumi di semplici grigliate, e nella valle tra le Alpi e il modernissimo microaeroporto da paesino delle fiabe il decollo per Francoforte dell’ultimo dei soli dodici jet civili sloveni rompe appena il silenzio su masi e casolari. La scommessa di Alenka è dura, ammettono gli economisti, «e il rischio è una reazione antieuropea, se Bruxelles risponderà con severità di stile antigreco, se ci affiderà a una trojka o a qualsiasi altro commissario », ammoniscono alla direzione di Delo. Lasci incrociando le dita questo paese con cui oltre 480 aziende italiane hanno un interscambio di 6,7 miliardi, molto manifatturiero ed eccellenze, più che con ogni altro Stato ex jugoslavo. E un timore sussurrato dal team femminile al potere ti resta in mente — «ogni crisi economica può risvegliare dèmoni in Europa, uniamoci contro gli estremismi» — mentre a sera apprendi dalla Bbc delle ultime urla nazionaliste di Orbàn a Budapest, e vedi in centro i beffardi della Università Punk riscoprire T-shirt rosse col volto di Marx e la scritta «non abbiamo da perdere null’altro che le nostre catene».

 

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/33-internazionale/45078-slovenia-dla-miracolo-al-crac.html

FONTE: ANDREA TARQUINI, LA REPUBBICA |

Il mercato della casa ai minimi dal 1985. Nel 2012 persi scambi per 27 miliardi

Il mercato della casa ai minimi dal 1985. Nel 2012 persi scambi per 27 miliardi

 

L'anno scorso sono state scambiate 448 mila abitazioni, 150mila in meno rispetto al 2011. La dimensione media supera i 100 metri quadri, tengono i capoluoghi meglio delle città più piccole, ma perdono comunque quasi un quarto delle compravendite

 

MILANO - Anno nero il 2012 per il mercato immobiliare italiano. L'anno scorso le compravendite hanno subito un vero e proprio crollo diminuendo del 25,7% sul 2011 a quota 448.364: si tratta del peggior risultato dal 1985 quando le abitazioni compravendute erano state circa 430mila. È quanto emerge dal Rapporto immobiliare 2013 realizzato dall'Agenzia delle Entrate e dall'Abi. Nel 2012, in sostanza, si sono perse circa 150mila compravendite rispetto a due anni fa. Una forte diminuzione si registra anche per il valore di scambio complessivo, stimato in 75,4 miliardi di euro, quasi 27 miliardi in meno del 2011.

Lo scorso anno le compravendite sono crollate del 22,4% rispetto al 2011 a Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna e Firenze. In pratica per le grandi città il valore di scambio stimato delle abitazioni è pari a circa 19,5 miliardi di euro, con un perdita di 5,7 miliardi di euro rispetto al 2012 (-22,5%).

Nel rapporto si legge che "il volume di compravendite di abitazioni in Italia, nel 2012, con la sola esclusione dei Comuni delle province di Trento e Bolzano è stato pari a 448.364 ntn (numero transazioni normalizzate), il -25,7% rispetto al 2011 (603.176 ntn)". Il calo è stato inferiore per i capoluoghi (-24,8%) e maggiore nei comuni non capoluoghi (-26,1%). "Nel corso del 2012, inoltre, il tasso tendenziale trimestrale delle compravendite (rapporto tra i valori del ntn nei semestri omologhi) ha mostrato segni sempre negativi e crescenti a partir dal -19,5% del primo trimestre fino a raggiungere il -30,5% nell'ultimo trimestre dell'anno". Riguardo ai volumi, la vendita di abitazioni ha segnato un valore totale di 46,4 milioni di metri quadri, -25,4% rispetto al 2011, con una superficie per unità abitativa compravenduta pari a 104 metri quadri.

 

http://www.repubblica.it/economia/2013/05/14/news/il_mercato_della_casa_ai_minimi_dal_1985_nel_2012_persi_scambi_per_27_miliardi-58756117/

21/05/2013

Quell'eremita da salotto sempre in bilico fra Dio e Io

Quell'eremita da salotto sempre in bilico fra Dio e Io

 

Lui umilmente l'ha sottotitolata «una biografia», ma il professore danese Joakim Garff era sicuramente consapevole di avere firmato La Biografia di Kierkegaard (1813-1855), la più imponente finora tentata, ora pubblicata da Castelvecchi. L'ha chiamata SAK, ossia le iniziali di Søren Aabye Kierkegaard, l'esistenzialista e teologo che bastonò la Chiesa costituita e che della «singolarità» fece un manifesto sempre in voga almeno finché non passerà di moda l'io (per il momento il trend è positivo).


