18/05/2012
Don McCullin Addio alle armi
Don McCullin Addio alle armi
"Un giorno mi sono accorto che non sopportavo più di essere chiamato fotografo di guerra". Per questo l´uomo che ha documentato i conflitti del Novecento dal Vietnam al Libano, ormai ritrae solo luoghi e volti "dove posso mettere la mia anima" Ora che una sua mostra arriva in Italia, ecco gli scatti inediti dei suoi paesaggi
Non c´è autentica casa inglese senza i suoi fantasmi, e casa McCullin, edificio di pietra tra le pieghe del Somerset, non fa eccezione. Ma sessantamila fantasmi sono un po´ troppi. «Ogni sera, quando vado a dormire, so che sono lì, li sento. Li conosco tutti, uno per uno». Sessantamila fotogrammi nell´archivio di quarant´anni di guerre, Vietnam, Cipro, Libano, Afghanistan, Biafra, Ulster, India, il lunghissimo medagliere scuro di uno dei più grandi fotogiornalisti del Novecento. Ma non c´è angoscia nella voce di questo malinconico signore britannico di settantasei anni, dai lineamenti belli e marcati, c´è una tristezza rassegnata. «Posso sopportarli. Ho dormito tante volte di fianco ai cadaveri, sul campo di battaglia. Posso convivere con gli spiriti malvagi delle immagini che abitano nella mia casa».
Don McCullin ama la camera oscura. Ci passa ancora ore ed ore, «dev´esserci una ragione per seppellirsi al buio, e io ho quella ragione». Ma, dopo, ha bisogno di grandi spazi disabitati, di respiro. Esce spesso di casa con la fotocamera a tracolla, quasi solo d´inverno, «quando la luce è cinerea, e il cielo è wagneriano. La campagna del Somerset è meravigliosa d´inverno, con gli alberi spogli, i campi umidi, adoro questa nudità...». Dal clangore dei campi di battaglia ai pascoli pacificati della campagna inglese. Come se avesse voluto svuotare l´orizzonte da tutta quella violenza. «Queste sono le terre di Re Artù. Anche la storia della Tavola Rotonda è fatta di guerre e di violenza. Ma almeno, è una leggenda». I paesaggi di McCullin, in verità, nessun ufficio del turismo oserebbe stamparli su una brochure. Scuri, misteriosi, inquietanti. Cosa nascondono, cosa c´è dietro? «Ci sono io. Chi altri? Ci sono i miei sentimenti, la mia oscurità. Ho aggiunto dramma ai luoghi. Non cercavo bellezza disinfettata tipo Ansel Adams. Ho passato molti anni da solo in questa casa. Ci sono altri drammi nella mia vita oltre quelli di cui sono stato testimone, ogni uomo ha una storia e io ne ho molte. Sono un essere umano comune».
Donald McCullin, stanco di guerre. Accadde improvvisamente, vent´anni fa, «quando mi accorsi che non sopportavo più di essere chiamato "fotografo di guerra", espressione terribile, che suona mercenaria e complice». Henri Cartier-Bresson, visitando una sua mostra, gli disse una sola parola: «Goya». Sì, ma Goya non aveva personalmente abitato gli scenari dei suoi massacri. La condanna di chi fotografa l´orrore è dover far passare attraverso i propri occhi e la propria anima le immagini con cui cerca di «sconvolgere la tranquillità di quelli che stanno a casa». Il fardello della testimonianza può schiantare la coscienza, di chi ce l´ha. È questo che le è successo? «Non contano nulla i sentimenti dei fotografi, quel che conta sono le sofferenze dentro le mie foto, non dietro, come mi sento io non ha alcuna importanza». Riprende: «Ogni sofferenza deve essere raccontata. Tanti colleghi fotografano la guerra come un mestiere, io non l´ho mai fatto. Per me era una crociata».
Crederci o no, non suona retorico quando lo dice. Perché si sente, nella sua voce, il peso dell´anima. «All´inizio la guerra era eccitante. Lo è sempre, tu sei giovane e la guerra ti tende al massimo. Poi ti rendi conto che ti stai eccitando a spese dei deboli, allora non ti permetti più di divertirti, capisci che il vero tuo compito è essere lì e fare dei tuoi occhi la tua voce, farlo per conto delle vittime, non per i tuoi brividi privati». A lei quando capitò? In Vietnam forse? Quando la sua Nikon le salvò la vita fermando un proiettile? «No, più tardi, in Biafra. In Vietnam fotografavo soldati in guerra, e i soldati sono addestrati ad ammazzare soldati. Ma vedere un bambino che ti crolla davanti per la fame, vederne morire centinaia ogni giorno, non è umano, non è tollerabile». C´è una foto di McCullin che tutto il mondo conosce: un bimbo biafrano albino, testa enorme, corpo prosciugato, sguardo vuoto, assurdamente in piedi, una scatoletta di carne nella mano scheletrica. «Non riesco più a guardare quella foto. Sono vent´anni che non la stampo. È la fotografia dell´oscenità più oscena che un uomo possa immaginare».
Essere nella guerra senza essere della guerra, senza appartenere alla guerra. Non si immaginava che fatica sarebbe stata, quel ragazzino «terribilmente dislessico» di Finsbury Park, pochi libri molta vita di strada, cresciuto sotto le bombe di Hitler, quando vendette all´Observer la sua prima foto di una gang di periferia, presa con una Rollei che andava e veniva dal banco dei pegni. E che fatica, poi, abbandonare la guerra, prima di farsene conquistare. Ha vinto la sua crociata, signor McCullin? «No. Nessuna fotografia ha mai fermato una guerra. Le due foto più famose del Vietnam, ricorda?, l´esecuzione del Vietcong, la bambina bruciata dal napalm, scattate da due grandi fotografi... Ebbene, la guerra continuò per altri sette anni dopo quelle foto». Tutto inutile? Sospira: «Sa, ho appena fatto un lungo viaggio fotografando i confini dell´impero romano. E vede, sono passati duemila anni, ma di fronte alle rovine di Palmira o di Leptis Magna io non riesco a non sentire che quello splendore fu costruito sulla crudeltà e la violenza. Ci sono guerre, oggi. Ce ne saranno domani. Quando fotografavo le guerre, l´ultimo rifugio del mio ottimismo naïf era che la domenica mattina (ho lavorato per decenni al Sunday Times) un primo ministro, vedendo una mia foto, si facesse cogliere da un dubbio».
