28/01/2012

Banca d'Italia "Indebitato il 27,7% delle famiglie"

Banca d'Italia "Indebitato il 27,7% delle famiglie"

 

 

 Roma - Nel 2010 "il reddito familiare medio annuo, al netto delle imposte sul reddito e dei contributi sociali, e' risultato pari a 32.714 euro, 2.726 euro al mese". Lo rileva la Banca d'Italia nel supplemento al Bollettino che indaga sui bilanci delle famiglie italiane nel 2010.

 

Il reddito equivalente, una misura che tiene conto della dimensione e della composizione del nucleo familiare, si e' attestato sui 18.914 mila euro per individuo, un valore inferiore, in termini reali, dello 0,6 per cento a quello osservato con l'indagine sul 2008.  "Il 10 per cento delle famiglie piu' ricche possiede il 45,9 per cento della ricchezza netta familiare totale (44,3 per cento nel 2008)",sottolinea la Banca d'Italia, spiegando che "la concentrazione della ricchezza, misurata in base all'indice di Gini, e' risultata pari a 0,62, in lieve aumento rispetto alla precedente rilevazione del 2008 (0,61)". La ricchezza familiare netta, data dalla somma delle attivita' reali (immobili, aziende e oggetti di valore) e delle attivita' finanziarie (depositi, titoli di Stato, azioni, ecc.) al netto delle passivita' finanziarie (mutui e altri debiti), presenta un valore mediano di 163.875 euro.

 

Secondo la Banca d'Italia "la percentuale di famiglie indebitate e' pari al 27,7 per cento". L'indebitamento, come in passato, risulta piu' diffuso tra le famiglie a reddito medio-alto, con capofamiglia di eta' inferiore ai 55 anni, lavoratore indipendente o con elevato titolo di studio. Le passivita' sono costituite in larga parte da mutui per l'acquisto e per la ristrutturazione di immobili. Il debito residuo per le famiglie che usufruiscono di almeno un finanziamento corrisponde in media a poco piu di un'annualita di reddito; il valore sale a quasi due annualita considerando le sole famiglie con mutui per l'acquisto di immobili. L'incidenza mediana della rata annuale complessiva per il rimborso dei prestiti sul reddito familiare e del 12,4 per cento. La vulnerabilita finanziaria, convenzionalmente identificata da una rata per il rimborso dei prestiti superiore al 30 per cento del reddito, riguarda l'11,1 per cento dei nuclei indebitati e si concentra presso le famiglie con entrate modeste. Il fenomeno appare stabile rispetto al passato.(DIRE)

 

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27/01/2012

PERCHE’ LA SHOAH E’ IL MALE ASSOLUTO

PERCHE’ LA SHOAH E’ IL MALE ASSOLUTO

 

Riportiamo dalla Repubblica di oggi, 07/05/2009, a pag. 38, la risposta di Corrado Augias ad un lettore dal titolo " Perchè la Shoah è il male assoluto ".


"Egregio Augias, dissento dalla sua opinione sulla Shoah come male assoluto in quanto unico esempio di sterminio pianificato. Lei scrive che gli altri massacri sono stati frutto di ideologie, magari sbagliate, ma pur sempre di «ideali». La conquista del continente americano costò tra i 50 ed i 200 milioni di morti tra gli indigeni. I nativi non furono solo vittime dell'ineluttabile «progresso», della storia, chiamato dagli americani «destino manifesto». Mi limito a due citazioni. Il generale Sherman al ministro della Guerra, novembre 1868: «Se permetteremo anche a solo 50 indiani di rimanere tra il Platte e l'Arkansas dovremo far proteggere ogni treno, ogni cantoniera, ogni gruppo che lavora alla ferrovia. 50 indiani "ostili" possono tenere in scacco 3000 soldati. Meglio buttarli fuori al più presto, e non fa molta differenza se ciò avverrà mediante l'imbroglio da parte dei commissari per gli affari indiani o uccidendoli».

Da una lettera di Nicholas C. Meeker, agente per gli indiani, al senatore Teller, febbraio 1878: «Io farò in modo di ridurre ciascuno di loro alla fame più nera se gli indiani non vorranno lavorare». Anche quello sterminio fu pianificato. Rientrava in un disegno senza giustificazioni ideali: loro erano una razza inferiore, destinata a soccombere, dovevano fare spazio e non creare rogne ai bianchi, portatori di una cultura superiore."
Giuseppe Ga.


"Lo sterminio degli indiani fu gesto di implacabile ferocia non meno di quello dei Galli operato da Cesare che io ricordavo. Furono (come tutti gli altri) massacri di conquista, rientrano nella brama di dominio innata nella specie umana. Ciò che rende unica la Shoah è la sua gratuità. La signora Elena L.R. (elenalrc@alice.it) l'ha condensata molto bene in queste parole che condivido: «Molti ebrei erano cittadini tedeschi: in Germania lavoravano, pagavano le tasse, rispettavano le leggi. Come gli altri cittadini avevano partecipato alla prima guerra mondiale. Si pensi quindi a uno Stato che si mette a perseguitare/uccidere parte dei propri cittadini, non perché autonomisti o indipendentisti, oppositori o ribelli, ma perché "ebrei". Un regime che a freddo, si potrebbe dire a tavolino, si inventa un nemico interno su cui convogliare frustrazioni, disagi, aggressività per compattare il resto dei propri cittadini dandogli un senso di supremazia. Un popolo che vuole annientare un altro popolo (per riprendere le parole di Arrigo Levi) non perché vuole annetterne il territorio, conquistare uno sbocco al mare, il petrolio o altro che sia, ma perché lo vede come fonte di corruzione, contaminazione di una propria immaginaria "purezza"». C'è un elemento misterioso in quello sterminio, appartiene all'irrazionale, alla parte buia dell'animo umano. Questo rende la Shoah male assoluto."

Corrado Augias
Fonte: www.repubblica.it

Etiopia, un esodo forzato

Etiopia, un esodo forzato

 

Il governo etiopico lo definisce un «programma di villaggizzazione»: trasferire circa un milione e mezzo di abitanti di zone rurali entro il 2013 in nuovi villaggi dove avranno «accesso alle infrastruture socio-economiche fondamentali», dall'acqua ai servizi sanitari e le scuole. Un esodo massiccio, cominciato nella regione occidentale di Gambella: le autorità dicono che 70mila persone sono state trasferite a tutto il 2011, in modo volontario, beneficiando così di migliori condizioni di sviluppo economico e culturale. Il programma sarà presto esteso alle regioni di Afar, Somali, e Benishangul-Gumuz. Fin qui la versione governativa. L'organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch è andata a vedere come si sono svolte le cose nel primo anno e ne parla in tutt'altro modo: un programma di trasferimento forzato in cui la popolazione, soprattutto dei gruppi etnici Anuak e Nuer, è costretta sotto la minaccia di violenza a spostarsi in villaggi dove manca dei mezzi di sopravvivenza. Non solo: sembra proprio che le terre così sgomberate siano tra quelle che il governo vuole dare in concessione a grandi imprese straniere per progetti di sfruttamento agricolo intensivo: un altro aspetto del land grabbing, accaparramento di terre. 


Il rapporto diffuso il 17 gennaio da Hrw è basato su un centinaio di interviste condotte tra maggio e giugno 2011 in parte sul luogo, in parte nei campi profughi in Kenya dove molti abitanti di Gambella sono fuggiti («Waiting Here for Death': Forced Displacement and 'Villagization' in Ethiopia's Gambella Region»). Hrw ne conclude che l'operazione è un disastro umano: chi accetta di trasferirsi lo fa sotto la minaccia, chi resiste subisce violenze e arresti. E che tutto questo non ha migliorato le condizioni di vita della popolazione, al contrario ha deteriorato una situazione alimentare già precaria. Gli abitanti della regione non hanno mai avuto formali titoli di proprietà delle terre in cui vivono e che usano: così il governo dichiara che sono zone «disabitate» e «sotto-utilizzate», e con ciò aggira le norme costituzionali che proteggerebbero gli abitanti dall'esodo forzato.


Il primo round di trasferimenti è avvenuto nel peggiore momento dell'anno, all'inizio del raccolto: migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare tutto muovendo in nuovi villaggi su terre aride e incolte. Insomma, hanno lasciato campi coltivati e pronti a dare frutto per terre ancora da dissodare, senza acqua, né assistenza quanto a sementi e fertilizzanti. Questo ha rotto il già precario equilibrio della sopravvivenza della regione: i pastori sono stati costretti a lasciare bestie e pascoli per trasferirsi in villaggi dove dovranno diventare contadini sedentari. I coltivatori che usano dissodare terre a rotazione muovendosi nel corso degli anni, ora dovranno coltivare in un solo luogo (a rischio di impoverire rapidamente i nutrienti del terreno, in una regione così arida). In assenza di assistenza, sementi, cibo, per entrambi i gruppi un tale cambiamento «è una minaccia alla sopravvivenza stessa», fa notare Hrw. Il rapporto cita persone che temono carestia e fame per l'anno prossimo, perché «non abbiamo come far crescere cibo». E altri che spiegano: «Ci hanno detto, "porteremo qui investitori che coltiveranno roba di valore. Voi non sapete usare la terra"». 
Il governo etiopico nega che la «villagizzazione» sia legata alle concessioni di terre. Ma è un fatto: il 42 per cento del territorio totale della regione di Gambella è stato destinato (o è già stato dato) a coltivazioni commerciali, secondo i dati del governo stesso, e molte delle zone della «villagizzazione» vi rientrano. C'è da sospettare sugli scopi del programma, conclude Hrw, e chiede ai «donatori» internazionali di non finanziare quel progetto. Fonte: PAOLA DESAI - il Manifesto | 25 Gennaio 2012

 

Undici anni di stipendi per comprare casa redditi al palo dal 1990, salgono i poveri

Undici anni di stipendi per comprare casa redditi al palo dal 1990, salgono i poveri