Teologo, satiro, borghese, eremita, narciso, scrittore e romanziere delle sue maree interiori, è il Kierkegaard che balza fuori a forza di sfregare le varie patine d'autenticità usate con destrezza civettuola dal filosofo che forse più di tutti pianificò la sua fama postuma (evidentemente interessato a rendersi immortale su più fronti). Dunque, a chi fosse interessato a inseguire il «vero» Kierkegaard, va detto preliminarmente che «la mistificazione, la mascheratura e la finzione sono tratti costitutivi della sua autorappresentazione» e dunque si ritroverà tra le mani un «falso» Kierkegaard, quello delle recite, delle ricostruzioni romanzate, dell'ironia, dei depistaggi e pseudonimi usati per sfuggire ai biografismi, rimanendo unico regista autorizzato alla rappresentazione di se stesso.


L'infanzia ricostruita nei suoi diari, ad esempio, è zeppa di topos. Prima di tutti quello del padre, imprenditore-merciaio calzante appieno il modello del patriarca veterotestamentario, forse castrante, sicuramente tanto cupo da proibire i giocattoli e cogliere i segni della maledizione divina in una saliera rovesciata. E lui, Søren, è il settimo figlio di un matrimonio strano: il padre non rispetta il lutto e va a letto con la domestica che poi è costretto a sposare, in un'unione che comunque sarà solida. Alti tassi di sfortuna s'abbattono sulla casa: i cinque fratelli di Søren morti uno dopo l'altro, le sorelle entrambe decedute dopo il parto assieme al bambino (erano i momenti bui in cui i medici non si lavavano le mani e applicavano sanguisughe sulla fronte), poi il trapasso della madre e della moglie del fratello scandiscono il trantran sempre più tetro di quella famiglia ridottasi al triangolo tra Søren, il fratello Peter Christian e il padre che alle tragedie reagiva con la religione pietista e la superstizione.


Kierkegaard intellettualizzava i lutti, non se ne faceva abbattere mettendoli nel congelatore metafisico oppure agganciandoli a destini epici con fare adolescenziale. Soprattutto, scriveva, inaugurando il filone kafkiano-sveviano della scrittura come strumento di self-help (una «cura sudatoria» per smaltire il «nubifragio d'idee», che altrimenti lederebbero le sue «parti basse»). Si fa irretire da mille studi - teologia, filosofia, criminologia, fisica, botanica - ma la sua curiositas verso il mondo naturale e sovrannaturale ha il punto archimedeo nell'individualità: «Muovermi da una dispersione oggettiva verso una concentrazione esistenziale». È l'io, io, io, quella rivoluzione egotica innescata dal filosofo-eremita che - a fargli le pulci - era «tronfio come un tacchino», sgomitava per entrare nei salotti dell'élite copenaghese, studiava Goethe perché in città era trendy, si infilò nel «cerchio magico» di Heiberg, cricca di filosofi con la puzza sotto il naso, approfondiva fino all'osso Hegel per dispetto e «vigoroso senso del comico», attraversò la fase dandy con gli accessori tipici - pipa, acqua di colonia, frequentazione di localacci - per poi votarsi all'asocialismo più incomprensibile. Ma la sua «rivoluzione» non fu così «solitaria», perché se tuonò contro le affettazioni idealistiche lo fece anche sotto influenza del geniale amico Møller, e se è vero che fustigò l'ortodossia pretesca come nessuno, i frustini li prese a prestito dagli «eretici» Lindberg e Grundtvig.