A chi ha lasciato i campi di battaglia, non lo sa. È amareggiato da quel che vede sui giornali. «Questi fotografi embedded, al seguito degli eserciti... Non capiscono che è un trucco, che è censura? Intanto non si vede una sola foto dalla Siria. Non capisco. Bisogna far vedere alla gente quel che non può vedere, quel che nessuno può sopportare di vedere, o questo mestiere non ha più senso». Stanco di guerra, non pentito. È stata davvero, la sua vita, quel comportamento irragionevole che dice il titolo della sua autobiografia? «Ho fatto almeno una cosa irragionevole: distruggere il mio primo matrimonio, per poi vedere mia moglie ammalarsi e morire il giorno stesso delle nozze di nostro figlio. Ho mostrato tante tragedie agli altri, la vita ne aveva una da mostrare a me».
Fonte: MICHELE SMARGIASSI - la Repubblica |
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Medio Oriente, una tratta delle schiave nel "mercato" delle lavoratrici domestiche
Medio Oriente, una tratta delle schiave nel "mercato" delle lavoratrici domestiche
Un progetto contro il traffico delle lavoratrici migranti nel Mashrek - l'insieme dei paesi arabi che si trovano ad oriente del Cairo - voluto dall'associazione Un ponte per 1. E' la Jordanian Women's Union 2 che nasce l'idea di una visita che coinvolge operatrici sociali di Giordania, Libano ed Egitto per studiare il sistema italiano di protezione delle vittime di tratta per sfruttamento sessuale o lavorativo
ROMA - E' una vera e propria tratta delle schiave quella che attraversa il Mediterraneo. Giordania, Libano, Egitto sono paesi uniti da questo fenomeno che si cela dietro il mercato delle lavoratrici domestiche, per contrastare il quale è nato un progetto contro il traffico e lo sfruttamento delle lavoratrici migranti nel Mashrek - l'insieme dei paesi arabi che si trovano ad oriente del Cairo e a nord della penisola arabica, una macroregione in opposizione al Maghreb - voluto dall'associazione Un ponte per 3. E' in questo ambito, grazie alla collaborazione della Jordanian Women's Union 4, che nasce l'idea di una visita che coinvolge una serie di operatrici sociali dei tre paesi con lo scopo di studiare il sistema italiano di protezione delle vittime di tratta per sfruttamento sessuale o lavorativo.
Una doppia schiavitù. La delegazione si è divisa in due gruppi, uno dei quali andrà a Napoli e Caserta e un altro a Pisa e Torino. Il senso, secondo il direttore di Un ponte per Domenico Chirico, è mostrare loro le buone pratiche, e anche le meno buone, del nostro sistema di protezione in modo cha anche questi paesi "facciano quello che noi abbiamo fatto 20 anni fa costruendo un quadro normativo adeguato". Intanto, presso il Parlamento Europeo di Roma si è svolto un incontro con le operatrici e i rappresentanti dell'Organizzazione Internazionale per le migrazioni, arma dei carabinieri e polizia. Uguaglianza tra generi e più diritti è l'obiettivo di organizzazioni come la Jordanian, secondo il suo presidente Amneh Falah, che nel suo intervento sottolinea "quella delle lavoratrici domestiche è due volte una schiavitù perché hanno perso i diritti nel loro paese e in quelli che li ospitano".
Il primato dei suicidi in Libano. Attualmente la Giordania conta almeno 70.000 lavoratrici domestiche straniere, l'Egitto quasi due milioni mentre il Libano ha il triste primato dei suicidi tra di esse, uno a settimana, tanto che le lavoratrici domestiche che vogliono partire per il Libano vengono talvolta dissuase dai loro stessi paesi: qui i diritti umani non vengono rispettati. Tra le soluzioni indicate la collaborazione tra istituzioni e società civile è al primo posto, inoltre se il traffico è transnazionale anche le politiche devono esserlo sia per quel che riguarda le lavoratrici che per il traffico sessuale. Anch'esso diffusissimo e dalle molte declinazioni: dai matrimoni combinati alla violenza in famiglia (in Libano una legge rigorosissima sulla privacy impedisce di indagare su quello che avviene tra le mura domestiche, come ricorda Zeina Mohanna della Ong Amel), dal test di verginità imposto dallo Stato alla circoncisione femminile.
"E' crollato il muro della paura". In Egitto, dopo le recenti rivolte, anche le conquiste già fatte sono a rischio come racconta a Repubblica.it Azza Soliman: "Il movimento salafita e i Fratelli musulmani, vogliono cancellare perché contrarie alla sharia o in quanto volute, secondo loro, dalla moglie di Mubarak". Ma Azza, direttrice del Centro per l'assistenza legale alle donne egiziane, e attivista delle rivolte di piazza Tahrir, è fiduciosa: "Il crollo del muro della paura ha coinvolto anche le donne che sono scese in piazza. E una donna che ha rifiutato la tirannia di Mubarak rifiuterà anche quelle di altro tipo".
Fonte repubblica di LAURA LANDOLFI
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Quel motore di elettricità nei rubinetti di New York
Quel motore di elettricità nei rubinetti di New York
Il progetto sfrutterà la pressione nelle tubature Micro-generatori la trasformeranno in energia pulita Manhattan si candida a diventare la prima metropoli con un ciclo idrico sostenibile
Mi faccio la doccia e così produco la corrente per il frigo e la lavastoviglie. È un futuro di autosufficienza energetica che viene sperimentato negli Stati Uniti: potrà avere applicazione su larga scala qui a Manhattan. La fonte di energia che ci salverà è a portata di mano, è il rubinetto del lavandino. Il principio è semplice, la sua realizzazione pratica diventa possibile solo ora grazie alla miniaturizzazione tecnologica. Da sempre l´acqua che rifornisce noi newyorchesi – una popolazione di 8,5 milioni – arriva "in discesa" dai monti Catskill, percorrendo 175 km dai bacini idrici alle strade di Manhattan. La rete idrica risale all´Ottocento e sfrutta il principio di gravità: il divario di altitudine dai monti Catskill a New York (che è al livello del mare) è tale che non sono necessarie pompe. La forza con cui arriva l´acqua fa sì che a Manhattan fino al sesto piano dei palazzi non c´è bisogno di usare pompe: queste si usano solo per i grattacieli. In città la pressione è così forte che occorrono delle valvole per ridurla, altrimenti certi rubinetti di casa salterebbero. Quattro milioni di litri al minuto è il consumo d´acqua di questa metropoli. È una massa idrica che spostandosi produce energia in larga parte inutilizzata.