 

Lo sforzo economico di chi è in affitto per acquistare 100 metri quadrati è cresciuto di quasi il doppio in 10 anniIndagine campionaria della Banca d´Italia sui bilanci familiari 2010 I dipendenti i più penalizzati

 

L´impoverimento di un Paese si può valutare anche in metri quadrati di casa perduti e se così è le famiglie italiane, negli ultimi dieci anni, si sono lasciate alle spalle due camere da letto e un salotto: più o meno tre quarti dell´abitazione. Letta in termini di spazi, e di soldi necessari per acquisirli, è così che si potrebbe tradurre l´indagine della Banca d´Italia sui bilanci delle famiglie. Lo studio (pubblicato fra Supplementi all´ultimo Bollettino statistico) racconta anche di come i redditi medi siano ritornati indietro agli stessi livelli dei primi anni Novanta e di come la fascia di povertà, in soli 24 mesi, sia aumentata di un punto percentuale, raggiungendo il 14,4 per cento della popolazione. Le famiglie diventano più piccole, ma le diseguaglianze aumentano.
IL TETTO CHE SCOTTA
L´Italia si conferma il paese delle case in proprietà (è così per il 68,4 per cento delle famiglie), ma chi oggi vive in affitto, per acquistare un´abitazione, deve mettere in conto 11,1 anni di lavoro e di reddito dedicato esclusivamente all´obiettivo. Dieci anni fa gli anni erano 6,4: il 74 per cento in meno. Tradotto in spazi ciò vuol dire che con gli stessi soldi ora si compera, rispetto ad allora, solo un quarto di casa: cucina e bagno, per il resto bisogna aspettare. Ma anche gli affitti lievitano: più 10 per cento in soli due anni. Nel 2010 la rata mensile media è stata di 366 euro.
PIU´ POVERI DI VENT´ANNI FA
Nel 2010 il reddito medio delle famiglie - al netto di imposte e contributi - è stato di 32.714 euro, 2.726 al mese. Inferiore, termini reali, del 2,4 per cento rispetto a quello del 1991.
Di fatto, fra il 2008 e il 2010 le entrate sono rimaste sostanzialmente invariate, (più 0,3 per cento), in grande balzo all´indietro (meno 3,4) è avuto semmai nel biennio precedente. Questo parlando di redditi familiari, ma in realtà - precisa l´indagine campionaria della Banca d´Italia - sarebbe più corretto parlare di redditi equivalenti: il reddito familiare non tiene infatti conto del mutare della composizione del nucleo negli anni. Quello equivalente invece sì (e misura quindi le entrate di cui ciascun individuo dovrebbe disporre se vivesse da solo e volesse mantenere lo stesso tenore di vita della famiglia in cui sta): così facendo negli ultimi 20 anni il reddito risulterebbe aumentato del 9 per cento, ma negli ultimi 24 mesi la tendenza è data in calo dello 0,6. Da qualsiasi numero si parta il risultato finale però non varia: la povertà è in aumento. Ora il 14,4 per cento delle famiglie vive nell´indigenza, nel 2008 era il 13,4.
IN CRISI SENZA EQUITA´
Banca d´Italia e Ocse concordano sul fatto: in Italia le diseguaglianze sono in crescita. I ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri. Nel 2010, il 10 per cento delle famiglie più benestante possedeva il 45,9 per cento della ricchezza totale, due anni prima il tetto si fermava un po´ più sotto, al 44,3. L´aumento del divario è confermato dall´indice di Gini (che misura la diseguaglianza ed è pari a zero quando non ci sono divergenze e uno quando il divario è massimo): dal 2008 ad oggi siamo passati dallo 0,61 allo 0,62 per cento. Il reddito da lavoro dipendente soffre di più: ha perso lo 0,7 per cento in 24 mesi, quello da lavoro indipendente è aumentato del 3,1.

Fonte: LUISA GRION - la Repubblica | 26 Gennaio 2012

 

26/01/2012

Ponzi, o il segreto delle piramidi

Ponzi, o il segreto delle piramidi

 

Si tratta di una truffa vecchia come la finanza. Ma, prima del 1920, i promotori di catene piramidali usavano lo schema Ponzi - come Monsieur Jourdain, il Borghese gentiluomo, la prosa - senza saperlo. Carlo Ponzi nasce a Parma, nel 1882. Sbarca negli Stati uniti nel 1902, ai tempi dei «baroni ladri», (1) come molti immigrati, convinto di trovarvi strade lastricate d'oro. Diventato Charles Ponzi, questo seguace del principio dell'arricchimento veloce prova ogni tipo di combinazione, fa mille mestieri e ha frequenti problemi con la legge.


Impiegato di banca a Montreal nel 1909, è accusato di aver falsificato un assegno e condannato a tre anni di carcere. Liberato dopo meno di due anni per buona condotta, Ponzi torna negli Stati uniti. Dieci giorni dopo la scarcerazione, viene di nuovo fermato per aver tentato di far entrare un gruppo di lavoratori clandestini italiani. Altri due anni di carcere. È nel 1919 che, dopo molti tentativi di vario tipo, scopre il filone che gli assicurerà la fama. Dal 1907, l'Unione postale internazionale emetteva una specie di francobollo universale, noto come tagliando-risposta internazionale. Per caso, Ponzi scopre uno di questi tagliandi in una lettera proveniente dalla Spagna. Fiuta l'affare. Secondo i suoi calcoli, questo tagliando che in quel paese costa solo l'equivalente di un cent americano, può essere cambiato in un ufficio postale degli Stati uniti contro un francobollo del valore di 6 cents. Ne conclude che 1 milione investito in Spagna, in Italia o in Francia può valere sei volte questa somma dall'altro lato dell'Atlantico. Si affretta a creare la sua impresa perché teme di farsi rubare l'idea dalle grandi fortune del tempo, i Dupont, Astor e altri Vanderbilt.


(2) Il 26 dicembre 1919, The Securities Exchange Company nasce a Boston, con Ponzi come fondatore, unico impiegato e principale azionista.


La ditta emette certificati che «garantiscono» un interesse del 50% per un investimento di quarantacinque giorni...(3) Questi scambi di francobolli e di monete, giudicati illegali dalle autorità postali, si rivelano impossibili, ma ciononostante Ponzi mantiene la promessa: nuovi investitori sono costantemente reclutati, il cui apporto consente di remunerare quelli precedenti. La società conosce una incredibile crescita. Gli investitori fanno a gara. Ponzi fa vita da gran signore e passa per un genio della finanza. Nel luglio 1920, all'alba delle Années folles, è all'apice della gloria.
Una stampa compiacente costruisce la sua leggenda. Egli spiega i suoi debutti. «Avevo in tutto due dollari e mezzo in tasca ma un milione di dollari di speranza nel cuore. Una speranza che non mi ha mai abbandonato» - e il suo sistema - «ho iniziato osservando i tassi di cambio nei vari paesi europei. Ho testato la cosa per conto mio. Giusto per vedere. Funzionava. I miei primi 1.000 dollari sono diventati 15.000». Il New York Times del tempo stima la sua fortuna a 8 milioni di dollari.


Alcuni dubbi incrinano questa folgorante ascesa. Un analista finanziario, Clarence Barron, si accorge che solo ventisettemila tagliandi postali circolano negli Stati uniti mentre ce ne vorrebbero centosessanta milioni per ottenere i risultati sbandierati da Ponzi. La discussione accende le passioni: alcuni clienti sono presi dal panico, ma nuovi investitori continuano ad affluire. Nell'agosto 1920, un'inchiesta del Boston Post svela il passato di Ponzi e i suoi soggiorni in carcere. Il finanziere è arrestato. L'avventura, durata otto mesi e costata all'incirca 20 milioni di dollari del tempo, entra comunque negli annali della finanza. Questo fiasco non calma la fame dell'immigrante italiano ogni volta che si prospetta la possibilità di un arricchimento veloce. Dopo un nuovo soggiorno in carcere, egli proseguirà la sua avventura.


Cambierà spesso città e nome, tentando ad esempio di architettare una truffa nell'immobiliare in Florida. Vivrà addirittura per alcuni anni in Italia dove si racconta che Mussolini in persona gli avrebbe offerto un posto (effimero) nella compagnia aerea nazionale. Poi riparte per il Nuovo Mondo. Muore in Brasile nel 1949, in miseria.

 

note:

(1) Si legga Howard Zinn, «Ai tempi di baroni ladri», Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 2002.

(2) Donald Dunn, Ponzi: The Incredible True Story of the King of Financial Cons, Broadway, 2004, p. 72.

(3) Mitchell Zuckoff, Ponzi's Scheme: The True Story of a Financial Legend, Random House, New York, 2006, p.39.
(Traduzione di M.-G. G.)

fonte

 http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Settembre-2009/pagina.php?cosa=0909lm21.01.html

di i.w.

IRAQ: Strage di Haditha, nessun castigo

IRAQ: Strage di Haditha, nessun castigo

 

Il sergente Frank Wuterich, uno dei responsabili del massacro di Haditha (in Iraq) dove furono trucidati 24 civili - compresi bambini, donne, anziani e anche un ragazzo sulla sedia a rotelle - non sconterà nessuna pena. Nemmeno i tre mesi previsti. Questa è la raccomandazione del giudice militare di Camp Pendleton, California, David Jones, che dovrà essere ratificata dal capo del comando centrale della marina. Si conclude così una delle pagine più nere dell'occupazione americana in Iraq, con l'assoluzione dei responsabili. Wuterich era l'ultimo degli otto marine responsabili dell'attacco ad Haditha, per sei le accuse erano già cadute, un altro marine è stato assolto e il sergente, il più alto in grado sul campo, che si era assunto al responsabilità di «Prima sparare poi fare domande», si vedrà condonata la pena irrisoria (tre mesi di carcere, degradato e riduzione dello stipendio) perché è un padre che ha in custodia tre figli. 