Biografare Kierkegaard è un paradosso, perché in vita sua, al netto della scrittura, fece assai poco (a parte lasciare Regine Olsen per «sposarsi con Dio»: scelta che scatenò interpretazioni edipiche a iosa), ma lo stesso, era convinto che la sua «esistenza» fosse la «più interessante mai vissuta da uno scrittore danese». Del resto per lui il fuori era in funzione del dentro, ogni esperienza mondana, ogni evidenza scientifica aveva direzione centripeta. Studiò filosofia per scrivere, e scrisse per fare teatro, questo perché era «la messa in scena letteraria del problema filosofico ad attrarlo». Il suo assillo: «Trovare l'idea per la quale io voglia vivere e morire». Pensò che questa fosse il rapporto con Dio, sua «spina nella carne». Ma Garff è d'altro avviso: l'idea per la quale Søren Kierkegaard volle vivere e morire fu la sua grandiosa attività di scrittore.

 

http://www.ilgiornale.it/news/cultura/quelleremita-salotto-sempre-bilico-dio-e-io-916921.html

Laura Cervellione - 

CENTRAFRICA “NOI DIMENTICATI ALLA MERCÉ DEI RIBELLI”, UNA VOCE DA BERBERATI

CENTRAFRICA “NOI DIMENTICATI ALLA MERCÉ DEI RIBELLI”, UNA VOCE DA BERBERATI

 

 “Anche qui la gente vive nella paura e sta morendo di fame dopo l’arrivo in città dei combattenti della Seleka che dettano legge per le strade. A due mesi dal colpo di stato la situazione sta peggiorando sempre di più, ma delle violenze e saccheggi commessi a Berberati nessuno parla”: lo dicono alla MISNA fonti religiose e umanitarie contattate nella seconda città del Centrafrica, 600 chilometri a sud della capitale Bangui, nodo importante per il commercio con il vicino Camerun. Per motivi di sicurezza gli interlocutori della MISNA preferiscono rimanere anonimi ma vogliono comunicare a tutti i costi la “disperazione” degli abitanti della città sud-occidentale, polo della produzione di diamanti e legno.

 

“Il nostro dramma è cominciato quel 24 marzo, il giorno del colpo di stato, quando l’esercito regolare (Faca) è scappato da Bangui per cercare di rifugiarsi in Camerun. Alcuni soldati sono riusciti a varcare il confine ma altri, inseguiti dai ribelli, si sono nascosti a Berberati” prosegue la fonte locale, raccontando che “la popolazione è stata presa tra l’includine e il martello”. I miliziani della coalizione Seleka – la ribellione del nord che ha cominciato la sua offensiva contro il potere di François Bozizé lo scorso dicembre – hanno commesso saccheggi e violenze nelle operazioni di ricerca di soldati in fuga mentre per le strade della città ci sono stati combattimenti tra le due parti. Secondo alcuni bilanci ufficiali a Berberati almeno otto persone sono rimaste uccise e una ventina ferite.

 

“Oggi viviamo ancora nell’insicurezza: i ribelli non esitano ad aprire il fuoco se qualcosa non gli sta bene. Qualche sera fa un proiettile vagante ha trafitto il tetto di paglia di un’abitazione, uccidendo nel sonno una bambina di quattro anni” dicono ancora i testimoni locali, aggiungendo che “le esecuzioni sommarie sono all’ordine del giorno. Poi di notte i miliziani entrano con la forza nelle abitazioni”. Dall’arrivo al potere dell’ex capo militare Michel Djotodia, eletto presidente con un voto scontato del Consiglio nazionale di transizione (Cnt), le esazioni commesse dai combattenti della Seleka sono state più volte denunciate a Bangui e nelle principali località del centro e del nord del paese, ma della situazione che prevale a sud non si hanno notizie, o quasi. “Un’altra cosa grave è stata la complicità delle autorità locali, sindaco e prefetto in testa, che hanno stretto la mano alla Seleka. Ci è stato detto che se volevamo impedire che i ribelli bruciassero le nostre case dovevamo dare dei soldi, e così è stata organizzata una raccolta fondi” proseguono le fonti locali.