Perché non catturare questa energia "a valle", anziché limitarsi alle tradizionali dighe idroelettriche a monte? È l´idea che ha avuto Frank Zammataro, fondatore della Rentricity: installare mini-generatori di corrente elettrica in una miriade di punti di transito dell´acqua. Non è fantascienza. In realtà questo sistema ha già ricevuto dei test su scala reale. In California una serie di generatori produrranno 350 kilowattora a partire da quest´anno. A Pittsburgh in Pennsylvania sono già installati mini-generatori. Che sia un´idea praticabile, lo pensa il sindaco di New York Michael Bloomberg, businessman miliardario da sempre attirato dall´ambientalismo. E il consiglio comunale lo asseconda: è stata votata una legge cittadina che lancia lo studio di fattibilità.
Il fascino di questa forma di energia, è lo stesso del sole e del vento: è rinnovabile. Ha perfino un vantaggio sui pannelli fotovoltaici e le pale eoliche: il consumo di acqua dei newyorchesi è stabile e prevedibile, a differenza delle giornate di sole e della forza dei venti. Dopo avere lanciato i giardini sui tetti dei grattacieli (che rinfrescano e riducono il consumo di energia degli impianti di condizionamento), dopo avere sfruttato la produzione di gas metano dalle fognature, Manhattan si candida per un altro balzo in avanti verso la "sostenibilità". Certo, nel caso della rete idrica bisogna partire da zero, progettare investimenti per installare i mini-generatori ovunque sia possibile senza interferire con altre apparecchiature e cablaggi esistenti.
Non è ancora realistico avere micro-generatori in ogni appartamento, ma si può cominciare a generare elettricità dove ci sono le valvole che controllano la pressione, ad ogni isolato o al pianterreno dei grattacieli. Gli impianti pionieristici avviati in California hanno dimostrato qual è il primo uso della corrente generata: serve ad alimentare gli impianti di depurazione delle stesse acque. Diventa possibile così immaginare un "ciclo dell´acqua" a costo energetico zero. Per Manhattan il risparmio verrebbe moltiplicato su una scala gigantesca: e da qui "la corrente del rubinetto" avrebbe una visibilità tale da interessare il mondo intero.
Fonte: Federico Rampini - la Repubblica |
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In Italia calano i ricoveri, ma raddoppia il costo per le degenze
In Italia calano i ricoveri, ma raddoppia il costo per le degenze
L’elaborazione dei dati del ministero fatta da Ageing society: “Una giornata in ospedale costa 832 euro contro i 427 di dieci anni fa”. E sui servizi non sanitari si va dai 22 euro al giorno della Lombardia ai 11 del Friuli Venezia Giulia
ROMA – Meno ricoveri, soprattutto per gli over65. Aumento della spesa per una giornata di degenza, quasi raddoppiata in 10 anni. Incremento della spesa per servizi non sanitari. Un mancato risparmio che si aggira intorno ai 2 miliardi di euro. A fare il punto sui costi del servizio sanitario nazionale è la Ageing Society - Osservatorio Terza Età nel corso del convegno “Anziani e Welfare: quale sostenibilità? Proposte per il recupero di efficienza nel settore sanitario e ospedaliero”, in corso a Roma.
Secondo quanto emerge dall’elaborazione dei dati del ministero della Salute (2011), gli interventi per il contenimento della spesa sanitaria hanno causato una drastica riduzione dei ricoveri: dai 12.577.826 del 1998 al picco massimo dei 12.991.102 del 2004, si è registrato poi un costante calo fino agli 11.121.825 ricoveri del 2010. Diretta conseguenza è stata la riduzione delle giornate di degenza: dalle 88.009.005 del 1998 alle 71.162.102 del 2010. Nel 60% dei casi queste riduzioni hanno riguardato persone over65. Oltre a determinare la chiusura o riconversione di molte strutture sanitarie, la Ageing society sottolinea che “a fronte di tali politiche di contenimento e razionalizzazione, si è registrato un costante incremento della spesa per giornata di degenza che ha raggiunto la somma di oltre 832 euro al giorno”, quasi raddoppiata rispetto ai 427 del 2000.
Se resta stabile il costo complessivo della spesa ospedaliera (che incide per il 51,6% sulla spesa totale), si registrano invece una significativa riduzione della spesa farmaceutica convenzionata e un crescente incremento nella spesa di beni e servizi non sanitari. Il costo di questi ultimi nel 2008 variava dal minimo di 10 milioni 554 mila della Valle d’Aosta al massimo di 640 milioni 155 mila della Lombardia. Le divergenze a livello regionale sono molto marcate: la spesa media per giornata di degenza, per i servizi non sanitari, è di 63 euro al giorno, con una forbice che va dai 22 euro della Lombardia ai 111 del Friuli e ai 92 dell’Umbria. “Analizzando il costo dei singoli servizi, regione per regione e Asl per Asl, emergono difformità e incongruenze cui è difficile dare spiegazioni”, afferma la Ageing society, che ha confrontato il costo medio dei singoli servizi e il costo medio rilevato nelle regioni più virtuose: “Applicando quest’ultimo valore a tutte le regioni, sarebbe possibile recuperare risorse per un miliardo e 690 milioni di euro circa. Tale somma risulta particolarmente rilevante considerando che la spesa per la voce servizi non sanitari è di 4 miliardi e 436 milioni”. Si arriva quindi a una possibilità di risparmio fino al 40%- 55% della spesa globale.
Dal confronto regionale si riscontra in Lombardia la maggiore efficienza del servizio sanitario nazionale, “confermando che una corretta amministrazione, con un’oculata politica dei costi dei servizi, libera risorse che si riversano positivamente sulle prestazioni più propriamente sanitarie”. “È evidente – commenta Emilio Mortilla, presidente di Ageing Society – che, di fronte a quanto emerso dallo studio, l’indignazione e la rabbia degli anziani e dei disabili, che subiscono più di altri gli effetti della crisi economica, dei tagli alle pensioni e ai servizi sociosanitari, non può che essere altissima”. Mortilla, registrando l’impotenza di politici e tecnici a metter mano agli sprechi, annuncia che presenterà “un esposto per danno erariale alla Procura Generale della Corte dei Conti, nella speranza che la Magistratura Contabile avvii un’indagine su questa scandalosa situazione”. (gig)
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Tasse, in 10 anni cresciute dell'86,4%
Tasse, in 10 anni cresciute dell'86,4%
Nel 2012 il gettito delle principali tasse locali in capo alle famiglie italiane sfiorerà i 35 miliardi di euro
Lo studio della Cgia di Mestre. Il segretario Bortolussi: "E i risultati sono sottostimati"
Nel 2012 il gettito delle principali tasse locali in capo alle famiglie italiane sfiorerà i 35 miliardi di euro. Ma ad impressionare ancor di più è la variazione di crescita del gettito registrata negli ultimi 10 anni: una crescita vertiginosa pari all'86,4 per cento. Sempre nello stesso periodo di tempo, la crescita del carico fiscale locale su ciascuna famiglia italiana è aumentata del 69,3 per cento.