Quel 19 novembre del 2005 nella provincia di Anbar i marine erano stati colpiti da un ordigno che aveva provocato delle vittime tra gli americani. Immediatamente era scattata la rappresaglia nel villaggio più vicino, Haditha per l'appunto, senza che nessuna delle persone massacrate fosse armata o avesse intenzioni bellicose nei confronti degli americani. 


Ma l'ossessione degli americani che vedevano nemici in tutti gli iracheni non permetteva di valutare la situazione: «Prima spara e poi fai domande». Ma spesso quando arrivano le domande non c'è più nessuno che possa rispondere. 
La strage di Haditha era risultata così assurda che persino Glazier, il comandante responsabile dell'unità guidata da Wuterich, quando ha saputo quello che era successo, aveva rifiutato di crederci. E poi aveva detto: «Non i miei marine». E invece erano proprio i suoi e allora si era arrivati ad avanzare l'ipotesi di «un problema nella catena di comando per ammettere il crimine». Ma anche questo è un problema spesso accampato dagli americani quando non si sa come giustificare una strage, un crimine: «Problemi di comunicazione». Basterebbe controllare le comunicazioni per verificare dove c'è stato l'errore, ma spesso le registrazioni vengono distrutte, soprattutto quando ci sono crimini di mezzo.


Ci sono voluti ben sei anni per arrivare a questa ridicola conclusione che naturalmente ha lasciato allibiti gli iracheni. Awis Fahmi Hussein, uno dei sopravvissuti alla strage, colpito alla schiena, ha detto: «Mi aspettavo che il sistema giudiziario americano avrebbe condannato all'ergastolo questa persona e che sarebbe apparsa davanti al mondo intero per confessare il crimine commesso, in modo da permettere all'America di dimostrarsi democratica ed equa». Ma questa era pura illusione.


Gli Stati uniti, dopo il ritiro di dicembre, hanno un'unica preoccupazione, quella di cancellare la memoria di quanto successo in Iraq, anche assolvendo i responsabili di crimini e stragi. In parte ci sono giù riusciti: chi si ricorda ancora più di Abu Ghraib? Un po' di giorni fa, sono state messe a tacere anche le famiglie dei contractor della Blackwater uccisi e martoriati a Falluja. E poi chi ha commesso i peggiori massacri può anche permettersi di vantarsene. E gli orrori commessi in Iraq vengono coperti dai nuovi orrori commessi in Afghanistan. Orrori su orrori e la guerra continua.

Fonte: GIULIANA SGRENA - il Manifesto |

SIRIA: In strada a Homs, la città-fantasma "I salafiti a caccia di noi cristiani"

SIRIA: In strada a Homs, la città-fantasma "I salafiti a caccia di noi cristiani"

 

Il doppio assedio di ribelli e militari siriani: "È un massacro"   Interi quartieri sono in mano alle milizie islamiche e le minoranze si sentono nel mirino Ogni giorno ci sono molti morti ed è difficile tracciare un profilo certo dei carnefici 

 

HOMS - L´unica certezza sono i morti, a decine, a centinaia da quando è esplosa la protesta, e la paura che si taglia a fette mentre camminiamo per le stradine di Hamidiyeh, il centro storico abitato da una maggioranza di cristiani i quali, anche se non lo dicono apertamente, cominciano a sentirsi nel mirino. Per il resto Homs appare come una città di fantasmi, spaccata in due non soltanto dall´Oronte ma dal fiume di sangue che da un mese a questa parte l´attraversa. Metà delle scuole sono chiuse, metà dei negozi devono tenere le saracinesche abbassate, metà degli uffici non funzionano. E metà dei suoi ottocentomila abitanti vive nell´incubo di un doppio assedio: quello della guerriglia che detta legge su interi quartieri, come Bab Amr, Bab Assiyeh, Talbissiyeh, e quello delle forze di sicurezza che, non potendo riprendere il controllo di queste zone, cercano almeno di bloccare le sortite del nemico.


Si deve parlare di guerriglia, ad Homs, perché qui la protesta popolare da cui tutto è cominciato, dieci mesi fa, ha perduto le sue caratteristiche originali. Ed anche la repressione, come dire, s´è adeguata. Certo, continuano le manifestazioni di massa nei quartieri dell´insurrezione, ma adesso sono "protette" da milizie armate di incerta provenienza, che il governo di Damasco rapidamente liquida "come bande terroristiche". Così come spesso, nella parte della città rimasta sotto controllo governo centrale, si organizzano raduni di fedelissimi del presidente Assad.
Racconta Maher, 41 anni, tecnico di una multinazionale energetica, incontrato ad Amidyeh assieme ad un gruppetto di amici: «Ogni giorno è così, da mesi, con il lavoro a giorni alterni e i bambini costretti a stare a casa. Perché in alcune scuole si sono presentati i barbudos (così li chiama Maher, con una chiara allusione allo stile integralista islamico ostentato da alcuni militanti della rivolta, ndr) costringendo gli insegnanti a presentarsi ogni mattina da soli, per onorare lo stipendio che guadagnano, ma impedendo agli alunni di frequentare le lezioni». Fra gli amici di Maher è un coro di «così non si può più andare avanti» e di «cosa aspetta il presidente a fare piazza pulita di questi banditi?».


Ma non è soltanto la militarizzazione dello scontro ad affiorare per le strade di Hamidiyeh, dove ad ogni angolo c´è un soldato armato di mitragliatrice dietro una postazione di sacchetti di plastica blu pieni di sabbia. Da certi accenni, da certi discorsi lontano dai microfoni, trapela la paura che la spirale della violenza possa innescare uno scontro settario, una guerra di religione. 


Pubblicamente, i cristiani di Hamidiyeh negano che vi siano problemi di sorta con i sunniti, corrente religiosa maggioritaria dell´Islam e nella società, politicamente rappresentata dai Fratelli Musulmani. Invece, e con una certa dose di dettagli raccapriccianti, preferiscono alludere alla faida esplosa tra i sunniti e gli alawiti, detti anche sciiti della montagna, la setta eterodossa della fede sciita da cui culturalmente e socialmente proviene la famiglia Assad e gran parte dei vertici del regime.


Rapimenti, oltraggi, cadaveri orrendamente mutilati e gettati nella spazzatura non senza aver impresso sui corpi scritte in omaggio a questo o a quel leader fondamentalista che equivalgono ad altrettante rivendicazioni. Secondo questi racconti, i miliziani sunniti, siriani o d´importazione, come molti ritengono, starebbero cercando di consumare la loro vendetta per il massacro di Hama del 1982, quando la violenta contestazione contro il regime di Hafez Al Assad, padre dell´attuale presidente, Bashar Al Assad, venne brutalmente repressa ad Hama, dove le forze corazzate guidate dal fratello del Presidente, Rifaat, da decenni in esilio dorato a Londra, avrebbero ucciso fino a ventimila persone.
In conciliaboli più ristretti, tuttavia, alcuni cristiani di Homs, ammettono di sentirsi nel mirino come gli alawiti. Dina, un medico che ha studiato in Europa, ha parole durissime contro i "salafiti", gli integralisti islamici sunniti che, secondo i governanti di Damasco, avrebbero infiltrato la protesta secondo un disegno che ricondurrebbe il "complotto contro la Siria" ad un piano saudita.


«I salafiti - dice Dina con una nota d´emozione nella voce - sono soltanto terroristi e spacciatori di droga. Cristiani, alawiti, o altre minoranze, per loro non c´è differenza, sono tutti nemici dell´Islam, infedeli da eliminare perché corrompono la terra islamica con la loro stessa presenza. Nel mio quartiere vanno in giro armati e a viso scoperto. Le tuniche e i kalashnikov. La gente ha paura. Io devo andare a lavoro scortata dai miei parenti».


È sulla base di questi timori, che la comunità cristiana s´è finora schierata con il presidente Assad. Persino con alcune clamorose prese di posizione del clero locale, in cui prevale, in sostanza, l´accettazione dello status quo sull´incertezza del futuro. Più articolata la posizione degli alawiti, fra i quali un folto gruppo di intellettuali ha preso le distanze dal regime.


E tuttavia, nel massacro che giorno dopo giorno si consuma ad Homs, è difficile, se non impossibile, attribuire una precisa identità alle vittime quanto tracciare un profilo certo dei carnefici. E tanto più in quel concentrato del dolore umano che è il grande Ospedale militare alle porte della città, dove la pietà talvolta viene offuscata dalla rabbia e dalla polemica di parte.
Corpi sofferenti nelle corsie. Corpi carbonizzati nella morgue che non saranno mai riconosciuti. Corpi freddi e irrigiditi, recuperati dopo l´ultima sparatoria di ieri, allineati sul pianale di un´autoambulanza. La statistica, ufficiosa, vuole che in media, ogni giorno, 24, 25 persone vengano trasportate all´ospedale militare di Homs. Poi ci sono quelli ricoverati all´Ospedale civile. Tre-quattro morti al giorno, decine di feriti, alcuni dei quali destinati a morire. Ecco un corteo sotto la pioggia gelida, con tanto di banda e marcia funebre di Chopin, per tre ufficiali. Un parente urla improperi contro Al Jazeera e Al Arabiya che, dice ripetendo le accuse dei governanti di Damasco, "falsificano la realtà". Poi la verità amara che il generale Issam Osman, direttore del nosocomio, ammette a denti stretti: «Sì, lo Stato ha perso il controllo di alcune zone della città». Fonte: ALBERTO STABILE - la Repubblica | 25 Gennaio 2012

 

Terre sempre più rare

Terre sempre più rare

 

Le azioni dell'impresa mineraria californiana Molycorp sono salite del 4,8%, giorni fa, quando la compagnia ha annunciato di aver ormai clienti per oltre tre quarti del prodotto dei suoi impianti di lavorazione delle terre rare. Il ritorno in produzione delle miniere di Mountain Pass è l'ultimo atto di una specie di guerra commerciale in corso attorno a questi minerali. 