 

A Berberati le attività economiche e commerciali sono quasi del tutto ferme e i viveri scarseggiano. “Le banche sono chiuse da quasi due mesi, quindi non abbiamo contanti per poter fare i nostri acquisti, anche se a dire il vero non si trova quasi nulla nei negozi. La gente va nel bosco per raccogliere legumi e foglie di manioca che poi vengono cotte” raccontano ancora dalla città sud-occidentale dove i bambini non vanno più a scuola “anche perché i genitori temono che vengano rapiti dai ribelli”. E’ anche a causa dell’insicurezza diffusa che le poche organizzazioni umanitarie attive sul posto hanno sospeso le proprie attività. “Ci sentiamo sempre più soli e isolati. La storia si sta ripetendo, come quando nel 2003 ci fu il colpo di stato che portò al potere Bozizé. Non c’è più speranza di fronte a un tale passo indietro per il nostro paese” concludono le fonti locali della MISNA, confermando che anche i ribelli presenti a Berberati sono quasi tutti ciadiani o sudanesi. Nelle ultime settimane la città ha anche accolto decine di giovani scappati da Bangui: per ottenere mezzi di sostentamento gli uomini della Seleka utilizzerebbero la pratica del rapimento, chiedendo alle famiglie cospicui riscatti.

[VV]

http://www.misna.org/altro/noi-dimenticati-alla-merce-dei-ribelli-una-voce-da-berberati-14-05-2013-813.html

Ocse, cresce il divario tra ricchi e poveri: Il reddito dei paperoni è dieci volte superiore

Ocse, cresce il divario tra ricchi e poveri: Il reddito dei paperoni è dieci volte superiore

 

La crisi acuisce le disuguaglianze sociali. Il 10% della popolazione più ricca ha un reddito 9,5 volte più alto di quello del 10% della popolazione  più povera, contro le 9 volte del 2007. In Italia il gap è 10,2 volte nel 2010 contro le 8,7 del 2007

 

MILANO - Le inegueglianze di reddito sono cresciute nei primi tre anni della crisi, dal 2007 al 2010, più che nei 12 anni precedenti. Nei paesi Ocse il 10% della popolazione più ricca ha un reddito 9,5 volte più alto di quello del 10% della popolazione è più povera, contro le 9 volte del 2007. In Italia il gap è 10,2 volte nel 2010 contro le 8,7 del 2007. Lo rivela l'Ocse in un'indagine nella qualle avverte che i tagli alla spesa nei paesi più avanzati rischia far aumentare ancora l'ineguaglianza e la povertà nel prossimi anni. Inoltre l'indagine mostra che sono soprattutto i più poveri i più colpiti dalla crisi. Il gap, nota l'Ocse, è più accentuato, in paesi come il Messico, il Cile, gli Usa, Israele e la Turchia, e minore in paesi come l'Islanda, la Slovenia, la Norvegia e la Danimarca.

Questi dati, secondo il segretario generale dell'Ocse, Angel Gurria, mostrano la necessità "di proteggere la parte più vulnerabile della popolazione, specie se i governi perseguono la necessità di tenere sotto controllo la spesa pubblica". "Occorre definire - prosegue Gurria - politiche per aumentare la crescita e l'occupazione, al fine di assicurare più equità, efficienza e inclusione. All'interno di queste politiche è essenziale una riforma dei sistemi fiscali per assicurare che tutti paghino una quota equa e ricevino e beneficino degli aiuti di cui hanno bisogno". Tra il 2007 e il 2010, nota l'Ocse, i risparmiatori più poveri tendono a guadagnare meno o a perdere di più di quelli ricchi. Il 10% dei ricchi ha guadagnato più del 10% dei più poveri in 21 dei 33 paesi Ocse. In base ai livelli di reddito percepiti prima della crisi i poveri sono aumentati. Le tasse e gli aiuti hanno mitigato questi andamenti, ma l'impatto "è vario". 

Tra il 2007 e il 2010 la media dei redditi al di sotto dei livelli di povertà è salito dal 13% al 14% tra i bambini, dal 12% al 14% tra i giovani ed è sceso dal 15% al 12% tra le persone più adulte. Fino al 2010 i pensionati erano abbastanza protetti in molti paesi, mentre i lavoratori hanno subito i contraccolpi più forti. L'indice di povertà relativa nei paesi poveri è passato nei paesi Ocse dal 10,2% del 2007 all'1,1% del 2010. In Italia è passato dall'11,8% del 2004 al 13% del 2010.