I regalini di Monti - Questo il calcolo effettuato dalla Cgia di Mestre, che ha analizzato il gettito delle principali imposte locali dell'ultimo decennio sui bilanci delle famiglie italiane. Le tre imposte prese in esame sono l'addizionale regionale Irpef, l'addizionale comunale Irpef e l'Ici/Imu, ossia le gradite sorprese che ci ha riservato il governo tecnico di Mario Monti. La Cgia di Mestre stima che per l'anno in corso, in particolar modo per l'applicazione dell'Imu sulla prima casa e per l'aumento delle addizionali regionali Irpef, l'impennata sarà molto decisa: su ciascuna famiglia italiana peserà un carico fiscale locale aggiuntivo medio pari a 575 euro, che alzerà la quota totale sino a toccare un valore medio di 1.390 euro. "In buona sostanza - esordisce il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi - nel 2012 ciascuna famiglia italiana verserà alla sua Regione e al Comune di residenza un importo medio pari ad uno stipendio mensile".
"Risultati sottostimati" - "Va sottolineato - prosegue Bortolussi - che questi risultati a cui siamo giunti sono sottostimati, visto che nel conteggio abbiamo mantenuto il gettito dell'addizionale comunale Irpef pari a quello incassato l'anno scorso. In realtà sappiamo benissimo che non sarà così, visto che per il 2012 molti Sindaci hanno deciso di rivederne all'insù l'aliquota". Peccato, prosegue la Cgia, che tutto ciò non abbia nulla a che vedere con il federalismo fiscale. "Avviato concretamente nella prima fase di questa legislatura- conclude Bortolussi - il federalismo fiscale è una riforma che dovrebbe essere ripresa in mano e portata a compimento. Invece, prima di cancellarla dalla sua agenda politica, il Governo Monti ne ha modificato un tassello importante: l'Imu. Inizialmente ne ha cambiato la metodologia di applicazione, poi ne ha anticipato di un anno l'entrata in vigore, con il risultato di favorire, in grande misura, le casse dello Stato centrale a svantaggio di quelle dei Comuni. Risultato: obbiettivo originario completamente rovesciato", conclude Bortolussi.
http://www.liberoquotidiano.it/news/Economia/1006727/Tasse--in-10-anni-cresciute-dell-86-4-.html
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17/05/2012
Così era la vita a bordo della guerra
Così era la vita a bordo della guerra
Un sergente fotografo, che a bordo dell'incrociatore «Montecuccoli» ha vissuto in mare i cinque anni della seconda guerra mondiale. Emilio Gardin, classe 1921, dirigeva il tiro della batterie, ma la sua vera passione era documentare con un clic battaglie entrate nella storia e soprattutto la vita di ogni giorno a bordo di una nave da guerra.
Fotografie inedite che il sergente di Marina stampava in mare, di nascosto, dopo aver capito che a Roma la censura faceva sparire le immagini più belle. Il freddo cane in navigazione sui volti dei marinai, il rancio spartano, gli incontri di pugilato dell'equipaggio, le onde che sferzano l'idrovolante sul ponte, le truppe imbarcate come formiche e i momenti di svago a terra con le partitelle di calcio sono un esclusivo spaccato dei nostri marò in guerra.
L'assessore alla Cultura di Castelfranco Veneto, Giancarlo Saran, lo ha definito «il Bob Capa» della cittadina del Nord Est dove il sergente nacque e dove morì nel 2003. Per oltre 60 anni il suo piccolo tesoro è rimasto nascosto «per pudore, o come egli stesso ammise, per paura» scrive Giancarlo Baggio, del Circolo fotografico El Paveion, presentando la mostra e il catalogo dedicato al sergente fotografo. Le migliori immagini, fra le 956 scattate in mare da Gardin, sono esposte, fino al 27 maggio, nella Galleria del Teatro accademico di Castelfranco Veneto. Una mostra che dovrebbe girare per l'Italia grazie all'Associazione nazionale marinai. Un percorso esclusivo che parte dall'1 giugno 1940, quando il «Montecuccoli» salpa da La Spezia con la VII Divisione navale. «L'impatto con l'unità - scrive Gardin - è stato traumatico. Avevo lasciato aule vaste, camerate con numerosi letti a castello, refettori che contenevano centinaia di allievi. Ora \ si scendeva dai boccaporti e ci si trovava in anguste stanze, basse, chiamate “batterie” in quanto nelle vecchie navi venivano alloggiati i cannoni. Era una piccola città in miniatura».
La foto dei marinai a torso nudo per il caldo e l'elmetto in testa, scampata alla censura, li mostra spavaldi e uniti come bambini. Il 10 luglio il sergente fotografo vive il suo battesimo del fuoco a Punta Stilo: «Forse gl'inglesi non ci hanno scorto perch´ a sparare per primi siamo noi. Mentre la bandiera di combattimento garrisce \, si ode un grido di evviva. Alla seconda salva il tiro era centrato».
Le foto più «autentiche» e inusuali sono quelle di svago a bordo: due moschettieri prima di una sfida a colpi di fioretto o gli incontri di pugilato, con l'equipaggio che incita i novelli Carnera. Gardin nei suoi diari ricorda anche gli amori per Alba, la bella siciliana e l'inflessibile tenente di vascello Luigi Vivaldi. L'ufficiale faceva controllare le parti intime dei marinai prima della libera uscita, ma, come ammette il marò, «se molti di noi hanno portato a casa la pelle lo devono a lui». Il sergente immortala anche la visita del Duce che decora i veterani del «Montecuccoli» dopo la battaglia di Pantelleria e l'incrociatore colpito dai bombardieri alleati. Il giorno di Santa Barbara, patrona della Marina, del 1942, Gardin scrive: «Percorrendo il ponte all'altezza del primo fumaiolo mi apparve, come una visione dantesca, un immane cratere. Lamiere contorte che si dirigevano verso il cielo \. Una leggera nebbia di fumo aleggiava ancora intorno, emanando un lezzo nauseante. Un misto di carne e nafta bruciata. Vedevo in quei pezzi di rottami di ferro arricciati mille braccia e mani invocanti \ Ero spaventato, terrorizzato».