«Terre rare» è il nome collettivo di 17 elementi chimici - scandio, yttrio, un gruppo di lantanidi - che hanno in comune alcune proprietà geochimiche: magnetismo, luminescenza e altro, che li rendono indispensabili in moderne applicazioni come i superconduttori, materiali luminescenti usati in applicazioni optoelettroniche, fibre ottiche: oggi non c'è industria high-tech che non ne faccia uso, dai magneti, agli additivi per la risonanza magnetica nucleare, fluidi catalitici, componenti aereospaziali e sopratutto come materiale fluorescente degli schermi dei televisori al plasma, senza contare le tecnologie legate alla difesa (visori notturni, certi radar).

 

Le miniere californiane erano tra i maggiori produttori di «terre rare» fino agli anni '80, poi hanno chiuso - proprio quando la domanda stava per esplodere. Il risultato è che oggi le rotte commerciali di questa materia prima tanto ricercata passano per la Cina, che possiede un terzo dei giacimenti noti e produce il 97% delle rerre rare consumate al mondo, soprattutto dai suoi giacimenti in Mongolia interiore. Il prezzo d'acquisto di questi minerali è esorbitante, e la Cina utilizza abilmente questo accresciuto potere di controllo geostrategico minerario: si è visto quando ha deciso di contingentare le esportazioni, in particolare verso il Giappone. 


Per questo il Congresso degli Stati uniti sta studiando una legge per riattivare l'estrazione di terre rare. Chevron ha venduto lo scorso anno la miniera di Mountain Pass a Molycorp, che avrebbe ricevuto 500 miloni di dollari di incentivi statali - e per l'appunto ha già messo sul mercato la prima fase della sua produzione. Anche la grande industria cerca di ridurre l'impiego di questi lantanidi. Scriveva il Wall Street Journal (16 settembre 2011) che la Toyota, che utilizza magneti con neodimio nella sua auto elettrica Prius, sta lavorando a un motore senza questi elementi. General Electric, che impiega il rhenio nella fabbricazione di motori a reazione, sta sviluppando un programma di riciclaggio e riutilizzo di questi preziosi materiali. In Francia, nelle due fabbriche di La Rochelle e Saint-Fons, il gruppo industriale Rhodia sta riciclando batterie e magneti in disuso ottenendo almeno 200 tonnellate annue di queste terre rare. L'industria europea spera fra l'altro di poter contare sui depositi recentemente scoperti in Kvanefjeld, nel sud della Groenlandia. Intanto nella miniera estone di Sillamäe, dove si estraggono circa 3.000 tonnellate annuali di ossidi di questi minerali, si continua ad avvelenare terra, acqua, minatori e popolazione locale... 


La corsa alle «terre rare» infatti ripropone tutti i problemi ambientali dell'industria estrattiva. Nel 2010 il governo cinese ha ordinato la chiusura di varie piccole miniere nel sud del paese che liberavano impunemente scarti tossici nelle acque. In Malesia, la giapponese Asian Rare Earth, sussidiaria della Mitsubichi Chemical Co., che estrae lantanio e gadolinio nelle miniere di Bukit Merah, ha dovuto sborsare più di cento milioni di dollari per la popolazione locale avvelenata con scorie semi-radioattive. 


E in Europa? Saranno applicate le norme ambientali delle direttive «Habitat» (1992) e «Natura» (2000)? O passerà tutto in nome di «combattere la crisi mondiale, creare impiego e competere nel mondo delle materie prime» come sostiene la Neei, l'industria estrattiva non energetica europea? Fonte: FULVIO GIOANETTO - il Manifesto |

25/01/2012

Fra Grecia e Avanguardie, la pittura è sempre figlia della tecnica

Fra Grecia e Avanguardie,  la pittura è sempre figlia della tecnica

 

«Arte e cultura materiale in Occidente», l'evoluzione stilistica come conseguenza degli strumenti di lavoro

 

Sorretto dalla fiducia che abbia ancora senso una lettura dell'intera storia dell'arte sulla base di una metodologia critica, Renato Barilli propone Arte e cultura materiale in Occidente (Bollati Boringhieri). Nell'età delle microstorie d'archivio, lo storico docente del Dams legge l'intera arte occidentale - dalla Grecia alle Avanguardie - sotto una lente d'ingrandimento: l'arte è espressione della «cassetta degli attrezzi» che l'artista utilizza. E questa cassetta degli strumenti è messa a punto da ciascun artefice sulla base delle conoscenze tecnico-materiali della società del suo tempo.

 

Quella di Barilli non è una storia sociale dell'arte, ma delle tecniche materiali. Non per questo ogni opera deve ritenersi frutto di determinismo: secondo Barilli, infatti, a partire da attrezzi comuni ciascun artefice fornisce una propria simbolizzazione, che è l'opera stessa. E questa può essere sia espressione della società del tempo che anticipazione e apertura di senso verso un'epifania, come, ad esempio, in Leonardo e Cézanne.

 

Migliaia di opere sono passate in rassegna nel volume attraverso una lettura «purovisibilista» che consente una comparazione con la «cassetta degli attrezzi» di ciascun autore o periodo. Il mimetismo dell'arte romana, ad esempio, è determinato dalle tecniche di guerra che caratterizzano il modus operandi del tempo. Nel Rinascimento, invece, la pittura si fa «scienza della visione», perché nella Firenze del primo '400 Brunelleschi e Alberti mettono a punto la prospettiva. Attraverso questa «forma simbolica» si affermano così Piero della Francesca e Masaccio. Poi Leonardo introduce dinamismo, sfumato e moti dell'anima come riflessi dell'età delle grandi scoperte (da Cristoforo Colombo ai mercanti); quindi si arriva a una prima indagine sul corpo umano - parallela a quella anatomica - con le esagitate figure di Bernini e Rubens. La rottura del 1789, con l'avvento della società borghese, porta ad altri rapidi cambiamenti. Nascono i quadri della grande paura (quelli dei «mostri» di Goya, Füssli, Friedrich) e quelli celebrativi, nei quali la riscoperta della classicità (David e Ingres) sta a metaforizzare l'ascesa della nuova classe al potere. Lo sviluppo dell'energia termica, la scoperta dell'elettricità, con Galvani, e della pila, con Volta, rinnovano attrezzi e prospettive dell'arte. Emergono le patologie dell'individuo (con Géricault), il desiderio di fissare su tela la realtà popolare (Courbet) o la fuga in un passato immaginario (con i Preraffaelliti). Finché arriva Monet, la cui pittura è, insieme, una risposta alla nascita della fotografia e l'ultima espressione di mimetismo.

 

Ma il rinnovamento tecnologico è incessante. Le scoperte di Marconi e Einstein innescano la stagione delle Avanguardie. E la pittura si fa testimonianza delle dottrine elaborate dai «maestri del sospetto», come relativismo, marxismo e psicoanalisi.

 

Nella contemporaneità tutto è ancora più rapido. Il ritorno delle «rappresentazioni performative» nell'alveo delle arti, unitamente al rinnovamento degli strumenti, consentirebbe a questa lettura di mettersi alla prova sui tempi brevissimi. Del resto, nell'ultima edizione di RicercaBO 2011 promossa dallo stesso Barilli, è stato affrontato proprio il tema di come le discipline artistiche si stiano predisponendo a passare dai sistemi tradizionali a quelli elettronici.

Pierluigi Panza

 

http://www.corriere.it/cultura/12_gennaio_04/panza-barilli-arte-cultura-materiale-occidente_c70b70d0-36d7-11e1-9e16-04ae59d99677.shtml

Cartoline da Bengasi

Cartoline da Bengasi

 

Nel giorno del vertice di Tripoli tra Monti e Al Keib, in migliaia assaltano la sede del Cnt nella seconda città libica. In fuga il presidente Jalil, che scampa per «miracolo» all'aggressione. E a Roma si dimette l'ambasciatore Gaddur

 