 

http://www.repubblica.it/economia/2013/05/15/news/ocse_cresce_il_divario_tra_ricchi_e_poveri_il_reddito_dei_paperoni_dieci_volte_superiore-58837616/

Più telefonini che esseri umani Nel 2014, supereranno i 7,1 miliardi

Più telefonini che esseri umani Nel 2014, supereranno i 7,1 miliardi

 

Secondo un rapporto dell'International Telecoms Union, un'agenzia delle Nazioni Unite, il numero dei contratti di telefonia mobile supererà la popolazione del nostro pianeta

 

LONDRA  -  Alla fine del prossimo anno ci saranno nel mondo più telefonini che terrestri. Un rapporto dell'International Telecoms Union, un'agenzia delle Nazioni Unite, rivela che nel 2014 il numero dei contratti di telefonia mobile supererà la soglia di 7 miliardi e 100 milioni, che è la popolazione del nostro pianeta.

Attualmente i contratti dei cellulari sono 6 miliardi e 800 milioni ma continuano a crescere a ritmo rapidissimo. La regione con la maggior penetrazione di telefonini è l'ex-Unione Sovietica, con 1,7 cellulari per ogni abitante. L'Africa è quella che ne ha di meno, con 63 abbonamenti telefonici per ogni 100 abitanti ma anche lì la crescita è costante. 

Il rapporto rivela anche che 2 miliardi e 700 milioni di persone, quasi il 40 per cento della popolazione terrestre ha la connessione a internet. "Questo però significa che due terzi della popolazione mondiale sono ancora fuori dal web, dunque fuori dalla rivoluzione digitale che sta trasformando il globo", afferma Hamadoun Toure, presidente dell'International Telecoms Union. In assoluto l'Europa è il continente con la maggior penetrazione di internet, il 75 per cento della popolazione è online, seguita dalle Americhe con il 61, dall'Asia con il 32 e dall'Africa con il 16.

 

http://www.repubblica.it/economia/2013/05/10/news/pi_telefonini_che_esseri_umani_nel_2014_supereranno_i_7_1_miliardi-58525449/

dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

20/05/2013

LO SGUARDO DI CAMUS

LO SGUARDO DI CAMUS

 

QUANDO ALBERT TROVÒ LA FELICITÀ NEL DESERTO. Gallimard pubblica il nuovo libro del fondatore del “Nouvel Observateur” Che racconta un incontro con il grande autore


Sulle alture intorno a Tangeri un tempo c’era una scogliera detta del «kif», perché il locale, alquanto rudimentale, che vi sorgeva sopra forniva da fumare questa cannabis un po’ grossolana. Quello che sorprende, su questa collina che sovrasta l’oceano, è vedere dei banchi accatastati gli uni sugli altri, come se ci si trovasse di fronte a una scena teatrale o dentro una scuola. Lo spettacolo è l’acqua a perdita d’occhio, di qua l’oceano, più a est il mare. Su questa scogliera i giovani sognano. Io credevo che lo facessero soltanto i vecchi. Hanno il desiderio di perdersi in questa distesa indistinta, dove nulla interrompe lo sguardo. Stanno là, pietrificati e felici, come ne ho visti spessissimo, come mi sono visto talvolta, di fronte al deserto.


Un giorno Camus ha invitato un uomo giovanissimo a passare da lui alla Nouvelle Revue Française.
Mi ha scelto senza conoscermi veramente, sembrava smanioso di parlare. Tornava dal deserto algerino. Non ricordavo di aver mai conosciuto un uomo tanto raggiante. Sembrava innamorato. E in effetti era posseduto dal suo viaggio. Usava termini religiosi. Era stato visitato e ne tornava accompagnato. Quanto l’ho amato quel giorno! Quanto sono stato felice che mi confidasse quella grazia! Ma Camus ha terminato il racconto di quella trance con un aneddoto. Passando da Algeri era andato a rivedere la baia delle sue felicità, dall’alto di quello che si chiamava il balcone Saint-Raphaël. Lì aveva incontrato un algerino molto modesto, un uomo di mezz’età, dal viso grave, dolce e segnato, e che notandolo, dopo aver terminato la sua meditazione di fronte alla calma degli Dei, gli aveva detto: «Tu guardi, tu guardi come se conoscessi». Perché conosco, ha risposto Camus. L’arabo lo ha contemplato a lungo, combattuto fra lo scetticismo e la simpatia. Poi gli ha accordato un sorriso di benvenuto e di benedizione. Camus raccontava tutto questo felicissimo. «Quell’arabo e io sapevamo tutto quello che serve sapere sul mondo», mormorò per concludere. In seguito ho capito che cosa volevano dire, lui e quell’arabo. Un tuffo nell’Oceano primordiale, estraneo e allo stesso tempo materno, un inserimento nel grande vuoto che è anche il grande tutto e l’impressione inebriante di far parte del cosmo.