Il clic più amaro è del 9 settembre 1943, quando la corazzata «Roma», l'ammiraglia, viene affondata dagli aerei tedeschi, dopo l'armistizio.
«Con mani tremanti premetti il tasto della mia “Baldina”, la macchina fotografica che tenevo sempre a tracolla \. Non riuscii a trattenere le lacrime».
www.faustobiloslavo.eu
Il giornale
di Fausto Biloslavo - 29 aprile 2012, 08:00
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Quei paesi dove partorire è spesso sinonimo di morire
Quei paesi dove partorire è spesso sinonimo di morire
Ogni anno nel mondo più di 500.000 donne muoiono dando alla luce un bambino a causa di complicanze in gravidanza o durante il parto. In Africa una donna ogni 16 è a rischio, mentre nei cosiddetti paesi industrializzati il rapporto è di 1 su 3.800. Situazione difficile anche in Afghanistan. Le raccolte di fondi a sostegno della maternità
ROMA - Ci sono paesi dove si rischia la vita per partorire. Ogni minuto una donna muore dando alla luce un bambino. Ogni anno nel mondo più di 500.000 donne smettono di vivere facendo nascere un proprio figlio a causa di complicanze durante la gravidanza o subito prima del parto. In Africa, una donna ogni 16 non ce la fa a diventare madre, mentre nei paesi industrializzati il rapporto è di 1 su 3.800. Fra i paesi più a rischio c'è il Kenya. Il giorno della festa della mamma, domenica 13 maggio, può diventare un giorno di aiuto concreto alle donne dei paesi più poveri.
Il progetto in Kenya. L’onlus Intervita 1, infatti, che da 13 anni si occupa di sostenere le donne del sud del mondo, ha costruito e inaugurato il 18 aprile 2012 il reparto maternità dell’ospedale del distretto di Manga, uno dei distretti più poveri del Kenya. Quello che manca ora sono le apparecchiature, gli strumenti, i letti, le coperte, e soprattutto una seria e diffusa informazione per le donne "in attesa", attraverso corsi di sensibilizzazione sui virus mortali che devastano la popolazione e sulle basi minime di igiene personale e infantile. “È stato commovente poter essere presente all’inaugurazione del reparto di maternità dell’ospedale di Manga - spiega Marco Chiesara, presidente di Intervita Onlus - È un’opera indispensabile per migliorare le condizioni drammatiche di mamme e neonati e aumentarne le speranze di vita, perché ancora troppo spesso in questa zona del Kenya partorire è sinonimo di morire”.
Come aiutare. Sostenere Intervita è semplice: basta accedere al sito o telefonare al numero 848 883388 e fare una donazione a partire da 5 euro. Intervita ha poi creato il sito 2 attraverso il quale è possibile acquistare anche regali per l’ospedale del distretto di Manga. “Il nostro lavoro non è finito, anzi – spiega Marco Chiesara - Mancano ancora apparecchiature mediche e strumenti per rendere efficiente questa struttura. Anche per questo abbiamo creato il sito di regali solidali per celebrare un momento speciale della nostra vita condividendone la felicità con tante donne e bambini del sud del mondo”. Fra le cose da comprare ci sono: bilance per i bambini e culle termiche e corsi di sensibilizzazione per le mamme sul virus hiv.
Pangea in Afghanistan. L'Afghanistan è uno dei paesi con i peggiori tassi di mortalità materna e infantile al mondo. La maggior parte delle donne è costretta a partorire senza assistenza e in condizioni non adeguate. Nel giorno della festa della mamma Fondazione Pangea 3 propone una serie di regali a sostegno della maternità in questo paese. Anche qui basta collegarsi al sito dell'associazione per fare una donazione. Con 20 euro si può regalare un corso di igiene, sanità e salute riproduttiva, con 50 euro vengono garantite visite post-parto regolari fino a 3 mesi di vita del bimbo, mentre con 80 si assicura un ciclo di controlli prenatali con ecografia.
Fonte repubblica di MARTA RIZZO
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Somalia COSTITUZIONE E FEDERALISMO, OMBRE SULLA TRANSIZIONE
Somalia COSTITUZIONE E FEDERALISMO, OMBRE SULLA TRANSIZIONE
Non accennano a stemperarsi tensioni e malumori all’interno del panorama politico somalo alle prese con una corsa contro il tempo per centrare – entro metà agosto – gli obiettivi fissati dalla ‘Road map’ e dagli Accordi di Garowe che con il sostegno della comunità internazionale dovrebbero traghettare il paese fuori dal conflitto e dall’instabilità politica. A mettere in dubbio la buona riuscita degli accordi è il presidente del Puntland Abdirahman Mohamud Farole per cui la nuova bozza di Costituzione “non chiarisce alcuni aspetti e principi fondamentali del sistema federale di governo”. Nella bozza – prosegue la nota di cui la MISNA ha ottenuto copia integrale – il sistema politico del paese è tratteggiato in modo “altamente centralizzato, confuso e contraddittorio, senza assegnare poteri e competenze tra il governo centrale e le autorità locali”.
Dubbi, quelli sollevati dall’uomo forte di Garowe, a meno di cinque giorni dal voto per l’approvazione – previsto martedì– che testimoniano un clima di contrasti crescenti. Nei giorni scorsi, erano state le polemiche sulla scelta degli ‘elders’ i capi tradizionali convocati per la Conferenza in corso a Mogadiscio a tenere banco sulla stampa e a sollevare ombre sul processo di rinnovo delle istituzioni.
“Chi seleziona i capi tradizionali, e la Conferenza, controlla di fatto l’Assemblea Costituente incaricata di nominare il parlamento, il presidente e tutto il futuro governo” dicono alla MISNA fonti diplomatiche a Mogadiscio, sottolineando che “la posta in gioco, con istituzioni non più transitorie ma definitive, è alta”.
“Quello che sta accadendo – confermano altri attenti osservatori della politica somala – è che in barba agli accordi, secondo cui i singoli clan avrebbero dovuto selezionare, seguendo la regola del 4.5 i propri esponenti, le istituzioni in carica, il presidente Sheikh Sharif e il primo ministro stiano operando pressioni per ottenere e far ottenere ai propri uomini, ruoli nei posti chiave”.
È in questo contesto che va letta la nota in cui il presidente Farole chiede una riunione d’emergenza dei protagonisti della Road Map “a Nairobi o Addis Abeba, in cui i rappresentanti internazionali possano incontrare e discutere con i politici somali”.