Sabato 21 gennaio 2012 probabilmente non passerà alla storia della Libia solo per la furtiva visita di Mario Monti. Arrivato ad incontrare l'omologo libico Al-Keib - più che un premier un tecnico protempore nominato dal Consiglio nazionale di transizione (Cnt) e prestanome di interessi americani e del Qatar - per rivendicare a conclusione dell'affrettato vertice, una nuova «Tripoli declaration» nella quale l'Italia insiste sui suoi consolidati interessi: investimenti e ricostruzione (di quello che abbiamo ampiamente distrutto con i nostri bombardamenti atlantici) in cambio di petrolio a buon mercato e «contenimento dell'immigrazione» nei campi di concemntramento. In continuità, furbesca e felpata con l'esecutivo precedente. No, la giornata sarà ricordata come quella della nuova rivolta di Bengasi. 
Perché, nello stesso giorno della visita del presidente del Consiglio italiano nella capitale libica, migliaia di persone sono scese in piazza nella città culla della rivoluzione solo un anno fa, assediando per quattro ore la sede del Cnt. Più che una protesta è stata quasi un'azione militare, sono state lanciate quattro granate, la facciata degli uffici del Cnt è stata incendiata, hanno spaccato tutti i vetri delle finestre e danneggiato un blindato a presidio della sede che alla fine è stata occupata. Ma hanno anche cercato di aggredire il presidente del Cnt Mustafa Abdel Jalil - la sua macchina è stata distrutta - che si è salvato solo mettendosi in fuga e grazie al pronto intervento di un gruppo di ex insorti che lo ha scortato verso un'uscita secondaria. Jalil l'ha scampata e, ufficialmente, «non ci sono vittime». I manifestanti di Bengasi accusano i rappresentanti del Cnt di essere «complici di Gheddafi» e di avere «tradito la rivoluzione», chiedendo le loro dimissioni perché incapaci di coinvolgere i veri protagonisti della cacciata violenta dell'ex raìs, e per la mancata assistenza alle vittime della rivoluzione e alle loro famiglie e per la poca trasparenza delle azioni politiche. Tra loro ex insorti, mutilati, famiglie e tanti giovani. Gli stessi che il giorno prima all'Università Ghar Yunes di Bengasi, dove era in corso una cerimonia in onore dei «martiri della rivoluzione», hanno insultato e aggredito Abdel Hafiz Ghoga, vicepresidente del Cnt e numero tre, con Jalil e l'ex premier Jibril, della leadership insorta contro Gheddafi.
Vale la pena ricordare che Bengasi, culla dell'islamismo integralista libico (v. anche la rivolta anti-italiana provocata nel 2006 dalla t-shirt contro Maometto dell'allrora ministro Calderoni), vede in piazza da tempo anche la protesta contrapposta dei fedelissimi di Abdel Fatah Yunes, l'ex ministro degli interni di Gheddafi diventato il capo di stato maggiore degli insorti, assassinato ucciso nel luglio del 2011 a Bengasi proprio da gruppi islamisti. I familiari e centinaia di seguaci chiedono che sia fatta luce su questo omicidio eccellente, scheletro nell'armadio tra i tanti della nuova leadership libica e dei servizi segreti occidentali e del Qatar - che ha avuto un ruolo decisivo nella guerra sul terreno e dall'aria a fianco della Nato - che hanno mantenuto, a Tripoli come a Bengasi, una assidua frequentazione. Una intromissione pericolosa denunciata, a fine 2011, da Abdel Rahman Shalgham, autorevole ambasciatore all'Onu ed ex ministro degli esteri di Gheddafi che in una intervista ad un giornale algerino ha accusato: «Non vogliamo essere comandati dall'emiro del Qatar».
L'assalto violento al Cnt di Bengasi non poteva rimanere senza seguito. Domenica il contestato Hafiz Ghoha ha dato le dimissioni per l'«atmosfera di incertezza e di odio che mette in discussione tutto il Cnt». Quel che resta del Cnt ha preso le difese del presidente Jalil che ha rischiato di essere linciato quasi come Gheddafi, ricordando che «egli è la più alta autorità politica legittima fino all'elezione dell'assemblea elettorale in vista delle elezioni in giugno di un'assemblea costituente». 
Ma, mentre Musfa Abdel Jalil, il capo del Cnt - fino a quando? - ha chiesto le dimissioni anche del sindaco di Bengasi e grida ora che «le proteste contro il governo rischiano di gettare il paese in un pozzo senza fondo», la situazione precipita. Visto che, proprio nelle ore in cui era attesa l'adozione della nuova legge elettorale, è stata presa la decisione di rinviare tutto almeno di una settimana. Abdel Razak al-Aradi, il portavoce del Cnt che ha annunciato da Tripoli la decisione ha aggiunto che alcuni articoli debbono essere rivisti e che decadrà la quota prevista del 10% che sarebbe stato riservato alle donne. Una «quota rosa» che, visto lo schiacciante clima islamista post-primavere arabe, avrebbe potuto avere un carattere di maggiore garanzia, comunque meno ambiguo che in Occidente. Che fine farà ora il ruolo rivendicato dalle donne in quello che dovrebbe essere un nuovo processo democratico?
Ora tutti aspettano le dimissioni di quello che resta del Cnt, vale a dire dello stesso Jalil. Ma per la terza volta in una settimana, ieri Jalil ha ammonito in una intervista alla tv Libya Al-Hurra: «Non mi dimetterò perché ciò porterebbe alla guerra civile».
Ecco dunque le nuove cartoline da Bengasi. Tra i destinatari, l'Italia. Dove ieri, dopo avere comunicato la sua decisione proprio a Jalil, si è dimesso a Roma l'ambasciatore libico Hafed Gaddur - gia fedelissmo di Gheddafi passato poi agli insorti - «per motivi personali».

 

Fonte: TOMMASO DI FRANCESCO - il Manifesto |

24/01/2012

ECOLOGIA, NUOVO VIAGGIO ATTRAVERSO I 4 ELEMENTI. di Gianluca Cavino

ECOLOGIA, NUOVO VIAGGIO ATTRAVERSO I 4 ELEMENTI. di Gianluca Cavino

 

Titolo: “ECOLOGIA, nuovo viaggio attraverso i 4 elementi”

Autori: Gianluca Cavino e Silvia Grassi

 

 

Il difficile rapporto Uomo-Natura pone le sue radici in una cultura occidentale antiecologica.

Il benessere, il profitto, l’egoismo, la ricerca spasmodica del possesso, la vittoria dell’avere sull’essere sono solo alcuni paradigmi che hanno portato il genere umano a lottare contro madre natura, ignaro o più spesso incurante delle conseguenze che potrebbero verificarsi a suo danno.

 

Eppure non sempre è stato così. Gli uomini e le donne di epoche remote avevano concezioni diverse rispetto a quelle attuali. Il mondo circostante era visto e vissuto con venerazione.

L’opera vuole ripercorrere questa storia che ci appartiene allo stesso modo della nostra vita e sicuramente può ancora insegnarci un nuovo modo di essere nel mondo.

 

Il libro focalizza l’attenzione sull’analisi dei quattro elementi classici: acqua, aria, terra e fuoco. Attraverso essi sono stati ripercorsi i grandi miti prodotti dall’uomo antico, al fine di scoprire i parametri con cui egli concepiva il suo essere nel mondo. Il valore dell’acqua, la scoperta del fuoco, la terra vista come una grande Madre generosa, il soffio vitale dell’aria e le varie figure mitologiche che si sono susseguite nel tempo recuperano e offrono all’uomo contemporaneo un passato dimenticato che però gli appartiene in pieno.

L’indagine sui quattro elementi permette di ragionare sulle emergenze ambientali attuali,  attraverso un’analisi più precisa possibile ma al tempo stesso divulgativa ed accessibile a tutti.

 

Quello attraverso i quattro elementi è dunque un viaggio antico nello spirito ma nuovo nei contenuti, alla ricerca dei fondamenti emotivi e conoscitivi della nostra appartenenza al mondo naturale e delle responsabilità che questo legame comporta.

 

La Prefazione di Gianni Maritati *

Quando vedo un giardino pubblico o uno spartitraffico verde sporcato dall’inopportuna presenza di vetri e cartacce, che magari giacciono lì da giorni e giorni, penso subito a quanti crimini l’Uomo riesca a commettere in un solo colpo. Prima di tutto, quei rifiuti vengono sottratti al ciclo del recupero e del riciclo che come tutti sanno, o dovrebbero sapere, produce effetti molto positivi per la nostra vita quotidiana, per l’ambiente che ci circonda e per la nostra economia. Inoltre, quello scempio produce un’impressione sgradevole su turisti e visitatori, rischiando di trasmettere un’immagine deformata del luogo in cui si trova esposto e quindi di allontanare persone e risorse da quel borgo o da quella città. E ancora: la triste esibizione di quella immondizia non è per niente educativa agli occhi dei più piccoli e dei più giovani, che non vengono visivamente esortati a mantenere pulito il luogo in cui vivono tutti i giorni o in cui trascorrono le vacanze… E si potrebbe continuare. Infatti, se quelle carte e quei vetri sono lì da tempo, vuol dire che qualcuno non pulisce e qualcun altro non controlla che venga pulito. Risultato: intollerabile spreco di denaro pubblico.

 

Un’altra riflessione. Nella storia del cinema, i nemici dell’ambiente non fanno mai una bella figura. Sono sempre cattivi, li troviamo sempre dalla parte sbagliata. Per non parlare del cinema di animazione, che dell’amore per la natura ha fatto un cardine essenzale della sua poetica espressiva. Un esempio su tutti: Bambi. In questo classico di Walt Disney del 1942, gli uomini non si vedono mai: sembra quasi che non siano addirittura degni di apparire sul grande schermo. I protagonisti assoluti sono invece gli animali e le piante, la foresta ed il succedersi delle stagioni. La mano invisibile, criminale, dell’Uomo incide solo in senso negativo: uccide la madre di Bambi e incendia la foresta. Intere generazioni crescono con questa sensibilità ambientale proprio grazie ai cartoons. Peccato che, quando si diventa “grandi”, le cose cambiano: quella sensibilità spesso viene criticata, assediata, contestata, rimossa…

 

Invece, la coscienza ecologica, il nostra status di abitanti di un Pianeta affidato al senso di responsabilità che vive in ciascuno di noi, è la chiave del futuro, la speranza di una Terra dove le scelte si ispirano ai valori della pace, dell’equilibrio fra l’Uomo e l’Ambiente, dello sviluppo sostenibile, del rispetto per la Natura. Una coscienza che deve maturare in tutti noi, diventare patrimonio comune, senza essere semplicemente delegata ad un partito o a un gruppo di volontariato, pur meritevoli della più grande stima per il loro impegno quotidiano. Ci stiamo giocando ai dadi il futuro del nostro Pianeta, ma qualcuno questi dadi li ha truccati e noi dobbiamo smascherarlo. Siamo ancora in tempo per correggere la rotta, come ci suggeriscono Silvia Grassi e Gianluca Cavino, gli autori di questo libro pubblicato dalla Ouverture Edizioni: “Ecologia, nuovo viaggio attraverso i quattro elementi”.