Non so se sarei riuscito a fumare del kif in un posto diverso da Tangeri. E non so nemmeno se avrebbe avuto lo stesso effetto. Credo che quella città sia un po’ folle. Mi ha dato le vertigini. In quel momento è la sola città del Nordafrica che sia veramente libera, nella sua allegria e nella sua giovinezza. Si sveglia intorno alle sei della sera e a quel punto comincia ad abbandonarsi a una serie ininterrotta di rappresentazioni. I tangerini sono dei sonnambuli, nel duplice senso della parola. Sono instabili, come il sole sullo Stretto, incerti come i venti che esitano fra due mari, brulicanti come le onde che si susseguono sulle spiagge immense, deserte, infinite. Nella folla brunastra e sensuale passano a volte correnti bionde di vichinghi e valchirie. La capigliatura che ricade sulle spalle, la criniera alta, la schiena carica di un enorme zaino da campeggio, tenuto fermo con delle cinghie sulle cosce nude. Queste correnti circolano nell’indifferenza generale, tanto non suona strano da queste parti lo straniero, tanto si sente a casa propria in questa appendice cosmopolita dell’Africa, questo istmo britannizzato dell’Andalusia. Ho anche l’impressione che l’effetto del kif non sia lo stesso nei giorni in cui l’Atlantico si infervora e nei giorni in cui regna il Mediterraneo. In ogni caso, è Tangeri che mi ordina di ritornare a Blida.


Da noi gli anziani dicevano e il padre ripeteva cose ben diverse. Per esempio, e Dio sa quant’erano solenni allora, che non si poteva giudicare riuscita la propria vita se non si invecchiava nella propria città e non si moriva in casa propria. Bisognava andare a consultare il patriarca a casa sua, bisognava che i bambini diventati adulti fossero presenti per chiudergli gli occhi una volta arrivata la sua ora. La città natale e la casa di famiglia sono i rifugi del sacro. Credevo di aver relegato l’attaccamento alla città e alla casa avita nella polvere dei continenti scomparsi quando d’improvviso, grazie a una pipa di kif, ho preso a pensarvi, ripensarvi e poi a sognarli. Ho cominciato ad assomigliare sempre più all’hidalgo della Mancha, che confonde i ricordi e i progetti, il fantastico e il reale e che non può avere altra cornice di vita che l’immaginario. I miei personali romanzi cavallereschi si sono trasformati in quelli di un piccolo borgo diventato capitale, di una piccola casa diventata castello e di tutti i personaggi romanzeschi che per me hanno contato quanto degli amici veri.


Allora, poiché non sogno di essere bocciato alla maturità perché non riesco ad afferrare il concetto di valenza nella chimica, poiché non sogno di essere contemporaneamente campione di tennis, direttore d’orchestra e grande attore, eccomi improvvisamente proiettato a casa mia, e sento il rumore delle cascate e delle sorgenti nelle montagne affacciate sul mare, nella città degli avi e nella casa di famiglia. La sospensione della pena è terminata.