La preoccupazione centrale riguarda non solo la forma di stato e di governo del futuro paese, ma anche la competenza e la distribuzione delle ricchezze interne. “Il nodo non è solo politico ma anche economico – afferma un diplomatico – La scoperta di giacimenti di petrolio nel nord del paese, nei mesi scorsi, rischia di trasformarsi in un boomerang per la riuscita di una soluzione che mai come adesso, sembrava a portata di mano”.
[AdL]
Fonte misna
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Non si ferma il boom del fotovoltaico L'Italia copre il 33% della domanda mondiale
Non si ferma il boom del fotovoltaico L'Italia copre il 33% della domanda mondiale
Il nostro paese nel 2011 ha raggiunto il primo posto per potenza installata. La Germania rimane al top per la potenza cumulata con 24.700 megawatt contro i 12.700 della penisola
MILANO - Soltanto un decennio fa, energie rinnovabili in Italia faceva rima soltanto con idroelettrico. Dighe grandi e piccole, secondo i dati che si riferiscono al 2000, garantivano il 91 per cento dell'energia "verde", pari a 18 gigawatt di potenza. Ora l'energia che arriva dall'acqua copre poco più del 43 per cento del totale, che nel 2011 ha raggiunto i 41,3 gigawatt di potenza, con un incremento del 125 per cento. Un boom che per lo più è attribuibile al successo dell'industria del fotovoltaico in Italia, che alla fine dell'anno scorso è salita al 31 per cento della potenza rinnovabile installata. Risultati che fanno dell'Italia il primo paese al mondo per potenza fotovoltaica allacciata alla rete, davanti alla Germania.
Da Verona, dove è in corso il Solar Expo, il direttore della divisione operativa del Gse, il Gestore Servici Energetici Gerardo Montanino, ha presentato i nuovi dati che fotografano la rivoluzione che le energie rinnovabili stanno portando nel nostro paese. Un fenomeno che ha già portato l'energia venduta alla Borsa elettrica a quota zero: è avvenuto per un paio d'ore il 2 e il 3 maggio, mentre nel giorno di Pasquetta, il 9 aprile, in Sicilia le rinnovabili, sempre nelle prime ore del pomeriggio sono arrivate a coprire il 96 per cento della domanda di energia.
Si tratta, per ora, di casi limite, ma dicono anche che dalla strada è tracciata e sarà difficile tornare indietro. Un dato ulteriore per spiegarlo: la potenza fotovoltaica annuale del nostro paese ha rappresentato più del 33% di tutto il mercato mondiale del 2011 e quello italiano è diventato il primo mercato mondiale dell'anno davanti alla Germania che comunque conserva il primato per potenza cumulata con 24.700 Mw installati, l'Italia è seconda con 12.700 Mw e a maggio ha superato 13.160 Mw. Nel 2011 l'italia ha installato 9.300 Mw fotovoltaici, che includono anche impianti per 3.500 Mw compresi nel decreto 'salva Alcoa' (realizzati entro fine 2010 e allacciati in rete entro fine giugno 2011) e che hanno beneficiato degli elevati incentivi del conto energia. Con gli oltre 340mila impianti presenti nel nostro paese la produzione elettrica da fotovoltaico è stimabile oggi in circa 11 terawattora/anno ed è in continua crescita. Solo 5 anni fa era infinitesimale (0,039 twh).
Tutto ciò ha cambiato, come si diceva, le logiche del mercato dell'energia. Le ore centrali della giornata, quando il sole è più forte, sono coperte da fotovoltaico e - in parte - eolico. Nelle ore serali e notturne, sono gli impianti tradizionali, per lo più le centrali a gas, a mantenere in equilibrio il sistema. In altre parole, a garantire agli italiani a non rimanere al buio. In questo modo, il risparmio in bolletta che si potrebbe ricavare dal fatto che "sole" e "vento" sono gratis è bilanciato dagli incentivi (che andranno però calando nei prossimi anni) e dai costi per temere aperte le centrali tradizionali anche in orari in cui producono in perdita (perché non si possono spegnere ed accendere a comando). E il picco di prezzo più alto si è spostato nelle ore serali. di LUCA PAGNI fonte repubblica
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Mini idroelettrico, nuova frontiera ora si sfruttano canali e condotte
Mini idroelettrico, nuova frontiera ora si sfruttano canali e condotte
Inaugurata a Novara un'innovativa centrale che utilizza un salto d'acqua di appena due metri, ma crescono anche gli impianti realizzati all'interno degli acquedotti e dei vecchi mulini
ROMA - Non occorre deportare milioni di persone e devastare gli ecosistemi per sfruttare l'energia dell'acqua. Mentre in Asia e America Latina tra protese e mobilitazioni si continua a puntare sul grande idrolettrico costruendo dighe gigantesche, in Europa la fame di elettricità pulita sta spingendo a cercare soluzioni sempre meno impattanti sulla popolazione e l'ambiente.
L'ultima innovazione in materia di mini idroelettrico arriva da Cerano, in provincia di Novara, dove la Frendy Energy ha inaugurato in questi giorni la prima centrale al mondo in grado di sfruttare un salto di acqua di appena due metri. "Questo impianto idroelettrico - commenta l'amministratore delegato Rinaldo Denti - rappresenta una piccola ma importante rivoluzione, che permette di sfruttare un salto d'acqua di soli 2 metri ottenendo una potenza costante di 160kW per una produzione annuale di oltre 1 GWh. L'utilizzo di una tecnologia all'avanguardia consente lo sfruttamento efficace del vastissimo potenziale energetico rappresentato dai piccoli salti di almeno 1,5 metri su corsi d'acqua e canali irrigui, di cui l'italia, soprattutto nelle regioni del nord, è molto ricca".
Se il grande idroelettrico è una tecnologia con alle spalle una storia lunga ormai oltre un secolo e che in Italia ha sfruttato ormai tutto lo sfruttabile, il mini ha invece ancora ottime prospettive, come stanno accorgendosi sempre più amministrazioni comunali.
Stando all'ultimo rapporto di Legambiente "Comuni rinnovabili", sono 1.021 i municipi che presentano sul proprio territorio almeno un impianto idroelettrico con potenza fino a 3 MW, per una potenza complessiva di 1.123 MW. Elettricità in grado, spiega il dossier, "di soddisfare il fabbisogno energetico elettrico di oltre 1,7 milioni di famiglie". Un vero e proprio boom se si pensa e che "si è passati dai 17,5 MW censiti nel 2006 ai 1.123 del 2011".