 

Un libro forte e necessario, che intreccia l’itinerario concettuale dell’ecologia con l’impegno concreto dell’ambientalismo, riportandoci alle radici e alle fondamenta della nostra civiltà. Gli antichi Greci lo capirono subito, infatti contemplando le meraviglie e la complessità dell’universo, che ognuno di noi nasce con quattro doni e  grazie a questi quattro doni: aria, acqua, terra e fuoco. Sono i punti cardinali della nostra avventura umana, le pareti del nostro acquario esistenziale, dove chi inquina danneggia immediatamente tutti gli altri. L’Uomo, invece, è parte integrante di un’armonia superiore che lo esalta e lo comprende, e al tempo stesso gli impone di non tagliare le radici dell’albero su cui è nato, di non bucare le ruote dell’automobile su cui viaggia. Impossibile vivere senza, impossibile vivere contro i quattro elementi, come sottolineano sia la riflessione filosofica che la ricerca scientifica, ma soprattutto le leggi del buon senso e di quella economia che con l’ecologia condivide, non a caso, la radice linguistica, liberandoci da una visione puramente poetica e romantica, e quindi esteticamente inattiva, del nostro rapporto con la Natura. Purtroppo l’Uomo è l’unica creatura capace di concepire l’idea folle e suicida di alterare gli equilibri ambientali, di fare scempio delle risorse a sua disposizione, di credere in un’idea di progresso senza limiti e senza regole. Con il loro viaggio fatto di idee e di parole, gli autori, giustamente, ci riportano alla realtà e alla gravità dei problemi senza farci perdere, però, la bussola della speranza.

 

“Ecologia, nuovo viaggio attraverso i quattro elementi” è un libro ricco di dati e di riflessioni, che scuote e interpella le coscienze. Che documenta l’abisso globalizzato nel quale rischiamo di precipitare, ma che nel buio di una colpevole smemoratezza e di una spericolata disattenzione getta una manciata di lucciole.

 

* giornalista Rai

http://www.primapaginaitaliana.it/cultura/2640-ecologia,-nuovo-viaggio-attraverso-i-4-elementi.html

 

http://www.ouverturedizioni.it/index.php/aspetto-dei-contenti/elenco-completo.html

 

http://www.ouverturedizioni.it/

 

Dati: 2011, rilegato filo refe, 440 pagine

Formato: 14x21

Prezzo: 17,80 €

Italia terra di conquista: 108 acquisizioni nel 2011, per un totale di 18 miliardi

Italia terra di conquista: 108 acquisizioni  nel 2011, per un totale di 18 miliardi

 

Nell'anno appena concluso le aziende italiane in crisi per debiti o liquidità sono state oggetto prediletto dell'interesse dei grandi gruppi esteri. A cominciare da quelli francesi e cinesi, sostenuti - soprattutto i secondi - dal grande capitale di Stato. Il controvalore delle operazioni è cresciuto dell'80% rispetto al 2010 e vale oggi quasi la metà della finanziaria del governo. E il 2012 non si annuncia migliore

 

L’ultima in ordine di tempo è la Ferretti group, passata alla società cinese Shandong Heavy Industry Group – Weichai. Solo il tempo di festeggiare il Capodanno (occidentale) del 2012 e il Dragone ha messo il sigillo su un gioiello dell’industria italiana, maggior produttore mondiale di yacht di lusso. Ferretti era incappata nei guai per l’eccesso di debiti accumulati in successivi passaggi di mano di fondi di private equity, e i cinesi hanno vinto la partita grazie all’accollo dell’indebitamento con un esborso complessivo di 374 milioni di euro – di cui 178 milioni in investimenti e 196 milioni per il finanziamento del debito del gruppo – per il 75% della società italiana. Il compratore è una società statale, dotata quindi di fondi pressoché illimitati, ma assolutamente estranea al mondo degli yacht. Non è un problema, l’importante è accaparrarsi le tecnologie e il “saper fare” artigianale degli italiani, farli propri e svilupparli successivamente in madre patria, dove i milionari sono molti e gli yacht di lusso un giocattolo sempre più ambito.

Compratori attenti, i cinesi. Venditori distratti del loro patrimonio manifatturiero gli italiani. La nostra manifattura è la seconda in Europa per importanza, dietro solo a quella tedesca e a prezzi di realizzo causa crisi e (apparente) disinteresse degli imprenditori italiano. 
I dati elaborati dalla società di consulenza Kpmg non lasciano dubbi. Nel 2011 le imprese straniere hanno fatto man bassa delle aziende italiane. Sono in tutto 108 acquisizioni tra grandi e piccole, per un controvalore totale di 18 miliardi di euro. Per fare un paragone, stiamo parlando della metà della manovra finanziaria lorda con cui il governo Monti ha messo in sicurezza i conti statali a fine 2011. Tanti, tanti soldi per un periodo di crisi, contando che sono scomparsi i cosiddetti “megadeal” tipici dei periodi di espansione economica, grandi acquisizioni con numeri talvolta superiori al Prodotto interno lordo di interi stati africani o centroamericani. Nel 2010 le operazioni “estero su Italia” come si chiamano nel gergo della finanza, erano state 83, con una crescita quindi del 30 per cento e addirittura del 76 per cento se si considerano i controvalori investiti, che nel 2010 sono stati 10 miliardi. Vale la pena di notare che le imprese italiane si accontentano di affari minori. Le operazioni “Italia su Italia” e “Italia su estero” sono state rispettivamente 157 e 64, ma la somma del loro controvalore totale è pari a 10 miliardi di euro. L’80 per cento meno degli stranieri.

Imperialismo alla francese

Napoleone Bonaparte aveva avuto buon occhio per i capolavori dell’arte italiana. Una volta varcate le Alpi era stato attentissimo nel selezionare quadri e sculture di assoluto valore artistico per impreziosire i propri musei. Due secoli abbondanti dopo, mutatis mutandis, la Francia repubblicana è tornata in forze sul territorio italiano a fare incetta di altri “gioielli” della nostra epoca. Nessun uso della forza, solo strategia e soldi. I cugini transalpini sono stati gli assoluti protagonisti sul mercato delle acquisizioni nel 2011, confermando l’attenzione per il tessuto economico italiano dove nel periodo 2007-2011 sono i secondi assoluti per deal dietro solo alla superpotenza americana. Cinque delle 10 maggiori acquisizioni di gruppi italiani portano infatti il marchio dei bleus, a cominciare dalla maison del gioiello Bulgari finita a marzo al colosso mondiale del lusso Lvmh di Bernard Arnault per 4,15 miliardi di euro circa. La famiglia Bulgari è entrata nel cda francese ma nessun gruppo del lusso italiano ha rilanciato.

Appena il tempo di digerire la perdita di questo importante marchio nostrano ed è stata la volta di Parmalat, secondo gruppo agroalimentare italiano finito ai francesi di Lactalis per 3,7 miliardi di euro. Uno smacco in piena regola per un’azienda che veniva da una fase di ristrutturazione finanziaria complicata post crac Tanzi. La beffa è ancora maggiore se si pensa che il gruppo di Collecchio era un piccolo forziere con 1,4 miliardi di euro di liquidità derivante dalle azioni revocatorie e risarcitorie contro le banche. Non solo: come ogni azienda agroalimentare è anche il terminale di una filiera spesso complessa che ha origine nel mondo agricolo, settore fragile. Anche in questo caso nessuna resistenza degna di nota. L’ex ministro Giulio Tremonti, spaventato dal possibile contraccolpo sull’opinione pubblica aveva annunciato norme antiscalata sul modello proprio di quelle francesi, ma poi partorì poco o niente e l’acquisizione andò in porto con il benestare di IntesaSanpaolo (ex azionista forte di Parmalat) guidata dell’attuale ministro Passera. Così come è andato in porto l’acquisto di Edison da parte della società statale transalpina Edf, che a fine anno ha messo le mani sul secondo player commerciale di luce e gas in Italia. L’intervento di Passera, in versione ministro, ha lasciato in mani italiane la controllata Edipower, attiva nella generazione. Il lato grottesco dell’operazione è che gas ed energia elettrica privatizzati e aperti al mercato sono finiti a una società statale, con gli utili che ingrasseranno l’Eliseo.

Sempre nel lusso sono passati a società francese la società abruzzese Brioni, quella degli smoking di James Bond e di tantissime celebrità mondiali, acquisita dalla Pinault Printemps Redoute (Ppr) interessata alla forza lavoro zeppo di sarti di alto profilo artigianale dello stabilimento di Penne, e Moncler, dov’è entrata con il 45 per cento la finanziaria Eurazeo. Italiani bravi a creare marchi e aziende, incapaci di creare anche nei settori tradizionali del made in Italy campioni di livello internazionale. E tra gli ultimi colpi di mercato anche il vino, con la casa vinicola Gancia finita all’imprenditore tartaro Roustam Tariko, attivo nella vodka e banchiere. Prima di lui la Ruffino era finita agli americani di Constellation Brands. Insomma, siamo i primi o secondi produttori di vino al mondo e non abbiamo un’azienda di livello internazionale. Continuano i paradossi.

E nel 2012? Le prede aumentano

Che la razzia delle imprese italiane stia diventando un problema sembra se ne siano accorti anche nel governo che potrebbe studiare una nuova norma antiscalate per difendere le società italiane da attacchi esterni e diminuirne così la contendibilità. Non è chiaro ancora cosa ne verrà fuori, ma quelle che sono ben visibili sono le prede. A cominciare dal disastrato sistema bancario italiano, alla ricerca disperata di liquidità e con valori di borsa bassissimi in questo momento. Basti pensare che che a fine mese, con la chiusura dell’aumento di capitale Unicredit, si capirà qual è il nuovo azionariato e potrebbero esserci sorprese asiatiche o mediorientali, sotto forma di fondi sovrani. Il solo sistema cinese ha pronti per l’Europa 300 miliardi di euro da investire, e attende di allocarli al meglio.

Altre prede possibili sono Alitalia, dov’è presente AirFrance Klm come azionista che potrebbe voler crescere di peso nelle more di un risanamento dei “capitani coraggiosi” che però è messo sempre più a rischio dai conti della stessa società francese; i treni di Ansaldo Breda messi ufficiosamente in vendita da Finmeccanica e con la francese Alsom possibile interessata insieme ai canadesi di Bombardier; la maison Valentino cui sarebbero interessati gli spagnoli di Puig. Un caso a parte potrebbero essere le Assicurazioni Generali, gioiello della finanza italiana che Mediobanca, dove il francese Bollore è ancora salito leggermente di quota, non avrebbe la forza di difendere da un attacco portato in grande stile.