L’intervallo è finito. L’esilio dimenticato. Vengo a prolungare la stirpe. Prolungo la continuità. La vita non si interrompe, si perpetua grazie alla vitalità delle radici. Ci saranno tanti rami che cadranno insieme alle foglie, ma l’albero rimarrà, unico ed eterno. Ma a ogni modo la casa è la trasmissione, la durata, non è la morte. Tutto continua. Eccomi. Arrivo. Riapro la bottega chiusa il giorno prima da mio padre. Riprendo l’eredità. Ho indossato il grembiule grigio che gli serviva per proteggersi dalle nuvole di farina. Sento mia madre che grida «Jules» dal balcone, e la vedo che mi sorride quando si accorge che sono a fianco di mio padre. Vestito come lui. Al mio posto. A svolgere la mia funzione. Là dove serve. Là dove si deve. Tu non volevi che io restassi. Per lo meno è quello che dicevi. Per favorire le mie partenze dicevi: «Va, figlio mio». Ma mi facevi scrivere: «Quando tornerai, non avremo più il diritto di essere infelici ». Tu pensavi alla guerra e al fatto che io potessi scamparvi, non al mio ritorno fra voi. Ma eccomi: sono qui. Ti faccio rivivere attraverso il mio ritorno, e non hai più il diritto di essere infelice. Perché non sono tornato a mani vuote. Non sono un viaggiatore senza bagaglio.

 

Metto ai tuoi piedi tutte le ricchezze della mia vita vissuta e della mia vita sognata. Ho radunato tutto. Non lascio dietro niente. Niente e nessuno. Qui a Blida, Ourida piccola rosa, ritrovo tutto a sessant’anni di distanza, la piazza d’armi attorno a cui passeggiano gruppi diversi e chiedono notizie gli uni degli altri ogni volta che si incrociano, a distanza di qualche minuto. Ho ritrovato Badigel, il principe guercio e ruffiano, i piccoli lustrascarpe più informati di tutti, la strada degli ottonai, del ciabattini, dei mozabiti, e poi il mercato arabo, dove per la prima volta mi sento a casa, mentre quand’ero bambino mi era ostile. Mi indirizzano verso il giardino Bizot, oggi giardino Lumumba.
(Traduzione di Fabio Galimberti) © Editions Gallimard (Parigi), 2013

 

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/35-libri/42154-lo-sguardo-di-camus-.html

Fonte: JEAN DANIEL - la Repubblica |

 

Guatemala, genocidio dei Maya 80 anni di carcere al mandante

Guatemala, genocidio dei Maya 80 anni di carcere al mandante

 

Si è concluso pochi giorni fa un processo chiave per la storia del Paese centroamericano: quello contro Efraín Ríos Montt, l'ex generale giudicato il mandante del massacro di 1.771 maya Ixiles (gruppo etnico nel nord del Guatemala). La curatrice del blog  Orizzonte Guatemala, ha raccolto per Popoli il commento del vescovo Alvaro Ramazzini

 

GUATEMALA CITY - "In Guatemala è stato compiuto sistematicamente un genocidio ai danni della popolazione maya Ixil", ha detto la giudice Jazmin Barrios. Si è concluso così, dopo due mesi, il processo contro due ex generali, l'ex capo di Stato de facto, Efraín Ríos Montt, e l'ex capo dell'intelligence militare, Josè Mauricio Rodriguez Sànchez, accusati di genocidio e di delitti contro l'umanità. La sentenza, pronunciata il 10 maggio, scorso, dopo una ventina di udienze e un centinaio di testimonianze, ha riconosciuto colpevole di genocidio e crimini contro l'umanità l'86enne Efraín Ríos Montt. Per essere stato ritenuto responsabile del massacro di 1.771 indigeni delle comunità maya Ixiles l'ex generale è stato condannato a 80 anni di carcere, di cui 50 per il delitto di genocidio. 

Le profonde divisioni nella società. Una decisione storica per il Guatemala, di cui abbiamo parlato con monsignor Alvaro Ramazzini, vescovo di Huehuetenango, e attivo da anni nella promozione e difesa dei diritti dei popoli indigeni. "Il processo - spiega Ramazzini - ha fatto capire quanto la polarizzazione sociale sia forte nel Paese. Nella società guatemalteca ci sono profonde divisioni: mentre in tribunale alcuni indigeni maya Ixiles hanno testimoniato raccontando le violenze subite e chiedendo giustizia per i loro parenti uccisi, contemporaneamente venivano organizzate manifestazioni a favore di Rios Montt alle quali partecipavano gruppi di Ixiles". Il vescovo denuncia come la violenza mediatica si sia scagliata anche contro la Chiesa cattolica. "In una pubblicazione intitolata La farsa del genocidio, che circolava nelle scorse settimane in Guatemala, la Fondazione contro il Terrorismo sosteneva che il processo contro Rios Montt è una cospirazione marxista dalla Chiesa cattolica". 