Una crescita frutto delle nuove tecnologie, ma anche della fantasia e dell'ingegno. Oltre a fiumi e torrenti, si è passati ad utilizzare infatti canali, acquedeotti e vecchi mulini. I casi virtuosi non mancano. A Gioia del Colle, in provincia di Bari, è stata inaugurata mesi fa una mini centrale idroelettrica da 6 MW che usa un salto d'acqua all'interno dell'acquedotto pugliese. Nel piccolo comune di Chiomonte (TO) il 95% del fabbisogno energetico complessivo di tutte le utenze di proprietà dell'amministrazione viene soddisfatto dall'energia prodotta da una piccola centrale idroelettrica da 40 kW che sfrutta un salto naturale nelle condotte utilizzate per la distribuzione di acqua potabile.
Ma l'elettricità si può ottenere anche dai vecchi mulini o dai canali di irrigazione, come avviene a Civitella di Romagna (FC), con il mulino Tassinari (20 kW), e a Villa Sant'Antonio (AP), dove una centrale di 500 kW di potenza utilizza le acque irrigue defluenti dal canale di bonifica che attinge alle acque del fiume Tronto. Installazioni piccole o piccolissime che proprio come avvenuto con il fotvoltaico promettono di spingere ancora più avanti il nuovo modello di produzione distribuita
Fonte repubblica
di VALERIO GUALERZI
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16/05/2012
Whitman, un nonno in erba
Whitman, un nonno in erba
Allen Ginsberg lo ha incontrato in Un supermarket in California, Robin Williams ha fatto risuonare «il mio barbarico yawp» sotto le luci dell'Attimo fuggente. Walt Whitman, Nonno Walt, è il Poeta Americano per antonomasia, ancor più nell'Era Obama, dal momento che Barack mira a essere il nuovo Abraham Lincoln, il Capitano! Mio capitano!, il «padre amato» per cui Nonno Walt ha scritto la poesia funebre (per inciso: tra le sue più brutte).
La dico come pare a me: gli Usa non hanno avuto Rimbaud, non hanno avuto Holderlin, non hanno avuto Leopardi e neppure Coleridge, ma un bell'uomo dal petto ampio e dal verso facile, un vagabondo rampante, eccitato quanto serve, schiamazzante Omero. A leggere Nonno Walt viene voglia di farsi tutti poeti, cingersi di alloro il capo, mandare affanculo il capoufficio e andarsene per boschi. Inventò il «verso libero shakespeariano», tagliò il cordone ombelicale con la Tradizione Europea, che sentiva stretta come una camicia di forza, stressava la sua follia. Non fu geniale come Melville, non fu capace come la Dickinson, cavalcò lo stallone democratico, manco New York fosse Atene: più di tutti è l'Uomo Americano. Nella versione di Foglie d'erba appena riedita da Feltrinelli, il carisma vien fuori: è il primo libro, quello del 1855 (perciò: non avete la poesia per Lincoln, per fortuna, ma vi manca il meglio di Nonno Walt, Quando i lillà fiorivano... e la mistica Un silenzioso paziente ragno; Harold Bloom lo ha riabilitato: Whitman non è un ribaldo sessomane della vita perennemente in erezione, bensì un magnetico alchimista, fautore di poemetti esoterici), poi continuamente rimepito di fogliame lirico fino alla morte, accaduta 120 anni fa. Soprattutto, nel lunghissimo, superetorico scritto iniziale, in cui Walt latra ai quattro venti che «gli americani di tutte le nazioni d'ogni tempo sulla terra posseggono probabilmente la natura poetica più piena» che «America è la razza delle razze» e che il poeta americano «trascina i morti fuor dalle bare e li rimette in piedi».
Intanto, ode al traduttore. Alessandro Ceni ci ha dato Moby Dick, Lord Jim di Conrad e Coleridge (sempre per Feltrinelli), oltre a un mucchio di altri autori (Stevenson, Poe, Milton, Wilde) mettendo al nostro servizio una lingua lirica formidabile (Mattoni per l'altare del fuoco, uscito da Jaca Book nel 2002 è il più bel poema degli ultimi lustri). Comprendo bene perch´ Nonno Walt gli sta stretto, non gli andava di tradurlo, trova il modo di nanificarlo a ogni paragrafo: la sua poesia «non ha retto fino in fondo al giudizio del tempo», è minata da «oratoria, retorica, didascalica», fosse per lui, Ceni avrebbe optato per «una selezione all'osso (poco proponibile editorialmente)». Nulla di male: Tommaso Landolfi tradusse controvoglia Nikolaj Leskov senza togliere un metro alla sua limpidezza linguistica. Per giocare alto, comparate l'edizione Feltrinelli con quella della Bur. Ci mette il miele Giorgio Manganelli, spiegandoci tutto dall'alto della sua sapienza letteraria (favoriva Poe): «miscela di Baghavadgita e New York Herald», la poesia di Whitman, «che oscilla tra il film dei marines e la verbalità mitica di un Blake», era «incline ad apprezzare la stupidità». Cari americani, tenetevi pure Whitman.
di Davide Brullo - 29 aprile 2012, 08:00
Il giornale
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SIRIA AUMENTA FLUSSO DI ARMI VERSO RIBELLI, VERSO ESCALATION CONFRONTO
SIRIA AUMENTA FLUSSO DI ARMI VERSO RIBELLI, VERSO ESCALATION CONFRONTO
Armi, più moderne e in quantitativi più significativi, stanno affluendo nelle ultime settimane in Siria a disposizione dell’opposizione armata al regime. Lo scrive oggi il quotidiano Washington Post citando fonti della diplomazia statunitense e della stessa opposizione siriana.
Secondo gli interlocutori del quotidiano statunitense, sono i paesi del Golfo a favorire questi traffici. Washington invece non sta fornendo o finanziando materiale bellico “ma sta estendendo i suoi contatti con le forze militari di opposizione così da fornire alle nazioni del Golfo valutazioni sulla credibilità dei ribelli e sulle infrastrutture di comando e controllo”.
Le nuove armi vengono immagazzinate a Damasco, a Idlib vicino al confine con la Turchia, e a Zabadani nei pressi della frontiera con il Libano. Lo stesso giornale sostiene che a fornire i mezzi di finanziamento sono in particolare Arabia Saudita e Qatar per i quali la caduta del regime di Bashar Al Assad costituirebbe una vittoria nei confronti dell’Iran; sostegni stanno arrivando anche dai Fratelli musulmani.