Potrebbero tornare i progetti di privatizzazione delle aziende energetiche Eni ed Enel? E’ un’ipotesi molto remota, ma nessuno in questo momento si azzarda a negare nulla. Di certo, dicono da Kpmg, “uno dei pericoli delle vendite a gruppi esteri che spesso viene sottovalutato è che il pian piano i centri gestionali si spostano dalla società acquista alla casa madre, inaridendo quel che è il tessuto professionale interno. Nel lungo periodo è una perdita di professionalità che intacca la possibilità di sviluppo e crescita futura”. Come dire: prima inglobati e poi svuotati.

DI ALFREDO FAIETA

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/22/litalia-preda-delle-compagnie-straniere-acquisizioni-2011-totale-miliardi/185740/

Impariamo a goderci i frutti della vita. Dialogo su natura, amore e altre meraviglie

Impariamo a goderci i frutti della vita. Dialogo su natura, amore e altre meraviglie


Il pensiero dei due filosofi nei diari tenuti per anni
L´urlo della tempesta, il fruscio della foglia: in essi vi è un´armonia essenziale e inesplorata
Un innamorato non nomina volentieri la sua amata poiché ella è sacra
Io non preferisco una religione Amo Brahma e Buddha al pari di Dio

Emerson: È strano come il mondo, che da un punto di vista speculativo e serio noi sappiamo così insoddisfacente e oscuro, ci debba essere tanto caro. Nulla, neppure il suo massimo fulgore, quando la Natura sfoggia il suo abito più bello e l´Arte fa di tutto per dilettare – né lo stesso lucente sole e lo splendente firmamento in cui esso sta come un capo – può impedire a un uomo, in certi momenti, di dire alla sua anima: «È solo vanità». Neppure le più fantastiche ipotesi, né un elaborato ragionamento, possono sostituire questa testimonianza alla familiare verità che lo spirito umano ha origini più alte della materia, una patria più nobile della Terra; che esso è troppo grande per essere ingannato con queste inezie, e troppo eterno per amalgamarsi alla caducità mortale.
La filosofia ha scoperto che la materia luminosa si autoconsuma e, fuor di ogni metafora, ciò è vero per questo mondo splendido che continua a corrompersi ma che ancora ci attrae col suo falso splendore.
16 aprile1822 (19 anni)
Thoreau: La Natura non fa rumore. L´urlo della tempesta, il fruscio della foglia, il picchiettio della pioggia non disturbano: in essi vi è un´armonia essenziale e inesplorata.
18 novembre 1837 (20 anni)
Società
Emerson: La socialità come unione imperfetta. Non è patetico che l´azione dell´uomo sugli uomini sia così parziale? Noi ci tocchiamo solo in certi punti. È possibile che tutto quello che posso fare o essere per il mio simile è leggere il suo libro o ascoltare i suoi progetti in una conversazione? Io mi avvicino a un Carlyle con desiderio e gioia. Di mese in mese sono stato mosso dalla speranza di un qualche totale abbraccio e di una perfetta unione con una nobile mente, e alla fine apprendo che è solo un atto così debole e remoto e irrisorio come leggere uno scritto di Mirabeau o di Diderot, e di pochi altri come loro. Ecco tutto ciò che possiamo ricercare. Di più di quello non saremo l´uno per l´altro. Oh, anima ostacolata! Non che siano il mare e la povertà e la carriera a separarci. Ecco Alcott alla mia porta, eppure l´unione è forse più profonda? No, il mare, la vocazione, la povertà sono solo recinti apparenti, invece l´uomo è un´isola e non può essere toccato. Ogni uomo è un cerchio infinitamente respingente, e in quello stato mantiene la sua essenza individuale.
19 maggio 1837 (34 anni)
Thoreau: L´uomo non è nato subito nella società – a malapena nel mondo. Il mondo che egli è nasconde a un tempo il mondo che egli abita.
La massa non s´innalza mai al livello del suo esponente migliore, ma al contrario si degrada al livello di quello peggiore. Come dicono i riformatori, è un livellamento verso il basso, non verso l´alto. Di qui, società è solo un altro nome per calca. Gli abitanti della terra, riuniti in un unico luogo, costituirebbero il più grande accalcamento.
La massima vicinanza cui gli uomini pervengono tra loro ammonta sì e no a un contatto meccanico. Come quando sfregate due pietre: sebbene emettano un suono che è udibile, in realtà esse non si toccano.
In ossequio a un istinto naturale, gli uomini hanno costruito le loro capanne e piantato il grano e le patate a una distanza tale che gli consentisse di parlarsi tra loro, e in tal modo hanno dato origine a città e villaggi, ma non si sono associati, si sono solo riuniti, e la società ha significato semplicemente un raduno di persone.
Il nostro incontro sia simile a quello tra due pianeti, i quali non si precipitano a mescolare le loro sfere discordi, bensì sono avvinti assieme dall´influsso di una sottile attrazione, per presto roteare distintamente nelle loro rispettive orbite: da ciò il loro perigeo, o punto di massima vicinanza.
La società non sia l´elemento in cui nuotiamo, o in cui siamo sballottati in balìa delle onde, ma sia piuttosto una striscia di terraferma che si protende nel mare, la cui base è lambita ogni giorno dalla marea, ma la cui sommità solo la marea di primavera può raggiungere.
14 marzo 1838 (21 anni)
Amicizia
Thoreau: Ancora una volta mi presento solo a me stesso.
La conversazione, il contatto, la familiarità sono i passi che portano all´amicizia nonché i suoi strumenti, ma essa è davvero perfetta quando quelli non servono più e la distanza e il tempo non oppongono barriere.
Non ho bisogno di chiedere a qualcuno di essere mio amico, non più di quanto il sole abbia bisogno di chiedere alla terra di essere attratta da esso.
Non spetta a lui dare, né a me ricevere. Io non posso perdonare il mio nemico – che si perdoni da sé.
Normalmente noi degradiamo l´Amore e l´Amicizia col presentarli sotto l´aspetto di un banale dualismo.
Il mio amico sarà tanto migliore di me quanto la mia aspirazione è superiore alla mia prestazione.
1839 (22 anni)

Emerson: Un innamorato non nomina volentieri la sua amata – piuttosto parla di tutte le persone e di tutte le cose che la circondano – poiché ella è sacra. Al pari un amico rispetterà il nome del suo amico. Nominalo per inorgoglirtene e vedrai che già smette di appartenerti. L´amante vile e di bassa lega viene ferito nel suo orgoglio dalla naturale dignità della vergine che lo intimidisce e lo sconcerta, faccia pure quel che vuole. Egli desidera possederla, affinché possa almeno riacquistare la lingua e il proprio contegno in sua presenza. In tal modo egli ruba la vittoria, che invece doveva nobilmente guadagnarsi coll´innalzare il proprio carattere al regale livello di quello di lei. La stessa etica vale per l´amicizia. Venera le superiorità del tuo amico. Non augurargliene di meno neppure col pensiero, ma fanne un mucchio e dichiarale tutte a voce: esse sono la forza elevatrice per mezzo della quale t´innalzerai a nuovi gradi di evoluzione.
La fiducia in se stessi traslata su un´altra persona è rispetto, ossia: solo chi rispetta se stesso sarà rispettoso degli altri.
21 giugno 1840 (37 anni)
Amore
Emerson: Nel nostro mondo, la donna nasconde la sua forma agli occhi degli uomini: di essi – pensa correttamente – non ci si può fidare. In un giusto stato di cose, l´amore di una donna, che ciascun uomo recasse nel suo cuore, dovrebbe proteggere tutte le altre donne dai suoi sguardi, come avvolgendole in un impenetrabile velo di indifferenza. L´amore di una donna dovrebbe renderlo indifferente verso tutte le altre, o piuttosto il loro protettore e santo amico, proprio per il bene di lei. Ora, invece, negli occhi di tutti gli uomini vi è un certo lampo maligno, un vago desiderio che li incolla alle forme di molte donne, mentre i loro affetti si concentrano su una sola di esse. Lo sguardo del loro occhio naturale non coincide con quello del loro occhio spirituale.
28 settembre 1841 (38 anni)
Thoreau: Non è facile trovare una persona tanto coraggiosa da giocare al gioco dell´amore da sola con te, ma ha sempre bisogno di una terza persona, o del mondo, che la incoraggi. Mette gli altri di mezzo. L´amore è così delicato ed esigente, che non vedo come esso possa mai iniziare. T´aspetti forse che io ti ami, a meno che tu non ponga il mio amore in cima alla tua lista? Le tue parole mi giungono corrotte, se il pensiero del mondo si è insinuato tra te e il pensiero di me. Non sei abbastanza audace per l´amore. Esso s´avventura da solo, senza paura, nelle terre selvagge.
14 marzo 1842 (25 anni)
Lavoro
Emerson: A giudicare dalla mia personale esperienza, temo che io debba rimangiarmi tutte le belle cose che ho detto a proposito del lavoro manuale dei letterati. Questi dovrebbero essere sollevati da ogni genere di responsabilità pubblica o privata. La cavalletta è un fardello per loro. Io sorveglio i miei umori tanto ansiosamente quanto l´avaro i suoi soldi; poiché lo stare in compagnia, gli affari, le mie faccende casalinghe turbano la mia armonia e mi rendono incapace di scrivere.
4 febbraio 1841 (38 anni)
Thoreau: La maggior parte degli uomini è così presa dalle preoccupazioni e dalle grossolane pratiche della vita, da non poterne cogliere i frutti più delicati. In effetti, chi lavora duramente non riesce a godere giorno per giorno di una vera e propria integrità: non può permettersi di mantenere con gli altri i rapporti più nobili e belli. Il suo lavoro si deprezzerebbe sul mercato. Come può ricordare con chiarezza la propria ignoranza, chi deve così spesso fare ricorso alle nozioni che sa?
Agosto 1845 (28 anni)
Religione
Thoreau: Io non preferisco una religione o una filosofia rispetto a un´altra. Non ho alcuna comprensione per la bigotteria e l´ignoranza che fanno effimere, parziali e puerili distinzioni tra la fede o forma di fede di un uomo e quella di un altro – tra cristiani e pagani, ad esempio. Dio mi scampi e liberi dai pregiudizi, dalla parzialità, dall´estremismo, dalla bigotteria. Per il vero filosofo tutte le correnti, tutte le civiltà, sono uguali. Io amo Brahma, Hari, Buddha, il Grande Spirito, al pari di Dio.
Maggio 1850 (33 anni)
Emerson: In materia di religione, le persone fissano avidamente lo sguardo sulle differenze fra il loro credo e il vostro: mentre il fascino dello studio sta proprio nel trovare i punti di accordo e le identità in tutte le religioni degli uomini.
Sono i trenta milioni di americani, o sono le tue dieci o dodici unità a incoraggiare il tuo animo di giorno in giorno?
Senza data 1869 (66 anni)
L´insegnamento
Thoreau: Per quanto misera sia la tua vita, affrontala e vivila; non evitarla, e non insultarla. Essa non è cattiva come te. Più sei ricco, più povera ti sembrerà. Un brontolone troverà qualcosa che non va perfino in paradiso. Ama la tua vita, per quanto povera sia. Forse puoi trascorrere qualche ora piacevole, eccitante e meravigliosa, anche in un ospizio per i poveri. Il sole che tramonta viene riflesso con la stessa lucentezza dalle finestre dell´ospizio come dalla casa del ricco. In primavera la neve si scioglie altrettanto rapidamente sulla soglia di quest´ultimo.
Non vedo come un animo tranquillo non possa vivere felicemente anche là, all´asilo dei poveri, e dilettarsi con lieti pensieri, come in ogni altro posto; e, di fatto, i poveri del paese sembrano vivere una vita più indipendente di chiunque altro. Forse semplicemente perché sono abbastanza grandi da ricevere senza sentirsi umiliati. Coltiva la povertà come la salvia, come un´erba aromatica del tuo orto.
Non darti pena di ottenere cose nuove, siano esse abiti o amici. È distrarsi. Rivolta quelle vecchie, ritorna a loro. Le cose non cambiano – siamo noi a cambiare. Se per tutta la vita fossi confinato nell´angolo di una soffitta, come un ragno, il mondo per me sarebbe ugualmente grande finché avessi la compagnia dei miei pensieri.
31 ottobre 1850 (33 anni)
Emerson: Tieni attentamente d´occhio i tuoi pensieri. Essi giungono inaspettati, come un nuovo uccello sui tuoi alberi, e, se ti volgi alla tua occupazione abituale, spariscono: e non ritroverai mai più quella percezione; mai, dico – ma magari anni, secoli, e chissà quali eventi e quali mondi potrebbero frapporsi tra te e il suo ritorno!
Nel romanzo, l´eroe incontra una persona che lo sbalordisce dimostrandogli di conoscere perfettamente la sua storia e il suo carattere, e da lui si fa promettere che, in qualunque momento e in qualunque luogo lei lo dovesse rincontrare, il giovane dovrà immediatamente seguirla e obbedirle. Altrettanto vale per te e il nuovo pensiero.
21 ottobre 1871 (68 anni)