Le persecuzioni contro i leader comunitari. Notevole anche la preoccupazione per la criminalizzazione e le persecuzioni dei leader comunitari: "Risale a solo poche settimane fa il sequestro e l'assassinio di Daniel Pedro Mateo, leader comunitario della comunità di Santa Eulalia, nella mia diocesi". Lo scorso 26 aprile ricorreva poi il 15° anniversario dell'assassinio di monsignor Juan Gerardi, vescovo ausiliare di Città del Guatemala, ucciso per il suo instancabile lavoro di ricerca della verità sugli anni della guerra civile. In questa occasione la Conferenza episcopale ha pubblicato un messaggio nel quale ha dato una lettura della situazione del Paese (La paz estè con ustedes). 

Prosegue il non rispetto delle dignità umana. 
Riprendendo quel testo, Ramazzini presenta le sfide che ancora rimangono aperte: "Sono passati 17 anni dalla firma degli accordi di pace. È vero che questi accordi hanno posto fine al conflitto armato. Ma constatiamo che nei loro aspetti principali sono rimasti lettera morta, frustrando così le speranze del popolo guatemalteco. Dobbiamo riconoscere che le cause strutturali che hanno dato origine al conflitto armato non sono state superate, si rafforza un modello economico che concentra la ricchezza nelle mani di pochi. In questi anni abbiamo visto politiche che non offrono soluzioni alla situazione di povertà, emigrazione forzata, razzismo ed esclusione. Continuiamo a constatare la costante mancanza di rispetto della dignità umana, di crescente e pericolosa polarizzazione sociale, di calunnie e voci ricorrenti che creano confusione". 

La preziosa memoria storica.
 Ramazzini sottolinea il senso del prezioso lavoro di recupero della memoria storica di cui Gerardi è stato l'anima: "La Chiesa cattolica pensava che fosse importante conoscere le ragioni e le cause della  guerra che per 36 anni ha sconvolto la società guatemalteca, con migliaia di morti,desaparecidos, sfollati interni e in Messico. Volevamo capire, per evitare che succedesse ancora una tragedia simile. Siamo convinti che una guerra causa ferite molto profonde sia a livello personale che nel tessuto sociale". E il vescovo sottolinea anche l'impegno per il futuro: "Gerardi voleva che il progetto del recupero della memoria storica potesse continuare. Voleva fare in modo che i colpevoli potessero chiedere perdono alle vittime, e le vittime potessero perdonare. Molti non hanno inteso il lavoro capillare di raccolta di testimonianze e di ricerca della verità, e pensano che la Chiesa abbia voluto fare rivivere sentimenti di vendetta e di odio. La Chiesa cerca la riconciliazione attraverso la verità". 

Alcuni segni di speranza.
 Pur in una situazione di violenza diffusa, di mancato compimento degli accordi di pace, che posero fine alla guerra interna, con le annose problematiche legate alla terra, in assenza di una riforma agraria, con una politica economica neoliberista che apre le porte agli investimenti delle multinazionali straniere senza curarsi della volontà delle popolazioni indigene e del rispetto della natura, nonostante tutto ciò, monsignor Ramazzini vede alcuni segni di speranza, in particolare nella forte presa di coscienza delle popolazioni indigene, che si stanno organizzando per la salvaguardia dei loro diritti, nell'impegno degli operatori pastorali e sociali, che sul territorio collaborano anche con le attività della Chiesa per migliorare le condizioni di vita della popolazione, e nella grande solidarietà e nell'amicizia che sente sia nei suoi confronti sia del suo Paese. Mons. Gerardi sosteneva che fino a quando non si conoscerà la verità le ferite del passato rimarranno aperte. Quasi facendogli eco, la giudice Barrios durante la lettura della sentenza di condanna a Rios Montt ha aggiunto: "Perché esista pace in Guatemala deve esistere prima giustizia". Con il riconoscimento del genocidio, si può aprire una pagina nuova nella storia del piccolo Paese centroamericano. 

* Daniela Sangalli curtatrice del blog 
Orizzonte Guatemala 

http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2013/05/16/news/guatemala-58926315/

di DANIELA SANGALLI *

 

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