Funzionari dell’amministrazione statunitense avrebbero inoltre incontrato una delegazione curda per valutare l’ipotesi “ancora teorica” di aprire un fronte nell’est del paese.
A conferma di questo nuovo potenziale bellico a favore dei ribelli sarebbe, secondo il Washington Post, l’attacco di lunedì scorso contro una base militare a Rastan, vicino Homs, che ha causato la morte di 23 soldati.
Il rinvigorito flusso di armi verso la Siria ipoteca ulteriormente gli sforzi per una soluzione politica della crisi, ultimamente condotti dall’inviato speciale di Onu e Lega Araba, Kofi Annan. Ancora ieri, gli osservatori dell’Onu nel paese sono stati coinvolti in scontri avvenuti a Khan Sheikhoun, vicino Hama: un ordigno è esploso al passaggio di un loro convoglio danneggiando tre vetture. Nello stesso posto scontri armati avrebbero causato vittime. Altre 15 persone secondo fonti dell’opposizione sono state uccise nella notte tra ieri e oggi a Homs.
[GB]
Fonte misna
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ALGERIA ELEZIONI: DATI UFFICIALI CONFERMANO VITTORIA PARTITO AL POTERE
ALGERIA ELEZIONI: DATI UFFICIALI CONFERMANO VITTORIA PARTITO AL POTERE
Senza grande sorpresa, con 220 deputati eletti in parlamento su 462 seggi, il Fronte di liberazione nazionale (Fnl, ex partito unico) è il vincitore delle legislative di ieri, seguito dall’Unione nazionale democratica (Rnd) che ha ottenuto 68 poltrone, e dagli islamisti dell’Algeria verde con 48 seggi. I primi dati ufficiali sono stati diffusi dal ministro dell’Interno, Daho Ould Kablia, durante una conferenza stampa tenutasi ad Algeri, che ha posto fine a speculazioni e dati rilanciati da ogni partito nelle ultime ore. Per l’Fnl, di cui 68 donne sono state scelte, si tratta di un successo importante poiché nel 2007 era rimasto fermo a 136 seggi. In quarta posizione è giunto il Fronte delle forze socialiste (Ffs) con 21 eletti, seguito dal Partito dei lavoratori (20 deputati), da 19 indipendenti, nove parlamentari del Fronte nazionale algerino (Fna), sette per il Fronte per la giustizia e lo sviluppo (Fjd) e sei per il Movimento popolare algerino (Mpa).
Il ministro ha sottolineato che il voto di ieri è stato “la consacrazione di una primavera democratica originale e veritiera” alla quale ha partecipato il 44,8% degli aventi diritto, contro il 36,5% dell’ultima tornata del 2007. “Ci aspettavamo l’astensione, ha precisato Ould Kablia, che è stata forte soprattutto tra gli espatriati: su 199.000 iscritti solo in 34.000 hanno votato”.
Le operazioni sono state monitorate da 18.000 osservatori locali e stranieri. Per Jose Ignacio Salafranca, capo della delegazione dell’Unione europea, le legislative si sono svolte in “condizioni globalmente soddisfacenti, salvo piccoli incidenti molto limitati”. Lo stesso Ould Kablia ha riconosciuto che a Biskra alcune urne sono state danneggiate ma che il loro contenuto è stato recuperato dalle forze dell’ordine. Tra dieci giorni, dopo l’esame dei ricorsi, verranno proclamati i risultati definitivi.
La diffusione dei dati provvisori è stata preceduta da denunce di frodi massicce, accese polemiche sul tasso di affluenza, secondo alcuni “artificiosamente gonfiato”, e da accuse di corruzione sempre a favore del Fnl del presidente della Repubblica Abdelaziz Bouteflika.
[VV]
Fonte misna
19:00 Scritto in Internazionale | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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Acqua, quanto mi costi aumenti del 25% in 5 anni
Acqua, quanto mi costi aumenti del 25% in 5 anni
Rilasciati i dati del report Cittadinanzattiva sul servizio idrico integrato. Toscana e Marche le regioni più care. Stabile il Molise. Cosenza la peggiore per la dispersione di PAOLA ROSA ADRAGNA
ROMA - Acqua sempre più cara. Negli ultimi cinque anni il costo del servizio idrico è aumentato del 24,5% in media, con punte spaventose. A Lecco la medaglia d'oro con il 126% in più, seguita da Benevento (+79,8%) e Massa e Carrara (+64,3%). Altre sei città si attestano sopra il 50%, mentre ben 30 superano il 30%. Se si considera invece solo l'ultimo anno, dal 2010 al 2011 le tariffe sono cresciute in media del 5,8%. I dati sono il risultato dell'indagine sul servizio idrico integrato dell'osservatorio prezzi e tariffe di Cittadinanzattiva, il movimento di partecipazione civica per la promozione e la tutela dei diritti dei cittadini e dei consumatori.
L'indagine è incentrata sull'uso domestico. Per acquedotto, canone di fognatura, canone di depurazione e quota fissa, una famiglia di tre persone, con un consumo di 192 metri cubi d'acqua, spende in media circa 290 euro all'anno. Maggiori i rincari al centro (+34,3% rispetto al 2007, +6,2% rispetto al 2010) e al nord (+25,6% rispetto al 2007, +6,7% rispetto al 2010) mentre restano più contenuti al sud (+14,1% rispetto al 2007, +3,2 rispetto al 2010).
La città con le bollette più care è Firenze, 474 euro annui a pari merito con Pistoia e Prato. Non stupisce quincdi che, tra le regioni, il primato va alla Toscana: con sette città tra le prime 10 più care, ha una spesa di 431 euro a famiglia. Cifre superiori alla media anche per Marche (379 euro), Umbria (371 euro), Emilia Romagna (369 euro) e Puglia (353 euro). La meno cara è il Molise, regione virtuosa dove dal 2007 la bolletta non supera mediamente i 138 euro, con Isernia che si attesta sui 110. Differenze importanti esistono però tra comune e comune all'interno delle stesse regioni, come in sicilia dove, tra Agrigento e Catania, la differenza di ben 255 euro.
Negativo anche il dato sulla dispersione. Secondo un'indagine di Legambiente 2011, in media il 32% dell'acqua immessa nelle tubature va persa. Meglio il nord, con perdite del 25%. Il centro si attesta sulla media nazionale mentre al sud si sale al 42%. Negli ultimi cinque anni la dipersione è aumentata in 47 delle 88 città prese in esame. Cosenza (73%), Campobasso (65%) e Latina (62%) le città colino.
Fonte repubblica
15:00 Scritto in Consumatori | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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