di Ralph Waldo Emerson - Henry David Thoreau -Fonte: repubblica


 

Egitto L'irresistibile carica dei Fratelli musulmani

Egitto L'irresistibile carica dei Fratelli musulmani

 

DELUSI - I giovani della piazza Tahrir si chiedono «perché ci siamo fatti ammazzare?»

 

Concluse le varie tornate elettorali il partito «Libertà e giustizia» conquista il 48% dei voti e 230 seggi sui 508 del parlamento. E i salafiti di el-Nour sono la seconda forza: 23% e 121 seggi

 

«Libertà e giustizia» stravince le parlamentari in Egitto con il 48% dei voti e 230 seggi su 508. Poco importa se gli islamisti moderati abbiano raggiunto per ultimi e lasciato per primi le rivolte. Logorati da anni di opposizione, per vincere hanno sfruttato l'integrazione nel vecchio regime. Nel 2005, i Fratelli musulmani contavano già su 88 deputati. E' iniziato tutto dal sindacato dei medici di via Qasr al-Aini 42, dove i leader della Fratellanza tenevano le loro riunioni. Ora, alle sedi originali della confraternita, piccole stanze in casa di simpatizzanti, si aggiungono grandi sedi di partito, librerie e sale conferenze.


Ma la leadership è ancora da rodare. Tra i conservatori, un nome su tutti: Kayrat Shater. Scarcerato dopo le dimissioni di Mubarak, si occupa dell'ufficio economico e di gestire i contatti con Hamas. Insieme a lui, Saad al-Katatny, possibile nuovo presidente della Camera, con due vice: un liberale del Wafd e un salafita. Se scotta ancora la sconfitta dei businessmen islamisti del Wasat (centro), che avrebbero ottenuto solo 11 seggi, per nuove allenze «Libertà e giustizia» guarda ai liberali. Sembra fuori discussione un accordo con Kutla, coalizione di cui fa parte l'ex imprenditore di Orascom, Naguib Sawiris. Il «blocco» ha polarizzato il voto dei cristiani, ottenendo solo l'8% - 45 seggi, inclusi i deputati di Tamnia o Islah (Sviluppo e riforma), vicino a el-Baradei. Tanto che l'ex direttore dell'Aiea, per i deludenti risultati e contro l'abuso di potere dei militari, ha annunciato il ritiro della sua candidatura alle presidenziali. Anche se «Libertà e giustizia» ha i numeri per un esecutivo monocolore, andrebbe verso un accordo di governo con i liberali del Wafd. Altro partito della nomenclatura del vecchio regime, già alleato con la Fratellanza nel 1984, il Wafd esce dalle elezioni come maggior forza laica in Egitto, con il 10% dei voti.


Ma «Libertà e giustizia» non è un monolite. Molti giovani del movimento guardano a sinistra. Sono nelle liste di «Tyar» (corrente), parte della coalizione «Rivoluzione continua», insieme a socialisti e comunisti. «"Libertà e giustizia" non vuole sentir parlare di sinistra ma il suo discorso politico persegue i diritti sociali» - dichiara al manifesto Ahmed Samir, esponente della Fratellanza. Questi attivisti sostengono la candidatura alle presidenziali del medico riformista Aboul Fotuh. Politico carismatico, è l'unico tra gli islamisti ad aver commentato i risultati elettorali sottolineando «come la rivoluzione non sia ancora compiuta».

 

E così, il divario tra islamisti radicali e «Libertà e giustizia» si accentua su temi chiave. «I salafiti hanno un'idea stantia di politica, tra barbe e nikab vorrebbero imporre dei costumi superati. Per noi non è questo l'Islam, ad esempio in "Libertà e giustizia" c'è un'ampia partecipazione femminile», spiega. I salafiti de el-Nour (Luce), secondo partito in Egitto, con il 23% dei voti e 121 seggi, sono la vera incognita di questo parlamento. Non solo barbuti, i salafiti sono ingegneri e insegnanti. Gli islamisti radicali vengono finanziati da immigrati egiziani in Arabia saudita e nel Golfo. «Abbiamo organizzato la campagna elettorale con donazioni private - ci racconta Ahmed Salah, politico salafita nel quartiere di Ayn Shamps -. Fino a qualche mese fa, non potevamo accettare nemmeno una lira dall'estero».


Per limitare i gruppi legati alla jihad islamica, il regime di Mubarak ha fatto leva sulla legge di emergenza, tracciando i finanziamenti agli islamisti. «Per questo, fare politica ha significato aspettare il momento per essere uccisi o arrestati», aggiunge Salah. Hanno votato per el-Nour i poveri e parte della classe media. Se agiscono sulla stessa base sociale degli islamisti moderati, hanno grande seguito per le loro idee conformi al Corano. Inoltre, i salafiti egiziani controllano un imponente sistema mediatico: vari quotidiani e almeno sei canali televisivi, come el-Nas (popolo). I politici salafiti sono invece inesperti ed ambigui. Resta aperto nel partito il dibattito sui diritti delle donne, di copti e sufi, la legislazione sugli alcolici e la formazione di una polizia religiosa

 

. Non ci sono solo ombre. Sono nel movimento anche figure liberali che aprono le porte ad un'interpretazione razionale della legge islamica come gli sheik Husama el-Qussy e Ibrahim Naged. Infine la sinistra, frammentata e in parte per il boicottaggio del voto, e il partito «el-Adl» (Giustizia) hanno ottenuto solo alcune decine di deputati nelle roccaforti di Shubra, Mansoura e Mahalla. Mentre, gli ex del partito di Mubarak, eletti tra gli individuali, hanno avuto solo una manciata di seggi e sosterranno l'ex premier Ahmed Shafiq come candidato alle presidenziali. «Perchè ci siamo fatti ammazzare?», si chiedono a questo punto gli attivisti dei movimenti di resistenza extraparlamentare, «6 Aprile» e «Kifaya!», che torneranno in piazza il 25 gennaio contro i militari. L'esercito ha forgiato la legge elettorale per favorire movimenti già radicati sul territorio.

 

Non ha impedito la nascita di partiti su base religiosa. Ha infine svuotato il parlamento di legittimità, puntando su un Consiglio militare permanente. Con la riattivazione del discorso salafita e l'esercito al potere, gli attivisti temono che la rivoluzione si trasformi in un colpo di stato militare sul modello del movimento Urabi del 1882. Per la piazza, sia il regime di Mubarak che il potente esercito sono eredi dei mandati coloniali. I militari usano gli stessi mezzi coercitivi del vecchio regime e il controllo dello stato sulla società si riproduce automaticamente.

APERTURA - Giuseppe Acconcia - IL CAIRO fonte il manifesto